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Incentivare le azioni di riequilibrio climatico Uno studio che valuta costi e benefici degli interventi e indica gli strumenti e le logiche d’azione possibili « El cambio climatico: analisis y politica economica, una introduccion» è uno studio realizzato da un gruppo di economisti spagnoli, che insegnano nell’Universidad Autonoma de Barcelona, coordinati da Josep Maria Vegara e pubblicato dal servizio studi de la Caixa. Espone gli aspetti fondamentali della questione del cambiamento climatico, guida all’analisi economica del suo impatto e alle decisioni su prezzi, margini e altri fattori rilevanti per elaborare modelli di riequilibrio.
Il libro che ne risulta indica perché e come agire, considera i problemi economici collegati a quelli politici e sociali, amplia il concetto di business aziendale al macro ambiente di riferimento e alla necessaria flessibilità anticipatoria.
Composta da sette capitoli scritti da cinque ricercatori, l’opera è strutturata in tre parti .
I primi due capitoli, introduttivi, documentano sulla dinamica antropica del cambiamento, sulle emissioni di CO2, sugli impatti, sulle caratteristiche dei problemi di degradazione ecologica e sulle risposte possibili in un mercato globale.
Il terzo e il quarto capitolo sono dedicati al rapporto tra economia e cambiamento climatico e mostrano come valutare gli impatti delle emissioni, come analizzare i rapporti tra costi economici e sociali dell'anidride carbonica, come arrivare a una configurazione associata alle decisioni di utilità marginale e multicriterio, come puntare a un’economia sostenibile.
La terza parte è la più corposa. Nel capitolo quinto sono esemplificati i percorsi, che aiutano a sviluppare i modelli economici per la valutazione dell’ambiente di riferimento, la scelta della politica ambientale, le interconnessioni tra mercati e politiche. Si giunge alla valutazione degli interventi di riequilibrio su più dimensioni e tempi e motiva alla costruzione di un modello di business integrale.
Nel capitolo sesto sono passati in rassegna gli strumenti per l’intervento nell’ambiente obiettivo, per la scelta in rapporto al modello di business, ai vantaggi di mercato, alla situazione politica e alla contingenza finanziaria e sociale.
Il settimo capitolo, conclusivo, considera interazioni e integrazione di riequilibrio climatico e tecnologia per aiutare a decidere su adozione, diffusione e trasferimento tecnologico, a seconda del livello di investimenti in R&S a 10, 30 e 50 anni.
Il riequilibrio climatico prodotto da innovazione tecnologica e di prodotto nelle aziende può rendere compatibile la riduzione dei gas a effetto serra a livello paese, favorire la competitività e aumentare la sicurezza ambientale.
Le esperienze e le evidenze empiriche indicano che le politiche ambientali basate su incentivi producono di solito in questo ambito più innovazione degli strumenti di altro tipo.
E’ importante perciò definire a livello aziendale e paese congiuntamente gli interventi più adatti a ridurre le emissioni inquinanti con il minor costo. Possono servire a questo scopo simulazioni, che valutino lo stato della tecnologia esistente, verificandone le possibilità di sviluppo e acquisizione di nuova.
Una prospettiva che affida all’autonomia e alla responsabilità delle imprese il controllo e il risanamento ambientale sul territorio di localizzazione.
Il libro coordinato da Vegara è un’opera di grande utilità per porre nuove basi all’organizzazione aziendale e allo sviluppo delle competenze, in vista del rilancio dell’economia dopo la grande recessione e delle probabili decisioni in materia di clima adottate dal vertice di Copenhagen nel prossimo dicembre. clima, ambiente, sviluppo sostenibile, analisi economica, redditività, modello di business
Che succede nel cervello quando si sceglie bene Uno studio di neurologi inglesi dimostra per la prima volta che la chiave del processo cognitivo è nell’interazione fra l’ippocampo e il lobo prefrontale L’ippocampo è una zona del cervello in rapporto con la memoria, quella che ha il compito di archiviare le informazioni immediate.
Il lobo prefrontale destro della corteccia cerebrale è l’area specifica del riconoscimento, dell’introspezione e della flessibilità. Ha un ruolo critico in come selezioniamo le informazioni e a quali parti del cervello le inviamo. E’ fondamentale per prendere decisioni e pensare. Finora lo si è ritenuto responsabile delle strategie di comportamento finalizzate al raggiungimento di obiettivi.
Uno studio compiuto da un gruppo di studiosi degli Istituti di neurologia e neuroscienze dell’University College London, coordinati da Dharshan Kumaran , ha provato che quando una persona prende una decisione efficace, nel suo cervello aumentano le interazioni tra ippocampo e lobo prefrontale. La base del processo cognitivo sta qui, secondo i risultati di una ricerca sperimentale, pubblicata con il titolo «Tracking the emergence of conceptual knowledge during human decision making» , nell’ultimo numero di «Neuron», il bimestrale americano per le scienze cognitive. I ricercatori vi scrivono di avere individuato la sede della capacità di valutazione.
Valutare e comportarsi in maniera appropriata è un processo complesso in cui l’ippocampo ha il compito di raccogliere e conservare le informazioni, che vengono trasmesse alla corteccia prefrontale, da dove sono estratte e utilizzate quando l’occasione lo chiede, come appunto nel caso di una scelta tra due opzioni possibili.
I circuiti neuronali, che avvolgono l’ippocampo, facilitano il passaggio delle conoscenze nuove, richieste per affrontare situazioni nuove.
I ricercatori hanno fatto partecipare a più esperimenti di laboratorio 27 persone. Hanno esaminato il loro funzionamento cerebrale con la tomografia a emissione di positroni, che ha prodotto le immagini tridimensionali dei processi funzionali del cervello.
Hanno identificato così in quali aree si è verificato un incremento di attività e hanno poi correlato questo aumento con l’efficacia della decisione. L’azione dell’ippocampo, hanno concluso, fa prendere decisioni importanti in differenti situazioni di crescente complessità.
La scoperta fa più luce sul ruolo delle strutture cerebrali, che partecipano alle funzioni cognitive superiori e apre nuove vie alla cura dei deficit e al potenziamento delle capacità umane. Copyright2009©irio processo decisionale, cognizione, cervello, neuroscienze, neurologia
Gillette, l’imprenditore che voleva realizzare l’utopia Viene ripubblicata la storia incredibile di un fondatore d’impresa scritta da un manager drammaturgo Un uomo al vertice di una grande azienda multinazionale, un decisore di strategie e organizzazioni competitive, che è anche un drammaturgo, un romanziere e un saggista apprezzato, un manager le cui opere sono rappresentate alla Comédie Française e che è stato professore dell’Institut d’études théâtrales all’Université Paris III, questo è Michel Vinaver, noto anche nel mondo del business nostrano per avere diretto Gillette Italia, una vita lavorativa di trent’anni al top della società americana, nata dall’invenzione del rasoio di sicurezza.
E alla vita di King Camp Gillette, l’inventore più di un secolo fa di un nuovo modo di radersi e il fondatore di un’impresa di successo, la Gillette Safety Razor Company, è dedicata l’opera teatrale «King» di Vinaver, pubblicata una prima volta nel 1998 e che ora rivede la luce insieme a «Les Huissiers», per merito dell’editore Actes Sud di Parigi. 
La storia imprenditoriale di King Gillette, un nome profetico, incomincia nel 1895, quando un oscuro quarantenne, rappresentante di capsule per bottiglie, ha l’intuizione di un rasoio, che consente di fare la barba senza tagliarsi, in modo più veloce ed efficace. L’intuizione diventerà il brevetto US775134 del 15 novembre 1904, un’invenzione, che due anni dopo avrà venduto tre milioni e mezzo di esemplari e 32 milioni di lamette, il prodotto di successo di un’azienda, che diventerà globale, ne acquisirà altre e reggerà all’impatto del rasoio elettrico dal 1928.
Vinaver mette in scena la doppia vita di Gillette, che di giorno si comportava da freddo capitalista e di notte scriveva libri, ispirati alle idee di Charles Fourier, Henri de Saint Simon e Karl Marx, in cui propugnava una società utopica, dove concorrenza e denaro avrebbero dovuto sparire. «World Corporation» del 1910 e «The People Corporation» del 1924 sono libri scritti da imprenditore, che seguirono «The Human Drift» del 1894 e «The Ballot Box» del 1897. Altri più aziendali, come «Gillette Social Redemption» del 1907 e «Gillette industrial solution» del 1908, raccolgono le interviste a Melvin L. Severy.
L’opera teatrale «King» racconta l’ascesa e la caduta di Gillette, osannato imprenditore di successo prima e vittima poi di lotte per il potere alla testa della sua azienda, in cui l’inventore ebbe la peggio e fu «cacciato dai finanzieri».
La lotta assunse aspetti perfino diffamatori, che culminarono nell’accusa di «cervello malato» per i suoi libri utopici. Il crac del 1929 fece il resto nel fargli perdere il controllo della società. Nonostante un’altra intuizione, quella del rasoio usa e getta, l’imprenditore, innovatore e utopista sociale, fu defenestrato e la Borsa vinse sull’industria.
Un giorno King Gillette ricevette la visita di un certo Schumann, che gli chiese:«Avreste voluto realizzare un mondo migliore, ma avete inventato un rasoio a lame di ricambio. A quale delle due creazioni tenete di più?». Vinaver riporta l’episodio, ma non dà risposte nella narrazione, si limita a raccontare con efficacia letteraria e psicologica le contraddizioni del suo eroe. La risposta implicita che si ricava è che quella doppia anima s’iscrive nel sistema capitalista e completa così una grande vita vissuta.Copyright2009©irio Gillette, teatro, invenzione, innovazione, creatività, letteratura, utopia
Basi cerebrali della conoscenza procedurale I neuroscienziati dell’University of California – Berkeley localizzano la sede dell’uso automatico degli arti L’acquisizione di una capacità è misurata essenzialmente dalle performance rese da una persona in una particolare area di attività. Non è importante accertare il livello di consapevolezza con cui giunge a decidere e ad agire di conseguenza. Le competenze invece sono caratterizzate da un’articolazione prevalentemente esplicita, dimostrativa delle conoscenze, frutto di expertise adattiva e consapevolezza, che deve sempre ottenere una buona performance.
Questa distinzione, largamente impiegata dagli esperti di sviluppo organizzativo, risale a due categorie di conoscenza, quelle tacite o esplicite, procedurali o dichiarative, come vengono chiamate dalle differenti scuole delle scienze sociali, che si sono occupate dei processi cognitivi di apprendimento, dello svolgimento dei compiti e dell’uso delle informazioni relative, per esperienza e saper fare o per articolazione trasferibile tra persone e contesti differenti.
In generale, la semplicità o la complessità delle regole da apprendere per svolgere il compito e il modo con cui si presenta il problema da risolvere sono fattori che influenzano il tipo di apprendimento e la configurazione della conoscenza.
Alle funzioni, che permettono di raccogliere informazioni, immagazzinarle, analizzarle, valutarle, trasformarle e utilizzarle per agire, è rivolta adesso l’attenzione dei neuroscienziati, che spesso si avvalgono per le loro ricerche di supporti tecnologici per aiutare persone affette da paralisi del midollo spinale o da incapacità motorie.
Karunesh Ganguly e Jose Carmena dell’University of California – Berkeley raccontano nel numero di giugno di PLoS Biology i loro esperimenti di adattamento neuronale alle protesi cerebrali, condotti sui macachi e la scoperta di una mappa corticale stabile, con «Emergence of stable cortical map for neuroprosthetic control» , ripresi da Caitlin Sedwick, divulgatrice scientifica di San Diego, nel numero successivo della rivista, con l’articolo «Practice makes perfect: learning mind control of prosthestics», per le applicazioni agli uomini.
I due scienziati raccontano di avere intuito fino dal 2003 che se le scimmie usavano un arto meccanico come se fosse naturale, bisognava individuare l’area neuronale che memorizza un’abilità e l’esegue automaticamente, il supporto cerebrale della conoscenza procedurale.
«Abbiamo dimostrato, scrivono, che si può imparare a controllare un dispositivo, che non è una parte del corpo e consolidare questo apprendimento come a giocare a tennis o ad andare in bicicletta, cose che difficilmente si dimenticano». Le prove sono state date dalle esperienze di laboratorio con le scimmie. «Perché dobbiamo pensare che il cervello umano è meno capace di controllare una protesi in modo così automatico come avviene con una qualunque parte del corpo?», concludono.
In cinque o sei giorni gli animali, che hanno partecipato all’esperimento, sono stati capaci d’imparare ad usare un dispositivo esterno, che muove un cursore con la sola forza del cervello. L’attività dei loro neuroni è andata stabilizzandosi a mano a mano che i macachi hanno acquistato destrezza nell’utilizzo, fino al punto di operare in modo automatico con grande abilità.
Quando le scimmie avevano acquisito questo primo skill, i ricercatori hanno provato a fare apprendere loro una seconda capacità con un diverso addestramento. Hanno scoperto così con sorpresa che la memoria del primo skill era ancora attiva e gli animali potevano passare da un compito all’altro di maggiore complessità, perché entrambi erano stati registrati nella mappa mentale.
Le caratteristiche di questa «memoria motoria», come la chiamano, sono l’impressività a lungo, l’estrazione rapida per l’uso e la resistenza alle altre immissioni, che possono avvenire senza cancellare quelle precedenti. Copyright2009©irio cervello, mappe mentali, neuroni, reti neuronali, conoscenza
Genealogia e storia della discriminazione razziale Il razzismo attribuisce alla biologia, ai geni e alla natura caratteristiche provenienti dalla cultura, l’educazione e la politica Da molto tempo numerosi studi scientifici hanno provato inequivocabilmente che le razze umane non esistono, ma il comportamento discriminatorio dei razzisti torna prima o poi a manifestarsi in forme nuove, che hanno a che fare con la sicurezza delle persone, l’occupazione, l’economia o la cultura.
Il razzismo sopprime la storia, chiude gli umani in categorie determinate in base al colore della pelle, a identità sociali diverse, escluse con un destino immutabile perché naturale, attribuito alla biologia, ai geni e alla fisicità, mentre derivano da fattori culturali, di etnocentrismo, educativi, di ambiente di crescita, politici, di egemonia mondiale.
Assegnare una popolazione a una razza vuol dire rinchiuderla in un passato senza presente né avvenire, immobilizzarla nella storia come incapace della minima evoluzione.
Lo dice Maurice Olender, storico, professore dell’EHESS, specialista dell’idea di razza, che in «Race sans histoire», Points, Paris, 2009, raccoglie i ritratti storiografici di autori che hanno affrontato questioni relative a identità e alterità negli ultimi due secoli, dando vita alle diverse manifestazioni del razzismo e agli usi politici delle scienze umane.
Il libro parte da un’indagine sul mito e la storia degli studi indoeuropei. La preistoria d’Europa, dimostra, è stata trasformata per ispirare concezioni etniche e nazionali, destinate a sostenere il colonialismo. E in quest’opera non ci sono soltanto le interpretazioni colte di Georges Dumezil, c’è l’appoggio ufficiale della Chiesa e veri propri falsi a favore della teoria del complotto ebreo universale, messo in atto con i «Protocolli dei savi di Sion».
Olender ricostruisce i percorsi culturali di Mircea Eliade nella storia delle religioni e la nascita della dicotomia ariano-semita, validata da Carl Gustav Jung nella teoria dell’inconscio, di pari passo con la barbarofilia dei Greci antichi.
Il razzismo, sostiene, non ha bisogno d’essere spiegato, né d’essere analizzato per agire. I suoi slogan si diffondono come una marea, che avanza irresistibile e può inghiottire d’un colpo una società. E senza essere fondato, si avvale della simpatia e della collusione di intellettuali, che lo giustificano.
Professionisti della parola, della spiegazione, dell’analisi, sono rimasti muti, senza rispondere alle questioni che venivano rivolte loro o nascondendo l’impegno passato. I nomi richiamati da Olender sono molti, dal fondatore della linguistica Ferdinand de Saussure all’antropologo Marcel Mauss, dal filosofo Martin Heidegger allo scrittore Gunther Grass.
«Race sans histoire» è un libro documentatissimo, di altissima qualità, scritto con passione, anzi riscritto e rinnovato dopo una prima versione del 2005, apparsa con il titolo «La chasse aux évidences» e concluso con un appello a non abbassare la guardia difronte al disprezzo dell’umanità, legato alla discriminazione in nome di un’idea, che osteggia le differenze e afferma il dominio di un pensiero sugli altri. Copyright2009©irio razzismo, discriminazione, egoismo , pensiero unico
Le grandi scimmie già ridevano prima di Lucy Tre ricercatori, facenti capo all’University of Portsmouth, hanno trovato che i primati potevano esprimere emozioni con il riso tra 10 e 16 milioni di anni fa Lucy è una progenitrice dell’uomo, un individuo di sesso femminile, vissuto circa 4 milioni di anni fa, i cui resti fossili sono stati scoperti nel 1974 in Etiopia, nella valle di Hadar. E’ una nostra antenata, appartenente all’Australopitecus afarensis, che segna il passaggio nell’evoluzione dalla scimmia all’uomo.
Per approfondire la conoscenza di questa linea evolutiva, tre ricercatori, facenti capo al Centre for the study of emotion del Psychology department dell’University of Portsmouth, Marina Davila Ross, psicologa inglese, Michael Owren, psicologo americano e Elke Zimmermann, zoologa tedesca, hanno studiato sperimentalmente le espressioni di riso manifestate dai piccoli di orang – utang, scimpanzé, gorilla, bonobo e di uomo, sottoposti a solletico.
Tutti e cinque gli appartenenti alle due specie animali hanno manifestato in 1000 repliche comportamenti di espirazione-inspirazione e suoni vocali simili.
L’uomo mostra di ridere con l’espirazione e con il suono emesso. Lo scimpanzé fa lo stesso e alterna espirazione e inspirazione. I gorilla e i bonobo si mostrano capaci di espirare per un tempo tre-quattro volte superiore al ciclo respiratorio normale dell’uomo, un adattamento che finora è stato riconosciuto solo alla capacità umana di parlare. Gli orang-utang hanno la respirazione durante il “riso” più simile a quella umana.
Le reazioni osservate hanno portato i ricercatori a ipotizzare che le manifestazioni emotive possono avere una base filogenetica comune, che ha avuto evoluzioni diverse a partire da 10-16 milioni di anni fa, quando le due specie hanno incominciato a differenziarsi fino alla separazione, avvenuta 4-6 milioni di anni orsono.
I comportamenti analizzati e misurati hanno molte analogie con quello che nel nostro antropocentrismo consideriamo il modello del riso. Copyright2009©irio ridere, emozioni, comportamento animale , comportamento umano, evoluzione umana
La Genesi a fumetti Robert Crumb, colonna dei comic underground americani, ha impiegato quattro anni per trasporre in immagini il primo libro della Bibbia Il tratto è sempre quello trasgressivo e beffardo che lo ha reso famoso in tutto il mondo come autore di Fritz il gatto e di Mr. Natural, ma il contenuto della sua ultima storia è di tutt’altro tenore, Robert Crumb, il geniale disegnatore americano di comic underground, ha pubblicato il “Libro della Genesi” illustrato.
E’ una raccolta in 50 numeri, costata quattro anni di lavoro minuzioso, quasi maniacale, di raccolta di documenti e d’invenzione d’immagini, approdata a una traduzione letterale del primo libro della Bibbia. 
Come indica la copertina dell'albo in uscita, quello della creazione di Adamo ed Eva e della cacciata dal Paradiso terrestre, “Non è stato lasciato niente fuori!”. L’avvertenza è completata da una scritta cerchiata: “La supervisione degli adulti è raccomandata per i minori”, un segnale giallo che fa sapere quanto il rispetto dell’integrità dell’Opera non è il solito tradimento di qualsiasi traduzione, ma rivela plasticamente quello che le Chiese hanno sempre sottaciuto o censurato e qui invece è platealmente esibito nella carnalità di Eva, nella sensualità del serpente, nella severità castigatrice di Dio, nella debolezza complice di Adamo.
E’ la Bibbia di Crumb, che negli anni ’60 scandalizzò il movimento hippie e provocò l’ira delle femministe, attratto in questa sua fatica dalla voglia di conoscere l’inizio dell’inizio di tutte le cose, il sesso e la colpa, che hanno le massime espressioni nella vittoria del serpente, nelle figlie di Lot, che ubriacarono il padre per avere discendenza, negli abbandoni del padre Abramo, nella disumanità di Sodoma e Gomorra.
L’illustratore ha già confezionato i primi 19 episodi della sua opera, deve ancora rifinire gli altri 31 e ha già avuto offerte di impegnative per la pubblicazione in molti paesi. Copyright2009©irio Robert Crumb, fumetto, Bibbia
Il sonno profondo favorisce la creatività I ricercatori di due università californiane hanno provato sperimentalmente che la fase REM facilita il problem solving in forma immaginativa Da molto tempo si è ipotizzato che la soluzione dei problemi che richiedono creatività possa migliorare grazie a meccanismi mentali, come il sonno o la riflessione in silenzio, che favoriscono la comprensione, non si sono esplorati però i meccanismi sottostanti. Esordiscono così cinque ricercatori dei dipartimenti di psicologia e psichiatria delle University of California San Diego e della Southern California, coordinati da Sara C. Mednick, nell’articolo “REM, not incubation, improve creativity by priming associative networks”, PNAS, june 8, 2009.
Gli autori ricordano che il ruolo del REM, il rapido movimento degli occhi nel sonno profondo, è significativo nel sognare e nelle associazioni libere, come dimostrano molti aneddoti sul comportamento di inventori e innovatori famosi.
Il cantautore Paul Mc Cartney, il chimico Dimitri Mendeleiev, il farmacologo Otto Loewi, il fondatore della chimica organica Friedrich Kekulè, risolsero problemi che richiedevano potenza creativa, mentre dormivano. Tutti avevano affrontato le difficoltà di trovare soluzioni originali per i problemi che li attanagliavano.
Secondo gli studiosi californiani, dopo la mancanza di risultati e la scoperta dei mille ostacoli che rendono infruttifero il lavoro di ricerca, si entra in una sorta di lavoro incosciente e poi la soluzione appare repentina, spesso durante il sonno.
I ricercatori hanno ipotizzato perciò di verificare sperimentalmente l’ipotesi che il sonno migliori la capacità di risolvere i problemi in maniera creativa e di individuare la fase che interviene particolarmente nel processo di risoluzione immaginativa.
L’indagine è stata fatta per mezzo di un test di associazione remota, RAT, che è consistita nel presentare a 77 persone, divise in tre gruppi dei trii di parole. Ogni partecipante al laboratorio ha dovuto proporre una quarta parola collegata con le precedenti, in modo da completare logicamente la serie. Per esempio, al trio “formaggio”, “cielo” e “oceano”, la parola correttamente associata è stata “blu”.
I tre gruppi sono stati distinti così, il primo era composto da quelli che cadevano in un sonno profondo (fase REM) anche per il breve riposino, un altro da quelli che facevano appena un sonno leggero e l’ultimo da quelli che rimanevano svegli. I test venivano somministrati al mattino e al pomeriggio, dopo i periodi di relax.
Le persone che hanno dormito un sonno profondo hanno ottenuto risultati migliori del 40% rispetto a quelli che hanno avuto un sonno leggero o non hanno dormito.
I ricercatori hanno spiegato che “solo la fase REM potenzia la creatività di fronte a nuove difficoltà da risolvere”, che potrebbero essere affrontate attraverso una lunga disamina e riflessione.
Durante questa fase del sonno si formano nuove reti d’informazione a partire da dati che prima il cervello non associava. Copyright2009©irio creatività, sonno, fase REM , PNAS
Cooperazione come scambio di doni in azienda Un’analisi dell’azione collettiva e dei rapporti sociali necessari alla produttività Nessuno può affermare seriamente che la gestione aziendale è l’atto di un principe o dell’aggregazione di individui mossi dalla sola soddisfazione dell’interesse personale. Se si rifiutano insieme come categorie d’analisi e i grandi determinismi e lo stretto individualismo, si è portati a chiedersi che cosa permette l’azione collettiva e la legittima in azienda. Norbert Alter, professore di Sociologia del lavoro e delle organizzazioni nell’Université Paris-Dauphine, ritiene che per analizzare la natura dei rapporti sociali, caratteristici del mondo del lavoro, sia utile ricorrere alla teoria del dono di maussiana derivazione.
In “Donner et prendre. La coopération en entreprise”, La Découverte, Paris, 2009, egli chiarisce che la teoria del dono non deve essere confusa in nessun modo con una teoria dell’altruismo, è, al contrario, una teoria dello scambio sociale, che integra la questione dell’interesse e quella della violenza, perché l’efficacia aziendale suppone una capacità di cooperare, cioè una capacità di scambio, che non può essere ridotta alla prassi della teoria economica standard.
Nel libro Alter affronta i modi d’elaborazione delle strutture di scambio, che permettono l’accordo e la cooperazione, traccia una sintesi delle problematiche su questo tema, dando la parola a dirigenti, impiegati, tecnici, infermieri, che testimoniano come per allacciare i legami sociali, bisogna trovare il modo di obbligare, di ottenere, di tradire o di prendere informazioni, simboli, beni, servizi, riti, emozioni, allo stesso modo con cui circolavano i beni nelle società primitive.
In queste donare obbligava a ricambiare il dono. Così nelle aziende lo scambio dei doni e il commercio degli obblighi si realizzano attraverso un intermediario, che si chiama mestiere, missione, progetto, rete o impresa. L’intermediario nasce per l’ingegnosità collettiva, che realizza il cambiamento e il movimento con doni diversi.
Cooperare è donare, dunque, un modo di scambio diverso dal dominare manageriale e dal tradire di chi non ricambia il dono. C’è un movimento dinamico degli scambi, che oscilla dal donare per sentire di esistere all’impegno ragionato, dall’interdizione di donare all’ingratitudine dei beneficati.
Alter smonta e mette a nudo i comportamenti ostativi, di un management, che sente il dono come anomalia trasgressiva, che sovverte le regole fissate dall’alto e non è modellabile. Il management si basa invece sul principio che dipendenti e datori di lavoro siano liberi e non obbligati reciprocamente. La maggioranza degli scambi informali in azienda, sostiene, sono spesso, a torto, oggetto di rifiuto manageriale.
Il malessere lavorativo proviene dall’incapacità aziendale di riconoscere il valore dei doni dei dipendenti. Fenomeni d’ingratitudine e deficit di riconoscenza bloccano la produttività.
Alter rivendica costantemente l’eredità di Marcel Mauss e dell’opera “Saggio sul dono”. Il suo libro operazionalizza questo approccio antropologico e diventa una lettura affascinante, anche se talvolta le spiegazioni e l’individuazione delle cause e degli impulsi a cooperare, oltre il calcolo utilitaristico individuale e le pratiche economiciste, risultano forzate. Copyright2009©irio cooperazione, rapporti sociali, produttività , management
Conformismo e integrazione Il film “Teza” di Haile Gerima affronta la questione del rapporto tra bene comune, rispetto dell’autorità e indipendenza di giudizio In una piccola comunità come in una grande società le autorità istituzionali sono molte e legittimate da fonti diverse. Possono influenzare i comportamenti altrui gli anziani, gli eletti dal popolo, gli ottimati, gli unti del Signore, i conquistatori. I potenti di questi tipi per esercitare la loro influenza hanno bisogno di persone disposte ad essere condizionate in modi differenti e simmetrici, a riconoscere il valore della tradizione, il peso della maggioranza, la preminenza dei migliori, la discendenza divina, la forza della paura.
La società moderna dovrebbe premiare il merito, come molti sostengono, dovrebbero essere riconosciute la competenza, l’iniziativa e la capacità di giudizio contro i vecchi, disfunzionali principi dell’appartenenza, dell’obbedienza e dell’accomodamento. Invece questi tratti distintivi del conformismo sono spesso sollecitati dai potenti e opposti a quelli dell’integrazione attiva, che comporta di autoregolare le proprie azioni con quelle degli altri, in vista del bene comune e di evitare i conflitti, che nascono nei rapporti degli individui, gruppi e collettività più deboli con le parti più forti.
L’indipendenza di giudizio è un tratto identitario essenziale per la nascita delle comunità e la modernizzazione della società civile. Alla tendenza delle autorità a comportarsi in modo autoritario e a fare pressione per l’integrazione passiva, quando non per il conformismo, a pretendere cioè l’adattamento e l’obbedienza, a plasmare il comportamento degli altri a modo proprio, è dedicato il film di Haile Gerima.
Gerima è un regista, nato in Etiopia, che ha studiato, insegna alla Howard University di Washington dal 1975 e dirige opere teatrali e cinematografiche negli USA. Ha tutte le carte in regola per occuparsi della storia etiope, come fa nell’ultimo film “Teza”, che in amarico è il vocabolo che indica la rugiada del primo mattino.
Il periodo considerato dal regista è quello del passaggio dalla monarchia medioevale del Negus Haile Selassie al regime comunista ortodosso, con ispirazioni albanesi e tedesco-orientali, del colonnello Mariam Mengistu, il ventennio dal 1970 al 1990.
Il protagonista del film è Anberber (Aron Arefe), un medico originario di un piccolo villaggio sul lago Tana, che ha studiato e fatto il ricercatore universitario in Germania. Ormai completamente occidentalizzato, decide di ritornare nel proprio paese, dopo la caduta di Selassie, “Eletto del popolo”, “Re dei re”, “Leone di Giuba”, come si faceva chiamare dagli Etiopi e la proclamazione della Repubblica democratica popolare, con l’elezione di Mengistu a presidente. Vuole dare il suo contributo di scienziato all’avvento della modernizzazione politica, economica e sociale.
Entusiasta per l’arrivo della democrazia, dovrà affontare la nascita di una feroce nomenclatura politica, di una repressione sanguinaria, di rivolte e guerre di confine.
I partigiani di Mengistu lo accuseranno di resistenza capitalista e dovrà fare autocritica. Sarà costretto ad allontanarsi dal suo paese per decisione del ministro degli Affari sociali e a lavorare nella Germania orientale, dove, alla caduta del Muro, sarà sprangato e buttato giù da una finestra da un gruppo di giovani di destra, che vogliono punire un comunista.
Ritornerà nel villaggio e farà un figlio con una donna, perseguitata dagli anziani e molestata da uno spione. Anche qui Anberber dovrà difendere il suo ruolo d’intellettuale, l’indipendenza di giudizio e il desiderio di contribuire al bene comune.
Teza è la storia di una cittadinanza attiva, di un ideale di partecipazione alla cosa pubblica e solidarietà con i più deboli. E’ la storia dell’involuzione democratica e dell’inefficienza economica del governo di un paese di 70 milioni di abitanti, che segue logiche personalistiche. Mostra la responsabilità di ogni uomo nella lotta per la difesa dei diritti individuali, contro la violenza, che si traveste da democrazia più avanzata.
