Contatore

visitato *loading* volte

26/10/2009

Buddy system Per affrontare la disoccupazione nascono negli USA i gruppi di aiuto reciproco favoriti dai servizi per l’impiego A dicembre 2007 il tasso di disoccupazione in America era del 4,6%, i senza lavoro erano 7 milioni 600 mila. A luglio di quest’anno erano quasi raddoppiati, hanno toccato i 15 milioni 100 mila con un livello del 9,8%, uno dei più alti del mondo, se si tiene presente che nell’UE, un'area geografica, che comprende paesi tradizionalmente a disoccupazione sostenuta, era contemporaneamente del 9%. Uno choc per i lavoratori dell’economia guida, abituati a cambiare impieghi e datori di lavoro.
Le maggiori aziende hanno avuto bisogno dell’aiuto statale per non fallire e nessun comparto è rimasto indenne dalla crisi, in meno di due anni hanno chiuso 106 banche, l’industria automobilistica quasi al completo è finita sull’orlo della bancarotta, i manager più acclamati hanno finito con ignominia e talora in carcere i loro trionfi.
Per molti lavoratori alla perdita del reddito si aggiunge lo scoramento di non riuscire a trovare un altro posto di lavoro da mesi e di muoversi in un territorio sconosciuto, in una situazione del tutto nuova qual è la disoccupazione di lunga durata.
Per motivare questi disoccupati, che avevano trovato l’ultimo impiego prima della recessione solo nel 6% dei casi ricorrendo alla Craigslist, a darsi da fare e ad essere efficienti nella ricerca di una nuova attività, i servizi all’impiego ricorrono al «buddy system». E' una nuova formula di aiuto reciproco in piccolissimi gruppi, sostenuti da un esperto del mercato del lavoro, che spinge sull’acceleratore del rafforzamento dell’autostima e spiana la strada della conoscenza in direzione di quello che realisticamente può fare  una persona in cerca d’impiego in un mercato del lavoro in ridimensionamento.
Il «buddy system» punta a costituire delle reti di relazione, utili al disoccupato, che ha un grande bisogno di comunità, di non sentirsi abbandonato, ma nello stesso tempo non deve illudersi che basti solo la buona volontà e la qualificazione professionale per riuscire.
Il facilitatore della formula d’aiuto reciproco non deve commettere il grossolano errore di provocare  l'illusorio sentimento che moltissimo dipenda se stessi. Il disoccupato deve capire come funziona il mercato del lavoro, quali sono i comportamenti più idonei per avere successo, quali sono le fonti di reclutamento possibili e come interagire con esse, non puntando tutte le sue carte su un solo canale o su un solo sbocco professionale, deve saper reggere alle frustrazioni.
Il metodo del «buddy system» fa leva su gruppi (piccoli, al massimo di tre-quattro persone), che si incontrano settimanalmente per scambiarsi esperienze e problemi e possono fruire non del solito aiuto «motivante», ma di un sostegno tecnico e affettivo, dato da chi sa che cosa prova il senza lavoro. L’esperto è in grado di indirizzare chi è senza lavoro a tentare il percorso con le maggiori possibilità di successo. Conosce il contesto competitivo del mercato del lavoro e le possibilità scarse in cui si muove il disoccupato. Lo aiuta a costruire le relazioni necessarie perché il territorio della disoccupazione non sia sconosciuto e privo d’ogni aiuto.
Le prime regole per il disoccupato, indica il metodo razionalizzato nei libri di autori come Keith Ferrazzi e Geoffrey Greif, sono d’imporsi una disciplina della ricerca,  di coinvolgersi nella raccolta delle informazioni in gruppo e fuori del gruppo, di definire dei piani d’azione utili per gli obiettivi e i tempi stabiliti.
Ricorrere al «buddy system», dicono gli esperti, è come fare del jogging. Soli e non motivati, ci sono forti probabilità di smettere presto, se si corre almeno in coppia, si attivano sentimenti, che portano a impegnarsi di più e a compiere un maggiore percorso in minor tempo. Copyright2009©irio disoccupazione, persone alla ricerca di lavoro, servizi all'impiego ,gruppo di autoaiuto

Postato da: orsola a 18:05 | link | commenti (5)
occupazione 109

15/10/2009

Uscita dalla crisi senza occupazione Borse euforiche, segnali di ripresa economica e distruzione di milioni di posti di lavoro In tutto il mondo c’è sempre più voglia di farla finita con la grande recessione. Nata nella finanza, è dalle Borse, dai rialzi record di New York e di Tokyo nelle ultime settimane, che si possono ricavare gli indicatori più affidabili di miglioramento della salute del sistema finanziario.
L’indice Dow Jones dei titoli industriali, il principale riferimento del NYSE, che comprende le 30 maggiori imprese USA, ha chiuso ieri con un rialzo dell'1,47%, raggiungendo per la prima volta dopo un anno, i 10.015,86 punti. Merito delle banche, dell’industria e dell’hi-tech, che hanno aumentato l’utile netto alla fine del terzo trimestre dell’anno e dei dati diffusi dal Department of Commerce sulla limitata riduzione delle vendite al dettaglio, inferiore alle previsioni sui consumi delle famiglie.
La TSE, la seconda Borsa del mondo, ha chiuso al più alto livello delle ultime tre settimane, con l’indice Nikkei a 10.238,65 punti, spinto dalle notizie provenienti dall’America, che hanno dopato i valori legati alle esportazioni.
Ottimismo poteva provenire anche dalla FED, la banca centrale degli USA, che nella riunione di ieri del board of Governors ha previsto un ritorno alla crescita della prima economia mondiale fra la fine del 2009 e il 2010, ma a un ritmo che non dovrebbe far diminuire in modo sensibile il tasso di disoccupazione, arrivato  in settembre  al 9,83% della popolazione attiva.
Le previsioni della FED contribuiscono a confermare le rilevazioni e le stime dell’OECD sull’occupazione. Facendo riferimento ai 30 paesi delle economie più avanzate, suoi aderenti, ha indicato che i posti di lavoro distrutti tra la fine del 2007 e luglio di quest’anno sono stati 15 milioni e ha valutato in altri 10 milioni quelli a rischio entro il 2010, a dispetto dei segnali di ripresa. Il tasso di disoccupazione globale potrà raggiungere il record del 10%, contro l’8,3% di giugno 2009.
I paesi più colpiti saranno la Spagna, che avrà un aumento del numero dei disoccupati del 9,7%, l’Irlanda del 7,8% e gli USA del 4,5%.
L’Italia, stando ai dati parziali comunicati, dovrebbe avere una posizione migliore della media OECD e un peggioramento della disoccupazione al ritmo dello 0,6%.
La disoccupazione, ricorda il documento pubblicato dall’organizzazione, ha un costo sociale ed economico importante nei paesi interessati: degradazione della salute, caduta della qualità della vita dei disoccupati e delle loro famiglie, aumento della delinquenza e della criminalità, eliminazione del potenziale di crescita per la collettività.
L’OECD si felicita per le misure anticicliche adottate dai poteri pubblici, che hanno allungato la durata delle indennità di disoccupazione e fatto leva su sistemi di job sharing, ma suggerisce di avviare riforme strutturali del mercato del lavoro e di dotare i progetti di risorse straordinarie per la lotta alla disoccupazione, allo scopo di allontanare lo spettro della perdita del lavoro per lunghi periodi e dell’abbandono della ricerca d’impiego.
Quello spettro che si aggira per il nostro paese, stando all’ultima «Indagine sulle forze di lavoro» ISTAT del settembre 2009 e all'odierno  bollettino della Banca d’Italia, che  ha rilevato per quest’anno 500 mila disoccupati in più   e prevede una modestissima crescita del PIL in misura dello 0,14%. ripresa economica, disoccupazione, andamento Borse ,recessione

Postato da: orsola a 14:46 | link | commenti (1)
occupazione 109

06/10/2009

Nei prossimi cinque anni triplicherà l’occupazione ICT Grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ci saranno nuove imprese e nuovi posti di lavoro L’International Data Corporation, una società di consulenza americana specializzata nel settore delle nuove tecnologie, ha realizzato lo studio previsionale «Worldwide collaborative applications 2009-2013» , in cui ha considerato le tendenze e le opportunità di utilizzo delle ICT a livello mondiale. L’indagine è la prima parte di una più vasta analisi decennale sugli sviluppi del mercato, le applicazioni, le infrastrutture, gli accordi, la crescita delle imprese e dell’occupazione. E’ stata svolta in 52 paesi, che rappresentano il 98% della spesa totale del settore.
Il rapporto scritto dai ricercatori prevede che nel quinquennio avvenire saranno creati nel comparto 5 milioni 800 mila nuovi posti di lavoro e 75.000 nuove imprese. La crescita occupazionale progredirà al ritmo annuale del 3%, cioè tre volte maggiore della media di tutti i settori dell’economia.
Ci sarà una «rinascita delle tecnologie» grazie allo sviluppo dei software e dei servizi su Internet.
Le spese relative cresceranno fino al 2013 a un ritmo superiore al 3% annuo e, in particolare, del 4,5% nei software.
Il rapporto indica il grande sviluppo del «cloud computing»: stoccaggio degli applicativi e dati su reti e non su supporto fisico, a minori costi per installazioni e convergenze, che potrà generare ricavi per 800 miliardi di dollari (= € 543 miliardi).
I paesi a economie emergenti saranno i primi ad approfittare di queste opportunità e la recessione potrà essere sconfitta anche in quelli a economia avanzata grazie allo sviluppo dell’ICT. , , ,

Postato da: orsola a 11:39 | link | commenti
occupazione 109

16/09/2009

25 milioni di posti di lavoro a rischio nei paesi OECD In Italia giovani e precari sono particolarmente colpiti dalla crisi, molti disoccupati rinunciano a cercare lavoro, è previsto un ulteriore significativo aumento della disoccupazione quest’anno «Employment outlook 2009», il rapporto dell’OECD sulla disoccupazione nei 30 paesi aderenti all’Organizzazione, indica un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro, con una perdita probabile di 25 milioni di posti di lavoro e un tasso di disoccupazione globale che nel 2010 potrà raggiungere il record del 10%.
15 milioni di impieghi sono già stati distrutti tra la fine del 2007 e luglio 2009, altri 10 milioni sono a rischio per il 2010. Se il ritmo della ripresa sarà modesto per diversi mesi, prima di riequilibrare gli effetti della crisi e molto probabilmente anche dopo, la disoccupazione continuerà ad aumentare, perfino quando la crescita sarà ripartita.
Il peggio della recessione in materia occupazionale è ancora davanti a noi, mentre «la maggior parte dell’aumento dei senza lavoro si sarà già prodotto a metà del 2009 in Spagna, negli USA, in Irlanda e in Giappone, continuerà a crescere in Francia, Germania e Italia».
Dal 5,6% del 2007, il livello più basso raggiunto dal tasso di disoccupazione in 25 anni, la percentuale è salita all’8,3% nel 2009, un valore senza precedenti dal secondo dopoguerra e potrà aumentare ancora nel secondo semestre 2010, con punte del 20% in Spagna, dell’11,8% in Germania, dell’11,3% in Francia, del 10,5% in Italia, del 9,8% nel Regno Unito, del 5,8% in Giappone.
Nel nostro paese il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è cresciuto di 5 punti percentuali ed è ora al 26,3%. A marzo la distruzione dei posti di lavoro temporanei e dei contratti atipici ha toccato un quinto di queste categorie di occupati.
Il rapporto osserva che molti governi dell’area OECD hanno risposto alla crisi con vigorose misure macroeconomiche e talvolta con imponenti pacchetti di stimolo fiscale. Maggiori risorse sono state rese disponibili per politiche sociali e occupazionali, per ammortizzare gli effetti negativi della crisi sui lavoratori e le famiglie a basso reddito.
Nei paesi con ampi stabilizzatori automatici, come quelli nordici e dell’Europa continentale, la spesa legata alle politiche del lavoro (sussidi di disoccupazione e programmi di attivazione) è cresciuta in maniera significativa in correlazione all’aumento dei posti di lavoro soppressi. In molti altri paesi, come USA e Regno Unito, i governi si sono impegnati per incrementare le risorse a sostegno del mercato del lavoro.
In Italia, invece, l’aumento discrezionale della spesa relativa è rimasto piuttosto moderato, in presenza di un elevato debito pubblico che ha ridotto il margine di manovra durante la recessione. In particolare, l’azione del governo si è concentrata sul sostegno alla domanda di lavoro con la messa a disposizione di fondi addizionali per la Cassa integrazione guadagni.
Tuttavia il numero di lavoratori e delle imprese, che hanno accesso alla CIG, rimane limitato, anche se sono stati compiuti sforzi per ampliarne la copertura. Alcune azioni sono state intraprese nel 2008 e nel 2009 per aumentare il contributo e la durata dell’indennità di disoccupazione, ma l’introduzione di un dispositivo generale non è stata considerata fino ad ora. Parti consistenti della popolazione lavorativa sono sprovvisti di una protezione adeguata per superare la crisi.
Se la ripresa non avviene rapidamente, la disoccupazione rischia non solo di aumentare, ma anche di diventare più persistente, con un maggior numero di persone in cerca di lavoro per lunghi periodi: una proporzione doppia della media OECD, con la maggior parte dei disoccupati di lungo periodo, che ha accesso a una rete di protezione molto limitata.
La recessione rischia di inasprire la povertà di un paese al quintultimo posto tra quelli dell’area OECD, davanti solo a Messico, Polonia, USA e Spagna.
Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 16:24 | link | commenti
occupazione 109

27/07/2009

5 milioni di giovani disoccupati nell’UE In Italia un quarto dei 15-24enni è senza lavoro, tra i 27 Stati membri peggio di noi stanno la Spagna e la Lettonia Dopo tre anni di discesa la disoccupazione giovanile è tornata a salire nell’UE 27 e nel primo trimestre dell’anno ha toccato il 18,3% dei 15-24enni. Lo dicono gli ultimi dati di Eurostat, pubblicati giovedì. Il numero dei senza lavoro è di 4.950.000, con un aumento di circa un milione in valore assoluto e del 3,7% in percentuale, rispetto al 2008.
Nei Paesi Baltici la crescita è stata la più forte: del 17,2% in Lettonia, dove la disoccupazione giovanile è arrivata al 28,2%, del 16,5%, in Estonia, dove ha raggiunto il 24,1%, del 14,1% in Lituania, dove è stata del 23,6%. La crescita minore è avvenuta in Germania, con lo 0,3% e una percentuale di giovani senza lavoro del 10,5%.
La situazione più preoccupante rilevata è della Spagna. Qui il 33,6% dei giovani è senza lavoro, 789.000, con un balzo di oltre il 50% rispetto al tasso di disoccupazione del 2008.
La crisi ha morso duro anche in Italia. Nel primo trimestre dell’anno il PIL dell’UE è diminuito del 4,7% e in Italia del 5,9%. Il numero dei giovani disoccupati è aumentato del 4,5% in un anno e ha toccato i 456.000. Perfino in Svezia, dove il PIL è diminuito di meno della metà del nostro, è stata registrata una perdita di occupazione del 24,2%, con 159.000 persone a spasso.
Il decremento dell’occupazione maschile è stato superiore a quello femminile in 16 paesi. Tra quelli che hanno più donne giovani disoccupate c’è l’Italia, con il 29,0%, superiore di oltre quattro  punti rispetto al 24,9% degli uomini e un incremento del 5,3% per le prime e del 4,5% per i secondi.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 12:16 | link | commenti (1)
occupazione 109

16/07/2009

Preparare i lavoratori di oggi per i lavori di domani I consiglieri economici di Obama hanno scritto un rapporto previsionale sugli sviluppi del mercato del lavoro e sulla formazione necessaria ai lavoratori dei prossimi 5-10 anni Scommettere sul futuro (degli altri) è un’impresa facile per ogni governo che aspiri a un successo mediatico diretto. In quest’ottica ogni ministro combina minacce e lusinghe sulle opportunità da cogliere, sulle magnifiche sorti e progressive di chi possiederà questa o quella competenza tecnica, da spendere alla prossima, mai presente, occasione.
A seconda delle circostanze, la deregolamentazione o il controllo del mercato del lavoro e dell’impiegabilità delle persone diventano le carte migliori da giocare in nome della flessibilità, del talento, della qualificazione da possedere per trovare l’impiego. President_seal
Rifugge dalla ricerca del consenso facile il documento “Preparing the workers of today for the jobs of tomorrow”, redatto dall’Executive office of the president-Council of economic advisers, diretto da Lawrence Summers. Il rapporto analizza i cambiamenti tendenziali dell’economia americana al 2016 e individua le correlate dinamiche occupazionali e professionali per macrosettori produttivi e necessità di lavoratori.
Va detto subito che la previsione muove da una logica di ripresa della crescita economica a pieno ritmo nel 2016 e si preoccupa di dare indicazioni all’amministrazione Obama perché i ministri avviino le politiche e i programmi utili.
I dati elaborati dicono, in estrema sintesi, che l’economia USA nel 2016 rassomiglierà a quella del 2008, il settore della salute avrà la maggiore crescita nel mercato del lavoro, il declino dell’occupazione nell’industria sarà più moderato, le costruzioni riprenderanno a svilupparsi e a creare posti di lavoro.
Per affrontare questi cambiamenti è necessario prepararsi fin d’ora a rispondere alla domanda delle imprese di lavoratori ad alta qualificazione, con capacità di analisi e interazione a buon livello, ad agire sull’istruzione secondaria, perché acceleri la preparazione necessaria ai settori delle costruzioni, dell’industria aerospaziale e farmaceutica, a realizzare programmi formativi che integrino preparazione teorica e addestramento pratico, per rispondere alla domanda del mercato del lavoro, ad integrare tutti i livelli del sistema educativo, dalle elementari in sù, per renderlo più efficiente.
La flessibilità dei lavoratori, come capacità dinamica di proagire ai cambiamenti tecnologici del sistema delle imprese è la chiave di volta del mercato del lavoro, conclude il rapporto.
Per la loro diagnosi gli economisti hanno calcolato le possibili distribuzioni dei lavoratori dal 2008 al 2016 nei nove maggiori comparti, la crescita di opportunità occupazionali nello stesso periodo e quantificato il numero dei posti di lavoro potenziali per ogni comparto, il declino e lo sviluppo delle occupazioni ad elevata e bassa intensità di innovazione, conoscenze, interazione e abilità operativa, le dinamiche parallele di opportunità lavorative e percorsi di formazione.
Il rapporto ipotizza che le analisi e le indicazioni proposte possano contribuire efficacemente alla politica della ripresa economica e occupazionale, che potrebbe iniziare nel 2010. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:12 | link | commenti
occupazione 109

14/07/2009

Gesti disperati dei lavoratori sull’orlo della disoccupazione I dipendenti della New Fabris, un’azienda francese della componentistica auto, minacciano di far saltare in aria gli stock e i macchinari dei committenti se non avranno un’indennità di 30 mila euro a testa 366 operai di un’azienda della componentistica auto, la New Fabris di Chatellerault nella Vienne in Francia, chiedono un’indennità di 30 mila euro ciascuno dai principali clienti dei loro prodotti. Hanno occupato perciò la fabbrica dal 16 giugno scorso, dopo la messa in liquidazione da parte del tribunale di Lione, vi hanno collocato in giro numerose bombole di gas e minacciano di farle esplodere se non avranno l'indennità entro il 30 prossimo, provocando la distruzione di stock e macchinari giacenti della Renault e PSA Peugeot-Citroën, clienti per il 90% della produzione.

ph2La vicenda dell’azienda è legata alla crisi mondiale dell’auto e alle drammatiche conseguenze di mercato, bilanci, occupazione delle case costruttrici. Già in perdita e poi in liquidazione giudiziaria nell’agosto 2007, la New Fabris era stata assegnata  al gruppo italiano Zen, che opera nello stesso settore anche in Francia, con un’ordinanza del tribunale di Nanterre, emessa agli inizi del 2008 .
L’attività produttiva era continuata con 36 lavoratori in meno, ma il proseguire della crisi aveva messo in difficoltà la nuova gestione, che già a marzo aveva portato i libri in tribunale per la Rencast, specializzata nelle fusioni d’alluminio per lo stesso comparto e acquisita meno di un anno prima con le stesse modalità e a maggio aveva ripetuto la procedura giudiziaria per la New Fabris.
La presa di posizione dei dipendenti di Chatellerault è stata decisa a grandissima maggioranza dall’assemblea dei lavoratori, indetta dal Consiglio d’azienda ed è condivisa dalla CGT, che è il sindacato più rappresentativo.
L’entità della buonuscita è stata determinata dal precedente comportamento tenuto da Renault e PSA congiuntamente, che avevano liquidato la stessa somma ai 200 licenziati della Rencast.
Difronte alla richiesta dei lavoratori della New Fabris le due case automobilistiche hanno però rifiutato di ripetere il trattamento e il ministro dell’industria, a cui le parti s’erano appellate per una mediazione, ha detto ieri che non riceverà i lavoratori finchè non recederanno dal loro ricatto.
La situazione sembra senza via d’uscita. L’irrigidimento del ministro potrebbe accendere ancor più gli animi di lavoratori, che non hanno alcun altra prospettiva concreta oltre il precariato e la sottoccupazione in piccole officine, dove sia possibile impiegare le loro competenze. Il «ribellismo» degli operai e il sostegno dei sindacalisti locali può fare ipotizzare che sia in atto un tentativo di costruire un caso clamoroso, che susciti solidarietà e acceleri una conclusione positiva per quanto è possibile. Alcuni episodi della vicenda potrebbero essere significativi in quest’ottica.
Gli occupanti avevano già minacciato l’esplosione della fabbrica per il 15 luglio e poi l’hanno rinviata al 31. Il giornalista di «Liberation», che ha incontrato i lavoratori, riferisce di avere visto nello stabilimento le bombole di gas, ma non gli inneschi e di avere saputo dal segretario del Consiglio d’azienda che è stato fissato un appuntamento il 20 prossimo presso il ministero del Lavoro affinchè venga fatta pressione su Renault e PSA, che hanno goduto degli aiuti di Stato decisi dal governo francese per l’industria automobilistica.
La capo di gabinetto della prefettura di Vienne ha detto a «Les Echos» di mantenere i rapporti con gli occupanti e di essere informata costantemente sulla dinamica della situazione, «ma per il momento tutto è calmo e sotto controllo».
Le case costruttrici nel frattempo rinviano la palla agli azionisti dell’azienda, allo Stato e ricordano gli sforzi fatti per dare lavoro alla New Fabris dopo la prima messa in liquidazione.
Le organizzazioni sindacali non partecipano e non sconfessano l’azione, che anche in Francia è fuori dalle tradizioni conflittuali.
Ma i gesti disperati, provocati da crisi di nervi e condotte manageriali puntate al taglio degli organici, vanno aumentando e hanno successo, economico, di aziende costrette a fare concessioni e nell’opinione pubblica, della maggioranza, comprensiva e favorevole, che teme l’aumento ulteriore dei disoccupati. Copyright2009©irio , ,  

Postato da: orsola a 12:56 | link | commenti (6)
occupazione 109

08/07/2009

Crisi e disoccupazione influenzano suicidi e criminalità Una ricerca di criminologi inglesi rileva gli effetti negativi della crisi e l’attenuazione dei comportamenti asociali per opera del welfare La crisi e la disoccupazione non hanno solo effetti economici sui consumi, i risparmi, i debiti delle famiglie e delle persone, producono crisi d’identità e perdite d’autostima, che possono sfociare in disturbi del comportamento, aggressività e devianza sociale di tipo criminale. Lo affermano i risultati di una ricerca, realizzata da un gruppo di cinque studiosi del Centre for crime and justice del Kings College di Londra e della Wates Foundation dell’Oxford University, coordinati da David Stuckler, pubblicati su «The Lancet» di oggi con il titolo «The public health effect of economic crises and alternative responses in Europe: an empirical analysis».
I ricercatori hanno analizzato i dati della disoccupazione tra il 1970 e il 2007 in 26 paesi dell’UE e hanno trovato che ad ogni aumento dell’1% dei senza lavoro cresceva dello 0,8% il numero di quelli sotto i 65 anni che si toglievano la vita o commettevano un omicidio. Se la disoccupazione aumentava del 3%, i suicidi raggiungevano fino al 4,5% in più e, contemporaneamente, si verificava un incremento più che proporzionale delle morti per abuso di alcol.
Gli autori dello studio hanno scoperto che le morti erano state maggiori nei periodi di più alta disoccupazione ma si erano attenuate nei paesi, che disponevano di sistemi di protezione sociale, meglio rispondenti agli effetti negativi della perdita del lavoro.
«Abbiamo avuto la prova che i programmi che sostengono e reintegrano i lavoratori nel ritorno in attività possono mitigare alcuni effetti negativi della crisi sulla salute mentale», dicono nel loro articolo.
A conferma dell'interpretazione citano i casi della Finlandia e della Svezia, paesi con forti apparati di welfare, che agli inizi degli anni ’90 hanno avuto notevoli recessioni e aumenti significativi dei disoccupati, ma non hanno sofferto di suicidi o altre forme di devianza tra i propri cittadini.
I governi, suggeriscono, devono trovare forme specifiche di intervento a sostegno dei disoccupati, meglio se aprono prospettive di ritorno al lavoro. Attività di ricollocazione e di riqualificazione sono le migliori perché «allineano la promozione della salute con gli investimenti produttivi sul terreno delle politiche del lavoro».
L’effetto non è immediato, avvertono, «alcuni effetti della grande depressione del ’29 si trascinarono fino a cinque o sette anni dopo il crac». Lo choc del licenziamento e dell’inattività forzata comporta squalifiche pubbliche e menzogne per mascherarle, che lasciano il segno in chi ne è colpito senza nessuna causa attribuibile alla condotta personale. Copyright2009©irio , , , , ,

Postato da: orsola a 15:23 | link | commenti (1)
occupazione 109

16/06/2009

Appello dell’ILO contro la disoccupazione Il vertice di Ginevra dell’Organizzazione internazionale del lavoro ritiene necessario un nuovo ordine economico mondiale per scongiurare altri quattro-cinque anni di crisi occupazionale Capi di Stato e di governo, ministri del lavoro, dirigenti di organizzazioni sindacali e imprenditoriali sono riuniti da ieri fino a mercoledì a Ginevra per il Vertice sulla crisi mondiale dell’occupazione organizzato dall’International labour organization. Il vertice dibatte le politiche nazionali e internazionali attuate per porre rimedio alla crescita della disoccupazione nel mondo. Il dibattito è organizzato per gruppi di lavoro e discussioni generali.
Secondo il documento di base, distribuito ai partecipanti, la crisi occupazionale rischia di durare quattro-cinque anni in più della crisi economica. Nel 2009 ci potranno essere fino a 59 milioni di disoccupati in aggiunta a quelli che hanno perduto l’impiego negli ultimi 18 mesi.
L’occupazione debole è tendenzialmente in aumento, è legata alla stasi e al fallimento di molte aziende, ma ha un risvolto più drammatico del passato, perché spinge le persone in nuove povertà. E’ necessario creare almeno 300 milioni di posti di lavoro a livello mondiale nei prossimi cinque anni, per evitare un’esplosione della crisi sociale.
Il problema è particolarmente acuto nei paesi in sviluppo, dove il welfare è spesso minimo, ma anche nelle economie emergenti e in alcuni paesi sviluppati la sua copertura è in molti casi limitata o inesistente. Secondo le ricerche dell’ILO, la disoccupazione è aumentata del 53% medio, tra maggio 2008 e febbraio 2009, su un campione di 19 paesi emergenti. Nell’area OECD i fondi pensione privati hanno perduto il 20% del valore nel 2008.
Alla fine dell’anno i disoccupati toccheranno complessivamente tra i 210 e i 239 milioni.
La maggior parte dei paesi sviluppati ha usato un doppio approccio per la ripresa: è stata stimolata la domanda globale con misure di riequilibrio dei bilanci e con tassi di interesse bassi. Ad aprile 32 paesi dei 40 esaminati dall’ILO avevano annunciato questo tipo di misure. Circa 2 miliardi di dollari sono stati così impegnati, per il 90% dai membri del G20. Le politiche sociali e per l’impiego non rappresentano che il 10-15% dei piani di rilancio mondiale.
Però il mondo non può permettersi d’aspettare che l’occupazione riparta qualche anno dopo la ripresa economica. E’ urgente avviare un’azione di più ampia convergenza tra i paesi e mobilitare una leadership per vincere la crisi e stabilire un percorso di globalizzazione giusta, che offra un lavoro decente a tutti, ha detto il segretario generale dell’ILO, Juan Somavia, che ha auspicato l’adozione di un “Patto mondiale per l’occupazione”, destinato a porre le questioni del lavoro e del welfare al centro dei giganteschi piani di rilancio previsti dalle maggiori economie della Terra.
Alle stime dell’ILO si è aggiunta ieri la rilevazione trimestrale di Eurostat. Secondo l’istituto ufficiale di statistica dell’UE, nel primo trimestre 2009 l’occupazione della zona euro è stata segnata dalla perdita di 1 milione 220 mila posti di lavoro, una riduzione dell’1,2% in rapporto al primo trimestre del 2008. Il tasso di disoccupazione medio è salito al 9,2%. Il numero dei disoccupati ha raggiunto 146 milioni 200 mila, con aumenti dall’8,2% della Lettonia, dal 6,4% della Spagna, dal 5,1% della Lituania allo 0,3% della Bulgaria, allo 0,4% dell’Austria e Slovacchia, allo 0,5% della Slovenia.
L’Italia ha avuto un aumento dello 0,8% della disoccupazione. Secondo i dati parziali comunicati, sarebbe sotto la media della zona euro.
A titolo comparativo, nello stesso periodo di tempo, la perdita di posti di lavoro è salita del 9,4% negli USA e del 5% in Giappone. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:11 | link | commenti (4)
occupazione 109

04/06/2009

Impegno comune europeo per l’occupazione L’UE ha programmato 19 miliardi di euro del Fondo sociale europeo come misura supplementare d’aiuto alle vittime della crisi economica La Commissione europea ha diffuso una comunicazione ufficiale in cui ricorda le tre priorità stabilite nel Consiglio di primavera e negli atelier di Madrid, Stoccolma e Praga in aprile: preservare i posti di lavoro esistenti, crearne di nuovi e stimolare la mobilità; sviluppare le competenze e rispondere alle domande dei mercati del lavoro; migliorare l’accesso all’impiego. La comunicazione propone un impegno comune europeo a favore dell’occupazione, rinforzando la cooperazione tra Unione e Stati membri e con le parti sociali, promuovendo azioni di sostegno con l’intervento del Fondo sociale europeo e del Fondo europeo di aggiustamento della globalizzazione.
La Commissione metterà a disposizione del Fondo sociale europeo circa 19 miliardi di euro per il solo biennio 2009 - 2010 e prevede di dare alle parti sociali un aiuto di 1,2 miliardi, esclusivamente destinato a rinforzare le loro capacità e l’efficacia delle azioni congiunte.
Perciò gli Stati membri, con la partecipazione degli attori sociali, beneficeranno d’assistenza per istituire misure di reazione rapida.
L’aiuto finanziario del FSE riguarderà essenzialmente
- l’assistenza ai lavoratori e alle aziende in ristrutturazione;
- lo sviluppo dell’imprenditorialità e dell’attività indipendente;
- l’adattamento delle competenze alle richieste del mercato del lavoro;
- l’aumento delle opportunità d’impiego dei giovani;
- l’attivazione di misure di sostegno e protezione dei lavoratori più deboli e svantaggiati;
- la realizzazione di servizi pubblici per l’impiego, che sviluppino le competenze del personale e promuovano la cooperazione con le parti sociali, per dare una migliore assistenza a un maggiore numero di persone.
La Commissione ha previsto possibilità di finanziamenti accelerati, in modo corrispondente alle misure di rilancio degli Stati membri e strumenti di microfinanziamento a favore dell’occupazione nelle microimprese e nell’economia sociale.
L’UE intende vigilare sui mercati del lavoro affinché siano efficaci, favoriscano l’inserimento delle persone e seguano i principi della flessicurezza.
L’elaborazione delle politiche del mercato del lavoro e sociali continuerà ad essere responsabilità degli Stati membri e terrà conto delle specificità nazionali, secondo valori comuni europei di solidarietà e d’apertura anche agli altri popoli.
Una strategia comune per l’occupazione dovrà essere lineare, articolarsi intorno a obiettivi precisi e garantire una maggiore coerenza.
Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 17:25 | link | commenti (1)
occupazione 109

29/05/2009

Disoccupati nel mondo verso i 239 milioni L’International labour organization prevede che nel 2009 il numero di persone senza lavoro nel mondo potrebbe superare di 51 milioni quelle del 2007 La recessione accelera la perdita dei posti di lavoro. Il numero dei disoccupati nel mondo potrebbe salire quest’anno a 239 milioni, cioè a 51 milioni in più, rispetto al 2007. Il rapporto annuale dell’International labour organization “Global employment trends ”, reso noto mercoledì, prevede che la perdita dei posti di lavoro possa avere un aumento dai 18 ai 30 milioni e, con l’andamento attuale, anche di 51 milioni.
Se lo scenario più sfavorevole non cambia, le persone senza lavoro, a livello mondiale, raggiungeranno un tasso del 6,5% o addirittura del 7,4%, contro l’incremento del 5,7% avuto nel 2007 e del 6,1% del 2008.
Secondo l’ILO i paesi più sviluppati potranno pagare il tributo più pesante dell’esplosione dei disoccupati, con un 35 – 40% di perdita dei posti di lavoro, mentre i loro occupati non rappresentano che il 16% di quelli globali. I paesi dell’Est avranno un 35% in più di disoccupazione e quelli del Medio Oriente un 25%.
I giovani saranno fra le prime vittime della crisi, con un aumento del 14-15% del tasso di disoccupazione, attualmente intorno al 12%, una crescita di oltre 17 milioni.
200 milioni di lavoratori nei paesi poveri rischiano di ritornare nei ranghi delle popolazioni che vivono sotto la soglia dei 2 dollari pro capite al giorno.
Il 2009 “segnerà la peggiore performance mondiale mai registrata in termini di creazione d’impieghi”, quando lo sviluppo demografico implica l’arrivo ogni anno di 45 milioni di persone sul mercato del lavoro.
Il direttore generale dell’ILO, Juan Somavia, ha sottolineato l’insufficienza dei piani di rilancio dell’economia, attivati da un certo numero di paesi ricchi, per affrontare la grave crisi dell’occupazione. Ha proposto la promozione di un”Patto mondiale per il lavoro”, da discutere all’assemblea annuale dell’Organizzazione, che si terrà il 3 giugno a Ginevra.
Il Patto dovrebbe avere al centro delle politiche di ripresa la creazione d’impieghi e la protezione sociale. “Se misure coraggiose non verranno prese rapidamente, la crisi occupazionale persisterà ben dopo che l’economia mondiale avrà ripreso a crescere…La disoccupazione potrà durare da sei a otto anni se nessuna azione concreta verrà svolta”.
Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 11:07 | link | commenti
occupazione 109

27/04/2009

Giovani, precari e dequalificati “Fuga dal call center”, il film di Federico Rizzo, mostra l’impatto dell'  insoddisfazione lavorativa sui legami d’affetto Al tempo della new economy e delle dotcom, quando si immaginavano ampi sviluppi occupazionali nelle aziende dell’information technology, gli esperti di mercato del lavoro, i sociologi e i giornalisti scoprirono con sorpresa la realtà dei call center. Avevano immaginato che l’hi-tech avrebbe avuto bisogno di lavori qualificati e di organizzazione innovativa, si trovarono davanti strutture tayloriane, lavori dequalificati, ritmi infernali, paghe basse. Fiorì allora una prima letteratura di denuncia, fatta da libri e da qualche film sugli “schiavi” elettronici, moderni, del terzo millennio, sui “nuovi Cipputi”.
Poi la bolla della new economy scoppiò, trionfarono la globalizzazione e il precariato, la fine del lavoro stabile assorbì gli schiavi dei call center, svantaggiati nel confronto con quelli delle economie emergenti, come si sarebbero chiamate. Crebbero gli studi, i diari e gli articoli sugli impiegati a termine, gli operai temporanei, i collaboratori atipici, tutti riconosciuti o suggeriti dalla legge 30/2003, dal decreto 276/2003 e successive modificazioni e attuazioni fino alla legge 247/2007.
Nel frattempo i call center sono diventati contact center e le aziende che li gestiscono si sono ampliate agli information and communication service e sono entrate nei diversi settori dell’economia, della pubblica amministrazione, dell’organizzazione statale per terziarizzare l’intero ciclo delle relazioni con i clienti.
L’Assocontact, l’associazione confindustriale che riunisce i big dei servizi terziarizzati (come Call & Call, Almaviva, Abramo, Comdata, E-care, Transcom), calcola per il settore rappresentato un fatturato di un miliardo di euro e 60-70.000 addetti, pagati mediamente 15 euro lordi all’ora.
Fuga dal call center” di Federico Rizzo trova perciò una strada spianata da tempo da un corposo filone di denuncia sul sottimpiego, la ripetitività e i carichi di lavoro, la gerarchizzazione, le paghe , le forme contrattuali, che condizionano gli addetti del comparto. Il regista ha scelto di non limitare la sua rappresentazione della vicenda di Gianfranco Coldrin (Angelo Pisani), operatore in cuffia, alla condizione di lavoro, ma di considerare l’impatto della dequalificazione, della rigidità operativa, della bassa remunerazione e della precarietà occupazionale di un lavoratore ad alta scolarità sui legami affettivi.
Lodevole intenzione, ma realizzazione mancata anche per un instant movie girato in quindici giorni, quanti pare siano bastati a Rizzo per fare il film.
Gianfranco è un neolaureato con 110 e lode in vulcanologia. Ha discusso una tesi sperimentale sull’implosione del Vesuvio e si aspetta di lavorare in un centro di ricerca. Si accorge ben presto che è in possesso di una laurea debole, a impiegabilità quasi nulla.
Spinto dalla compagna Marzia (Isabella Tabarini), trova lavoro in un call center, dove sono già occupati altri come lui, laureati con lode in filosofia, antropologia, ostetricia, logopedia, matematica. Il geometra, proprietario dell’azienda, che ricatta sessualmente le segretarie, assume infatti soltanto laureati con la lode e li affida a un ragioniere kapò, capo team, che li tartassa e li insulta.
Il film descrive i meccanismi e i rituali in vigore nell’azienda: il processo di selezione, dalla taught interview del proprietario sadico all’incontro con lo psicologo innovatore (Tatti Sanguineti), il contratto capestro e senza garanzie, i licenziamenti per sms, i briefing settimanali, le pause caffè, le reazioni iperattivistiche dei colleghi più conformisti, gli applausi di benvenuto per motivare il neoassunto. Sottolinea la frustrazione lavorativa crescente di Gianfranco e i rapporti con Marzia, che frequenta la scuola di giornalismo e lavora come voce di un telefono porno. Evidenzia come le relazioni di coppia si deteriorano difronte alle insostenibili difficoltà economiche e alla perdita di ogni prospettiva di miglioramento.
Rizzo mescola ironia, grottesco, surreale e indagine giornalistica. Il film ha i suoi momenti migliori nelle performance recitative dei due protagonisti avviliti, in piena crisi di autostima e di due comprimari, in delirio di onnipotenza, il sorvegliante del supermercato che sorprende Marzia a rubare e lo psicologo della selezione.
Non è sempre coerente nell’economia della narrazione, ma è apprezzabile come film di esordio, che ricorda ancora una volta i problemi della conciliazione tra lavoro e famiglia di tanti giovani d’oggi.
Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 14:44 | link | commenti (3)
occupazione 109

15/04/2009

Il 64% dei Francesi contro le sanzioni al bossnapping Più della metà giustifica la radicalizzazione della lotta in difesa del posto di lavoro Il “Barometre de la politique economiqueBVA-BPI-Les Echos-France Info del mese di aprile ha sondato su un campione stratificato di 1.014 persone, rappresentativo della popolazione adulta francese, la popolarità della politica economica del governo, l’atteggiamento nei confronti della radicalizzazione delle lotte rivendicative e della punizione di queste forme di protesta.
Dalle risposte emerge che il 60% giudica negativamente la politica economica condotta dal governo Fillon, in carica dal giugno 2007 a seguito dell’elezione a presidente della Repubblica di Nicolas Sarkozy. La percentuale odierna, il sondaggio è stato realizzato il 10 e 11 aprile, ha migliorato di sette punti il giudizio del maggio scorso ed è molto vicina a quella del governo de Villepin, battuto alle elezioni.
Torta1
Nel sondaggio il 55% giustifica la recrudescenza delle forme violente d’azione da parte dei lavoratori: l’occupazione di fabbriche, il blocco stradale, i sequestri di dirigenti e imprenditori. Il 16% le giustifica completamente, il 39% abbastanza, contro un 19% che le condanna assolutamente, un 20% propenso a condannarle e un 6% senza opinioni in proposito.
Sono portati a capirle il 63% degli impiegati e operai e il 60% dei dirigenti, liberi professionisti e tecnici.
Torta2
Il 64% ritiene che le forme di lotta radicale non devono essere sanzionate perché spesso sono il solo mezzo a disposizione dei lavoratori dipendenti per fare valere le loro ragioni.
Anche in questa domanda il 69% degli intervistati contrari alle punizioni è costituito da operai e impiegati e il 67% da dirigenti, liberi professionisti e tecnici.
Le risposte al sondaggio mostrano senza equivoci la crescita del malcontento, non ancora colta da governo e presidenza della Repubblica, che vogliono dare prova di fermezza e invocano il rispetto della legge, appellandosi alle regole dello Stato di diritto. Nicolas Sarkozy ha messo in atto un diversivo in occasione del G20. In alleanza con la Cancelleria tedesca Angela Merkel, è riuscito a strappare al summit di Londra dell’inizio del mese un successo in materia di paradisi fiscali, bonus ai manager, finanziamenti alle aziende dei settori in crisi ed è risalito di qualche punto nella popolarità dei Francesi. Un successo che non sfiora neppure i reali problemi economici del paese.
In Europa la strumentazione legislativa destinata a proteggere i dipendenti durante le ristrutturazioni si è sviluppata già prima del 2000. In Francia, la legge della “modernizzazione sociale”, modificata nel 2005, ha aumentato la responsabilità dei dirigenti aziendali in materia di garanzia dell’occupazione dei lavoratori e del territorio in cui l’azienda è situata. Impone alle imprese oltre i 1000 dipendenti di finanziare le azioni di ripresa del bacino occupazionale in caso di chiusura totale o parziale, prevede il salario minimo garantito, regolamenta le esternalizzazioni, le delocalizzazioni e i licenziamenti collettivi in caso di crisi.
Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:22 | link | commenti (6)
occupazione 109

04/03/2009

Crisi? Parlate più forte L’OECD rileva l’aumento del divario tra l’Italia e gli altri paesi sviluppati e l’INPS documenta la crescita eccezionale della CIG a febbraio Going for growth 2009”, il rapporto dell’OECD pubblicato ieri, scrive che la produttività è bassa in Italia perché sono aumentate le assunzioni di lavoratori poco qualificati e mancano gli investimenti in nuove tecnologie. Di conseguenza cresce il numero delle ore lavorate per prodotto e i processi produttivi sono meno efficienti di quelli in atto in molti altri paesi dell’Organizzazione.
L’imposizione fiscale sui redditi personali e societari ha raggiunto il 35%, mentre, suggerisce il rapporto, è importante spostare la pressione sui consumi e i beni immobili e fare di più nella lotta all’evasione.
Oggi il comunicato dell’INPS evidenzia che nel mese di febbraio sono state autorizzate 25 milioni 900 mila ore, contro 3 milioni 900 mila dello stesso mese del 2008, con un incremento del 553,17% del ricorso alla cassa integrazione ordinaria (gestione industria). Più contenuto l'aumento del 44,8% della CIG  straordinaria con un totale di 12 milioni 800 mila ore autorizzate contro gli 8 milioni 900 mila dell’anno scorso.
L’economista Fiorella Kostoris calcola che nel 2009 almeno 600 mila lavoratori atipici (a termine, cocopro, ecc.) perderanno il posto di lavoro in un paese, a cui le stime più moderate attribuiscono 2 milioni e mezzo di precari, presenti in gran parte in tutti i comparti della pubblica amministrazione.
Apre uno spiraglio di speranza in questo panorama desolato per l’economia e l’occupazione che 46 responsabili del personale, aderenti a un’associazione di categoria, abbiano in programma di aumentare il numero dei dipendenti delle loro aziende. Quanti, per quali incarichi e quando non è stato precisato.
Difficoltà di reclutamento non dovrebbero essercene, anche se non è il più bel lavoro del mondo, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Questo non a caso ha avuto più di 35.000 candidati e il selezionatore ha già formato la rosa dei 50 (nessun italiano) da cui estrarre il finalista.
Nel frattempo Guala Closure, un’azienda di Alessandria che ha 240 dipendenti a tempo pieno e 34 interinali non ha fatto esuberi, ma ha agevolato l’uscita di otto e ha declassato ad operai per 18 mesi, finchè dura la crisi, ventidue impiegati, tecnici e un quadro, che si occupavano di progettazione.
Non resta che sperare che le 46 aziende, che hanno deciso di assumere, lo facciano al più presto e che  almeno ingaggino in modo adeguato qualcuno di quei talenti sfuggiti alla nota agenzia di lavoro, che qualche anno fa  pubblicizzava  i suoi servizi con l’headline: “Voi avete il talento, noi abbiamo il lavoro”.
Non vorremmo incominciare a contare i negazionisti della crisi.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 17:49 | link | commenti (5)
occupazione 109

26/02/2009

Giovane disoccupato si offre su eBay e con un banchetto Ha avuto così un contratto di lavoro per tre mesi presso l'alto commissariato alla Gioventù Yannick Miel è un giovane francese di 23 anni, in possesso di una scolarità elevata, completata da un master in “Intelligenza economica e management delle organizzazioni”. In cerca di occupazione da cinque mesi, ha inviato 300 curricula in risposta ad altrettante inserzioni e ha fatto venti colloqui di selezione senza nessun risultato.
Stanco di girare a vuoto, ha messo un annuncio su eBay, il sito online di vendite all’asta. Come prevede la regola di questa azienda per gli incanti, si è detto disponibile a lavorare per un euro, presentandosi come “pratico, poco costoso, ma superbo giovane laureato in piena salute”. “Come giovane laureato in tempo di crisi so che il mio valore è basso, ecco perché vi propongo questa magnifica offerta!!!”, ha spiegato. 
Ha avuto finalmente successo. Dopo un’ora dalla pubblicazione dell’offerta, l’euro di partenza aveva già avuto quattordici rilanci ed era arrivato a dodici e dopo altri tre quarti d’ora era salito a mille. Mentre le quotazioni continuavano ad aumentare, è andato all’Esplanade de la Défense, nel quartiere degli affari di Parigi e ha montato un banchetto con il cartello “Giovane laureato in saldo - Fate un’offerta”.
Qui nel primo pomeriggio ha ricevuto la visita dell’alto commissario alla Gioventù Martin Hirsch, che gli ha proposto di lavorare in un comitato per il miglioramento dell’integrazione dei giovani laureati. E’ un lavoro di tre, quattro mesi che gli permetterà di continuare a cercarsi un’occupazione. Il commissario aveva saputo dalla radio dell’iniziativa di Yannick Miel e ha chiesto la sua collaborazione per affontare le molte difficoltà che incontrano i giovani preparati e volenterosi  come lui.
La vicenda ha fatto clamore e ha costretto ad intervenire il responsabile dell’istituzione pubblica, che dovrebbe presiedere alla questione. Come al solito, questa ha inviato un comunicato a giornali, radio e televisioni, annunciando di voler mettere in luce “il problema dell’inserimento dei giovani laureati nel mondo del lavoro in un periodo di crisi”.
Miel ha detto di essersi ispirato per la sua iniziativa al modello di un manager americano, che, rimasto disoccupato, si era improvvisato uomo sandwich, mettendo in mostra a Manhattan le sue referenze. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:11 | link | commenti (2)
occupazione 109

24/02/2009

325.000 posti di lavoro perduti nel settore finanziario L’International Labour Organization ha calcolato l’impatto della crisi economica sull’occupazione del settore Salvare le banche ad ogni costo. I governi degli USA, del Regno Unito, della Germania e della Francia sono schierati in maniera compatta difronte all’urgenza di iniezioni supplementari di liquidità per tenere a galla il settore finanziario.
Negli USA, dove 1.000 banche fra grandi e piccole, internazionali e globali, sono già scomparse per fusioni, assorbimenti o chiusure, il governo Obama, che ha investito 280 miliardi di dollari (€ 218 miliardi) nel settore, rinnova il sostegno a favore degli investitori per limitare la caduta dei mercati finanziari. Si propone d’intervenire nel colosso Citigroup, che la settimana scorsa ha perduto il 44% del valore di Borsa, con una partecipazione tra il 25% e il 40%.
I fondi pubblici, ha precisato il Tesoro americano, saranno impiegati in sostituzione dei finanziamenti privati mancanti, avranno la forma di azioni privilegiate convertibili e dovranno fare esercitare il controllo dello Stato sulla ristrutturazione di Wall Street.
Non sono meno di 325.000 i posti di lavoro perduti dall’agosto 2007 nel settore finanziario a causa della crisi economica, un’ecatombe che tende ad aumentare, secondo il rapporto, preparato dall’International Labour Organization in occasione della riunione, che si terrà oggi e domani a Ginevra, per discutere degli effetti della recessione sugli oltre 20 milioni di addetti al settore finanziario nel mondo.
Tra ottobre 2008 e febbraio 2009 sono stati perduti 130.000 impieghi, il 40% di quelli soppressi. Per il momento i due maggiori produttori di disoccupati del settore sono Citigroup con 75.000 lavoratori in meno e Bank of America con 45.000.
Il rapporto, intitolato “Impact of the financial crisis on finance sector workers”, segnala che le stime dell’ILO sono certamente inferiori alla realtà perché non sono stati contabilizzati che gli annunci di soppressione d’impieghi superiori a 1.000 posti di lavoro.
Il documento considera l’occupazione nelle banche d’ogni tipo, nelle assicurazioni e riassicurazione, negli altri intermediari finanziari (fondi d’investimento, gestione di patrimoni, consulenza assicurativa e finanziaria, ecc). Ritiene che New York e Londra, che rappresentano le due principali piazze finanziarie, subiranno la maggior parte delle perdite.
L’obiettivo della riunione di Ginevra, che vedrà partecipare cento alti rappresentanti dei governi, delle organizzazioni sindacali e datoriali, è di individuare le misure più opportune di sostegno ai lavoratori disoccupati del settore finanziario: aiuto economico, di riqualificazione e mobilità, di riorganizzazione per contenere il numero degli esuberi.
Il dialogo sociale tra imprenditori e sindacati del settore, specifica il rapporto nelle conclusioni, può favorire l’adozione di misure efficaci e specificamente concepite per questo tipo di attività.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 11:56 | link | commenti (1)
occupazione 109

04/02/2009

Direttiva europea contro il lavoro degli immigrati irregolari Sanzioni amministrative e penali per i datori di lavoro che impiegano manodopera clandestina Ogni anno arrivano nell’UE tra i 3 milioni e mezzo e gli 8 di lavoratori provenienti dai paesi extracomunitari. Sono persone in posizione illegale, che aspirano a conquistare condizioni di vita dignitose, simili a quelle dei cittadini dei paesi di ingresso e che, per la   mancanza di documenti o permessi di soggiorno, diventano spesso vittime di sfruttamento, hanno paghe da 30 euro al giorno, svolgono attività per  12-16 ore al giorno, mancano di ogni sicurezza nel lavoro, subiscono violenze di caporali e  soprusi perfino di organi pubblici.
Gli Stati dell’UE hanno adottato misure normative differenti per combattere questi fenomeni, ma maggiore o minore severità sanzionatoria e applicazione coerente che esse abbiano, non ci sono stati effetti significativi. Si calcola che gli immigrati irregolari aumentino ogni anno di 350-500 mila persone e che il loro lavoro contribuisca in gran parte a quell’economia sotterranea, che vale tra il 7% e il 16% del PIL  comunitario.
Il Parlamento europeo ha perciò avvertito l’esigenza di una legislazione armonica in materia di immigrazione illegale, che faccia parte di una strategia e di programmi comuni, di orientamento normativo e d’azione.
In questo quadro rientra la Direttiva che si discute in questi giorni a Strasburgo. Sottopone al vaglio degli europarlamentari un testo in 18 articoli, che vieta l’impiego di cittadini, provenienti da paesi extracomunitari e soggiornanti illegalmente nell’UE, stabilisce norme minime comuni relative a sanzioni e provvedimenti applicabili nei confronti dei datori di lavoro, che violino tale divieto.
La Direttiva impegna gli Stati a obbligare i datori di lavoro perchè chiedano ai cittadini di paesi fuori dall’UE prima di assumerli, di presentare il permesso o altra autorizzazione di soggiorno, a tenere o a registrare una copia di tali documenti almeno per la durata del periodo di lavoro per poterli esibire durante le ispezioni delle autorità nazionali competenti. I datori di lavoro devono informare queste  autorità  sull’impiego di un qualunque cittadino proveniente da un paese extracomunitario entro i termini fissati dagli Stati.
A livello nazionale questi possono stabilire una procedura semplificata di notifica se il datore di lavoro è una persona che assume a fini privati. I datori di lavoro che adempiono a queste disposizioni non potranno essere considerati responsabili di infrazioni al divieto d’impiegare immigrati clandestini, a meno che non sappiano che i documenti presentati dal lavoratore sono falsi.
Gli Stati dovranno adottare le misure necessarie perchè quelli  che impiegano manodopera extracomunitaria illegale, ricevano sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. Saranno possibili provvedimenti finanziari progressivi in funzione del numero di cittadini extracomunitari impiegati illegalmente e potranno essere pagati i costi del rimpatrio. Le persone che impiegano a fini privati e se “non sussistano condizioni lavorative di particolare sfruttamento” potranno avere sanzioni ridotte.
I datori di lavoro dovranno pagare ai cittadini  illegalmente impiegati, provenienti da paesi extracomunitari,  le retribuzioni arretrate, in misura corrispondente a quanto stabilito dalla legge, dagli accordi collettivi o dalle prassi dei settori produttivi interessati. Ma dovranno anche versare allo Stato in cui operano un importo pari alle tasse e ai contributi previsti in caso di assunzione legale, con more e sanzioni amministrative eventuali. Saranno a loro carico anche i costi per l’invio delle retribuzioni arretrate nel paese in cui il lavoratore è stato rimpatriato.
A seconda dei casi, gli Stati dovranno adottare le misure necessarie perchè un datore di lavoro sia escluso dal beneficio di alcune o di tutte le prestazioni, le sovvenzioni o gli aiuti pubblici, compresi i fondi UE gestiti dagli Stati e dalla partecipazione agli appalti pubblici, per un periodo fino a cinque anni.
In base alla Direttiva, gli Stati dovranno garantire che sia punibile come reato la violazione consapevole del divieto di assumere immigrati illegali e siano considerate aggravanti la reiterazione, l’impiego simultaneo di più immigrati irregolari, le situazioni di particolare sfruttamento, l’impiego di una vittima della tratta di essere umani o di un minore. Sono punibili come reati anche l’istigazione, il favoreggiamento e la complicità nel compiere tali atti criminali.
Gli Stati dovranno rendere disponibili meccanismi efficaci per consentire ai cittadini di paesi extracomunitari impiegati illegalmente di presentare denuncia contro i datori di lavoro. Aggraveranno il reato una “situazione di particolare sfruttamento” o l’impiego illegale di un minore.
Gli Stati dovranno garantire che siano effettuate “ispezioni efficaci ed adeguate sul loro territorio” per controllare l’impiego di cittadini di paesi extracomunitari in posizione irregolare. Tali ispezioni, dovranno basarsi su una valutazione dei rischi effettuata dalle autorità statali competenti.
Entro tre anni dalla applicazione della Direttiva, e poi ogni tre anni, la Commissione dovrà presentare al Parlamento e al Consiglio europeo una relazione che proponga la modifica delle disposizioni sulla sanzioni finanziarie e amministrative.
La Direttiva si pone in una logica di contenimento repressivo dell’immigrazione illegale. Richiede perciò un efficiente apparato di controllo, che finora molti paesi dell’UE, compreso il nostro, non hanno dimostrato di possedere.
Se nei prossimi anni, come dicono tutte le previsioni,  la crisi dell’economia mondiale si aggraverà e ulteriori flussi di migranti dai paesi poveri si dirigeranno verso quelli dell’UE più ricchi., sarà necessaria una struttura ispettiva e sanzionatoria, come quella realizzata dagli USA sul confine con il Messico. Si ricordi che, nonostante quel sistema di vigilanza, negli ultimi cinque anni sono entrati illegalmente in America oltre un quarto dei “disperati” che c’hanno provato.
Insomma la Direttiva propone un’organizzazione costosa, non del tutto efficace e che può condurre a una violazione massiccia dei diritti umani. Non può essere accettata che come  un primo passo emergenziale.
Sarà necessario quindi che il Parlamento europeo incominci a sostenere un’ipotesi di collaborazione tra tutti i paesi a economia avanzata per impostare un programma di sviluppo dell’economia mondiale e una nuova divisione del lavoro sul pianeta, in vista di un rallentamento dei ritmi migratori in atto e di una loro regolazione internazionale a breve.Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 18:16 | link | commenti (3)
occupazione 109

27/01/2009

Crisi dell’automobile Cassa integrazione vicino al massimo e 60.000 posti di lavoro a rischio in Italia Carlos Ghosn, presidente di Renault Nissan, ritiene che le vendite mondiali di automobili saranno quest’anno di 55 milioni di unità contro i 69 milioni del 2008. Non è escluso, ha detto ancora il top manager, che per ritornare al livello del 2007, l’anno precedente la crisi, bisognerà attendere il 2013.
Toyota, appena “commissariata” da un esponente della famiglia Toyoda, fondatrice della maggiore casa automobilistica del mondo, ha rivisto al ribasso di un altro 7% le previsioni per il 2009, dopo il primo bilancio in rosso della sua storia nel 2008.
La crisi dell’automobile è una crisi generale, da cui si salva solo Volkswagen, che ha portato sull’orlo del fallimento le “big three” americane, General Motors, Ford e Chrysler, salvate all’ultimo minuto dall’intervento finanziario dell’amministrazione Bush.
All’origine della gravissima situazione ci sono condizioni strutturali, errori strategici e caduta della domanda. L’automobile è un prodotto ad alta complessità, realizzato per assemblaggio di numerosi componenti fabbricati altrove, nel cosiddetto indotto. L’industria assemblatrice richiede notevoli investimenti in tecnologia di produzione e di prodotto, due vincoli per le capacità di risposta alla domanda di mobilità, che si è modificata con cicli sempre più brevi negli ultimi anni, fino a fare emergere la necessità di un mezzo di trasporto a emissioni zero, bassi consumi energetici, poco ingombro e massima abitabilità.
Sull’incapacità di prevedere questa rapida evoluzione della domanda hanno fallito le strategie dei produttori americani, nella crisi economica si sono impantanati i giapponesi e gli europei.
Il presidente Obama ha già dato una sterzata al settore, dettando nuove regole vincolanti perché si producano auto che rispondano alla logica verde della nuova amministrazione e interagiscano efficacemente con la nuova domanda del mercato.
I Giapponesi sono alle prime produzioni di auto ibride, a consumo e inquinamento limitati. I tedeschi della Daimler sono i primi in Europa ad avere prodotto vetture con caratteristiche simili.
L’amministratore delegato della FIAT Sergio Marchionne ha detto ieri alla stampa che “il rischio che 60.000 lavoratori del comparto auto, in Italia, restino a casa, se non ci sarà un intervento del governo è reale”. “Dal governo ci aspettiamo un intervento per tutto il settore dell’auto, che sta vendendo il 60% in meno dell’anno scorso”.
In Italia la situazione è grave. La FIAT, la maggiore azienda industriale del paese, stava appena emergendo da una crisi economica e produttiva, dovuta a errori della gestione passata, quando si è trovata ad affrontare una recessione globale, senza quei supporti del governo, che altri produttori europei hanno già ricevuto o stanno per ricevere.
Segnale forte del crollo del settore, negli ultimi tre mesi e mezzo la cassa integrazione guadagni ordinaria  è già stata diffusa nell’azienda torinese e prolungata fino ad aprile. In molte realtà della filiera è in aumento anche la cassa integrazione guadagni straordinaria e tra breve sarà raggiunto il tetto massimo delle 52 settimane.
Per le sue dimensioni la FIAT non è soltanto un’azienda strategica per l’economia italiana, lo è anche per la coesione sociale.
Per queste ragioni forti è urgente un intervento del governo, che metta l’azienda in condizioni di competere nei mercati, migliori la situazione occupazionale odierna e promuova produzioni ecocompatibili, di ricerca motoristica e di innovazione negli impianti.Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:01 | link | commenti (6)
occupazione 109

08/01/2009

Meno ricavi e organici per Adecco nel 2009 Il direttore generale del gruppo svizzero valuta l’effetto della crisi economica sull’occupazione a termine. In un’intervista al giornale economico “Handelszeitung” Dieter Scheiff, direttore generale di Adecco, il gruppo svizzero numero uno mondiale del lavoro a tempo, dice che la crisi economica sta colpendo il settore in cui opera la sua società. In settembre essa ha registrato un andamento negativo dell’8% sull’anno precedente. La tendenza si è accentuata nel quarto trimestre e alla fine del 2008 la società ha ridotto gli organici impiegati di 1.100 persone.
Il 2009 sarà ancora un anno difficile per tutti i paesi e le aree geografiche in cui il gruppo svizzero è presente. Bisognerà adeguare i costi e procedere a nuovi tagli di personale.
I prossimi due anni saranno davvero “sfidanti”.
Adecco ha realizzato nel 2008 oltre 20 miliardi di euro di ricavi in dodici aree geografiche del mondo. Il 32,7% dei risultati è stato ottenuto in Francia, il 15,2% negli USA e Canada, l’8,9% nel Regno Unito e Irlanda: il 56,8% in tre soli paesi tra i più esposti ad un forte aumento della disoccupazione, legata alla crisi economica in atto. Né meno grave è la situazione in paesi come il Giappone, che costituisce il 6,6% della cifra d’affari, l’Italia e la Germania, che rappresentano ciascuno il 5,9%, la Penisola iberica con il suo 5,5%.
Scheiff ritiene che nel medio termine per Adecco riprenderà una crescita del 7-9% dei ricavi e degli effettivi. Copyright2009©irio , ,

Postato da: orsola a 14:47 | link | commenti (1)
occupazione 109

09/12/2008

Previsioni d’impiego negative per il primo trimestre 2009 Il Barometro Manpower indica un peggioramento della situazione occupazionale in quasi tutta l’Europa occidentale Le prospettive d’occupazione in Italia per il primo trimestre 2009 sono negative secondo le stime della “Manpower employment outlook survey”, appena pubblicate. Per il periodo compreso tra gennaio e marzo prossimi i datori di lavoro intervistati hanno espresso l’intenzione di ridurre gli organici in misura superiore a quello che è già avvenuto nel quarto trimestre 2008, con il passaggio dal –2% al –9%.
Il Barometro Manpower, realizzato trimestralmente dall’azienda americana di lavoro a tempo, ha intervistato 71.000 direttori Risorse umane e responsabili del reclutamento di organizzazioni private e pubbliche di 33 paesi del mondo per raccogliere le intenzioni di assumere persone per gli inizi del nuovo anno. Il 59% dei partecipanti all’indagine appartiene a otto paesi delle Americhe, il 21% a diciassette della zona EMEA (tredici dell’Europa, quattro del Medio Oriente e Africa), il 29% a otto paesi della regione Asia-Pacifico.
In 30 paesi i datori di lavoro hanno previsto di rallentare il ritmo delle assunzioni in rapporto a quelle del trimestre precedente.
In Europa le prospettive migliori sono risultate quelle della Romania, +16%, della Polonia, +12%, della Svizzera, +8%, dei Paesi Bassi, +8%, della Norvegia, +6%, del Belgio, +6% e della Germania, +2%.
Intenzioni negative sono state quella della Francia, -2%, del Regno Unito, -2%, della Spagna, -9%, dell’Italia, -9% e dell’Irlanda, -12%.


manpowerLa Svizzera è l’unico paese europeo in cui il saldo occupazionale netto aumenta, mentre è invece in diminuzione negli altri dodici paesi.
Negli USA i datori di lavoro si mostrano ottimisti e prevedono un miglioramento del 10% delle assunzioni nel primo trimestre 2009, per la prima volta dopo cinque Barometri trimestrali.
I paesi del mondo in cui l’occupazione cresce maggiormente sono quelli della regione Asia – Pacifico. L’India aumenta del 19% contro il 43% dell’ultimo trimestre, la Cina del 9% contro l’11% e l’Australia del 6% contro il 18%, mentre Singapore scende al -31% e Taiwan al -1%. Copyright2008©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:20 | link | commenti
occupazione 109

01/12/2008

Discriminazione delle donne nel lavoro Procedura d’infrazione della Commissione europea contro sei paesi che non hanno trasposto pienamente e correttamente la Direttiva 2002/73/CE. L’Italia, come l’Austria, la Lituania, Malta, la Slovenia e l’Ungheria, è uno dei sei Stati membri dell’UE, che non rispettano la regolamentazione europea contro la discriminazione sessista in materia di occupazione e lavoro.
Giovedì la Commissione europea ha inviato un avviso motivato a ciascuno dei sei paesi, che non hanno pienamente e correttamente trasposto nelle legislazioni nazionali la Direttiva per la piena parità dei diritti di accesso al lavoro e di trattamento sul lavoro delle donne. In un comunicato stampa Vladimir Spidla, commissario per le pari opportunità, ha detto :”La Direttiva (2002/73/CE) ha un ruolo essenziale nella lotta contro la discriminazione fondata sul sesso, che costituisce un obiettivo importante dell’Unione europea. Anche se è stata approvata all’unanimità dagli Stati membri e adottata nel 2002, la direttiva dell’UE non può produrre tutti i loro effetti che a condizione di essere trasposta pienamente e correttamente nelle legislazioni nazionali”.
L’avviso di giovedì è la seconda tappa della procedura d’infrazione. Riguarda la “discriminazione diretta”, come i diritti per il congedo di maternità e la “discriminazione indiretta”, per esempio,  il funzionamento degli organismi incaricati del rispetto della parità dei diritti. Questo è il caso dell’Italia e di Malta. All’inizio dell’anno sono stati messi in mora 22 Stati membri. Cipro e la Grecia sono già in procedura d’infrazione. La Finlandia e l’Estonia hanno ricevuto in giugno l’avviso motivato.
La procedura si svolge in tre tappe. La prima è la messa in mora, a cui gli Stati devono rispondere entro un mese. Se dalla risposta emerge che il rispetto della normativa europea non è stato assicurato, scatta l’avviso motivato. Lo Stato avvisato ha sessanta giorni per rispondere alle osservazioni, addotte a motivo della seconda tappa. Se questa risposta non è ritenuta soddisfacente, la Commissione può decidere il rinvio alla Corte di giustizia europea in Lussemburgo. Se il paese non obbedisce alla sentenza della Corte, la Commissione può invitarla a infliggere un’ammenda per l’infrazione.
L’anno prossimo la Commissione europea produrrà un rapporto sullo stato di attuazione della direttiva in tutti e 27 gli Stati membri, come è previsto dalla legislazione in vigore. Copyright2008©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:07 | link | commenti (1)
occupazione 109

01/10/2008

Prospettive d'impiego per i diplomati di MBA

"QS top MBA international recruiters survey" è un'indagine svolta ogni anno dalla società di consulenza inglese nelle principali business school del mondo, raccogliendo informazioni sui programmi di reclutamento degli operatori aziendali e consulenti là accreditati.

QS - Quacquarelli Symonds esiste dal 1990 ed è al centro di un network internazionale di specialisti della formazione e sviluppo manageriale. Produce anche classifiche sulle prime 400 business school, sulle 180 migliori università, sulle 200 grandi aziende multinazionali e nazionali che assumono. Ha pubblicato una guida per l'uso efficace del MBA.

L'edizione 2008 del rapporto di ricerca sulle prospettive occupazionali dei diplomati di MBA è stata anticipata a "La Tribune".

Il documento indica che nel 2008 questo reclutamento di nicchia dovrebbe aumentare dell'11% a livello mondiale. Meno che nel 2007 quando era cresciuto del 24% rispetto al 2006. L'anno prossimo le assunzioni dei diplomati di MBA dovrebbero riprendere quota.

Il reclutamento riguarderà ancora in maggioranza il Nord America, dove sono programmati 1.538 inserimenti, anche se la crisi finanziaria  induce i datori di lavoro  a riconsiderare tali assunzioni. In Europa occidentale le prospettive occupazionali sono ancora buone nel Regno Unito, che punta a 1.317 inserimenti fuori dalla City, mentre ristagnano o sono in lieve diminuzione in Francia, Italia e Spagna.

Le economie emergenti dell'Asia, della Russia e, in minore misura, del Brasile hanno in questo settore una nuova importanza. La Cina è il terzo reclutatore mondiale dei diplomati di MBA, con 1.080 nuovi inserimenti, Singapore diventa quarta, l'India sesta e Hong Kong decima. La Russia occupa l'ottava posizione.

Venendo ai settori produttivi, l'anno venturo le società di consulenza recluteranno il 18% di MBA in più del 2008, le aziende industriali il 14%, i servizi finanziari il 7% e l'hi-tech il 5%. Il rapporto sostiene che l'industria e le aziende dell'alta tecnologia dovranno compensare il mancato contributo al PIL delle imprese appartenenti al settore finanziario e creditizio.

lI 52% dei reclutatori è alla ricerca dei diplomati di MBA che hanno avuto prima del master  un'esperienza lavorativa da tre a cinque anni. Un altro 30% si accontenta di quelli che hanno lavorato da uno a tre anni.

Il rapporto conferma un'altra volta ancora che il paradosso "niente esperienza niente lavoro" diventa universale e la frequenza delle business school giuste da sola  non basta.

Copyright2008©irio

, , ,

Postato da: orsola a 13:06 | link | commenti (1)
occupazione 109

26/09/2008

UE a caccia di immigranti qualificati

I ministri del Lavoro e dell'Interno dell'UE hanno trovato ieri a Bruxelles un accordo per attirare nelle organizzazioni produttive dei 27 Stati persone altamente qualificate, provenienti dai paesi del Terzo mondo, africani, cinesi o dei sotto-continenti. Sarà emanata una Direttiva che aumenta e rafforza i diritti di questi lavoratori, la cui presenza è necessaria per colmare il deficit di competitività di cui soffre l'Unione difronte agli USA e al Canada, che hanno aperto le frontiere ai cervelli europei.

Gli immigranti dovranno possedere una "carta blu", che sarà concessa a persone  dotate almeno di scolarità a livello di diploma di scuola media superiore, cinque anni di esperienza lavorativa e un contratto d'impiego con una retribuzione superiore di 1,2 volte il reddito minimo garantito.

La "carta blu" sarà valida per un periodo da uno a quattro anni e i titolari godranno dello stesso regime giuridico sul lavoro vigente per gli altri lavoratori di un paese. Il documento permetterà  a quelli che hanno compiuto 18 mesi di attività in uno Stato membro di trasferirsi per lavorare in un altro paese dell'Unione, con l'unico limite amministrativo che non si riducano le quote di immigrazione.

Gli immigrati avranno diritto alla ricongiunzione familiare e i parenti avranno ugualmente accesso al mercato del lavoro.

La "carta blu" assicurerà la libera circolazione del possessore su tutto il territorio dell'UE, così come gli altri cittadini comunitari.

Dopo quattro anni il titolare dovrà rinnovare il documento, anche se ha un rapporto d'impiego a tempo indeterminato. Se è disoccupato, avrà tre mesi di tempo per trovare un altro lavoro che rispetti i requisiti occupazionali previsti per la concessione della "carta blu".

Nell'attuazione della Direttiva si terrà conto delle specificità nazionali. La Svezia, dove non c'è una normativa salariale, teme un intervento regolatore in materia e ha chiesto che se ne tenga conto nella formulazione della Direttiva. La Cechia rifiuta di aprire le frontiere ai suoi vicini del Terzo mondo e vuole che la Direttiva non entri in vigore prima del 2011. L'Austria e la Germania temono un'invasione dei Cechi e vogliono essere tutelate.

Sono tutte perplessità superate dall'accordo di ieri, che prelude ad un testo definitivo per novembre. Verrà perciò inizialmente consentito ad ogni Stato di adattare le caratteristiche  dell'accoglienza sul proprio mercato del lavoro alle particolari categorie di persone qualificate necessarie.

E' stato dichiarato ufficialmente nella riunione di Bruxelles che l'UE non vuole provocare in nessun modo una "fuga di cervelli" dai paesi d'origine, ma inviare solo un segnale di disponibilità all'occupazione di persone provenienti anche dai paesi in via di sviluppo.

Copyright2008©irio

, , , ,

Postato da: orsola a 11:04 | link | commenti (4)
occupazione 109

25/09/2008

Sviluppo dell'occupazione nell'economia verde

"Decine di milioni d'impieghi verdi potranno essere creati nel mondo negli anni avvenire", lo dice un rapporto ILO-UNEP, L'Organizzazione internazionale del lavoro e il Programma dell'ONU per l'ambiente, "Green jobs: towards decent work in a sustainable, low-carbon world", pubblicato ieri a New York. Secondo questo studio, da qui al 2020 il mercato mondiale dei prodotti e servizi per l'ambiente dovrebbe raddoppiare e raggiungre i 2.740 miliardi di dollari. La metà del mercato riguarderà l'efficacia energetica, poi vengono i trasporti, l'acqua, il disinquinamento e i rifiuti.

Lo sviluppo dell'occupazione e degli investimenti connessi alle attività avviate per affrontare il cambiamento climatico e i suoi effetti hanno già dato vita a nuove opportunità di lavoro in numerosi settori ed economie nei paesi industrializzati e in via di sviluppo.

Mentre continuano gli effetti negativi dell'inquinamento su quei lavoratori e le loro famiglie, che si guadagnano la vita nell'agricoltura e nel turismo, nascono nuovi posti di lavoro, ma molti di essi rischiano d'essere "ributtanti, pericolosi e difficili", dice il rapporto.

Troppi pochi impieghi verdi sono stati creati per le popolazioni più vulnerabili del mondo, per quel miliardo e 310 milioni di lavoratori poveri, il 43% della forza lavoro mondiale, i cui proventi sono troppo scarsi per fare superare alle loro famiglie la soglia di povertà di 2 dollari per persona al giorno o per quei 500 milioni di giovani che dovranno trovare lavoro nei prossimi anni.

L'economia verde non è un'attività di nicchia. Ma sono le aziende più che le strutture politiche ad agire, provocando i fenomeni dell'inquinamento e del riscaldamento climatico, continua il documento.

Le energie rinnovabili hanno un potenziale considerevole nei paesi del Nord e in quelli in via di sviluppo. C'è il caso del Bangladesh, per esempio, che ha realizzato un programma di energia fotovoltaica che alimenterà un milione di impianti domestici entro il 2015.

2 milioni 300 mila persone hanno già trovato lavoro nel solo settore delle energie rinnovabili, che hanno un enorme potenziale di crescita e sviluppo dell'occupazione. Il numero di posti di lavoro nelle energie alternative potrebbe arrivare a 2 milioni 100 mila lavoratori nella produzione eolica e a 6 milioni 300 mila nel solare per il riscaldamento, entro il 2030.

Le energie rinnovabili producono più occupazione di quella fossile,  come mostrano i casi della Germania, che la sta quadruplicando per arrivare a coprire il 16% delle esigenze dell'industria, degli USA e della Cina, che  puntano sulle energie pulite e mirano ad ottenere per tale via a un quinto della produzione energetica necessaria ai due paesi.

Le previsioni di investire 630 miliardi di dollari in tutto il mondo dovrebbero portare almeno a 20 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore dell'economia verde nel 2020.

Il rapporto insiste sulla "doppia sfida" ambientale e sociale: gli impieghi verdi ridurranno la povertà e miglioreranno l'ambiente, rendendo i due obiettivi "complementari e non conflittuali", come è stato finora.

Sarà compito dell'UNEP e dell'ILO assistere i paesi impegnati nei programmi di disinquinamento, risanamento, miglioramento ambientale e nella creazione di lavoro decente, rispettoso dei diritti fondamentali dei lavoratori.

Copyright2008©irio

, , , , ,

Postato da: orsola a 17:41 | link | commenti (1)
occupazione 109

16/09/2008

Poca mobilità dei lavoratori nell'UE

Solo il 2% dei lavoratori europei vive e svolge un'attività in un paese diverso da quello in cui è nato. La percentuale di coloro che hanno intenzione di andare a lavorare in un altro Stato membro dell'UE nei prossimi cinque anni è il 3%. Sono i dati comunicati dal commissario per l'Occupazione, gli affari sociali e le pari opportunità alla conferenza tra ministri e parti sociali dei 27 paesi dell'Unione, che si è svolta l'11 e 12 scorsi a Parigi.

L'obiettivo della strategia di Lisbona di aumentare la mobilità dei lavoratori tra i diversi Stati è lontana dall'essere in realizzazione. Eppure la generazione che ha partecipato al progetto Erasmus è sul mercato del lavoro dal 2006 e il riconoscimento con un titolo ufficiale di Formazione professionale delle competenze conseguite lavorando è già una realtà normativa in Francia, Germania e Spagna.

La mobilità, ha detto in apertura della riunione parigina il commissario Vladimir Spidla, "permette la diffusione del know how e delle conoscenze tra le aziende, aumenta il valore economico e il capitale sociale dei lavoratori".

I motivi della resistenza ad uscire dal proprio paese starebbero nella mancanza di legislazioni nazionali e politiche attive del lavoro nei paesi di arrivo. L'esempio della flessicurezza danese ha avuto finora pochi seguaci, in grado di suscitare un clima di fiducia e un dialogo sociale costruttivo, che sostengano la transizione lavorativa.

A queste condizioni sfavorevoli si aggiungono poi la perdita dei contatti con la famiglia e gli amici, la necessità di dovere imparare un'altra lingua e l'attaccamento al proprio datore di lavoro, che portano il 23% degli Europei a restare nella stessa organizzazione per tutta la vita lavorativa.

La mobilità rischia quindi di diventare un salto nel buio e se non ci sono consistenti vantaggi economici, di carriera, di qualità della vita, i lavoratori non lasciano, anche quando restano disoccupati, il loro paese.

 Copyright2008©irio

,

Postato da: orsola a 12:34 | link | commenti
occupazione 109

15/09/2008

Cambiamenti dell'occupazione UE al 2020

L'European center for the development of vocational training, CEDEFOP, l'agenzia dell'UE che sostiene le politiche di istruzione e formazione, ha pubblicato "Future skill needs in Europe. Focus on 2020", Thessaloniki, july 2008, un rapporto preparato su richiesta della Commissione europea per valutare le esigenze di nuove qualificazioni collegate a nuovi lavori, che potranno svilupparsi in sei settori produttivi e in totale fino al 2020.

Le previsioni sono state formulate sulla base dei dati raccolti da Eurostat, riguardano 25 Stati membri e prendono in considerazione i settori produttivi nel loro complesso e singolarmente i servizi non commerciali, quelli destinati alla vendita, la distribuzione e i trasporti, le costruzioni, l'industria manifatturiera, l'agricoltura e le pubbliche utilità.

Le previsioni sono distinte nei due periodi 2006 - 2015 e 2015 - 2020 e sviluppate per  nove gruppi occupazionali e tre livelli di qualificazione formale.

Calcolate sugli andamenti di lungo periodo delle forze di lavoro nell'UE25, mostrano che il settore agricolo e delle pubbliche utilità avrà nel 2020 una riduzione di quasi la metà degli addetti rispetto al 1996, l'industria manifatturiera perderà oltre il 10% degli occupati, mentre il comparto delle costruzioni resterà sostanzialmente stabile. Contemporaneamente raddoppierà la quantità di lavoratori dei servizi destinati alla vendita, crescerà di oltre un quinto il numero degli addetti ai servizi non commerciali e si svilupperà allo stesso modo quello della distribuzione e trasporti. Questi ultimi tre settori diventeranno i primi per occupazione, con ampio distacco rispetto ai primi tre.

Passato e futuro dell'occupazione nell'UE25
(1996 - 2020 in milioni di addetti)

Graf1

In aggiunta ai 20 milioni 300 mila nuovi posti di lavoro altri 85 milioni saranno resi liberi dal pensionamento degli attuali operatori e in 15 anni poco meno della metà dei circa  224 milioni di posti di lavoro avrà il ricambio dei titolari.

Eurostat ritiene che la popolazione dell'UE in età lavorativa (15 - 64 anni) diminuirà di oltre 6 milioni, passando dai 308 milioni 600 mila del 2006 ai 302 milioni e mezzo del 2020.

Il rapporto di CEDEFOP indica che la quantità dei lavoratori a  bassa qualificazione triplicherà nel 2020, il numero dei superqualificati  crescerà  ancor più, mentre gli occupati  a  media qualificazione aumenteranno soltanto di un terzo.

La distribuzione della domanda di lavoratori qualificati vede al primo posto per maggiore crescita i tecnici, gli operatori della vendita, i professionisti, i manager e i quadri intermedi, come mostra la tabella seguente.

Cambiamento dell'occupazione per ruoli
(2006 - 2020 in milioni di addetti)
 

2006-2020
Espansione
Sostituzione
Totale nuove occupazioni
Forze armate
-79
481
402
Manager e quadri
4.245
6.992
11.237
Professionisti
5.475
8.799
14.274
Tecnici
7.251
10.443
17.694
Impiegati
-1.771
9.055
7.284
Operatori della vendita
3.066
12.677
15.743
Agricoltori qualificati
-2.153
3.529
1.376
Lavoratori manuali
-2.408
11.901
9.493
Operatori qualificati
909
6.468
7.377
Occupazioni elementari
5.092
10.091
15.183
Totali
19.626
80.435
100.061

Copyright2008©irio

, ,

Postato da: orsola a 13:06 | link | commenti
occupazione 109

03/09/2008

Disoccupazione giovanile nella zona euro

Il tasso di disoccupazione giovanile della zona euro tende a diminuire ma è più del doppio di quella adulta. La mancanza di lavoro dei 15 - 24enni è influenzata dalle situazioni economiche, dalle politiche attive del lavoro e dalla scolarità posseduta.

Ramon Gomez Salvador e Nadine Leiner-Killinger giungono a queste conclusioni nel saggio "An analysis of youth unemployment in the euro area", European central bank - Eurosystem, Occasional paper series, 89, june 2008. Uno studio che i due economisti del lavoro hanno compiuto esaminando gli andamenti della disoccupazione giovanile negli ultimi 23 anni.

Gli autori rilevano che nel 2007 i giovani disoccupati della zona euro sono stati il 15,3% di tutta la forza lavoro della coorte fino a 25 anni. Il miglioramento del tasso di disoccupazione relativo è stato dell'1,6% alla fine del lungo periodo considerato. Gli adulti disoccupati, i 25 - 54enni, nello stesso anno sono stati il 6,6% della coorte relativa, con un peggioramento  dell'1,0% alla fine del periodo.

I paesi che hanno avuto i più elevati miglioramenti sono stati l'Irlanda, con una riduzione del 13,1% della disoccupazione giovanile e la Spagna, con il 12,4%, seguite a distanza dai Paesi Bassi con il 6,7%. L'Italia, con il 2,6%, il Portogallo con l'1,5% e la Francia, con lo 0,3%, sono migliorati anch'essi, ma hanno aumentato l'età del primo impiego.

Nel 2007 i tassi maggiori di disoccupazione giovanile sono stati quelli della Grecia, con il 22,0%, della Finlandia, con il 21,6%, della Francia, con il 20,6% e del Belgio, con il 19,2%.

L'Italia, con il 18,5% e la Spagna, con il 18,2% hanno anch'essi una percentuale di giovani disoccupati sopra la media della zona euro.

Sono messi meglio degli altri i Paesi Bassi, con un tasso di disoccupazione giovanile del 6,1% e la Slovenia, con il 7,9%.

Il tasso di disoccupazione tende a diminuire con l'età ed è legato alla qualificazione, che negli adulti è espressa dalle esperienze e dalle competenze, nei giovani dagli studi compiuti. Nella zona euro è del 18,9% per i giovani in possesso del livello d'istruzione primaria, del 12,0% per quelli che hanno un diploma di scuola secondaria, del 10,9% per le persone che hanno ricevuto una formazione superiore.

Particolari curiosi: fra i 13 paesi l'Italia mostra un maggiore apprezzamento per i diplomati della scuola secondaria, che hanno il 17,2% di disoccupati, mentre la Grecia, con il 33,3% di senza lavoro in possesso del diploma superiore, rovescia l'apprezzamento mostrato dagli altri paesi.

Lo studio non dice quanto dell'occupazione registrata è precaria. Significativo è però che nei paesi che hanno adottato sistemi di flessicurezza la disoccupazione è minore e nel periodo analizzato è scesa in misura maggiore. Valga per tutti l'esempio dei Paesi Bassi, che hanno il 6,1% di disoccupazione giovanile, contro il 13,3% della zona euro e il 6,7% di riduzione della percentuale di disoccupati nei 23 anni.