Aron Arefe rappresenta Anberber con grande capacità scenica. Le figure di contorno, la madre Talie (Araba Evelyn), le compagne Tadfe (Takelech Beyene) del soggiorno tedesco e Azanu (Teje Tesfahun) del ritorno nel villaggio, sono straordinarie.
Il film è bello, al di là dei molti didascalismi. Coinvolge lo spettatore e lo emoziona. Copyright2009©irio Teza, Etiopia, intellettuali , conformismo, integrazione
L’attrazione sessuale ha effetto immediato Un uomo che guarda una donna per più di quattro secondi prova interesse per lei, se supera gli 8,2 secondi potrebbe innamorarsi Gli occhi guidano costantemente la nostra attenzione verso quello che è importante per la sicurezza e le necessità della vita o per entrambi. L’attenzione visiva è attirata con forza diversa dalle caratteristiche fisiche di chi ci interessa, in funzione del tipo di esigenza, che supponiamo, potrà soddisfare. E’ un comportamento automatico che le persone mettono in atto e che ci aiuta a riconoscere dai tratti di chi guardiamo quali nostri bisogni è in grado di soddisfare.
L’attenzione del bambino è attratta da caratteristiche, che indicano capacità di nutrimento, di calore, di protezione, quella dell’adulto dal richiamo sessuale, dal bisogno di compagnia e di scambio. Tratti corporali e movimenti della persona sono tutti segnali raccolti automaticamente, per filogenesi, in funzione delle esigenze che chi guarda cerca di soddisfare.
Un gruppo di ricercatori, di scienze del comportamento, di psicologia sociale e di psicologia, delle Università olandesi di Nijmengen e Amsterdam e di quella canadese di Kingston, coordinati da Ischa van Straaten, hanno osservato e registrato con telecamere nascoste i movimenti oculari di 115 studenti, che parlavano con attori e attrici di bell’aspetto per cinque minuti. Le persone dialogavano in coppie dei due sessi e non si erano mai viste prima. Erano i protagonisti di un laboratorio sperimentale con cui è stata misurata l’attrazione, che gli studenti o le studentesse coinvolte provavano per i partner delle conversazioni.
La ricerca ha messo in evidenza che quando un uomo incontra una donna per la prima volta, è portato a guardarla. Se lo sguardo supera i quattro secondi, vuol dire che prova interesse per lei, ma se l’osservazione, rilevata dalla direzione dei movimenti oculari verso gli occhi, il viso e altre zone del corpo, si prolunga oltre gli 8,2 secondi, vuol dire che è scattata l’attrazione sessuale, il primo moto dell’innamoramento.
I ricercatori riferiscono del loro esperimento nell’articolo “Gazing behavior during mixed-sex interactions: sex and attractiveness effects”, pubblicato in Archives of sexual behavior, 5 march 2009. Hanno constatato che la direzione dello sguardo maschile è più circoscritta all’area del volto dell’interlocutrice e l’attrazione scatta rapidamente. Le donne considerano la figura intera dell’interlocutore e la qualità del dialogo, l’attrazione è meno veloce di quella maschile perchè è condizionata da un’atavica preoccupazione per le gravidanze indesiderate. Copyright2009©irio attrazione fisica, sguardo , differenze sessuali, interazione, innamoramento
Marcatori della coscienza Il processo cerebrale di percezione ed elaborazione della conoscenza è stato indentificato da un gruppo di neuroscienziati francesi Il passaggio di un’informazione da uno stato preconscio allo stato di coscienza avviene in 300 millisecondi. Quattro differenti marcatori elettrofisiologici, convergenti e complementari, sostengono l’attività dei neuroni coinvolti e la distribuzione fra differenti regioni cerebrali.
Un gruppo di ricercatori francesi, che fanno capo all’INSERM, composto da Raphael Gaillard, Stanislas Dehaene, Lionel Naccache e altri cinque colleghi, hanno analizzato l’attività cerebrale della presa di coscienza, registrando il processo percezione – consapevolezza di un gruppo di pazienti epilettici, per curare i quali era stato necessario l’impianto transitorio di elettrodi intracerebrali.
In “Converging intracranial markers of conscious access”, PLoS Biology, 17 march 2009, raccontano di avere presentato ad alcuni di questi pazienti, offertisi volontariamente per l’esperimento, una serie di parole connotate negativamente (sangue, violenza), positivamente (gioia, sorriso) o neutre (bicicletta, cugino, sonata), proiettate su uno schermo per due centesimi di secondo ciascuna. La metà delle parole erano chiaramente visibili, le altre erano presentate sovrapponendovi una linea di simboli grafici, che impedivano la lettura. Se si chiedeva di colpo al paziente che guardava lo schermo, se aveva visto la parola, rispondeva no, che le parole fossero leggibili o coperte.
I microelettrodi rendevano possibile la registrazione e la misurazione dei cambiamenti di attività cerebrale e il livello di consapevolezza delle parole viste dai pazienti.
Confrontando la risposta dei neuroni ai due differenti tipi di stimoli, i ricercatori hanno potuto isolare quattro differenti marcatori elettrofisiologici, tra loro convergenti e complementari, che caratterizzano l’accesso dell’informazione alla coscienza 300 millisecondi dopo la percezione. Tutte le misure hanno lasciato intravedere una cooperazione cerebrale intensa, legata alla convergenza dei marcatori neuronali.
E’ la prima volta che il tempo della presa di coscienza è misurato sperimentalmente ed è rilevato l’andirivieni del percorso di attività cerebrale.
I risultati dello studio possono cambiare la teoria della percezione. Provano che la consapevolezza è un fenomeno, che si verifica dopo un intenso scambio tra regioni del cervello molto distanti tra loro.
Viene confermato il modello di coscienza, che prevede l’esistenza di uno spazio di lavoro globale e ipotizza che un’informazione diventa cosciente quando vengono soddisfatte tre condizioni: deve essere rappresentata da reti di neuroni sensoriali, come quelli della corteccia visiva primaria; la rappresentazione deve durare abbastanza a lungo per arrivare allo stadio di elaborazione distribuita nella corteccia cerebrale, dove si associano differenti tipi di conoscenze; la combinazione di propagazione dell’informazione dal basso in alto e di amplificazione dall’alto in basso deve innescare, attraverso l’attenzione, un’attività coerente fra i differenti centri cerebrali.
L’attività coerente è quella che porta alla consapevolezza.
Gli autori evidenziano che non c’è uno stato di coscienza svincolato dal contenuto del pensiero, la coscienza è sempre consapevolezza di qualche cosa.Copyright2009©irio neuroscienze, coscienza, percezione , elettrodi
Lavoro che piace fino allo stremo Il protagonista del film “The Wrestler” di Darren Aronofsky muore sul ring per l’applauso del pubblico Prima che il sistema delle imprese si spaccasse mostrando l’interno ignoravamo quanti stipendi, appannaggi e prebende i top manager si fossero dati ad onta dei risultati ottenuti. La money motivation nelle forme più sfrenate ha caratterizzato la generazione dei capi azienda dell’ultimo decennio, tanto avidi da deliberare spesso premi e bonus più che consistenti per sé e i propri collaboratori diretti, vere e proprie accelerate verso la bancarotta.
Erano in circolazione allora le leggende dei workaholist, dei ruoli totalizzanti e delle responsabilità assorbenti, che non lasciavano spazio vitale a uomini duri con i dipendenti, ma durissimi con se stessi. Leggende smentite clamorosamente dalle foto degli analisti e dei trader in uscita dalla Lehman Brothers e delle file di disoccupati alle agenzie di lavoro in Wall Street.
Motivato dal lavoro in sé, vero e proprio workaholist che non riesce a farne a meno e distrugge corpo, psiche e relazioni, è il protagonista di “The Wrestler” il film di Darren Aronofsky, Leone d’oro a Venezia, Golden globe per il migliore attore protagonista, ma misconosciuto agli Oscar. Randy “the Ram” Robinson (Mickey Rourke) è un ariete del World wrestling entertainment, un bestione ipermuscoloso, dai lunghi capelli ossigenati, che gioca la parte del vincitore e dell’avversario leale nelle rappresentazioni truculente, tipiche di uno sport in cui i lottatori tengono a impressionare il pubblico più che a battersi sul ring.
Randy è stato un campione di catch, la lotta libera americana e ha vinto un incontro memorabile venti anni prima in un campionato che lo ha visto contrapposto a un lottatore, soprannominato l’ “Ayatollah”. Questo è diventato venditore di automobili usate, Randy continua ancora ad esibirsi. E’ un wristler applauditissimo in palestre di infimo ordine. Per fare il suo lavoro si imbottisce di prodotti dopanti e maltratta sempre più il suo fisico, procurandosi ferite sanguinanti e riempiendosi il torace di graffette per strappare l’applauso al pubblico.
E’ rimasto solo e guadagna sempre meno, ma è gratificato dagli incitamenti degli spettatori, dalle richieste di autografi dei fan, dai complimenti dei colleghi di esibizioni. Sopravvive tra una roulotte per casa, un furgoncino come mezzo di trasporto e albergo, un bar da birra, whisky e lap dance. La moglie lo ha lasciato e con l’unica figlia non ha rapporti da un pezzo, assorbito completamente dalla sua attività.
Con una ballerina di lap dance del bar che frequenta, Cassidy (Marisa Tomei), motivata al suo lavoro dalla prospettiva di mettere da parte denaro sufficiente per comprare una casa in provincia e vivere con il figlio, ha una relazione mercenaria, che vorrebbe trasformare in amicizia o forse qualcosa di più. Ma questa, da coscienziosa professionista, non intende confondere i rapporti con i clienti con quelli personali.
La dedizione al lavoro e la vita sregolata gli causano un infarto. Se la cava per l’abilità dei medici, che gli raccomandano di troncare con il wrestling.
La lapdancer gli suggerisce di ascoltarli e di riprendere i contatti con la figlia. “The Ram” si trasforma in addetto al banco gastronomia di un supermercato e tenta di fare il papà. Due prove che non riescono a chi per tutta la vita si è inebriato di bagni di pubblico. Propone a Cassidy di mettersi insieme, ma riceve un rifiuto.
Sconfortato, tornerà a combattere in una riedizione dell’incontro con l’ “Ayatollah”, avrà il solito successo, ma l’incontro si concluderà per lui in modo tragico.
Mickey Rourke e Marisa Tomei sono bravissimi a interpretare due dropout, che abusano eccessivamente dei loro corpi per i lavori degradanti che si trovano a fare. Il film si avvale della regia misurata di Aronofsky, che non concede niente né agli effetti spettacolari né all’esibizione degli attori o al sovraccarico degli ambienti. La sceneggiatura di Robert D. Siegel sostiene lo svolgimento della narrazione con grande efficacia.
Il confronto tra il lavoro gratificante e coinvolgente fino all’annientamento del wristler e il lavoro strumentale per la soddisfazione degli affetti e del sogno di vita privata della lapdancer sono esemplari per illustrazione e l’apprendimento dello spettatore. Copyright2009©irio The Wrestler, Darren Aronofsky, Mickey Rourke , workaholisme, lavoro, WWE
Donne e uomini percepiscono la bellezza in modo diverso Per stabilire se qualcosa è bello i due sessi attivano differenti regioni cerebrali La capacità di apprezzare il bello è una delle caratteristiche più specifiche degli essere umani. Il processo di conoscenza e di valutazione estetica è correlato allo sviluppo neuronale, ma ci sono anche differenze di genere nella percezione. Le donne usano i due emisferi cerebrali, mentre gli uomini usano solo l’emisfero destro, sede del riconoscimento delle immagini, delle misure e delle emozioni.
Lo afferma uno studio, diretto dallo specialista di Sistematica umana Camilo J. Cela-Conde dell’Universidad de las Islas Baleares e dallo specialista di Ecologia e biologia evolutiva Francisco J. Ayala dell’University of California-Irvine, realizzato con un team interdisciplinare di nove ricercatori, pubblicato sull’ultimo numero di “Proceedings of the National Academy of Sciences”, con il titolo “Sex-related similarities and differences in the neural correlates of beauty”.
Il gruppo di ricercatori ha analizzato per la prima volta come reagisce il cervello delle donne e degli uomini che osservano una bella immagine. La ricerca è stata fatta con il supporto della magnetoencefalografia e ha rilevato i campi elettromagnetici, prodotti dall’attività dei neuroni, di 10 donne e 10 uomini sui 25 anni, che guardavano 240 fra quadri di stile artistico diverso e fotografie di ogni tipo. Le 20 persone dell’esperimento di laboratorio dovevano dire per ogni immagine se quello che vedevano era bello o no.
I ricercatori hanno rilevato che durante le sedute di indagine il cervello delle donne mostrava attività nei due emisferi e la reazione degli uomini si limitava all’emisfero destro. Era la conferma delle funzioni cognitive svolte in modo differente dai cervelli dei due sessi, rilevata difronte all’esperienza complessa della valutazione di opere d’arte.
Donne e uomini mostrano il massimo dell’attività cerebrale nel lobo parietale al momento della valutazione. E’ l’area, avvertono i ricercatori, che è più evoluta dalla separazione tra uomini e scimpanzé. Deducono da questo dettaglio la spiegazione di una capacità di apprezzare la bellezza e l’arte, originata dalla separazione.
“Bisogna tenere presente, scrivono nell’articolo su PNAS, che le persone ci mettono meno di un secondo per dire se quello che vedono è bello o no per loro. La valutazione è fulminea”. La strategia cognitiva delle donne è centrata sull’emisfero sinistro, la sede dell’attenzione, del riconoscimento e della razionalità, si allarga poi alla bilateralità.
Sapere come il cervello percepisce, analizza e processa le informazioni potrà essere utile per aiutare persone con disfunzioni, ma anche per comunicare più efficacemente in situazioni di emergenza e di normalità con tutte le altre. Copyright2009©irio bellezza, percezione, meccanismi cerebrali , differenze di genere, valutazione
All’origine della manipolazione manageriale I comportamenti paradossali di gestione delle Risorse umane nell’interazione lavoro-benessere Siamo passati troppo in fretta per accettarlo dalla religione del lavoro alla flessibilità del lavoratore, oggi a libro paga, domani non si sa. Superati gli astratti furori della fine del lavoro e dell’ozio creativo, siamo ripiombati nel lavoro necessario alla sopravvivenza, che sottutilizza le competenze, la scolarità, il potenziale delle persone e discrimina per appartenenza, sesso, etnia, luogo di nascita, facendo balenare ai sempre meno e peggio occupati l’illusione che sia necessario lavorare di più per stare meglio e che stiamo costruendo la società dell’iperindividualismo.
Infelici e scontenti, quelli che il lavoro ce l’hanno scoprono presto la realtà dei discorsi manageriali, le incoerenze e le incompatibilità interne, il comportamento di chi propugna l’autonomia del lavoro, ma fissa obiettivi da raggiungere, chiede l’allineamento dei dipendenti fino sui valori, valuta le prestazioni in rapporto alla produttività collettiva, pretende trasparenza e non comunica.
Queste contraddizioni hanno cause e conseguenze diverse, che si prestano a differenti interpretazioni. Michela Marzano, ricercatrice del CNRS e professore di filosofia, compie un’analisi deconstruzionista del linguaggio manageriale e trova che la sostanza della vita in azienda non è cambiata con l’evoluzione del taylorismo, che è stata compiuta più al servizio dei dividendi degli azionisti che del benessere dei lavoratori. Nel libro “Extension du domaine de la manipulation”, Grasset, Paris, 2008, sostiene che «la religione del lavoro è la risposta angosciata dei Moderni alla svalutazione delle virtù, iniziata dai moralisti francesi del XVII° secolo” e segna un approccio economicista del mondo, che uno slogan da manuale di management potrebbe riassumere con “Adam Smith ne ha sognato, i responsabili delle Risorse umane l’hanno fatto!”.
Il perché, secondo l’autrice, sta nel fatto che le aziende sono sempre state luoghi di abuso del potere, la novità attuale è “la tentazione di mascherare – per mezzo del nuovo linguaggio manageriale – i nuovi abusi”. Il riferimento economicistico, i modelli aziendali e le politiche delle Risorse umane si sono estese a più ampi terreni di manipolazione, che riconoscono il compimento di sé nel lavoro e la subordinazione di tutto il resto a quello che è il valore aggiunto dato dall’attività umana nella produzione.
Il lavoratore ha il benessere a portata di mano, dei successi e delle sconfitte, che ottiene in attività dotate di autonomia e libertà professionale, è il solo responsabile. Chi si realizza nel lavoro è il nuovo eroe riconosciuto dalla società, è il senso della manipolazione manageriale.
Il peggio di questa per Michela Marzano sono quelle conciliazioni tra autonomia e conformismo in azienda, tra vita lavorativa e vita sociale, che tecniche come il coaching vorrebbero realizzare.
“Colpevolizzati dalle chiacchiere alla moda, che cercano di renderli responsabili delle proprie ’carenze’, sempre più persone credono di trovare nel coach qualcuno capace di aprire le porte del successo”.
I manager finiscono con l’essere artefici e vittime di questa manipolazione e dei suoi misfatti: la visione monocentrica dei problemi, il coinvolgimento totale e senza valvole di sfogo negli obiettivi, le crisi familiari e identitarie frequenti sono i prezzi che pagano e che la crisi può aiutare a comprendere.
Il libro di Marzano è una bella argomentazione filosofica, che affascina e insieme risulta un po’ debole nello spiegare le cause della manipolazione e della configurazione del sistema di potere manageriale. E’ un’utile occasione per riconoscere i comportamenti di direzione aziendale all’origine della recessione. Copyright2008©irio management, gestione Risorse umane, valore aggiunto , manipolazione
Benefici cognitivi del rapporto con la Natura La vita in città interferisce con le capacità di concentrazione e di autocontrollo Gli ambienti urbani influenzano i processi mentali di base. Dopo qualche minuto in una strada affollata il cervello è meno in grado di organizzare nella memoria le informazioni ricevute. Cemento, vetrine, luci e traffico incidono sulla salute mentale e fisica fino a cambiare il modo di pensare. Lo scrive un trio di ricercatori dell’University of Michigan, coordinati dallo psicologo Marc G. Berman, nel rapporto “The cognitive benefits of interacting with nature”, Psychological Science, 19.12, 15 dec. 2008.
I ricercatori hanno condotto due esperimenti di laboratorio per confrontare gli effetti dell’ambiente urbano e di quello naturale sulle più alte funzioni mentali. Alla prima prova hanno partecipato 38 studenti, 23 donne e 15 uomini con un’età media di circa 23 anni e alla seconda prova hanno partecipato 12 studenti, 8 donne e 4 uomini, con una età media di circa 25 anni.
Al primo gruppo è stato chiesto di passeggiare a caso per 50-55 minuti in un parco vicino al campus dell’università, percorrendo poco meno di tre miglia. Dopo la passeggiata gli studenti sono tornati nel laboratorio di psicologia e hanno risposto a dei test sottoposti dai ricercatori per verificare quanto fosse stata attiva l’attenzione durante il tempo passato nel parco. Dopo una settimana sono stati intervistati nella stessa sede sulla stessa passeggiata.
L’analisi delle risposte ricevute ha mostrato un miglioramento delle abilità attentive. La vita in ambiente naturale non necessita di risposte emotive negative e il meccanismo mentale che riguarda l’attenzione può distendersi in profondità, spiegano i ricercatori. E’ stata questa la prima conclusione.
Al secondo gruppo è stato chiesto di osservare delle riproduzioni di ambienti naturali della Nuova Scozia e di situazioni urbane di Detroit e Chicago. Anche qui gli studenti hanno poi reagito a dei test d’attenzione e la settimana successiva sono stati intervistati sull’osservazione degli stimoli visivi.
Quando si passeggia in città, è stata la seconda conclusione dei ricercatori, il cervello è sempre alla ricerca delle minacce potenziali e deve gestire la molteplicità di stimoli della vita urbana. Il fatto di prestare attenzione consuma una gran quantità della sua potenza di trattamento.
La ricerca ha confermato la teoria cognitivista del ristabilimento dell’attenzione, ART, che considera l’ambiente uno dei fattori principali di miglioramento delle capacità attentive finalizzate al controllo delle reazioni.Copyright2009©irio attenzione, memoria, cervello , psicologia cognitiva
Anulare di Borsa Il trader di successo si riconosce dalla lunghezza del quarto dito della mano Insoddisfatti dei risultati del portafoglio titoli, non prendetevela soltanto con gli strumenti finanziari tossici, con la mancanza di controllo sulle Borse, con gli Americani che hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, con la iella. Siete certi d’avere guardato le mani del broker che negozia per vostro conto? Se continuate a leggere il post, questa domanda vi sembrerà meno stravagante. Infatti il neuroscienziato John M. Coates, il metabolista Mark Gurnell e l’economista Aldo Rustichini dell’University of Cambridge hanno pubblicato lo studio “Second to fourth digit ratio predicts success among high frequency financial traders”, PNAS, 106, 2, Jan. 13, 2009, tra i rendiconti dell’americana National academy of Science.
Lo studio rivela che i trader della City di Londra che hanno i maggiori successi, perché fanno gli investimenti più redditizi, sono accomunati da una caratteristica fisica sorprendente: il loro anulare è molto più lungo dell’indice. Questo tratto è collegato ad un’alta esposizione prenatale all’androgeno, all’ormone sessuale maschile.
La differente lunghezza delle due dita è una caratteristica biologica dei trader dotati, corrisponde a ciò che in inglese si chiama “digit ratio” e fa ipotizzare una crescita del livello di testosterone nell’adulto.
“Il trading, scrivono i ricercatori, è un’attività fisica che richiede certe caratteristiche fisiche. I trader sono impegnati nell’utilizzo dell’attenzione e della memoria visiva, nella pronta reattività all’andamento delle quotazioni nelle sedute di Borsa”. Per compiere efficacemente una simile attività servono assertività e aggressività, che hanno fondamento nell’orientamento sessuale e nell’attitudine atletica.
Lo studio è il risultato di un’indagine condotta su 44 trader, scelti fra quelli sottoposti a forte stress e che devono decidere alla svelta, in qualche istante, acquisto e vendita dei titoli. Si tratta in una certa misura di superpredatori, capaci di decisioni pressoché immediate, basate sull’integrazione di molteplici parametri di riferimento. Ad essi il gruppo di Cambridge ha chiesto di inviare l’impronta della mano destra su un foglio.
Analizzando i risultati finanziari dei trader, i ricercatori si sono accorti che quelli che avevano le migliori performance per lungo tempo erano anche gli stessi che avevano l’anulare più lungo.
L’indagine è la riprova di un’altra, realizzata ad aprile dell’anno scorso con il coordinamento di Coates, che aveva scoperto una crescita del testosterone degli operatori finanziari della City durante le negoziazioni, legata progressivamente a un’elevata frequenza degli scambi.
Bruce McEwen, neuroendocrinologo della Rockefeller University, ha commentato la ricerca del gruppo di Cambridge, dicendo che rinforza i risultati dell’indagine sugli effetti dell’esposizione all’ormone sessuale androgeno, realizzata in laboratorio sugli animali, che ha verificato come questa predispone il sistema nervoso e i comportamenti collegati a svilupparsi con determinazione e velocità. Copyright2009©irio trader, neuroscienze, comportamenti ,genetica, testosterone
Biochimica dell’amore Identificati dai neuroscienziati le regioni cerebrali e i processi facilitatori della fiducia, della simpatia e dell’amore La rivista scientifica “Nature” si è assunta da qualche tempo, con la serie “Being human”, il compito di razionalizzare la valutazione del comportamento umano, mostrando gli apparati e i meccanismi organici che lo sostengono. Esperti per lo più di provenienza accademica si sforzano di aiutarci a capire perché abbiamo una fede religiosa, come è nato il linguaggio, quali sono i fondamenti dell’ostilità e della generosità. Non poteva mancare in questa serie uno studio sulla biochimica dell’amore.
Il saggio di Larry J. Young dell’Yerkes national primate research center, dell’Emory University di Atlanta in Georgia - USA, "Love: neuroscience reveals all", è quello di uno neuroscienziato specialista dell’ossitocina, che ha analizzato le catene dei processi cerebrali alla base della simpatia e dell’innamoramento. Lo scopo è quello di curare disturbi gravi, come l’autismo, che riducono la capacità di intrecciare relazioni sentimentali e si basa su esperimenti di laboratorio con i topi, che hanno mostrato che una scarica di ormoni di ossitocina migliora il comportamento di relazione.
L’ossitocina è prodotta dai neurotrasmettitori del cervello, ma può essere sintetizzata in modo artificiale ed è alla base dei sentimenti materni e dell’attrazione sessuale.
L’analisi dei meccanismi cerebrali, delle catene di processi biochimici che vi sono connesse, dei legami dell’ossitocina con la dopamina, l’ormone della ricompensa e della motivazione, è stata fatta da Young, che ha scoperto che questo accoppiamento di neurotrasmettitori è il supporto cerebrale della fiducia in se stessi. La dopamina è un ormone che aumenta con la cocaina, l’eroina o la nicotina e favorisce l’euforia e la dipendenza dai prodotti dopanti indicati.
Gli esperimenti di laboratorio hanno mostrato che alcune regioni cerebrali correlate alla dopamina si attivano quando una madre vede la foto del figlio o un innamorato guarda la foto dell’innamorata.
La causa dell’attivazione è stata individuata in una connessione di origine materna esistente nel cervello, che eccita sessualmente i maschi alla vista del seno e suscita emozioni nelle donne a cui viene massaggiata la nuca o i capezzoli durante il rapporto sessuale.
Nei maschi, risulta sempre dagli esperimenti di laboratorio, l’ormone della vasopressina potenzia l’unione della coppia, l’aggressività nei confronti dei rivali, gli istinti paterni. Un cambiamento del gene ricettore di questo ormone modifica la qualità delle relazioni amorose.
Questa nuova visione dell’amore come un cocktail di neurotrasmettitori e cambiamenti genetici e la possibilità delle sintesi chimiche artificiali hanno già scatenato imprenditori, che vendono pillole e spray su Internet e giornali femminili, che si avventurano in pruriginosi o terrificanti descrizioni del futuro dell’amore. Copyright2009©irio biochimica, innamoramento, relazione di coppia, amore, neuroscienze, comportamento
Riconoscere e ritrovarsi ”Racconto di Natale” di Desplechin scopre le compatibilità parentali nel vincolo della natura La provincia profonda è la scena delle tragedie familiari in molte rappresentazioni letterarie. L’ambiente angusto demograficamente e meteorologicamente si presta a spiegare le ribellioni dei figli, le delusioni dei genitori e i rancori familiari. Accompagna le difficoltà dei rapporti tra consanguinei, mascherate dai rituali festivi come il pranzo della sera di Natale.
Il regista francese Arnaud Desplechin è nato a Roubaix, la città dell’industria tessile nell’entroterra di Calais e qui, dove è cresciuto, ha imparato a scrutare dietro i comportamenti di persone insicure sul futuro e tormentate dal passato, ma che si muovono con la discrezione che la posizione sociale richiede. I suoi temi preferiti sono il confine labile tra bugia e verità, il conflitto tra aspirazioni e possibilità, ambientali innanzitutto.
Anche “Un conte de Noël” (Racconto di Natale, in italiano), il suo ultimo film presentato a Cannes e adesso in circolazione nelle nostre sale cinematografiche, ritorna sul tema dei legami parentali, dei doveri che li accompagnano, dei conflitti tra questi e i sentimenti.
La famiglia Vuillard, Abel (Jean Paul Roussillon) e Junon (Catherine Deneuve) si apprestano a ricevere nella casa di Roubaix, ereditata dal marito e fornita di tutte le comodità nel corso del lungo matrimonio, figli, nipoti pronipoti e cugini. Junon ha saputo da poco di essere stata colpita da una malattia d’origine genetica, la stessa che aveva portato alla morte il figlio Joseph quando aveva soltanto sette anni.
E’ una malattia rara. Junon avrebbe bisogno di un donatore in famiglia e compatibile. Uno dei figli, Henri (Mathieu Amalric), il terzo, fu generato a suo tempo dai coniugi Vuillard per potere salvare Joseph con un trapianto, ma si scoprì che la donazione non poteva essere fatta per incompatibilità.
Henri è il più trasgressivo dei quattro figli avuti dalla coppia. Ha tentato la carriera dello spettacolo, con insuccesso. Stava per essere condannato per bancarotta ed è stato salvato in tribunale dalla sorella maggiore, Elizabeth (Anne Consigny), che si è accollata tutti i debiti del fratello a patto di non incontrarlo mai più, perché convinta che Henri l’abbia diffamata.
Compatibili per il trapianto di Junon potrebbero essere il figlio di Elizabeth, Paul (Emile Berling), o il fratello bandito dalla famiglia. Al pranzo di Natale è perciò invitato anche Henri per verificare questa eventualità.
Da incontro rituale festivo la riunione familiare svela il suo vero volto di occasione salvavita per Junon, che ha sempre odiato Henri, colpevole di incompatibilità, per la morte di Joseph.
A complicare l’intricatissima trama, il quarto figlio dei Vuillard, Ivan ((Melvil Poupaud), arriva alla riunione familiare, accompagnato dalla moglie Sylvia (Chiara Mastroianni) e dai due gemelli loro figli. Durante la breve permanenza natalizia, Henri scoprirà d’essere compatibile per il trapianto di Junon e fra i due spunterà quel rapporto madre-figlio mancato in passato.
Elizabeth verrà in possesso della presunta lettera diffamatoria del fratello. Sylvia saprà perché Ivan l’ha sposata e potrà dare il suo amore a Simon (Laurent Capelluto), il nipote di Junon.
Perfino Abel, proprietario di una tintoria industriale, potrà dedicarsi alla musica, la sua vera passione.
Desplechin riesce a reggere all’onda d’urto di tanta materia, in qualche momento ha la mano particolarmente felice, come quando rappresenta il comportamento e i sentimenti dei componenti della famiglia Vuillard, ma talora divaga in storie particolari che le didascalie del film per personaggi e capitoli non sempre sbrogliano.
Certe esplosioni d’amore e d’odio spesso non sono giustificate, tanto sono improvvise e violente. Ne emerge più la sensazione che la realtà dell’importanza del conoscere gli altri per ritrovare se stesso nella giusta collocazione degli affetti familiari, come Desplechin avrebbe voluto rappresentare.
Qualche personaggio laterale, come per esempio Faunia (Emmanuelle Devos), la compagna di Henri e Paul, il nipote stralunato, recitano sopra la media di una contegnosa Junon e di un’inesistente Elizabeth. Copyright2008©irio Racconto di Natale, Arnaud Desplechin, Catherine Deneuve , pranzo di Natale
Cultura come forza di vita La storia di un’adolescente che con l’amicizia e l’amore riesce a rompere le sbarre dell’origine sociale Le pratiche culturali, dice Pierre Bourdieu, sono in rapporto strettissimo con il capitale scolastico e con l’origine sociale. A parità di capitale scolastico il peso dell’origine sociale, stabilita mediante la professione del padre, aumenta quando ci si allontana da determinati generi o da determinate opere di musica e di pittura. Queste permettono di distinguere universi di gusto, che possono suddividersi e rigenerarsi all’infinito in successive ripartizioni corrispondenti a livelli scolastici e sociali.