Copyright2008©irio

, ,

Postato da: orsola a 14:54 | link | commenti
occupazione 109

01/09/2008

Problemi dell'occupazione alla riapertura delle aziende

Tre sono i "nodi" che le aziende italiane non riescono a risolvere a modo loro da anni e che puntualmente si ripresentano cronicizzati sempre più ad ogni ripresa autunnale, dopo il torpore estivo, caratterizzato quest'anno dal colpo grosso di Alitalia. Sono tre aspetti connaturati con la presenza dei lavoratori in azienda, che hanno dimensioni e cause note da tempo. Sono il costo, la produttività e la sicurezza del lavoro.

Il costo del lavoro è il principale fattore di sopravvivenza delle aziende, come testimoniano la vicenda appena definita dei 40.000 avventizi e stagionali, componenti il sistema della flessibilità operativa di lunga durata delle Poste e quella dei 6-7.000 esuberi confinati nella bad company necessaria per il "rilancio" dell'Alitalia.

E al controllo del costo del lavoro è destinata una decretazione d'urgenza del governo, volta a rimuovere i vincoli normativi alle assunzioni a termine e alla flessibilità d'impiego dei lavoratori.

Queste azioni combinate hanno convinto stampa, radio e televisione che il costo del lavoro sia più alto in Italia che negli altri paesi ad economia avanzata. Il che non è vero, stando alle rilevazioni dell'OECD e della Banca d'Italia, che anzi classificano le retribuzioni nette e lorde, mediamente percepite in Italia agli ultimi posti delle graduatorie internazionali dei compensi.

Un piccolo ma significativo episodio della confusione tra effetti del mismanagement e del costo dei lavoratori è l'enfasi con cui i mass media hanno diffuso il 24 agosto  un'informativa periodica dell'OECD, che rilevava nelle aziende italiane un incremento di tale costo nel primo trimestre dell'anno, superiore di poco più di un punto percentuale alla crescita media nei 30 paesi dell'Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica. L'informativa è servita per scrivere sbrigativamente di "Italia maglia nera del costo del lavoro". Mentre "la produttività arranca" è stato il commento all'aumento dello 0,5% della produttività per addetto nel 2007, confrontato allo 0,6% della Francia, allo 0,8% della Spagna e allo 0,9% della media dell'area euro.

Può essere utile perciò ricordare che la definizione di "costo del lavoro" data dall' ISTAT comprende tutti gli esborsi sostenuti dalle aziende per reclutamento del personale, compensi, indennità, rimborsi, abbigliamento da lavoro, formazione, ambiente di lavoro, salute, strutture e attività di mensa, altri beni  e servizi per i dipendenti.

Altrettanto è necessario precisare che cosa si intende per produttività. In Italia negli ultimi dieci anni la produttività del lavoro è cresciuta del 19%. Lo dice la ricerca di Mediobanca "Dati cumulativi di 2020 imprese italiane", agosto 2008, ma il peso della produttività da lavoro, cioè la quota di valore aggiunto attribuibile all'influenza diretta dei lavoratori si è costantemente ridotta, frutto delle abbondanti dosi di automazione e terziarizzazione. Correlativamente la quota di ricchezza andata in compensi ai dipendenti è passata dall'87% del 2003 al 32% del quadriennio successivo ed è scesa addirittura al 5% del 2007.

Deluse dagli apporti della qualità totale e delle competenze, utilizzate in salsa taylorista, le direzioni aziendali mostrano una tendenza crescente a ricorrere nuovamente alle adibizioni e ai prolungamenti degli orari dei lavoratori contro ogni logica di sviluppo del sistema competitivo d'impresa.

Esemplare a questo proposito, tratta sempre dalla vicenda Alitalia, la rivendicazione del segretario del sindacato piloti. A nome dei suoi rappresentati, altamente qualificati e remunerati, ha contestato l'eventuale inserimento di una parte di essi tra gli esuberi nella bad company e la potenziale riduzione degli stipendi dell'altra parte allo stesso livello dei piloti di Airone nella newco, ricordando che il tempo medio delle tratte percorse è stato del 30% superiore a quello delle altre compagnie aeree europee.

Queste sono le premesse della catena di morti, invalidità e malattie per lavoro di un paese che nel 2007 ha avuto un numero di infortuni mortali quasi doppio degli omicidi. Secondo l'elaborazione del CENSIS su dati ufficiali, una quantità ampiamente superiore a quelle di Francia, Germania e Spagna. Tanto che Peace Reporter, il sito giornalistico online, commentando i 918 morti sul lavoro dell'anno scorso, ha suggerito al ministro della Difesa di inviare i soldati nei cantieri edili, perchè "i numeri delle morti bianche sono quelli di una vera guerra". Una guerra della speculazione finanziaria, che non sposta nè il PIL, nè la produzione.

* * *

Secondo le ultime notizie, le nove sigle sindacali presenti in Alitalia hanno chiesto di conoscere il "piano Fenice" prima di avviare il negoziato sugli esuberi.

Commissione europea e sindacati hanno evidenziato l'anomalia delle provvidenze ad hoc decretate dal governo.

"La Repubblica" ha calcolato che il rifiuto delle proposte Air France - KLM quattro mesi fa e il ritorno della compagnia affianco ai sedici componenti la cordata italiana costerà allo Stato 1 miliardo e mezzo di euro per prestito, esuberi e rimborso agli azionisti.

Copyright2008©irio

, , ,

Postato da: orsola a 12:08 | link | commenti (1)
occupazione 109

25/07/2008

Molte imprese e poca occupazione in Italia

Nel 2006 ci sono stati in Italia oltre 4 milioni 400 mila aziende, che hanno impiegato più di 17 milioni di addetti. E' quanto emerge da "Statistiche in breve", il bollettino ISTAT del 24 luglio 2008.

Le microimprese con meno di 10 lavoratori hanno superato i 4 milioni. Costituiscono il 95% delle organizzazioni e hanno avuto il 47% dei dipendenti, quasi 8 milioni.

Il 21% degli addetti, oltre 3 milioni e mezzo, ha lavorato in piccole imprese da 10 a 49 dipendenti.

Il 12,6%, più di 2 milioni, è stato occupato nelle medie imprese, fra i 50 e i 249 addetti.

Le aziende  che impiegano 250 lavoratori e oltre sono 3.452, soltanto  lo 0,08% del totale e assorbono il 20% dell'occupazione, 3 milioni 400 mila addetti.

Tra le attività economiche prevale il terziario. 3 milioni di aziende operano nel commercio, alberghi e altri servizi (trasporti, magazzinaggio, comunicazione, attività finanziarie, immobiliari, noleggio, informatica, ricerca, ecc). Occupano il 62% di tutti i lavoratori, 10 milioni e mezzo.

L'industria in senso stretto rappresenta l'11,8% del sistema delle imprese e genera il 27,6% dell'occupazione, 4 milioni 700 mila lavoratori.

L'incidenza dell'occupazione nell'industria è minima nelle imprese più piccole, il 6,9% .Cresce in rapporto alla dimensione e raggiunge il valore più elevato nella media impresa, che ha quasi il 50% dei dipendenti del settore.

Il terziario è caratterizzato dalla presenza di micro e piccole imprese. Oltre il 76,2% nel commercio e alberghi e negli altri servizi hanno fino a 10 addetti.

Però gli altri servizi hanno anche il 51% degli occupati, 1 milione 800 mila lavoratori, nelle grandi imprese.

Tra le microimprese quelle senza dipendenti ammontano a 2 milioni  900 mila, il 66,3% delle imprese attive. Di queste 2 milioni 470 mila hanno un solo lavoratore autonomo, 360 mila due e poco più di 90 mila ne hanno tre o più.

Le aziende che hanno la forma giuridica di impresa individuale sono state oltre 2 milioni 800 mila, con un numero medio di addetti pari a 1,6.

, , ,

Postato da: orsola a 11:47 | link | commenti (2)
occupazione 109

30/06/2008

Lavori atipici e professioni non regolamentate

"Il mondo delle nuove identità di lavoro è variegato e complesso: troviamo liberi professionisti e lavoratori che collaborano su specifici progetti con una o più imprese, giovani che occasionalmente svolgono prestazioni lavorative e persone che, sotto le mentite spoglie di un contratto di collaborazione, svolgono un lavoro subordinato. Un tratto li accomuna: l'esclusione dal sistema dei diritti e delle tutele".

L'affermazione di apertura del sito di NIDIL - CGIL è chiara e impressiva, come si conviene a una comunicazione di massa rivendicativa.

NIDIL (Nuove identità di lavoro) è una struttura sindacale, costituita dieci anni fa per dare tutele, protezione sociale, formazione professionale e altri vantaggi economici a quegli oltre tre milioni di parasubordinati iscritti  alla gestione separata INPS, titolari di partita IVA, occupati nell'economia sommersa. Ci sono dentro lavoratori della conoscenza (giornalisti, formatori, tecnologi, borsisti e dottorandi, associati in partecipazione), colletti blu ad alta qualificazione, lavoratori manuali e operatori aziendali obsoleti, scesi di gradino in gradino nella scala delle occupazioni e della retribuzione.

Come il NIDIL le altre due Confederazioni hanno costituito strutture analoghe. C'è così l'ALAI - CISL, per i lavoratori atipici e interinali e il CPO - UIL per l'occupazione dei lavoratori atipici.

Sono tre forme associative diverse da quelle costituite dagli esercenti attività professionali per le quali "è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi" e da quelle delle "professioni non regolamentate". L'art. 2229 c.c. è chiaro "l'accertamento dei requisiti per l'iscrizione negli albi o negli elenchi, la tenuta dei medesimi e il potere disciplinare sugli iscritti sono demandati alle associazioni professionali sotto la vigilanza dello Stato".  Per le professioni regolamentate il ministero della Giustizia, delle Attività produttive, dell'Istruzione, del Lavoro e della Salute sono, di volta in volta, incaricati di vigilare sui 70 Ordini e Collegi, responsabili della disciplina degli iscritti nell'osservanza delle regole, che vanno dalla deontologia professionale alle questioni relative agli onorari.

Ci sono infatti gli Ordini degli Avvocati, degli Psicologi, dei Farmacisti, dei Medici-Chirurghi e i Collegi dei Periti industriali, degli Audioprotesisti, degli Ottici, dei Maestri di sci. Vi si accede con  un titolo di studio specialistico indirizzato all'esercizio della professione (la laurea per gli Ordini e il diploma per i Collegi) e un esame di abilitazione o di ammissione.

Il sempre periclitante CNEL ha presso di sè un Elenco di 155 associazioni delle professioni non regolamentate, su 196 esistenti. Nella lista ci sono quelle in possesso di alcuni requisiti: un ambito professionale determinato, un codice deontologico, assicurazioni sulla responsabilità civile degli associati per gli eventuali danni arrecati nell'esercizio dell'attività professionale, una disponibilità di adeguate strutture organizzative e tecnico-scientifiche, una verifica e aggiornamento dei professionisti associati.

Nel disegno di legge sulle "Professioni non regolamentate", predisposto dal CNEL nel gennaio 2003 è scritto all'art.3 "Le associazioni riconosciute...sono di natura privata, su base volontaria e possono rilasciare periodicamente agli iscritti, previe le necessarie verifiche, un attestato in ordine al possesso di requisiti professionali, all'aggiornamento professionale e al rispetto di regole di correttezza nello svolgimento dell'attività professionale. In ogni caso l'attestato non è requisito necessario per l'esercizio dell'attività professionale". Le associazioni riconosciute sono iscritte in appositi registri istituiti presso il ministero della Giustizia.

Il registro non è stato mai realizzato, perchè il disegno di legge del CNEL non è stato sottoposto all'approvazione delle Camere.

Nel frattempo NIDIL - CGIL, ALAI - CISL e CPO - UIL hanno discusso con i governi,  fatto pressione e sollevato vertenze, ottenuto miglioramenti delle tutele e della protezione sociale dei lavoratori atipici.

E' facile capire perchè, stando al " V Rapporto di monitoraggio sulle professioni non regolamentate", elaborato dal CNEL, solo il 30% dei professionisti che svolgono le 196 attività non regolamentate aderiscono alle associazioni.

, ,

Postato da: orsola a 13:34 | link | commenti (8)
occupazione 109

15/04/2008

Squilibrio  e insoddisfazione lavorativa dei laureati europei

"Correlare formazione scolastica e mercato del lavoro è stata sempre una sfida. Le persone scolarizzate si aspettano un lavoro corrispondente alla propria istruzione, però specie nelle economie in rapidissimo cambiamento gli impieghi disponibili sul mercato non corrispondono alla qualificazione delle persone". Comincia così uno studio di Eurostat sui lavoratori occupati, tra i 25 e i 64 anni, appartenenti a 13 paesi dell'UE e in possesso di titoli di studio universitari.

Negli utlimi 20 anni è aumentato lo squilibrio tra formazione superiore, lavori desiderati e opportunità concrete di occupazione. All'inadeguatezza formativa si sta poi aggiungendo quella delle competenze necessarie.

Per trovare lavoro più spesso sono richieste ai giovani al primo impiego conoscenze tecniche, della propria disciplina, multidisciplinari e capacità di impararne nuove, conoscenza di lingue straniere, capacità di analisi, di nuove idee e soluzioni e di individuare nuove opportunità, capacità di gestione del tempo e di lavorare sotto pressione, capacità negoziali e di leadership, capacità di comunicazione. A queste competenze, acquisibili durante gli studi universitari, devono poi aggiungersi capacità che possono essere sviluppate nel lavoro, quali il mobilitare le capacità altrui, il lavorare in gruppo, il comunicare in pubblico e per iscritto. Il possesso di tutte queste conoscenze, capacità e competenze, in grado diverso, a seconda dei profili di reclutamento, costituisce l'impiegabilità di una persona.

Studi compiuti e competenze richieste nei 13 paesi non sono però utilizzate dal ruolo assegnato in uguale misura. C'è una tendenza dei datori di lavoro a chiedere più di quello che serve e a non remunerare in modo adeguato. Il 18% dei laureati spagnoli, il 12% di quelli francesi e inglesi, il 10% degli italiani fanno lavori sottoqualificati, contro il 4% dei norvegesi e il 5% dei finlandesi e dei belgi.

Le retribuzioni lorde mensili iniziali, corrette in parità di potere d'acquisto, vanno dai 2.642 euro della Germania e dai 2.638 della Svezia ai 1.353 della Cechia e ai 1.414 della Spagna. Fra i 13 l'Italia è quartultima con 1.586 euro.

Retribuzioni mensili lorde per paese (€)

Immagine1

Le retribuzioni mediamente più elevate sono riconosciute ai laureati in materie economiche e poi a quelli in discipline tecniche. Le più basse a quelli che hanno studiato medicina, scienze sociali e scienze della formazione.

Le percentuali più elevate di lavoro  non remunerato, più precario, come gli stage e il lavoro a tempo, tocca ai laureati in materie umanistiche, scienze sociali e scienze della formazione.

, , , ,

Postato da: orsola a 19:08 | link | commenti (4)
occupazione 109

01/04/2008

Solidarietà e amicizia contro la precarietà del lavoro

Un film asciutto, essenziale, che affronta insieme le grandi questioni del precariato e dell'emigrazione, che possono essere risolte - è la tesi - solo con la solidarietà, l'amicizia e l'intraprendenza. Una parabola che racconta quanto è importante viaggiare e  tentare l'avventura per cercare nuove prospettive di vita anche in mezzo alle esperienze più deludenti, se chi si trova a subirle ha chiaro quello che vuole ottenere e a che prezzo.

Il film di Carmine Amoroso "Cover boy. L'ultima rivoluzione" racconta la storia di Ioan, un giovane romeno appassionato di meccanica, convinto da un amico ad emigrare in Italia, a Roma, per trovare lavoro e sfuggire alla disoccupazione. L'amico vanta relazioni all'arrivo, possiede la somma necessaria per comprare il biglietto per il viaggio in treno, consiglia il comportamento e rinnova l'abbigliamento di Ioan perchè la polizia di frontiera li lasci andare all'estero per turismo.

Ma è proprio chi ha avuto l'idea dell'emigrazione a non superare il controllo. Ioan si trova solo con pochi soldi a dormire all'addiaccio nella stazione Termini e a doversi servire per le più elementari necessità dei servizi igienici di un'impresa di pulizia che lavora là. Conosce così Michele, un altro giovane che ha abbandonato gli studi e si mantiene con un contratto di lavoro temporaneo in quell'impresa.

Michele propone a Ioan di subaffittargli un posto letto nella camera che ha nei pressi della stazione. Comincia così una convivenza a due, che sembra stabilizzarsi quando il giovane emigrato trova un lavoro in nero da uno sfasciacarrozze. Questi apprezza le abilità di smontare e recuperare parti di motore delle automobili abbondonate e dalla loro vendita ricava di che pagare il giovane e guadagnarci.

La situazione peggiora quando la Guardia di Finanza fa un controllo e Ioan e un suo collega, lavoratore irregolare anche lui, sono costretti a scappare per sottrarsi a un rimpatrio obbligato e l'impresa di pulizia alle cui dipendenze era Michele non gli rinnova il contratto di lavoro.

I due si adattano a fare i  lavamacchine in un car wash, tartassati dal padrone razzista, contro cui si ribellano. Michele crede di avere trovato un altro lavoro da pulitore e, frustrato perchè non l'ottiene, si deprime e inventa al compagno di essere stato assunto con un contratto a tempo indeterminato, mentre Ioan prova tutte le difficoltà e le discriminazioni del lavavetri ai semafori.

Una situazione, che sembra senza via d'uscita, finchè una fotografa di moda non vede in lui, per caso, il modello ideale da inserire in un poster pubblicitario. Un'esperienza deludente per l'uso cinico che la donna fa dei rapporti intimi con il giovane e della rivoluzione contro Ceausescu, in cui il padre di Ioan è morto.

Con i soldi guadagnati da fotomodello, Ioan compra una vecchia Mercedes e con Michele ritorna in Romania per aprire un ristorante in una località del delta del Danubio.

Il film è una lezione di ottimismo, sulle possibilità individuali di farcela a trovare una via per migliorare la propria condizione di vita. Con una struttura narrativa a domino  mostra in quali abissi di discriminazioni e soprusi vengono a trovarsi, assimilati di fatto, gli emarginati dell'interinale e gli immigrati irregolari, prede dell'arricchimento facile di padroni senza scrupoli e di intellettuali convertiti al successo economico: un precariato generale dei paesi a economia avanzata ed emergente dalle cui catene bisogna liberarsi realizzando progetti di vita alternativa.

Una tesi discutibile e un film sovraccaricato di troppi fatti, dal lavoro instabile all'emigrazione, dall'omosessualità allo sfruttamento, dalle soperchierie delle padrone di casa e dei datori di lavoro alle cattiverie tra poveri, che rendono la rappresentazione complessiva meno organica e fluida di quella dei rapporti tra i due protagonisti.

precariato, , ,

Postato da: orsola a 11:02 | link | commenti (1)
occupazione 109

17/03/2008

Uomini, ultra 50enni e al Nord i dirigenti industriali

I dirigenti industriali italiani sono 84.025, di essi il 70,5% lavora al Nord e il 21,4% al Centro, solo l'8% al Sud.  Le persone con  tale qualifica operano per  il 56,2%  in  tre settori produttivi: il 24,1% nelle aziende siderurgiche, metallurgiche e metalmeccaniche, il 17,8% in quelle chimiche, petrolchimiche, della gomma e plastica, il 15,3% nelle informatiche, elettroniche e delle telecomunicazioni.

Il 93,5% dei dirigenti industriali è costituito da uomini, che hanno un'età media di 50 anni e mezzo. Una sparuta minoranza del 6,5% è fatta da donne di poco più di 47 anni.

Il 58% è laureato: il 39,8% in discipline tecnico-scientifiche, l'11% in materie economiche, il 6,8% in studi umanistici. Il 37,6% ha un diploma di scuola media superiore e il 4,4% una scolarità inferiore.

Lo dice il rapporto 2007 "Le competenze per lo sviluppo", frutto di un'analisi documentale e di una ricerca sul campo, discusso venerdì al Management forum di Fondirigenti.

Secondo il rapporto la figura del dirigente ha le peculiarità del sistema produttivo italiano,  caratterizzato da 521.270 piccole imprese (sotto i 10 dipendenti), da 173.270 medie (con un numero di addetti fino a 499) e da 144.920 (con oltre 500 persone), l'82% delle quali è a conduzione familiare.

Il 67,9% lavora proprio in aziende piccole e medie, in cui il proprietario è anche il responsabile della gestione. "Ciò indica, dice il rapporto, che nei prossimi 10 anni molte imprese saranno obbligate ad affrontare un passaggio generazionale". La metà lo ha già avuto, ma solo nel 27% di esse tale cambiamento ha portato a una maggiore apertura dell'organizzazione e a dirigenti di professione.

Mentre gli sconvolgimenti dei mercati e delle economie mondiali obbligano a una sempre maggiore prontezza  organizzativa, nelle imprese familiari si manifestano resistenze ad avvalersi di manager, in grado di attivare i necessari processi di sviluppo. C'è  la tendenza a impiegare quadri, alle dipendenze dirette dall'imprenditore nel 30% dei casi e con ruoli di coordinamento e sviluppo nel 60% .  Una sostituzione che porta a un ridimensionamento dell'occupazione alta e a un sottutilizzo dei dirigenti di professione, forse giustificato da miopi considerazioni di costo e dal timore di perdere il controllo delle operazioni .

,

Postato da: orsola a 16:27 | link | commenti (3)
occupazione 109

07/03/2008

Ancora poche donne in ruoli decisionali

L'indagine della Commissione europea "Women and men in decision making 2007. Analysis of situation and trends", compiuta nell'ultimo trimestre dell'anno scorso e diffusa il 25 gennaio, valuta la situazione attuale della presenza femminile e di quella maschile nei processi decisionali della politica, dell'economia, della pubblica amministrazione e della magistratura. Ha lo scopo di evidenziare il rispetto dei diritti delle donne nel mondo.

La ricerca mette in evidenza che nei Parlamenti c'è stato un aumento del numero delle donne, passato in dodici anni dal 10% al 17%.

L'Unione europea si situa sopra questa media. Le donne parlamentari sono salite dal 16% del 1997 al 24% del 2007. Una percentuale che è ben al di sotto della "massa critica" del 30%, individuata a Pechino in una conferenza mondiale del 1995. Solo otto Stati e il Parlamento europeo hanno questa percentuale. Sette hanno addirittura meno del 15%. Dieci, tra cui l'Italia,  stanno tra il 18% e il 27%, come mostra la figura seguente.

Presenza delle donne nei Parlamenti dell'UE

Women1

Nei Consigli regionali la presenza media è del 30%. Va dal 48% di Svezia  e Francia a meno del 15% di Slovacchia, Ungheria e Italia.

Nei governi nazionali le donne sono il 24% contro il 76% degli uomini, con escursioni dal 60% della Finlandia e il 53% della Norvegia alla totale presenza maschile della Romania.

Solo otto paesi hanno avuto un Primo ministro donna: la Bulgaria, la Finlandia, la Francia, la Germania, la Lituania, la Polonia, il Portogallo e il Regno Unito.

A fronte del 44% di donne lavoratrici nell'UE, i posti da dirigente che occupano è il 32% del totale e il 90% dei consiglieri d'amministrazione delle grandi aziende è di sesso maschile. Nonostante una ricerca del settembre 2007, "Female leadership and firm profitability", EVA analysis, n° 3, abbia rilevato migliori perfomance delle aziende guidate da CEO donne, la situazione complessiva europea non accenna a cambiare. Come appare dalla figura successiva, sei paesi, fra cui l'Italia, hanno meno del 5% di dirigenti donne e tre superano il 20%.

Presenza delle donne dirigenti nelle grandi aziende dell'UE

Women2

Le banche centrali hanno  tutte governatori uomini. Gli organi decisionali hanno una donna ogni cinque uomini.

Nella pubblica amministrazione le cose vanno meglio, con un 33% di donne dirigenti  contro il 17% del 1999.

In magistratura le donne sono il 30% dei giudici. Ma nell'UE15 la situazione è peggiore, la presenza femminile è del 18%, con un lieve miglioramento dal 15%  registrato nel 1999.

, ,

Postato da: orsola a 12:04 | link | commenti (8)
occupazione 109

04/03/2008

Scelte lavorative delle mamme e cura dei bambini

Più le retribuzioni delle mamme sono elevate maggiore è la probabilità che siano occupate. Variabili intervenienti più significative sono il vivere in coppia o da sole e il livello dei redditi del congiunto.

In Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna le mamme non accompagnate hanno la maggiore probabilità di lavorare.  Succede il contrario in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia.

Queste differenze tra i paesi dell'UE15 sono difficili da interpretare perchè vi giocano elementi quali l'esistenza di prestazioni pubbliche alle famiglie monoparentali, i vincoli in materia di accudimento ai bambini, l'importo e la durata dell'assistenza familiare, la rappresentazione sociale del ruolo di madre, ecc.

In dodici paesi le mamme con tre figli hanno una maggiore probabilità di non avere lavoro fuori casa, mentre in Grecia ne basta uno solo e in Danimarca, Francia e Spagna l'occupazione è correlata all'entità  del reddito proveniente dall'assistenza familiare.

Sabine Chaupain-Guillot, Olivier Guillot, Eliane Jankeliowitch-Laval approfondiscono i motivi di questi fenomeni in "Choix d'activité des mères et garde des jeunes enfants: une comparaison entre les pays de l'Europe des Quinze à partir des données de l'ECHP", Documents de travail, BETA Strasbourg, n°3 février 2008.

I tre ricercatori analizzano le scelte di lavorare e i motivi di decisione delle mamme con bambini piccoli negli Stati dell'UE15 operando sui  dati dell'ECHP, l'European community household panel. Considerano l'alternativa possibile tra accudimento diretto dei figli e ricorso ai servizi di baby sitting per mezzo di due modelli micro econometrici a tre variabili:
a) se la mamma è disoccupata, se lavora a part-time o se lavora a tempo pieno,
b) se la mamma non lavora fuori casa, se lavora e non usa nessun servizio di baby sitting o ricorre a un aiuto non remunerato, se lavora o utilizza uno o più servizi di baby sitting a pagamento.

Occupazione in base al numero di figli sotto i 18 anni

Emploi1

Occupazione in base all'età del figlio più piccolo

Emploi2

L'esplorazione porta a rilevare il forte impatto di un bambino al di sotto dei tre anni sulla probabilità di lavoro della mamma. Ma altre variabili hanno effetti diversi tra i paesi e al loro interno.

Quattro gruppi di Stati possono comunque essere distinti:
1 - il congedo parentale remunerato dura fino a due o tre anni in Austria, Finlandia, Francia e Germania, contro un anno o meno degli altri paesi;
2 - in Danimarca e Svezia il tasso di occupazione delle mamme supera l'80% e il numero delle famiglie che si servono di baby sitting a pagamento è superiore all'80% nel primo paese, al 75% nel secondo e arriva fino ai sei anni del bambino;
3 - in Grecia, Spagna e Portogallo le mamme sono spesso inattive e i loro sistemi di assitenza familiare e di congedo parentale remunerato sono poco generosi;
4 -  l'Italia fa parte a sè, perchè ha un congedo remunerato, un tasso di ricorso al baby sitting più elevato e superiore alla media europea, un'assistenza familiare più generosa.

I ricercatori ritengono che una politica più attiva in materia, che faccia leva sull'ampiezza dell'offerta e sui costi del baby sitting, avrebbe probabilmente l'effetto di aumentare il tasso di occupazione delle mamme con figli in età prescolare.

Come mostra l'esperienza della Germania, già avviata lungo la via della conciliazione lavoro-famiglia, che persegue l'obiettivo di realizzare 500.000 posti d' asilo per bambini sotto i tre anni entro il 2013. In questo paese dal 1° gennaio 2007 l'assegno familiare (elterngeld) è diventato un forfait di 300 euro, pagato per due anni e il genitore che si assenta dal lavoro per 12 mesi ha diritto al 67% dello stipendio, con un plafond di 1.800 euro. L'obiettivo del governo tedesco  è di incoraggiare la ripresa della natalità.

Secondo lo studio, tra le vie da percorrere risultano più  interessanti per i dipendenti e gli imprenditori  quella dell'alleggerimento del carico fiscale sul reddito da lavoro e ancora più l'alternanza  tra periodi di lavoro a tempo pieno, parziale e inoccupazione.

, , ,

Postato da: orsola a 17:39 | link | commenti (1)
occupazione 109

08/01/2008

Discriminazione dei lavoratori anziani in Italia

Le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione sono più pronunciate in Italia che in altri paesi europei. Perciò l'Italia è tra i paesi OECD quello che ha il secondo più elevato limite d'età pensionabile dopo la Svezia e la legislazione italiana ha trasposto nella sua normativa, con il D.lgs 9 luglio 2003 n.216, la Direttiva CE 27 novembre 2000 n.78 sulla parità di trattamento nel lavoro e nell'occupazione, che include l'età tra i fattori di discriminazione specificamente proibiti.

Agli effetti dell'applicazione di questa normativa è rivolto lo studio di Olga Rymkevitch di ADAPT e di Claudia Villosio del Laboratorio Revelli, apparso con il titolo "Age discrimination in Italy", Working Paper n° 67, Labor, Torino, novembre 2007.

Le due autrici ricordano che in Italia il tasso di occupazione dei 55-64enni è stato del 31,4% nel 2005, di oltre dieci punti percentuali inferiore al 42,5% della media UE. Per di più l'occupazione delle donne in questo arco di età è stato del 20,8%, il più basso dell'Unione. La discriminazione è fatta in maniera esplicita, escludendo i lavoratori anziani dalla formazione e dai limiti di età negli annunci di reclutamento o in maniera più sottile, inserendoli tra gli esuberi e accorciando i limiti d'età del pensionamento.

Il basso livello di occupazione dei lavoratori anziani viene giustificato con il loro tasso d'istruzione, inferiore a quello delle coorti più giovani e con il pensionamento anticipato delle donne.

A riprova vengono presentati  i dati sull'attività e le carriere dei più scolarizzati in confronto a quelli dei lavoratori, che hanno fatto soltanto le scuole elementari e fanno lavori manuali. Vengono ricordate le forme di incentivazione al pensionamento anticipato delle donne, date dal sistema di sicurezza sociale e dalle spinte delle aziende per avere lavoratori più giovani a minore costo e  lasciare alle donne il lavoro familiare, con le mani libere per le grandi ristrutturazioni.

Le statistiche dimostrano però che il turnover più elevato di lavoratori anziani si è verificato nelle piccole aziende sotto i dieci dipendenti e che c'è una larga parte dei lavoratori esclusi dal mercato del lavoro regolare, che hanno periodi di transizione al pensionamento attraverso il lavoro irregolare con conseguenze negative sui guadagni lavorativi e le pensioni.

La realtà è che proprio gli ultra 50enni sono i lavoratori che più degli altri pagano il prezzo delle crisi economiche e dei tagli di occupazione.

I motivi di discriminazione non sono correlabili alla legislazione, ma a motivi culturali, storici e sociologici legati ai cambiamenti delle organizzazioni aziendali, alla ricerca continua di rapide ed efficienti soluzioni innovative, riversate sul mercato del lavoro aumentando la competitività tra le persone in cerca di occupazione.

I giovani non ne godono che in minima parte.

Per eliminare la discriminazione è innanzi tutto necessario che i datori di lavoro siano forzati a cambiare il loro atteggiamento nei confronti dei lavoratori anziani e che siano rimosse le barriere culturali e i pregiudizi esistenti sul mercato del lavoro italiano.

L'attuazione di politiche antidiscriminatorie e il dialogo con le parti sociali potrebbero completare l'attività di riequilibrio del trattamento tra i differenti gruppi d'età.

Postato da: orsola a 10:41 | link | commenti
occupazione 109

10/12/2007

Un'italiana su sette può lavorare solo per la famiglia

Le responsabilità familiari tengono fuori dal mercato del lavoro una donna su dieci nell'UE27. Nell'arco d'età tra i 25 e i 54 anni, quello più importante per la vita lavorativa, la percentuale delle donne completamente dedite alla cura della propria famiglia va dal minimo dell'1,9% nel Regno Unito al 45,9% di Malta. I dati sono stati comunicati da Eurostat il 6 dicembre scorso e si riferiscono all'anno 2006.

Secondo l'elaborazione, la percentuale di donne inattive nell'arco di età indicato è stata in media del 23,6% contro l'8,1% degli uomini. Le responsabilità familiari sono state la causa principale dell'esclusione dal mercato del lavoro per la metà di esse.

I paesi dell'UE27 in cui meno vincoli familiari hanno portato fuori dal mercato del lavoro le donne sono stati, oltre al già citato Regno Unito, la Svezia con il 2,1% e la Danimarca con il 2,3%. I paesi del Nord Europa godono da decenni di una rete molto estesa di protezione sociale e le donne hanno periodi di astensione dopo parto di lunga durata.

All'estremo opposto dopo Malta, a distanza, ci sono l'Irlanda con il 23,1% di inattività femminile per ragioni familiari e il Lussemburgo con il 21,7%. La Turchia che aspira a entrare nell'Unione ha addirittura il 62,6%.

L'Italia ha un tasso d'inattività femminile relativo del 15,2%. Quasi una donna su sette è vincolata da obblighi familiari, che la tengono fuori dal mercato del lavoro. Il tasso di inattività complessiva, tra i 15 e i 64 anni, raggiunge il 49,2% e quello delle giovani tra i 15 e i 24 anni arriva al 73,1% contro il 52,5% degli uomini, limiti superati soltanto dalle donne tra i 55 e i 64 anni con il 77,5% per la nota  normativa pensionistica.

Tra le europee 15-64enni il tasso d'inattività è del 37,1%, tra le 15-24enni del 59,4%, tra le 55-64enni del 62,9%

Postato da: orsola a 13:01 | link | commenti
occupazione 109

30/10/2007

Governare la piena disoccupazione

Società ed economia contemporanea sono caratterizzate da forme di produzione completamente diverse da quelle del mondo industriale. Siamo entrati nel "quaternario", l'economia del post-terziario, in cui la partita del capitalismo si gioca sul terreno dei servizi a valore aggiunto, innovativi, sintesi di tecnologie informatiche e di informazione profilata, pensati e prodotti per rispondere sempre più alle esigenze del singolo consumatore o di una specifica comunità, sempre più coprodotti con i destinatari finali, sempre più dinamici e flessibili nella definizione del prezzo. La società è massificata e senza più classi, del tutto priva di ancoraggi solidi alla tradizione e alle certezze del passato.

La finanziarizzazione dell'economia rende più difficile a politici e sindacati di collaborare o combattere con le nuove entità che agiscono sui mercati e influenzano la "piena disoccupazione", una forma differente di occupazione e un modo altrettanto innovativo di contrattualizzare  e svolgere il lavoro nel tempo.

Sapere gestire questa sfida, creando sviluppo economico, nuove opportunità di lavoro, protezione sociale e ridimensionando il potere del capitale apolide è il tema del libro di Massimo Gaggi del Corriere della Sera e di Edoardo Narduzzi dell'Università La Sapienza di Roma, "Piena disoccupazione. Vivere e competere nella società del quaternario", Einaudi, Torino, 2007.

I due autori ricostruiscono il business dei nuovi servizi negli USA, la rinuncia di questo grande paese ad avere un'economia manifatturiera, la metamorfosi delle grandi aziende, che hanno aumentato il potere del consumatore e polverizzato il lavoro, spostando il baricentro della propria attività e rafforzando la presa sul mercato,  la collaborazione fra Stato, imprese e università e la dimensione dei profitti.

Se gli Stati Uniti sono al centro della rivoluzione dei nuovi servizi a valore aggiunto, l'Europa ha paesi, come il Regno Unito, l'Irlanda, la Spagna e quelli scandinavi, che vivono quasi esclusivamente di terziario e servizi innovativi e avanzati e altri, come l'Italia, la Francia e la Germania, ancora alle prese con vecchi modelli di organizzazione manifatturiera, in ritardo sulle riforme strutturali, che potrebbero dare nuovo slancio nella modernizzazione economica e sociale.

Nei servizi il lavoratore, al contrario di quello dell'industria tayloriana, per quanto specializzato possa essere, si confronta con un'instabilità occupazionale, messa a rischio da ogni cambiamento dell'offerta e da una moltitudine di concorrenti preparati alla conoscenza e alla competenza necessarie per operare in modo adeguato alle nuove dinamiche dei processi aziendali.

I servizi del quaternario sono sempre più personalizzati, a ciclo di vita economica ancora più frenetici e a ripetibilità nel tempo sempre meno certa. Necessitano di flessibilità dei fattori di produzione e rifiutano l'eccesso di standardizzazione delle professionalità.

Per questi nuovi lavoratori occorre una rivoluzione nel Welfare con un'Istruzione e una Sanità aggiornate  alla fase del quaternario e una protezione dal rischio della precarietà occupazionale, che riconosca un'indennità a chi perde il lavoro.

Lo Stato si farebbe così carico della copertura del principale rischio sociale. Un'assicurazione privata, con il contributo pagato dal datore di lavoro, integrativa del reddito minimo garantito e un'agevolazione fiscale potrebbero dare entrate sufficienti nel periodo di disoccupazione.

Bisogna ripensare in profondità lo Stato sociale. Ma lungo questa strada possono nascere nuove forme di economia di mercato "cooperativistica", nella quale lo strapotere della conoscenza e del capitale viene controbilanciato da organizzazioni collettive, in grado di ottenere forme originali e legittime di redistribuzione del reddito ai soggetti deboli della società e dell'economia contemporanea.

Il libro presenta dunque una proposta realizzabile alla fine di un'analisi accurata. Potrà trovare  gambe in una rinnovata azione della politica?

Postato da: orsola a 17:35 | link | commenti (1)
occupazione 109

29/10/2007

Lotta dell'UE al lavoro in nero

Nell'Unione europea i lavoratori in nero sono il 5% dei cittadini, con una differenza tra i 27 Stati, che va dal 3% o meno della Danimarca, dell'Irlanda, dei Paesi Bassi, del Regno Unito e della Svezia  al 10% o più dell'Europa orientale, centrale e meridionale. Il fenomeno è particolarmente concentrato nei settori dei servizi alla famiglia, dove ha raggiunto il 19%, delle costruzioni, in cui ha toccato il 16% e tra gli studenti, i disoccupati, i lavoratori autonomi.

L'indagine di Eurobarometer per la Commissione europea, appena pubblicata, "Undeclared work in the European Union", 284, 2007, è stata svolta da un pool internazionale di società di ricerca, chiedendo per mezzo di un questionario a un campione rappresentativo, tra il 2% e il 5%  delle popolazioni locali, di dichiarare l'acquisto di prodotti, servizi e attività collegate al lavoro in nero: un ricerca "indiretta".

I risultati hanno mostrato che quasi la metà dei lavoratori interessati a tale tipo di attività vi è stato occupato per un massimo di 49 ore annue, il 30% per un tempo tra 50 e 199 ore, il 12% tra 200 e 499 ore   e il rimanente 5% per più di 1.000 ore.

I giovani fino a 30 anni sono sovrarappresentati e ricevono le retribuzioni più basse di questo segmento sommerso del mercato del lavoro.

I lavoratori autonomi sono uno dei gruppi più coinvolti, come prestatori d'opera e come datori di lavoro in nero. 

Ci sono le differenze di rappresentanza statistica del fenomeno già indicate. Ma,  in generale, un aspetto  curioso è che  i clienti di questi  lavoratori non percepiscono i comportamenti di venditori e compratori come illegali, anzi sono convinti che quando comprano prodotti, servizi o attività di questo tipo  esprimono solidarietà e alleviano gli aspetti negativi di tale lavoro, senza rendersi conto dell'impatto negativo proprio sull'occupazione, che l'evasione fiscale e contributiva a questo connesso provoca.

L'indagine ha scoperto  che le quattro cause principali del lavoro in nero sono le basse retribuzioni regolari, l'imposizione fiscale,  la mancanza di controlli e  la scarsa occupazione possibile sul mercato del lavoro regolare.

La Commissione europea ritiene che bisogna intervenire in tempi brevi a ridurre il fenomeno, agendo

- sul carico fiscale delle retribuzioni, sul fronte della contrattazione  e della mobilità dei lavoratori europei,

- sulla scambio delle buone pratiche tra i paesi dell'Unione, sulla costituzione di una piattaforma per la cooperazione tra i 27 paesi,

-  sui riferimenti alla flessicurezza e

- sul coinvolgimento degli imprenditori nella lotta al lavoro in nero.

La prossima riunione del Consiglio il 6 dIcembre avrà all'ordine del giorno la definizione delle forme più efficaci di lotta contro il lavoro in nero.

Postato da: orsola a 16:48 | link | commenti
occupazione 109

02/10/2007

Squilibrio tra super istruzione e lavoro a tempo

La letteratura economica ha largamente ignorato lo scompenso tra lavoro a tempo e superqualifcazione scolastica dei lavoratori, considerandolo come un effetto di inadeguatezza dei sistemi di istruzione. Il sociologo del lavoro Luis Ortiz dell' Universitat Pompeu Fabra di Barcellona in "Not the right job, but a secure one", DemoSoc Working Paper UPF, 2007-23, september, dimostra che nell'occupazione a termine gli addetti, le donne soprattutto, sono spesso super istruiti.

Ortiz ha analizzato quattro ondate di ingresso nei mercati del lavoro di Francia, Italia e Spagna, dal 1996 al 2001, con i dati tratti dall'European Community Household Panel e ha trovato una presenza media dell'11,8%, crescente, di lavoratori a tempo super istruiti, contro il 69,8%, in diminuzione, di adeguati o aggiustati e il 19,0%, relativamente stabile, di sottoqualificati.

La concentrazione massima di super istruiti, il 30,3%, è nella classe di età 26-35 anni e nel 69,3% delle donne sposate o conviventi.

La super istruzione associandosi con altre variabili, quali la durata dei contratti, i cambiamenti di attività, le dimensioni delle aziende e dei settori produttivi, in aggiunta a quelle indicate, rende il mercato del lavoro aperto alla flessibilità elevata e depaupera il capitale umano della Spagna più dell'Italia e del nostro paese più della Francia.

La super istruzione si spiega con la competizione tra lavoratori, con la convinzione dell'elevata importanza delle credenziali per la domanda e l'offerta di lavoro, con le esigenze di mobilità interna (carriere) o esterna (cambio di attività), manifestata dalle aziende.