Il libro di Bourdieu “La distinzione. Critica sociale del gusto”, frutto di un capillare lavoro di ricerca empirica e di critica teorica, durato tre anni, apparve nel 1979. Nel 1977, a Parigi, è situata la storia di “Stella”, rappresentata nel film di Sylvie Verheyde, una parafrasi dell’acculturazione di una undicenne, sull’importanza della socializzazione scolastica e la forza della conoscenza intellettuale.
Stella (Léora Barbara) è una ragazzina che abita in un bar con camere l’ “Arqueduc”, gestito dai genitori, un’ex cameriera e un ex facchino, occupato da alcolisti e pensionati sociali, che là mangiano, bevono, ascoltano la musica a tutto volume di un juke-box, giocano a carte, ballano, turpiloquiano, fanno sesso, imitano i personaggi di successo, litigano e dormono. Trascorrono un’esistenza miserabile tra le mura e il cortiletto del piccolo stabile di periferia.
Al passaggio alla scuola media, poiché il suo cognome, Vlaminck, incomincia con una delle ultime lettere dell’alfabeto, è assegnata a una sede più lontana di quella che si aspettava, fuori quartiere, in un istituto frequentato da figli di professionisti e famiglie benestanti.
Scopre così la sua differenza sociale e la distanza culturale con le compagne di classe. Si rinchiude allora in se stessa e diventa aggressiva con qualcuna che la dileggia, ma è aiutata da una vicina di banco, un’ebrea argentina, figlia di uno psichiatra fuggito dagli squadroni della morte, Gladys Martinez (Melissa Rodrigues), che la porta a casa sua, le parla dei libri di autori, che Stella non ha mai sentito nominare prima e le presta dischi di canzoni, diverse da quelle sparate dal juke-box del suo bar, fatte di bei versi da cantare.
Nasce un’amicizia, che a poco a poco le fa venire la voglia di cogliere l’opportunità che le è capitata. Così s’impegna a scuola, ha successo e opera anche in famiglia per ricongiungere il padre, ubriacone e donnaiolo e la madre, che ha ceduto alla lusinghe di un avventore, evitando la loro separazione.
Il film è particolarmente efficace nella descrizione dei turbamenti affettivi e della presa di coscienza delle proprie potenzialità da parte di un’adolescente, nella comparazione tra le diverse famiglie delle amiche con cui Stella viene in contatto, nell’associare la scoperta dell’importanza della conoscenza, come strumento di formazione dell’identità con quella dell’amore. Si chiude con la promozione della ragazzina del bar alla fine dell’anno scolastico e con la prospettiva di ritrovare l’anno successivo il ragazzo di cui si è innamorata ballando.
Verheyde ha la mano felice nel dare spazio alla giovane protagonista e nell’esaltarne i tratti naturali di adolescente, che ingaggia per necessità e vince la dura battaglia contro l’abbandono alle pratiche della cultura di massa e approda alla cultura alta, che qualifica e dà carattere. Copyright2008©irio Sylvie Verheyde, adolescenza, cultura di massa ,distinzione, conoscenza intellettuale
Responsabilità, norme e istituzioni deviate La cittadinanza attiva come strumento di correzione degli abusi del potere. “Changeling”, letteralmente, il bambino sostituito con la frode, è un altro film di Clint Eastwood dedicato ai diritti negati delle donne e alle loro lotte, che hanno migliorato la democrazia reale negli USA. E’ un caso di sviamento del potere poliziesco, di una polizia elettiva, tanto potente da disporre dell’internamento in ospedale psichiatrico e della subornazione della stampa per liberarsi delle persone scomode, che rivendicano l’accertamento dei fatti contro le falsificazioni della verità.
Il film racconta la storia di un bambino rapito, e probabilmente ucciso, da un serial killer e di una mamma ingannata con una sostituzione da una polizia, che vuole fare bella figura e chiudere una pratica d’indagine, che ha colpito l’opinione pubblica e ha avuto eco nei giornali, a ridosso del periodo pre-elettorale. E’ basato su una storia vera, quella di Wineville chicken murders, successa negli anni ’20 a Los Angeles. Costituisce la capostipite di altre storie pressocchè simili, ripetute in altre parti del mondo.
Christine Collins (Angelina Jolie) è una ragazza madre, che lavora come caporeparto al centralino della compagnia telefonica. Ha un figlio di nove anni, Walter, avuto da un uomo che non ha voluto affrontare le responsabilità paterne.
Christine è una brava mamma e un capo intermedio in carriera, molto apprezzata dalle telefoniste sue collaboratrici. Una mattina di sabato del marzo 1928, mentre sta per uscire con il figlio, riceve una telefonata dall’azienda: una delle centraliniste è ammalata, deve trovare la maniera di giostrare il personale, in modo da non lasciare spresidata una postazione di lavoro. Lascia il figlio, un bambino molto assennato in casa, promettendogli di ritornare alle cinque. Ma, quando finisce il lavoro e cerca il figlio, scopre che è scomparso senza lasciare nessuna traccia.
Si rivolge subito alla polizia e incomincia così a scontrasi con le norme e lo scetticismo dei poliziotti, che hanno tempi e interessi diversi dai suoi. Vive un’angosciante attesa di notizie, che non arrivano per cinque mesi, finchè la polizia non l’avverte di avere ritrovato il suo bambino e gliene consegna uno che gli assomiglia, alla presenza di una folta rappresentanza della stampa locale. Caso risolto, dunque. Christine, rimasta sola con il “figlio” fa una serie di verifiche e si convince che quello ritrovato è un altro bambino. La maestra della scuola, frequentata dal figlio e il dentista che l’aveva in cura confermano i suoi dubbi.
Denuncia l'avvenuta sostituzione alla polizia, ma questa, i periti medici, i giornalisti e l’opinione pubblica, contenti del lieto fine e dell'efficienza dei poliziotti, fanno tutto il possibile per convincerla che è in errore. Poiché insiste sulla sostituzione, l’accusano di volersi liberare del bambino, dopo cinque mesi di libertà e il detective, responsabile del ritrovamento, temendo uno scandalo, copre la mistificazione, facendola rinchiudere in manicomio. Ne uscirà solo per una campagna radiofonica del pastore presbiteriano Gustav Briegleb (John Malkovich), di un’associazione di cittadini legata alla sua chiesa e di un’altra internata, che fanno conoscere a tutti gli abitanti della città californiana gli abusi e la corruzione commessi dalla polizia. Un agente scoprirà per caso la probabile uccisione del bambino e di altri per opera di uno psicopatico. L’assassino verrà condannato a morte, i mistificatori saranno espulsi dal corpo di polizia.
Il processo di Wineville chicken murders diventa così per opera dello sceneggiatore J. Michael Straczynski e del regista Clint Eastwood una parabola del trionfo della giustizia e una dimostrazione dell’importanza della cittadinanza attiva per l’affermazione della democrazia.
Se la storia del film è avvincente, la sceneggiatura è inzeppata di troppi fatti e personaggi concomitanti, dall’infanzia abbandonata, facile preda del male, alla polizia cinica e bara, dall’amore di mamma, che non ti abbandona mai, alla disponibilità per l’azienda, dalla psichiatria e dalla medicina delle categorizzazioni patologiche all’etica della magistratura. La regia appare un po’ disorientata difronte a questa fitta trama e oscilla tra fedele rappresentazione e qualche libertà. Angelina Jolie è una mamma, una lavoratrice e una vittima poco credibile. John Malkovich ha una parrucca e un cipiglio da chi non ha dubbi sulla vittoria finale.
In complesso, un film che può essere visto per alcuni momenti alti di ricostruzione degli ambienti di lavoro e del comportamento di massa negli anni ’20 in America. Copyright2008©irio Changeling, Clint Eastwood, cittadinanza attiva ,responsabilità individuale, polizia
Diventare adulto con il lavoro Un film mostra la lotta tra il piacere e il dovere nel percorso di crescita della persona Gioco d’azzardo, trucchi con le carte, violenze e tradimenti sono gli ingredienti di una mala educazione impartita da un baro professionista a un allievo, che presto l’uguaglia e sembra superarlo in un’amicizia fatta di danaro facile, donne disponibili, droga da assumere e da smerciare. E’ la storia che si svolge in una Bari irriconoscibile, non fosse che per qualche inquadratura del lungomare, ripresa quasi sempre di sera e in interni di bische clandestine, saloni per tornei, retrobotteghe, baretti e perfino studi professionali, dove si gioca a poker.
E’ la storia di un’amicizia a prima vista, tanto intensa quanto spavalda, tra due giovani di diversa estrazione sociale, che passano rapidamente dall’essere coppia di truffatori al gioco a spacciatori di cocaina, a stupratori.
Il film di Daniele Vicari “Il passato è una terra straniera” è tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio. Narra il breve incontro di Giorgio (Elio Germano) e Francesco (Michele Riondino), avvenuto per caso, precipitato sempre più nel peggio e finito per l’arrivo di una pattuglia anticrimine dei carabinieri, così violenti come è efferato il delitto di stupro, commesso da uno, ostacolato dall’altro, dopo qualche tentennamento. Un’azione ignobile di cui tutti e due sembrano colpevoli ai militi intervenuti.
Giorgio è un laureando in legge, figlio di un professore universitario di filologia romanza e di una professoressa di liceo. Ha una fidanzata, che frequenta uno di quei circoli della borghesia barese dove si pratica il gioco d’azzardo, per cui non prova nessun interesse. Francesco è un croupier, baro per inclinazione e necessità, perché ha la madre ammalata, che mantiene e accudisce. I due sono accomunati dalla precarietà esistenziale, dall’adattarsi a fare quello che riesce meglio per sopravvivere.
L’incontro dei due attori principali del film avviene per caso proprio nel circolo frequentato dallo studente per accompagnare la fidanzata. Un terzetto di malavitosi aggredisce il croupier durante una partita. Giorgio lo difende, ferisce uno degli aggressori, reagisce anche Francesco e i tre sono costretti ad allontanarsi.
Il croupier si disobbliga dell’aiuto inatteso, invitando il suo soccorritore a una partita a poker con due pescatori-spacciatori e lo fa vincere. Questi è convinto di essere stato abile e fortunato, ma il suo nuovo amico gli rivela la verità. Lo studente si scandalizza, protesta, evidenzia di quale reato si sta macchiando, dopo qualche resistenza e preoccupazione, nasce tra i due una complicità redditizia e un sodalizio morboso, una gara a primeggiare in criminalità tra maestro e allievo.
La coppia di amici fa soldi, si dà alla bella vita e, di passo in passo, arriva alla violenza fisica, al traffico di cocaina e allo stupro.
Quando Francesco si spinge a violentare e a ferire una barista, dopo avere acconsentito allo stupro, l'amico si ribella, giusto in tempo per evitare alla donna di essere oltraggiata e per non diventare correo agli occhi dei carabinieri intervenuti.
Francesco finirà in carcere, Giorgio riprenderà coscienza di sé, si laureerà e sarà da pubblico ministero, che incontrerà a distanza di tempo la barista in Tribunale.
La narrazione cinematografica della competizione sul male esprime la psicopatologia di una relazione d’amicizia, di un circolo vizioso fatto di ricerca dell’identità sociale di due giovani affetti da narcisismo regressivo, che fissati ancora nell'adolescenza credono di trovare nella forza, nel consumo, nel sesso e nella droga le costituenti di un rifiuto dell’adultità e attivano la speranza di prolungare il piacere, negando le regole delle convivenza e dei doveri del ruolo. La nascita della società tra i due bari è’ la parte migliore e più incisiva del film, che è sostenuto da una sceneggiatura zoppicante nella spiegazione del troppo rapido precipitare dei comportamenti e degli avvenimenti e ha personaggi di contorno, anche dal punto di vista recitativo, troppo distanti dal protagonista e dal coprotagonista . Copyright2008©irio Il passato è una terra straniera, Daniele Vicari, mala educazione ,amicizia
Memoria selettiva Potenziamento delle aree cerebrali per via chimico-genetica La cancellazione dei ricordi e la rieducazione della mente sono stati temi d’impegno civile affrontati dalla cinematografia occidentale nel decennio 1965 – 75 per denunciare i pericoli di quello che allora si chiamava il “lavaggio del cervello”, una fantasia suggerita dalle opposte propagande dell’Alleanza atlantica e del Blocco sovietico. Il comportamento sarebbe stato condizionato dalla pubblicità subliminale per spingere il consumismo e da macchine della verità, indottrinamento e limitazione della libertà per spingere il comunismo.
Tre film, tutti derivati da romanzi di successo, diffusero l’allarme in Occidente. Sono “Ipcress” di Sidney Furie, “Fahrenheit 451” di François Truffaut e “Arancia meccanica” di Stanley Kubrick, che in contesti diversi hanno protagonisti sottoposti a interventi nel cervello per adattare i loro comportamenti alle logiche di altri.
La paura degli anni della guerra fredda e del trionfo del capitalismo sembra del tutto fugata adesso che i neuroscienziati studiano come eliminare certi tipi di memorie traumatiche dal cervello per mettere le persone in condizioni di vivere meglio. Sette ricercatori dell’East China Normal University e del Medical College of Georgia (USA), coordinati da Joe Z.Tsien, hanno pubblicato in “Inducible and selective erasure of memories in the mouse brain via chemical-genetic manipulation”, Neuron, 60, october 2008, i risultati e il metodo seguito in un esperimento di laboratorio, condotto su topi transgenici, eliminando selettivamente certi ricordi e rinforzando la capacità di ricevere e conservare informazioni di altri ricettori cerebrali.
Gli autori scrivono che hanno indotto un’amnesia localizzata nei ricettori che avevano tracce dei ricordi traumatici e hanno stimolato gli aminoacidi che creano l’ambiente idoneo per attivare le reti neuronali perché altri ricettori potenziati catturassero il flusso dei messaggi supportati dal cervello.
La ricerca ha rilevato che, l’apprendimento può cambiare il percorso di connessione delle sinapsi con i neuroni.
La memoria ha quattro fasi distinte: l’apprendimento, il consolidamento delle conoscenze, l’immagazzinamento e il richiamo delle informazioni.
La sperimentazione ha dimostrato che un metodo chimico-genetico può inibire l’attività di richiamo in un’area cerebrale e potenziare l'apprendimento o lasciare inalterati il consolidamento e l'immagazzinamento in altre aree. La memoria può mettere in sicurezza o cancellare certi ricordi. Copyright2008©irio neuroscienze, reti neuronali, memoria
Odio e amore sono attivati dalle stesse aree neuronali
"Dall'amore all'odio non c'è che un passo" afferma un detto popolare, che considera le passioni più forti che l'uomo possa provare separate soltanto dal tempo, ma unite nella stessa persona e per lo stesso soggetto della pulsione. In realtà il rapporto con l'altro ha componenti psicologiche e biologiche complesse, che possono dare vita a una mobilità pulsionale, fatta di intrecci diversi a seconda dell'interazione e della situazione, che può rafforzare l'attaccamento o favorire prese di distanza vigorose e opposte, come l'odio, o provocare quell' "Odi et amo" insieme che Catullo esprimeva a Lesbia.
Due ricercatori del laboratorio di neurobiologia dell'University College London hanno scoperto che l'odio e l'amore "condividono due stesse strutture cerebrali più di qualsiasi altra emozione". Semir Zeki e John Paul Romaya riferiscono in "Neural correlates of hate", un saggio scritto per PLoS ONE, 3, 10, october 2008, che hanno osservato con la risonanza magnetica le immagini del cervello di 17 persone, dieci uomini e sette donne, che guardavano le fotografie delle facce di persone per cui provavano una forte avversione, alternate a quelle dei visi di altre persone che erano loro indifferenti. In questo modo hanno potuto individuare quali aree neuronali si attivano nell'odiare.
Il circuito che si stabilisce nel programmare un comportamento aggressivo e nel realizzarlo fa leva sulle zone del putamen, un nucleo situato al centro del cervello e dell'insula che si trova nella superficie laterale. "Sono le stesse aree dell'amore romantico", dicono i ricercatori.
Tra le funzioni svolte dall'insula c'è quella di catalizzare le espressioni di disgusto e gli stimoli sgradevoli, mentre il putamen ha il compito di pianificare la risposta attiva a queste pulsioni, come può essere aggredire una persona odiata o assumere un atteggiamento difensivo.
Il fatto che odio e amore attivino le stesse zone cerebrali non sorprende. "Sono due sentimenti che possono sfociare in atti irrazionali e aggressivi", continuano i ricercatori.
Il circuito cerebrale localizzato è nella corteccia frontale, che si occupa fra l'altro di predire e anticipare le azioni delle persone con cui si interagisce.
C'è una differenza fondamentale però tra amore e odio: "Con il primo sentimento sono disattivate parti della corteccia cerebrale che sono in relazione con il giudizio e il ragionamento, mentre l'odio disattiva solo una piccola zona della corteccia frontale".
Chi odia non perde la capacità di valutare e la consapevolezza di quello che fa contro la persona odiata. Chi ama diventa sempre meno imparziale e fissa la sua pulsione sulla persona amata.
L'odio, concludono Zeki e Romaya, ha ben poco a che vedere con sentimenti come l'ira, la rabbia, la perdita di autocontrollo, che invece interessano l'amigdala, il cingolato anteriore, l'ippocampo, le regioni medio temporali e la corteccia orbitofrontale, aree cerebrali diverse da quelle che si attivano per odio e per amore.
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amore, odio, pulsione, sentimenti, neuroscienze
Ricerche di neuroscienziati per la formazione
Richard Haier è uno psicologo dell'University of California - Irvine, Rex Jung è un neuropsicologo dell'University of New Mexico. Sono due specialisti di neuroanatomia, che usano la scannerizzazione delle immagini cerebrali per ricerche sulle basi neurali dell'intelligenza e sulle differenze di utilizzo.
In "Brain imaging studies of intelligence and creativity: what is the picture for education?", Roeper Review, 30, 3, july 2008, analizzano come le strutture e le funzioni cerebrali possono essere usate dagli individui a vantaggio della formazione e suggeriscono come il formatore può integrare le scoperte delle neuroscienze nelle pratiche dell'apprendimento, se riconsidera le vecchie idee e acquisisce le basi necessarie delle nuove discipline.
Gli autori affrontano nel saggio la questione fondamentale del perchè le neuroscienze possono servire a diagnosticare che cosa è concretamente l'intelligenza e se può essere localizzata nel cervello. Sviluppano le risposte a tre domande sulle differenze cerebrali delle persone, sui rapporti tra creatività e cervello, sull'importanza delle differenti strutture e funzioni cerebrali per l'educazione individuale.
In modo sintetico, con un linguaggio asciutto e richiamando soprattutto dati sperimentali, spiegano che l'evoluzione ha prodotto almeno due forme di organizzazione del cervello, che fanno le stesse cose in modi e zone diverse. I fattori ambientali contribuiscono all'attivazione e alla disattivazione di alcuni geni che influenzano il funzionamento per tutta la vita. Sono meccanismi complessi, che nascono in parte dall'interazione con l'ambiente,stando a quello che la risonanza magnetica ha fatto vedere sulla struttura e le funzioni cerebrali e che la tomografia ha rilevato sull'uso energetico del cervello.
Per Haier e Jung mancano finora le prove di come questi meccanismi sono correlati alle capacità mentali. E' certo che il cervello funziona insieme, come un'orchestra, ma non è ancora chiaro chi è il direttore. L'orchestra può essere differente, dipende dal compito che sta svolgendo e dalle aree cerebrali attivate.
Ne discende che l'intelligenza è quello che una persona si mette a fare quando non sa che cosa fare per risolvere un problema o come comportarsi davanti a una situazione nuova. E' fatta di differenze individuali nell'apprendimento, nella memoria e nel ragionamento. E' mostrata dall'imparare di alcuni prima di altri, dal ricordare di più, dal ragionare meglio.
E' controverso nel dibattito scientifico se queste differenze si devono a ragioni sociali o culturali o a differenti atteggiamenti, abilità, rendimenti delle persone, attivati in certe condizioni, che sono state colte e sviluppate più di altre che hanno avuto le stesse opportunità.
Per rispondere al dubbio in modo soddisfacente sarebbe necessario ricostruire tutta la mappa della attività cerebrali, delle interazioni e delle ascendenze individuali per andare a fondo della loro realtà cognitiva.
Le neuroscienze e le tecniche di osservazione delle attività cerebrali danno già dei segnali forti, che possono essere utilizzati per tracciare percorsi più efficaci di quelli attuali, potenziare le capacità presenti e recuperare quelle indebolite.
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neuroscienza, neuroscienziati, cervello, formazione
Valori del lavoro nei comportamenti lavorativi
Siamo passati in dieci anni dai sostenitori della fine del lavoro ai lottatori contro i nullafacenti, agli esaltatori del valore della produttività contro il plusvalore dell'economia finanziaria dematerializzata.
Ci aiuta a capire dove può essere collocato il lavoro tra dimensione economica e difesa umanistica il libro di François Vatin, professore di sociologia economica e del lavoro all'Université Paris-X Nanterre, "Le travail et ses valeurs", Albin Michel, Paris, 2008. Un libro che fa piazza pulita dei facili slogan sulla produttività e invita a considerare il lavoro per ciò che è: un'attività in cui l'uomo investe corpo, spirito, talento ed energia, che si pone all'incrocio della tecnica, dell'economia e dell'organizzazione sociale.
Vatin ricostruisce la storia dell'idea di lavoro, il suo emergere come lo conosciamo oggi nel contesto della rivoluzione industriale, quando il legame di simmetrie con la natura si spezza e incomincia a cadere quella visione energetista, di trasformazione diretta, che Marx considerava la forza dell'uomo sulla materia.
Il lavoro è oggi sempre più mediato, astratto, ricorda. La forza del lavoratore è diminuita. Egli continua ad interagire con la materia, ma soffre più per la costrizione dell'attività fisica nell'organizzazione produttiva che per il suo contrario. La fatica e il rendimento sono diventati fenomeni sociali complessi che è impossibile quantificare. Il lavoro non può essere valutato come se fosse ancora quella quantità di energia umana, che William Petty misurava nella sua "Aritmetica politica", facendone una questione di carichi da ripartire tra le persone.
Il contenuto dell'attività produttiva non può più essere scelto dal lavoratore singolo, mentre è cresciuta l'importanza della socializzazione, che influenza le performance e configura le relazioni anche fuori dell'organizzazione economica.
Vatin adotta un approccio multidisciplinare per mostrare che le questioni della disoccupazione, della precarietà, dei tempi e dei ritmi di lavoro, dello stress e dei lavori usuranti hanno messo in secondo piano il rapporto dell'uomo con il prodotto del suo lavoro. Sul disagio fisico e psichico del lavoratore si sono centrate una psicologizzazione dei rapporti sociali e una individualizzazione dei rapporti d'impiego, che hanno portato a una frammentazione delle comunità di pratiche, mentre si costruivano le squadre e le competenze con il team building e i programmi di addestramento fuori dalle operazioni. Uno spreco di risorse delle persone e delle aziende.
I dipendenti spesso si impegnano nel lavoro malgrado l'organizzazione. Le ricerche mostrano che anche nelle condizioni lavorative degradate c'è una forma d'identificazione con la propria attività e perciò l'organizzazione funziona. Il bisogno di dare un senso al lavoro è soddisfatto in maniera disuguale dalla divisione dei ruoli, ma riguarda le persone lungo tutta la scala gerarchica.
"Governanti senza immaginazione, scrive Vatin, hanno fatto del lavoro un valore da attivare per mantenere l'ordine sociale di fronte al rischio della demoralizzazione collettiva... Ma il lavoro non è la marmellata, che può essere stesa su una tartina più grande, se si accetta uno strato più sottile". Ha valore perchè è produttivo e ha senso per chi lo svolge.
"Le travail et ses valeurs" è una sintesi stimolante dei meccanismi industriali, del modello biologico, della fisiologia e della sociologia del lavoro, che riabilita l'attività produttiva e il ruolo del lavoratore, mostra i vantaggi di conoscere i problemi senza nasconderli e indica come i segnali forti, delle reazioni dei lavoratori e delle disfunzioni aziendali, siano davanti agli occhi di quelli che voglioni risolverli.
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valore del lavoro, produttività, organizzazione del lavoro, economia del lavoro
Evoluzione dei modi di concepire e affrontare i rischi
Fino alla metà del 18° secolo i flagelli e i disastri, le inondazioni e le epidemie, le meteore e le comete sono state spiegate con fatalismo, come il frutto di un intervento divino, che ammoniva o puniva gli uomini colpevoli di trasgressioni. L'intervento mostrava in maniera spettacolare l'azione regolatrice dell'Essere supremo sull'ordine naturale. Alla lettura provvidenzialista di parte cattolica si contrapponeva la concezione protestante, che vedeva nelle catastrofi l'azione delle forze del male.
Questa interpretazione religiosa dei cataclismi naturali non fu contestata fino al terremoto di Lisbona nel 1755, che spinse Voltaire e gli enciclopedisti a pensare che fosse l'opera dell'uomo a mettere in pericolo gli equilibri naturali. Rousseau in una lettere a Voltaire richiamò la densità urbana e l'altezza delle costruzioni per spiegare il numero delle vittime del sisma portoghese. Il libro "Pensées diverses sur la comète", con cui Pierre Bayle nel 1682 aveva desacralizzato il passaggio delle comete rinviandolo all'ordine naturale delle cose, venne rivalutato e diventò popolare nell'epoca della lotta alle idolatrie e alla superstizione.
Ma ancora nel 1830 il massacro dei gatti in Francia per combattere il colera fu un esempio dell'abbinamento devozione - superstizione in larghi strati della popolazione.
Fu poi il tempo delle colpe della natura.
Bisognerà aspettare le epidemie di tubercolosi a metà del 19° secolo perchè avvenga il passaggio della concezione della catastrofe da punizione divina a male sociale e procedere attraverso l'eruzione del vulcano di Krakatoa del 1883, che distrusse l'omonima isola indonesiana, la caduta di un meteorite gigante in Siberia nel 1908, il naufragio del Titanic nel 1912 e la prima guerra mondiale del 1914-18 per abbandonare l'idea della responsabilità della natura e dell'irresponsabilità dell'uomo.
"La natura è diventata un artefatto", scrive François Walter, professore di storia nell'Université de Genève, in "Catastrophes. Une histoire culturelle, XVIe-XXIe siècle", Seuil, Paris, 2008. "E' spesso molto difficile distinguere gli effetti dell'azione umana e i fenomeni propriamente naturali, come illustrano i dibattiti correnti sul riscaldamento climatico. Questa indeterminatezza delle cause del rischio rende il verdetto degli esperti meno convincente":
L'Occidente si è raffigurato le catastrofi seguendo un percorso complesso, che attraverso simboli diversi, religiosi, morali e naturali ha dato vita a certe categorie che hanno fatto accettare i comportamenti nocivi dell'uomo. E' stata così elaborata un'interpretazione riduzionista dell'impatto dei pericoli, che sostiene la credenza diffusa che siamo passati dalla società del fatalismo alla società della sicurezza, figlia del principio di precauzione che dagli anni '80 spinge a reagire anche in assenza di certezza della minaccia.
Walter misura il contributo delle immagini e dei discorsi al clima ansiogeno in cui vive il mondo. Mostra le patologie dell'iperorganizzazione, la disseminazione delle paure, l'esplosione dell'allarmismo. La nuova cultura del rischio, sostiene, attinge sempre a fonti simboliche. "Non si cerca più, come nel passato, di trovare le cause delle disfunzioni e rimediarvi, ma si ammette la contingenza; difronte alla complessità ci si accontenta di individuare le correlazioni significative... con la sola certezza di una minaccia costante, che manifesta un nuovo tipo di rapporto con il mondo".
Il risultato è un libro combattivo e utile, una cronaca delle relazioni fra società e natura, un'opera di storia culturale, che va ben oltre la linea di divisione semplicistica di quegli autori, che distinguono il trattamento irrazionale delle catastrofi, caratteristica delle società antiche e la gestione misurata e scientifica, tipica delle società moderne.
Documenta come paradossalmente il processo razionale di ricerca delle radici del pericolo e di scoperta del modo più efficace per affrontarlo abbia troppi momenti di abbandono alla speranza di un intervento che dall'esterno soddisfi il bisogno di sicurezza.
Il merito maggiore di "Catastrophes" è di distinguere la percezione e l'accoglimento delle calamità secondo le epoche e di analizzare i cambiamenti di significato che le accompagnano. Walter temporizza i periodi di passaggio dal mondo tradizionale alla "società del rischio", come Ulrich Beck chiama questa miscela di fenomeni accaduti e mediatizzazione.
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catastrofi, fenomeni naturali, crisis management
L'amore rende ciechi
Perchè gli innamorati non hanno occhi che per il proprio oggetto d'amore lo spiega un nuovo approccio di ricerca che coniuga la teoria evoluzionista con le scienze cognitive. Secondo questo filone investigativo il sentimento dell'amore ha la funzione di tenere insieme uomo e donna per il tempo necessario alla procreazione e alla cura del neonato.
Danno una dimostrazione sperimentale di questo approccio scientifico tre ricercatori delle facoltà di Psicologia della Florida State University e della University of California Los Angeles. Jon K. Maner, David Aaron Rouby e Gian C. Gonzaga, questi i loro nomi, dimostrano in "Automatic inattention to attractive alternatives: the evolved psychology of relationship maintenance", Evolution and Human Behavior, 29, september 2008, come l'amore impedisca di cogliere le "alternative seducenti", disattivando l'attenzione dalla vista di quello che potrebbe attrarre sessualmente.
I tre hanno condotto un esperimento di laboratorio con un gruppo di 113 studenti (75 donne e 38 uomini), innamorati e no, partecipanti ai corsi delle loro facoltà. Gli studenti sono stati messi davanti a uno schermo su cui sono stati mostrati in sequenza una grande croce, per fissare l'attenzione, poi per mezzo secondo il volto di una persona dell'altro sesso e infine un quadrato o un cerchio. Le facce proiettate sono state nove, come le figure geometriche. La somministrazione è durata qualche minuto.
Durante la sequenza i partecipanti dovevano toccare la A o la K di una tastiera, a seconda che vedessero il quadrato o il cerchio. Infine hanno avuto quindici minuti per segnalare quello che avevano visto. Ogni volto notato ha fatto guadagnare un punto all'osservatore.
L'obiettivo dell'esperimento era di misurare il tempo di reazione necessario per indicare le diverse figure geometriche, a seconda dell'attrazione dei visi e del loro livello di seduzione.
Fra gli innamorati e no ci sono state differenze di millisecondi, ma i primi (uomini e donne) hanno toccato i tasti in modo automatico, senza vedere. Ogni viso è stato messo in relazione al proprio oggetto d'amore e ha provocato un esborso affettivo, che ha fatto da barriera visiva.
I ricercatori ritengono di avere aggiunto un'altra prova ai loro precedenti risultati di studio sull'adattamento cognitivo nelle relazioni sociali, alla luce della psicologia evoluzionista.