Ortiz rileva la super istruzione rispetto all'occupazione con il sistema di indicatori dell'European Community Household Panel e verifica le corrispondenze dei livelli e anni di istruzione nei tre paesi con le loro indicazioni di requisiti formativi per le scale professionali da manager a professional e tecnico, a impiegato, a operaio qualificato e generico. Ne ricava trattamenti differenziati per i lavoratori super istruiti, che in Spagna hanno prospettive di trasformare in lavoro stabile quello temporaneo o di avere contratti a tempo lungo più che in Francia e in Italia.

Il comportamento degli imprenditori che puntano alto, la competizione tra lavoratori basata sulla super istruzione e la flessibilità accentuata del mercato del lavoro portano ad espellere dagli impieghi corrispondenti a certi livelli di istruzione i lavoratori che ne sono in possesso e a provocare inflazione degli studi e dei diplomi di quelli che possiedono minore capitale sociale.

Uno spreco di risorse che rende vorticoso il ricambio delle professionalità sul mercato del lavoro e non dà tempo alle aziende per accumulare il know-how.

Postato da: orsola a 12:55 | link | commenti
occupazione 109

01/10/2007

Lavoro e maternità in Europa dal 1992 al 2005

La crescita della presenza femminile sul mercato del lavoro europeo a partire dagli anni '70 può essere letta alla luce dei necessari incrementi di produttività e di presenza di una manodopera relativamente qualificata e flessibile, del riequilibrio fra attivi e inattivi  a fronte di un welfare minacciato dall'invecchiamento della popolazione, del modo per fare uscire le famiglie dalla povertà. Ma l'occupazione è anche una delle cause principali di bassa fecondità per le difficoltà di conciliare  lavoro e maternità.

Per rispondere a queste esigenze in numerosi paesi europei sono stati allestiti sistemi di sostegno alle lavoratrici madri, che hanno avuto come pilastri variegate modalità di lavoro a part-time e politiche familiari dal 1992 al 2005.

A un'analisi dei comportamenti femminili e alla loro evoluzione, all'intreccio tra lavoro, maternità e composizione familiare è dedicato lo studio dell'economista sociale Olivier Thevenon, pubblicato in Documents du travail INED, 148, septembre 2007, "L'activité feminine apres l'arrivée d'enfants".

Il documento considera la modellizzazione dell'attività femminile e la sua evoluzione nelle inchieste europee sulle forze di lavoro. Approfondisce il "ruolo ambiguo" della flessibilizzazione dei mercati del lavoro e valuta le composizioni delle famiglie, che distinguono le differenti generazioni di donne.

Thevenon rileva che a mano a mano che l'accesso delle donne al lavoro aumenta e si riduce la forbice tra i paesi europei dal 40,6% nel 1992 (differenza massima del tasso di occupazione femminile tra Danimarca e Spagna) al 26,6% nel 2005 (differenza  tra Danimarca e Polonia) e la distanza con il tasso di occupazione maschile cambia dal 34,3% nel 1992 al 24,3% del 2005, la posizione relativa dei paesi nel quadro europeo non cambia. Giacchè i volumi orari di lavoro in Europa sono molto diversi e l'impiego delle donne in equivalente tempo pieno resta più debole nei paesi mediterranei (Spagna, Italia e Grecia) e più forte in quelli nordici (Norvegia, Danimarca, Svezia, Regno Unito e Paesi bassi), mentre è eterogeneo nell'Europa continentale (Austria, Cechia, Polonia e Ungheria).

Identifica così la specificità di alcune configurazioni familiari e nazionali (dovute all'impatto dell'età, dei figli e della mamma), i rapporti tra generazioni dentro la famiglia, il ruolo delle istituzioni e le tendenze occupazionali femminili.

Dai dati ricava che il supporto istituzionale è stato particolarmente favorevole al lavoro femminile in paesi come  il Belgio, la Spagna, il Portogallo, la Polonia, i Paesi Bassi e il Regno Unito.

Secondo l'autore, tale supporto ha aumentato le probabilità  che una donna di età superiore ai 35 anni e con un figlio potesse occupare un impiego stabile.

Perciò il tasso di inattività  è diminuito  rapidamente nei paesi a forte supporto istituzionale. Qui le donne hanno potuto fruire anche di scuole materne, più diffuse degli asili nido e svolgere un lavoro fuori casa con il crescere dell'età dei figli. I paesi mediterranei, invece, hanno avuto poche strutture  per l'assistenza all'infanzia e sono stati deboli anche per le politiche di conciliazione.

Postato da: orsola a 17:56 | link | commenti (3)
occupazione 109

11/09/2007

Costretti a lavorare a termine

Nel 2005 quasi il 15% delle lavoratrici e il 14% dei lavoratori dipendenti dell'UE 25 erano occupati con contratti a tempo.Di essi poco meno della metà non avevano avuto altra possibilità di impiego che assunzioni di durata inferiore a sei mesi.

La proporzione delle donne e degli uomini occupati con lavoro interinale e costretti a questo in alternativa alla disoccupazione è aumentata tra il 2000 e il 2005. Un terzo dei lavoratori sotto i 30 anni ha avuto impieghi a tempo e di questi il 40% si sono trovati senza volerlo in tale situazione. 

Sono queste le principali conclusioni dello studio di Omar Hardarson "Men and women employed on fixed-term contracts involuntarily", Statistics in focus, Eurostat, 98/2007.

Lo studio mostra che, nel 2005 sul totale degli occupati a tempo nell'UE, la percentuale delle lavoratrici e dei lavoratori costretti ha oscillato tra il 24,4% per le prime e il 21,9% per i secondi nella Spagna e tra l'1,2% e l'1,6% nel Regno Unito, passando per valori inferiori alla media europea, attraverso il 15,2%  e l'8,0% nella Finlandia, il 3,0% e il 3,9% nella Slovacchia e il 2,2% e l '1,4% in Lussemburgo.

I contratti a termine, spiega l'autore, "possono riguardare un periodo di formazione o di prova o l'interesse personale a non avere un impiego a tempo indeterminato" perchè la lavoratrice o il lavoratore vogliono qualificarsi ulteriormente, avere un reddito più elevato, o aspirano ad occupazioni più vicine ai propri interessi.

Diversa è la posizione di quelli costretti a lavorare a termine perchè non hanno altra scelta per avere una remunerazione.

Il rapporto tra questo tipo di lavoratrici e lavoratori e gli altri occupati a tempo determinato è aumentato tra il 2000 e il 2005, passando, per le donne, dal 6.6% al 7,5% e, per gli uomini, dal 5,7% al 6,7%.

L'aumento dei lavoratori a tempo determinato è stato superiore a quello  degli occupati a tempo indeterminato.

Le donne hanno avuto meno possibilità degli uomini di avere un lavoro continuativo.

In Italia la percentuale di lavoratori costretti ai contratti d'impiego a termine è stato nel 2005 del 9,9% per le donne e del 6,5% per gli uomini. Ha avuto nel quinquennio considerato un aumento dello 0,6% per le lavoratrici e dello 0,9% per i lavoratori. Ne è risultata particolarmente penalizzata l'occupazione femminile per tasso  di attività, livello di qualificazione e continuità di rapporto.  

Costretti a lavorare a termine
Per categorie professionali (UE25 - 2005)

Donne
%
Uomini
%
Quadri e dirigenti
0,7
0,9
Alte professionalità
13,5
8,7
Tecnici
13,4
8,3
Impiegati amministrativi
14,2
5,4
Addetti ai servizi e alla vendita
25,4
8,3
Lavoratori agricolI qualificati
1,4
3,0
Artigiani e operai
4,0
27,0
Conduttori di impianti e macchinari
4,6
14,3
Lavoratori non qualificati
22,5
23,1
Totale
100,0
100,0

Costretti a lavorare a termine
Per settori economici (UE25 - 2005)

Donne
%
Uomini
%
Agricoltura
3,3
6,3
Industria e costruzioni
13,6
45,9
Commercio
13,1
8,7
Alberghi e ristoranti
7,2
4,2
Trasporti e comunicazioni
2,8
5,7
Finanza
1,6
0,9
Servizi alle imprese
8,2
7,4
Pubblica amministrazione
7,8
6,0
Istruzione
15,2
5,6
Sanità e assistenza
15,3
3,7
Servizi collettivi
5,8
5,3
Lavoro domestico
6,0
0,4
Attività extraterritoriali
0,1
0,1
Totale
100,0
100,0

Postato da: orsola a 12:57 | link | commenti (1)
occupazione 109

12/06/2007

Condizioni di lavoro in Europa

La European foundation for the improvement of living and working conditions ha pubblicato la quarta "Annual review of working conditions in the EU 2006-2007", opera di Mario Giaccone della Fondazione Pietro Seveso. Riporta i risultati di una ricerca basata su 30.000 interviste con lavoratori dipendenti e in proprio, appartenenti a 31 paesi dell'UE27, della Croazia, della Norvegia, della Svizzera e della Turchia.

Esamina le condizioni di lavoro alla luce di quattro dimensioni principali: la carriera e l'occupazione, la salute e il benessere al lavoro, lo sviluppo della qualificazione e la conciliazione tra vita lavorativa e familiare.

Rileva che
-  tra i lavoratori c'è una tendenza ad essere soddisfatti per il lavoro, correlata con la sicurezza dell'impiego, con un'atmosfera di lavoro positiva e con buone opportunità di apprendimento;
-  l'intensità del lavoro è in aumento e comporta la domanda da parte dei lavoratori di una maggiore autonomia;
-  più donne vanno assumendo ruoli manageriali, ma persistono differenze retributive, che spesso sono all'origine delle richieste di part time.

Tasso di occupazione per genere in Europa

graf1

Lavoratori a tempo 2000-2005
(in % sugli occupati)

graf2

Lavoratori a tempo per classi di età

graf3

Tassi di attività dei 55-64enni

graf4

In Italia, su una disoccupazione totale del 7,7% nel 2006, quella femminile è stata del 10%, superiore di 3,8 punti a quella maschile. Tra il 2000 e il 2005 tale occupazione però è cresciuta del 5,7%.

La disoccupazione giovanile dei 15-24enni nel 2005 è stata del 24%, superiore di 5,5 punti alla media europea.

Il tasso di attività degli anziani è il quartultimo in Europa, distante del 32% dall'obiettivo fissato nel consiglio di Stoccolma, che ha stabilito di portare l'occupazione dei 55-64enni al 50% della popolazione attiva di tale classe d'età.

La partecipazione totale al lifelong learning riguarda il 5,8% dei lavoratori, 6,2% per le donne e 5,4% per gli uomini, contro una media UE27 del 9,7%.

Postato da: orsola a 10:48 | link | commenti
occupazione 109

29/05/2007

Paure di perdere il lavoro

L'insicurezza del posto di lavoro è considerata da Marcel Erlinghagen come percezione individuale del rischio che il proprio rapporto d'impiego si interrompa ed è associato a indicatori obiettivi di insicurezza, quali il tasso di messa in mobilità e di licenziamenti o la misura della stabilità occupazionale in un paese.

La percezione d'essere a rischio di disoccupazione ha conseguenze negative nelle relazioni sociali e aumenta i problemi familiari, pone problemi di motivazione, integrazione e produttività alle aziende, influenza il mercato dei consumi e lo sviluppo economico, allenta la coesione della società.

All'analisi delle differenze nella percezione del rischio di disoccupazione in 17 paesi d'Europa è dedicato lo studio di sociologia economica di Erlinghagen "Self-perceveid job insecurity and social context. Are there different european cultures of anxiety?", pubblicato in DIW, Deutsches Institut für Wirtschaftsforschung, Berlin, Discussion papers, 688, april 2007.

Lo studio è basato sul materiale dell'indagine d'opinione "European social survey" del 2006 e confronta le risposte ottenute con altre ricerche dell'OECD e di altri autori, che hanno considerato i motivi d'ansia per il futuro del rapporto d'impiego, espressi dai lavoratori occupati di paesi differenti.

Trova che la percezione può essere positivamente associata a indicatori macro:

-  il grado di stabilità degli impieghi in un paese, cioè le dimensioni e la frequenza delle crisi manifestatesi sul mercato del lavoro e il tasso di attività presente;
- la crescita economica, il tasso di aumento del PIL e il contributo dei diversi settori economici a tale incremento;
-  il livello di protezione sociale, l'efficacia delle politiche per l'impiego e l'esistenza di un reddito minimo garantito per i periodi di disoccupazione, lo sviluppo di strumenti di politica familiare;
-  l'ampiezza delle garanzie occupazionali, le tutele normative ed economiche sulla continuità dell'impiego;
-  l'entità della disoccupazione di lungo periodo.

Presenza dell'insicurezza
nei lavoratori occupati dei 17 paesi

Paesi
Tasso
Paesi
Tasso
Francia
26,3%
Spagna
11,3%
Grecia
24,5%
Svezia
10,7%
Polonia
21,5%
Finlandia
10,1%
Cechia
19,7%
Regno Unito
10,1%
Germania
18,0%
Danimarca
9,4%
Paesi Bassi
13,4%
Irlanda
9,2%
Ungheria
12,1%
Norvegia
9,2%
Portogallo
12,0%
Austria
8,9%
Belgio
11,5%
Media
14,0%

Più difficile è stato rilevare empiricamente l'influenza di variabili culturali che influenzano la percezione: religione, fiducia interpersonale, socialità. Ma l'autore ha osservato l'esistenza di convergenze collettive e di divergenze individuali nel considerare le variabili indicate, che giustificano l'insicurezza.

Ha rilevato che maggiori preoccupazioni collettive ci sono nei paesi in cui l'attività del lavoratore può essere sostituita dall'innovazione tecnologica o il posto di lavoro può essere oggetto di competizione di costo. Sono anche quelli che presentano situazioni più negative, correlate ai cinque macro indicatori. Possono essere caratterizzate da gestione delle risorse umane in azienda e politiche sul mercato del lavoro, che generano ansia nelle persone, diffondono una cultura della precarietà e ostacolano lo sviluppo economico e sociale.

Postato da: orsola a 12:59 | link | commenti (1)
occupazione 109

22/05/2007

Lavori da donne e lavori da uomini

La percentuale di donne impiegate nel settore dei servizi è molto più elevata di quella degli uomini, che invece lavorano in maggiore proporzione nell'industria.

L'ultimo numero di "Statistics in focus", il periodico di Eurostat, ha nel n° 53/2007 della sezione dedicata a Popolazione e condizioni sociali, uno studio di Ana Franco su "La concentrazione degli uomini e delle donne nei differenti settori d'attività", elaborato dall'indagine 2005 sulle forze di lavoro nell'UE25.

Dai dati risulta che sei settori di attività hanno occupato il 60,8% delle donne. Sono la salute e i servizi sociali (17,2%), il commercio al dettaglio (12,5%), l'istruzione (11,5%), la pubblica amministrazione (7,3%), i servizi alle aziende (7,3%), gli alberghi e ristoranti (5,1%).

Negli stessi sei settori l'occupazione maschile ha rappresentato soltanto il 31%.

La concentrazione maschile è di gran lunga minore nei sei settori della sua maggiore presenza, dove raggiunge il 42%. Sono le costruzioni (13,0%), la pubblica amministrazione (7,2%), il commercio al dettaglio (6,3%), l'agricoltura (5,2%), i trasporti terrestri (4,2%).

Questi settori totalizzano il 33% dell'occupazione femminile.

Lo studio constata che

-  i lavori svolti delle donne sono ripartiti in modo disuguale tra i settori;
-  i settori sono differenti da quelli a maggiore concentrazione maschile;
-  il grado di concentrazione dell'occupazione femminile è aumentato tra il 2000 e il 2005 più di quello degli uomini: il primo è salito di 1,8% dagli inizi del quinquennio, il secondo solo dello 0,5% nello stesso periodo.

Nell'UE i livelli di concentrazione delle donne nei sei settori sono sostanzialmente simili. L'Italia però è nettamente sopra la media (65%), come la Grecia (64%).

L'occupazione maschile presenta invece una maggiore varietà tra i diversi paesi. Solo l'amministrazione pubblica conserva la sua posizione alta in quasi tutte le rilevazioni nazionali.

All'interno dei settori le differenze per professioni tra uomini e donne sono ancora più forti.

I venditori e i dimostratori in negozio, i dirigenti e i gestori di piccole aziende, gli intermediari della finanza e del commercio sono i ruoli che figurano nelle prime dieci attività. Sono al primo posto degli impieghi femminili, mentre per gli uomini sono al decimo. Le differenze aumentano ancora per i servizi alla persona, settore in cui il 25% di donne svolge lavori a bassa qualificazione contro il 6% degli uomini e nelle professioni di tipo amministrativo e segretariale in cui il 22% è costituito da donne contro l'8% di uomini.

A queste differenziazioni e uguaglianze fanno eccezione tutti i paesi del Nord Europa, in cui le percentuali generali sono spesso invertite.

Postato da: orsola a 17:59 | link | commenti
occupazione 109

21/05/2007

Lavoro a tempo

L'occupazione nei principali paesi a "economia avanzata" sta conoscendo da 30 anni una differenziazione dei contratti di lavoro, che indicano un cambiamento dei modi di gestione delle persone in azienda e delle politiche pubbliche di impiego.

Il lavoro a tempo determinato è una forma di lavoro atipico, contrapposto a quello tipico, a tempo indeterminato. E' caratterizzato dall'essere appunto "temporaneo, sul confine tra disoccupazione e occupazione, che i lavoratori spesso attraversano, rivelandone la porosità; particolare, perchè disgiunge il rapporto di impiego e quello con il  lavoro, a differenza della subordinazione classica; precario, che richiede flessibilità al lavoratore senza offrire sicurezza".

Con questa precisazione si apre il libro di Dominique Glaymann, professore di Sociologia economica nell'Université Paris-XII-Créteil, "L'interim", La Découverte, Paris, 2007, un bell'esempio di ricerca documentale e di indagine d'opinione.

In poco più di 100 pagine il libro mostra che il lavoro a tempo è di fatto il prodotto di una "sottoccupazione invisibile che tende a prolungarsi: insicurezza, precarietà e spesso demansionamento le sono in qualche misura consustanziali".

Secondo Glaymann, il lavoro a tempo indica un "cambiamento profondo del mercato del lavoro", del rapporto d'impiego e del sistema sociale.

Esso ha raggiunto ormai una tale estensione da non stupirci più, abituati come siamo a tutte le forme contrattuali di massificazione della flessibilità, che si ritorce anche  contro l'impresa.

Eppure le prime agenzie di lavoro a tempo sarebbero nate intorno agli inizi del secolo scorso nel Regno Unito e negli anni '20 in USA per fornire hostess. Si sarebbero sviluppate negli anni '40 in Europa e in Giappone. Negli anni '50 hanno raggiunto la Francia per favorire l'impiego delle donne. Si sono poi diffuse anche nell'industria e con gli anni '60 il lavoro a tempo è diventato una forma particolare d'occupazione, una deroga al contratto a tempo pieno e a durata indeterminata.

In Italia l'introduzione è avvenuta quasi venti anni dopo questi avvenimenti e la sua regolamentazione e integrazione nelle forme di lavoro atipico è stata fatta nella scorsa legislatura.

Glaymann lega la diffusione del lavoro a tempo alla trasformazione della natura e delle condizioni produttive e alla dematerializzazione del rapporto tra lavoratore e prodotto. In Europa nel 2002 i lavoratori con questo tipo di impiego raggiungevano già il 4% dell'occupazione instabile, per effetto della crisi del lavoro dovuta alle modificazioni economico-produttive.

Le agenzie di lavoro a tempo hanno saputo installarsi in un ambiente aziendale e normativo favorevole e hanno allargato il loro business ad altri settori, aldilà dell'intermediazione.

I lavoratori a tempo, meglio sarebbe qualificarli come "intermettenti professionali", sono il più delle volte sottoccupati per tempo e competenza. 

Nella ricerca sul campo, condotta su un campione di 16 agenzie, con interviste a 66 persone, dai quadri direttivi agli esecutivi, l'autore ha individuato i diversi tipi  di lavoratori a tempo per obiettivi specifici. Ne ha colto le motivazioni obbligate e paradossali, i problemi di reddito e di integrazione sociale, le perdite di qualità ed efficacia per una utilizzazione intensiva in azienda, la relazione con i sindacati e l'orientamento di questi.

Instabilità e incertezza del rapporto subordinato, della continuità di reddito, degli andamenti normativi delle prestazioni influenzano i comportamenti dei lavoratori e tendono a diventare motivi di tensione e di pericolo per l'organizzazione.

Postato da: orsola a 17:28 | link | commenti
occupazione 109

14/05/2007

Nuove discriminazioni dei lavoratori

Le discriminazioni al lavoro vanno prendendo forme nuove, che si aggiungono a quelle vecchie del sessismo e del razzismo, si allarma l'Internatinal Labour Organisation nel rapporto pubblicato giovedì, intitolato "Equality at work: Tackling the challenges".

"La lotta contro la discriminazione è caratterizzata da una mescolanza di grandi progressi e di riflussi", indica, sottolineando che negli ultimi quattro anni la maggior parte dei 180 paesi appartenenti all'organizzazione hanno ratificato le due convenzioni fondamentali sulla disuguglianza nell'accesso e nel trattamento delle persone al lavoro e si sono impegnate a realizzare leggi e politiche antidiscriminatorie.

Ratifiche delle convenzioni n°100 e 111 (1990-2003)

Convention1

 

Convention2

Gli omosessuali, i giovani, gli anziani, gli obesi, i fumatori, gli handicappati, i sieropositivi, le persone a rischio di malattie genetiche subiscono oggi le nuove discriminazioni.

Sulle nuove forme di discriminazione non ci sono dati. E' ora, però, indica il rapporto, di "stabilire quello che il datore di lavoro può o non può sindacare", e il diritto del lavoratore di condurre lo stile di vita che  desidera.

L'ILO traccia una mappa mondiale e indica la necessità di politiche per l'integrazione  e di misure contro la disuguaglianza e la segregazione aziendale.

Alle donne è dedicato ancora una volta la spazio maggiore dell'ampio documento. Ricorda che nonostante la crescita costante dell'occupazione femminile, essa è ancora il 56,6% delle persone in età e condizioni di lavoro. Le donne che occupano posizioni di responsabilità professionale e direttiva sono tuttora il 28,3% di quelle che lavorano. I guadagni sono inferiori del 15% alle remunarezioni degli uomini. La conciliazione tra lavoro e responsabilità familiari è molto difficile per motivi di organizzazione aziendale, carenza di servizi alla persona, retaggi culturali.

Ci sono naturalmente forti differenze già tra America del Nord e UE, che crescono ulteriormente in Asia, in Medio Oriente e Africa.

I giovani tra i 15 e i 24 anni rappresentano il 44% della popolazione mondiale in questa fascia d'età disoccupata. Negli ultimi quattro anni sono aumentate nel mondo "le disuguglianze, l'insicurezza e l'incertezza", che affliggono la loro condizione, spesso caratterizzata, anche quando trovano lavoro,  da impieghi temporanei, peggio retribuiti, con poche opportunità di formazione e di prospettive professionali.

Spesso la discriminazione non è praticata contro le leggi, ma crea nei fatti maggiori difficoltà di lavoro per un trattamento peggiorativo, che evidenzia l'inadeguatezza fisica, psichica, di competenze delle persone. Succede così agli ultra 60enni, espulsi dal lavoro, approfittando delle opportunità di pensionamento.

Con circa 470 milioni di handicappati in età lavorativa, la probabilità che uno di essi trovi occupazione è inversamente proporzionale al livello di minore abilità. In Europa una persona tra i 16 e i 64 anni con un lieve handicap, ha il 20% in meno di probabilità di occupazione e addirittura il 40% in meno, se l'handicap è grave.

Sono tutti ostacoli che riducono la motivazione al lavoro di quelli assunti, influenzano una produttività aziendale minore, impediscono alle società di realizzare il pieno potenziale dell'odierna economia globale.

E' necessario promuovere azioni preventive della discriminazione, pari opportunità e lavoro decente per tutti.

L'ILO potrà contribuire a un piano d'azione coordinato, integrato nei programmi per il lavoro decente, che sta svolgendo nei singoli paesi.

Il piano d'azione avrà per obiettivi di migliorare le leggi e la loro attuazione, realizzare interventi nei programmi di assistenza economica e finanziaria, aiutare lavoratori e imprenditori a fare dell'uguaglianza difronte al lavoro una realtà per mezzo degli accordi collettivi e dei codici di condotta.

Postato da: orsola a 12:58 | link | commenti (1)
occupazione 109

12/04/2007

Emigranti

I problemi degli emigranti costretti a lasciare controvoglia la propria terra, le proprie abitudini, i propri affetti sono le conseguenze della globalizzazione del lavoro che la politica dei paesi d'arrivo può affrontare solo in chiave di comprensione o di supporto alle difficoltà d'integrazione. Ma nella terra d'immigrazione la lingua, i costumi, l'architettura, il cibo, gli animali perfino, tutto contribuisce a confondere i nuovi arrivati.

A questi problemi è dedicato il libro per immagini di Shaun Tan, "The Arrival", Lothian books, Melbourne, 2006.

L'autore è un illustratore australiano, nato a Perth, che racconta una storia ispirata alla vicenda del padre, partito dalla Malesia nel 1960 per arrivare in Australia occidentale, e ai romanzi "The Immigrants" di Wendy Lowenstein e Morag Loh e "Tales from a suitcase" di Will Davies e Andrea Dal Bosco.

In 128 pagine di soli disegni, dove si alternano vignette e immagini più grandi, tutte in tinta seppia e grigia come vecchie fotografie sbiadite, è narrata la storia universale di un padre di famiglia costretto ad emigrare.

Lo si vede fare la valigia, imballare con cura un ritratto incorniciato, che riproduce lui, sua moglie e sua figlia. Si apprende che è costretto a lasciare la città natale, annerita dal fumo delle ciminiere, per andare dove una migliore congiuntura politica e sociale gli consenta di avere un lavoro per vivere.

Poi, una stazione, un treno, un ultimo saluto straziante, un imbarco su una nave, avendo come compagni gente come lui, che viaggia in condizioni disagiate.

Attraversa l'oceano e sbarca in un'America immaginaria, un ambiente ferino, che riproduce la vecchia Ellis Island, dove è sottoposto a numerosi test, che servono per orientare gli immigrati a trovare un lavoro in questo mondo ben organizzato.

E' la parte migliore del libro per la grafica, per il senso della narrazione e l'inventiva dell'autore, per il valore simbolico e il richiamo emotivo delle immagini.

L'adattamento avviene a poco a poco, attraverso il lavoro, la casa e le nuove amicizie. Fino a che moglie e figlia potranno raggiungere questo padre di famiglia nel nuovo eldorado.

La storia creata ha un tono decisamente ottimistico. Shaun Tan non nasconde le grandi difficoltà che incontra un emigrante, ma sceglie di mettere avanti i valori positivi della famiglia, dell'adattamento, della solidarietà e la possibilità di rifarsi una vita migliore in un altro ambiente.

"The Arrival" costruisce, attraverso una narrazione per tutte immagini, un universo onirico e dei paesaggi fantastici. Ne viene fuori un' efficace rappresentazione della famiglia, dell'emigrazione e del mondo del lavoro,  un omaggio alle terre dell' accoglienza per antonomasia, gli USA e l'Australia, una bella lezione di umanità e di speranza.

Postato da: orsola a 13:02 | link | commenti (2)
occupazione 109

10/04/2007

Globalizzazione del lavoro

Dal 1980 i lavoratori occupati del mondo si sono quadruplicati per effetto  dell'aumento della popolazione e dell'integrazione della Cina, dell'India e dei paesi dell'Europa orientale nell'economia globale. Nel 2050 questa forza lavoro potrà ancora raddoppiare.

La globalizzazione del lavoro sta avendo conseguenze negative sulle retribuzioni dei paesi industrializzati, che hanno perso sette punti in rapporto al valore reale dei compensi percepiti dai lavoratori agli inizi degli anni '80. La caduta delle remunerazioni va anche correlata al vertiginoso sviluppo tecnologico dello stesso periodo, che ha eliminato molti lavori a bassa qualificazione.

Lo scrive il "World economic outlook. Spillovers and cycles in the global economy" del primo semestre 2007, nel capitolo 5 "The globalization of labor", presentato venerdì scorso dal Fondo monetario internazionale. Il capitolo è il terzo pubblicato in aprile. E' uno studio econometrico, preparato da Florence Jaumotte e Irina Tytell per individuare

-  quanto rapidamente è cresciuta la globalizzazione del lavoro e quale è stato il fattore più importante;
-  quali sono le tendenze della divisione e della remunerazione del lavoro nelle economie avanzate, che possono essere spiegate da altre variabili, che si aggiungono alla globalizzazione e se vi sono differenze tra settori qualificati e non qualificati;
-  che politiche possono aiutare le economie avanzate ad avere altre opportunità sul mercato del lavoro globalizzato.

IMF1

Le due economiste spiegano che i paesi avanzati accedono al crescente stock di manodopera mediante la importazione dei beni finali, la rilocalizzazione dei prodotti intermedi e l' immigrazione.

La produzione delle aziende dei paesi industrializzati nelle economie in sviluppo rappresenta appena il 5% del PIL di queste. Il settore manifatturiero è il più interessato. E' prevedibile però che il maggiore incremento di manodopera dei paesi in sviluppo si avrà nel settore dei servizi.

IMF2

L'integrazione dei lavoratori provenienti dai paesi in sviluppo ha apportato notevoli benefici alle economie avanzate. Sono aumentate le opportunità di esportazione, è cresciuta del 6% la produttività da lavoro, sono diminuiti i prezzi dei prodotti intermedi.

Lo studio afferma che l'integrazione per questa via dei lavoratori dei paesi in sviluppo nell'economia globalizzata ha fatto crescere rapidamente le loro retribuzioni, come ha inciso negativamente su quelle dei lavoratori dei paesi industrializzati.

La globalizzazione va riducendo il numero dei lavoratori poco qualificati, mentre  aumenta quello dei qualificati.

I redditi da lavoro sono diminuiti percentualmente sul totale delle entrate percepite dalle persone nel mondo. I paesi che hanno avviato riforme, volte a ridurre il cuneo fiscale tra il costo del lavoro all'impresa e la remunerazione netta percepita dal lavoratore e per migliorare la flessibilità del mercato del lavoro, hanno visto diminuire meno i redditi della manodopera.

Per trarre i massimi benefici dalla globalizzazione del lavoro e dall'innovazione tecnologica e gestire l'impatto redistributivo delle remunerazioni, è necessario:

-  migliorare il funzionamento dei mercati del lavoro per facilitare il passaggio dei lavoratori dai settori in declino a quelli in sviluppo;
-  aumentare l'accesso alla formazione e all'aumento delle competenze;
- costruire reti di protezione adeguata al periodo di transizione, affinchè siano ammortizzati gli effetti del processo di trasformazione, senza ostacolarlo.

Postato da: orsola a 11:53 | link | commenti (1)
occupazione 109

03/04/2007

Effetti della nuova globalizzazione sui lavoratori europei

Per tutti gli anni '90 gli scambi commerciali sono aumentati, ma sono avvenuti tra paesi più o meno dello stesso livello e hanno avuto effetti limitati sui mercati del lavoro e sulle disuguaglianze dell'Europa.

La recente integrazione delle economie emergenti nel commercio mondiale è basata sulla degradazione della presenza sul mercato del lavoro delle persone poco qualificate. Il loro tasso di disoccupazione è cresciuto più di quello delle persone qualificate in tutti i paesi e anche le retribuzioni sono diminuite.

Ai rapporti tra nuova globalizzazione e strutture della domanda di lavoro nell'UE è dedicato "Effets des nouvelles caractéristiques de la mondialisation sur les marchés du travail européens", Lettre Trésor - Eco, 11, mars 2007, lo studio di Benjamin Delozier e Sylvie Montout, due statistici di origine accademica, che lavorano come esperti del ministère de l'Economie, des Finances et de l'Industrie.

Gli autori hanno elaborato proiezioni a 15 anni circa l'impatto della globalizzazione sulla domanda di lavoro qualificato nell'industria manifatturiera dei 18 paesi dell'Unione appartenenti all'OECD e hanno valutato l'effetto di alcuni fattori, quali il commercio intersettoriale, la specializzazione crescente delle economie di molti paesi, il progresso tecnologico e la richiesta di prodotti ad alta qualità intrinseca.

Hanno calcolato che
- il commercio intersettoriale crescerà del 40% entro il 2020, con un ritmo simile a quello constatato dagli inizi del secolo;
- l'UE proseguirà la sua specializzazione negli stessi settori, che l'hanno resa competitiva negli ultimi 10 anni (componentistica, chimica, auto, aeronautica, lavorazioni meccaniche e del legno);
- l'apertura commerciale con i partner extraeuropei continuerà fino al 2020, con un tasso di aumento del 50%, lo stesso osservato tra il 1992 e il 2002.

Tutto ciò comporterà un'evoluzione della specializzazione europea e un cambiamento della struttura produttiva, che provocherà una nuova divisione economica tra i paesi e una diminuzione della domanda di lavoro poco qualificata nei piccoli paesi dell'UE.

Una sostituzione di capitale a lavoro e un maggiore impatto del progresso tecnico modificheranno il peso del lavoro nella creazione di valore.

Diminuirà anche la domanda di lavoro a media qualificazione e aumenterà quella ad alta qualifcazione. Effetto congiunto dell'uscita per ragioni anagrafiche di corti di lavoratori e la sostituzione con quelle meglio formate, per il generale allungamento degli studi nei paesi dell'Unione.

Il miglioramento dei dispositivi di formazione continua avrà come conseguenza un'ulteriore diminuzione dei poco qualificati, che vedranno ridurre ulteriormente le loro retribuzioni, già diminuite tra il 1998 e il 2003.

Le persone poco qualificate stenteranno ancora più a trovare occupazione per la forte concorrenza derivante dall'elevata offerta di lavoro qualificato.

Gli Stati nazionali e l'Unione europea dovranno allestire sistemi di workfare mix, che alleggeriranno le disuguaglianze.

Postato da: orsola a 18:10 | link | commenti
occupazione 109

16/03/2007

117.000 lavoratori dell'Auto in meno nell'UE15 

Il settore automobilistico è in ristrutturazione mondiale. Al boom della domanda nei paesi delle economie emergenti corrisponde l'erosione in quelli a più vecchia industrializzazione.

I nuovi mercati asiatici sono raddoppiati tra il 2000 e il 2006 rispetto a una crescita mondiale del 3%.

La delocalizzazione ha continuato ad avanzare. In sei anni la produzione degli USA, del Canada e del Messico è diminuita del 9,5% e quella dell'Europa occidentale del 6,3%, a fronte di un aumento mondiale delle immatricolazioni del 19% e della produzione stessa del 19,6% .

Gli incrementi del costo orario del lavoro e del tasso di cambio del dollaro e dell'euro hanno contribuito alla riduzione del margine operativo dell'industria automobilistica occidentale. 300 mila posti di lavoro sono stati perduti negli USA e 117 mila nell'UE15.

Il rapporto della compagnia di assicurazione credito Euler Hermes SFAC "Restructuration mondiale du secteur automobile" fotografa una situazione dell'occupazione, ridotta del 5,9% nell'UE15 (da 1.977.600 nel 2000 a 1.860.100 nel 2006) e cresciuta del 27,1% nei paesi dell'Europa orientale da poco tempo nell'UE (da 315.800 del 2000 a 401.400 del 2006).

Andamento degli organici nell'UE15
(2000-2006 in migliaia e %)

2000
2006
% 06-00
Austria
27,5
32,0
16,2%
Belgio
53,4
43,0
-19,5%
Danimarca
7,5
5,3
-29,4%
Finlandia
7,4
7,1
-4,0%
Francia
311,3
290,0
-6,8%
Germania
855,5
855,0
-0,1%
Irlanda
10,0
10,0
0,0%
Italia
175,6
162,0
-7,8%
Paesi Bassi
27,8
21,0
-24,5%
Portogallo
28,2
21,0
-24,5%
Spagna
164,2
156,0
-25,4%
Svezia
73,3
77,7
6,1%
Regno Unito
236,0
180,0
-23,7%
UE15
1977,6
1860,1
-5,9%

Andamento degli organici nei nuovi paesi dell'UE
(2000-2006 in migliaia e %)

2000
2006
% 06-00
Bulgaria
3
2,6
-13,3%
Cechia
78,7
111,0
41,1%
Ungheria
33,2
44,0
32,5%
Polonia
88,0
110,2
25,2%
Romania
70,0
66,0
-5,7%
Slovacchia
36,0
58,4
62,4%
Slovenia
7,0
9,2
31,4%
Totale
315,8
401,4
27,1%

Secondo gli autori del rapporto, la situazione 2007 sarà caratterizzata da una sfasatura dell'offerta americana rispetto alla domanda locale, da un'offerta giapponese stimolata dalla svalutazione dello yen, dalle ristruttrazioni fatte dai costruttori europei in ordine sparso e quindi da  sovracapacità produttiva e tendenza ad ulteriori tagli dei posti di lavoro, nell'industria tedesca in particolare.

Euler3

 

Postato da: orsola a 12:50 | link | commenti (2)
occupazione 109

14/02/2007

Cresce in Italia l'occupazione temporanea

Nel 2006 i lavoratori a tempo determinato, stagionali e interinali sono aumentati fino a raggiungere i 2 milioni 250 mila nel terzo trimestre, il 13,2% di tutta l'occupazione dipendente, con un incremento di un punto percentuale rispetto al 2005.

Sono questi i risultati delle elaborazioni su dati ISTAT, compiute dall'Osservatorio dell'Ebitemp, l'ente bilaterale nazionale per il lavoro temporaneo.

Occupati temporanei 2004-2006
(in migliaia e % sull'occupazione dipendente)

ebitemp1

Il lavoro interinale, in particolare, è cresciuto del 24% rispetto al 2005, con un'accelerazione sugli andamenti dei tre anni precedenti.

Nel secondo semestre del 2006 i contratti stipulati hanno raggiunto la media mensile di 250 mila, con aumenti del 20% - 25% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Monte retribuzioni dei lavoratori interinali
(2001= 100 e variazioni annue %)

ebitemp2

Nel 2005 gli italiani sono stati l'82% dei lavoratori interinali assicurati all'INAIL. Di essi gli uomini hanno costituito il 57%. Tra i lavoratori immigrati la componente maschile è stata del 67% circa.

Lavoratori interinali per aree territoriali
( 2005)

ebitemp3

La distribuzione regionale dei lavoratori interinali nel 2005 ha visto al primo posto la Lombardia con il 29,2%. Al seguito il Veneto con il 12,8%, il Piemonte con il 12%, l'Emilia Romagna con il 10,4%. Il 64,4% è quindi concentrato in quattro regioni delle 20 italiane.

Sempre nel 2005, stando alle elaborazioni dell NIdiL- CGIL, contenute nella ricerca "Evoluzione e caratteristiche del lavoro interinale nel periodo recente", la distribuzione per settori economici vedeva una prevalenza di occupati nell'industria manifatturiera, con il 50,5%, seguita dal commercio e riparazioni, con il 15,6% e dall'informatica e servizi alle imprese, con il 10,9%.

Postato da: orsola a 14:48 | link | commenti
occupazione 109

07/02/2007

3 milioni e 300 mila lavoratori in nero

Secondo le valutazioni della SVIMEZ (Informazioni 1, febbraio 2007), nel 2005 ci sarebbero stati in Italia 3 milioni 300 mila lavoratori in nero, il 13,4% di tutta la forza lavoro: 1 milione 537 mila nel Mezzogiorno e 1milione 764 mila nel Centro-Nord.

E' stato occupato nell'economia sommersa un lavoratore su quattro nel Sud e uno su dieci nel Centro-Nord.

Rispetto al 2004 il numero dei lavoratori in nero meridionali è diminuito di 4 mila, ma c'è stata anche una riduzione contemporanea dei lavoratori regolari.  E' aumentato ulteriormente il tasso di irregolarità.

Nel periodo 1995-2005 i lavoratori irregolari del Sud sono aumentati di 232 mila, il 17,8% in più. Sono diventati quasi il doppio di quelli regolari, in valore assoluto, e sei volte di più in percentuale. L'incidenza è cresciuta dal 20,7% del 1995 al 23% del 2005.

Nel Centro-Nord invece, nello stesso periodo i lavoratori irregolari si sono ridotti di 194 mila , il 9,9% in meno, e i lavoratori regolari sono cresciuti di 1 milione 600 mila, l'11,4% in più. L'incidenza è scesa dal 12,1% del 1995 al 10.% nel 2005.

All'origine dell'espansione del lavoro in nero nel Mezzogiorno la crisi dell'industria meridionale, fatta da numerose piccole aziende, che lavorano sulla frontiera tra regolarità e irregolarità per aziende regolari, la crescita di settori, come le costruzioni tradizionalmente caratterizzate da irregolarità elevate, una specie di nuova legittimazione del sommerso, fonte d'integrazione di redditi, e un generale indebolimento del rispetto delle regole.

I più alti tassi di lavoro irregolare sono riscontrati in Calabria, con il 31,5% e, sempre nella stessa regione, nelle costruzioni, con il 55%. Le situazioni migliori sono quelle dell'Abruzzo, con il 12% complessivo e il 4,8% nell'industria.

Lavoratori in nero nel Mezzogiorno e in Italia

2005    %
Regioni
Agricoltura
Industria
Costruzioni
Servizi
Totale
Abruzzo
27,0
4,8
18,2
12,2
12,0
Molise
29,0
15,8
14,6
17,9
17,5
Campania
44,6
15,2
21,0
21,7
22,3
Puglia
41,2
14,0
21,0
18,8
21,2
Basilicata
35,0
25,6
21,4
16,8
21,0
Calabria
55,0
30,0
41,0
24,0
31,5
Sicilia
42,0
26,0
32,2
24,5
27,0
Sardegna
29,5
11,4
13,8
17,5
17,8
Mezzogiorno
43,0
16,0
25,0
20,8
23,0
Centro-Nord
26,6
2,7
6,3
11,8
10,0
Italia
34,6
5,1
12,0
14,3
13,4
Fonte: SVIMEZ

Postato da: orsola a 11:15 | link | commenti (2)
occupazione 109

25/01/2007

Crescita dell'economia mondiale senza occupazione

Nel 2006, nonostante una delle maggiori crescite dell'economia mondiale negli ultimi cinque anni, il numero dei disoccupati è restato al suo più alto livello storico di 195 milioni 200 mila, il 6,3% di tutta la popolazione attiva.

Stessa cosa per i lavoratori poveri, che vivono con un reddito giornaliero fino a due dollari. Sono ancora 1 miliardo 370 milioni e non diminuiranno nel 2007.

Parla chiaro il rapporto annuale dell'International labour organization, ILO "Global employment trends 2007".