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innamoramento, amore, percezione, attenzione, conoscenza
Lavorare come lifelong learning
L'etimologia di imparare e di apprendere suggerisce che si prende possesso di qualcosa . Tutti e due i verbi esprimono un'attività diversa dall'accumulare saperi acquisiti e immagazzinare sistemi di conoscenza consolidati. Ai fini dell'imparare quello che conta è il possesso di una gamma complessa di capacità cognitive e relazionali, che devono essere continuamente attivate e riviste, un accettare di convivere con conclusioni provvisorie (forse sbagliate), aprirsi anche a interrogativi radicali, mettersi in gioco, dis - abituarsi.
Nella società della conoscenza imparare significa anche mettere in circolazione, condividere, moltiplicare punti di vista e contributi, apprendere giorno per giorno le informazioni che si trovano in diverse circostanze, ruoli e opportunità. A tutti s'impone una nuova dimensione del lavorare: il lifelong learnig, continuare ad imparare è la condizione che un presente in continuo cambiamento richiede.
A questa prospettiva del tenersi in esercizio in un complicato riorganizzare informazioni, convincimenti e saperi è dedicato il libro di Laura Balbo, sociologa dell'Università di Padova, già ministro delle Pari opportunità nel governo D'Alema, "Il lavoro e la cura. Imparare a cambiare", Einaudi, Torino, 2008.
L'autrice ricostruisce le trasformazioni delle attività e del valore del lavorare dagli anni del "miracolo economico" a quelli della piccola impresa e dell'economia periferica, sommersa, fino al dopo welfare e all'allargamento alle pratiche della cura, la risposta alle aspettative e ai bisogni delle persone, al lavorare delle donne e alla doppia presenza nell'economia e nella famiglia.
"Rapportarsi ai diversi impegni della vita è lavorare, sostiene Balbo, comporta costruire relazioni, progettare, richiede competenze" .
"Il lavoro e la cura" è fatto di pezzi diversi. E' un patchwork di dati e riflessioni sul lavoro, la vita quotidiana e la cura, viste da ottiche disciplinari differenti, che ha l'obiettivo di guidare la curiosità del lettore e impegnarlo a superare la visione parziale, inadeguata, miope del lavoro, considerato esclusivamente in rapporto ai meccanismi dell'economia e alle conseguenze che ne derivano per l'occupazione, la disoccupazione e il reddito, comprendendovi esperienze considerate proprie della sfera privata.
Riguarda i tempi e le pratiche della cura, le relazioni e gli affetti, le capacità di informazione e di organizzazione per come contribuiscono al benessere e al funzionamento complessivo del vivere. Non si limita alle famiglie, considera la sfera privata e la dimensione pubblica della vita quotidiana, perchè nelle istituzioni pubbliche e nel settore non profit si scambiano beni relazionali e si risponde alle esigenze delle persone.
I confini tra lavoro, attività del quotidiano e gestione dei bisogni si confondono. Occorre reinventare il mondo del lavoro, cambiare l'utilizzo del tempo e trovare nuovi modi di servirsi di intelligenze e competenze. Secondo l'autrice, il lifelong learning è un lavorare insieme, individuale e collettivo, che sottolinea il valore d'uso e il carattere dinamico delle traiettorie apprenditive, che hanno luogo nel flusso delle esperienze e delle idee come in un crazy quilt, cucendo i pezzi senza un disegno preciso per "continuare a imparare, condizione che un presente in continuo cambiamento richiede".
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lavoro, lavorare, apprendimento, lifelong learning
Dai pesci nuove piste sull'origine della voce
Gli studiosi di fauna marina lo hanno classificato come Halobatrachus didactylus, ma per noi è la rana pescatrice o coda di rospo.
Un pesce che mangia gli altri pesci e per procurarsi il cibo sta nascosto sui fondali, da 50 metri fino a profondità maggiori e usa il primo raggio delle pinna dorsale, dotata di un ciuffetto come se fosse una canna da pesca. La muove davanti alla preda, che incuriosita e ingolosita si avvicina e viene ingoiata da una bocca molto grande con tanti denti aguzzi. Ha la testa massiccia, di forma ovale, ricoperta di creste ossee e spine. Il corpo è conico e la pelle priva di squame .
Questo pesce, che vive anche nei nostri mari, ha attirato l'attenzione di un gruppo interdisciplinare di ricercatori, appartenenti a cinque università di Chicago, New York e Washington, coordinati dal neurobiologo Andrew Bass, a causa dei grugniti e dei ruggiti che emette e degli sforzi mimici che compie, quando vuole richiamare le femmine o difendere il suo territorio.
La rana pescatrice condivide con altri batracoidi l'abilità di vocalizzare in modo diverso secondo l'obiettivo di comunicazione e le circostanze. Usa una maniera di comunicare estremamente primitiva, evoluta da più di 400 milioni di anni, con la trasformazione del pesce osseo. Indica una pista sull'origine delle vocalizzazioni, che hanno preceduto la formazione delle parole e dei linguaggi sonori, scrive David Malakoff, editorialista scientifico in "From grunting to gabbing", pubblicato da Science la scorsa settimana.
Il circuito vocale del pesce è. per collocazione e funzioni collegate alle strutture cerebrali, molto simile a quello di altri vertebrati, uccelli, anfibi e mammiferi che vocalizzano.
La rana pescatrice possiede un circuito di neuroni che lavorano ritmicamente e determinano il livello di contrazione dei muscoli vocali e nello stesso tempo il tono e la durata dei richiami. Il circuito si sviluppa in una regione specifica, che comprende la base della parte posteriore del cervello e la colonna vertebrale superiore. E' la stessa configurazione delle rane, dei passeri e dei primati.
"Queste creature, ha detto Bass, emettono suoni differenti a seconda del contesto sociale... Hanno emissioni, che corrispondono alla loro intenzione di attrarre, minacciare o difendersi". Un ronzio profondo serve per richiamare la compagna, un grugnito acuto tende a difendere il territorio.
Poichè l'evoluzione dei pesci è anteriore a quella delle altre specie animali, si può datare con buona approssimazione da quando sulla terra c'è l'abilità di produrre vocalizzazioni e suoni. Si possono avviare così altre ricerche sulla genetica del suono e sugli utilizzi di questa abilità nella formazione delle società.
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Cambiamento e successo della Lazard
Storie di uomini che hanno impiegato la vita a fare soldi e a investirli nelle imprese di altri che volevano fare soldi. Una descrizione di come si costruisce e si usa il potere economico nel segreto delle stanze di una delle maggiori finanziarie del mondo. Un modello di successo per le aziende di Wall Street. Questo è da 157 anni Lazard.
A questa grande azienda di consulenza e gestione finanziaria è dedicato il libro di William D. Cohan, giornalista d'inchiesta, che ha lavorato per 17 anni a Wall Street alla JP Morgan Chase, "The last tycoons. The secret history of Lazard Fréres & Co", Broadway books, New York, 2008. Un'opera, che è costata sei anni di ricerche presso la Lazard e si annuncia in copertina come "Un racconto di ambizioni sfrenate, fortune da miliardi di dollari, lotte di potere bizantine e scandali misteriosi", sintesi ad effetto, che trova puntuale riscontro nelle oltre 700 pagine del testo.
La narrazione prende inizio dall'arrivo al vertice del più "grande banchiere che Lazard e Wall Street abbiano avuto", quel Felix George Rohatyn, che contribuì al risanamento finanziario dell'economia americana, sostituì al vertice gli esponenti della famiglia fondatrice della banca d'investimenti, governò dal 1977 al 2005, compì un turnaround e riportò l'impresa allo sviluppo.
La sua conduzione fu caratterizzata da una strategia di caute sperimentazioni, da acquisizioni progressive di nuovi spazi di mercato e di consolidamento dei rapporti con i clienti, basati sul raggiungimento di risultati, una collezione e integrazione di tattiche, che configurarono un modo d'essere di Lazard competitiva con Goldman Sachs, Morgan Stanley e Merril Linch.
Dalla ricostruzione emergono i rapporti con il potere politico, il passaggio dall'ostilità di Carter all'appoggio di Clinton, gli investimenti da trilioni di dollari, orientati alle scelte di politica industriale dell'amministrazione democratica americana, i miliardi di utili e le remunerazioni stratosferiche degli executive, le alleanze strette in segreto e l'abbandono di fatto delle attività non più coerenti con le prospettive internazionali.
Cohan segue le mosse che Rohatyn compì tra il 1970 e il 1980 per riplasmare il sistema delle imprese americane fino alla scelta del successore Bruce Wasserstein nel 150° anniversario della fondazione di Lazard.
Si risale così alle origini della banca e alla condotta espansiva per sedi e attività dei tre fratelli Lazard dal 1850 al 1880, al passaggio di mano al cugino Alexander Weill e alla leadership mondiale nei servizi finanziari, alle tre presidenze dei Weill, alle tensioni familiari e all'arrivo di manager di carriera nel dopoguerra. Una lunga fase finita dopo un secolo e mezzo di proprietà privata con la trasformazione in pubblic company, realizzata da Rohatyn e culminata nella nomina di Wasserstein, che nel maggio 2005 assumerà le cariche di Charmain e CEO, completando la modernizzazione e rafforzando la competitività dell'azienda.
La storia di Cohan è focalizzata su questa pubblicizzazione, sull'uscita dall'asfittica gestione padronale e sull'insediamento successivo dei due manager di carriera, capaci di migliorare governance, strutture e processi aziendali, di dare nuova identità e forza di mercato alla Lazard.
Ricca di colpi di scena, "The last tycoons" è una storia che si legge come un romanzo, che mostra il passaggio di una grande azienda da una strategia difensiva in una situazione generale di crisi a una offensiva, basata sulla valorizzazione delle proprie risorse e sull'utilizzo delle opportunità di svolta, attraverso il rinnovamento dei prodotti - servizi, il ricambio manageriale ed il migliore posizionamento di mercato.
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Proteine base dell'evoluzione cerebrale
Una delle grandi sfide che gli scienziati stanno affrontando da tempo è di capire che cosa abbia determinato la configurazione e il funzionamento del cervello umano.
La teoria prevalente è che la dimensione e il numero delle sinapsi siano alla base della potenza cerebrale, perchè servono a smistare e a traghettare le informazioni. Gli studiosi hanno ritenuto che questi punti, in cui il segnale elettrico che attraversa il neurone si trasforma in segnale chimico e passa al neurone vicino, fossero all'origine della crescente qualità e complessità del sistema nervoso a mano a mano che si sale dagli invertebrati agli animali vertebrati, come l'uomo.
Un gruppo di ricercatori del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, specializzato nelle ricerche sul genoma e delle facoltà di Medicina delle University of Keele ed Edinburgh, diretto dal professor Seth Grant, ha proceduto a un confronto delle diverse specie animali. L'équipe inglese ha constatato che il cervello è ancora più complesso di quello che s'immaginava.
"La visione semplicistica, secondo la quale una maggiore potenza cerebrale si spiegherebbe con più sinapsi, non resiste al nostro studio", spiega lo scienziato. "Nessuno s'era ancora interessato alla composizione molecolare delle connessioni neuronali confrontando più specie. Abbiamo trovato notevoli differenze nel numero di proteine".
Le connessioni nervose sono evolute in modo diverso tra le specie nel corso dei millenni. Su 600 proteine presenti nelle sinapsi dei mammiferi analizzati solo il 50% si trovano anche in quelle degli invertebrati e addirittura il 25% negli animali monocellulari.
Un'articolo pubblicato da Grant e i suoi colleghi in "Nature Neuroscience" di giugno e intitolato "Evolutionary expansion and anatomical specialization of synapse proteome complexity" rivela che alcune proteine importanti per la memoria e l'apprendimento si trovano perfino nelle cellule del lievito e servono a reagire a situazioni ambientali, come la scarsità di nutrimento o i cambi di temperatura. Le proteine presenti negli animali monocellulari sono delle sorti di protosinapsi, legate a comportamenti molto semplici. Il numero e la complessità delle proteine sarebbe esploso con l'apparizione degli animali multicellulari.
Lo studio inglese ha il merito di situare il cervello nella sua evoluzione molecolare. I ricercatori hanno i identificato un "Kit di base" di circa 150 proteine presenti negli esseri viventi più semplici e implicati nei comportamenti più elementari. "Potrebbero rappresentare le origini ancestrali del cervello", secondo l'articolo.
L'evoluzione della protosinapsi avrebbe contribuito alla differenziazione tra invertebrati e vertebrati e all'apparizione di regioni cerebrali diverse. Con lo sviluppo molecolare gli animali hanno aumentato la loro potenza cerebrale e tra i mammiferi gli uomini in particolare sono stati in condizione di conoscere e agire più degli altri.
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Regioni cerebrali dell'equità e dell'efficienza
Nel corso del processo decisionale si attivano differenti regioni cerebrali. L'analisi dei dati ricavati dalle immagini del cervello di chi compie una scelta mostra che la regione dell'insula è quella usata quando prevale il senso dell'equità, la regione del putamen è più attiva quando è maggiore l'orientamento all'efficienza.
Un gruppo di ricercatori dell'University of Illinois e del California Institute of Technology, composto da Ming Hsu, Cédric Anen e Steven R. Quartz, hanno pubblicato nell'ultimo numero di "Science" i risultati di un esperimento condotto, utilizzando la risonanza magnetica funzionale (IMRI) su un gruppo di persone, poste davanti al dilemma tra giustizia distributiva e rendimento.
Nel saggio "The right and the good: distributive justice and neural encoding of equity and efficiency", i tre neuroscienziati hanno raccontato di avere proposto a 36 persone un problema di consegna degli aiuti alimentari a orfani di un paese del Terzo mondo colpito da carestia, nel modo seguente. Il tempo del viaggio, necessario per consegnare il cibo a tutti i bambini, provocherebbe una perdita del carico di 20kg. Se il trasportatore si limitasse invece a distribuire gli aiuti solo alla metà degli orfani affamati la perdita del carico non sarebbe che di 5kg. E' meglio dare cibo a meno bambini per limitare le perdite o accettare di ridurre di un quinto il carico per offrire a tutti di che nutrirsi?
La prima alternativa proposta puntava sull'efficienza, la seconda sull'equità.
Mentre la scelta veniva fatta, i partecipanti osservavano alcune fotografie su schermo dei bambini in attesa della consegna del cibo e degli effetti possibili, conseguenti all'una o all'altra decisione.
La maggior parte degli interpellati ha scelto la soluzione equa. L'IMRI ha scannerizzato il funzionamento dei cervelli di coloro che decidevano e ha rilevato che tre regioni orbitofrontali, l'insula, il putamen e la caudata, erano interessate alle scelte individuali in modo differente.
L'insula è legata alle emozioni, come la collera, la paura e il benessere. E' risultata la regione più coinvolta nella scelta secondo giustizia distributiva. Le risposte emotive sono correlate alla violazione delle norme e ai principi etici a cui la persona ispira la sua condotta.
Il putamen e la caudata sono risultate le regioni più attivate dall'orientamento razionale. Sono le zone cerebrali della riflessione, dell'apprendimento e della finalizzazione del comportamento individuale agli interessi e al rispetto delle regole sociali.
La ricerca fornisce ancora una prova della correlazione fra attività cerebrale e sviluppo del pensiero.
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Ascesa della superclasse
Sono appena 6.000 i componenti della superclasse, quelli che influenzano la vita di milioni di persone in molti paesi del mondo. Sono capi di Stato, leader religiosi e militari, qualche star dello spettacolo come il cantante Bono, ma il nocciolo duro è rappresentato da uomini di affari: manager di hedge fund, imprenditori delle nuove tecnologie e investitori di private equity. La superclasse è emersa come élite globale da qualche decennio in connessione all'ascesa al governo delle nazioni. Ha i suoi ispiratori e le sue icone, dal World economic forum a Paulo Coelho, dai meeting del primo e dalla scena letteraria globale del secondo trae alimento per stabilire le regole di funzionamento e integrazione sociale delle persone, delle aziende e degli Stati.
Il libro di David Rothkopf "Superclass: the global power elite and the world they are making", Farrar, Strauss and Giroux, New York, 2008, va alle radici della costituzione della superclasse, che fa il mondo. Al contrario delle élite del passato che lo sviluppavano secondo i propri diretti interessi, le 6.000 persone, che comprendono Bill Clinton, Rupert Murdoch, il papa e Bin Laden, operano su uno scacchiere globale, che ha le sue istituzioni educative e finanziarie, i suoi organismi internazionali e i suoi mercati per agire, diventare più credibili, creare più competizione e più imprenditorialità.
L'autore risale alle origini di questa globalizzazione del potere e le trova nelle disuguaglianze di storia, economia, politica e relazioni, che hanno portato a vuoti di potere e al cambiamento delle regole di convivenza, mentre il gioco complessivo rimaneva uguale a se stesso e si avvincendevano gli attori. Ricostruisce il percorso della modernizzazione, che nel secolo scorso ha portato le istituzioni ad essere dominate dagli individui e a trasformarsi da strutture a gestione globale in organi di governo globale, in una sovrapposizione di leader con diversa legittimazione.
Rothkopf compie un affascinante giro all'interno delle imprese finanziarie, dell'industria aeronautica, delle società di consulenza strategica, degli organismi della politica mondiale, delle grandi università americane. Riempie il lettore di informazioni sorprendenti, talvolta frutto di esperienza diretta, giacchè ha lavorato alla Kissinger Associates ed è stato sottosegretario al commercio internazionale. Dimostra di conoscere molto bene la realtà americana, ma altrettanto non si può dire del resto del mondo e i suoi giudizi sulla Chiesa e sulla società asiatica sembrano preordinati più che dimostrati.
Ciononostante il suo libro è da leggere, per il tentativo di definire i confini e il ruolo di una superclasse che controlla da sola il 40% delle ricchezze del pianeta, per le descrizioni dell'organizzazione e del funzionamento del potere economico e politico americano, per il disegno delle prospettive e l'analisi dei problemi della globalizzazione e, ultimo ma non meno importante, per la scrittura attraente del suo testo.
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Immagini della società postmoderna
Stiamo vivendo il tempo del "radicamento dinamico", della sinergia tra fenomeni arcaici e sviluppo tecnologico. Da una parte con la globalizzazione siamo in tempo reale a Parigi, Tokio o New York, dall'altra siamo nella tradizione, nel locale, nel territorio e svuotiamo di significato la modernità, facendo coesistere l'una e l'altra. L'uniformità della globalizzazione perde a vantaggio delle micro-identità concrete. Nascono nuove solidarietà orizzontali sostenute dalla prossimità, che hanno rivendicazioni e valori contrapposti alle grandi dichiarazioni astratte.
Questo "locale tribale" secondo Michel Maffesoli produce le tante immagini in cui si riconoscono le diverse tribù che compongono la società postmoderna, dove "svaniscono l'individuo e l'individualismo ed è favorita l'imitazione gregaria, mentre un eterno presente da consumare senza attesa sostituisce la speranza di un tempo migliore". Questo afferma il sociologo francese in un dizionario della contemporaneità vivisezionata, che ha chiamato "Iconologies. Nos idol@tries postmodernes", Albin Michel, Paris, 2008.
Le icone del presente costituiscono una nebulosa dai contorni indistinti, sparpagliata tra le nuove tribù urbane. Le immagini, che tengono insieme le identità frammentate attraverso le nuove tecnolgie dell'informazione e della comunicazione, vanno dall' abbé Pierre a Zidane, dalla "bestia umana" Chabal al maghetto Harry Potter, dal reality show a MySpace, dall'esperto onnipresente al manager rampante.
A questo proposito Maffesoli nota come da qualche tempo la figura del manager abbia accumulato i suoi quarti di nobiltà nell'impresa e nell'istruzione superiore. Non c'è un prodotto, un progetto, un processo aziendale che non abbia il suo manager. Non ci sono più scuole tecniche e commerciali, ma soltanto attività di management education. I capi, il potere, l'autorità verticale, legittimata dalla competenza, riconosciuta per l'investimento finanziario, sono tutti ruoli scomparsi.
Nelle aziende "si va alla ricerca di una vera autorità. Quella che, stando alla sua etimologia (auctoritas) dovrebbe aumentare il potenziale individuale di tutti. Il potere è verticale. L'autorità, del grande fratello, del guru, del coach, in breve dell'iniziatore, è orizzontale". Il buon manager si manifesta animando il gruppo, che accompagna sviluppandone il potenziale. Sa muoversi con grande leggerezza nei rapporti.
Di questa circospezione nel privato e nel pubblico Maffesoli nota l'uso crescente nella parola "patto", che ha sostituito quella di "contratto" e rinvia a relazioni iniziatiche. Evidenzia che bisogna fare mostra di un quieto vivere a livello particolare, mentre il piramidale e la centralizzazione fanno da test di realtà. Il paradosso è che occorre "essere all'altezza del quotidiano".
Le figure di cui dobbiamo nutrirci sono più che idealtipi, appartengono a una realtà immaginata, sono caricature del postmoderno. Spingono a credere che ci sono ancora dei sogni collettivi.
"Iconologies" è una galleria di ritratti controcorrente, che dà elementi di prova per conoscere l' "elitismo colorato da una certa arroganza", che domina con la comunicazione e la demagogia e spinge in basso verso la falsa uguaglianza.
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Pratiche e significati dell'insulto
L'insulto e l'aggressione fisica sono forme di sopraffazione a cui ricorre chi non ha altro modo di superare la distanza dal suo avversario che distruggendolo. Sono risposte improprie, di reazione aggressiva a una situazione frustrante, tentativi di cancellare il termine di confronto dello svantaggio percepito, anzichè agire per risolvere i problemi all'origine della debolezza.
L'insulto è un'offesa a quello in cui una persona crede o a cui è legata, punta a fare male alla psiche o all'immagine di chi ne è colpito. Tocca la sfera emotiva e affettiva. Colpisce solo se considera i parametri culturali, i modelli di riferimento e la situazione valoriale dell'offeso.
Deve dare soddisfazione all'offensore, che si limita all'insulto o passa all'aggressione fisica a seconda delle sue emozioni, cultura e modi d'interazione abituale.
Le situazioni di antagonismo eccitato, come il tifo sportivo e le manifestazioni partitiche, forniscono spesso, disgraziatamente, esempi di quanto sia sottile il confine tra l'aggressione verbale e quella fisica.
Un gruppo di ricercatori appartenenti a diverse università europee e americane, diretto da Jan Pieter Van Oudenhoven, psicologo dell'University of Groningen, ha pubblicato nell'ultimo numero dell' "International journal of intercultural relations" i risultati di uno studio compiuto in 11 paesi, intitolato "Terms of abuse as expression and reinforcement of cultures". La ricerca dimostra che l'aggressione verbale spontanea è correlata al riaffiorare di modelli culturali.
E' stata condotta chiedendo a 3.000 persone di scrivere le espressioni offensive che avrebbero usato in alcune situazioni stimolo e poi di definirle. Sono stati raccolti così 12.000 insulti, che in base alla loro ricorrenza sono stati riuniti in sedici categorie.
Sono state categorizzate offese uno a uno, molti a uno, molti a molti e uno a molti, pronunciate in pubblico e in privato, legate a motivi sportivi e politici, destinate ad avere effetto sugli altri e solo sugli interlocutori, che si riferiscono all'essenza, alla condizione sociale, alla famiglia dell'offeso e alle sue appartenenze presenti o passate.
Dalla ricerca risulta che i riferimenti sessuali sono più tipici nelle aggressioni verbali della Croazia e dell'America, quelli relativi alla condizione sociale sono caratteristici della Germania, dell'Italia, della Norvegia, dei Paesi Bassi e del Regno Unito, quelli familiari sono specifici della Croazia e della Spagna, quelli delle appartenenze politiche e sportive sono peculiari della Francia, della Grecia, dell'Italia, della Polonia e della Spagna.
In situazioni collettive e di autoesaltazione pubblica è facile che si generi inerzia emotiva e si allentino le inibizioni, come prodotto di un accordo tacito a non avere comportamenti, interpretabili come isolamento e rifiuto dei rapporti con gli altri.
L'aggressività verbale serve a mascherare le paure. Non è irrilevante, dice lo studio, che in Grecia e in Spagna questo occultamento diventi machismo e nelle fasi di maggiore coinvolgimento gli aggressori usino espressioni che mettono in dubbio la virilità del "nemico".
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Antropologia della globalizzazione
La mondializzazione, come fenomeno dell'economia caratterizzato dall'intensificazione degli scambi tra popoli, è una realtà già manifestatasi al tempo delle Repubbliche marinare, che si è sviluppata decisamente tra la fine dell' '800 e i primi del '900.
Ora il cambiamento è diventato ancora più radicale con la costituzione del mercato integrato dei capitali e il trionfo del neoliberismo. Due avvenimenti che si sono imposti nel mondo postindustriale e nei paesi in sviluppo e hanno trasformato definitivamente il rapporto tra locale e globale.
La globalizzazione è all'origine di mutamenti economici, finanziari, ma soprattutto umani. Oggi ognuno deve vivere quotidianamente a livello locale, con legami territoriali e identità culturale e avere contemporaneamente il sentimento d'appartenere alla globalità del mondo. La globalizzazione è una cosa troppo importante per essere lasciata agli economisti.
Gli antropologi, che sanno passare dal locale al globale e dal quotidiano al planetario possono aiutarci meglio a misurare la portata del cambiamento e a rischiarare i suoi molteplici aspetti.
Per comprendere la globalizzazione nelle sue dimensioni e implicazioni l'approccio antropologico si rivela essenziale, scrive Marc Abélès, antropologo, allievo di Claude Lévi-Strauss, direttore degli studi all'EHESS de Paris e direttore del LAIOS/CNRS, in "Antropologie de la globalisation", Payot, Paris, 2008.
Le dimensioni culturali della globalizzazione, che giustificano l'analisi antropologica, stanno nell'indebolimento degli Stati nazionali e nello sviluppo delle aziende transnazionali e delle ONG, strumenti di élite autoproclamate, nella violenza politica e sociale, frutto dell'aggravamento delle disuguaglianze che colpiscono i paesi poveri e favoriscono il populismo in Occidente, nelle migrazioni internazionali della manodopera povera e dei dirigenti in transito per le grandi capitali mondiali.
Di fronte ai limiti del punto di vista economicistico Abélès propone un'etnografia del globale, fondata su un'analisi culturale, che va dal micro delle comunità al macro delle società. Ne emergono lo spiazzamento delle istituzioni e della politica, la dissacrazione degli Stati e la necessità di una globalità politica per riappropriarsi del locale e recuperare le radici culturali.
Su queste basi si potrà fondare un'economia delle differenze, che fornisca gli strumenti per ripensare la modernità e ritrovare nella pluralità dei confronti di idee e teorie la capacità di affrontare le grandi sfide della globalizzazione: i rapporti tra movimenti di persone, cittadinanza e società civile, l'ibridazione di modelli, conoscenze, identità e il valore delle differenze.
"Antropologie de la globalisation" è una riflessione antropologica generale sui processi culturali e politici della globalizzazione, che aiuta a capire come sta avvenendo la riconfigurazione della contemporaneità tra le spinte costitutive delle istituzioni e quelle sostitutive dell'economia e dei movimenti.
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Intelligenza machiavellica e leadership politica
"Perchè sono tanti gli spudorati al vertice del potere? Perchè le élite di governo sono state costituite da persone senza scrupoli in ogni epoca e in tutte le parti del mondo?". "Gli individui dominanti, crudeli, persuasori e manipolatori sono i più adatti per lottare per il potere e devono queste caratteristiche al circuito neuronale e alle spinte ormonali".
Gli ormoni, i neurotrasmettitori, i neuroni e l'aspetto fisico costituiscono fino al 35% della materia prima biologica per salire al potere. Lo sostiene Adolf Tobeña Pallarés, professore di Psicologia medica e psichiatria nell' Universidad Autonoma de Barcelona, autore di "Cerebro y poder. Politica, bandidaje y erotica del mando", La Esfera de los libros, Madrid, 2008. Un libro che spiega il cocktail immorale del sottotitolo, che l'autore ritiene diffuso tra i politici di successo, con una componente di quel complesso neuronale formato dalla "connessione di testoterone e dominio", che esplode in ansia da vittoria.
Sono caratteristiche psicobiologiche che si ritrovano anche in altri animali e Tobeña ricorda che gli scimpanzè commettono tradimenti e rompono legami, tendono all'aggressività e alla vendetta, hanno manifestazioni di "intelligenza machiavellica", la stessa posseduta dai leader carismatici della politica.
I geni danno al leader una combinazione ormonale diversa dagli altri. Servono come basi per un'abilità speciale nel mentire, manipolare, trovare alleati. Contribuiscono a formare personalità con grandi capacità di autoinganno, di credere a quello che dicono.
Sono psicopatoidi, necessari per prendere decisioni difficili, che possono produrre conoscenza e benessere o provocare distruzione.
Il prototipo di leader carismatico della politica, secondo Tobeña, è "Blair, il migliore degli ultimi 30 anni: fermo, spietato. Ha una faccia da bambino e un sorriso innocente. Mantiene una freddezza assoluta, difficile da smuovere".
Questo campionario di assunti della biochimica, della chimica degli organismi viventi e del suo intervento decisivo negli ambienti sociali, sta avendo un gran successo in Spagna, dove è uscito nelle librerie nel pieno della campagna elettorale per le elezioni legislative.
Ha fatto il divertimento dei tanti, facile preda del qualunquismo e dell'antipolitica, investiti dalla propaganda espressa da qualche abile raccolta di episodi ad effetto o da opinioni autorevoli che hanno veste scientifica.
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Medici della mente e donne in crisi di nervi
La storia dei disturbi psichici femminili negli ultimi due secoli è una storia di categorizzazione del disagio da parte di diagnosti e terapeuti uomini. Si intreccia con la nascita della professione rivolta alla cura delle malattie mentali e delle relazioni tra medici e donne.
Lisa Appignanesi, una letterata e memorialista di origine polacca che presiede il Pen Club, ha scritto in modo magistrale di questi rapporti nel suo nuovo libro "Mad, bad and sad. A history of women and the mind doctors from 1800 to the present", Norton/Virago, London, 2008, una ricostruzione della facile e ricorrente etichettatura di "pazza", attribuita ad ogni donna che non rispettava le regole del proprio ruolo, come primo atto del "terapeuta".
La storia inizia con Philippe Pinel, che al tempo della Rivoluzione francese compie nell'ospedale Salpêtrière di Parigi un lavoro di osservazione e classificazione delle alienate mentali in maniache, melanconiche, dementi e imbecilli. Prosegue con gli studi di Sigmund Freud e Jean Martin Charcot sull'isteria. Passa attraverso le scoperte di Emil Kraepelin sulle psicosi e quelle di Eugen Bleuler sulla schizofrenia. Arriva a Jacques Lacan, all'intreccio di donne, psicosi e linguaggio, all'antipsichiatria di Ronald Laing, alla terapia di gruppo e familiare di Juliet Mitchelll e all'interazione fra psicoanalisi e femminismo, alle terapie centrate sulle donne e ai lavori con i bambini di Melanie Klein, Anna Freud, Karen Horney, Joyce McDougal.
La storia dell'evoluzione delle cure è anche quella della sperimentazione degli strumenti, dall'ipnosi alle droghe, all'elettrochoc e delle mode dei sintomi, manifestati dalle ricoverate per sindromi mentali di genere, dall'anoressia alla depressione postparto, alla menopausa, al suicidio.
Le vicende delle "matte, cattive e tristi" Virginia Woolf, Zelda Fitzgerald, Marylin Monroe e Sylvia Plath, i loro sogni, fantasie e digressioni servono a mostrare i legami tra psicologia e letteratura, aprono le due domande di fondo: possiamo curarci? e che cosa dobbiamo fare?
Le affascinanti rappresentazioni fatte da Appignanesi dei personaggi reali e delle eroine letterarie indicano quanto i conflitti interiori, la perdita di controllo e l'abbandono agli impulsi, abbiano provocato sofferenza alle donne, perchè ai disturbi psichici si è quasi sempre aggiunto un trattamento fatto da uomini, secondo una propria concezione della presenza femminile nella società e non di rado spettacolarizzando l'intervento terapeutico per diffonderlo poi su altre donne e aumentare il proprio potere di cura.
Lo status della paziente è cambiato solo con l'accesso femminile alle professioni di medicina della mente.
Appignanesi scrive dalla parte delle donne con lucidità e senza recriminazioni femministe, ma è indubbio che molta parte delle sofferenze di quelle , che negli ultimi due secoli sono state definite matte, poteva essere evitata con un maggiore rispetto dei loro sentimenti.
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Ripresa dai disastri e sviluppo dell'America
"Il nostro rapporto con le calamità è complesso. Ci immaginiamo un disastro come lo rappresenta l'industria cinematografica nell' 'Inferno di cristallo' o nel 'Titanic' o come l'attrazione del parco dei divertimenti 'Cavalcata della morte' ". Quando la catastrofe avviene non troviamo niente di simile, non siamo preparati e non ce ne rendiamo conto.
C'è il disastro e l'immagine che abbiamo del disastro, di come dovrebbe manifestarsi e di quali dovrebbero essere le conseguenze immediate e successive. Perciò non facciamo niente per prevenirlo e non sappiamo affrontarlo che improvvisando la risposta all'emergenza. Anche quando è stato previsto e gli esperti ci hanno messo sull'avviso non siamo disposti a pagare il prezzo di una preparazione che potrebbe mitigarne l'impatto.
Kevin Rozario, che insegna American studies allo Smith College del Massachusetts, analizza le catastrofi che hanno colpito gli USA negli ultimi 100 anni, dal terremoto di San Francisco del 1906 all'attentato alle Torri gemelle del 2001 e all'uragano Katrina del 2005, nel libro "The culture of calamity. Disaster and the making of modern America", University of Chicago Press, Chicago, 2007. Mostra il ruolo vitale che le calamità - o l'affascinante rispetto per esse - hanno avuto nello sviluppo degli USA.
Gli eventi catastrofici, sostiene Rozario, hanno spesso provocato una reazione positiva. Hanno dato impulso a una maggiore integrazione, allo sviluppo della società multietnica, alla creazione di nuovi valori e alla crescita delle istituzioni. C'è una radice antica in tutto questo, che può essere fatto risalire all'intraprendenza dei Padri pellegrini e alla concezione Puritana sul disastro come strumento divino di correzione.
Le distruzioni sono state un insegnamento naturale per la ricostruzione. Sono state indispensabili per accelerare l'esplosione dell'iniziativa individuale, che ha fondato il capitalismo ed è diventa la base dell'idea americana dominante di progresso.
Rozario parla perciò dell' "età dell'oro della catastrofe", mentre ricorda i 3.000 morti e la metà delle case di San Francisco distrutte dal terremoto. Furono l'occasione perchè ognuno si desse da fare, scoprisse l'importanza dell'impegno individuale unito con quello degli altri e generasse uno sforzo collettivo, che fece fare un balzo culturale ed economico a tutta la Costa occidentale e si propagò con effetto domino agli altri Stati.
Individua e mostra le correlazioni positive dell'imparare dai disastri: a non ripetere gli stessi errori e ad innovare nell'edilizia, nell'industria e nella finanza, creando nuovi modi di gestire e operare nei mercati, fino a fare assumere rilevanza mondiale all'economia americana.
Il riprendersi dai disastri ha dato vita a nuove tecniche e ha migliorato l'atteggiamento nei confronti della ricerca e sviluppo nell'Era nucleare e nell'Età del terrorismo. Sono nati così i sistemi di emergency management, di security e di safety, legati a interscambio tra impegno militare e civile. Una cultura diffusa fino a Hollywood, che è servita per risollevarsi rapidamente, anche da ultimo, dalle conseguenze dell'uragano Katrina, che ha inondato completamente New Orleans.
"The culture of calamity" è un'interpretazione storiografica, che Rozario prova con rigore documentale, per fare conoscere la forza della cittadinanza attiva contro le tentazioni di scoramento e di abbandono.
american studies,economic development, business history, storia americanaStoria dell'idea di solidarietà
Il concetto di solidarietà appare a seguito della Rivoluzione francese nel codice civile del 1804. Descrive l'obbligazione che lega le persone fra loro e fissa una responsabilità di collaborazione e assistenza reciproca tra persone, legate da un rapporto di comunanza.
Passa nella politica dopo il 1830 per opera di circoli della sinistra repubblicana, come espressione della socialità cristiana tesa alla fraternità e si diffonde nella società sull'onda della mutualità operaia di metà '800, che contrappone il popolo alla borghesia.
Lo scopo della solidarietà è di riconoscere l'antagonismo e nello stesso tempo scoprire l'esistenza di interessi comuni alle due classi per ritrovare l'unità contro l'atomismo sociale, nato dalla scomparsa dei legami religiosi e tradizionali comunitari e dall'emergere di una società individualista, sempre più egoista, come eterogenesi dell'affermarsi dei principi dell' '89. C'è bisogno di coesione sociale e la solidarietà sembra in grado di assicurarla.
Alla nascita e agli sviluppi del concetto di solidarietà è dedicato il libro di Marie Claude Blais, professore di scienze dell'educazione nell'Université de Rouen, "La Solidarité. Histoire d'une ideé", Gallimard, Paris, 2007.
L'autrice rintraccia la forza dell'idea nelle ispirazioni del filosofo Henri de Saint- Simon, che riteneva la società un organismo integrato in cui c'è interdipendenza tra le componenti e di Léon Bourgeois, promotore della Lega delle Nazioni, che hanno trasformato la solidarietà in solidarietà sociale, dovere di ciascuno verso la collettività.
E' una laicizzazione dell'idea di carità, che riguarda lo Stato, garante dei diritti fondamentali dell'esistenza e dell'individualità.
Si estende in Europa e negli USA con la Carta europea dei diritti e con i principi di "equità" del filosofo John Rawls. Diventa Welfare in cui la solidarietà è "la versione massimalista di uno Stato minimalista".
Il sostegno ai più deboli respinge l'egoismo individualistico e si preoccupa della lotta di classe. "Non ci sono che individui, non c'è che la società", scrive Blais.
Da allora l'universalità dell'unità del genere umano si diffonde.
Nel trattato di Maastricht la solidarietà obbliga gli Stati membri dell'UE a sacrificare i loro interessi nazionali a vantaggio dell'interesse comunitario. L'ONU patrocina il contributo economico e l'assistenza ai paesi poveri. Davanti alle catastrofi si creano catene di solidarietà e la globalizzazione delle emergenze ambientali concretizza l'idea dell'interesse generale ad assistersi a vicenda.
Il libro di Blais è indispensabile per dare sostanza alle "obbligazioni naturali", che legano i più fortunati alle popolazioni e alle persone più bisognose.
Ricredersi davanti ai fatti
Edge.org il sito inglese curato da John Brockman ha rivolto la rituale domanda d'inizio anno. Quella che apre il dibattito del 2008 è formulata così: "Che cosa ha fatto cambiare il tuo modo di pensare e perchè?".
La domanda è condita da una premessa e da una spiegazione. La prima afferma: "Quando una riflessione cambia il tuo modo di pensare, questo è filosofia. Quando Dio cambia il tuo modo di pensare, questo è religione. Quando un fatto cambia il tuo modo di pensare, questo è scienza". La spiegazione è: "La scienza è basata sull'evidenza. Che cosa succede quando il dato cambia? Come i risultati della ricerca scientifica hanno cambiato la tua mente?".
Il forum è stato aperto il 4 gennaio e sono intervenuti finora 165 uomini di cultura, studiosi delle più diverse discipline, che hanno dichiarato pubblicamente che cosa li ha fatti ricredere e perchè sulle convinzioni precedenti.
Il neurologo e primatologo Robert Sapolsky ricorda le scoperte della nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto e della leadership tra i babuini basata sull'intelligenza sociale e sul controllo degli impulsi.
L'antropologa Helen Fisher parla dei risultati dei suoi studi sul divorzio in 58 società differenti e della monogamia come evoluzione culturale degli umani, correlabile al tempo necessario per la riproduzione e l'accudimento dei figli.
L'archeologo Timothy Taylor ritiene inadeguato il relativismo culturale per giustificare la violenza del potere imperiale, che spingeva gli Incas al sacrificio dei bambini.
La logica Helena Cronin ha cambiato idea sull'origine della discriminazione antifemminile e l'attribuisce alla omogeneità delle donne, maggiore di quella degli uomini.
Il naturalista Colin Tudge scrive che ha capito i limiti della scienza e trova molto pericoloso ignorarli.
Il divulgatore scientifico Tor Norretranders confessa di essersi sbagliato nel credere che il 98% degli atomi del corpo umano vengono sostituiti ogni anno e nel considerarlo come un software, che gira su un hardware statico regolato dalla mente.
Non mancano italiani tra i partecipanti al dibattito.
L'astrofisico Gino Segre parla dell'espansione dell'Universo, in accelerazione e della smentita della teoria sulla sua decelerazione.
Il neuroscienziato Marco Iacoboni ritiene che non serve sradicare il pensiero irrazionale e che anzi occorrono serie ricerche di approfondimento in materia.
L'accesso al forum, per parteciparvi o assistervi, è libero. Edge.org è legato alla fondazione omonima per la "terza cultura".
Secondo la definizione data nel 1991 da John Brockman e ripresa nel bestseller "The Third culture. Beyond the scientific revolution", Simon&Schuster, New York, 1995, la terza cultura consiste dei lavori prodotti e pubblicati dagli scienziati e dagli altri pensatori. Supera la tradizionale contrapposizione tra cultura scientifica e cultura letteraria, in vigore negli anni '30, oggetto delle prime critiche nell'ormai classica opera di Charles P. Snow "The two cultures. Literature and science", Cambridge University Press, Cambridge, 1963.
Ridere per resistere
"Ridere è una boccata d'ossigeno che fa reggere il colpo, una pasticca di cianuro all'incontrario: che si prende all'ultimo momento per sopravvivere". Scrive così Jean-Michel Ribes, direttore del parigino Théatre du Rond Point, che ha avuto l'idea di dedicare la stagione 2007-2008 al ridere per resistere alla tirannia della seriosità.
Sono stati messi in scena testi di Diogene, Rabelais, Chaplin, Dario Fo, Copi, Offenbach e l'Université du Rond Point ha chiamato a collaborare su questo tema 40 conferenzieri tra scrittori, filosofi, politici, pittori e scultori, uomini di teatro. I testi sono diventati il libro, curato da Ribes, "Rire de résistence, de Diogène à Charlie Hebdo", Beaux-Arts éditions, Paris, 2007, un dizionario di citazioni e di riflessioni, che è un invito a non prendersi troppo sul serio.
Sono presentati in ordine alfabetico da "Ah, ah, ah, bien sûr" a "Zutiste" aforismi fulminanti, detti memorabili, definizioni efficaci e scritti sapienti.
Lo storico Michel Corvin ricostruisce origine e sviluppo della commedia satirica da Aristofane a Paul Valéry, l'economista Jacques Attali fornisce ricettine per ridere di tutto, lo scrittore Erik Orsenna fa l'elogio del negro nella letteratura, il consulente in strategia delle Risorse umane Pierre Hurstel descrive il ridere in azienda, il filosofo Roger-Pol Droit ringrazia Stalin per aver dato prova a contrario dell'importanza del ridere.
E l'affermazione di Stalin "Un paese felice non ha bisogno di humour" campeggia in epigrafe sulla copertina del libro e ad essa si aggiungono poi nel testo i ricordi dell'ammonizione di Ignazio da Loyola "Non ridete, non dite niente che provochi il riso" e l'asserzione dei rivoluzionari del 1789 "Un repubblicano non ride".
Sono per fortuna tutti attacchi senza esito se l'umorista Alphonse Allais, alla fine dell' '800, scrive "Ridere è per l'uomo quello che per la birra è la pressione".
La raccolta di Jean-Michel Ribes esibisce uno scoppiettio di battute, che lasciano il segno. "Ci sono molte persone la cui facilità di parlare non viene che dall'incapacità di tacere", sostiene Cyrano de Bergerac. "I morti hanno la fortuna di non vedere la famiglia che una volta all'anno, al cimitero", dice Pierre Doris. "Non mi è piaciuto lo spettacolo ma devo dire che l'ho visto nelle peggiori condizioni: il sipario era alzato", argomenta Groucho Marx.
Ne risulta un libro tutto da gustare e da consultare, come un breviario del ridere, all'inizio e alla fine di ogni giornata.
Volgarizzazione, involgarimento, volgarità
La volgarità è in ciascuno di noi e minaccia tutti di diventarne preda. E' l'assottigliamento e la sovrapposizione dei confini, la confusione generale (il "mélangisme"), che crea la volgarità. Impossibile ignorarla. Viviamo nell'epoca dell'eccesso, del kitsch, del trash, della paccottiglia, scrivono il giornalista di "Elle" Philippe Trétiack e l'antropologa Hélène Sirven dell'Université Paris I Panthéon - Sorbonne in "Limite vulgaire", Stock, Parigi, 2007, un argomento con cui nessuno s'era cimentato dopo Aldous Huxley.
La volgarità è mostrata in tutti i toni e in tutti luoghi. il suo limite è indefinibile ma chiaramente indentificabile.
Da dove è diventata il virus moderno? All'origine il concetto è nato dalla lotta di classe all'alba del XIX secolo, in nome della distinzione, quando la nobiltà trovava volgare la borghesia e questa giudicava allo stesso modo i lavoratori. Serviva per separare nettamente corpo e spirito, popolo ed élite.
Un secolo più tardi il proletariato rimproverava ai borghesi d'essere parvenu e li cacciava dal piedistallo delle élite.
Nel XXI secolo la globalizzazione ha appiattito le distanze sociali e ha universalizzato i comportamenti.
La volgarità è il prodotto della volgarizzazione connessa alla democrazia, alla "puffizzazione del mondo", senza classi, senza gerarchia, senza distanze critiche.
Manifestazioni dell'involgarimento sono gli abiti, il poker, la chirurgia estetica, la televisione, la politica spettacolo, l'improvvisazione degli esperti, "un vero tsunami, che ha fatto diventare egemone la volgarità", dicono gli autori senza moralismi nè nostalgie, sull'aria falsamente aneddotica delle differenze ormai segnate, detestando insieme ad altri e nello stesso tempo le calze di uno, la gonna dell'altra, il colore di una cravatta, la borsa troppo alla moda, la presenza in televisione, l'atteggiamento nei confronti delle nuove tecnologie, l'orientamento politico. La grande abbuffata del consumo di prodotti, strumenti, idee e tendenze ha stabilito il clima della volgarità.
Dal XVIII secolo ad oggi la volgarizzazione connessa alla democrazia ha sparato colpi di bazooka contro l'emancipazione individuale e ha valorizzato il non lavorare, la pigrizia, l'appartenenza per nascita, il patrimonio per eredità.
Tutto è stato contaminato e la speranza di sottrarsi al destino di essere volgare diminuisce di giorno in giorno.
L'unica possibilità di sfuggire a questa sorte sta nel lavoro, dando valore solo a quello che si conquista con il sudore, nello stesso modo che fece giudicare volgare dalla borghesia la classe inferiore, se non vogliamo che i volgarocrati diventino padroni del mondo. E' l'invito conclusivo dell'analisi.
Meritocrazia secondo Buffet
"La ricchezza ereditaria, nemica della meritocrazia, è in ascesa. L'uguglianza delle opportunità sta declinando. E' necessario tassare i patrimoni in maniera progressiva e significativa per riportare alla democrazia la tendenza alla plutocrazia".
Questa affermazione è di Warren Buffet, CEO di Berkshire Hathaway, proprietario di una fortuna personale di oltre 40 miliardi di dollari, numero due o tre nelle classifiche dei grandi ricchi del mondo, fatte da "Fortune" e "Forbes".
Buffet vive negli USA, dove la Congress joint committee on taxation ha previsto qualche settimana fa che nel 2009 saranno soggetti a imposte patrimoniali 9.600 straricchi, che nel 2011 saliranno a 62 mila, e non è neppure un "miliardario rosso" o un tradizionale "philantropic giver". In più occasioni ha espresso convinzioni e ha mostrato comportamenti ultraliberisti. Come quando ha deciso di affidare progressivamente alla fondazione Bill e Melinda Gates l'85% della sua ricchezza e di lasciare il resto in eredità ai figli.
Proprio per questo mette in discussione l'attuale regime fiscale del suo paese, che "ha soprattutto permesso ai super ricchi di arricchirsi". Egli suggerisce di ricominciare ad applicare le pesanti aliquote sui patrimoni, previste dall'Economic growth and tax relief reconciliation act, emanato il 7 giugno 2001, progressivamente alleggerite.
La legge, articolata in nove titoli e 84 sezioni e sottosezioni, doveva disciplinare proprio nella sua parte centrale, al titolo quinto, l'imposizione su patrimoni, donazioni e proventi connessi. Ma negli anni ha aumentato il valore delle eredità soggette a credito d'imposta, portandolo da 1,5 milioni di dollari nel 2004-2005 ai 2 milioni del 2006-2008 e ai 3,5 milioni nel 2009. Contemporaneamente il tasso d'imposizione è sceso dal 55% al 45% e nel 2010 l'imposta sarà completamente eliminata.
La soppressione non durerà per molto, giusto il tempo necessario per attrarre negli USA gli investimenti diretti esteri, che preferiscono la Cina.
Nel 2011 la EGTRRA applicherà di nuovo le aliquote fiscali previste nel 2001.
L'ultraliberista Buffet è convinto che, favorendo gli ereditieri, lo Stato americano soffochi la voglia di intraprendere e blocchi l'ascesa sociale, il che fa creare meno ricchezza. Secondo lui le tasse possono sostenere lo sviluppo della democrazia vera, quella della parità delle condizioni di partenza: un'opinione apprezzabile, nobile, ma forse non condivisa da tutti.
Quando si affrontano problematiche complesse come quella della valutazione del merito conviene mettersi d'accordo con gli altri sui criteri, i parametri e gli arbitri, a meno che non si giochi da solo e con il proprio, come fa Buffet.
Persuadere raccontando storie
Ogni anno decine di migliaia di persone si recano all' International storytelling center di Jonesborough nel Tennessee, si aggiungono al National storytelling network, partecipano agli oltre duecento festival di storytelling organizzati negli USA. Uno sguardo alle liste dei bestseller rivela l'elevato numero di libri dedicati alla tecnica dello storytelling.
L'arte di raccontare delle storie non consiste soltanto nel saper esprimere contenuti, organizzare discorsi, formulare rapporti. Apparsa in America a metà degli anni '90, è diventata un mezzo per sedurre e convincere. Mette in moto formati di narrazione molto diversi e sempre più sofisticati, fino al digital storytelling, che attua l'immersione virtuale in contesti multisensoriali e fortemente teatralizzati.
Di questo nuovo ordine narrativo svela la genealogia e il funzionamento Christian Salmon, scrittore e componente del Centre de recherches sur les arts e le langage, in "Storytelling. La machine à fabriquer des histoires et à formater les esprits", La Découverte, Paris, 2007.
Il libro è una storia in sette capitoli sul mondo virtuale di questa nuova "disciplina", su come e perchè è riuscita a invadere i mondi del commercio, del management, dell'organizzazione del lavoro, della politica, delle tecnologie avanzate, delle azioni anticrisi in paesi potenti e intere aree geografiche del pianeta.
Il processo di storytelling richiede di costruire una storia e di venderla ai mass media, fornendo un ordine del giorno, con qualche frasetta di circostanza. L'essenziale è che la storia sia edificante, emozioni, piaccia alle persone e distolga l'attenzione dai problemi che le angosciano.
La narrazione può essere quello strumento di organizzazione e controllo del consenso, che fa dire a un consigliere di Clinton, il primo presidente americano ad esservi ricorso sistematicamente: "Potremmo eleggere non importa quale attore di Hollywood, a condizione che abbia una storia da raccontare".
Salmon descrive nei primi capitoli del libro la messa a punto dello storytelling management, come tecnica per rimediare alla crisi della pubblicità e delle marche e il passaggio dal marketing degli anni '80, focalizzato sulla brand image, a quello degli anni '90, legato alla brand story, che ha sostituito le audience e le sequenze narrative ai consumatori e alle campagne pubblicitarie.
La diffusione maggiore dello storytelling management è avvenuta nel 1995, per raccontare emozionando i valori dell'autonomia, della responsabilità, della leadership e dell'innovazione, della flessibilità e dell'adattività delle persone in azienda. Ha fatto da battistrada al neomanagement degli anni 2000, fondato sui tre elementi costitutivi del cambiamento, dell'emotività e della storia nella gestione dell'identità emotiva.
Il terreno è diventato così pronto, sostiene l'autore, per passare dall' "economie fiction", quella in cui l'azienda è un copione che serve al management per regolare la messa in scena, alla "nuova fase del capitalismo", in cui sono condivise le credenze, utili per suscitare adesione e orientare i flussi di emozioni, cioè a creare una mitologia collettiva, vincolante.
Queste rappresentazioni narrative servono al management come polizza d'assicurazione e pedagogia di cambiamento.
Dall'azienda alla politica il tragitto è stato breve. Reagan, Clinton e Bush, progressivamente, hanno realizzato un incredibile "hold up sull'immaginario", manipolando l'informazione e la produzione di storie inventate di sana pianta.
Scenaristi hollywoodiani, produttori televisi, pubblicitari e giornalisti compiacenti hanno confezionato happening che le audience hanno gustato in diretta.
Lo storytelling in politica è servito a dare forma a persone ammaliate, immerse in un universo fittizio, dove sono inquadrati i comportamenti e le idee.
Un libro scritto sulla base di un ampissimo materiale giornalistico e librario, che ha il merito di guidare il lettore attraverso informazioni rimaste per lungo tempo ignorate. Una dimostrazione degli "effetti destrutturanti dell'apologia del cambiamento permanente" e del nuovo peso della propaganda e dell'infotainment. Costruito con sequenze di fatti, che servono come leve di giudizio.
Neurobiologia dell'ottimismo
"Abbiamo constatato che l'amigdala e la regione della corteccia cingolata anteriore si attivano di più quando una persona immagina che fatti negativi possono avere successivamente effetti positivi e che la connessione tra queste due aree del cervello è più forte se una persona pensa a una situazione piacevole. C'è una stretta relazione di queste attività cerebrali con una visione ottimistica". In questa dichiarazione alla Reuters di Tali Sharot dell'University College of London c'è la sintesi della ricerca, condotta da un gruppo interdisciplinare e internazionale presso la New York University, con il coordinamento di Elizabeth Phelps, professore di psicologia e scienze neurali in questa università.
I ricercatori hanno sottoposto a risonanza magnetica funzionale per immagini un gruppo di volontari, impegnati a ricordare episodi passati o a immaginare quelli futuri della propria vita personale, per rilevare in essi il livello di orientamento all'ottimismo.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati nell'ultimo numero di ottobre del settimanale "Nature" in un articolo, intitolato "Optimism brain region identified".
Grazie alle immagini ottenute con la risonanza è stato osservato il meccanismo cerebrale in relazione con l'ottimismo e le differenze tra una persona e l'altra. Le attività dell'amigdala, un gruppo di neuroni collegati alle emozioni e all'esperienza personali, e della corteccia cingolata anteriore, una regione tra i due emisferi, erano minori quando le persone si vedevano in situazioni negative future o quando ricordavano il passato. Le attività delle due aree aumentavano quando le persone erano più ottimiste.
"Mentre il passato è rigido, il futuro è aperto alle interpretazioni e alle speranze e le persone possono prendere le distanze dagli effetti negativi e focalizzare l'attenzione su quelli positivi", spiega Phelps.
"I sintomi depressivi uniti all'orientamento al pessimismo e alla consapevolezza delle difficoltà reali provocano immagini negative del futuro. Il cattivo funzionamento della connessione neurale tra l'amigdala e la corteccia cingolata anteriore potrebbe essere all'origine della psicopatologia", secondo i ricercatori, "invece gli ottimisti potrebbero adattarsi meglio alle situazioni difficili".
Lo studio delle disfunzioni di questa connessione e dell'attività neurologica potrebbe costituire una base per la diagnosi e l'intervento terapeutico sulle depressioni.
Sviluppo della cognizione spaziale con i videogame
Un gruppo di ricercatori del dipartimento di Psicologia dell'University of Toronto, composto da Jing Feng, Ian Spence e Jay Pratt, ha scoperto che alcune differenze tra uomini e donne, dovute a deficit di capacità di queste nel compiere attività basate su un alto livello di attenzione spaziale, possono essere largamente ridotte da un addestramento di 10 ore con videogame del tipo "sparatutto".
Il rapporto di ricerca, intitolato "Playing an action videogame reduces gender differences in spatial cognition" è stato pubblicato nell'ultimo numero di ottobre di "Psychological Science".
I ricercatori sono partiti con l'obiettivo di misurare le differenze di genere nel possesso delle capacità biologiche, base della cognizione spaziale. Hanno perciò costituito due gruppi di 20 persone scolarizzate, uno di donne e uno di uomini tra i 19 e i 30 anni, per confrontare sperimentalmente in due prove successive i loro processi di attenzione.
Nel primo esperimento hanno usato come stimoli dei videogame, che presentavano immagini insolite e hanno constatato che l'attenzione delle donne era meno reattiva di quella degli uomini, perchè il passaggio stimolo - identificazione - valutazione dell'immagine - risposta era meno efficiente.
Per eliminare ogni influenza di precedenti videogiocate hanno fatto un secondo esperimento e hanno misurato l'attenzione spaziale di donne e uomini in due gruppi misti, fatti da 20 persone, che non avevano mai giocato a videogame addestrate per 10 ore con dei videogame e da altre 20 prive di addestramento.
I risultati del gruppo delle persone addestrate sono stati sorprendenti. Le differenze tra donne e uomini si sono ridotte e tutti i componenti di questo gruppo hanno avuto risultati migliori di quelli dell'altro.
I ricercatori ritengono che la differenza di attenzione è d'origine culturale e non biologica e può essere eliminata con la pratica dei videogame.
Perchè decidere d'istinto
Gerd Gigerenzer è uno psicologo sociale, direttore del Max Planck Institute for human development di Berlino, specialista del pensiero intuitivo. Ha appena pubblicato il suo ultimo libro "Gut feelings. The intelligence of the unconscious", Viking-Penguin, New York, 2007.
Letteralmente, "gut feelings" significa "sentimenti istintivi", un'espressione che Gigerenzer precisa in "giudizio rapido, che giunge subito alla coscienza senza che una persona sappia perchè ha questa sensazione e abbastanza forte da essere messo in atto senza sapere da dove arriva". Il giudizio è basato su semplici regole euristiche, su certe capacità che il cervello ha sviluppato attraverso il tempo, l'esperienza e l'evoluzione.
"Una decisione intuitiva è il contrario di ammassare informazioni: per sapere istintivamente che cosa bisogna fare non servono".
Provocatoriamente l'autore chiede al lettore: "Hai mai pensato perchè qualche volta sapresti cosa fare ma non vuoi farlo? O sei incerto tra due opzioni e ne scopri una terza che va d'accordo con quello che senti?". Spesso la ragione convince meno delle sensazioni.
E' perchè l'intuizione è un comportamento che ha basi neurologiche, che si sviluppa per garantire agli umani una risposta immediata difronte ai dilemmi. Il cervello non si impunta nella ricerca della decisione giusta, evolve per prendere decisioni in base all'adattamento all'incertezza. "Un problema complesso richiede una soluzione complessa, almeno così crediamo. Di fatto in un ambiente imprevedibile è vero l'opposto".
"Gut feelings" dà un esempio dietro l'altro per dimostrare che le analisi razionali e le misurazioni servono come un percorso predeterminato a un giocatore di baseball per acchiappare una palla al volo. Mentre il cervello ha già immessa dentro di sè tutta una "serie di furbi calcoli matematici", che servono per andare a punto, basati sull'esperienza di centinaia di prese precedenti. "Ogni giocatore ha la consapevolezza di come tenere d'occhio la palla".
Gigerenzer non indica come pensare o che cosa fare. Spiega perchè le persone pensano e fanno per trarre beneficio dalle loro azioni. Indica perchè una decisione razionale può essere estranea al pensiero razionale e guarda al buon senso di concetti come "colpo per colpo".
Senza ricorrere a gergo specialistico affronta questioni di logica, di esperienza umana, di intelligenza sociale, di potere dell'intuizione, del nascere della fiducia, dell'appartenenza e della collaborazione, ricostruisce i processi, i meccanismi e le variabili che costituiscono i "sentimenti istintivi" e ne chiarisce l'azione.
Il suo libro è un'esplorazione di alto livello scientifico sulla razionalità umana, fondamentale per approfondire le dinamiche dei processi cognitivi che sostengono la presa di decisione.
Coppie difronte al lavoro instabile
L'economia della flessibilità sembra l'unica possibile nella competizione globale, destinata a durare per un tempo indefinito con le sue logiche d'azione, configurazioni organizzative e meccanismi di gestione, tutti centrati sulla reattività e la breve durata di competenze, tecnologie e impieghi delle persone.
"Tuttavia un occhio attento è in grado di distinguere la flessibilità autentica da quella solo apparente e di valutare freddamente quando la scissione tra flessibilità e precariato è occultata in un pretesto o in una piega della definizione contrattuale".
"Il linguaggio e il vocabolario elogiativi del cambiamento produttivo dinamico e serrato sono diventati correnti fino a suonare convenzionali e retorici, per opera di partigiani della nuova economia, i quali prendono le mosse dall'osservazione delle combinazioni più felici tra flessibilità e capitale umano, tra flessibilità e motivazioni".