Il rapporto mostra che

-  nell'ultimo decennio la produttività è cresciuta del 26%, mentre i posti di lavoro sono aumentati solo del 16,6%;
-  la disoccupazione dei giovani dai 15 ai 24 anni è diventata maggiore, raggiungendo gli 86 milioni 300 mila, il 44% del totale;
-  rimane la differenza tra l'occupazione degli uomini  e quella delle donne:  questa, nel 2006, è stata del 48,9%, inferiore al 49,6% di dieci anni prima, mentre quella è diventata del 74% contro il 75,7% del 1996;
-  il settore dei servizi ha raggiunto il 40%, con un incremento dello 0,5% sull'anno precedente, l'agricoltura è scesa dal 39,7% al 38,7%, l'industria rappresenta ormai il 21,3% di tutti gli impieghi.

Venendo alle macroaree geografiche del mondo,

- il Medio Oriente e il Nord Africa hanno il 12,2% dei disoccupati, il tasso più alto;
-  l'Africa subsahariana ha il 9,8% di persone senza lavoro, ma è la zona con il maggior numero di lavoratori poveri;
-  l'UE e i paesi ad economia avanzata tra il 2005 e il 2006 hanno ridotto la disoccupazione dello 0,6% e sono scesi al 6,2%;
-  l'Asia orientale ha il minor numero di disoccupati, con un tasso del 3,2%, l'Asia meridionale ha il 5,2% e il Sud-Est asiatico ha il 6,6%.

Il rapporto sostiene che finchè la crescita economica del mondo avverrà puntando principalmente sulla  riduzione del costo del lavoro non ci sarà nè crescita occupazionale, nè sviluppo di "lavoro decente", come hanno indicato gli obiettivi del Millennio.

Lavoratori poveri nel mondo (2006)

Aree geografiche
Reddito giornaliero inferiore a $1
 
milioni
%
Mondo
507.0
17,6
Europa centrale e orientale (non UE), Russia
3.5
2,1
Asia orientale
95.0
12,1
Sud-Est asiatico e Pacifico
29.6
11,1
Asia meridionale
196.9
34,4
America Latina e Caraibi
27.2
11,3
Nord Africa e Medio Oriente
3.5
2,8
Africa subsahariana
151.3
55,4
 
Reddito giornaliero inferiore a $2
Mondo
1367.1
47,4
Europa centrale e orientale (non UE), Russia
18.0
10,5
Asia orientale
347.2
44,2
Sud-Est asiatico e Pacifico
151.6
56,9
Asia meridionale
498.2
87,2
America Latina e Caraibi
74.5
30,9
Nord Africa e Medio Oriente
42.8
34,7
Africa subsahariana
235.5
86,3

Postato da: orsola a 11:30 | link | commenti (1)
occupazione 109

18/01/2007

Effetto Wal-Mart sul mercato del lavoro locale

L'insediamento di un ipermercato, come i mall di Wal-Mart, in una cittadina riduce l'occupazione degli altri tipi di punti vendita al dettaglio. Il rapporto di sostituzione  è di un addetto alla grande distribuzione per 1,4 lavoratori del commercio tradizionale e l'apertura di un mall con 150 dipendenti può comportare una diminuzione del 2,7% dei posti di lavoro negli esercizi commerciali dell'area di attrazione interessata.

Lo sostengono tre economisti del lavoro americani, sulla base di una ricerca effettuata in una cittadina dell'Arkansas, dove si era localizzato un ipermercato Wal -Mart. I risultati della ricerca,  condotta su 18 anni di dati statistici, relativi a popolazione, strutture commerciali, redditi da occupazione nella vendita al dettaglio, prima e dopo l'apertura del mall, sono stati illustrati dai ricercatori David Neumark dell'University of California, Irvine, Junfu Zhang della Clark University e Stephen Ciccarella della Cornell University, nel saggio "The effects of Wal-Mart on local labor markets", IZA, Discussion Paper n°2545, January 2007.

I tre autori hanno analizzato le dinamiche occupazionali e reddittuali dei punti vendita nella cittadina, oggetto della ricerca, che al tempo dell'apertura del Wal-Mart aveva  strutture del dettaglio tradizionale e della distribuzione moderna.

Hanno valutati gli andamenti delle due forme di commercio aggregate e distinti i fenomeni dei piccoli negozi e della grande distribuzione e organizzata, con la presenza e senza il nuovo ipermercato.

L'insediamento ha comportato una crescita dei consumi dell'area di attrazione del mall e un aumento dei redditi provenienti dalle attività commerciali, ma si è modificata l'occupazione, che è diminuita quantitativamente ed è cresciuta  a tutto vantaggio della distribuzione moderna, Wal-Mart in testa.

Se la crescita dell'occupazione nella GDO è stata inferiore alla perdita dei posti di lavoro nel piccolo commercio al dettaglio, un incremento degli impieghi, dei redditi e delle qualificazioni professionali c'è stato in tutta la filiera della fornitura di merci e servizi.

Postato da: orsola a 16:58 | link | commenti (2)
occupazione 109

11/01/2007

Transizione dal lavoro al pensionamento nell'UE25

Ashgar Zaidi e Michael Fuchs sono direttore di ricerca e ricercatore dell'European Centre for Social Welfare Policy and Research di Vienna, un centro studi dell'ONU per l'Europa. Nel "Policy brief" di dicembre hanno pubblicato il saggio "Transition from work to retirement in EU25", che contiene i risultati di uno studio su età ufficiale di pensionamento ed età reale nei 25 Stati dell'UE, sui tassi di attività dei 50-64enni, distinti per gruppi anagrafici (50-54enni, 55-59enni e 60-64enni), sesso, titolo di studio e orari di lavoro, per individuare i fattori rilevanti di un allungamento dell'età pensionabile.

european

Elaborando i dati definitivi sull'occupazione dei 50-64enni dal 1998 al 2005 i due ricercatori hanno constatato forti differenze tra gli Stati membri nei tassi di attività reale, mediamente inferiori di cinque anni rispetto all'età di pensionamento ufficiale, con escursioni, che complessivamente vanno dal 73% della Svezia, dal 67% della Danimarca, dal 62% del Regno Unito e dal 60% della Finlandia e di Cipro, al 40% di Malta, al 41% dell'Italia, della Polonia e dell'Ungheria, al 42% della Slovenia e del Belgio.

La generosità dei sistemi pensionistici è ancora accentuata dalle differenze tra donne e uomini in attività nel 2005, che sono massime a Malta, con il 18% di tasso di occupazione delle prime e il 66% dei secondi e minime in Svezia, con il 70% delle prime e il 75% dei secondi.

Significativa la posizione italiana con un tasso del 27% per le donne e il 56% degli uomini.

Nel periodo 1998-2005 l'incremento del tasso di attività dei 50-64enni è stato quasi generalizzato, con aumenti più elevati in Germania, Finlandia e Ungheria e meno consistenti in Danimarca, Estonia, Regno Unito e Svezia, dove i tassi di questa occupazione erano già sostenuti.

La crescita dell'impiego femminile in questa fascia di età è avvenuta quasi ovunque. Gli incrementi maggiori sono stati registrati con il 18% dell'Ungheria e con il 13-15% del Belgio e dell'Irlanda.

Rilevante è stata anche la differenza del tasso di occupazione di quelli in possesso di educazione superiore nel Belgio, in Italia e nel Lussemburgo.

Nel 2005 l'orario di lavoro settimanale pieno (35 ore) è stato svolto dall'87% degli uomini tra i 50 e i 54 anni e dal 61% delle donne della stessa fascia di età. E' sceso di 2-3 punti percentuali per gli uomini tra i 55 e i 59 anni e ha toccato il 55% delle donne coetanee. Ha riguardato il 76% degli uomini tra i 60 e i 64 anni ancora in attività e il 44% delle donne.

Zaidi e Fuchs individuano quattro gruppi di fattori, che incoraggiano la permanenza in attività:

-  fattori istituzionali, come limiti di età e penalizzazioni economiche,
-  fattori individuali, come la salute e i carichi familiari,
-  domanda di lavoro, legata a fattori come discriminazioni anagrafiche e costo del lavoro per scatti di anzianità,
-  maggiore o minore possibilità di scelta individuale dell'età del pensionamento.

I ricercatori sembrano essere più favorevoli alla volontàrietà del ritiro dal lavoro,  raggiunto un determinato livello di contribuzione, senza vincoli d'età, con garanzia di reddito sufficiente per il pensionato. 

Postato da: orsola a 10:58 | link | commenti (1)
occupazione 109

14/12/2006

Occupazione dei lavoratori anziani nell'UE 25

Nel 2005 le persone tra i 55 e i 64 anni residenti nell'UE 25 erano 52 milioni 300 mila. Il 42,4% erano occupate, il 3,2% disoccupate e il 55,4% inattive.

EUR1

Fonte: Eurostat

I tassi di attività più elevati erano della Svezia (68,9%), della Danimarca (59,8%), dell'Estonia (57,1%), del Regno Unito (56,(%) e della Finlandia (52,7%). I tassi più bassi erano della Polonia (26,8%), della Slovacchia (29,7%), dell'Austria (30,6%), dell'Italia e della Slovenia (31,2% rispettivamente).

L'occupazione maschile era del 51,5%, quella femminile del 33,5%.

Il tasso di attività delle donne era molto basso a Malta (14,6%), in Polonia (19,2%), in Slovenia (20,1%), in Italia (20,6%).

Raggiungeva al contrario i valori più elevati in Svezia (66,0%), in Estonia (55,0%), in Danimarca (52,)%) e in Finlandia (52,8%).

EUR2

Fonte: Eurostat

Per le donne riguardava in prevalenza (50,2%) il lavoro non manuale poco qualificato.

Mentre la maggioranza degli occupati uomini (38,5%) svolgeva un lavoro manuale qualificato e non manuale altamente qualificato (30,1%).

Postato da: orsola a 17:44 | link | commenti
occupazione 109

27/11/2006

Career confidence index

L'indice di fiducia nelle possiblità individuali di impiego è elaborato due volte l'anno, a maggio e a novembre, con un'indagine condotta da Right Management sui lavoratori dipendenti, occupati a tempo pieno, di 18 paesi del mondo (di cui 12 in Europa).

E' basato su circa 9.100 interviste telefoniche, composte da un campione casuale di 350 - 1.000 persone per ogni paese.

Nelle domande si chiede agli intervistati di valutare la possibilità di un licenziamento nei dodici mesi successivi e di considerare se una persona licenziata possa trovare facilmente o con difficoltà un lavoro e condizioni di trattamento simili a quelle dell'occupazione perduta.

Le due risposte sono state trasformate in un punteggio ponderato globale, che indica un livello di fiducia elevato o basso quanto più si avvicina a 100% o quanto più se ne allontana.

Il "Career confidence index" esprime la fiducia dei lavoratori nelle fonti di occupazione di un paese, economia, sistema delle imprese, management e non solo nella propria impiegabilità.

RegionalIndex

Per la terza rilevazione di seguito (novembre 2005, maggio 2006, novembre 2006) in Europa i lavoratori norvegesi si mostrano più fiduciosi con il 77,5%, seguiti da quelli danesi (nel paese della flessicurezza) con il 72,5% e dagli spagnoli con il 65,2%.

Al più basso livello si collocano i lavoratori inglesi con il 45,3% e i tedeschi con il 47,0%.

Gli italiani con i belgi sono in settima posizione con il 57,5%. Il livello di fiducia dei lavoratori del nostro paese è salito dal 47,7% di maggio.

L'indice mondiale mostra una tendenza ad aumentare, dal 54,6% di novembre 2005 al 57,0% di maggio e al 57,5% ultimo.

Postato da: orsola a 16:57 | link | commenti
occupazione 109

23/11/2006

Produttività e qualificazione scolastica dei lavoratori

Nelle aziende la pratica abituale di assumere giovani altamente qualificati per sottoutilizzarli va a svantaggio della produttività da lavoro. La sovraformazione ha effetti particolarmente negativi nel caso di persone con diploma di livello superiore.

Nonostante gli scompensi occupazionali, però, le qualificazioni universitarie vanno a beneficio della società e contribuiscono alla crescita della sua produttività diconoscenza e relazioni.

Si viene così a creare una situazione di mismatching tra qualificazione scolastica, lavoro e società.

Sono queste le conclusioni dello studio econometrico di Jean Pascal Guironnet, ricercatore dell'Université de Montpellier 1, specialista di economia dell'educazione, "Capacité d'utilisation du capital humain et croissance de la productivité française de 1980 à 2002", Document de travail LAMETA, 2006/05.

Il ricercatore ha analizzato 22 anni di rapporti tra sovraoccupazione, sottoccupazione, disoccupazione e formazione scolastica nella popolazione attiva francese e ha confrontato i risultati della sua analisi con quelli delle principali indagini  sullo stesso tema fatte dagli economisti europei e americani.

Per lui "overeducation" e "undereducation" sono concretamente indicate dalla retribuzione. Una persona ha un'occupazione declassata o surclassata rispetto alla scolarità posseduta se il 50% di quelli che hanno un diploma di livello immediatamente inferiore guadagnano di più o il 50% di quelli che ne hanno uno di livello immediatamente superiore guadagnano di meno.

E' un indicatore omogeneo di lungo periodo, perchè non è viziato dal "progresso tecnologico contrario", nè dall' "inflazione  dei diplomi". "Anche se è influenzato dalle altre variabili intervenienti dell'eterogeneità retributiva".

Guironnet constata, anche dal confronto internazionale, che a cominciare dagli anni  '90 il fenomeno della sovraqualificazione rispetto all'impiego ha avuto un andamento prima crescente e poi convulso,  specie negli ultimi anni.

La sovraqualificazione ha avuto nell'economia dell'ultimo quarto di secolo uno sviluppo analogo a quello della disoccupazione.

L'investimento crescente nella formazione dei giovani produce un ritorno di produttività sociale, espresso in  accumulazione di capitale umano e in cittadinanza attiva.

Mentre, paradossalmente, la sottoqualifcazione dei lavoratori sovrautilizzati ha una portata più circoscritta, limitata a larghi guadagni di produttività da lavoro, superiore a quella della popolazione occupata di riferimento.

Undereducation e overeducation vanno perciò corretti da una politica scolastica, che investa di più nello sviluppo della formazione di base, tenendo d'occhio le esigenze di manodopera più qualificata, necessaria al mercato del lavoro e alle potenzialità di sviluppo  del capitale umano di un paese.

Il sistema universitario deve adattarsi alle possibilità che ha il sistema economico di assorbire lavoratori qualificati. Sono necessari migliori equilibri tra percorsi più professionalizzanti e mercato del lavoro più attrattivo.

Postato da: orsola a 12:47 | link | commenti (1)
occupazione 109

14/11/2006

ICT e globalizzazione riducono gli addetti alle funzioni di supporto direzionale

Le 500 maggiori aziende europee secondo "Financial Times" e le prime 500 americane della classifica "Fortune"  hanno la possibilità di migliorare l'efficienza delle attività di supporto direzionale, riducendo il numero degli operatori delle funzioni Informatica e Telecomunicazioni, Finanza, Risorse umane, Approvvigionamenti.

Ogni anno le imprese europee potrebbero risparmiare 47 miliardi e 900 milioni di euro e quelle americane 58 miliardi di dollari (= € 47 miliardi e 150 milioni).

L'effetto congiunto dell'innovazione tecnologica e dell'aumentata impiegabilità dei lavoratori dell'Asia, dell'Europa Orientale e del Brasile, sempre più istruiti e competenti, nella globalizzazione, può provocare la riduzione in Europa di 1 milione e 300 mila addetti alle funzioni di supporto direzionale (2.620 posti di lavoro in meno per azienda) e di 1 milione e 470 mila (3.000 posti in meno per azienda) negli USA.

Sono questi i risultati di una ricerca, condotta parallelamente in Europa e in America, da The Hackett Group, società di consulenza strategica, specializzata nel benchmarking.

Nella tabella seguente sono messe a fianco le riduzioni possibili di personale e di costo del lavoro per azienda nei due continenti.

EUROPA
USA

Attività di supporto direzionale riducibili

N° di impieghi
in meno
Risparmio annuo €/mln
N° di impieghi in meno
Risparmio annuo $/mln
ICT Applicativi e infrastrutture tecnologiche
1.093
46
1.223
58.5
Finanza Contabilità esterna. Pagamenti per cassa. Registrazioni cicliche dei ricavi.
933
28.7
1.045
32.1
Risorse
umane
Amministrazione stipendiale. Composizione delle retribuzioni. Dati sul personale.
348
12.4
390
15.6
Approvv. Ordini automatici. Esecuzione dei rapporti con i fornitori.
246
8.8
275
9.9

Totale per aziende

 
2.620
95.9
2.933
116.1

Le stime delle economie possibili di occupazione e di costo sono state formulate dai consulenti di Hackett in base a parametri di

-  efficacia (qualità, accesso all'informazione, punti di leva degli approvvigionamenti, ritorni economici, allineamento al business, capitale impegnato in attività) e di
-  efficienza (costi, tempo del ciclo produttivo, produttività, supporto direzionale, punti di leva tecnologici).

La loro correlazione ha fatto indentificare tra le aziende quelle che si ponevano al migliore livello di efficienza  e di efficacia nel realizzare una strategia di globalizzazione.

Benchmarking del processo di business
sviluppato dalle aziende nella globalizzazione

Hackett

Il riferimento alle aziende posizionate a livello di maggiore efficacia/efficienza è servito per calcolare in base alle tendenze di terziarizzazione o centralizzazione delle attività di supporto direzionale l'entità dei miglioramenti possibili di produttività e redditività del lavoro.

Postato da: orsola a 12:59 | link | commenti (2)
occupazione 109

07/11/2006

Occupazione e produttività in UE e USA

La Commissione europea ha comunicato ieri le previsioni economiche d'autunno per il periodo 2006-2008. Prevedono una crescita vigorosa del PIL nell'UE, con un passaggio dall'1,7% del 2005 al 2,8% di quest'anno, al 2,1% del 2007 e al 2,2% nel 2008.

Globalmente, nel triennio, dovrebbero essere creati 7 milioni di posti di lavoro, che porterebbero il tasso di occupazione dal 63,3% del 2005 al 65,5% del 2008, con un'accelerazione della creazione di impieghi del 75% e una riduzione dei disoccupati all'8% quest'anno e al 7,4% nel 2008.

La crescita dell'occupazione sarà collegata all'andamento positivo della produttività, che dovrebbe aumentare del 2,3% nel 2008, invertendo la tendenza degli anni fino al 2004.

Giunge opportuna perciò la quasi contemporanea pubblicazione dell'ultimo studio di Christopher Pissarides, economista della London School of Economics and Political Science, "Unemployment and hours of work: the North Atlantic divide revisited", CEP Discussion Paper n° 757, october 2006.

Sostiene che tre fenomeni caratterizzano il mercato del lavoro europeo dal Secondo dopoguerra: l'incremento sostanziale della disoccupazione, la riduzione degli orari di lavoro e la crescita delle ore occupate produttivamente, in assoluto e in rapporto agli USA.

All'origine dei fenomeni ci sono variabili endogene, di durata e distribuzione degli orari nei differenti settori economici, ma anche variabili esogene, come la tecnologia e la politica, che hanno portato alla costituzione di due mercati paralleli e indipendenti tra loro, quello del lavoro e dei prodotti finali. Ognuno di essi ha un differente equilibrio dinamico di breve periodo, con parametri estranei alla produttività del lavoro.

Crescita1

Pissarides analizza gli andamenti dell'occupazione, delle ore di lavoro e della produttività in Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia. Li confronta con quelli USA e li correla alla crescita del PIL.

Ne ricava che gli USA hanno creato molti più posti di lavoro dei paesi europei, Svezia esclusa, perchè le aziende hanno beneficiato di politiche governative di espansione economica e investito in innovazione e capacità organizzative. Sono aumentati i lavori di qualità e di elevata produttività. E' cresciuta l'occupazione anche delle donne, che hanno potuto scegliere tra i costi del lavoro domestico ed extradomestico.

Crescita2

Il circolo virtuoso tra politica economica, competitività aziendale e occupazione non si è attivato in Europa e il mercato del lavoro è risultato costoso per i prodotti finali e non attrattivo per i lavoratori. I quattro paesi considerati, (l'Italia soprattutto), hanno squilibrato l'interazione indicata a favore di uno o due dei tre fattori.

All'interno delle aziende la lotta alla disoccupazione richiede prioritariamente lo sviluppo della produttività e delle ore lavorate. Il differenziale di occupazione tra Europa e USA è spiegato bene dalla diversa crescita di produttività e d'impiego della tecnologia.

Crescita3

 

Postato da: orsola a 16:01 | link | commenti (2)
occupazione 109

30/10/2006

Crescono nel mondo disoccupazione e povertà giovanili

Il numero dei giovani disoccupati è aumentato a livello mondiale nell'ultimo decennio. Erano 74 milioni nel 1995, sono diventati 85 milioni nel 2005, con una crescita del 14,8%. Più di 20 milioni hanno abbandonato la ricerca di un impiego. 309 milioni di quelli che lavorano, un quarto di tutta la gioventù, vivono sotto la soglia dei due dollari di reddito pro capite al giorno.

Se la popolazione dei 15-24enni è cresciuta in dieci anni del 13,2%, la loro occupazione non è aumentata che del 3,8%. Il risultato è stato che il 44% dei disoccupati del mondo sono giovani, mentre la loro incidenza sulla popolazione attiva è il 25%.

Il rapporto dell'ILO, l'International labour organisation dell'ONU, "Global employment trends for youth (2006)", pubblicato venerdì, ritiene che per dare la possibilità ai giovani di utilizzare in pieno il loro potenziale produttivo servano almeno 400 milioni di posti di lavoro  migliori per qualità rispetto a quelli esistenti.

Il rapporto precisa anche che i giovani sono tre volte più a rischio degli adulti di rimanere disoccupati. Uno svantaggio oltremodo marcato nei paesi in sviluppo dove rappresentano una frazione più importante di manodopera in confronto a quella delle economie sviluppate.

Ci sono un deficit progressivo di offerte di lavoro decente e dei livelli alti di precarietà economica, che ipotecano l'avvenire della più grande risorsa del futuro del mondo.

La seconda edizione di "Global employment trends for youth", redatto da Sara Elder e Dorothea Schmidt, due economiste del lavoro, dell'ILO, ha voluto chiarire i perchè della disoccupazione giovanile crescente e della povertà di quelli che lavorano e proporre rimedi coerenti, praticabili.

Nell'edizione 2004 del rapporto l'ILO aveva stimato che dimezzando il tasso di disoccupazione giovanile e avvicinandolo a quello degli adulti, pur lasciando le differenze abituali del mercato del lavoro, si sarebbe avuto valore aggiunto al PIL  mondiale tra il 4,4% e il 7,0% in più.

Invece, se proseguirà la tendenza che ha portato il tasso di occupazione dei giovani dal 58,9% al 54,7% nel periodo 1995-2005, è probabile che nel 2015 esso scenderà ancora, fino ad avere un giovane su due inserito attivamente sul mercato del lavoro.

Tasso di disoccupazione giovanile, per aree del mondo
(1995-2005)

ILO

Le economie sviluppate sono le sole a conoscere una diminuzione del tasso di disoccupazione al 13,1%, mentre si è posizionato tra il 18,1% e il 19,9% nell'Africa subsahariana, nell'Europa centrale e dell'Est (fuori dell'UE) e nei paesi dell'ex URSS ed ha toccato il 25,7% nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

Le soluzioni indicate dalle due autrici del rapporto per capovolgere questa drammatica situazione consistono nell'incoraggiare i programmi nazionali finanziati con l'aiuto internazionale allo sviluppo, con la creazione di posti di lavoro qualificati, produttivi e motivanti, con il miglioramento continuo, con la formazione della capacità del lavoro dei giovani.

Postato da: orsola a 16:47 | link | commenti (1)
occupazione 109

23/10/2006

Aziende che creano occupazione

Ci sono 43 aziende italiane nella "Europe's job creating companies" 2006 di Entrepreneurs for growth. Una classifica delle 500 imprese dell'UE, che nel periodo 2002-2005 hanno aumentato maggiormente i loro organici.

Ferretti, il gruppo di Forlì che fabbrica yacht, è 28°. Ha poco meno di 2.500 dipendenti e un incremento dell'occupazione in quattro anni del 122,3%. Il fatturato 2005 è stato di 635 milioni di euro. Tra il  2002 e il 2005 l'utile ha raggiunto il 90,7%.

Nella classifica subito dietro Ferretti c'è Nuova Pansac. L'azienda di Mantova, che produce film plastico è al 29° posto. Ha 2000 dipendenti e una crescita del 150,0% dei posti di lavoro. ll fatturato 2005 è stato di 310 milioni di euro, l'utile del quadriennio il 40,9%.

Nelle prime trenta posizioni ci sono, oltre le due italiane, otto aziende tedesche, cinque inglesi, quattro francesi, due irlandesi, due islandesi, due lituane, una austriaca, una olandese, una slovena, una spagnola e una svedese.

"Europe's 500 job creating companies" considera le aziende che nel 2002 avevano non meno di 50 addetti e non più di 5.000.

La prima della classifica è la francese Gameloft, che sviluppa software per la telefonia mobile. Ha attualmente 1.950 dipendenti, dopo una crescita quadriennale del 2.307,4% e un incremento dell'utile del 1.460,0%.

Seconda è l'islandese Avion, una finanziaria del settore trasporti. Ha 4.500 dipendenti, con un aumento del 569,6% e una maggiorazione dell'utile del 626,7% nei quattro anni considerati dalla classifica.

Terza è un'azienda francese l'Assystem, provider ICT. Ha 8.300 dipendenti, cresciuti del 275,6%, in parallelo a un aumento dell'utile del 282,9%.

Tra le prime 100 aziende della classifica ci sono le italiane Rangerplast (33ª), Cisalfa Sport (42ª), Bennet (49ª), SEA-Società europea autocaravan (52ª), Engineering-Ingegneria informatica (67ª), De Vizia Transfer (74ª), Brembo (90ª), Fastweb (99ª).

La maggioranza delle aziende italiane opera nel settore dei beni industriali, dei semilavorati e dell'ICT.

Le aziende della classifica di Entrepreneurs for growth hanno accresciuto i loro organici con una media di 99 nuovi posti di lavoro all'anno.

Postato da: orsola a 11:53 | link | commenti (2)
occupazione 109

19/10/2006

Lavoratori tra PMI e autoimpiego

Nell'UE 25 due terzi delle persone lavorano in piccole e medie imprese, sotto i 250 dipendenti, una su sei ha dovuto ricorrere all'autoimpiego. Lo dice l'ultima rilevazione Eurostat sull'occupazione  2005 nella NFBE (non financial business economy), "Key figures on european business 2006".

Il settore considerato è molto ampio. Esclude soltanto l'agricoltura, la pubblica amministrazione, i servizi non commerciali e, naturalmente, quelli finanziari.

Nel settore il 29,8% dell'occupazione è in microimprese, sotto i 10 addetti, il 20,8% in piccole aziende, con organici tra 11 e 49 persone, il 16,5% in medie imprese che hanno fino a 249 dipendenti, il 32,9% in grandi aziende da 250 lavoratori in su.

L'Italia ha il 47,1% degli occupati NFBE in microimprese e il 28,7% in autoimpiego.

E' la prima dell'UE per impieghi in aziende di queste dimensioni, seguita dalla Polonia (40,5%), dal Portogallo (39,7%) e dalla Spagna (38,6%).

E' la seconda per autoimpiego, dietro la Grecia (31,9%), davanti a Cipro (24,0%) e Portogallo (20,9%).

Le piccole aziende italiane hanno il 22,0% di occupati, le medie il 12,4%, le grandi il 18,5%.

Il rapporto Eurostat mostra anche che le grandi imprese hanno generato nel 2005 più valore aggiunto che occupazione, tutto il contrario delle piccole.

Infatti nell'UE le microimprese hanno avuto il 20,5% di valore aggiunto e le grandi il 42,7%. In Italia le prime hanno avuto il 31,7% di valore aggiunto, il massimo raggiunto nell'Unione, le seconde il 29,6%.

Le grandi aziende con  il maggiore valore aggiunto  si trovano in Slovacchia (58,3%), Polonia (51,7%), Regno Unito (49,4%), Ungheria (48,2%) e Germania (47,6%).

Postato da: orsola a 11:29 | link | commenti (1)
occupazione 109

12/10/2006

Orientamento professionale dei disoccupati

Le pratiche di orientamento sono cambiate  notevolmente dalla loro prima apparizione, negli anni '80 nel Regno Unito e negli anni '90 nel resto d'Europa, tanto da non rientrare più nella definizione tradizionale della "guidance": l'insieme dei dispositivi, delle prestazioni e dei processi di mediazione tra persone in cerca d'impiego e imprese, "che hanno per obiettivo di sostenere l'impiegabilità e la mobilità dei disoccupati e di facilitare le transizioni sui mercati del lavoro".

Mettendo a confronto le prestazioni ai disoccupati realizzate dalle strutture pubbliche di orientamento in cinque paesi dell'UE (Francia, Germania, Regno Unito, Slovenia e Spagna), si vede che esse riguardano attività di natura ed efficacia molto differenti.

Paesi
Organismi
Fasce di beneficiari
Prestazioni
Francia Agenzie locali
dell'Agence Nationale
pour l'emploi
Disoccupati Profilazione, elaborazione del progetto professionale, informazione, accompagnamemto
Germania Bundesagentur fur Arbeit(agenzia locale dell'Agenzia federale per l'impiego)

Disoccupati di breve durata

Persone a rischio di licenziamento

Profilazione, informazione, consulenza, accompagnamento, inserzione

Placement
Arbeitsgemeinschaften (agenzia municipale) Disoccupati di lunga durata Profilazione, informazione, consulenza, accompagnamento, inserzione
Kundenzentren (centro clienti per l'impiego) Disoccupati considerati come lavoratori autonomi Informazioni, interviste
Regno Unito Jobcenter plus (agenzie locali) Qualunque utilizzatore del collocamento Interviste work focused
Jobseekers allowance Accompagnamento
Disoccupati di più di 18 mesi Accompagnamento per un periodo di 16 settimane
Slovenia Agenzie locali dello Zavod republike Slovenije Disoccupati Profilazione, piani individuali, informazione, consulenza
Agenzie locali del Center za informiranje in poklicno svetovanj Tutti Informazione, consulenza, orientamento
Spagna Agenzie locali dipendenti dai servizi regionali Disoccupati Prima intervista sulla posizione retributiva, informazione

Philippe Cuntigh, Coralie Perez e Elsa Personnaz sono tre esperti di politiche del lavoro, ricercatori del Centre d'études et recherches sur les qualifications, un organismo pubblico francese, che partecipano al team internazionale, che sta realizzando dal 2004 il progetto "Comparative and evaluative analysis of guidance and counselling services for out of work individuals and workers at risk in five European countries".

Su "Bref Cereq" descrivono i risultati della prima fase del progetto "Adult guidance Systems", un'analisi comparativa dei sistemi di orientamento professionale degli adulti,  accompagnata da un'individuazione dei problemi da risolvere e da una ricognizione delle dimensioni istituzionali e politiche delle attività.

I tre ricercatori scrivono che le strutture pubbliche sono nei cinque paesi oggetto d'indagine "i principali fornitori delle prestazioni d'orientamento ai disoccupati", salvo che in Spagna e  Francia, dove operano più come "prescrittori, che affidano una parte delle loro prestazioni ad altri operatori privati o pubblici".

I prestatori diretti di orientamento offrono una larga gamma di servizi, che vanno dall'informazione, alla consulenza personale, al testing psicologico, all'accompagnamento al lavoro. Nel Regno Unito e in Slovenia non si rivolgono solo a disoccupati, ma anche a  occupati, che vogliono cambiare lavoro.

L'orientamento professionale rivolto ai disoccupati non è soltanto un aiuto, una risorsa, è anche un vincolo iscritto in una logica di attivazione, affinchè siano seguite le prescrizioni per la ricerca del lavoro e per il reinserimento professionale.

Occupa un posto centrale di un dispositivo di assistenza e di controllo individualizzato. Definisce l' "impiego conveniente" (suitable employment) e contrattualizza la coppia "protezione sociale-contropartite" che il disoccupato dovrà dare.

E' un diritto-dovere sanzionato se l'interessato non si dà da fare per ritornare al lavoro.

Nell'attuale situazione di flessibilità l'orientamento è un contributo che le autorità pubbliche dei cinque paesi analizzati danno alle persone per affrontare il rischio di periodi di disoccupazione.

Postato da: orsola a 11:23 | link | commenti (1)
occupazione 109

10/10/2006

Fuga di cervelli dall'Europa

Da una decina di anni una nuova terminologia più enfatica si è diffusa nel management delle risorse umane. Sostituisce quella dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato ed è tanto più eccessiva quanto è più lontana dalla realtà professionale, dalle competenze necessarie, dalle prospettive occupazionali.

Sicchè l'agenzia del lavoro intermittente e a bassa qualità non esita a presentarsi con "Tu hai il talento, noi abbiamo il lavoro", il direttore del personale della compagnia assicuratrice dichiara che intende assumere come produttori  d'agenzia "Laureati con alto potenziale, che parlino almeno due lingue straniere" e il giornalista loda l'innovazione della "piccola imprenditoria individuale di servizi".

La lotta per trovare lavoro e conservarlo è asperrima tra alti potenziali, talenti e cervelli pronti a tutto, in un'orgia di flessibilità e carriere nomadi, a significati rovesciati, degni della formica rossa di "Alice in Wonderland".

C'è da stupirsi che l'Italia partecipi in prima fila alla fuga dei cervelli, che minaccia l'Europa?

Si parla naturalmente dell' emigrazione dei lavoratori   altamente   qualificati  verso gli USA, il Canada e l'Australia, dove le aziende, lo Stato e i Centri di ricerca investono in R&D, i ricercatori sono riconosciuti e possono ottenere risultati (Più investimenti industriali per R&D nel 2005).

Alla fuga dei cervelli dall'Europa dei 15 e alla riduzione delle sue capacità d'innovazione e di adozione tecnologica è dedicato l'ultimo numero di "Regards Economiques", la pubblicazione degli economisti dell'Universitè Catholique de Louvain. Ospita un saggio di Frédéric Docquier, professore in questa università e di Abdeslam Marfourk, ricercatore a Bruxelles. I due fanno un bilancio sintetico della posizione europea negli scambi mondiali di manodopera qualificata e valutano le conseguenze della mobilità internazionale  del suo capitale umano sullo sviluppo economico e sociale.

"Quando i lavoratori qualificati lasciano i loro paesi esportano non solo la loro produttività individuale, ma anche il know how degli enti in cui si sono formati. Bisogna aggiungere inoltre il costo che ha sopportato la collettività per la loro educazione".

Rifacendosi ad un loro studio fatto per conto della Banca Mondiale, Docquier e Marfourk hanno calcolato che nel 2000 l'UE15 ha perduto per emigrazione verso il resto del mondo 150 mila diplomati superiori, lo 0,1% della popolazione di età superiore ai 25 anni. Ha compensato tale perdita con l'immigrazione di persone qualificate provenienti dai paesi in sviluppo. Il saldo è stato prossimo allo zero. Ma gli USA hanno avuto un 5,4% di tale popolazione in più, il Canada il 10,7% e l'Australia l'11,3%. Inoltre gli immigrati in Europa sono stati poco selezionati.

Il saldo complessivo non è stato molto vantaggioso. L'UE15 nel 1999 ha prodotto il 15% in più di laureati e dottorati in materie tecnico-scientifiche degli Stati Uniti, ma il numero di ricercatori nelle stesse materie è stato il 5,36 per mille persone attive contro l'8,66 degli USA e il 9,72 del Giappone.

Nel 2003 l'americana  National Science Foundation annotava che 161 mila laureati e 37mila 200 dottorati erano originari della Francia, della Germania, del Regno Unito  e dell'Italia.

L' Office Immigration registrava che l'8% dell'immigrazione qualificata americana (29.760 lavoratori specializzati) era originaria dell'UE15, con un incremento rispetto al biennio precedente. 2031 provenivano dall'Italia.

I due economisti concludono che il rischio per la crescita dell'Europa è forte, se non si selezionano gli immigrati qualificati e non si rendono più attraenti le occasioni d'impiego per i cervelli locali.

Postato da: orsola a 16:54 | link | commenti (6)
occupazione 109

04/10/2006

Imprenditorialità giovanile di successo

In Francia il tasso di attività dei giovani 15-24enni è il 58% e la disoccupazione raggiunge il 22,8%. Una situazione grave, anche se migliore di quella italiana.

Due giovani di Saint Martin en Haut, un villaggio a 30 km da Lione, neodiplomati dell'école de commerce, si sono perciò inventati un lavoro, anzi un "telelavoro", la vendita di calze da uomo di alta gamma.

E' nata così Socksess.com, un'azienda dal nome "conviviale e positivo", che evoca le calze ma soprattutto esprime quel successo e quel piacere, mai associati al commercio dei 460 milioni di paia, vendute ogni anno in Francia.

logo_blanc

Socksess.com ha per mission di controbilanciare la noia profonda, che sembra susciti l'acquisto delle calze Oltralpe.

La sede legale dell'azienda e il magazzino sono nella camera di uno dei due giovani, Bertrand, che vende e compra online lo stock necessario, così come fa l'altro, Thibault, dalla propria stanza, a Vitry  sur Seine, un paese vicino a quello del primo.

I fornitori sono in Francia e in Italia. I clienti risiedono per lo più nei paesi europei francofoni, ma non solo.

Socksess.com è diventata attiva nel gennaio 2005. Il suo start-up è avvenuto per una business idea fortemente competitiva: rimediare allo spaiamento, che, dicono le ricerche di mercato, è la causa più frequente della fine delle calze da uomo, come la smagliatura di quelle da donne.

Bertrand e Thibault vendono solo calze nere, di produzione esclusiva, 100% doppio filo di scozia, a colonnine sottili, con tallone e punte rinforzate, con le cuciture alla punta del piede extrapiatte, grazie a un originale processo di fabbricazione. Di recente hanno aggiunto al loro assortimento calze in fibra di bambù.

I prezzi sono più bassi di quelli della grande distribuzione e ci sono sconti progressivi per quantità.

Le formule di vendita sono due: "One-Shot" per ordinativi occasionali, "Sockscription" con un abbonamento a spedizioni trimestrali o semestrali nelle quantità desiderate.

La consegna a domicilio è gratuita.

Non manca un blog "Feet-Back" per dialogare con i clienti su quello che succede quotidianamente a Bertrand e Thibault nella loro avventura imprenditoriale.

Di recente ai due si sono aggiunti altri collaboratori.

Postato da: orsola a 17:28 | link | commenti (1)
occupazione 109

29/06/2006

Lieve ripresa dell'occupazione in Europa

Nel primo trimestre 2006 l'occupazione nell'UE25 è aumentata dello 0,3%, rafforzando la tendenza positiva del 2005 allo 0,9%. Il numero dei lavoratori occupati è salito a 202 milioni 900 mila e il tasso di occupazione è incrementato al 63,8%. La disoccupazione è scesa sotto il 9%.

Sono queste le stime contenute nell'ultimo bollettino Eurostat.

La situazione è differente per tipo di occupazione e per paese, è inferiore a quella degli USA e del Giappone, è ancora lontana dagli obiettivi del millennio fissati dal vertice europeo di Lisbona nel marzo 2000.

Il tasso di occupazione complessiva, rispetto al 70% dell'obiettivo di Lisbona per il 2010, è stato superato dalla Danimarca (75,9%) e dal Regno Unito (71,7%), ma  trova la Polonia (52,8%) e l'Italia (57,6%) più distanti degli altri paesi membri dell'Unione.

E' sotto gli USA (71,2%) di quasi sette punti e mezzo e  sotto il Giappone (68,7%) di quasi cinque punti.

L'occupazione femminile media è  nell'UE il 56,3%, inferiore al 65,4% degli USA e al 57,4% del Giappone.

Tra i paesi dell'Unione c'è differenza tra i picchi, come il 71,9% della Danimarca e il 65,9% del Regno Unito, e le valli, come  il 46,8% della Polonia e il 45,3% dell'Italia.

L'occupazione dei 55-64enni è il 42,5%, molto lontana  dal 63,0% del Giappone e dal 59,9% degli USA. Nell'UE va dal 59,5% della Danimarca e dal  56,9% del Regno Unito al 31,4% dell'Italia e al 27,2% della Polonia.

La disoccupazione dei giovani sotto i 25 anni è il 18,5%, più del doppio di quella giapponese (8,7%) e ampiamente superiore a quella americana  (11,3%). E' elevatissima in Polonia (36,9%), in Italia (24,0%) e in Francia (22,3%), a "livello giapponese" in Danimarca e in Irlanda (entrambe con l'8,6%).

Terziario, servizi e pubblico impiego alimentano le nuove assunzioni. Si tratta per lo più di impieghi a debole qualificazione, cresciuta quest'anno al ritmo dello 0,6%. La creazione d'impiego va dal 5,3% del Regno Unito e dal 3% della Danimarca allo 0,6% dell'Italia e allo 0,1% della Germania.

Postato da: orsola a 13:07 | link | commenti
occupazione 109

14/06/2006

Sottoccupazione intellettuale

L'ultimo rapporto dell'OECD  rileva ancora una volta che il nostro tasso di occupazione è tra i più bassi dei 30 paesi dell'Organizzazione, che la  nostra disoccupazione cala lentamente e per mezzo di  lavori di cattiva qualità. Siamo quarti nella classifica dei paesi con la maggiore presenza di inattivi: il 42,5%, a fronte di una media OECD del 34,5%. Per le donne, i giovani e gli ultra cinquantacinquenni va peggio.

Tra gli occupati, i titolari di partita IVA e i collaboratori esterni con contributi pensionistici superano i 3 milioni, secondo le statistiche ufficiali.

Non sorprende quindi che affianco a sindacati e associazioni di lavoratori atipici e fuori mercato stia fiorendo una letteratura, di giovani scrittori, che testimoniano spesso per esperienza diretta  la condizione del "lavoratore flessibile".

A questa categoria appartiene anche Giovanni Costa, il protagonista  del sesto libro scritto da Davide Bregola "La cultura enciclopedica dell'autodidatta", Sironi, Milano, 2006, un romanzo-verità, che l'autore stesso  definisce un' "autofiction".

Il protagonista di questa autobiografia  romanzata è un giovane, che vive in un paese del Nord. Appartiene a una famiglia modesta: il padre è un operaio pensionato dell'ENEL, la madre è casalinga, suo fratello fa il camionista.

Egli, invece, ha studiato. Era bravo a scuola, ma ha abbandonato la facoltà di Legge dopo due anni e sedici esami. Si è costruito attraverso un percorso non lineare una cultura notevole e autodidattica. Ha imparato ad attingere continuamente dalla realtà, che spera di cambiare.