Con occhio attento ha guardato alla vita di coppia difronte all'l'instabilità della occupazione, indagando come uomini e donne reagiscono e rinnovano giorno per giorno la loro intesa tra lavori a termine e redditi talvolta modesti, Simonetta Piccone Stella, professore di Sociologia dei processi culturali nell' università di Roma La Sapienza, curatrice di "Tra un lavoro e l'altro. Vita di coppia nell' Italia postfordista", Carocci, Roma, 2007.
Il libro nasce da una ricerca, realizzata a Catania, Milano, Napoli, Roma e Torino, intervistando 312 persone, che compongono 156 "belle coppie" e "unioni salde", un lavoro di un gruppo fatto quasi completamente da donne.
La ricerca ha messo a fuoco il processo del mettere su casa a Napoli, l'influenza del lavoro atipico sulle scelte procreative a Catania, i problemi dell'allevamento di un bambino a Roma, i modi di gestione delle risorse disponibili, adottati da persone che stanno ridefinendo il loro percorso di lavoro nel Canavese (Torino), la relativa forza di lavoratori ad alta qualificazione sul mercato del lavoro a Milano.
Ha disegnato la mappa delle contromisure e delle strategie con cui i due componenti della coppia si ripartiscono per genere gli inconvenienti e i pesi del lavoro instabile.
Le coppie appartenenti al campione sono di diversa estrazione sociale. 87 sono sposate e 69 no.
Su 312 intervistati, 163 sono laureati o hanno un titolo postlaurea, il 52%, 115 sono diplomati, il 38,8% e un po' meno dell'11% ha soltanto il livello di terza media inferiore. Il 55% delle donne è laureata contro il 49% degli uomini. Sono diplomati il 49% degli uomini rispetto a poco meno del 45% delle donne.
I risultati di ricerca mostrano che c'è incongruenza tra titolo di studio, collocazione professionale e reddito, tra tipo di formazione e ruolo ricoperto, soprattutto per le donne.
Le donne sono la forza lavoro preferita dai dirigenti d'azienda. Esse propendono per impieghi che consentono di muoversi tra famiglia e lavoro e incontrano il gradimento di chi vuole assumerle con contratti a tempo, non rinnovati in caso di maternità. Viene a riattualizzarsi così un modello culturale datato, di lavoro integrativo del reddito del nucleo familiare, subalterno e sussidiario a quello maschile.
Le reti parentali costituiscono un vero e proprio capitale economico, che dà la sicurezza di poter mettere su casa, di poterla pagare, di affrontare gli imprevisti della quotidianità a chi vive di contratti a termine e di lavori atipici.
La precarietà peggiore è quella della coppia che ha tutt'e due i componenti privi di lavoro a tempo indeterminato. E' una situazione frequente nel Sud, aggravata talvolta da un periodo iniziale di prestazioni in nero, anticamera dell'occupazione temporanea.
Dal mosaico composito emerge l'elasticità che le coppie sviluppano quando le energie dei partner si uniscono nella relazione, per affrontare le difficoltà economiche e psicologiche e il peso di fattori, quali il genere, l'estrazione familiare, le risorse assicurate dalla famiglia di origine, il grado d'istruzione, il capitale culturale, le competenze accumulate nelle prime esperienze lavorative.
Farcela è tutto merito delle persone, che non traggono vantaggio dalle attuali condizioni di lavoro e di vita.
Dirigere al femminile
Dirigere al femminile un'azienda dovrebbe essere probabilmente differente dal dirigerla al maschile. Di questo stile di direzione abbiamo un'ampia esperienza dalla seconda metà del secolo XIX e dalla nascita dell'organizzazione industriale moderna. Di quello femminile conosciamo soltanto le proposte di costruzione degli studi di genere nella teoria manageriale e le valorizzazioni maschili di questo potenziale nella gestione delle Risorse umane.
Alla prima categoria appartiene il libro di Anna Mercadé "Dirigir en feminino", Gestión 2000, Madrid, 2007. L'autrice è presidente della FIDEM, la Federación internacional de la mujer emprendedora ed è una consulente, che si occupa di creazione d'impresa e sviluppo delle carriere femminili nel paese mediterraneo con il più alto tasso di crescita del PIL e un governo a forte presenza femminile.
Per Mercadé dirigere al femminile vuol dire "farlo con le abilità che noi donne e alcuni uomini hanno sviluppato ancestralmente, presenti in una parte del cervello più sensibile, intuitiva e creativa, che la scienza ha confermato, preparata per mediare nei conflitti, collaborare, coordinare e fare la pace piuttosto che competere, abilità per la comunicazione e le relazioni personali, che caratterizzeranno l'impresa del futuro".
Lo stile di direzione femminile distinguerebbe le organizzazioni aziendali a configurazione piatta, non gerarchica.
Questo assunto femminista limita tutta l'elaborazione dell'autrice, che occupa una buona metà del libro a ricordare perchè nell'attuale panorama lavorativo le donne occupano posizioni di secondo piano e quelle pochissime che sono al vertice delle imprese si rifanno pedissequamente ai modelli maschili di gestione.
"Dirigir en feminino" incomincia addirittura con la domanda: "Ti rifai a un modello femminista rivendicativo o a una molliccia e pacchiana difesa di diventare dirigente perchè vali?"
Solo nella seconda parte il libro decolla, quando documenta quali sono gli ostacoli veri con cui deve fare i conti una donna in carriera, dal proprio aspetto fisico, alla maternità, all'organizzazione aziendale, alla debolezza sul mercato del lavoro.
Mercadé raccoglie le opinioni di donne dirigenti sui fattori d'efficacia del loro stile di direzione paragonato a quello dei loro colleghi uomini. Ne viene fuori uno spaccato della realtà manageriale della grande e media azienda spagnola, fatta di culture e origini etniche differenti, in amalgama quando questo modello di business ha successo nei mercati più competitivi delle telecomunicazioni, delle infrastrutture e della finanza.
Dalle interviste si ricavano le attività di formazione e sviluppo di aziende molto avanzate nell'offerta di opportunità di carriera alle donne.
Così l'affermazione "Dirigere al femminile" prende corpo e si delinea come una forma di gestione basata sul dialogo, l'interpretazione condivisa dei fenomeni, il lavoro in team, il riconoscimento della leadership per sostegno e competenza utili al raggiungimento degli obiettivi aziendali e alla qualità della vita delle persone.
Capire al volo
Malcom Gladwell è un divulgatore di straordinaria abilità, che scrive per "The New Yorker". E' autore di best seller sui più disparati argomenti e non è nuovo ad affrontare il tema dell'interpretazione e del giudizio sui fatti. Sette anni fa ha scritto "The tipping point. How little things can make a big difference", una raccolta di storie di vita quotidiana sulla rapidità di giudizio e la prontezza della mente.
Pubblica adesso "Blink: the power of thinking without thinking", Back bay books, New York, 2007, un libro in cui illustra come funziona quella parte del cervello che sostiene le decisioni rapide, il potere della cognizione veloce, il controllo dei pre-giudizi, come gli uomini usano la mente e l'importanza dell'ambiente sociale a contatto.
In 320 pagine divertenti e chiarificatrici fa analizzare che cosa succede in un batter d'occhi efficaci. Non è il tempo, sostiene, a fare la bontà di una diagnosi, ma che cosa si guarda e come.
In "Blink", scrive, "incontriamo lo psicologo che ha imparato a prevedere se un matrimonio è alla fine in pochi minuti di osservazione di una coppia, il maestro di tennis che sa quando il giocatore fallirà il rovescio prima che la racchetta colpisca la pallina, l'antiquario esperto nel riconoscere un falso con un'occhiata".
Abilità che si acquisiscono migliorando il proprio metodo di osservazione, di ascolto, di valutazione secondo parametri personali, costruiti razionalizzando successi e insuccessi in una metodologia di giudizio.
Il segreto di una veloce valutazione sta nello sgomberare la mente e nel mettersi nella situazione di partire da zero, come chi non sa niente di quello che vede e che sente. Se ci si allena ad accentuare l'attenzione sui punti chiave da conoscere, in riferimento a quello che bisogna sapere, la cognizione è immediata.
Basta imparare a individuare questi punti chiave, diversi da situazione a situazione, da avvenimento ad avvenimento, da persona a persona.
E' un metodo che funziona al pronto soccorso dell'ospedale e nella ricerca documentale, ma che aiuta anche a difendersi dalle manipolazioni dei marketer, che puntano su un allentamento del processo di attenzione, interpretazione e comprensione per ottundere la mente e imporre la propria scelta.
Gladwell sottolinea l'importanza dell'analisi sugli errori commessi per capire perchè si è finiti nelle mani dell'uomo nero e della situzione senza via d'uscita.
Il metodo di apprendimento suggerito deve essere utilizzato in tutte le occasioni possibili per crearsi strutture mentali capaci di valutazioni e decisioni spontanee.
Un libro tutto da gustare, pieno di esempi, casi e battute azzeccate, conciso e provocatorio.
Dinamiche del mercato del lavoro
Perchè il mercato del lavoro, che sembrava rispondere ai criteri della concorrenza perfetta, si è rivelato il più conflittuale? E perchè solo gli attori di questo mercato hanno il diritto di coalizzarsi riconosciuto dal legislatore?
Alla fine del 18° secolo i primi paesi industrializzati avevano dichiarato di volere liberalizzare il mercato del lavoro. Ancora oggi però restano acuti gli stessi motivi di conflitto tra lavoratori e imprenditori, che hanno contribuito a fare evolvere la società industriale. Durata del lavoro, livelli retributivi, condizioni lavorative e sicurezza dell'impiego restano questioni centrali per i contratti e gli accordi fra le parti e per la normazione.
Partendo dalle specificità storiche del mercato del lavoro, Jean Vercherand, economista del lavoro, ricercatore dell' INRA, in "Le travail: un marché pas comme les autres", Presses universitaire de Rennes, Rennes, 2007, analizza alla luce della teoria neoclassica dell'economia l'asimmetria dei rapporti di forza tra imprenditori e lavoratori.
L'offerta di lavoro, sostiene, non è autonoma dalla domanda, anzi le è subordinata. L'imprenditore può influenzare la durata e l'intensità dell'offerta di lavoro dipendente, il lavoratore non può ottimizzare le sue preferenze in un'offerta di lavoro, che assume la configurazione di un ventaglio di opportunità a disposizione del datore di lavoro.
Il progresso tecnico inoltre mette in gioco l'incremento di produttività del lavoro e, sul lungo periodo, i redditi unitari e quindi la propensione al consumo dei lavoratori, su cui viene contemporaneamente esercitata l'innovazione.
Gli effetti di questa pesano sulla disponibilità dei beni in aumento e sulla minore capacità di spesa dei lavoratori.
Il libro di Vercherand fa capire con esemplare chiarezza in che modo e perchè si intrecciano le variabili, conflittuali, della rigidità retributiva, del potere reale di acquisto, dell'instabilità occupazionale, delle disuguaglianze sociali con l'espansione della disponibilità di beni e delle differenze tra remunerazione del lavoro e del capitale.
Il conflitto è deideologizzato e presentato come ineliminabile per le variabili che l'intrecciano.
L'autore mostra l'impossibilità di un mercato del lavoro "normale" e la complessità di tutti i problemi sociali, ideologici e politici, che devono essere affrontati specificamente e che hanno il loro fondamento nelle disuguaglianze degli attori.
Antenati dell'uomo già bipedi
Si è creduto finora che il procedere eretti su due gambe fosse una caratteristica esclusiva assunta dagli uomini quando scesero dagli alberi per vivere nella savana e abbandonarono il quadrupedismo.
Uno studio di tre ricercatori inglesi, Susannah K. Thorpe, Roger L. Holder e Robin H. Crompton delle università di Birmingham e di Liverpool, pubblicata venerdì sulla rivista americana "Science", dà invece una nuova spiegazione. Afferma che in anticipo sull'uomo già i primati erano bipedi e si muovevano eretti per attraversare i boschi e andare in cerca di cibo.
Gli studiosi provano quanto sostengono con un'analisi comparativa. Hanno osservato per un anno il comportamento degli urang utang nella foresta pluviale di Sumatra e hanno registrato 3.000 esempi del loro "bipedismo assistito con le mani", come lo chiamano.
Espongono le loro conclusioni nell'articolo "Origin of human bipedalism as an adaption for locomotion on flexible branches".
Gli urang utang sono più lontani dagli uomini delle scimmie e dei gorilla eppure si muovono su due piedi ogni volta che camminano su rami flessibili. Gli antenati dell'uomo diventarono bipedi allo scopo di avere le mani libere e così affrontare anche i percorsi meno stabili per raccogliere il cibo necessario alla sopravvivenza.
A Sumatra la foresta si sta progressivamente riducendo e impoverendo. Gli urang utang devono sempre più spesso scendere al suolo dall'alto degli alberi e sfidare pericoli mortali, come l'assalto delle tigri, perchè non riescono più a trovare di che nutrirsi nel fogliame in cui abitano.
Qualcosa di simile avvenne ai progenitori dell'uomo tra 24 e 5 milioni di anni fa, quando cambiò il clima in Africa centrale e orientale, la grande foresta si spezzettò ed essi capirono che dovevano cambiare habitat per luoghi con maggiore disponibilità di cibo. Già con abitudini da bipede, incominciarono a cercare che cosa poter mangiare al suolo e tra la vegetazione meno alta.
Dai fossili di quattro milioni di anni fa non è del tutto completamente chiaro se a quel tempo gli uomini fossero già bipedi. Lo diventarono forzatamente per via del cibo alla fine del Miocene.
Le prove fornite dagli Inglesi non convincono altri primatologi, seguaci della teoria che gli uomini abbiano avuto l'emancipazione degli arti inferiori e la specializzazione delle mani con la conseguente evoluzione dell'encefalo nell'Oligocene, il terzo periodo dell' era Cenozoica, fra 37 e 26 milioni di anni fa, prima di scimmie, gorilla e urang utang.
Questa evoluzione fu contrassegnata dalla fine delle abitudine arboricole e della dieta vegetale.
Ricerche e polemiche ad altissimo livello scientifico continuano.
Fenomenologia della precarietà
"Le persone in soprannumero non sono propriamente escluse. Sono spossessate di se stesse dalla società che le fabbrica continuamente a fiotti, con un piede dentro e un piede fuori". "Questi esclusi-inclusi sono sottoposti a un regime insostenibile", perchè il precario spera di raggiungere al più presto la condizione di normale e rimane "legato alla configurazione sociale che lo squalifica e gli dà esistenza". "La forma estrema di squalifica è la disoccupazione, che può manifestarsi in modi differenti anche all'interno del lavoro".
Sono poche battute impressive di una fenomenologia della precarietà, disegnata da Guillaume Le Blanc, un giovane filosofo, specialista di Foucault e di Canguilhem, professore all'Université Bordeaux III, nel suo "Vies ordinaires, vies précaires", Seuil, Paris, 2007.
Banalizzata come condizione sociale, la precarietà è ormai presente nella nostra quotidianità come un processo, che fa perdere progressivamente ogni aggancio con una vita ordinaria. Essere precario comporta il perdere a mano a mano di avere voce in capitolo, di non avere più la facoltà di giocare con le norme sociali per poter trarre beneficio dai rapporti con gli altri.
Paradossalmente la malattia della precarietà si sviluppa in chi fa sempre maggiore fatica a conservare la propria normalità, a darsi l'apparenza della propria condizione, quella a cui è rimasta attaccata la propria identità, e a salvaguardare quel po' di autostima che gli resta. Quando soccombe agli sforzi arriva a partecipare alla propria invisibilità.
Il processo che fa perdere ogni aggancio con una vita ordinaria comincia con la disoccupazione. Con questa separazione forzata la persona non ha più i suoi riferimenti. "Il lavoro, scrive Le Blanc, è costitutivo delle norme sociali", è motivo di coesione, è ancoraggio delle relazioni.
La persona disoccupata perde un elemento essenziale, vitale, per partecipare all'elaborazione delle norme di condotta di cui ha bisogno per sentirsi pienamente compiuto.
Una società che produce strutturalmente precarietà non è una "società decente". Se la filosofia può sperare di contribuire alla critica sociale, deve "tradurre queste esperienze di inesistenza e ridare diritto di cittadinanza a queste voci", continua l'autore.
Lungi dal proporre una normalizzazione è necessario porgere sostegno alle persone socialmente deboli e ridare loro la possibilità di avere riconoscimento.
La produzione della società decente procede con il ritmo stesso della vita se le persone non sono tuffate d'autorità in processi di disgregazione dei rapporti.
Tutti i discorsi sulla necessità di ritornare al lavoro o di usufruire dell'assistenza pubblica non affermano altro che l'incapacità di sapere produrre coesione in altro modo.
Le nostre società hanno un rapporto complesso con il lavoro.
Bisognerà esplorare anche altre possibilità al di fuori di esso. La via d'uscita dalla fenomenologia della precarietà è il dirittto di ognuno alla vita, che riconosca le sue capacità e gli garantisca i suoi diritti fondamentali.
Storia dell'industrial design italiano
"Il giudizio per cui lo stile non si trova 'interamente' contenuto in alcun esempio reale comporterebbe di assegnarlo non tanto alla storia-realtà, quanto alla storia-studio, la storiografia, di annoverarlo dunque fra gli 'artifici storiografici' ".
"Con l'espressione 'artificio storiografico' intendo indicare schemi, parametri, criteri interpretativi, tipi-ideali e simili; vale a dire non fatti riscontrabili materialmente nel processo storico, bensì idee e concetti che costituiscono gli elementi costitutivi della storia-studio o storiografia".
"L'idea di 'costruire' e utilizzare metodologicamente 'artifici storiografici' è imposta dalla fenomenologia propria delle arti contemporanee... Ad un codice-stile forte si sono sostituiti tanti codici-stile deboli: gli 'ismi'. Cosicchè alle ambiguità proprie del concetto di stile, si è recentemente aggiunta quella della precarietà delle tendenze, delle poetiche, del rapido consumarsi dei gusti e delle mode".
Scrive così Renato De Fusco, professore emerito di Storia dell'architettura all'università di Napoli, nell'introduzione a "Made in Italy. Storia del design italiano", Laterza, Roma, 2007. Un libro che traccia la complessa evoluzione dell'industrial design italiano nell'ultimo secolo per fenomenologia degli stili e non per successione cronologica.
Il carattere delle differenti produzioni, che ha fatto proporre una concezione pluralista del design per comprenderle, considera le esperienze secondo le quattro componenti, tra loro interdipendenti, del progetto, della produzione, della vendita e del consumo, la cosiddetta "teoria del quadrifoglio", una metodologia che consente di studiare separatamente queste quattro parti e di verificare in quale periodo e contesto territoriale ciascuna di esse ha caratterizzato maggiormente i prodotti.
Il libro si riaggancia alla precedente opera dell'autore, "Storia del design", Laterza, Roma, 1985. I venti capitoli affrontano il liberty, il futurismo, l'art déco, il fascismo, il razionalismo, lo stile Olivetti, il neo-storico (Azucena, neoliberty, i maestri della Cassina), il polimaterico, il gioco tra l'hi-tech e il minimalismo, il radical design, fino al nuovo artigianato e al rapporto con Internet, in un paese come il nostro dove mancano, o sono mancati, solidi riferimenti, quali risorse, imprese industriali, committenza, che hanno inevitabilmente influenzato la parabola del design.
Lo stile - "artificio storiografico" serve come una sorta di contestualizzazione per indicare che cosa è avvenuto nei diversi periodi e per rilevare il peso del fattore gusto, come componente dei limiti estetici racchiusi nell'italian style.
Temi e problemi affrontati dall'autore beneficiano di un'ampia e documentata ricostruzione delle esperienze, di un'efficace abilità di narrazione e di una forte passione per il lavoro di storico.
Terapia filosofica per le crisi da disoccupazione
La disoccupazione intellettuale suscita negli interessati stati d'animo alternati di depressione e di euforia, di riduzione dell'autostima e di azioni per il recupero dell'identità sociale. Nella fase alta del ciclo possono essere messi in atto tentativi di uscire dall'isolamento, provocato dalla perdita del lavoro, di darsi obiettivi e iniziare un percorso verso una diversa occupazione più nobile di quella perduta, che mostri un talento e delle competenze finora trascurate.
Nascono così le attività creative di scrittura di saggi, romanzi, poesie, canzoni, che affrontano i problemi della condizione attuale o formulano proposte per il miglioramento del contesto aziendale in cui si è lavorato.
Sono numerose le testimonianze quasi diaristiche di questi stati d'animo, che hanno avuto successo presso il pubblico e hanno portato a cambiare mestiere o a migliorare la reputazione e a fare reimpiegare il disoccupato.
Una proposta terapeutica per le crisi di identità causate dalla disoccupazione la dà Jean Louis Cianni, attuale direttore della Communauté d'agglomeration du Bassin de Thau (Sète), in "La philosophie comme rèmede au chômage", Albin Michel, Paris, 2007, un breviario laico di meditazioni per riappropriarsi di sè e riconsiderare i rapporti con gli altri e il mondo.
L'autore è stato per oltre dieci anni giornalista professionista in un quotidiano e in una agenzia di stampa. Ha diretto una società di p.r. e poi ha fatto per nove anni il direttore comunicazione di Air Littoral, un'azienda, finita nel 2001 e giudizialmente nel 2004, travolgendo 1.100 dipendenti. A 49 anni si è trovato disoccupato di colpo e ha passato tre anni arrangiandosi con qualche lavoretto di insegnamento, fra gli effetti mediatici del fallimento.
Durante la disoccupazione, quando la moglie e il figlio uscivano e si trovava solo in casa, ha usato la sua biblioteca degli studi universitari in filosofia e linguistica, quale cassetta di pronto soccorso, per reagire alla "vera morte sociale", come Cianni la chiama.
Con Socrate e Seneca ha migliorato la consapevolezza di se stesso e delle sue risorse, con Montaigne ha riguadagnato l'autostima, con Schopenauer ha capito il significato della perdita degli amici, con Diderot ha approfondito la conoscenza delle variabili intervenienti sull'angoscia.
Da queste letture è nato il libro. Cianni ha analizzato i sintomi della malattia psichica del disoccupato e vi ha opposto come rimedio le lezioni risanatrici dei grandi filosofi. Tredici capitoli, ognuno ispirato da un maestro del pensiero.
Ne è risultata un'opera chiara, che dà al lettore la tonicità necessaria per reagire contro una malattia spersonalizzante e aiuta a darsi da fare nella ricerca del lavoro.
Come si costruisce l'opinione media
L'uso dei sondaggi per formare l'opinione pubblica è oggetto d'attenzione dei sociologi e dei politologi americani fino dagli anni '20. Come è stato detto da più parti, la combinazione dei sondaggi con i mass media, che ne legittimano i risultati, esprime in modo semplificato una realtà ben più complessa e può contribuire a diffondere una conoscenza manipolata dei comportamenti collettivi.
Alla storia dei sondaggi, alla scelta dei temi d'indagine, al ruolo degli istituti di ricerca nella costruzione di un pubblico di massa in America è dedicato il libro di Sarah E. Igo "The averaged American. Surveys, citizens and the making of a mass public", Harvard University Press, Cambridge, 2007.
L'autrice insegna storia nell'University of Pennsylvania e guarda al suo oggetto di studio combinando gli aspetti culturali e politici dei modi di fare ricerca, succedutisi dal 1920 agli inizi del nuovo millennio. Sono anni di profonde trasformazioni sociali, analizzate dai ricercatori del tempo per cogliere i cambiamenti delle abitudini d'acquisto e di vita delle persone e informare le aziende e i politici per agire più efficacemente nei loro confronti.
Igo ricostruisce perciò le grandi inchieste delle origini della sondaggistica: i "Middletown studies", realizzati tra il 1920 e il 1937 da Robert e Helen Lynd, per "dissezionare" le vite dei cittadini di una città media degli Stati Uniti, Muncie nell'Indiana, la realizzazione da parte di George Gallup e di Elmo Roper del primo sondaggio sulle intenzioni di voto nel 1935, le ricerche sul comportamento sessuale compiute da Alfred Kinsey nel 1948 e nel 1953.
L'obiettivo di queste indagini, documenta l'autrice, fu quello di definire il profilo dell'americano medio, che "avrebbe potuto comprare i prodotti delle aziende o votare i candidati dei partiti". Come scrisse il settimanale "Newsweek" nel 1947 le ricerche tendevano a "fare emergere una figura fantasmatica...l'uomo tipico americano".
La individuazione di questo tipo medio escludeva larga parte della popolazione, come gli afro-americani e gli immigrati nelle ricerche dei Lynd, i provenienti dal Caucaso in quelle di Kinsey.
I poveri, le minoranze razziali e gli immigrati non rientravano nel profilo del pubblico di massa, della "comunità immaginata".
I risultati delle ricerche erano adattate alla comprensione e alle aspettative dei committenti. I ricercatori approfittavano delle tecniche di ponderazione dei dati, di interpretazione delle opinioni e i giornali continuavano l'opera di raddrizzamento ipersemplificando l'informazione.
Tant'è che i cambiamenti e le manipolazioni dei risultati spinsero Eleanor Roosevelt a protestare Gallup.
Queste pratiche continuarono per tutti glianni '60 e '70. Ma i sondaggisti erano incaricati di alterare le indagini per creare l'effetto bandwagon.
Ancora nel 1985 il Congresso rifiutò di prendere in considerazione, perchè "sistematicamente semplicistiche", le elaborazioni statistiche contenute in United States Census.
Usare i sondaggi e accentuare le tendenze, scrive Igo, è servito a quel sogno americano, che ha procurato consenso alla politica e adesione all'economia.
Il suo libro descrive sulla base di una ricchissima documentazione d'archivio l'addomesticamento di attività e di risultati delle ricerche perchè i committenti potessero leggere la "realtà" e influenzare le masse.
Evoluzione delle realtà sociali del lavoro
Nella sociologia del lavoro dei primi anni '60 il lavoro era soprattutto il mezzo a disposizione dell'uomo per il dominio sulla natura, per misurarsi con il reale, per passare dallo stato di necessità alla libertà e dalla schiavitù alla dignità. Il lavoratore per antonomasia era l'operaio della grande industria, che il taylorismo aveva isolato e adibito a lavorazioni standardizzate con il "tempi e metodi".
Divisione del lavoro e divisione sociale coincidevano largamente. Il lavoro costruiva l'identità, socializzava, dava coscienza al lavoratore dei suoi diritti, difesi con l'azione sindacale.
Negli anni '80, con le trasformazioni dell'organizzazione aziendale, si viene a imporre un nuovo modello di lavoratore, più preoccupato della sua collocazione sul mercato del lavoro e dell'utilizzazione delle sue competenze. Le persone riconsiderano i rapporti tra statuto sul mercato del lavoro, traiettoria sociale e investimento nel lavoro perchè non ci sia divario troppo forte con l'occupazione in atto.
Si tratta di legare lavoro svolto e riconoscimento della professionalità posseduta in un'attività, che associ più autonomia decisionale e operatività, insieme a una maggiore continuità del rapporto di subordinazione.
Le nuove forme di organizzazione aziendale non attenuano la individualizzazione provocata dalla gestione personalizzata dei lavoratori.
Un bilancio delle rappresentazioni del lavoro organizzato in questi ultimi anni mostra che le concezioni ideologiche vi hanno prevalso. Si è passati successivamente dal "diritto alla pigrizia" alla "fine del lavoro", attraverso l' "imprenditore di se stesso", l' "impiegabilità" e la "competenza".
Michel Lallement, sociologo del lavoro e dell'organizzazione nel Conservatoire national des arts et metiers e codirettore del Laboratoire interdisciplinaire pour la sociologie économique, considera in prospettiva storica i fenomeni della disoccupazione di massa, della delocalizzazione, della flessibilità, della pluriattività, all'origine della crisi del lavoro, in "Le travail. Une sociologie contemporaine", Gallimard, Paris, 2007.
Analizza perciò le dimensioni inedite di trasformazione delle produzioni di beni e servizi per cogliere le condizioni collettive di lavoro e di vita, troppo spesso vissute come espressioni di stress, di legame a forme di attaccamento aziendale e di sicurezza socio-professionale, che le nuove configurazioni organizzative hanno abbandonato.
Il lavoro resta fattore essenziale d'integrazione, sostiene Lallement, come la sua mancanza prova crudelmente. Il lavoro organizza e precisa il senso delle divisioni tra gruppi sociali, tra professioni, tra età e sessi. Produce individui.
La crisi del lavoro è dovuta alle interazioni, che richiedono di dare prova di competenze multiple e di capacità di rapporti con i destinatari interni ed esterni all'azienda delle attività svolte.
Se vengono considerati i fattori costituenti della di-visione del lavoro, dell'individuazione delle persone nell'impresa, dell'integrazione nell'azione organizzativa, della regolazione delle forme dell'azione collettiva, è affrontata la realtà, senza trascurarla a favore delle scelte ideologiche.
672 pagine di ragionamenti sui fatti, di dimostrazioni che fanno appello alla tradizione sociologica francese, di abbondante letteratura specialistica europea, indispensabili per chi si occupa di gestione delle Risorse umane.
Convergenza dei media e nuova cultura della partecipazione
"La convergenza culturale è un'espressione che denota un modello emergente di relazioni che intrecciano divertimento, pubblicità, marchi e utilizzatori in modo spesso creativo e sorprendente". Il modello ha tre componenti principali
- il "divertimento transmediale", che descrive il flusso di narrazioni, immagini, caratteristiche e informazioni che arrivano agli utilizzatori da differenti piattaforme comunicative;
- la "cultura partecipativa", che indica come gli utilizzatori interagiscono con i contenuti e i produttori dei media per esplorare il territorio della comunicazione;
- il "marketing esperienziale", che si riferisce ai percorsi chiave da compiere per capitalizzare la cultura e all'ambiente in cui avvengono le combinazioni dei media.
"La convergenza descrive un processo più che un punto di arrivo".
Scrive così Henry Jenkins, direttore del programma di studi comparativi sui media del Massachusetts Institute of Technology, nel libro "Convergence culture. Where old and new media collide", New York University Press, New York, 2006.
Come il titolo del libro suggerisce, l'autore ritiene che la convergenza sia innanzitutto un processo culturale. Può avvenire con il supporto di piattaforme mediali differenti, che vanno dall'alto in basso, come nella produzione dei mass media, o dal basso in alto come nella ricezione e interpretazione degli utilizzatori.
Con le tecnologie dell'informazione e della comunicazione l'utilizzatore ha accresciuto le sue possibilità di scelta e di controllo sui media ed è diventato capace di partecipare alla creazione di nuovi strumenti.
Gli utilizzatori, quelli che una volta erano la audience o addirittura il pubblico, si stanno formando una nuova cultura mediatica, le cui tracce possono essere riconosciute per il modo con cui essi usano gli strumenti di comunicazione, sia come fruitori che come produttori.
Partendo dalla teoria dell'intelligenza collettiva di Pierre Levy, Jenkins mostra come sta nascendo una cultura della partecipazione, che è l'opposto di quella del consumo dei media in vigore fino a poco tempo fa.
Egli parte dall'analisi del lavoro di scoperta e previsione fatta da piccoli gruppi di interessati a definire i temi e a risolvere i problemi comuni.