Si è messo a fare il venditore di libri. E' riuscito a pubblicare un suo libro, senza che questo  abbia  cambiato le difficoltà della sua vita quotidiana : il padre che si ammala, i soldi che mancano.

E' sottoccupato e guadagna poco con lavori che durano poco.

Il suo sogno è di scrivere un "Grande romanzo sulla verità", per cui prende appunti su quello che vede, raccoglie notizie di attualità, compila l'elenco degli Italiani di successo di oggi e di domani.

Chiede che tutte le menti siano messe in "serie" per fare un grande, mastodontico cervellone ideale per migliorare la nostra specie e il mondo.

Nello stesso tempo cerca lavoro, scrive curricula che spedisce in tutta Italia senza ricevere nemmeno una risposta.

Una scissione che appare insanabile tra la preparazione del "Grande romanzo sulla verità", una sorta di ponte che lo riporta nel mondo, dove i curricula che invia sono ignorati, e i lavori che è costretto a fare per avere un minimo di reddito.

Il libro di Bregola è pieno delle osservazioni  di Giovanni  sul suo piccolo mondo, sulla  famiglia, sulla fidanzata e la madre di questa, su se stesso, sui lavori precari e sottopagati che ottiene, sulle sue letture e le sue indecisioni e, in contrapposizione, sugli ultimi 30 anni di storia italiana e sugli avvenimenti più importanti del nostro tempo.

"Giovanni Costa, dice l'autore, è il tentativo di rappresentare un 'personaggio' nuovo del secolo appena iniziato...una tipologia di uomo che racchiude in sè la tipologia di uomini, nella loro essenza, di questa contemporaneità".

Operetta morale, commedia, dramma "La cultura enciclopedica dell'autodidatta" attrae il lettore per il genere narrativo nuovo, per la scrittura raffinata e per l'esplorazione del mondo del lavoro con l'ottica  di chi è continuamente alla ricerca di un impiego da knowledge worker, corrispondente alla sua istruzione, senza riuscire a trovarlo.   

Postato da: orsola a 12:05 | link | commenti (2)
occupazione 109

08/06/2006

Riforme tedesche per la flessibilità e la sicurezza del lavoro

Danimarca e Paesi Bassi hanno aperto la strada in Europa a riforme del mercato del lavoro che conciliano flessibilità e sicurezza sociale. Hanno migliorato l'impiegabilità delle persone, hanno individualizzato l'assistenza nella ricerca di un impiego e nel trasferimento dei diritti da un posto di lavoro all'altro (paga, prospettive pensionistiche, livello contrattuale), hanno incoraggiato le persone ad assumere il rischio del cambiamento di azienda.

La loro esperienza di "flexisicurezza" ha generato un'ampia letteratura di economisti, giuristi, rappresentanti dell'impresa, del sindacato, della politica.

Anche la Germania, durante il governo Schroeder, ha riformato il mercato del lavoro con una delle leggi Hartz (dal nome dell'allora direttore del personale della Wolkswagen). Gli effetti della riforma sono stati trascurati dagli studiosi per la grave crisi industriale e occupazionale che ha colpito  quella che fino a poco tempo prima era stata la "locomotiva d'Europa".

Con la forza delle esportazioni, che continuano a collocare la Germania al primo posto delle classifiche sul commercio mondiale, questo paese va conoscendo un inizio di ripresa economica e occupazionale.

Opportuna perciò è la pubblicazione nei "Discussion paper", SPI 2006-108, del WZB, il Centro di ricerca per le scienze sociali di Berlino, del saggio di Jamine Leschke, Günther Schmid e Dorit Griga "On the marriage of flexibility an security: Lessons from the Hartz-reforms in Germany".

Il saggio rivendica l'originalità dell'esperienza tedesca, che ha unito flessibilità e sicurezza del lavoro, senza essere "flexisicurezza".

Affronta perciò la questione, partendo dalla definizione dei criteri perchè flessibilità e sicurezza possano essere coniugate con successo e dal dibattito tedesco sulla "flexisicurezza" e arrivando alla valutazione delle misure specifiche introdotte in Germania con la "riforma Hartz".

I tre ricercatori ricordano che ci sono "flessibilità" differenti per gli imprenditori e "sicurezze" differenti per i lavoratori.

Matrice dei rapporti flessibilità-sicurezza

Sicurezza per i lavoratori
Flessibilità per gli imprenditori
Posto di lavoro
Impiegabilità
Retribuzione
Opportunità di lavoro
Esterna numerica
t
max incerta
max incerta
t
Interna numerica
c
c
incerta
t/c
Interna funzionale
c
c
t/c
incerta
Esterna funzionale
c
max incerta
t/c
t/c

Le posizioni di trade-off (t), di complementarietà (c), di circolo vizioso (v), esemplificate nella matrice si riferiscono a una possibile situazione statica.

 In una realtà dinamica dipendono dalle prospettive che presenta il mercato del lavoro: integrabilità dei percorsi di carriera, occasioni di mantenimento e sviluppo dell'occupazione o dell'impiegabilità, rischi di esclusione e povertà se il lavoro non dà le competenze necessarie. Le relazioni industriali non sono meno importanti. I sindacati enfatizzano l'importanza della sicurezza del posto di lavoro nei periodi di crisi, gli imprenditori puntano sulla flessibilità del costo del lavoro.

La "riforma Hartz" ha introdotto organismi per la ricerca dell'impiego individuale (PSA - agenzie di servizio personale), per l'assistenza economica e sociale ai disoccupati (assicurazioni e reddito minimo), per il sostegno all'autoimpiego (Ich-AG - assistenza per la costituzione di nuove attività), per la protezione dei lavoratori deboli ed emarginati dal mercato del lavoro, la creazione di nuove forme contrattuali (Mini-Jobs e Midi-Jobs).

In Germania i fattori più importanti di efficace combinazione  di flessibilità e sicurezza sono stati la PSA e l'assistenza economica e sociale ai disoccupati.

L'efficacia della politica del lavoro tedesca è legata alla integrazione di misure individuali e collettive, mirate ad esigenze specifiche dei lavoratori e delle imprese. E' una formula di attivazione del mercato e di partecipazione degli attori, che ha fatto realizzare le nuove scelte politiche con il sostegno della legislazione precedente.

Postato da: orsola a 15:03 | link | commenti (2)
occupazione 109

30/05/2006

Sistemi e strumenti di protezione sociale

Le valutazioni economiche dei programmi di protezione sociale mirano a correlare i loro effetti alla riduzione della disoccupazione, all'aumento del tasso di attività (o di occupazione), all'integrazione di gruppi considerati deboli sul mercato del lavoro.

Però le ricerche effettuate in un piccolo numero di paesi hanno mostrato che le politiche attive del mercato del lavoro sono forse necessarie, rappresentano uno strumento potenzialmente importante, ma hanno debole efficacia. Le valutazioni dell' "Earned income tax credit" negli USA, dell' "Earning supplement programme and the self-sufficiency project" in Canada, del "Working family tax credit" nel Regno Unito e della riduzione dei contributi sociali sugli stipendi bassi in Francia, hanno provato che l'attivazione non può essere considerata sotto il profilo strettamente economico, perchè nascono da scelte "politiche", di aggregazione del consenso e in rapporto a queste devono essere viste.

Spiega così le differenze tra sistemi e strumenti di protezione sociale in Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito il sociologo francese Jean Claude Barbier nel rapporto di ricerca al Dares (ministère du Travail) "Analyse comparative de l'activation de la protection sociale", scritto con la collaborazione di Anne Eydoux e Ndongo Samba Silla, pubblicato dal Centre d'études de l'emploi in aprile.

Il rapporto contiene un'analisi dei dati statistici sulla spesa dei quattro paesi indicati in materia di politica attiva dell'impiego e di mercato del lavoro.

Sono dimensioni significative della protezione attivata la generosità di prestazioni erogate a chi si trova senza impiego e senza prestazioni sociali e la facilitazione di accesso al mercato ordinario del lavoro.

Confronto fra strategie di attivazione

Sistema beveridgiano
Sistema bismarckiano
Regno Unito
Danimarca
Germania
Francia
Attivazione delle persone e dei programmi

Welfare to work(New Deals)
+

Servizio per l'impiego
 

Aktivering

+
Servizi per l'impiego

 

 

  Riforma dell'assistenza alla disoccupazione
+ Ein Euro jobs +

Servizi per l'impiego
  Politica attiva del reinserimento
+
Servizi per l'impiego
+
inserimento
  Riforma fiscale generale    
Incentivi,
imposizione,
contribuzione
Imposizione fiscale (ridotta sul lavoro, sulla famiglia, sulla cura dei figli, ecc.)     Ridotta contribuzione su lavori parziali e sugli imprenditori marginali   Contributi degli imprenditori
      Programmi per l'impiegabilità
+
Riforma dei minimi sociali


La tabella evidenzia differenti tipi di attivazione: quello universalista "beveridgiano", rivolto a tutti i cittadini inglesi e danesi, l'altro liberale "bismarckiano", combinazione di privato e di pubblico, per i cittadini tedeschi e francesi.

I sistemi del Regno Unito e della Danimarca hanno per obiettivo una diminuzione e un controllo dei costi, un deciso reinserimento al lavoro.

Le strategie di Francia e Germania sono largamente ibride e sono vincolate da numerose resistenze istituzionali. Danno rilievo alle sanzioni applicate in caso di inosservanza dei diritti e doveri, comportano la perdita delle prestazioni alla persona  e dei benefici all'impresa.

Gli strumenti di protezione sono ben differenti, vanno dai jobcentre danesi e inglesi, all'assistenza e formazione per l'impiegabilità tedesca, alla molteplicità degli strumenti e degli operatori francesi.

L'attivazione della protezione sociale è nel Regno Unito e in Danimarca un servizio universale, che punta sul rafforzamento della persona sul mercato del lavoro e sulla facilitazione all'impiego.

La protezione sociale francese non  è generosa e crea pochi posti di lavoro. Quella tedesca assiste il disoccupato, attiva e incentiva l'occupazione.

Lo strumento di protezione sociale a finanziamento pubblico più efficace sembra essere quello legato alla riduzione dell'imposizione fiscale e contributiva a carico del datore di lavoro in un contesto bismarckiano.

Postato da: orsola a 13:01 | link | commenti
occupazione 109

25/05/2006

Guerra dei talenti

Il 16,5% dei lavoratori italiani, quasi 3 milioni e 700 mila, possiede un titolo di studio superiore a quello necessario per il lavoro che fa.

Oltre la metà è costituita da persone, che hanno meno di 34 anni e hanno cominciato a lavorare da non più di cinque anni.

Il fenomeno interessa il 50,8% dei neolaureati.

In compenso c'è il 9%, che svolge da anni un lavoro senza avere un titolo di studio adeguato: 1 milione e 900 mila lavoratori ultraquarantenni.

Sono presenti soprattutto nella pubblica amministrazione, nell'informatica, nello spettacolo e nel giornalismo.

Lo dice il Rapporto ISTAT 2005, pubblicato ieri.

Postato da: orsola a 10:46 | link | commenti (2)
occupazione 109

02/05/2006

Orientamenti pensionistici di lavoratori e imprenditori

Il numero degli ultrasessantenni è in continuo aumento. Secondo le previsioni dell'ONU raggiungerà nel 2050 i due miliardi, il 22% della popolazione mondiale. L'incremento della longevità cambia i modi di vita e di lavoro.

Per raccogliere elementi di conoscenza su come agire in materia pensionistica la banca HSBC (www.hsbc.com) e la società di ricerche di mercato Age Wave (www.agewave.com) hanno commissionato all'Oxford Institute of Ageing dell'università omonima (www.ageing.ox.ac.uk) una ricerca sugli orientamenti nei confronti dell'invecchiamento, della longevità e del pensionamento.

L'indagine è stata svolta alla fine del 2005 dalla società di ricerche di mercato Harris Interactive (www.harrisinteractive.com)  con interviste individuali rivolte a 21.329 persone e a 6.018  imprenditori di 20 paesi nei cinque continenti (dal Brasile, alla Cina, a Hong Kong, al Giappone, alla Germania, alla Francia, all'Arabia Saudita, agli USA, al Regno Unito, alla Russia, all'India, ecc.).

Il rapporto di ricerca "The Future of retirement. What the world wants" è stato pubblicato mercoledì scorso.

Rivela che

-   il 43% delle persone intervistate pensa che il costo della propria pensione possa essere a suo carico, contro il 30%, che lo considera una responsabilità dello Stato;
-   il 36% ritiene che il governo dovrebbe imporre il risparmio individuale obbligatorio per avere indipendenza economica durante il pensionamento, ma il 12% non vuole che aumenti l'imposizione fiscale per finanziare le pensioni;
-   il 72% è contrario a un'età obbligatoria di pensionamento;
-   un uguale 72% vorrebbe potere scegliere di conservare il lavoro almeno a tempo parziale, per ragioni economiche (25%) o per rimanere attivo (21%);
-   il 58% ritiene che l'età più opportuna di pensionamento è di 57 anni per le donne e 61 per gli uomini.

Le differenze, naturalmente, fra cittadini dei 20 paesi sono marcate.

Gli Americani sono favorevoli a farsi carico di tutte le responsabilità di costo della pensione e di accantonamento del risparmio, in misura doppia rispetto agli Europei.

Le relazioni sociali e i rapporti con gli altri come ragioni per prolungare l'età lavorativa sono di gran lunga più importanti per gli Asiatici che per gli Europei e gli Americani.

Gli Americani porterebbero l'età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 64 per le donne. In America Latina è accorciata a 61 e 56. I Turchi vorrebbero addirittura che le donne andassero in pensione a 48 anni.

Motivi per restare al lavoro

2006hsbc1

o Economici; o Stimolo mentale;
o Attività fisica; o Relazioni sociali; o Impiego intelligente del tempo.

Percezione del pensionamento

2006hsbc4

o Inizio di nuove opportunità di vita; o Continuazione della vita abituale;
o Godere il tempo che rimane; o Inizio della fine.

Gli imprenditori apprezzano i lavoratori anziani:

-   il 58% li trova leali;
-   il 53% degni di fiducia come quelli più giovani;
-   il 49% ugualmente produttivi e
-   il 45% motivati allo stesso modo.

Ma poi tardano ad adottare misure per  conservarli  nei propri organici e oltre il 33% non trova necessario nè urgente di reclutare ultracinquantenni.

Atteggiamenti degli imprenditori
nei confronti dei lavoratori anziani

2006hsbc3

Effetti del pensionare i lavoratori anziani
secondo gli imprenditori

2006hsbc5

o Sostituzioni con i più giovani; o Perdita di competenze ed esperienze.

Postato da: orsola a 16:02 | link | commenti (2)
occupazione 109

12/04/2006

Lavoratori temporanei in Europa

La European Foundation for the improvement of Living and Working Conditions  ha pubblicato i risultati di una ricerca sulla natura e l'estensione del "Lavoro temporaneo in Europa" (www.eurofound.eu.int).

L'indagine ha rilevato il numero degli occupati con questo tipo di impiego ("temporary agency work") nell'UE 15 e in Norvegia, il numero delle società operative, il loro giro d'affari, le occupazioni  e le competenze dei lavoratori, i settori economici di riferimento, la durata dei contratti.

Lavoratori temporanei nell'UE e in Norvegia
(2004)

Paesi
Lavoratori
% della forza
lavoro totale
Regno Unito
1.434,098
5,1
Paesi Bassi
157,000
2,5
Belgio
75,131
2,2
Francia
569,314
2,1
Lussemburgo
7,135
1,6
Austria
44,125
1,4
Germania
399,789
1,2
Norvegia
22,784
1,0
Svezia
35,000
1,0
Portogallo
45,000
0,9
Spagna
150,000
0,8
Finlandia
14,000
0,6
Italia
153,000
0,6
Danimarca
6,341
0,3
Irlanda
25,000
-
Grecia
3,503
-


I ricercatori hanno individuato un andamento ciclico del lavoro temporaneo in Europa, caratterizzato da una fase di forte ascesa iniziale, con crescita maggiore del 3% in un tempo medio di poco più di cinque anni e da una fase di ripiegamento e stabilizzazione di uguale durata, con successivi aumenti minori.

Approfondiscono perciò i casi del Belgio, della Francia, della Germania, del  Regno Unito e spiegano le ragioni delle modeste percentuali che ha il lavoro temporaneo sull'occupazione totale dell'Europa.

Tali risultati sono dovuti alle limitate competenze richieste per i ruoli prevalentemente esecutivi assegnati ai lavoratori temporanei, per i settori economici in cui essi sono utilizzati in maggioranza (commercio al dettaglio, servizi tradizionali, manufacturing, costruzioni) per la durata più frequente degli incarichi (3-4 mesi).

Postato da: orsola a 17:40 | link | commenti (6)
occupazione 109

05/04/2006

Mercato del  lavoro

"Factbook 2006", il rapporto annuale dell'OECD, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, pubblicato il 28 marzo scorso, contiene un profilo dell'economia italiana, da cui sono stati tratti i dati della tabella seguente.

Occupazione e disoccupazione
(confronto Italia - UE15: 2004)

Italia
Ue 15

Tasso di occupazione totale

57,4%
64,6%
- uomini
69,7%
72,4%
- donne
45,2%
56,2%
- 15-24 anni
27,2%
38,8%
- 25-54 anni
72,1%
77,6%
- 55-64 anni
30,5%
42,3%
Part-time
14,8%
17,4%
Autoimpiego
27,5%*
15,7%
- uomini
31,5%*
19,5%
- donna
21,0%*
14,5%

Ore lavorate all'anno per persona

1585
-
Tasso di disoccupazione totale
8,0%
8,1%
- uomini
6,4%
7,2%
- donne
10,5%
9,3%
- di lungo periodo
49,7%
42,4%

* 2003

Come si vede le maggiori differenze negative dalla media UE riguardano l'occupazione totale, quella dei 15-24enni e dei 55-64enni, l'autoimpiego, la disoccupazione di lungo periodo.

Postato da: orsola a 16:24 | link | commenti (1)
occupazione 109

20/03/2006

Disuguaglianza e ingiustizia nel lavoro

Quali disuguaglianze sono sentite come ingiustizie nel mondo del lavoro? Perchè un lavoratore si sente disprezzato? Perchè si considera in situazione precaria? Perchè pensa d'essere sfruttato mentre altri godono di privilegi? Perchè si ritiene alienato, impossibilitato a realizzarsi nella vita lavorativa?

François Dubet e il suo gruppo di ricercatori, Valérie  Caillet, Régis Cortíséro, David Mélo e François Rault, rispondono a queste domande sulla penosità del lavoro con un'analisi minuziosa delle lagnanze dei 1200 lavoratori, che hanno incontrato durante la loro ricerca,  in "Injustices. L'expérience des inégalités au travail", Seuil, Paris, 2006.

Il lavoro diventa sofferenza, spiegano nelle quasi 500 pagine del loro libro, quando i lavoratori scoprono che i loro valori di fiducia nell'uguaglianza, di riconoscimento del merito, di aspirazione all'autonomia sono lontani dalla realtà della vita aziendale.

Dubet è professore di sociologia all'Université Bordeaux - II e direttore di studi all'EHESS, l'Ecole des hautes études en sciences sociales. E' considerato uno dei maggiori esperti francesi delle disuguaglianze sociali.

"C'è oggi, afferma, nel mondo del lavoro una 'nobiltà decaduta' costituita dai diplomati che hanno un impiego molto inferiore a quello che speravano". La svalutazione dei diplomi scolastici fà sì che l'ordine giusto prodotto dalla scuola non è sempre continuato da quello del lavoro. Il declassamento è la rottura di un "adeguamento" tra la formazione e l'impiego, riguarda le opportunità situate a monte delle disuguaglianze gerarchiche, giuste o no, dell'organizzazione del lavoro.

Ciò crea malumori e relazioni conflittuali con la gerarchia, in una società che attribuisce ancora grande valore ai diplomi.

Il merito è sentito come un "principio di giustizia", che fa compensare gli sforzi individuali e l'efficienza collettiva.

Questo attaccamento alla meritocrazia suscita critica continua delle "prove di merito e del fatto che sembra difficile riconoscerlo. Il merito dipende dai contesti lavorativi di ciascuno. E' sempre influenzato dalle relazioni personali, dal servilismo, dal favoritismo" .

L'autonomia, il realizzarsi nell'attività lavorativa, nasconde la preoccupazione che "la buona pressione possa trasformarsi in cattivo stress per la carriera e la difficoltà di equilibrare lavoro e vita personale".

La mancanza di rispetto delle regole, del diritto del lavoro, per la disuguaglianza della divisione del lavoro provoca perdita di fiducia, sentimento di non riconoscimento, compromesso tra merito e autonomia difronte ai poteri dell'organizzazione aziendale.

Negli ultimi anni la situazione dei giovani ha mostrato in Francia, Spagna e Italia un declassamento scolastico (v. Delusioni della meritocrazia scolastica, iriospark, 2 marzo 2006) e una discriminazione occupazionale simile solo a quella degli immigrati.

I giovani entrano sempre più tardi nell'occupazione stabile, nella vita coniugale e nella genitorialità". "Essere adulti è essere autosufficienti". La mancanza di autosufficienza economica è dolorosa, "specie nelle classi popolari, dove la coabitazione con i genitori è più difficile per la dimensione degli alloggi". "Le solidarietà intergenerazionali sono importanti, dal punto di vista affettivo ed economico, ma impediscono anche ai giovani d'entrare nella vita adulta".

Il lavoro è diventato raro e difficile. Ufficializzando l'instabilità del lavoro, si viene a istituzionalizzare la precarietà e si toglie ogni speranza del lavoro a tempo indeterminato.

I lavoratori incontrati nelle pagine di Dubet e dei suoi ricercatori condividono i nostri valori e le nostre preoccupazioni, le aspirazioni che ci hanno portati a contribuire all'edificazione dei sistemi  delle imprese nei paesi, oggi, ad economia avanzata.

Giovani e adulti ci presentano le loro istanze e lasciano a noi il giudizio e l'individuazione dei percorsi da seguire.

L'editore nella scheda libraria dice che dopo la lettura niente  dei modi con cui solitamente guardiamo alle disuguaglianze sul lavoro resterà immutato. (v. Lost in translation, iriospark, 14 marzo 2006)

Il declassamento della scolarità in Europa

Paese
Probabilità per un diplomato di
non diventare dirigente o tecnico superiore
Stage, corsi e alternanza scuola/lavoro per un diplomato
Tasso di disoccupazione giovanile su popolazione attiva
Spagna
45,0%
1,3%
22,2%
Francia
28,9%
6,8%
17,4%
Italia
26,7%
1,0%
26,3%
Regno Unito
25,4%
42,0%
9,3%
Paesi Bassi
15,3%
43,0%
3,8%
Portogallo
13,8%
1,0%
5,9%
Danimarca
9,0%
62,5%
4,6%

Fonte: Inchiesta normalizzata Forze di lavoro 2004.

Postato da: orsola a 17:38 | link | commenti (1)
occupazione 109

08/03/2006

Formazione e lavoro delle donne nell'UE

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, nel 2005, l'80% delle donne tra i 20 e i 24 anni ha completato gli studi secondari contro il 75% degli uomini e, nel 2003, il 54,6% degli studenti universitari erano donne.

Le percentuali più elevate di diplomate sono quelle della Slovenia (93,5%), della Slovacchia (92,1%) e della Polonia (91,7%).

Le percentuali più basse sono quelle di Malta (48,4%) e del Portogallo (56,6%).

Ci sono più uomini diplomati in Cechia (il 90,8% contro l'89,8% di donne) e nel Regno Unito ( il 77,5% contro il 76,7%).

Le donne dell'UE studiano più materie umanistiche e artistiche (65,6%) e meno scienze, matematica e informatica (37,3%).

L'Italia ha il 78,1% di diplomate contro il 67,8% di diplomati e il 56,2% di studentesse universitarie. Di queste il 49% frequentano facoltà di scienze, matematica e informatica. Una percentuale che colloca l'Italia al secondo posto nell'UE, dietro il Portogallo, primo con il 49,8%.

Il 32,1% delle donne occupate (v. Occupazione femminile in Europa, iriospark, 27 febbraio 2006) ha ruoli manageriali. Le percentuali maggiori di donne manager sono in Lettonia (44,8%), Lituania (42,7%), Estonia (37,5%) e in Francia (37,1%). Le più basse a Cipro (13,6%), Malta (14,5%) e Danimarca (23%).

In Italia la percentuale è il 31,9%.

Sommando il totale delle ore occupate per lavoro domestico, fuori casa e per studio, le donne sono impegnate giornalmente, in media, un'ora più degli uomini: in Italia (h. 7,26 contro h.6,01), Slovenia (h.7,57 contro h.6,47), Estonia (h.7,35 contro h.6,28), Lituania (h.8,10 controh. 7,04), Spagna (h.7,21 controh. 6,16) e Ungheria (h.7,30 contro h.6,26).

Solo nel Regno Unito (h.6,48 contro h.6,48) e in Svezia (h. 6,54 contro h.6,54) c'è parità di ore lavorate tra donne e uomini.

Postato da: orsola a 10:46 | link | commenti (1)
occupazione 109

03/03/2006

Fondo per le vittime delle delocalizzazioni

La Confederazione europea dei sindacati ritiene che nel 2005 più di 570 mila lavoratori, cittadini dei paesi dell'UE, abbiano perduto il posto di lavoro per ristrutturazioni aziendali.

Il presidente francese Jacques Chirac, nel settembre scorso, è intervenuto in difesa dei 1240 dipendenti della Hewlett Packard Francia, minacciati di licenziamento per delocalizzazione, criticando l'inazione della Commissione Barroso.

La critica chirachiana ha reso attuali alcune proposte per la costituzione di fondi, destinati al reimpiego dei disoccupati per effetto della delocalizzazione, già contenute nel documento della Commissione sulle prospettive finanziarie 2006-2013.

Un rapporto del 20 ottobre 2005 su "I valori europei nell'era della globalizzazione" ed una lettera di Barroso inviata lo stesso giorno ai capi di Stato, di governo e al Parlamento dell'UE, prima del vertice di Hampton Court del 27, hanno suggerito la creazione di un "fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione".

La proposta è stata approvata dal Consiglio europeo in dicembre e diventerà operativa dal 1° gennaio 2007 dopo l'approvazione del Consiglio e del Parlamento. Il Fondo sarà dotato di un nuovo regolamento della Commissione  il 1° marzo.

Disporrà di 500 milioni di euro all'anno, provenienti dai crediti non spesi, attribuiti ad altre voci di bilancio.

Potranno beneficiarne ogni anno da 35 mila a 50 mila lavoratori. Ma il numero varierà in funzione delle necessità reali degli Stati membri.

Servirà per dare aiuti nella ricerca di un impiego, per la formazione e la riqualificazione, per l'integrazione del reddito dei lavoratori ultra cinquantenni, che accetteranno di ritornare al lavoro con una retribuzione meno elevata.

Il Fondo sosterrà gli interventi individuali a favore dei lavoratori per una durata massima di 18 mesi.

Gli interventi saranno fatti dietro domanda di sovvenzione dei singoli Stati e saranno giustificabili per perdite d'impieghi derivanti da delocalizzazioni, cambiamenti profondi della struttura degli scambi commerciali internazionali o declino progressivo della quota di mercato di un dato settore .

Le perdite di posti di lavoro dovranno interessare almeno 1.000 dipendenti di un'azienda in una regione a disoccupazione sopra la media o di un settore d'attività che rappresenta almeno l'1% dell'occupazione della regione.

Postato da: orsola a 11:32 | link | commenti (1)
occupazione 109

27/02/2006

Occupazione femminile in Europa

Nuovo rapporto della Commissione europea sulla "Parità donne - uomini 2006" e altro invito al Consiglio perchè esorti gli Stati membri nella prossima riunione di fine marzo a ridurre le differenze in materia di occupazione, paghe e carriere e a favorire la conciliazione lavoro - vita privata.

I dati del rapporto indicano che nell'UE25 alla fine del 2004, l'occupazione femminile è stata al di sotto di quella maschile del 15,2%, che le retribuzioni delle donne sono state mediamente inferiori del 15% e che esse hanno rappresentato soltanto il 32% dei manager, pure se hanno occupato il 75% dei nuovi impieghi creati negli ultimi cinque anni.

Le differenze occupazionali tra donne e uomini sono inferiori al 10% in Svezia, Finlandia, Danimarca e Paesi Bassi e superiori al 20% a Cipro, Lussemburgo, Italia, Spagna, Grecia e Malta.

Per di più le lavoratrici europee sono confinate in settori deteminati: più del 40% opera nella sanità e nella pubblica amministrazione contro il 20% degli uomini.

Il 32,6% delle donne lavora a part time rispetto al 7,2% degli uomini.

Le top manager e le consigliere d'amministrazione sono solo il 10%.

Il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 49 anni scende dal 75,4% di quelle senza figli al 61,1% di quelle che hanno figli e il 23,3% di queste ultime lavora a part time contro il 15,9% delle donne senza figli.

L'assenza di una equa possibilità di conciliare vita familiare e professionale ha portato molte donne ad uscire dal mercato del lavoro con pregiudizio per la natalità e l'economia dell'UE. Particolarmente significativo è questo fenomeno in Grecia, Spagna, Italia, Cipro, Germania, Polonia, Francia, Cechia e Belgio.

Postato da: orsola a 12:30 | link | commenti (1)
occupazione 109

23/02/2006

Ricerche italiane su lavoro e occupazione

Informazioni apparentemente contraddittorie risultano da quattro ricerche, importanti per conoscere esigenze e modi di gestione delle Risorse Umane, pubblicate dai quotidiani italiani ieri e oggi.

Tre indagini sono il frutto di istituti di ricerca e hanno raccolto le opinioni degli uomini d'azienda, una quarta è stata fatta dal consorzio universitario "AlmaLaurea" e ha coinvolto gli ex studenti.

Il sondaggio Ipsos - Cise è stato rivolto a commercianti e artigiani per rilevare quelle che il "Sole - 24Ore" ha chiamato le urgenze dell'economia, in vista delle elezioni politiche del 9 aprile.

Riguarda la gestione delle Risorse Umane che la percentuale maggiore delle risposte (22%), abbia indicato tra le priorità per la ripresa "più flessibilità del lavoro", che tra le misure utili per la propria impresa la maggioranza delle indicazioni (30%) sia stata "riduzione del costo del lavoro", alla pari con "meno burocrazia", che la zavorra, che "danneggia di più il sistema economico italiano", sia al secondo posto il "costo del lavoro" (23,2%), dietro la "scarsa qualità della politica" (29,4%).

Il 63% si pronuncia per il cambiamento dell'attuale modello di contrattazione.

Non sorprende perciò che il 28% degli intervistati approvi come positiva (26%) e molto positiva (2%) la riforma Biagi.

Ma l'indagine dell'Associazione nuovi lavori "il 'nuovo' nel mercato del lavoro: presente e futuro", riportata stamattina da "la Repubblica", analizzando le forme contrattuali, dice che solo il 9,4% dei contratti stipulati dopo la "riforma Biagi" è di quelli regolati da questa legge. Infatti il 23% dei datori di lavoro intervistati ammette di preferire dipendenti stabili e  i contratti a tempo indeterminato sono la maggioranza: riguardano il 73,2% degli addetti. Mentre c'è ancora un 17,4% con contratti atipici pre-legge 30/2003.

La ricerca, si badi bene, è stata effettuata su un campione di 1000 imprese di piccole e medie dimensioni di tutti i settori, dall'industria al commercio.

File0001

Fonte: la Repubblica, 23 febbraio 2006

La ricerca "AlmaLaurea" ha toccato 74 mila laureati di 36 università. Stando ai dati, riportati dal "Corriere dell sera", la percentuale di occupati dopo un anno dalla laurea è stata del 53,7% nel 2004, con un calo dello 0,5% rispetto al 2003.

L'occupazione poi per tipo di laurea smentisce un altro luogo comune: se a un anno e a tre anni dopo la conclusione degli studi universitari, i diplomati dei corsi a indirizzo tecnico - scientifico sono avvantaggiati sul mercato del lavoro, dopo 5 anni i laureati in scienze umane e sociali sono occupati per l'86,4% contro l'86,0% dei laureati in materie tecnico - scientifiche.

La stabilità dell'occupazione è elevata nel settore privato (74% delle assunzioni), mentre è molto ridotta nel pubblico (31%), anche se il lavoro atipico è cresciuto del 10% dal 1999 al 2004 e ha toccato il 48,5% dei laureati occupati nel 2004.

La doccia scozzese continua.

Fondirigenti ha pubblicato i "Primi risultati della ricerca: la dimensione strategica delle Risorse Umane", frutto di un' "indagine del sistema di PMI italiane". Per essa "sono state intervistate ... 68 imprese operanti in settori strategici per l'economia italiana", in maggioranza di medie dimensioni.

Solo nel 21% dei casi analizzati le competenze distintive dell'impresa risiedono nella gestione delle Risorse Umane e solo nel 4% dei casi i manager ritengono di dovere sviluppare maggiormente le competenze che l'azienda possiede nell'ambito delle Risorse Umane.

Competenze2

Competenze1

Che ne è dei tanto discussi "valore strategico delle Risorse Umane" e della "partnership strategica" della relativa funzione organizzativa aziendale?

Tutte e quattro le ricerche indicate non solo sono state realizzate da organismi autorevoli, ma hanno anche dato luogo ad ampia diffusione in ambito istituzionale, associativo e giornalistico.

Le contraddizioni sono, naturalmente, apparenti: sono le diverse facce della stessa realtà, analizzata con chiavi di lettura diverse.

Postato da: orsola a 12:44 | link | commenti (5)
occupazione 109

21/02/2006

Europei disposti alla mobilità

Eurobarometro ha pubblicato ieri i risultati di un'indagine sulla disponibilità dei cittadini dell'UE alla mobilità geografica per lavoro (v. Mobilità e occupazione dei lavoratori europei, iriospak, 20 febbraio 2006), condotta fra settembre e ottobre dell'anno scorso con interviste dirette su un campione rappresentativo di 24.642 persone di età superiore ai 15 anni, residenti nei 25 Stati membri.

Il 46% degli intervistati ritiene che un trasferimento in un altro paese sia un fatto positivo, contro l'11% che lo considera negativo e,  per la mobilità del lavoro, queste percentuali salgono al 49% di persone  favorevoli e al 19%  di contrarie. 

Tra paesi dell'UE ci sono forti differenze: i cittadini dell'Irlanda, della Danimarca, della Svezia e della Slovacchia sono disposti alla mobilità geografica in misura superiore al 60%, quelli di Cipro e della Grecia, al contrario, in misura inferiore al 30%. Gli italiani orientati allo spostamento sono il 38%.

Gli ostacoli maggiori alla mobilità potrebbero venire, secondo gli intervistati,  da scarsa competenza linguistica (58% ), da difficoltà di trovare lavoro (28%) e di adattamento a una diversa cultura (24%).

I fatti ritenuti positivi sono la scoperta di un nuovo ambiente (45%), il maggiore reddito (38%), le migliori condizioni di lavoro (36%) e il  conoscere altra gente (24%).

La prontezza a cercare lavoro in un'altra regione o paese, in caso di disoccupazione , raggiunge  una percentuale media del 68%, con escursioni dal 75% dei francesi e degli olandesi al 48% degli ungheresi e al 49% degli irlandesi. Gli italiani, con il 69% sono al sesto posto della graduatoria.

La "cultura della mobilità del lavoro" è stata misurata dai ricercatori di Eurobarometro con la durata dell'impiego presso lo stesso datore di lavoro  e con l'individuazione dei motivi che potrebbero farlo cambiare  nei  5 anni successivi.

N° posti di lavoro cambiati per classi di età
(UE25)

15 - 24 25 - 34 35 - 44 45 - 54 55 - 64 +65 Totale

2,8

3,6

4,2

4,2

4,2

4,5

3,9

La durata media rilevata di un impiego presso lo stesso datore di lavoro è di 10,6 anni in Europa, contro 6,7 in USA e 12,2 in Giappone.

Circa il 10% dei lavoratori europei hanno avuto lo stesso lavoro per meno di un anno, il 36% tra uno e cinque anni, il 17% tra sei e dieci anni e il 36% è rimasto nello stesso impiego per più di 10 anni.   

Cause di mobilità nei prossimi 5 anni

ImmagineD



Come si vede dal grafico seguente, la stabilità e la mobilità sono correlate all'età, al tipo di contratto di lavoro, alla qualificazione professionale e alla situazione familiare.

Lavoratori poco stabili (UE25)

ImmagineA

Lavoratori molto stabili (UE25)

ImmagineB

Postato da: orsola a 16:45 | link | commenti
occupazione 109

20/02/2006

Mobilità e occupazione dei lavoratori europei

Il 2006 è "L'Anno europeo della mobilità dei lavoratori".

Il sito della Commissione spiega che "il mercato del lavoro dell'Unione europea è caratterizzato da alti livelli di disoccupazione in alcuni settori e regioni e da carenze di competenze e manodopera in altri", che l'Europa ha bisogno di una maggiore mobilità del lavoro per " garantire posti di lavoro migliori e più numerosi" e distingue tra "frequenza con cui i dipendenti cambiano lavoro" (mobilità del lavoro) e lo "spostamento di lavoratori da una regione all'altra dello stesso paese oppure lo spostamento in un altro paese" (mobilità geografica).

La mobilità "può aiutare a sviluppare nuove competenze". E' la tesi sostenuta. Ma l'obiettivo primario è di ridurre i 20 milioni di persone, che attualmente sono in cerca d'impiego in Europa.

Gli strumenti per questo fine avrebbero dovuto essere, da un lato, la "direttiva Bolkenstein", così chiamata dal nome del responsabile per il mercato interno della Commissione Prodi, sulla liberalizzazione dei servizi, e, dall'altro, dall' EURES (European Employment Services), una rete di più di 5.000 uffici locali per l'impiego, appartenenti ai 25 paesi dell'UE e all'Islanda, al Liechtenstein, alla Norvegia e alla Svezia.

EURES disporrà di un portale per l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro, con una banca dati di un milione di impieghi.

La "direttiva Bolkenstein" è stata approvata la scorsa settimana da una larga maggioranza, ma con deroghe tanto numerose rispetto alle esigenze di contrastare il dumping sociale da suscitare le critiche fondate degli europeisti convinti, dei dieci nuovi Stati membri dell'Est e degli euroscettici.

EURES dovrà reggersi sull' "efficienza" di servizi diversamente strutturati in ogni paese e con una scarsa credibilità da parte dei datori di lavoro in quei paesi, come l'Italia, in cui le burocrazie pubbliche sono state finora più d'ostacolo  che di sostegno allo sviluppo delle imprese.

Si aggiunga la scarsa propensione alla mobilità dei lavoratori europei (v. Mercato del lavoro più aperto, iriospark, 6 febbraio 2006).

Nell'UE 25 il 93,7% degli occupati è originario dei paesi in cui lavora e la durata media di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato è di 10,6 anni.

I motivi della bassa mobilità geografica stanno, secondo un'indagine di Eurobarometro, nella  ignoranza di un'altra lingua (50% degli intervistati) e nel timore per le difficoltà di adattamento a un'altra cultura (24% degli intervistati).

I motivi della permanenza nello stesso impiego (quasi il doppio di quella dei lavoratori americani) vanno ricercati nella poca dinamica del mercato del lavoro europeo, nel cumulo di norme "garantiste", di pregiudizi imprenditoriali, di costo del lavoro e di assenza di sistemi di lifelong learning, che caratterizzano soprattutto alcuni paesi dell'Europa meridionale.

Una situazione complicata per l'armonizzazione europea della lotta alla disoccupazione.

Postato da: orsola a 12:57 | link | commenti (2)
occupazione 109

15/02/2006

Strategia europea di protezione sociale e occupazione

 Nell'integrazione europea aumenta il divario tra la costruzione di un mercato comune competitivo e il mantenimento del controllo sulle politiche sociali da parte degli Stati membri dell'Unione. Ne deriva una visione segmentata dei problemi occupazionali, segnata dall'attesa dei benefici che le dinamiche di mercato potranno dare e dalla scarsità di interventi diretti a porre in essere le condizioni necessarie per l'integrazione.

In questa situazione la riforma dei mercati del lavoro è legata a quelli dei beni e dei servizi nella prospettiva "Bruxelles - Francoforte - Washington", in cui le politiche macroeconomiche sono focalizzate sulla stabilità e le riforme strutturali sono dirette a incrementare la competitività, senza equilibrio tra crescita presente e futura.

A "The european employment strategy, macroeconomics policies, institutional regimes and transitional labour markets" è dedicato lo studio degli economisti del lavoro e delle politiche sociali Bernard Gazier e Arnaud Lechevalier, fatto per conto del network olandese TLM.NET, Managing social risks throught transitional labour markets.

Lo studio analizza le differenze tra i sistemi nazionali di protezione sociale per l'occupazione per individuare le componenti, i fattori di crisi e le corrispondenti risposte date.

Gli autori distinguono i sistemi di sostegno all' occupazione e di corrispondenza ai fenomeni critici  in base agli obiettivi di welfare, ai principi di funzionamento, alle regole di allocazione delle risorse, al grado di delimitazione del privato, ai principi di distribuzione dei servizi offerti, di finanziamento e di gestione. 

Ispirandosi alle categorie di Esping - Andersen, raggruppano i sistemi attuati dai paesi dell'UE, in tre modelli dettagliati: il bismarckiano (corporativo), l'universalista e il liberale, sintetizzati nelle tabelle seguenti.

Modelli di protezione sociale nell'UE

 Modelli

Bismarckiano

Universalista

Liberale

Paesi Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Sud Europa con specificità Danimarca, Finlandia,Svezia , Norvegia Regno Unito, Irlanda
Orientamento della leadership Efficienza produttiva Cittadinanza forte Mercato e cittadinanza residua
Obiettivi di protezione sociale Assicurazione contro la perdita del reddito(o perdita della capacità di produrre reddito)
Redistribuzione come un'assicurazione (vincoli contingenti o specifici)
Distanza dalla povertà e dalla disoccupazione
Principio di funzionamento

Contribuzione

Universalità

Selettività

Regole per l'allocazione delle risorse e grado di stratificazione

Statuto, occupazione

Forte

Cittadinanza, residenza

Debole

Bisogno, povertà


Debole

Grado di limitazione del privato

Medio-forte

Forte

Debole

Principio di distribuzione Proporzionale (equità relativa) Contrattuale Correlato alle risorse
Finanziamento

Contributi

Imposte e contributi

Imposte

Gestione

Partnership sociale

Decentramento

Accentramento

 

 

Sistemi per l'occupazione nell'UE

Modelli

Bismarckiano

Universalista

Liberale

Paesi Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Sud Europa con specificità Danimarca, Finlandia,Svezia , Norvegia Regno Unito, Irlanda
Gradi di accentramento Medio Alto (decrescente) Basso
Coordinamento Medio
Alto
Basso
Determinanti la redistribuzione Accordo collettivo (reparto) Accordo collettivo Azienda (Irlanda: patto sociale)
Tasso di sindacalizzazione

Medio

 

Alto

Basso

Indennità di disoccupazione Medio-alta Alta Bassa
Imposizione fiscale sulla retribuzione Alta Alta Bassa
Conciliazione lavoro famiglia
Modello familiare Compromesso casa/lavoro Compromesso casa/cittadinanza Compromesso casa/orientamento al mercato
Concezioni fondanti

"L'uomo porta il pane" e ha i diritti che ne derivano

Lavoro per tutti Lotta alla povertà/protezione sociale al lavoro

 

 

Fattori di crisi e risposte corrispondenti
Modelli
Bismarckiano
Universalista
Liberale
Paesi Germania, Austria, Belgio, Paesi Bassi, Sud Europa con specificità Danimarca, Finlandia,Svezia , Norvegia Regno Unito, Irlanda
Fattori di crisi

Pressione forte sulla protezione sociale e per l'impiego

Costo del lavoro, importanza dei meccanismi di strutturazione del mercato del lavoro, esclusione sociale, accesso limitato alle donne

Pressione moderata

Apertura internazionale, dimensione del settore pubblico e costi globali del sistema

Pressione moderata

Efficienza e costi globali, "cultura della dipendenza"dalla famiglia e disincentivi al lavoro

Risposte: protezione sociale/occupazione Riduzione dell'imposizione e del costo del lavoro non qualificato, riequilibrio e richiesta di contropartite dai beneficiari
Riforma del sistema fiscale, contenimento dei costi di assistenza e razionalizzazione
Revisione del grado di limitazione del privato per mezzo di imposizione fiscale redistributrice tra guadagni e mancanza di reddito, protezione sociale al lavoro
Risposte: il mercato del lavoro Grande coordinamento (patto sociale), "moderazione salariale", ridotta protezione del lavoro e sviluppo del lavoro a part-time (donne) Sviluppo dei servizi personali, ridotta protezione del lavoro, politiche attive dell'occupazione Aumento della flessibilità nel mercato del lavoro e nelle retribuzioni, apertura della gerarchia degli stipendi, lavoro poco qualificato nei servizi

Dal confronto tra le politiche di protezione sociale e per l'occupazione Gazier e Lechevalier rilevano alcune tendenze comuni tra i paesi dell'UE: la riduzione dei trasferimenti pubblici, il riequilibrio tra contributi e benefici, le restrizioni imposte dai sistemi retributivi.

Definiscono i percorsi per il lavoro e sviluppano una strategia per l'occupazione, che richiede condizioni qualificanti per ottenere i benefici della protezione sociale ed è basata su meccanismi motivanti, costituiti da riduzioni fiscali legate al basso reddito e/o alle spese della famiglia.

Ritengono che l'integrazione sociale europea non potrà essere intensificata senza uncambiamento istituzionale e una regolazione dell'attuale logica macroeconomica.

Flessibilità delle strutture pubbliche, ibridazione degli interventi, delimitazione e controllo collettivo della sussidiarietà, definizione dei legami tra tipi di federalismo, metodi di coordinamento e modello sociale a tendere sono le condizioni indispensabili perchè la dinamica del regime composito di occupazione e protezione sociale europeo rimanga "inclusivo".

Postato da: orsola a 17:58 | link | commenti (1)
occupazione 109

06/02/2006

Mercato del lavoro più aperto

Il 1° maggio 2004, all'atto dell'allargamento dell'UE ai dieci nuovi Stati membri, prima di consentirne l'accesso al mercato del lavoro comune,  fu fissato un periodo transitorio di sette anni.

Fu anche stabilito che nel 2006 i governi degli Stati di più vecchia adesione si sarebbero incontrati per fare il punto della situazione e decidere se rimuovere ogni  restrizione alla mobilità dei lavoratori dei 25 Stati membri  per tutto il territorio dell'Unione.

L'appuntamento è stato fissato per il 30 aprile di quest'anno.

Su questo punto le posizioni degli Stati appartenenti all'UE 15 sono differenti. L'Irlanda, il Regno Unito e la Svezia hanno già deciso di non limitare la libera circolazione della forza lavoro, la Spagna e la Finlandia stanno per eliminare ogni vincolo, la Germania e l'Austria hanno dei sistemi di quote e non vogliono cambiarli per il momento, la Francia è favorevole a una maggiore flessibilità nel  rispetto del periodo transitorio. Gli altri sette paesi sembrano intenzionati a seguire i termini dell'accordo del 2004.

Il Commissario per il mercato interno Barroso è favorevole all'apertura completa del mercato del lavoro alle persone dell'Est perchè i flussi effettivi di manodopera dai nuovi Stati membri sono stati finora limitati, nè si prevede che quelli futuri potranno modificare significativamente la situazione dell'Unione nel suo insieme.

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Eurostat, nell'UE15 il 92,4% dei lavoratori residenti è originario  dei  paesi in cui lavora e nell'UE 25 lo è il 93,7%. I lavoratori immigrati sono rispettivamente il 7,6% (di cui il 2,1% provenienti dall'UE 15 e lo 0,4% dai nuovi paesi dell'Europa orientale) e il 6,3% (di cui l'1,7% dall'UE 15 e lo 0,3% dai paesi nuovi entrati).

Attualmente hanno  più lavoratori stranieri

-  il Lussemburgo (42,1% della sua forza lavoro, di cui il 37,6%  provenienti dall'UE 15 e lo 0,3% dai nuovi10),
-  l'Austria (10,8%, provenienti per l' 1,9% dall'UE15 e l'1,4 dai nuovi10),
-  la Germania (10,5%, provenienti per il 2,8% dall'UE15 e lo 0,7% dai nuovi 10),
-  la Spagna (9,5%, provenienti per il 2% dall'UE15 e lo 0,2% dai nuovi 10) e
-  il Belgio (8,7%, provenienti per il 5,8% dall'UE15 e lo 0,2% dai nuovi 10).

Tutti gli altri paesi hanno lavoratori residenti d'origine straniera in misura inferiore alle medie dell'UE.

Postato da: orsola a 11:49 | link | commenti (1)
occupazione 109

30/01/2006

Problemi del lavoro a Davos

Il "World Economic Forum Annual Meeting 2006" è stato intitolato a "L'impero della creatività" e ha dedicato due delle sue tavole rotonde ai "Lavori del futuro" e alla "Creazione dei lavori per il futuro".

Sui problemi del lavoro la cancelliera tedesca Angela Merkel aveva già messo sull'avviso i partecipanti, quando nel suo intervento aveva detto che "il vero pericolo di conflittualità sociale non viene da eccessivo outosourcing ma se esso è mancanza futura di creazione di posti di lavoro".

Ci si aspettava perciò che gli esperti, gli imprenditori e i politici autorevoli partecipanti alle due tavole rotonde avrebbero quanto meno confrontato qualche loro ipotesi di soluzione al fenomeno mondiale della crescita contemporanea dell'economia e della disoccupazione (cfr. Crescita dell'economia e della disoccupazione nel mondo, iriospark, 25 gennaio 2005).

Invece, nella prima tavola rotonda, sui "Lavori del futuro", la conclusione è stata che l'invecchiamento della popolazione richiederà un aumento dei servizi alla persona e un rapporto faccia a faccia nella sanità, nella vendita al dettaglio, nella ristorazione e nell'attività alberghiera. Non c'è stato nessun tentativo di indicare possibili linee di condotta.

La ministra del Lavoro americano Elaine L. Chao si è limitata a raccomandare investimenti in capitale umano e a sottolineare il divario esistente tra i programmi governativi e le competenze dei lavoratori occupati,un  problema che riguarda specialmente  quelli più anziani.

Jagdish Bhagwati, professore della Columbia University, ha rilevato la differente intensità dei ritmi di lavoro della Cina, dell'India e dell'Australia.

Il CEO della BT, l'inglese Ben J. Verwaayen è apparso il più concreto, quando ha rilevato l'insufficienza dell'innovazione, in termini di job creation,  di coinvolgimento delle donne e delle minoranze.

Sono i tre interventi più significativi di questo incontro.

Nella seconda tavola rotonda, sulla "Creazione del lavoro per  il futuro" è stata esasperata l'importanza della flessibilità.

Per limitarsi anche qui ai  migliori contributi, il direttore generale della confederazione degli industriali inglesi, Digby Jones, ha ricordato che dobbiamo prepararci a lavoratori di 70 anni e a sviluppare competenze flessibili per differenti tipi di lavoro, possibili nella vecchiaia.

Clara Gaymard, presidente di Invest France ha sottolineato l'importanza della qualità e dell'equa remunerazione del lavoro.

Sono stati due talk show con interventi e risultati talmente generici da non potere essere giustificati né per il  piacere di ritrovarsi insieme a tanti "leader dell'economia mondiale", né tanto meno per lo sforzo di creatività.

Proprio in materia di lavoro ci sono meno idee ?

Postato da: orsola a 14:18 | link | commenti (1)
occupazione 109

25/01/2006

Crescita dell'economia e della disoccupazione nel mondo

Il  numero dei disoccupati nel mondo ha raggiunto la cifra record di 191 milioni e 800 mila alla fine del 2005, con un aumento di 2 milioni e 200 mila rispetto al 2004.Il tasso di disoccupazione mondiale è il 6,3%, in aumento, dopo due anni di diminuzione. 

"Una forte crescita economica a livello mondiale non basta per compensare l'aumento della gente alla ricerca di un'occupazione - in particolare nella sempre più numerosa legione dei giovani disoccupati". E' scritto nel "Global employment trends brief", il rapporto annuale dell'ILO, International Labour Organisation, presentato martedì.

Il rapporto precisa che malgrado una crescita del PIL del 4,3% nel 2005 la maggior parte delle economie mondiali non sono state capaci di trasformare questo sviluppo in occupazione o in aumento delle retribuzioni.

Su 500 milioni di lavoratori, che vivono in condizioni di estrema povertà solo 14 milioni e mezzo hanno potuto uscire dalla soglia di un dollaro al giorno come paga.

1 miliardo e 400 milioni di lavoratori inoltre, poco meno della metà di tutti quelli occupati nel 2005, 2 miliardi e 850 milioni, continuano da dieci anni a guadagnare due dollari al giorno.

a metà dei disoccupati è costituita da giovani dai 15 ai 24 anni, tre volte più a rischio degli adulti di rimanere senza lavoro. I giovani, ricorda l'ILO, sono un quarto della popolazione in età lavorativa.

I più forti incrementi della disoccupazione tra il 2004 e il 2005 si sono avuti con il 7,7% dell'America Latina e dei Caraibi (+0,3%) e il 9,7% dell'Europa centrale e orientale extra UE e della CEI (+0,2%).

Nell'Unione europea il tasso di disoccupazione è diminuito al 6,7% (-0,4%).

Nell'Asia c'è la disoccupazione minore: il tasso è del 3,8% in estremo Oriente, del 4,7% nell'Asia meridionale e del 6,1% nel Sud-Est asiatico e nell'area del Pacifico.

La disoccupazione è elevatissima nel Medio Oriente e nel Nord Africa, dove raggiunge il tasso del 13,2%. Nell'Africa sub-sahariana è il 9,7%, il secondo al mondo. Qui c'è anche il maggior numero di lavoratori poveri.

Il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa varia dall'Estremo Oriente, con il 71,1%, al Medio Oriente e al Nord Africa , con il 46,4%.

"L'attuale modello della globalizzazione continua ad avere un impatto sociale differente, conclude il rapporto, alcuni vedono il loro livello di vita elevarsi, altri restano al traino". "La riduzione della povertà non può avvenire senza che in primo luogo si espanda un'occupazione di migliore qualità, in particolare in Africa".

Postato da: orsola a 11:54 | link | commenti
occupazione 109

23/01/2006

Meno orario di lavoro o più occupazione

Il numero 41, di dicembre, degli "Occasional Paper" della Banca centrale europea è dedicato a "Tendenze e modelli degli orari di lavoro nei paesi della zona Euro 1970-2004. Cause e conseguenze".

Nadine Leiner-Killinger, Cristophe Madaschi e Melanie E. Ward-Warmedinger, tre economisti della BCE, verificano quanto sia fondata la richiesta delle aziende di ridurre il costo reale delle produzioni per ora lavorata. Rilevano perciò gli andamenti del tempo e del costo del lavoro nella zona euro nel periodo 1970-2004, il loro impatto sulla produttività e la crescita economica, li confrontano allo sviluppo degli Stati Uniti.

L'orario di lavoro individuale medio annuo è ribassato nella zona euro da 1938 del 1970 a 1526 del 2004. Negli USA è diminuito nello stesso arco di tempo da 1936 a 1825. Le maggiori riduzioni si sono avute nei Paesi Bassi, da 1759 a 1357, in Francia, da 1902 a 1441, e in Germania, da 1956 a 1443. Grecia, Spagna e Finlandia hanno avuto le riduzioni minori.

L'Italia è scesa da 1868 ore a 1585, meno della media della zona.

Il livello attuale della Grecia è di 1925, più elevato degli USA.

Le ore lavorate effettive, di utilizzazione del lavoratore, sono diminuite ancora di più degli orari di lavoro nella zona euro, da 820 a 650, mentre sono cresciute in America, da 743 a 867.

Il costo reale del lavoro, la produttività del lavoro per ora lavorata e il costo reale del lavoro per unità di prodotto hanno avuto nei paesi della zona euro, in tutta la zona e negli USA gli andamenti indicati nella tabella successiva.

Paesi*
Costo reale del lavoro
Produttività del lavoro per ora lavorata
Costo reale del lavoro per unità di prodotto
Belgio
2,9
2,7
0,2
Germania
2,3
2,8
-0,4
Spagna
2,5
2,6
-0,1
Francia
2,4
2,7
-0,3
Irlanda
2,9
4,3
-1,4
Italia
1,8
2,4
-0,6
Paesi Bassi
1,9
2,1
-0,1
Finlandia
2,8
2,8
-0,1
Zona euro
2,4
2,8
-0,5
USA
1,4
1,6
-0,3

 *Grecia, Lussemburgo, Austria e Portogallo: dati non disponibili.

La significativa diminuzione delle ore lavorate può essere correlata alle preferenze individuali, alle scelte istituzionali e ai cambiamenti nella regolazione del tempo di lavoro. 

Nel periodo 1970-2004 la crescita del PIL pro capite è stata abbastanza simile tra zona euro e USA (rispettivamente +1,9% e +2,1%), ma la produttività del lavoro per ora lavorata è aumentata di più nella prima (+2,8%) che nei secondi (+1,6%), mentre le ore annuali lavorate pro capite sono diminuite nella zona euro (-0,9%) e sono aumentate negli Stati Uniti (+0,4%).

L'Italia ha aumentato il suo PIL (+2,0%) sopra la media della zona, ma meno la produttività pro capite (+2,4%) e ha contenuto la sua riduzione delle ore annuali lavorate (-0,3%).

I benefici di produttività e di crescita del PIL sono stati utilizzati nella zona euro per diminuire gli orari di lavoro, mentre negli USA hanno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione.  

Postato da: orsola a 15:50 | link | commenti
occupazione 109

19/01/2006

Fuori dal lavoro a 45 anni

La metà dei lavoratori europei tra i 50 e i 59 anni vogliono andare in pensione al più presto, per motivi di salute, poche possibilità di carriera, stress e fatica, prospettive di lavoro incerte. Lo ha comunicato a metà dicembre una ricerca, svolta dall'Università di Mannheim, per la Commissione Europea (cfr. Voglia di andare in pensione, iriospark, 12 dicembre 2005).

Un'altra ricerca europea, pubblicata a fine ottobre dall'Université Paris Dauphine e dall'IAE di Caen (cfr. Personalizzazione e autogestione delle R.U., iriospark, 20 ottobre 2005), ha verificato l'esistenza di nuovi modi di organizzazione del lavoro in azienda, che comportano la presenza di persone con competenze, impiegabilità e statuti differenti: personale fisso, lavoratori temporanei, esperti in grado di operare per risultati.

Sono solo due fra le ultime attestazioni della scomparsa della "società salariale", del trionfo del "knowledge divide", dell'inadeguatezza dei sistemi di gestione delle risorse umane e delle politiche del lavoro.

Il libro curato da Paolo Iacci "Troppo vecchi a quarant'anni? Come sopravvivere al giro di boa nel mondo del lavoro", il Sole-24ore, Milano, 2005, denuncia la discriminazione e lo spreco delle risorse umane "over 45", perpetrati dalle aziende italiane, mentre si allungano la vita e l'età pensionabile dei lavoratori. Punta su occupazioni più durature di quelle oggi praticate.

Iacci, manager e docente universitario di Organizzazione e gestione delle risorse umane, ritiene che quelle esclusioni dal lavoro siano da ricondurre a quattro "paradossi di Matusalemme", riassunti nelle formule che sottendono lo sviluppo del libro: "Young in , old out", "Young up, old down", "Young more, old less", "Young gold, old bad".

Le aziende, sostiene, rinunciano all'esperienza e alle competenze distintive dei lavoratori di più di 45 anni a vantaggio di assunzioni di giovani, per ragioni di costo del lavoro e di innovazione tecnologica. Provocano così impoverimento non solo del know-how aziendale, ma anche crescita della precarizzazione, provocando l'espulsione di "circa 700.000 lavoratori, quarantenni e cinquantenni, che hanno perso il lavoro e non riescono a rientrare stabilmente nelle organizzazioni produttive".

La dizione "i paradossi di Matusalemme"  richiama in certo modo il best seller di Frank Schirrmacher "Il complotto di Matusalemme", che due anni fa aveva evidenziato il conflitto tra giovani e anziani, come causa delle crisi sociali mondiali, dal mondo del lavoro alla politica internazionale.

Il libro curato da Iacci sostiene principalmente le ragioni dei lavoratori anziani, per evitare gli sprechi di conoscenze e il disagio sociale provocato dalle difficoltà che essi incontrano di ritornare al lavoro nelle aziende, una volta che ne siano stati allontanati.

Nel primo saggio della raccolta, in corrispondenza del primo paradosso, Gianfranco Rebora, economista aziendale, dell'Università Liuc, indica le condizioni di sistema e le linee di azione praticabili all'interno dell'impresa  per valorizzare ruolo e competenze degli "over 45", utilizzando il loro capitale conoscitivo per svecchiare l'organizzazione dagli istituti e dalla prassi obsolete.

Romano Trabucchi, esperto di direzione del personale, analizza le difficoltà del cambiamento culturale, evidenzia i costi psicologici del disoccupato maturo, propone un "invecchiamento attivo" con una formazione continua in una azienda socialmente responsabile.

Giorgio Soro, psicologo del lavoro, dell'Università di Torino, affronta il tema dell' "ageism", secondo la definizione di Schirrmacher, dei pregiudizi contro i lavoratori anziani. Ne individua le cause nelle politiche del lavoro e nella mancanza di un "senso" generale, che colleghi e renda sinergici gli obiettivi dell'impresa all'esterno con gli obiettivi e le aspirazioni individuali. Propone un'azione manageriale che aumenti l'appartenenza all'organizzazione come "progetto di cambiamento sociale".

Un libro scritto con passione, ricco di documentazione. Quasi un obbligo di lettura per chi lavora per le aziende.

Postato da: orsola a 17:09 | link | commenti (8)
occupazione 109

14/12/2005

Crescita economica e occupazione

La globalizzazione stenta a creare nuova occupazione di qualità e a ridurre la povertà. Se in certe zone dell'Asia la crescita economica porta offerta di impieghi stabili, in altre dell'Africa o dell'America Latina ci sono persone che lavorano in condizioni di degrado, in particolare nell'agricoltura. Lo dice la quarta edizione di KILM, Key indicators of labour market, pubblicata dall'International Labour Organization.

1 miliardo e 380 milioni di persone, il 50% di tutta l'occupazione mondiale, lavorano per meno di due dollari al giorno. Una quantità, tuttavia, minore rispetto al 57% del 1994.

Il Rapporto dell'ILO rileva gli aspetti quantitativi (i tassi di attività, l'occupazione, la disoccupazione, la flessibilità d'impiego, i settori di attività, la produttività del lavoro) e qualitativi del mercato del lavoro (gli orari di attività, le retribuzioni, lo statuto nell'impiego, la durata della disoccupazione).

20 nuovi indicatori chiave fanno analizzare in dettaglio come è il lavoro nel mondo.

ImmagineP

                                   Fonte: ILO, KILM 4°, 2005.

L'indicatore della flessibilità d'impiego mostra che negli ultimi 4 anni considerati dal Rapporto, per ogni punto percentuale di crescita del PIL, l'occupazione mondiale cresce dello 0,30%, con una riduzione dello 0,08% rispetto al quinquennio precedente 1995 - 1999.

Rapporto flessibilità d'impiego/crescita del PIL
in alcune economie sviluppate nel periodo 1999-2003

ImmaginePIL

        Fonte: ILO, KILM  4°, 2005.


L'occupazione poi in Medio Oriente, Africa del Nord e in Africa subsahariana avviene nell'economia informale e in situazioni di bassa produttività. I lavoratori che vivono con meno di un dollaro al giorno sono aumentati in quest'ultima regione del mondo di 28 milioni tra il 1994 e il 2004.

Nell'America Latina c'è attualmente una diminuzione dei posti di lavoro, dopo la crescita economica del 1999-2003, e il numero di lavoratori poveri, che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, è aumentato di 4 milioni e 400 mila.

Lo sviluppo dell'Asia ha generato crescita occupazionale, produttività e riduzione della povertà.

In Europa occidentale e nell'America del Nord per ogni punto percentuale di crescita nel settore dei servizi, in espansione, l'occupazione è aumentata, dello 0,62% nel vecchio continente e dello 0,57% negli USA e in Canada. La crescita dei servizi e dell'occupazione relativa è avvenuta per altro con forti oscillazioni espansive e recessive tra il 1991-2003.

Le disuguaglianze retributive sono aumentate dall'ultimo decennio del secolo scorso a vantaggio del lavoro più qualificato non disponibile in quantità sufficiente per la domanda.

I costi e la produttività del lavoro danno differenti risultati di competitività.

Nell'UE 15 il confronto con gli USA è minacciato dalla minore produttività dell'industria e dall'apprezzamento dell'euro.

Il costo del lavoro per unità di prodotto del Giappone non è competitivo nè con gli USA, nè con l'UE15.

In Europa centrale e dell'Est l'aumento della produttività e la transizione all'economia di mercato hanno provocato una riduzione dei posti di lavoro. Il vantaggio competitivo di quei paesi sta in un costo del lavoro, che circa il 70% di quello degli USA.

Nel mondo la disoccupazione giovanile è mediamente il doppio di quella degli adulti.

Le economie sviluppate e l'Unione Europea hanno di fronte a sè un numero crescente di lavoratori sottoutilizzati per orario o tipo di impiego. Il loro peso fra gli occupati nel 2004 ha raggiunto il 21% in Francia e in Italia, con un aumento negli ultimi 10 anni di 4 punti per la prima e di 9 per la seconda.

Postato da: orsola a 17:55 | link | commenti
occupazione 109

17/11/2005

Spesa pubblica per azioni sul mercato del lavoro

I paesi dell'UE 15 hanno speso nel 2003 il 2,3% del PIL per aiutare i disoccupati e altre categorie svantaggiate a inserirsi sul mercato del lavoro. La percentuale ha avuto poche variazioni nel periodo 1998 - 2003. I due terzi delle spese (l'1,4% del PIL) sono stati fatti nei servizi resi da agenzie pubbliche per l'impiego, che aiutano le persone in cerca di occupazione e assistono i datori di lavoro nel reclutamento e selezione delle persone.

Lo 0,7% del PIL è stato speso per misure attive: formazione, rotazione e divisione del posto di lavoro, incentivi all'assunzione e al mantenimento dell'impiego, inserimento degli handicappati, creazione d'impiego in settori d'interesse pubblico.

La formazione rappresenta il 40% di queste spese.

Per indennità di disoccupazione, reddito per prestazioni a tempo parziale, prepensionamenti è stato speso l'altro 0,2%.

Le spese dei singoli paesi per le persone tra i 15 e i 64 anni, espresse in SPA, standard di potere d'acquisto, permettono dei confronti precisi.

Spesa pubblica pro capite in SPA

bref

     Fonte: Eurostat, 2005.

Come mostra il grafico, le differenze tra paesi vanno dai 1.730 spa della Danimarca e dai 1.488 del Belgio ai 150 della Grecia, i 380 del Regno Unito, i 420 dell'Italia e i 430 del Portogallo. Gli scarti riflettono differenti livelli di ricchezza, diversi sistemi di gestione del mercato del lavoro, evoluzioni demografiche, tassi di disoccupazione e altri fattori istituzionali, economici e sociali.

Postato da: orsola a 15:37 | link | commenti (1)
occupazione 109

24/10/2005

Utilizzo dei giovani laureati nell'UE

Eurydice, la rete informatica sull'educazione in Europa, ha pubblicato i risultati di un'indagine sulla corrispondenza tra studi compiuti e lavoro attuale dei laureati d'età inferiore a 35 anni.

I dati mostrano che nell'UE 25 poco più del 45% dei giovani occupati (50% delle donne e 55% degli uomini), in possesso di un diploma di laurea, svolge un lavoro per il quale è necessaria un'educazione superiore. La posizione del nostro paese è precisamente la stessa della media europea.

La sottutilizzazione dei laureati va correlata al tasso crescente di disoccupazione giovanile. Una realtà che l'analisi sociale (di Louis Chauvel, per esempio) e la letteratura ( Carolina Alguacil) hanno definito come quella dei "nuovi poveri della generazione più scolarizzata" o dei "milleuristi", dallo stipendio mensile medio, percepito all'inizio dell'attività lavorativa, fra  stage, lavoro atipico e a tempo indeterminato.

Laureati con lavoro adeguato
(occupati, minori di 35 anni, in %)

Paesi
Donne
Uomini
Paesi
Donne
Uomini
Lussemburgo
80
80
Svezia
50
60
Slovenia
70
75
Regno Unito
50
60
Ungheria
70
70
Italia
50
55
Polonia
65
78
Germania
50
55
Slovacchia
78
58
Lituania
55
40
Portogallo
65
70
Finlandia
40
58
Paesi Bassi
65
65
Danimarca
35
55
Cechia
65
60
Estonia
45
n.d.
Belgio
58
60
Francia
35
45
Irlanda
58
60
Spagna
40
40
Grecia
58
58
Cipro
38
40
Austria
55
58
Malta
n.d.
n.d.
Lettonia
55
58
UE 25
50
55

                      Fonte: Eurydice

Postato da: orsola a 11:54 | link | commenti (1)
occupazione 109

12/10/2005

Occupazione e pensionamento nei paesi OECD

% degli occupati da 25 a 49 anni e da 50 a 64 anni

Paesi
25-49
50-64
Paesi
25-49
50-64
Islanda
88
85
Irlanda
78
57
Svezia
84
76
Paesi Bassi
85
56
Norvegia
84
75
Germania
80
54
Nuova Zelanda
80
73
Francia
80
52
Svizzera
85
71
Spagna
75
49
Danimarca
85
69
Grecia
76
48
Giappone
79
69
Lussemburgo
80
47
USA
80
68
Slovacchia
75
46
Regno Unito
80
65
Ungheria
75
46
Canada
83
65
Austria
85
45
Corea
75
65
Belgio
80
44
Finlandia
80
61
Italia
75
42
Australia
78
60
Polonia
70
40
Messico
70
59
Turchia
55
38
Portogallo
83
58
OECD
79
58
Cechia
80
57
 

Età ufficiale ed età effettiva di pensionamento

Paesi
Età uff.
Età effett.
Paesi
Età uff.
Età effett.
Messico
65
74
Regno Unito
65
63
Corea
55
70
Grecia
58
63
Giappone
55
69
Cechia
62
62
Islanda
67
68
Spagna
65
61
Svizzera
65
66
Paesi Bassi
65
61
Portogallo
65
66
Germania
65
61
Irlanda
66
65
Polonia
65
61
Danimarca
65
65
Italia
65
60
Nuova Zelanda
65
64
Finlandia
65
60
USA
65
64
Slovacchia
62
60
Svezia
65
64
Francia
60
59
Turchia
60
64
Belgio
65
59
Norvegia
67
63
Austria
65
59
Canada
65
63
Lussemburgo
65
59
Australia
65
63
Ungheria
62
58

                         Fonte: OECD

Oggi le politiche pubbliche e le pratiche nelle aziende scoraggiano i seniores a proseguire l'attività lavorativa. Nei paesi dell'OECD meno del 60% delle persone tra i 50 e i 64 anni hanno un impiego, contro il 75% di quelle tra i 25 e i 49 anni.

Queste politiche e pratiche sono un'eredità del passato e non sono ulteriormente sostenibili, giacchè l'invecchiamento della popolazione pesa sulle finanze pubbliche e frena il miglioramento del livello di vita. Senza un cambiamento della situazione, la proporzione degli anziani inattivi rispetto ai lavoratori raddoppierà, passando da circa il 38% del 2000 a più del 70% nel 2050.

Se non cambia niente, l'OECD prevede che la crescita del PIL per abitante sarà di circa l'1,7% medio per i prossimi trent'anni, con  un tasso inferiore del 30% a quello  registrato tra il 1970 e il 2000.

Postato da: orsola a 12:35 | link | commenti (1)
occupazione 109

11/10/2005

Allungamento dell'età lavorativa

L'ultimo numero dei "Cahiers" di Racine è intitolato "L'expérience est capital(e)", gioco di parole intraducibile tra capitale economico e valore fondamentale dell'esperienza. Affronta la discriminazione dal lavoro: problema complesso per la gestione delle R.U. nelle aziende, specialmente se è aggravato dall'età degli operatori, dei possessori di competenze.Mentre anche in Italia, ormai, gira voce di volere tenere le persone al lavoro fino a 70 anni.

Racine è l'acronimo in francese di "rete di sostegno e capitalizzazione delle innovazioni europee".E' un organismo parapubblico.

Contro la dichiarata intenzione delle DRU di gestire le età, o peggio, fare dell'età una condizione di effettiva disparità, da trattare con il "diversity management", inalbera in questo "Quaderno", fino da  dopo il titolo "L' expérience est capital(e)", un programmatico sottotitolo "Dalla gestione dell'età alla promozione della diversità". E non sono solo programmi, ma esperienze i 20 progetti realizzati tra il 2003 e il 2004 in Francia, che costituiscono la base per un rendiconto complessivo e per le linee guida d'azione futura in Europa, su cui s'impegnano i 56 redattori del "Quaderno", coordinati da Fernanda Mora Conzani.

Accademici, politici, sindacalisti, medici, dirigenti pubblici, uomini d'azienda sono gli autori dei 12 capitoli del libro, opera collettiva integrata e non antologia, che si apre con la documentazione del "perchè la gestione delle età è inevitabile" e si conclude con  un vero e proprio  "manuale" di promozione della diversità in quattro punti: 

- favorire i legami intergenerazionali,
- assicurare l'uguaglianza delle opportunità tra donne e uomini,
- mobilitare attori e partner sociali nel territorio,
- collaborare a livello transnazionale.

Gli autori non sono spinti dalla paura del raddoppio degli ultra 65enni nel 2050. Li muove il riconoscimento dell'importanza economica delle competenze e del diritto di piena cittadinanza dei "seniores", una ricchezza per le aziende e la collettività.

Le 241 pagine del "Quaderno" vogliono esemplificare come si può evitare l'esclusione dei 55-64enni dal mercato del lavoro, tracciando percorsi, valutando esperienze, ricostruendo il contesto demografico ed economico in cui è stato promozionato l'allungamento della vita professionale.

Il processo di sviluppo dalla "gestione dell'età", come problema, alla "promozione della diversità" è mostrato nella sua articolazione e concretizzato in una proposta generale attraverso i 20 progetti descritti.

La "gestione dell'età" è costituita dalle fasi seguenti:

- identificare le rappresentazioni legate all'età e all'invecchiamento per diagnosticare la distanza fra pregiudizi e possibilità reali dei seniores;
- misurare l'impatto dei lavoratori anziani su differenti tipi di aziende (per dimensioni e prodotti - mercati);
- anticipare sistematicamente le questioni della presenza dei lavoratori anziani (dalla gestione previsionale delle competenze alle condizioni di lavoro, alle pratiche curative).

La "gestione delle età", invece, comprende:

- agire sull'organizzazione del lavoro;
- individualizzare le traiettorie professionali;
- rinnovare i modi della formazione.

La "promozione della diversità" è la terza sezione, la più ampia del "Quaderno", quella che dettaglia le fasi da "manuale", già indicate, e aggiunge le prospettive aperte per spinta dell'UE, il peso delle politiche pubbliche nazionali, il bilancio dei risultati dei 20 progetti compiuti.

"Un ritorno collettivo sul tema", non "un'esibizione di certezze", ma "un insieme in cui si può identificare un avvio, uno sviluppo, una fine", avvertono gli autori, motivando a ripetere le sperimentazioni e a migliorarne i risultati ottenuti da loro.

Postato da: orsola a 13:23 | link | commenti (2)
occupazione 109

21/09/2005

Occupazione in Italia

Nel secondo trimestre del 2005 gli occupati in Italia hanno raggiunto 22.651.000, con una crescita di 213 mila (+ 1%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

Il tasso di disoccupazione è sceso al 7,5% (-0,4%) su base annuale.

L'aumento degli occupati è avvenuto soprattutto al Nord, con 168 mila lavoratori, nel Centro è stato di 27 mila, mentre al Sud è diminuito di 63 mila (18mila uomini occupati in più, 81 mila donne in meno).

Sono i dati comunicati dall'ultimo bollettino ISTAT sul mercato del lavoro.

Sono cresciuti di 129 mila (raggiungendo il 12,4%) i lavoratori dipendenti con contratto a termine, di 252 mila quelli con contratto a tempo indeterminato, 52 mila di essi a part time. Sono diminuiti di 168 mila i lavoratori autonomi.

79 mila lavoratori in meno nell'industria e 17 mila in agricoltura. 206 mila in più nel terziario e 103 mila nelle costruzioni.

I dati destagionalizzati mostrano una crescita trimestrale di 90 mila lavoratori e una disoccupazione al 7,7%.

Le persone in cerca di occupazione sono 1.837.000, 86 mila in meno rispetto a un anno fa. "Verosimilmente per la rinuncia a intraprendere concrete azioni di ricerca da parte della componente femminile nel Mezzogiorno", scrive il bollettino.

Il tasso complessivo di occupazione è del 57,7% (+0,2% sull'anno precedente).

L'ISTAT ricorda che l'aumento dell'occupazione è dovuto a quello della popolazione residente (+1,1%), per l'incremento dei cittadini stranieri regolarizzati.

Postato da: orsola a 11:22 | link | commenti (1)
occupazione 109

15/09/2005

Disoccupazione dei seniores

Il tasso di occupazione dei 55 - 64enni nell'UE è stato l'anno scorso del 40,5%, in Italia del 30,5% e in Francia del 37,3%, mentre in Finlandia ha raggiunto il 69,1%.

Il francese Gerard Plumier ha 53 anni. Quattro anni fa è rimasto disoccupato. Ha perduto per ristrutturazione il posto di direttore di un centro di formazione, dove aveva lavorato per 13 anni, dopo alcune altre esperienze aziendali. E' laureato in scienze dell'educazione e ha una specializzazione in gestione e management strategico.

"Con la mia esperienza e i miei studi, racconta, pensavo di ritrovare un lavoro senza nessun problema. Non avevo immaginato che avrei avuto l'ostracismo che hanno quelli con più di 40 anni". In quattro anni Plumier ha inviato 1.600 curricula, risposto a 353 inserzioni e sostenuto 20 colloqui di selezione.

Per descrivere la situazione dei "seniores", gli ultraquarantenni disoccupati in cerca di lavoro, ha scritto "Chomage Senior. Abécédaire de l'indifférence" (Disoccupazione senior. Dizionario dell'indifferenza), che l'Harmattan, casa editrice di Parigi, ha appena mandato in libreria.

"Sono passato attraverso tutte le fasi classiche, che tutti descrivono parlando dei disoccupati anziani", dice Plumier nel preambolo. "All'inizio una completa incredulità" che il mio posto di lavoro fosse stato soppresso. Poi un sentimento d'ingiustizia. "Nelle interviste di selezione, spiega, alcuni non esitano a dirti che sei troppo vecchio. Altri che sei sovradimensionato, che hai troppa esperienza". Quando si entra nelle liste di disoccupazione "giunge la fase di svalutazione totale: si pensa di non essere competente, di essere inadeguato". Fino all' "angoscia profonda", in cui ogni giorno che passa, "svaniscono un poco di più le opportunità per uscirne, perchè è l'età a costituire l'ostacolo maggiore".

"Chomage Senior" è fatto di 40 voci, da "assurdo", "adattabilità" e "età" a "senior", "sindacati" e "volontà". Questa formula permette un'esposizione leggera, fluida e gradevole con una concatenazione coerente dei temi e dei problemi, delle cause, degli attori e delle soluzioni auspicate.

L'analisi è approfondita e l'esposizione sistematica, sostenuta da definizioni (come quella di disoccupazione, per la legge), citazioni (di sociologi, politici e altri esperti), dati statistici (di fonti ufficiali), studi e ricerche (di istituzioni pubbliche e private), articoli di stampa recenti. L'argomentazione è accattivante, espressa con intelligenza e ironia.

La disoccupazione dei seniores è collegata ai fenomeni strutturali e alle variabili contingenti dell'economia, che provocano la perdita massiccia dei posti di lavoro. Le voci "Liberismo", "gloriosi anni '30", "sindacati", "dispositivi istituzionali" sono di un'acutezza magistrale.

Postato da: orsola a 17:19 | link | commenti (5)
occupazione 109

13/09/2005

Disoccupazione giovanile nell'UE

Il tasso di disoccupazione dei giovani al di sotto dei 25 anni ha raggiunto in luglio il 18,4%, lo 0,3% in più rispetto al dicembre 2004.

Nei paesi dell'Unione ci sono situazioni diverse.

L'Europa orientale (salvo la Slovenia) ha avuto una diminuzione del tasso di disoccupazione giovanile, fino ai 4 punti percentuali della Slovacchia, pur mantenendosi a livelli superiori alla media dell'UE.

L'aumento del tasso è stato più significativo in Francia, che si situava già sopra la media europea e nei paesi in cui la disoccupazione è contenuta grazie all'apprendistato, come l'Austria, la Germania, i Paesi Bassi, la Svezia e anche il Regno Unito, a testimonianza della difficoltà di trovare qualsiasi contratto di lavoro in azienda.

Il livello di disoccupazione è in lieve diminuzione nei paesi in cui l'apprendistato è poco presente e il tasso d'occupazione giovanile è debole, come la Grecia, l'Italia, il Portogallo e la Spagna.

          Tasso di disoccupazione giovanile

Paesi
%
Paesi
%
Polonia
35,2
Malta
15,1
Slovacchia
25,2
Germania
14,9
Grecia
25,0
Portogallo
14,9
Italia
24,2
Slovenia
13,7
Francia
22,5
Regno Unito
12,7
Spagna
20,5
Lituania
12,5
Finlandia
20,0
Cipro
10,9
Lussemburgo
19,9
Austria
10,1
Cechia
19,6
Paesi bassi
8,1
Belgio
19,3
Irlanda
7,9
Lettonia
17,5
Danimarca
7,0
Estonia
16,7
UE 15
16,9
Svezia
16,6
UE 25
18,4
Ungheria
16,3
   

Fonte: Eurostat

Postato da: orsola a 13:05 | link | commenti (2)
occupazione 109

20/07/2005

Produttività oraria del lavoro

La produttività del lavoro di un paese è il rapporto tra il PIL e le ore lavorate. E' una delle determinanti essenziali del livello di PIL per abitante che può essere scomposto come il risultato della produttività oraria del lavoro, del tasso di occupazione e della parte di popolazione in età lavorativa nella popolazione totale.

Il PIL per abitante è, a parità di condizioni, funzione crescente di ognuna delle componenti indicate, ma non deve essere considerato il solo indicatore pertinente dello sviluppo e del livello di vita di un paese.L'aumento della produzione non può prescindere dalle condizioni di lavoro e dalla qualità della vita.

La produttività oraria del lavoro non si spiega solo contabilmente. E' influenzata dalla durata del lavoro, per gli effetti del costo economico e della fatica che vi sono connessi, e dal tasso di occupazione, per la composizione della popolazione in età lavorativa.

Si può così distinguere una produttività del lavoro "osservata", semplice relazione contabile, e una  produttività "strutturale", che tiene conto dei rendimenti decrescenti della durata del lavoro e del tasso d'occupazione.

Gilbert Cette, economista della Banque de France e professore dell'Université de la Mediterranée ha calcolato la produttività oraria strutturale del lavoro in 20 paesi OECD, sulla base dei dati dell'Organizzazione e ha confrontato i suoi risultati paese per paese con quella degli StatiUniti (=100,0).

La produttività osservata e quella strutturale sono riportate nella tabella seguente.

Produttività oraria del lavoro nel 2002

Paesi
p. str.le
p. oss.ta
Paesi
p. str.le
p. oss.ta
Norvegia
117,4
125,5
Germania
80,2
92,5
USA
100,0
100,0
Svizzera
79,5
83,5
Francia
99,9
113,2
Finlandia
79,5
81,9
Irlanda
96,7
105,0
Italia
77,3
93,7
Belgio
95,1
108,3
Regno Unito
77,2
79,3
Paesi Bassi
89,3
101,5
Australia
76,9
78,4
Danimarca
88,7
93,5
Giappone
65,7
70,5
Svezia
84,4
85,6
Spagna
63,9
74,2
Canada
84,1
85,2
Grecia
55,2
64,6
Austria
80,6
88,3
Portogallo
48,6
53,3
                   Fonte: G. Cette, International Productivity Monitor, CSLS, 10, Spring 2005.

Postato da: orsola a 17:43 | link | commenti (2)
occupazione 109

11/07/2005

Lavoro femminile e nuove tecnologie

Negli ultimi venti anni l'occupazione femminile è cresciuta in tutto il mondo ad un ritmo superiore a quella maschile principalmente a causa della globalizzazione e della liberalizzazione dei mercati, che hanno comportato un rallentamento delle retribuzioni maschili e un'offerta massiccia di mano d'opera femminile flessibile e a costo ancora più basso.