Formati a questa nuova cultura, che formano essi stessi, i giovani chiedono ai media di cambiare, perchè ne scapita la loro formazione. Si viene così a ridefinire la faccia del sistema di comunicazioni e relazioni popolari e le industrie leader scoprono la convenienza di usare molti canali di informazione per aumentare i ricavi e ampliare il loro mercato.
Nasce un ambiente di media diffusi, che "permette lo sviluppo rapido di esperienze disperse e la riconfigurazione dei campi e struttura nuovi ruoli di produzione della conoscenza".
Scritto con una logica serrata, avendo come riferimento numerose ricerche dirette dall'autore e storie di cultura popolare, di massa, il libro di Jenkins incanta anche per il percorso narrativo compiuto dall'autore, che parte dall' "adorazione all'altare della convergenza: un nuovo paradigma per capire la trasformazione dei media" e si conclude con "democratizzare la televisione? le politiche della partecipazione".
Leadership partecipata
Il motore di ricerca Google indica in soli 0,08 secondi 168 milioni di informazioni in risposta alla parola "leadership". Tra le prime dieci una spiega che "i concetti di leader e leadership hanno un'applicazione sempre più vasta nella nostra società, non solo in management, ma in ogni aspetto della nostra vita quotidiana" e un'altra afferma che tra i compiti del leader c'è il "possedere la vision".
Se si cerca "leadership deployment", sempre lo stesso motore di ricerca in 0,16 secondi fornisce 4 milioni 130 mila accessi a pagine dedicate a questo tema.
Elemento comune a questo oceano di conoscenze è che avere leadership è necessario per guidare, condurre, dirigere verso il successo. La leadership viene sempre considerata nelle sue caratteristiche positive.
Jeffrey Sonnenfeld, professore di management alla Yale University's School e Andrew Ward, assistente di management nel Terry college of business dell'University of Georgia, studiosi della leadership, invece, hanno preso in considerazione le storie di top manager che hanno fallito per trarne gli apprendimenti fondamentali per l'esercizio della leadership nel libro "Firing back. How great leaders rebound after career disasters", Harvard Business School Press, Cambridge, 2007.
Ne è venuta fuori un'opera erudita, scritta in modo accattivante, che ricostruisce i casi di alti dirigenti della General Electric, Home Depot, Morgan Stanley, Apple, Staples e Hewlett - Packard, di come e perchè non hanno retto alla guida di alcune aziende, ma hanno trovato la forza dopo l'insuccesso di reagire e di superare le barriere alla ripresa.
In dodici capitoli, densi di fatti, dati e valutazioni, i due autori descrivono le ragioni organizzative, culturali e relazionali che hanno favorito gli errori e provocato la crisi psicologica delle persone. Identificano le fasi del percorso compiuto per ritornare al "trionfo dopo la tragedia".
Il percorso si sviluppa attraverso la ricostruzione della "statura eroica" fatta dai protagonisti, il loro mettersi alla prova e il riscoprire la propria "missione eroica".
Sonnenfeld e Ward sono convinti infatti che la leadership di un capo azienda passi attraverso l'utilizzazione delle capacità possedute, valorizzate in combinazioni diverse, a seconda delle dinamiche aziendali, per raggiungere gli obiettivi di business.
Queste capacità vanno dimostrate nel riconoscere e gestire lo stress, nell'allearsi con gli altri durante le competizioni, nel chiarirsi la vera natura delle avversità, nel ritrovare fiducia in se stessi e credibilità , nell'avere chiaro che cosa è successo e farne uso per il futuro.
A dispetto dell'abusato aggettivo "eroico", gli autori ricordano continuamente che l'umiltà e la cooperazione sono i pilastri fondamentali di una leadership appropriata, che non ha bisogno di solisti.
Parità come riorganizzazione economico-sociale
Il modello sociale dell' "uomo procacciatore di risorse" e della "donna procacciatrice di tempo" resiste ancora. "Non è stato nè rivisto, nè riformato per essere attribuito ai lavoratori donne e uomini, capaci di sopportare carichi familiari e dunque bisogni di tempo".
Eppure l'emancipazione delle donne è stato il fatto più importante avvenuto nella società negli ultimi cinquanta anni. Ma questo movimento oggi segna il passo. Il tasso di attività femminile è sempre inferiore a quello maschile, i loro impieghi sono di qualifica più bassa, le remunerazioni minori, l'orario di lavoro più ridotto e così hanno in carico le attività domestiche e la responsabilità della famiglia.
"La questione femminile è declinata essenzialmente in termini di diritti personali e di mentalità collettive, le conquiste giuridiche sostituiscono quelle degli spiriti". L' andamento dell' emancipazione ristagna, la macchina della società è ingrippata.
Il libro di Dominique Méda, sociologa del lavoro, e di Hélène Perivier, economista, specialista di occupazione femminile e politica familiare, "Le deuxième âge de l'émancipation", Seuil, Paris, 2007, vuole documentare le cause del blocco dell'emancipazione e i costi sostenuti dalla collettività per la disuguaglianza persistente, proporre una profonda riorganizzazione economica e sociale.
"L'indipendenza economica degli individui, dichiarano le autrici, è la condizione indispensabile per l'uguaglianza... Una sfida per la società", che oggi incoraggia le ragazze a studiare, ma poi le incita a disimpegnarsi dal lavoro con tanto spreco di capitale umano.
L'autonomia individuale non deriva soltanto da una riduzione dei vincoli alle libere scelte di una persona, ma anche da una allocazione collettiva delle risorse che "rendono la costruzione di sè il più possibile uguale, dando a ciascuno i mezzi per scegliere e condurre la propria vita".
Due modelli possono ispirare le politiche pubbliche. Nei paesi del Nord Europa le donne hanno beneficiato di una presa in carico collettiva della questione della parità tra i sessi. Nergli Stati Uniti il sistema liberale ha rilevato l'enorme spreco dell'inattività femminile.
Bisogna realizzare il principio "Due apportatori di reddito, due procacciatori di cure". Donne e uomini devono potere sfuggire a qualsiasi forma di "predestinazione" del ruolo.
Ecco perchè sono presentate all'azione di governo una serie di proposte correttive, talvolta ispirate al modello svedese, come quella degli aiuti alla condizione genitoriale, degli orari di lavoro favorevoli alla vita familiare, della riduzione dei tempi di astensione del lavoro per le neomamme, in cambio della revisione degli orari e dell'assistenza personale e domiciliare, dell'istituzione di un diritto di baby sitting, della organizzazione di asili nido di qualità.
Proposte specificate e valutate, confrontando costi e benefici per dimostrarne la fattibilità. Ispirate dall'obiettivo di risolvere la questione dei cicli di vita lavorativa e dell'equilibrio tra lavoro e tempo personale.
Effetti dell'intervento organizzativo sullo stress
Lo stress occupazionale è un processo che si sviluppa nell'ambiente di lavoro a causa di fattori fisici, organizzativi e relazionali, che fanno pressione sul lavoratore e provocano le sue reazioni in base all'esperienza e all'interpretazione personale.
Le risposte allo stress possono essere fisiche o psichiche, immediate e dirette ed essere accompagnate da altri disturbi del comportamento o del benessere fisico e organizzativo, che durano nel tempo. Fatica, malattia, tensione, ansia, assenteismo sono le manifestazioni più frequenti, con differenze dovute alle caratteristiche di personalità e capacità, di organizzazione del lavoro, di vita extralavorativa.
Alle strategie di intervento organizzativo e alla loro efficacia ed efficienza è dedicata un'ampia ricerca, realizzata da un gruppo di sette ricercatori dell' IRSST, l'istituto canadese di Montréal, che fornisce alle pubbliche istituzioni servizi e consulenza per la cura della salute e la sicurezza sul lavoro.
Il periodico dell'IRSST ne pubblica i risultati con il titolo "Interventions organisationnelles et santé psychologique au travail. Une synthèse des approches au niveau international", Études et recherches, rapport 474, novembre 2006.
I ricercatori scrivono che il "rapporto fa il punto sullo stato delle conoscenze nell'area dei programmi e delle strategie d'intervento organizzativo, che riguardano la salute psicologica (stress) in ambiente lavorativo". Vuole passare in rassegna e descrivere i metodi d'intervento, analizzare i documenti sull'efficacia e l'efficienza dei metodi, proporre qualche applicazione futura legata alla ricerca svolta.
Precisano che i risultati della ricerca documentale sugli articoli, le comunicazioni e i rapporti pubblicati negli ultimi 25 anni, sono stati arricchiti da scambi con la World health organization, WHO e con il National institute for occupational safety and health, NIOSH e poi discussi in un simposio con esperti internazionali, canadesi e quebechesi della materia.
La ricerca ha mirato a individuare i modi di prevenzione dello stress, rivolti a
- eliminare o ridurre le fonti di stress (cosiddetti stressor) in ambiente lavorativo, agendo sull'assegnazione dei compiti, la struttura organizzativa, gli orari di lavoro, ecc.;
- identificare gli stressor, sensibilizzare le persone alla loro presenza e fornire dei modi per affrontarli, agendo sui programmi di benessere lavorativo, di gestione dello stress, di gestione del tempo, ecc.;
- mettere l'accento sul ritorno alla salute, agendo su programmi di aiuto ai dipendenti, supporto professionale, gruppi di riabilitazione, ecc.
Ha teso a sviluppare un quadro teorico delle logiche di azione a rilevare i cambiamenti dei sintomi di stress che gli interventi ad esse ispirate possono provocare.
Sono stati così ricostruiti due modelli principali di logiche, quella focalizzata su come agire e come non agire contro lo stress (centrata sul processo, sulla strategia delle azioni) e quella focalizzata sugli elementi strutturali del posto di lavoro, sulle caratteristiche della persona e dell'organizzazione (centrata sul contenuto, sui cambiamenti da realizzare per agire contro lo stress) e due tipi di intervento, quello "socio-tecnico", che mette l'accento sui cambiamenti da apportare al contesto lavorativo e alle attività da svolgere e quello "psico-sociale", che punta a ridurre lo stress agendo sulla percezione della persona stressata .
La ricerca ha rilevato che le logiche centrate sul contenuto e l'intervento sociotecnico sono stati i più fruttiferi.
Propongono perciò una strategia d'intervento che
- compia un'analisi sistematica e condivisa dei rischi,
- intervenga sugli stressor guida,
- iscriva gli interventi in un processo continuo,
- favorisca gli scambi tra coloro che partecipano all'intervento,
- educhi gli imprenditori.
Una rassegna di grande utilità conoscitiva, un "programma" di suggerimenti, che può fare da spunto per la risoluzione di problemi di gestione delle Risorse umane.
Opinioni senza fatti
I libri, gli articoli e gli interventi televisivi di Marco Travaglio sono apprezzati per l'impegno e la capacità critica, che dimostra nella raccolta dei fatti e per gli argomenti che affronta: quelli del malaffare e delle cronache politico - giudiziarie del nostro paese.
Travaglio è un giornalista e saggista scomodo, che persegue puntigliosamente l'obiettivo di praticare il "giornalismo di analisi", genere ancora più desueto di quello d'inchiesta, che riconosce in pochi professionisti della carta stampata italiana, Indro Montanelli in testa, con cui ha collaborato.
L'ultimo suo libro, appena pubblicato, "La scomparsa dei fatti", il Saggiatore, Milano, 2006, racconta lo stato dell'informazione in Italia, un'informazione programmaticamente svuotata di contenuti, che soffre di "intervistite" e "opinionite" e segue la regola di sostituire le notizie con il "ping -pong delle reazioni" delle diverse parti in causa.
"I giornali degli altri paesi dedicano spazi limitatissimi alle interviste", scrive Travaglio. "Il grosso delle interviste è rivolto a esperti qualificatissimi. In Italia invece i giornali sprecano spazi enormi per micropareri dei peones della politica". "Brevi cenni sull'universo. Anzi tutt'altro che brevi. Intanto gli spazi riservati alla cronaca, al notiziario e soprattutto all'analisi si restringono paurosamente".
"Invece gli opinionisti un tanto al chilo, che sdottoreggiano brillantemente su qualsiasi argomento con la stessa enciclopedica incompetenza, sono più disponibili, rapidi, prêt - à - porter. Tanto dei fatti e delle carte non hanno alcun bisogno. Vanno a spanne e fanno prima".
"Niente fatti, solo opinioni" è la conclusione. "Senza fatti, si può sostenere tutto e il contrario di tutto . Con i fatti no".
Travaglio dimostra la sua tesi della fine dei fatti, attribuendola alla diffusa, personalissima concezione del mestiere di giornalista, come collezionista di ospiti illustri, da non disturbare mai con domande o obiezioni, praticata innanzitutto dai conduttori televisivi.
Realizzata attraverso lo "sterminio della verità di Tangentopoli" e "la legge degli intoccabili", in cui sono stati cancellati i fatti e la loro memoria e mediante la sostituzione scientifica e sistematica dei fatti veri con quelli falsi, come nei casi dell'Irak, dell'epidemia aviaria, dei delitti di mafia, delle politiche di risanamento del debito pubblico e della "vittoria scippata" alle elezioni legislative del 21 aprile.
Travaglio commenta i molti episodi di disinformazione, passati in rassegna, con le parole esplicite, abituali di chi sa come stanno i fatti e li denuncia: "Le notizie con il preservativo", "Giornalismo transgenico" e "Giornalistopoli" sono alcuni campioni rappresentativi dei suoi titoli.
Il libro ha nella premessa un lungo elenco dei perchè i giornalisti nascondono i fatti e nella conclusione un invito a non alterare il significato delle parole, come succede spesso negli articoli di giornali, radio e televisione.
"Se in America il giornalismo è il cane da guardia del potere, in Italia è il cane da compagnia. O da riporto", può essere la sintesi, stampata in quarta di copertina.
Dizionario mondiale delle immagini
L'immagine e la visibilità sono preoccupazioni perfino eccessive nel mondo del business, dove le figure materiali e i profili mediatizzati dei top manager si influenzano a vicenda e tutti sanno che "superati i 18 anni ognuno è responsabile della faccia che ha".
Il potere delle immagini entro il sistema delle imprese non è che un'evidenza dell'accumulazione planetaria delle forme visive e della loro circolazione accelerata.
270 autori, 400 voci e 800 illustrazioni costituiscono la quantità dell'impegno, attivato da Laurent Gervereau, presidente del francese Institut des images, per raccogliere informazioni di più discipline, aprire nuove prospettive e stimolare ricerche nei vari campi dell'immagine, dalla pittura al cinema, dai gioielli a Internet e valutare il suo impatto sulla società.
Il "Dictionnaire mondial des images", Nouveau Monde éditions, Paris, 2006, è "un mezzo d'esplorazione, uno strumento di ricerca e un saggio di valutazione del peso del visivo sulla cultura, la riflessione e la creatività dell'uomo", come ha scritto Jacques Le Goff in "Le Monde des livres" il 15 dicembre scorso.
E' un'impresa mai realizzata prima, che in 1120 pagine tratta dell'immagine per temi e idee (Invisible, Violence de l'image, Iconoclasme), per tipologia e tecnica (Affiche, Graphisme, Cinema, Internet, Jeux videos), per categorie storiche e culturali (Futurisme, Pop art, Orientalisme, Erotisme, Mythologies), per riferimento geografico e culturale (Tango, Guerre civile et movida, Estampes et cinéma, Paysage: Asie occident).
Gervereau spiega la scrittura e la pubblicazione del libro con il diritto dell'uomo contemporaneo di sapere da dove vengono le immagini in cui siamo immersi e come si sono venuti ad elaborare gli stereotipi e i miti di cui ci alimentiamo.
La tesi del Dizionario è che "tutto fa immagine. L'immagine fa tutto. Ancora di più con Internet". Ed è necessario perciò intepretarla.
Ogni voce indica le fonti, rintraccia le origini, descrive l'evoluzione dell'oggetto di conoscenza a cui è dedicata ed è corredata da uno o più esempi iconici.
L'aggettivo "mondial" del titolo si giustifica pienamente, per i contenuti e gli autori, intenzionati ad evocare il più ampio panorama culturale su tutti gli argomenti affrontati. La raccolta risulta innovativa per molti aspetti di superamento delle categorie disciplinari e delle barriere nazionali.
La realizzazione editoriale particolarmente curata fa infine del "Dictionnaire mondial des images" un'opera da guardare.
Ai margini del mercato del lavoro e della società
"Les bas de l'échelle. La construction sociale des situations subalternes", Érès, Lille, 2006, è un'opera collettiva, coordinata dai sociologi Pierre Cours - Salies, professore nell'Université Paris VIII Saint Denis e Stéphane Le Lay, ricercatore del CNRS, due studiosi del rapporto tra identità lavorativa e sociale.
Il libro raccoglie una dozzina di ricerche sul campo, complementari nei loro assi di studio, che costituiscono un mosaico dei lavori difficili, malpagati e invisibili, svolti da lavoratori colpiti da segregazione sociale, o urbana, etnica, sessuale, anagrafica.
Propone delle linee di lettura, che permettono il confronto e rendono visibile la logica della collocazione "in fondo alla scala" delle professioni e della società, frutto dei dispositivi economici o giuridici, dei meccanismi di protezione sociale o delle politiche per l'impiego o dell'evoluzione rapida di certi lavori.
I ricercatori di "Les bas de l'échelle" hanno scritto 18 saggi ben documentati sui differenti gruppi di lavoratori, posti all'ultimo gradino della subalternità sociale, secondo una gerarchizzazione che impone la figura del "lavoratore maschio adulto, in buona salute (senza handicap) e preferibilmente bianco". Mostrano la realtà delle situazioni vissute dagli handicappati, dagli ultracinquantenni, dalle donne, dagli immigrati, dai possessori di competenze diventate obsolete per cambiamento tecnologico o organizzativo.
Il lettore incontra così nella prima parte del libro le "Situazioni dei lavoratori dipendenti" di Mc Donald's, degli assistenti nelle case di riposo, delle impiegate d'ufficio e può analizzare gli effetti congiunti della politica scolastica e della ricerca della redditività sulla loro condizione.
Nella seconda parte "Stigmate sociali" sono messi in luce costi e benefici della precarizzazione del lavoro nell'impresa e l'intreccio tra dispositivi di legge e pratiche d'inserimento occupazionale, che colpiscono gli immigrati, gli handicappati e i giovani.
"Precarietà e segmentazioni sociali, nuovi fattori di regolazione dei mercati del lavoro?" apre la terza parte del libro sulle "Politiche di precarizzazione" con una sintesi delle politiche per l'impiego. Tre ricerche mostrano le dimensioni della precarizzazione giovanile nell'azienda pubblica, della disoccupazione degli ultracinquantenni, del doppio lavoro femminile.
Claude Dubar, sociologo del lavoro dell'Université de Versailles Saint - Quentin-en- Yvelines, nella postfazione richiama l'attenzione sul fatto che le posizioni dei lavoratori in fondo alla scala sociale non sono distribuite a caso. La gerarchizzazione non ha niente di naturale. E' possibile "modernizzare senza escludere".
"Cominciare a contare per qualcuno e dunque per se stessi è già salire un gradino della scala, che può diventare decisivo".
Quello che è costruzione sociale può essere ugualmente smantellato.
Occorre dare visibilità ai problemi di questi lavoratori e mettersi d'accordo sulle alternative possibili, congiungendo azione collettiva e politica.
Il libro di Cours - Salies e Le Lay dà un contributo in questa direzione.
Nell'occhio la promessa di una libertà imprevista
"Il predatore scruta la sua preda non più per afferrarla e incorporarla, ma per poterlo fare, e anzi per continuare a poterlo fare". "Il potere del sorvegliante (il gatto) deve contare sull'immaginazione del sorvegliato (il topo), sulla sua visione immaginativa. Egli deve 'vedere ragioni' che lo inducano a credere d'essere visto in ogni istante, o comunque d'essere in ogni istante vedibile, e che perciò lo inducano a convincersi di esserlo". "Insomma, non bastano gli occhi dei sorveglianti a decidere dell'obbedienza dei prigionieri. Quegli occhi devono essere immaginati, e magari sono proprio solo immaginari".
E' il primo capitolo del libro di Roberto Escobar, "La libertà negli occhi", Il Mulino, Bologna, 2006, quello in cui l'autore, professore di filosofia politica nell'Università Statale di Milano, chiarisce che è proprio il guardare, che garantisce la "società ordinata": il comportamento affascinato dei cortigiani ha il compito di contagiare i sudditi, di indurli alla loro stessa fascinazione.
Il ruolo politico dell'occhio consiste in questo "stare di fronte" i molti ai pochi perchè questi possano dominare con la sorveglianza occhiuta del potere, mentre quelli si mostrano propensi a farsene imporre legittimità, giustizia, modelli.
"Ben più di qualunque architettura della sorveglianza, per la macchina del dominio sono decisivi i nostri sguardi affascinati, orientati tutti insieme alla sua messa in scena".
Ma c'è nell'occhio una capacità di affrancarci e di aprirci alla scelta di "prendere partito, di pronunciare il nostro no e di farci padroni della nostra morte e della nostra vita". La partecipazione al sentimento dell'altro, attuata con un immaginario e falso scambiar di posto può essere all'origine di un processo di crescita e di arricchimento di sè.
Escobar invita a una rivolta contro la disumanità dei tempi, soddisfacendo il bisogno d' "oltrepassamento di sè" nell'altro al quale "occorrono almeno tutti gli uomini per compierlo".
Chi prende parte a questa esperienza scopre sè in quanto differente dall'altro, ma anche in quanto in relazione con l'altro.
"Nell'accorta leggerezza degli occhi sta dunque la nostra libertà". "Sono io che vedo e che ho da decidere e scegliere: io spettatore dell'orrore e della sua messa in scena".
Un invito a prendere la parola in nome del qualcosa, che avverte in se come valore e come diritto, un'espressione di grande passione civile e di forte tensione morale, racchiuse nella "metafisica di Sisifo", che ben vede contro ogni cieca illusione di assoluto e per questo non si arrende e, forte della virtù della disobbedienza, riconosce che cosa in mezzo all'inferno non è inferno ed è ben deciso a farlo durare, a dargli spazio.
Ceto medio
E' difficile dire che cosa accomuni la condizione economica e sociale di un notaio, di un piccolo imprenditore e di un quadro aziendale. Ma per la politique politicienne tutti e tre appartengono alle classi o ai ceti medi, al plurale, nel linguaggio di sinistra o alla classe media, al singolare, in quello di destra.
Se la parola classe suscita preoccupazioni di richiami marxisti, ecco pronto un ceto medio, motivo di orgoglio, che può compattare gli appartenenti più o meno immaginari contro la presa di una sinistra, ancora non mondata dal peccato originale del "favor proletarii".
"Classe media" non è una denominazione d'origine controllata. E' una espressione ambigua, che designa, in tempi e paesi differenti, dei gruppi concreti, palesemente diversi.
Non si tratta solo di un giusto mezzo tra l'élite del potere e le classi popolari, ma di una collocazione per ricchezza, omogeneità sociale e prospettive future, che oggi sembrano a rischio crescente. Scrive così il sociologo Louis Chauvel, professore all'IEP- Institut des sciences politiques di Parigi, studioso dei problemi della disuguaglianza e delle dinamiche generazionali, in "Les classes moyennes à la dérive", Seuil, Paris, 2006.
E continua: il dibattito contemporaneo, che si occupa della destabilizzazione delle classi medie è tanto più oscuro quanto più i gruppi sociali, che vi sono fatti rientrare, hanno confini imprecisi e contenuto fluttuante.
All'interno si possono individuare quattro frazioni: la classe media superiore e quella inferiore, la vecchia e la nuova. Sono frazioni legate ai livelli di reddito percepito e alle professioni esercitate.
Le loro dinamiche demografiche si sono profondamente modificate negli ultimi 30 anni.
Se negli anni '60 un caposquadra poteva aspettarsi di vedere raddoppiato il suo potere d'acquisto nei venti anni successivi e migliorata la posizione sociale dei figli, tra il 1997 e il 2002 gli stipendi hanno incominciato a ristagnare, la Borsa a infiammarsi, i prezzi degli immobili a volare in alto , i patrimoni familiari a riprendere valore con le disuguaglianze ereditarie.
L'avvenire è diventato scuro anche per i figli, più scolarizzati dei padri, e le preoccupazioni sono diventate quotidiane per gli appartenenti alla frazione bassa con vecchie professioni, che costituiscono la maggioranza delle classi medie.
"Viviamo in una società che ha situazioni di classe senza avere coscienza di classe. E' una società cha ha sempre meno appartenenti alle classi medie, in cui lo stipendio perde valore rispetto all'accumulazione. C'è un rischio di 'ripatrimonializzare' l'accesso alle classi medie e di far perdere peso al modello meritocratico", conclude Chauvel.
Strumenti dell'autoritarismo
Il libro di Beatrice Hibou "La force de l'obéissance. Economie politique de la répression en Tunisie", La Découverte, Parigi, 2006, analizza le relazioni tra regime autoritario e miracolo economico e svela i meccanismi costitutivi dei rapporti di potere, che autorizzano la dominazione e servono per la coercizione, necessaria allo sviluppo.
Hibou è una ricercatrice del CNRS, associata al Centre d'études et de recherches internationales dell'Université de Paris I, alla sua quarta prova di saggista sull'intreccio tra economia e politica nella modernizzazione dell'Africa.
"La force de l'obéissance" spiega come la grande maggioranza dei Tunisini hanno potuto "vivere, per così dire, normalmente in un contesto politico disciplinare, normalizzatore e a volte coercitivo. Se potevano soffrire per l'assenza della libertà di espressione, per il peso di un pensiero unico, spesso irrealistico e d'una presenza poliziesca talora troppo massiccia".
L'autrice è entrata perciò nel dettaglio delle pratiche economiche e sociali della Tunisia, armata delle chiavi di lettura dell'economia politica weberiana e dell'analisi foucaultiana dell'esercizio del potere e della dominazione.
Nè è venuto fuori un libro denso, che va ben aldilà del solo caso tunisino e fa capire come s'instaurano e si mantengono i regimi autoritari.
La fiscalità, la corrispondenza e i negoziati continui tra imprenditori e autorità politiche e amministrative costituiscono un primo campo di indagine di quello che Hibou chiama il "potere a credito", fatto appunto di crediti dubbi e di mutue dipendenze dall'indebitamento.
Il potere a credito mostra la realtà dei vincoli, ma anche degli arrangiamenti, degli accomodamenti e dell'adesione.
Questa è in parte resa possibile dalla pregnanza del mito riformista, da tutti condiviso per i vantaggi che gli uni e gli altri ne ricavano.
Su di esso si innesta il meccanismo di negoziati e consenso, normalizzato dall'apparato burocratico. Un processo di asservimento in un immaginario collettivo, alimentato da riforme continue.
Le modalità di governo non sono contraddittorie, nè incompatibili con la tradizione decisionista e l'interventismo necessario. Diventano perciò tecniche complementari di direzione, che autorizzano l'esercizio di una punizione e di una gratificazione. Partecipano del paternalismo e del controllo sociale e permettono insieme controllo e mobilità sociale, sorveglianza e creazione di ricchezza.
Se c'è dominazione è così che viene accettata.
Effetti paradossali della pressione sui comportamenti *
L'economista del lavoro Thomas J. Dohmen ha pubblicato nel "Discussion Paper", n°1905, dic. 2005, dell'IZA, l'Istituto per lo Studio del Lavoro di Bonn, i risultati di un' indagine sui rigori, tirati in 41 campionati tedeschi da tutte le squadre della prima serie calcistica dal 1963 al 2003/04.
Egli ha potuto così rilevare che in 12.488 incontri erano stati decisi dagli arbitri 3.618 calci di rigore. 2.687 di essi (il 74,25%) avevano permesso ai giocatori di fare subito goal, 680 (il 18,79%) erano stati parati e 252 (il 6,96%) erano stati sbagliati.
Analizzando il comportamento dei calciatori incaricati, Dohmen ha individuato quattro variabili principali di pressione derivanti dalla presenza di altri durante una performance:
- le condizioni competitive, che possono dare maggiore risalto al risultato positivo o negativo del tiro;
- l'importanza di avere successo;
- il timore delle conseguenze negative dell'errore;
- le attese del pubblico.
Proprio la presenza del pubblico amico non costituisce una condizione più favorevole alla realizzazione di una migliore perfomance. Ma può influenzarla in modi differenti.
Le situazioni reali di attività e competizione del campionato tedesco hanno mostrato come in un'attività pur ben definita, qual è quella di tirare un calcio di rigore, in cui un calciatore professionista è ben addestrato fisicamente alla realizzazione del suo compito, la pressione derivante dal contesto umano della partita può avere un'influenza negativa.
Paradossalmente, l'ambiente amico può caricare di attese positive l'incaricato del rigore fino a sopraffarlo di responsabilità del risultato e a cacciarlo in una situazione d'ansia paralizzante.
Quest'ansia può essere aggravata dalla presenza di incentivi, legati al risultato. Il professionista a cui viene prospettato un premio può essere portato a temere di non farcela a raggiungere un obiettivo così importante per il successo economico dell'organizzazione e suo.
Dohmen ricorda i casi paralleli dello studente durante il compito di matematica in classe, del computer game giocato in presenza di una audience favorevole, con risultati peggiori di quelli con una audience ostile, della presa di decisione del manager nel silenzio facilitatore dei subordinati.
Conoscere come le persone si comportano nelle avverse condizioni di pressione generate dall'attività lavorativa è importante per l'economista del lavoro. Può avere implicazioni per progettare le microstrutture e gli schemi di incentivazione.
*Post scritto grazie alle indicazioni di Véréna Majer, Le blog de l'intelligence économique, in "Les Echos", 12 settembre 2006.
Autoanalisi
I librai americani li indicano sbrigativamente come "potty training book". Sono quei manuali per l'autosviluppo, riconoscibili fin dal titolo costruito a base di parole chiave, quali "cambiamento", "successo", "percorso", "facilitazioni" e "ostacoli".
Per di più Daniel Gilbert è uno specialista in prospezione del futuro e collabora con quotidiani e periodici su temi di disturbo del comportamento, perchè è professore di Psicologia nella Harvard University.
Sono competenze e materie doppiamente sospette.
Il libro, che ha appena pubblicato, si chiama "Stumbling on happiness", Knopf/Harper, New York, 2006. In 12 capitoli, scritti in maniera brillante, ricchi di esempi e di riferimenti all' attualità, Gilbert vi descrive i punti deboli dell'immaginazione e le illusioni della prudenza, che portano ciascuno di noi a non riconoscere il futuro e a sottostimare le nostre possibilità di soddisfazione.
Per l'autore la causa sta nel fatto che il cervello umano è sottoutilizzato per decidere che cosa fare per essere felici. "Noi siamo, scrive, l'unico animale il cui cervello può immaginare il futuro". "Finchè uno scimpanzè non piangerà al pensiero di diventare vecchio e solo o sorriderà aspettandosi delle belle vacanze estive", gli uomini potranno sempre distinguersi per la capacità di immaginazione.