La femminilizzazione del lavoro ha interessato soprattutto i servizi pubblici e le donne occupano la maggioranza dei posti della pubblica amministrazione anche in paesi come l'Egitto e l'Iran.

Cecilia Castaño assicura in "Las mujeres y las tecnologias de la informacion", Allianza Editorial, Madrid, 2005, che c'è una "correlazione diretta tra cattive condizioni di lavoro e ricerca di mano  d'opera femminile", sebbene "la cattiva qualità del lavoro  femminile si stia estendendo ad altre occupazioni". "La femminilizzazione del lavoro aggiunge alla discriminazione salariale la segregazione verticale", che colpisce maggiormente le donne poco qualificate. "Le donne che hanno studiato sono le grandi beneficiarie di questo processo".

Le condizioni di lavoro delle donne "tendono a peggiorare in Europa e in Russia, mentre migliorano in Asia, America Latina e in alcune zone dell'Africa". "A mano a mano che si sviluppano le tecnologie dell'informazione e della comunicazione" si viene a creare un'ulteriore dequalificazione delle lavoratrici, ingaggiate soltanto per le loro "dita agili".

Castaño è un'economista studiosa degli effetti delle nuove tecnologie sull'occupazione e il lavoro delle donne. Professoressa nell'Universidad Complutense di Madrid, ritiene che "La società della conoscenza" sia "una società di persone e non di tecnologie; di comunicazione, non di isolamento. Le difficoltà tecniche non devono costituirsi in barriera che separi la società in segmenti incomunicanti: da una parte le persone che accedono a Internet e ne beneficiano, dall'altra , quelli che non hanno la possibilità di accesso e ne sono emarginati". "Se la società della conoscenza si fa senza le donne, si corre il rischio di costruirla in modo separato da esse, perfino, su basi poco reali".

"L'accesso e l'inclusione "delle donne non possono essere fondati sul "cambiamento degli atteggiamenti femminili".

Castaño propone perciò di costruire "spazi reali e virtuali nei quali i valori femminili abbiano parità con quelli maschili", perchè le donne "siano protagoniste visibili e creatrici di modelli che altre donne possano seguire".

"L'alfabetizzazione e l'educazione femminile, sostiene l'autrice, sono state il migliore strumento della modernizzazione sociale".

"Las mujeres y las tecnologias de la informacion" è uno dei primi saggi che considera le nuove tecnologie con un'ottica di genere. E' uno studio appassionato e motivante, documentato e ricco di argomentazioni serrate, anche se talvolta pecca di pedagogismo al femminile.

Postato da: orsola a 17:43 | link | commenti (1)
occupazione 109

06/07/2005

Nuovi impianti e occupazione delle multinazionali in Europa

Paesi
Installazioni 2004
% di mercato
% 2004/2003
Regno Unito
563
19,5
-17
Francia
490
17,0
5
Germania
164
5,7
-1
Polonia
148
5,1
115
Ungheria
139
4,8
9
Spagna
121
4,2
-32
Russia
116
4,0
-29
Cechia
112
3,9
-17
Belgio
107
3,7
-6
Svezia
97
3,4
-12
Romania
91
3,2
205
Slovacchia
83
2,9
131
Irlanda
76
2,6
11
Danimarca
70
2,4
6
Bulgaria
64
2,2
48
Altri
347
15,4
-
Totali
2885
100
-

                Fonte: Barométre de l'attractivité europeenne 2005 Ernst & Young - CSA

Ogni nuovo impianto ha creato mediamente 113 nuovi posti di lavoro.

La media europea va dai 409 nuovi posti per unità produttiva della Turchia, ai 362 della Romania, ai 289 della Slovacchia, fino ai 51 della Francia, ai 62 della Svezia e ai 63 del Regno Unito.

La Spagna con 189 posti per nuovo impianto e la Germania con 109 sono i paesi dell'Europa occidentale che hanno più beneficiato della creazione d'impieghi.

Postato da: orsola a 11:55 | link | commenti (2)
occupazione 109

29/06/2005

36 milioni di disoccupati nella zona OECD

1. OECD Employment Outlook 2005
Il rapporto annuale dell'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo pubblicato ieri, è dedicato alle politiche dell'impiego a fronte della globalizzazione.

Le valutazioni del rapporto sono che "una parte soltanto delle perdite di occupazione registrate nei paesi dell'OECD è direttamente imputabile alla globalizzazione degli scambi e degli investimenti ... Pretendere che la globalizzazione sia la causa principale dei problemi del mercato del lavoro nei paesi dell'OECD è eccessivo".

"Le perdite di occupazione in certi settori allo stesso modo che le nuove possibilità d'impiego in altri settori accompagnano inevitabilmente il processo di globalizzazione". "La sfida è di fare in modo che il processo di aggiustamento che comporta l'adattamento della manodopera disponibile ai nuovi lavori avvenga senza traumi nella misura del possibile".

L'Organizzazione lancia un appello ai suoi paesi membri perchè avviino delle riforme dei mercati del lavoro sul fronte delle remunerazioni, della conservazione di un reddito adeguato in caso di perdita d'impiego, dell'aiuto per il ritorno al lavoro, dell'individualizzazione dei servizi all'impiego, dell'uso del preavviso di licenziamento per il ricollocamento.

E' necessario risolvere il problema dei 36 milioni di disoccupati (6,4% della popolazione attiva) che nel 2006 ci saranno ancora nella zona OECD, sia pure in lieve diminuzione tendenziale nell'ultimo biennio (6,9% nel 2004, 6,7% nel 2005).

Il Rapporto ha note specifiche per il Canada, la Francia, la Germania, il Giappone, l'Italia, il Messico e gli USA.

2. Situazione italiana
Nel 2004, il tasso di disoccupazione in Italia (8,1%) si situava al di sopra della media dei paesi OECD e la percentuale di disoccupati da più di un anno - il 50% circa - era tra le più alte.

Queste cifre nascondono persistenti disparità in termini di performance del mercato del lavoro tra nord e sud del paese. Mentre le province settentrionali di Bolzano e Trento sono vicine al pieno impiego (con il tasso di disoccupazione a circa 2,6%), in Calabria, la regione più toccata dalla disoccupazione, più di un quarto della forza lavoro è disoccupata.

Le disparità regionali hanno continuato ad aumentare durante l'ultimo decennio. Esse sono principalmente dovute alla diversa capacità dei mercati del lavoro regionali di creare nuovi posti di lavoro, che si spiega in parte con la specializzazione settoriale delle varie regioni.

Ci si potrebbe attendere che tali disparità diano origine a significativi flussi migratori da altre regioni in recessione verso regioni a forte crescita, invece la forza lavoro italiana è tra le meno mobili dei paesi OECD. Forse per il sistema di negoziazione salariale, relativamente centralizzato, in cui le retribuzioni sono influenzate dalle condizioni economiche prevalenti nelle regioni e nei settori in posizione più favorevole.

La persistenza di tassi di disoccupazione elevati in varie parti del paese mette in luce l'importanza di politiche che possano aiutare i disoccupati a ritornare all'autosufficienza economica attraverso la ripresa dell'attività lavorativa. Infatti, nella sua forma attuale, il sistema di assistenza sociale in Italia non è strutturato in modo da prestare sufficiente aiuto a coloro che cercano attivamente lavoro.

"Employment Outlook 2005" sottolinea l'importanza di fornire ai disoccupati servizi di consulenza/aiuto nella ricerca del lavoro e programmi di riorientamento, dopo un periodo di disoccupazione di una certa durata. Tali politiche di "attivazione" hanno avuto successo nel ridurre la disoccupazione, in particolare quella di lunga durata, già in Danimarca, Regno Unito, e (fino a qualche tempo fa) Paesi Bassi. Evitano che i sussidi per i disoccupati di lunga durata diventino insostenibili o eccessivamente costosi nel lungo periodo.

Per l'Italia si confermano inoltre l'alto costo del lavoro, la bassa occupazione femminile, il sommerso.

Il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) salirà quest'anno al 3,6% (dopo un 3% del 2004) contro l'1,6% dell'area OECD e l'1,8% dell'UE 25. Solo nel 2006 l'incremento italiano "scenderà" all'1,5%. 

L'aumento dei salari medi per lavoratore dipendente mostra un'accelerazione nel 2005 al 3,2%, contro il 3,1% del 2004, e rallenterà al 2,5% nel 2006.

Nel 2004 in Italia era occupato il 45,2% delle donne contro una media OECD del 55%.

Il lavoro sommerso sottrae il 20% del gettito potenziale dai contributi sociali. La tassazione dovrebbe essere rivista perchè crea "un incentivo a pagare in nero i lavoratori", combinando una fiscalità bassa sui profitti con elevati contributi.

Per l'OECD "è più importante che mai sorvegliare le dinamiche del mercato del lavoro e fare in modo che le persone abbiano la possibilità di lavorare e siano incentivate a farlo".

Postato da: orsola a 12:14 | link | commenti (1)
occupazione 109

21/06/2005

Occupazione senza sviluppo economico

In Italia cresce l'occupazione nonostante la recessione e il costo del lavoro. I dati consuntivi dell'Istat relativi al primo trimestre di quest'anno possono dare a uno sguardo d'insieme l'illusione di un modello originale della nostra economia, opposto a quelli di maggiore successo nel mondo: al "jobless recovery" degli USA, al "modello sociale" di Blair, alla "flexsicurezza" danese, al "miracolo economico asiatico".

La nostra competitività non regge sui mercati. L'industria è ferma per produzione e occupazione. Dal bollettino trimestrale dell'Istat si ricavano immediatamente le ragioni del miracolo dell'occupazione.

La "vivace dinamica delle costruzioni" ha prodotto un +8,9% di occupati, i servizi un +1,3%. Nell'edilizia e nei servizi alla persona c'è la maggior presenza della manodopera immigrata e, con l'apertura delle quote previste dalla Bossi-Fini, a mano a mano regolarizzata. C'è da aggiungere che "il motivo principale del calo della disoccupazione è lo scoraggiamento dal cercare".

Il bollettino trimestrale dell'Eurostat scrive infatti che il 49,6% dei nostri disoccupati è tale da oltre un anno, una percentuale del 5,4% superiore alla media dell'UE.

Il presidente del Consiglio spiega che la nostra economia è fatta per il 40% da sommerso.

Il paese resta  ingessato nel divario tra il Centro Nord e il Sud e nelle attività che contribuiscono alla speculazione e alla rendita immobiliare e finanziaria. I limiti di precarietà occupazionale e di localismo imprenditoriale, dovuti alla forte presenza del settore delle costruzioni sono eclatanti. Sono aggravati dalla pochissima innovazione, che colloca l'Italia agli ultimi posti in Europa per R&D (un decimo della Francia e del Regno Unito) e per attività aziendali innovatrici (36% contro il 61% della Germania, l'8% sotto la media dell'UE).

Il declino non può che continuare con  un governo che sprizza ottimismo irragionevole e non sostiene le attività qualificanti il nostro sistema delle imprese.

L'emersione del lavoro in nero è importante, ma non basta, soprattutto finchè avviene nelle dimensioni registrate dalle statistiche e nella crisi della sicurezza.

Postato da: orsola a 15:25 | link | commenti (2)
occupazione 109

Conciliazione lavoro - famiglia

Tasso di occupazione % nell'UE delle persone che hanno figli minori di 12 anni (dati 2003).

Stati
Donne
Uomini
Stati
Donne
Uomini
Slovenia
85
90
Regno Unito
58
85
Finlandia
80
88
Germania
55
85
Danimarca
79
88
Lussemburgo
50
85
Lituania
78
85
Polonia
45
80
Portogallo
75
90
Slovacchia
44
80
Austria
70
90
Cechia
43
83
Cipro
69
90
Grecia
42
84
Paesi Bassi
69
89
Spagna
42
83
Belgio
68
88
Ungheria
41
78
Francia
67
87
Italia
41
83
Lettonia
65
86
Malta
25
90
Estonia
60
86
UE
53
83

                     Fonte: Eurostat 2005.

Il tasso di occupazione nell'UE delle donne tra i 20 e i 49 anni che hanno figli minori di 12 anni è del 60% contro il 75% di quelle senza figli.

Nell'occupazione a part time le prime sono il 23%, le seconde il 15%.

Il tasso di occupazione degli uomini con figli minori di 12 anni è dell'86% contro il 91% di quelli senza figli. Abbiano o no figli i part timers uomini sono il 3%.

Postato da: orsola a 10:43 | link | commenti (3)
occupazione 109

09/06/2005

Economia sociale di mercato

Il tasso di occupazione nell'UE è stato nel 2003, secondo gli ultimi dati disponibili di Eurostat, del 62,9%. Solo Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia hanno raggiunto - e superato - l'obiettivo del Consiglio europeo di Lisbona, che fissava un 70% per il 2010.

L'occupazione dei 55-64enni è stata appena del 40,4%, quella dei 15-24enni del 40,2%.

Pochi paesi hanno in atto misure integrate di aumento dell'impiegabilità, di attivazione per la ricerca di un impiego, di garanzia di un reddito minimo nei periodi di disoccupazione, di assistenza sanitaria: quelli della Danimarca, della Svezia, della Finlandia, dell'Irlanda e dei Paesi Bassi.

Gli altri, la maggioranza, puntano tutt'al più a facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.

La pubblicistica parla da qualche tempo di "erosione del modello sociale europeo", rifacendosi a uno degli elementi chiave del dibattito in fase di stesura della  Costituzione.

Sorprende martedì 7 il primo ministro britannico Tony Blair. A tre settimane dalla presidenza semestrale dell'UE, rilascia un'intervista al "Financial Times" e dichiara che "l'Europa non deve rinunciare al suo modello sociale, anche se deve adattarlo al mondo attuale".

Di che modello si tratti non è chiaro, giacchè i redattori della Costituzione europea avevano affermato che le politiche sociali dovevano essere di competenza sostanzialmente dei singoli Stati e in Europa ci sono sei - sette esperienze rilevanti, differenti, che si tenta di distinguere in due tipi: il renano e l'anglosassone.

Questo mira principalmente a un aumento dell'occupazione, mentre l'altro fa leva su un welfare generoso, che non abbandona mai i lavoratori soli.

Al modello anglosassone, derivato dalla "terza via" in politica e in economia teorizzata da Anthony Giddens, sembra richiamarsi, naturalmente, Blair.

Si tratterebbe di un' "economia sociale di mercato", attenta alla competitività delle aziende e alla protezione dei lavoratori.

Per esemplificare, in concreto, Blair contesta l'abolizione della clausola "opt out" approvata dal Parlamento europeo, che consente le 48 ore settimanali di lavoro effettivo, è contrario alla diffusione dei contratti a tempo determinato, ampiamente utilizzati dalla Spagna  e dalla Francia e non sembra puntare sulla flexsecurità, praticata in Danimarca. Apprezza la riqualificazione e il ritorno al lavoro delle persone, nella prosecuzione della politica che ha ridotto quest'anno il tasso di disoccupazione del suo paese al 4,7%.

Il metodo dell' "economia sociale di mercato" alla Blair fa leva sui servizi all'impiego ed è sorretto dalla formazione e dalla manutenzione del capitale umano, da un lato, e dalla facilitazione della competitività per il sistema britannico delle imprese, dall'altro.

La convinzione del premier inglese è che riportando la gente al lavoro si ha crescita economica e si produce ricchezza da redistribuire e che aumentando il tasso di occupazione si possa rimediare all'insicurezza economica e sociale, percepita dai cittadini del Regno Unito come conseguenza dell'europeizzazione spinta e della globalizzazione selvaggia.

Formazione nell'UE 15
(Percentuale dei 25-64enni "formati"nel 2001)

Regno Unito
22
Spagna
5
Finlandia
19
Irlanda
5
Danimarca
18
Italia
5
Svezia
17
Lussemburgo
5
Paesi Bassi
16
Francia
3
Austria
8
Portogallo
3
Belgio
7
Grecia
1
Germania
5
UE 15
8
                         Fonte: Eurostat 2004

Postato da: orsola a 10:45 | link | commenti (2)
occupazione 109

27/05/2005

Occupazione dei 55 - 64enni

(% dei paesi OECD nel 2003)

Svezia
69
Irlanda
49,3
Norvegia
68,8
Paesi Bassi 43,5
Svizzera
65,6
Cechia 42,3
Nuova Zelanda
64,4
Grecia 41,9
Giappone
62,1
Spagna 40,8
Danimarca
60,7
Germania 39
USA
59,9
Francia 36,8
Regno Unito
55,5
Italia 30,3
Canada
53
Belgio 28,1
Portogallo
51
UE 15 41,8
Australia
50,1
UE25 40,4
Finlandia
49,9
OECD 50,3

                   Fonte: OECD 2005

Postato da: orsola a 11:58 | link | commenti
occupazione 109

17/05/2005

STMicroelectronics va in Asia

Dopo IBM (cfr. Iriospark del 6 maggio) un'altra azienda del settore hi - tech annuncia un piano di taglio dell'occupazione. E' la STMicroelectronics, simbolo dell'ascesa europea nel gotha mondiale dei fabbricanti di semiconduttori.

Nata nel 1987 dalla fusione dell'italiana SGS Microelettronica con la componentistica della francese Thomson, STMicroelectronics in 18 anni ha decuplicato il suo giro d'affari e ha creato lavori ad alta qualificazione in Francia (10.000 dipendenti), Italia (10.000), Marocco (5.000), Malta (3.000) e Stati Uniti (3.000).

Nel 2004 le vendite hanno raggiunto i 6 miliardi 930 milioni di euro, ma gli utili netti sono stati due volte e mezzo minori di quelli del 2000, quando fatturava un miliardo in meno.

L'azienda ha subito l'aumento di valore dell'euro mentre sul mercato mondiale nel settore si manifestava un'accesa competizione sui prezzi.

La prima trimestrale di quest'anno ha presentato una seconda riduzione consecutiva del fatturato e degli utili dopo quella del quarto trimestre 2004. Puntuale, dopo dieci giorni, ieri, l'amministratore delegato ha informato un'assemblea di investitori, a New York, della decisione di ridurre di quasi il 10% l'organico entro il 2006: 3.000 persone sulle 31.000 occupate in cinque paesi.

Il taglio seguirà quello di 800 persone, già operato nel 2003, tra Francia, Italia e Stati Uniti, quando la produzione su placche di silicio da sei pollici, una tecnologia vecchia, fu delocalizzata in paesi a basso costo del lavoro.

STMicroelectronics ha stipulato un accordo con l'azienda coreana Hynix e trasferirà in Cina la metà delle sue operazioni. Un terzo delle lavorazioni resteranno in Europa. Dovrebbe ottenere così economie per oltre 71 milioni di euro all'anno.

Il baricentro dell'azienda si sposterà in Asia.

Probabilmente l'Europa non perderà soltanto posti di lavoro.

Postato da: orsola a 19:15 | link | commenti (2)
occupazione 109

13/05/2005

Mercato del lavoro e carriere nell'UE

"Le aziende dell'UE tendono a ricorrere soprattutto al lavoro temporaneo per affrontare le incertezze e le fluttuazioni cicliche della domanda. Si assiste sempre più ad una separazione tra i lavoratori, che hanno un buon livello di protezione dell'impiego e possibilità di carriera e quelli che devono accontentarsi di occupazioni precarie."

"La flessibilità deve essere accompagnata a un livello di sicurezza appropriato, che dia ai lavoratori più esposti la possibilità di stare sul mercato del lavoro e di crescere professionalmente."

Sono le prime battute di "Zoom 2005. Marché de l'emploi et carrières professionnelles dans l'UE 25: tendances et perspectives", il rapporto annuale dell' UNEDIC, appena pubblicato.

"Circa un terzo delle persone che hanno un lavoro precario ne trovano uno più stabile dopo un anno. Tuttavia quasi il 16% di quelle entrate sul mercato del lavoro con un impiego precario sono rimaste nella stessa condizione per sei anni e il 20% di esse sono uscite dalla vita attiva".

"Passare da un'occupazione temporanea a una stabile è più facile in Austria, in Lussemburgo, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito che in Francia, Grecia, Finlandia o Spagna. Passare dall'inattività o dalla disoccupazione all'occupazione è più facile in Danimarca, Finlandia e Regno Unito che in Belgio, in Grecia, in Italia e nel Lussemburgo".

Il rapporto è costituito da due parti:
- una prima ricostruisce lo stato attuale e indica le prospettive del mercato del lavoro e delle carriere lavorative (opportunità, forme contrattuali di impiego, remunerazioni e sviluppo);
- una seconda approfondisce le questioni cruciali dei lavoratori anziani, dell'impiego delle donne, del reclutamento di persone qualificate e individua possibilità di soluzione alternative.

L'allargamento dell'UE ha portato il tasso di disoccupazione europea al 9%, con un aumento dello 0,9% rispetto alla situazione precedente, dell'Unione a 15. Ma la disoccupazione dei nuovi paesi è rimasta stabile ad un anno dall'ingresso.

Un effetto positivo sui 10 paesi dell'allargamento è stata la modernizzazione dei sistemi di tutela dell'impiego e di prestazioni sociali, sul modello degli altri Stati da più tempo nell'Unione.

Nella seconda parte del rapporto sono
- analizzate le cause dell'occupazione e della disoccupazione, dei senior e delle donne, come delle difficoltà di reclutamento delle aziende che operano nei settori innovativi,
- valutati i vantaggi dell'allungamento della vita lavorativa, della formazione e della parità di diritti tra i sessi, della professionalizzazione prelavorativa,
- indicate le linee di azione possibile per il miglioramento continuo dell'impiegabilità.

Il rapporto è un ottimo esempio di ricerca a tavolino, compiuta sui moltissimi dati più recenti di indagini della Commissione europea, dell' OECD, dell' ILO, dei principali organismi internazionali ed è ricco di tabelle sintetiche, di confronto tra i 25 paesi dell'UE, del Giappone e degli USA.

Postato da: orsola a 16:39 | link | commenti (3)
occupazione 109

05/05/2005

Disoccupazione nell'UE

Nel marzo 2005 nella zona euro erano disoccupate 12 milioni e 800 mila persone e, nell'UE 25, 19 milioni e 100 mila.

Secondo i dati, corretti dalle variazioni stagionali, pubblicati martedì da Eurostat, il tasso di disoccupazione della zona euro è aumentato di 0,1 punto, toccando in marzo l'8,9% della popolazione attiva contro l'8,8% di febbraio. Nell'UE 25 è rimasto all'8,9%, come in febbraio.

Il tasso più basso di disoccupazione è stato il 4,3% dell'Irlanda, il più alto il 18,1% della Polonia. Considerati sull'ultimo anno (marzo 2005/marzo 2004) tredici  Stati membri hanno diminuito la loro disoccupazione, dieci aumentata e due sono rimasti stabili. I decrementi maggiori sono avvenuti in Lituania (dall'11,4% all'8,6%), in Estonia (dal 9,8% al 7,9%), in Slovacchia (dal 18,7% al 15,9%) e a Malta (dal 7,8% al 6,8%). Gli aumenti maggiori si sono registrati nei Paesi Bassi (dal 4,4% al 5,0%), in Lussemburgo (dal 4,1% al 4,5%) e in Ungheria (dal 5,8% al 6,3%).

Tasso di disoccupazione (%) a fine marzo

Polonia
18,1
Portogallo
6,9
Slovacchia
15,9
Malta
6,8
Spagna
10,2
Svezia
6,3
Grecia
10,2
Ungheria
6,3
Francia
9,8
Slovenia
5,8
Germania
9,8
Cipro
5,1
Lettonia
9,4
Paesi Bassi
5,0
Lituania
8,6
Danimarca
4,9
Finlandia
8,3
Regno Unito
4,7
Cechia
8,3
Austria
4,6
Italia
8,0
Lussemburgo
4,5
Belgio
8,0
Irlanda
4,3
Estonia
7,9
Zona euro
8,9
 
 
UE 25
8,9

Nell'ultimo anno il tasso di disoccupazione maschile è aumentato da 7,5% a 7,6% nella zona euro ed è diminuito da 8,1% a 8,0% nell'UE 25.

Quello femminile è diminuito dal 10,6% al 10,5% nella zona euro e dal 10,2% al 10,0% nell'UE 25.

Quello giovanile, dei minori di 25 anni, è cresciuto al 19,2%  dal 18,2% nella zona euro e al 19,1% dal 18,9% nell'UE 25. La disoccupazione giovanile minore è rilevata in Danimarca (7,1%), in Irlanda (8,6%) e nei Paesi Bassi (9,1%). La più elevata è in Polonia (36,4%), in Slovacchia (27,6%), in Grecia (26,2%) e in Italia (24,0%). 

Postato da: orsola a 16:39 | link | commenti
occupazione 109

26/04/2005

Pensionamenti

Età media effettiva di uscita dal mercato del lavoro nei principali paesi del mondo (2000-2001).

Giappone
67,5

Paesi Bassi

60,9
USA
64,6
Germania 60,7
Irlanda
63,1
Spagna 60,6
Svizzera
62,6
UE 25 59,9
Regno Unito
62,1
Austria 59,6
Portogallo
62
Grecia 59,6
Svezia
62
Italia 59,4
Danimarca
61,9
Francia 58,1
Canada
61,6
Belgio 57
Finlandia
61,6
Lussemburgo 56,8
Fonte: Unédic 2005 (Union Nationale pour l'emploi dans l'industrie et le commerce).

Postato da: orsola a 11:58 | link | commenti
occupazione 109

12/04/2005

Occupazione femminile nell'UE

Svezia
71,5
Francia
57,2
Danimarca
70,5
Cechia
56,3
Paesi Bassi
65,8
Irlanda
55,8
Finlandia
65,7
Slovacchia
52,2
Regno Unito
65,3
Lussemburgo
52,0
Austria
61,7
Belgio
51,8
Portogallo
61,4
Ungheria

50,9

Cipro
60,4
Polonia
46,0
Germania
59,1
Spagna
46,0
Estonia
59,0
Grecia
43,8
Lituania
58,4
Italia
42,7
Lettonia
57,9
Malta
33,6
Slovenia
57,6
 UE 25
56,1
 

Fonte: CISS; 2005.

La maggior parte dell'occupazione femminile è nei servizi, dove copre in media oltre la metà dei posti.Quella delle italiane si ferma al 45%.Nei Paesi dell'Est continua a prevalere la presenza delle donne nell'industria.

Ampio è il divario tra la disoccupazione femminile (9,2% nella UE a15) e quella maschile (7%), più accentuato in Paesi come l'Italia (11,3% contro 6,2%), la Spagna (15,9% contro 8,2%) e la Grecia (15% contro 6,2%).

Una differenza contenuta, invece, nei nuovi Stati membri in alcuni decimi di punto, ad eccezione della Repubblica Ceca dove si attesta sul 4%.

L'occupazione femminile si concentra nel lavoro dipendente e a part-time, che nell'UE è il 34% contro il 6,8% degli uomini.

In Italia le lavoratrici a part-time sono il 17,2%, anche qui una delle ultime posizioni nella classifica UE.

Postato da: orsola a 15:24 | link | commenti
occupazione 109

05/04/2005

Perdita d'impieghi nell'UE

ERM - European restructuring monitor, issue 4, winter 2004, registra, per il periodo 1 ottobre - 31 dicembre, 311 casi di aziende in ristrutturazione, appartenenti ai paesi dell'UE 15 e a Cechia, Polonia e Slovacchia, con un aumento di 152 rispetto alla precedente registrazione del periodo 1 luglio - 30 settembre.

Conseguenza diretta è l'annuncio della soppressione di 161.009 posti di lavoro contro 39.330 nuovi impieghi.

Delle ristrutturazioni di fine anno 235 hanno avuto impatto negativo sull'occupazione e 76, dovute a sviluppo del business, impatto positivo.

Il maggior numero di esse è stato programmato nel Regno Unito (69 casi con 24.761 posti di lavoro perduti), Polonia (55 casi con 51.187 posti in meno), Germania (45 con 47.809), Francia (44 con 7.687).

La tabella successiva indica il saldo soppressione/nuovi impieghi nel quarto trimestre 2004 nei 18 paesi considerati.

 Perdita d'occupazione per 10.000 lavoratori attivi

Polonia
35,92
Irlanda
4,00
Germania
13,18
Francia
3,22
Regno Unito
8,69
Portogallo
2,25
Slovacchia
8,59
Danimarca
2,20
Paesi Bassi
7,65
Austria
2,05
Belgio
7,35
Italia
1,14
Svezia
7,10
Cechia
0,00
Spagna
5,47
Grecia
0,00
Finlandia
4,03
Lussemburgo
0,00

La Germania ha il livello di ristrutturazione più elevato.

La Polonia perde più impieghi ma ne crea anche più di tutti.

Fra i settori economici più colpiti sono i trasporti, le telecomunicazioni  e le attività industriali. Effetti particolarmente negativi si hanno nella ferroviaria e nell'auto.

Anche banche, finanziarie e assicurazioni non sono indenni da ristrutturazioni e tagli occupazionali nel Regno Unito, Germania, Olanda e Spagna.

Postato da: orsola a 14:27 | link | commenti (1)
occupazione 109

23/03/2005

19 milioni gli europei disoccupati

Gli economisti parlano di disoccupazione di massa: il PIL è stagnante al 2% circa, aumentano le ore di lavoro, cresce la produttività e non i consumi, non c'è nuova occupazione. In Europa, nel gennaio di quest'anno, il tasso di disoccupazione è stato dell'8% nell'UE 15, e dell'8,8% nella zona euro e nell'UE 25.

I dati appena pubblicati da Eurostat non lasciano dubbi sulla gravità del fenomeno: gli europei disoccupati sono 19 milioni. Soltanto Germania, Francia, Polonia, Italia e Spagna ne hanno 15 milioni.

Nell'UE 25 la disoccupazione minore, in dati armonizzati, è nell'Irlanda (4,3%), nel Lussemburgo (4,4%), nell'Austria (4,5%) e nel Regno Unito (4,6%). Alla pari con Giappone (4,5%) e migliore degli Stati Uniti (5,2%).

Le situazioni più critiche sono nella Polonia (18,2%) e nella Slovacchia (16,5%), paesi in cui la disoccupazione resta alta nonostante la crescita e le trasformazioni della loro economia.

Preoccupano la Spagna (10,3%), la Francia (9,7%), la Germania (9,6%).

L'Italia ha un tasso di disoccupazione dell'8,2% (8% secondo l'ISTAT), inferiore dello 0,2% al 2003. Il tasso di occupazione (56,1%) è tra i più bassi dell'Unione e particolarmente critico per gli ultra 55enni (30,3%), i giovani sotto i 25 anni (24,0%) e le donne (48,1%).

Postato da: orsola a 12:30 | link | commenti
occupazione 109

15/03/2005

Delocalizzazione e emigrazione

Tecnovate e - Solutions è la controllata indiana di e - Bookers, la maggiore agenzia europea di viaggio, che vende attraverso Internet. Ha più di mille dipendenti.

Per il suo centro relazioni con i clienti, che dialoga in nove lingue diverse, ha assunto finora il 10% degli operatori provenienti da undici diversi paesi d'Europa.

Il reclutamento e l'addestramento sono stati fatti da e - Bookers nei luoghi d'origine.

Gli stipendi sono gli stessi del personale indiano: variano dai 400 ai 600 euro al mese; ma in più Tecnovate fornisce l'alloggio, dà l'assicurazione malattie, il trasporto per e dall'ufficio, il biglietto aereo di andata e gli stranieri non sono soggetti ad imposte sulle retribuzioni.

L'orario di lavoro è di nove ore per cinque giorni alla settimana. Con gli straordinari serali si possono aumentare le due settimane di ferie, previste dal contratto di lavoro per il primo anno.

Gli operatori europei del centro sono motivati in primo luogo dalla voglia di fare esperienze all'estero, poi dagli incarichi lavorativi assegnati e infine da interessi turistici. L'azienda ha un turnover del personale inferiore al 20% contro una media dei call center indiani del 40%.

La combinazione europei - indiani fidelizza anche questi ultimi.

L'esperienza di Tecnovate è seguita con interesse dagli imprenditori e dal governo. Potrebbe ampliare ai mercati non anglofoni le attività di servizio clienti delocalizzate dalle aziende occidentali per il basso costo del lavoro. Ma anche nel Messico, nell'Europa orientale e nel Sud - Est asiatico si tenta di estendere ad altre lingue i servizi online e telefonici, finora limitati all'inglese.

Postato da: orsola a 12:30 | link | commenti
occupazione 109

15/02/2005

 Tendenze dell'occupazione mondiale

L'International Labour Organisation - ILO ha presentato al VII Meeting regionale europeo, che si sta svolgendo a Budapest da ieri il suo rapporto annuale sulle tendenze dell'occupazione nel mondo.

Nel rapporto è scritto che nel 2004 la disoccupazione nel mondo è diminuita dello 0,2%, dal 6,3% del 2003 al 6,1%, a fronte di una crescita dell'economia del 5%.

Nell'Unione Europea la disoccupazione si è ridotta nel 2004 dal 9,1% al 9%, nell'Europa centrale, orientale, Turchia e Israele dall'8,5% all'8,3%, in Islanda, Norvegia e Svizzera dal 4,2% al 4,1%.

Nel mondo i senza lavoro sono attualmente 184 milioni e 700 mila con una riduzione del loro numero di appena 500 mila rispetto all'anno scorso.

Per il 2005 la situazione non migliorerà, come mostrano le stime evidenziate dalla tabella successiva.

Fra le cause della stasi ci sono il fisco, la burocrazia, gli scarsi investimenti in risorse umane e le poche riforme strutturali.

Il rapporto sarà discusso oggi da molti ministri del Lavoro dell'UE e dell'Asia centrale. E' focalizzato sullo sviluppo dell'occupazione, ma considera anche i problemi della riduzione della povertà e del miglioramento delle condizioni di lavoro.

Aree
Disoccup.ne
Occupazione
Crescita
prod.vità
lavoro
Crescita forza lavoro
Crescita PIL
1993
2003
1993
2003

1993
2003

1993
2003

1993
2003
Mondo5,66,263,362,5
1,0
1,8
3,5
America Latina6,98,059,359,3
0,1
2,3
2,6
Est Asia2,43,378,176,6
5,8
1,3
8,3
Sud-Est Asia3,96,368,067,1
2,0
2,4
4,4
Sud Asia4,84,857,057,0
3,3
2,3
5,5
M. Oriente e Nord Africa12,112,245,446,4
0,1
3,3
3,5
Economie in transizione6,39,258,853,5
2,3
-0,1
0,2
Paesi industrializzati8,06,855,456,1
1,4
0,8
2,5

Fonte: ILO

Postato da: orsola a 11:58 | link | commenti (1)
occupazione 109

11/02/2005

Lavoratori vulnerabili

Il terzo "Rapporto sull'industria" della CISL calcola almeno in 500 mila i lavoratori a rischio di perdita del posto di lavoro: "vulnerabili", nel linguaggio della Confederazione.

A questa cifra la CISL è arrivata aggiungendo a 430.940 dipendenti dell'industria in cassa integrazione e mobilità quelli delle piccole e medie imprese privi di tutela.

Sono concentrati per la maggior parte nei settori metalmeccanico e tessile e in Lombardia, Piemonte, Veneto, Campania.

Rispetto al 2004 il ricorso agli ammortizzatori sociali è cresciuto del 41,3%.

Le aziende in crisi sono 3.267. Sono aumentate del 38,8% quelle che hanno utilizzato negli ultimi tre anni la cassa integrazione ordinaria e straordinaria, con un'impennata del 61,4% rispetto al 2004.

Gli autori del rapporto indicano che il 60% dei lavoratori in mobilità è tra i 50 e i 59 anni e ciò aumenta l'esplosività sociale della crisi industriale.

Postato da: orsola a 10:29 | link | commenti (1)
occupazione 109

25/01/2005

Debuttanti nel lavoro dell'UE

Percentuale sugli occupati delle persone che hanno incominciato a lavorare nel secondo trimestre 2004.

Finlandia8,6Slovacchia3,8
Danimarca6,9Germania3,6
Spagna6,4Italia3,6
Francia5,8Ungheria3,5
Estonia5,2Portogallo3,3
Cipro4,9Malta3,3
Lituania4,9Belgio2,9
Svezia4,8Cechia2,9
Regno Unito4,6Grecia2,7
Polonia4,5Lussemburgo2,6
Lettonia4,3Irlanda1,6
Slovenia4,1Paesi Bassi1,1
Austria4,0UE4,3

Fonte: Eurostat
La percentuale dei debuttanti del lavoro nell'UE a 25 è leggermente aumentata in questo trimestre passando, rispetto a quello precedente dal 4,1% al 4,3%.

Il miglioramento interessa esclusivamente gli uomini. La loro percentuale d'ingresso nel lavoro è passata dal 3,9% al 4,3%. Quella delle donne è rimasta ferma al 4,3%.

Postato da: orsola a 10:04 | link | commenti
occupazione 109

24/01/2005

Lavoro non qualificato

La DARES è la Direzione del ministero del lavoro francese, che ha il compito di realizzare ricerche, studi ed elaborazioni statistiche  sull'occupazione, le attività lavorative e la coesione sociale. Pubblica periodicamente i risultati delle sue indagini, che possono così essere conosciute non solo dai governanti  e dai politici.

"Le travail non qualifié. Permanences et paradoxes", La Découverte, Paris, 2005 è il libro,  frutto del programma di ricerche sul lavoro non qualificato, curato da  Dominique Méda, responsabile della sezione Ricerche, e da Francis Vennat, vicedirettore per l'Occupazione e il Mercato del lavoro della DARES. Raccoglie i contributi di trenta autori, sociologi, economisti e statistici, che hanno partecipato alle ricerche di cui la voluminosa raccolta dà conto.

I risultati sono stati distribuiti in quattro parti:

- le prospettive storiche, sulle classificazioni e le nomenclature del lavoro e sui criteri di misura della qualificazione,
- le evoluzioni del lavoro non qualificato in rapporto al cambiamento sociale nelle analisi economiche e dell'organizzazione aziendale,
- i paradossi del lavoro non qualificato, sulle considerazioni, le valutazioni, le traiettorie professionali, le carriere, le remunerazioni e la gestione dei lavoratori,
- le politiche dell'occupazione, della formazione e dei costi del lavoro non qualificato rispetto a quello qualificato, sempre più in diminuzione.

Il libro non è soltanto un'esplorazione del mondo del lavoro non qualificato. Offre una serie di rivelazioni sulla realtà attuale del fenomeno, in crescita nelle economie sviluppate, costituito da impiegati, del terziario, in maggioranza donne e giovani con istruzione superiore, occupati a tempo parziale o determinato. Ma è anche un "manuale", esemplificativo di un modo efficace di analizzare la realtà lavorativa per intervenire con vantaggio delle persone e della competitività aziendale.

Le parti meglio costruite del libro sono quelle sui "paradossi" e sulle "politiche" nell'occupazione non qualificata.

Una vera chicca sono i contributi dedicati al lavoro di genere e all'effetto delle politiche pubbliche di costruzione del lavoratore non qualificato.

Postato da: orsola a 14:47 | link | commenti (1)
occupazione 109

12/01/2005

Disoccupazione 2004 - 2006

(% sulla popolazione attiva delle donne e degli uomini fra i 15 e i 64 anni in cerca di lavoro. Fonte OECD).

Come appare dalla tabella successiva la tendenza generale è ad un lieve contenimento del tasso di disoccupazione.

I motivi possono essere diversi, a seconda dei paesi. Possono andare da un aumento effettivo del numero di occupati allo "scoraggiamento" nella ricerca di un lavoro, alla registrazione come "inattive" di persone che lavorano (cfr. iriospark, 21 dicembre 2004).

Il tasso medio di disoccupazione dell'UE è comunque superiore a quello dell'OECD, degli USA e, soprattutto, del Giappone.

Paesi
2004
2005
2006
Polonia
19,0
18,4
17,6
Slovacchia
18,1
17,5
17,0
Spagna
10,9
10,7
10,4
Lituania
10,1
10,1
10,0
Lettonia
9,7
10,0
9,8
Francia
9,8
9,6
9,1
Germania
9,2
9,2
8,8
Grecia
9,0
8,9
8,7
Finlandia
8,9
8,4
8,2
Cechia
8,4
8,3
8,2
Estonia
8,5
8,0
8,0
Italia
8,0
7,4
7,4
Belgio
7,7
7,6
7,6
Malta
7,0
7,0
7,0
Portogallo
6,5
6,4
6,3
Ungheria
5,9
5,7
5,5
Slovenia
5,9
5,9
5,5
Austria
5,8
5,5
5,5
Danimarca
5,7
5,3
5,0
Svezia
5,6
4,8
4,5
Cipro
5,0
5,0
4,8
Paesi Bassi
4,8
5,2
4,9
Regno Unito
4,7
4,7
5,0
Irlanda
4,4
4,7
4,0
Lussemburgo
4,2
4,2
4,0
UE
7,9
7,8
7,7
USA
5,5
5,3
5,2
Giappone
4,7
4,5
4,1
OECD (30 paesi)
6,6
6,5
6,3

Postato da: orsola a 11:33 | link | commenti (1)
occupazione 109

11/01/2005

Occupazione dei seniores

(Uomini e donne 55-64 anni in % sulla popolazione attiva a ottobre 2004, Fonte Eurostat)

Svezia
68,6
Francia
36,8
Danimarca
60,2
Malta
32,5
Regno Unito
55,5
Italia
30,3
Estonia
52,3
Austria
30,1
Portogallo
51,6
Lussemburgo
30,0
Cipro
50,2
Ungheria
28,9
Finlandia
49,6
Belgio
28,1
Irlanda
49,0
Polonia
26,9
Paesi Bassi
44,8
Slovacchia
24,6
Lituania
44,7
Slovenia
23,5
Lettonia
44,1
UE - 15
41,7
Cechia
42,3
UE - 25
40,2
Grecia
42,1
Giappone
63,0
Spagna
40,8
USA
58,0
Germania
39,5
  

Il tasso di occupazione raggiunto dall'UE è ancora molto lontano dall'obiettivo del 70% fissato dal vertice di Lisbona nel marzo del 2002, tasso ritenuto necessario per migliorare la competitività dell'Unione nei confronti degli USA e del Giappone e ridurre il carico pensionistico.

Svezia e Danimarca sono i soli paesi europei a superare o ad avvicinarsi alle situazioni occupazionali giapponese e americana.

La Francia, l'Italia, l'Austria, il Lussemburgo e il Belgio sono nettamente al di sotto della stessa media europea.

L'Italia, in particolare, ha un tasso di disoccupazione dei minori di venticinque anni (27,1%) fra i più elevati dell'UE e una base occupazionale (uomini e donne 15-64 anni 56,1% della popolazione attiva) fra le più ristrette.

Postato da: orsola a 12:46 | link | commenti
occupazione 109