Ma noi non vogliamo pensare a un futuro felice. Vogliamo attingere ai consigli e alle esperienze altrui, ma non ripeterli, perchè "ci crediamo speciali".
In questo modo ci procuriamo un futuro infelice. Diventiamo immuni alla realtà non guardando approfonditamente dentro di noi, prima di volgerci all'esterno. Blocchiamo gli occhi della mente, facendoci attirare dai "luccichii di un paradiso che ci fa credere che il futuro è ora" e che il "tempo è una bomba".
Ecco allora una serie di suggerimenti per autoanalizzarsi e individuare gli ostacoli, che ciascuno si porta dentro e che esprime nei comportamenti abituali.
Gilbert li esemplifica in centinaia di episodi minuti, comuni della vita quotidiana. Li confronta con aneddoti storici e vicende cinematografiche per facilitare la valutazione e la razionalizzazione delle esperienze.
Propone una tecnica semplice di analisi, che può funzionare come pronto intervento per migliorare comportamenti elementari, non ancora radicati.
Questa esemplificazione continua è la parte migliore del "manuale", di qualità decisamente superiore a quella predicatoria d'apertura. Una divulgazione efficace per un avvio alla gestione dell'ansia.
Ascesa e declino della centralità operaia
Uno storico indaga per la prima volta la parabola delle immagini collettive degli operai dal 1950 al 1980: come sono stati visti, raccontati e rappresentati nell'arco di tempo in cui si compie il passaggio da Sesto S.Giovanni "Stalingrado d'Italia" al tempo della "Milano da bere".
Il libro di Andrea Sangiovanni "Tute blu. La parabola operaia nell'Italia repubblicana", Donzelli, Roma, 2006, analizza l'emergere della cultura industriale in un'Italia diffidente nei confronti della modernità e dell'urbanesimo, caratterizzata da discriminazioni operaie fortissime, il suo lento imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica, per una circolazione di cultura internazionale durante gli anni del boom economico, l'assumere centralità politica della "questione operaia" nel decennio successivo e il suo rapido declino negli anni '80.
"Sono venuto fra voi, uomini coscienti dei vostri diritti" perchè nella vostra lotta civile è presente "il principio evangelico: giustizia e uguaglianza, rispetto reciproco", aveva detto nel 1973 il cardinale Pellegrino, arcivescovo di Torino, agli operai della FIAT impegnati in una durissima vertenza aziendale, nella stagione che segnava l'apogeo di quella centralità, di estensione delle lotte fuori dalle officine.
Gli anni '70 sono dominati dalle lotte in fabbrica e dai grandi leader sindacali, Lama, Trentin, Carniti, Benvenuto.
Sangiovanni ritiene che la causa della fase discendente, che porta alla scomparsa degli operai e culmina nella "marcia dei quarantamila" del 1980, debba essere rintracciata nel progressivo decentramento alle piccole imprese di gran parte delle lavorazioni dei maggiori stabilimenti FIAT.
E' una spiegazione parziale, che deve essere completata con il ricordo dell'ingresso in fabbrica di nuovi operai più disposti alla qualità della vita di lavoro e all'integrazione in tutto il sistema della società civile che all'etica del lavoro e alla lotta dura per una società più giusta.
Lo storico Guido Crainz richiama nella prefazione "i processi di trasformazione e di scomposizione che attraversano la classe operaia", insieme a "errori sindacali; assistenzialismo statale; comportamenti sempre più diffusi che incrinavano immagni a tutto tondo. Immagini 'sporcate' inoltre da un'escalation terroristica che aveva lambito settori pur marginalissimi di operai: quel 'fiume carsico che scorre fra il terrorismo e qualche frangia sindacale' ".
Il libro di Sangiovanni è un'indagine su 30 anni di storia. Disegna la trasformazione politica e culturale dell'Italia attraverso rappresentazioni pubbliche e immaginari collettivi: la stampa, i romanzi e i quadri, i film e le trasmissioni televisive, le relazioni dei prefetti e della polizia, messi a stretto confronto con la realtà delle fabbriche e le forme in cui gli operai stessi si sono raccontati, dalle testimonianze ai cortei.
Una lettura avvincente, non certamente un libro per l'estate da portare con sè sotto l'ombrellone.
Scelte musicali rivelatrici
Le preferenze musicali possono avere un ruolo importante nella percezione sociale perchè gli individui scelgono i tipi di melodia sonora per trasmettere informazioni sulla loro personalità e gli altri le usano per farsi delle opinioni sul loro conto.
Sono, in estrema sintesi, questi i principali risultati di due studi di laboratorio compiuti dagli psicologi sperimentali Peter J. Rentfront dell' University of Cambridge (UK) e Samuel D.Gosling dell' University of Texas (USA), riportati nell' articolo di ricerca "Message in a ballad.The role of music preferences in interpersonal perception", apparso in "Psychological Science", 17, 3, 2006.
Il primo studio ha per titolo "Di che cosa parlano le persone che incominciano a familiarizzare?". Ha esaminato i contenuti delle conversazioni tenute per sei settimane da 60 studenti dell'University of Texas, poco più che diciottenni, in maggioranza donne (55%) e ha rilevato che gli argomenti preferiti della prima settimana erano la musica (58%), il cinema (41%) e il foot-ball (41%). Dalla seconda settimana alla sesta la preferenza per i temi musicali è progressivamente diminuita a vantaggio degli altri due.
I ricercatori ne hanno dedotto che in un ambiente giovanile, dove le persone sono libere di parlare tra loro di qualsiasi argomento, per familiarizzare si ricorre ad argomenti musicali.
Il secondo studio è intitolato "Quali informazioni personali trasmettono le preferenze musicali?". Ha individuato le prime dieci musiche usate per parlare di sè da 74 studenti, in maggioranza uomini (59,5%), di età media superiore di sei mesi a quella dei partecipanti al primo studio. Le musiche dell' esperimento sono state scelte dai partecipanti liberamente, tra più CD messi a loro disposizione nella stessa quantità per generi diversi ( rock, country, jazz, melody, ecc.).
Hanno mostrato le loro scelte agli altri, che hanno espresso le loro impressioni.
Osservatori esterni hanno ascoltato i pezzi selezionati e hanno usato il test " Big five inventory " per valutare tratti di personalità e orientamenti individuali degli studenti.
Impressioni e profili sono sostanzialmente coincisi.
Le conclusioni dei due ricercatori sono che "meccanismi precisi governano le espressioni di personalità fatte mediante le scelte musicali". Tali espressioni possono essere colte dall' interlocutore senza bisogno di ricorrere a tecniche di valutazione psicologica e sono " valide per le persone di ogni età ".
Le scelte musicali sono rivelatrici, soprattutto se sono imposte agli altri in qualunque modo.
Influenza e business delle agenzie giornalistiche
Due terzi delle notizie pubblicate dai mass media di tutto il mondo provengono dalle agenzie giornalistiche. Una fortissima influenza, che tra il 1969 e il 1986 ha suscitato gli interessi politici e le mire dei leader di governo per instaurare un nuovo ordine dell'informazione, a fondamento di circoli esclusivi di potere.
Nei 17 anni indicati furono realizzati nel mondo 75 fra riunioni, colloqui, simposi, convegni di capi di Stato e di Governo, conferenze intergovernative e congressi patrocinati dall'ONU, in cui agenzie giornalistiche venivano identificate chiaramente come strumenti di potere.
Eppure di esse si conosce poco. Svolgono una funzione quasi ignorata dalle grandi audience, ma fondamentale per l'industria dell'informazione.
Le quattro principali agenzie - l'americana Associated Press, la britannica Reuters, la francese France Press e la spagnola Efe - "forniscono la materia prima per solidi articoli d'opinione, documentazione complementare e cronache a tutti i giornalisti del mondo", nelle lingue differenti dei paesi in cui hanno strutture per la diffusione. Affianco ai testi ci sono anche le fotografie.
All'organizzazione delle quattro grandi agenzie, all'attività di produzione e distribuzione delle notizie, al loro ruolo e all'immagine è dedicato il libro di Ignacio Muro Benayas, alto dirigente di Efe, "Globalizacion de la información y agencias de noticias", Paidós Iberia, Madrid, 2006.
Un libro ricchissimo di dati e di avvenimenti, scritto senza ombra di reticenza, che illustra le tecniche di confezionamento dell'informazione per renderla accattivante e adatta all'impiego competitivo della stampa e della televisione.
Parla dell'indipendenza nell'informare e della presenza in rete delle agenzie, del business e dell'interesse generale a sapere, dei nuovi linguaggi digitali e della sfida multimediale, dell'internazionalizzazione delle strutture e della necessità di assumere riferimenti multiculturali, della creazione di valore nei processi editoriali, del conflitto tra pubblico e privato e tra mercato e istituzioni.
In sei densi capitoli Muro Benayas ricostruisce il contesto sociale di attività delle agenzie e le condizioni di credibilità e indipendenza economica, che danno notorietà e aprono i nuovi mercati. L'obiettività e la neutralità devono collocarsi "in una cosmovisione legata a elementi culturali e linguistici che condizionano il modo di guardare "gli avvenimenti. "Gli affari dell'agenzia si sviluppano in questo quadro".
Considera la formazione di valore aggiunto a partire dal profilo tematico e dalla qualità dei servizi offerti, che tengano conto dei mezzi e delle reti condivise, della collaborazione e della concorrenza nei nuovi mercati dell'informazione, dell'integrazione dei contenuti offerti per azienda editoriale.
Suggerisce come equilibrare interesse generale, efficienza interna e buona gestione delle agenzie in una logica di servizio internazionale senza nascondere i conflitti di interesse tra le parti, puntando a rafforzare la propria competenza distintiva.
Un libro indispensabile per chi si occupa di comunicazione e vuole approfondire perchè e come un fatto diventa notizia.
Il potere delle agenzie giornalistiche, ricorda Muro Benayas, fece dire a Mark Twain: "Ci sono solo due forze che possono illuminare tutti gli angoli del globo: il sole in cielo e la Associated Press sulla terra". Ma tanti anni dopo Stanley Swinton, attuale vice president della grande agenzia americana, analizzando i rischi delle tecnologie ICT per la sopravvivenza della sua impresa, ha affermato: "Basterà schiacciare un bottone per informarsi, però ci vorrà sempre qualcuno che quelle informazioni ce le metta, questo qualcuno non potrà essere che l'agenzia giornalistica".
Paradossi del lavoro nero nelle aziende hi-tech
Il fenomeno dell'economia sommersa è aumentato dal 1960 al 1999 in molti paesi OECD, compresi gli USA, a causa dell'incremento continuo dell'imposizione fiscale e contributiva sul lavoro, dell'intensità di regolazione del mercato del lavoro, dei trasferimenti sociali per il Welfare, del costo del lavoro e dei servizi pubblici. La struttura del mercato del lavoro è stata finora considerata dagli economisti come il fattore più importante dell'economia parallela. L'offerta di lavoro nero è stata analizzata abbondantemente nella letteratura, ma è carente l'analisi formale dal lato della domanda di quelle aziende, che possono operare nel mercato ufficiale e in quello sommerso, direttamente o indirettamente (attraverso il subappalto, per esempio).
"In questo articolo analizziamo i fattori che determinano la domanda di lavoro irregolare da parte di aziende regolari".
Esordiscono così gli economisti del lavoro Marc Arthur Diaye dell'Université d'Ivry (Francia) e Gleb Koshevoy del Central Institute of economics ed mathematics (Russia) in "Black market, Labor demand and tax evasion", Document de travail, 58, 2006, CEE, Parigi.
"L'importanza dell'analisi è data da due fatti. Primo, la stima dell'alto numero di lavoratori irregolari in alcuni paesi OECD. Secondo, che alcuni dati che riguardano l'uso del lavoro nero da parte di aziende regolari sono ora disponibili". In Francia e nel Regno Unito organismi di sicurezza sociale e studiosi sono riusciti a calcolare le dimensioni di questo fenomeno. Le caratteristiche tecnologiche delle aziende giocano un ruolo importante nella domanda di lavoro nero da parte delle aziende, che operano alla luce del sole. Per analizzare questo fenomeno i due economisti sviluppano un modello di simulazione originale "principale-molti attori", su base matematica, che è interdipendente con una struttura oligopolistica, orientata a massimizzare gli utili, in cui un'azienda legale (l' "attore") può domandare lavoro, di volta in volta, sul mercato legale o su quello nero. Il "principale" (il governo) fa dei controlli e l'azienda paga un'ammenda proporzionata all'ammontare dell'evasione fiscale e contributiva, quando è scoperta. Il modello simula che più l'impresa evade più aumenta la probabilità d'essere scoperta. Ma alla prova delle scelte d'equilibrio tra lavoro nero e lavoro regolare, il modello mostra che nelle aziende hi-tech, a flussi di attività in rete con pluralità di "attori", i controlli sulla produzione fatti dal "principale" riducono le probabilità che l'evasione fiscale e contributiva sia scoperta. Essa è determinata infatti dalle diverse situazioni endogene all'impresa. Sono le aziende ad aumentare con le loro azioni la trasparenza dei processi organizzativi. Se vogliono rendere oscura la parte di produzione fatta con il lavoro nero, possono riuscire ad occultarlo e sfuggire ai controlli.
Balletti di cifre
"I conti sono preoccupanti? Tutto a posto: i nostri calcoli dicono il contrario. Contestiamo la vostra fonte, faziosa e catastrofista".
"Non c'è pezza? Chiediamo una deroga. Difficilmente ci verrà concessa? E' ora di rivedere le regole".
Questa sequenza di domande e risposte rappresenta quello che in politica si chiama il "balletto delle cifre", l'informazione e la reazione delle parti diversamente interessate alla pubblicazione e all'uso delle statistiche e dei dati contabili per trarne valutazioni e comportamenti.
Dalla politica il "balletto" è passato da tempo nel mondo delle imprese e nella società a tutto vantaggio di chi urla di più, validando quotidianamente la "legge di Gresham" della comunicazione ("la moneta cattiva scaccia quella buona"), aggravata dall'opera dei mass media.
Più aumenta la massa dell'informazione statistica e contabile , più risulta imprecisa e perde credibilità.
Con l'inondazione delle cifre la comunicazione d'impresa diventa paradossale. La realtà generale oscilla freneticamente, quella di dettaglio resta più stabile.
Non si fa in tempo a riaversi dalle notizie di Borsa, governative e sindacali sui provvedimenti anticrisi chiesti dalla grande impresa manifatturiera, che questa improvvisamente sale agli onori della cronaca perchè ha il prodotto leader del mercato europeo e i profitti in ascesa.
La produttività del lavoro, chissà perchè, è comunque sempre sotto: per colpa del costo , degli orari, della flessibiilità dei lavoratori e mai per gli impianti, i processi produttivi, i prodotti, che ufficialmente sono sempre sopra.
Non siamo certo ai tempi di Henry Fayol, il francese contemporaneo di Taylor, fondatore dell' "organizzazione scientifica" del lavoro d'ufficio, che contrapponeva "mots ou chiffres?" per valutare l'efficienza aziendale.
Fayol era ingegnere. Portava il regolo nel taschino della giacca. Era un positivista che credeva nel tangibile e nel misurabile, soprattutto se le misure della quantità e del tempo di lavoro le aveva prese lui. Erano misure elementari, riguardavano operazioni individuali compiute in organizzazioni semplici, microstatistiche di un'economia di mercato relativamente stabile.
Con la divulgazione della scienza e dei prodotti della statistica si è capito che i dati vanno interpretati, per evitare di fare la fine dello statistico che annegò nel fiume, "profondo mediamente un metro e mezzo", e poi correlati e poi validati. Che vanno letti con l'aiuto eventualmente di altre conoscenze per capire non solo il come, ma anche il perchè. Che vanno scelti in modo congruente allo scopo perchè valgano come testimonianza efficace.
Se per esempio si vuole dimostrare che l'azienda non è competitiva, bisogna verificare se la caduta della competitività è causata dal ristagno della produttività e questa dalla scarsità di innovazione. Un dato è completo e comunicabile quando tiene conto anche delle variabili intervenienti.
Se si vuole sostenere che il costo del lavoro è elevato non basta mettere a confronto il suo andamento con quello dell' inflazione, bisogna considerare tutto quello che incide sull'unità di prodotto.
Da quando i dati sono adoperati a fini promozionali, concorrenziali o antagonistici, è cresciuta l'importanza dell'affidabilità della fonte e la rilevanza della metodologia d'indagine, che ha provocato le ritorsioni degli enti di ricerca su realtà statistica, contrapposta a realtà percepita, e le manifestazioni di incredulità dei destinatari delle loro elaborazioni.
Sono nati così i dati certificati dopo che un'istituzione superiore (se si tratta di statistiche ufficiali, per esempio, la Banca Centrale per quelle nazionali e l'Eurostat per l'Istat) ha controllato che l'ente ricognitore ha rispettato le procedure per la raccolta e l'elaborazione, o basati sull'autodichiarazione della metodologia seguita, se si tratta di ricerche fatte da istituti privati.
E ci sono i dati approvati, esplicitamente o per silenzio-assenso dalla controparte.
Ci sono i dati che pesano e quelli che non contano perchè non servono ai fini della certificazione o del riconoscimento.
E'un sapiente lavoro di dosaggio quello dell' utilizzazione di statistiche e dati contabili, che richiede particolare abilità di informazione, in particolare, se chi li diffonde ha abitualmente comportamenti riservati, accigliati, impositivi che producono conseguenze ufficiali.
Se i processi di elaborazione e divulgazione sono interrelati e guidati dagli obiettivi di chi li comunicherà e dalle esigenze di chi potrà riceverli, il dosaggio sarà efficace. Contro non potrà esservi opposta che una plateale negazione o un'altra fonte, con un possibile aumento degli effetti indesiderati.
Come cambia il lavoro e la vita nel nuovo capitalismo
L'edizione italiana dell'ultimo libro di Richard Sennet appare contemporaneamente a quella americana e ne riprende fedelmente il titolo: "La cultura del nuovo capitalismo", Intersezioni, Il Mulino, Bologna, 2006 ("The culture of the new capitalism", Yale University Press, New Haven-London, 2006). Il libro nasce dalle Castle Lectures su Etica, Politica ed Economia, tenute presso la Yale University nel 2004.
Sennet insegna sociologia nel Massachussetts Institute of Technology e nella London School of Economics, due tra i più autorevoli e prestigiosi centri di formazione superiore del mondo. E' considerato un "sociologo critico" per i suoi interessi di studioso, metodi di ricerca e proposte di soluzione.
Il suo nuovo libro riprende e approfondisce questioni esplorate in un'opera del 1972, scritta con Jonathan Cobb, "The hidden injuries of class" e in un'altra del 1998 sulle conseguenze del capitalismo flessibile per la vita delle persone, "The corrosion of character. The personal consequences of work in the new capitalism".
Come scrive nell'introduzione di "La cultura del nuovo capitalismo": "Tornai a intervistare i lavoratori: non quelli manuali, bensì i lavoratori del ceto medio, che si trovano nell'epicentro del boom globale, ossia nelle industrie hi - tech, nel campo della finanza e dei media ... l'ideale culturale del nuovo capitalismo nella sua forma più marcata ... Fui pertanto sorpreso nell'imbattermi in un vasto gruppo di individui del ceto medio con la sensazione che la loro vita stesse andando alla deriva".
Sennet rileva che lo smantellamento delle grandi istituzioni del welfare, come l'assistenza sanitaria e l'istruzione, la frammentazione della grande impresa e la perdita di sicurezza del posto di lavoro tendono ad essere accettate con rassegnazione dagli americani.
Solo un certo tipo di persone riesce a prosperare in condizioni sociali instabili e frammentate.
Per stare sull'onda devono affrontare tre sfide:
- la prima è quella del tempo, vagando da un'attività all'altra, da un lavoro all'altro, da un luogo all'altro, il singolo deve "improvvisare la propria biografia, oppure cavarsela senza pretendere che il senso della propria identità trovi sempre delle conferme";
- la seconda riguarda la qualifica, molte abilità hanno vita breve e "la cultura moderna si orienta verso un'idea di meritocrazia che guarda alle capacità potenziali anzichè alle prestazioni passate";
- la terza è la disponibilità a rinunciare alle abitudini e a staccarsi dal passato," i servizi resi in passato non assicurano ad alcun dipendente un posto garantito".
Ricorrendo al metodo etnografico, Sennet investiga come la rivoluzione informatica ha effetti sulla piramide burocratica attraverso una nuova forma di centralizzazione e come l'organizzazione flessibile provoca la "casualizzazione" della forza lavoro, della struttura aziendale e della collaborazione.
Analizza l'aumento della distanza nella prassi sociale con la diffusione del lavoro a termine e delle attività di consulenza. "Rivolgendosi a consulenti, la dirigenza aziendale al centro della macchina MP3 può allontanare da sè la responsabilità delle decisioni dolorose".
"L'attività di consulenza rivela un fondamentale spostamento della base burocratica ... Il potere può essere concentrato al vertice, ma non per questo l'autorità aumenta".
Diminuisce così la lealtà nei confronti delle istituzioni, si indebolisce la fiducia tra i dipendenti e si riducono le informazioni necessarie ai processi di adattamento .
Sennet approfondisce l'analisi dei fattori che rendono una minaccia moderna lo "spettro dell'inutilità" delle persone: l'offerta mondiale di forza-lavoro, l'automazione e il prolungamento delle prospettive di vita. Chiarisce che "L'obsolescenza delle qualifiche è un elemento durevole del progresso tecnologico. L'automazione è indifferente all'esperienza". Mostra l'inadeguatezza dello Stato sociale nella lotta alla disoccupazione e nello sviluppo dei sistemi pensionistico e sanitario. "Il culto della meritocrazia non è in grado di fare niente contro queste paure. Maggiori opportunità per una migliore integrazione sociale si dischiudono se cerchiamo nuovi modi in cui le persone possano essere riconosciute come membri utili della società".
L'utilità è una dichiarazione simbolica che acquista maggiore valore quando viene dallo Stato.
Il potere del consumo, la politica come consumo e il cittadino come consumatore sono le conseguenze delle nuove istituzioni. "La cultura del nuovo capitalismo è intonata a singoli eventi, transazioni, interventi". Celebra il cambiamento personale, non il progresso collettivo. Il pensare a breve termine prevale sul processo.
Il libro "La cultura del nuovo capitalismo" continua l'analisi del cambiamento economico e sociale indotto dal capitalismo contemporaneo, mostra le cause reali all'origine delle condizioni sociali instabili e frammentate in cui molte persone vivono, rileva gli effetti perversi dell'hi-tech sulle competenze e le abilità personali, sulla cultura del consumo e sulla politica.
Sennet colloquia volentieri con il lettore. Scrive in modo accattivante e sviluppa i suoi argomenti con una logica stringente.
Ne risulta un testo denso di incitamenti alla riflessione e di richiami alle ricerche e alla letteratura più recenti.
Antropologia delle percezioni
"C'è la foresta del fannullone, del fuggiasco, quella dell'Indiano, la foresta del cacciatore, del guardiacaccia o del bracconiere, quella degli innamorati, degli ornitologi, anche la foresta degli animali o dell'albero, quella del giorno e della notte. Mille foreste nella stessa, mille verità di uno stesso mistero che si nasconde e non si dà mai che in frammenti".
"Le percezioni sensoriali aggrovigliate a dei significati disegnano i limiti fluttuanti dell'ambiente in cui viviamo, ne dicono l'estensione e il sapore".
L'antropologo David Le Breton, professore all'Università di Strasburgo in "La saveur du monde. Une anthropologie des sens", Métailié, Parigi, 2006, convince il lettore a fare un giro nelle infinite varietà sensibili del mondo, tra le innumerevoli diversità della nostra percezione rispetto a quello che provano gli altri.
Il percorso si svolge tra il cibo e la cucina, tra gli alimenti, "oggetti sensoriali totali", che si divorano con gli occhi, con l'odorato, con la masticazione, tra il vedere i colori, sentire i suoni, toccare, palpare, sentire nell'abbraccio o nella sofferenza: è un portare allo stesso livello pelle e pensiero nella concretezza delle cose.
Prima del pensiero c'è il senso. "Sento, dunque sono", è la riflessione di Le Breton a ricordare che la condizione umana è innanzitutto corporale.
Le percezioni sensoriali non derivano soltanto dalla fisiologia, ma prima di tutto dall'orientamento culturale, vengono da differenti educazioni. In ciascuno dei nostri cinque sensi ci sono apprendimenti, che agiscono come tanti filtri di cui non sempre abbiamo coscienza.
Le Breton esplora i sensi come pensati dal mondo. Mostra che l'esperienza di ognuno è la sua, individuo legato alla sua cultura e alla sua storia personale, che ogni società disegna una "organizzazione sensoriale", che le è propria.
"La saveur du monde" cerca di individuare come la strutturazione dell'esperienza sensoriale varia da una cultura all'altra a seconda del significato e dell'importanza relativa attribuita a ogni senso. Cerca di rintracciare l'influenza di queste variazioni sulle forme di organizzazione sociale, sulle concezioni del sè e del mondo, sulla regolazione delle emozioni.
Il lavoro di Le Breton è una ricerca coinvolgente, un libro denso di fatti e di riferimenti alla letteratura, scritto con eleganza. Costituisce un approccio integrato al riconoscimento della persona nella sua totalità e al dialogo.
Giochi organizzativi
Quasi trent'anni fa Crozier e Friedberg hanno avviato una prospettiva di studio delle organizzazioni, che parte dai comportamenti in situazione come espressione di un "gioco da scoprire", con regole che governano le scelte degli individui, ma che si conservano proprio perchè queste scelte le influenzano.
Da allora è cresciuto l'interesse degli studiosi per il funzionamento reale delle organizzazioni e le differenze tra lavoro astratto e lavoro reale degli operatori.
Marie-Anne Dujarier, sociologa dell'Université de Paris III e dell'Ecole polytechnique, smonta il meccanismo della norma sociale imperante nelle organizzazioni di servizio collettivo: "il rifiuto del limite".
"Accettare che la produzione del servizio non sia 'che' soddisfacente sarebbe più funzionale che esigere che essa sia ideale", scrive Dujarier in "L'ideal au travail", PUF, Paris, 2006. Un libro che è frutto di una ricerca in due ambienti di lavoro molto differenti: la geriatria pubblica e una catena della ristorazione privata.
"La prescrizione lavorativa è ideale, cioè estremamente esigente e piena di contraddizioni irrisolte", afferma l'autrice. L'ideale non è più un obiettivo a tendere, ma una norma onnipotente, che obbliga ad attuare un gioco di simulazione dell'ideale e di dissimulazione del possibile, a pena di sanzione o di perdita della credibilità.
La norma dell'ideale cambia la divisione sociale del lavoro nell'organizzazione. Bisogna cioè "spingere la mediazione delle contraddizioni organizzative fino ai livelli meno attrezzati per questo".
E' la logica della "normalizzazione dell'ideale", che porta a simulare la conformità a obiettivi irraggiungibili e a dissimulare, nello stesso tempo, quello che le persone fanno veramente.
Il libro di Dujarier è un'analisi appassionata sulla soggettività e le dimensioni cognitive del lavoro, che correla le disfunzioni dell'organizzazione e lo scontento del cliente finale al fenomeno sempre più diffuso di trasformazione delle regole economiche-manageriali in ipotesi folli di lavoro astratto, imposte con l'onnipotenza individuale dalla gerarchia e accettate dalle persone "eroiche", che lavorano e finiscono con il considerare normale quello che è ideale.
Secondo l'autrice, non c'è altro da fare che "accettare di esplicitare i limiti, le incertezze e le contraddizioni dell'attività e confrontarvisi per costruire una soluzione possibile, a dimensione umana, mettendo nei fatti la creatività e l'intelligenza. Abbandonando il suo status di norma, l'ideale potrà allora riprendere quello di modello o progetto, indispensabile per il lavoro quotidiano". Senza che le persone abdichino alla loro competenza.
Di tutti i colori
Il lessico dei colori riflette un fenomeno complesso, dovuto all'intersezione di dati fisici, fisiologici, psicologici e culturali, individuali, legati a una sorgente luminosa, a un oggetto e all'accoppiamento occhio-cervello. Alle denominazioni dirette (blu, giallo, nero , rosa, rosso, verde, ecc.) e derivate (bluastro, gialligno, nerognolo, rosato, rossastro, verdognolo, ecc.) se ne aggiunge una moltitudine di indirette o riferite a vegetali, animali, minerali, fenomeni naturali, prodotti.
I nomi dei colori aiutano spesso a ricostruire la storia della tecnica e dell'arte. Chiariscono il valore sociale, culturale e simbolico delle denominazioni.
Conoscere queste storie e questi valori sviluppa la competenza linguistica, la capacità di usare il linguaggio per esprimersi in modo efficace.
Annie Mollard - Desfour è una lessicografa francese, responsabile di ricerche linguistiche al CNRS. Dal 1998 è impegnata a pubblicare "Le Dictionnaire des mots et expressions de couleur, XX et XXI siècle", un'opera in undici volumi, edita dallo stesso CNRS. Ognuno di essi è dedicato a uno specifico campo di colore.
Sono apparsi finora quattro libri: sul blu, il rosso, il rosa e il nero. Quest'ultimo è appena uscito. Il blu, il primo ha avuto un tale successo da essere riedito, ampliato, nel 2004.
Il piano dell'opera prevede una struttura simile per tutti i volumi: origine del termine, storia, connotazioni, simboli e codici sociali connessi, evoluzione culturale, rapporto fra proprietà fisiche e significati alla base dell'impiego nella tecnica e nella simbologia, valore delle parole derivate.
Il blu, il colore delle grandi istituzioni nazionali e internazionali, come l'ONU e il Consiglio d'Europa, è nato nel dodicesimo secolo, grazie al progresso delle tecniche di tintoria. Derivava dalla pietra azzurrite, un pigmento caro e prezioso, il solo degno della Madonna e dei re.
E' il colore, che simboleggia la distinzione e il merito. Serve a valorizzare le immagini e a provocare consenso.
Il rosso, in particolare la "porpora", era ottenuto da conchiglie marine. Da 10.000 di esse si ricavava un grammo di colorante. Era prezioso come l'oro, perciò era necessario che chi non era di sangue reale o dignitario dello Stato o della Chiesa dovesse avere un'autorizzazione ad usarlo nell'abbigliamento.
E' il più stabile dei colori. Ancora oggi è utilizzato per rendere onore ( nelle decorazioni e nei tappeti), per indicare la forza, l'eccellenza e la qualità nelle espressioni linguistiche e nelle raffigurazioni, per richiamare l'attenzione nella pubblicità e nell'abbigliamento.
Il nero, dice Annie Mollard-Desfour, è il colore dei nostri tempi. Racchiude una vasta gamma di significati, grazie alla moda, che l'ha fatto passare da simbolo dell'austerità, del lutto, della discrezione, del classicismo vestimentario al nero elegante, lussuoso, provocante o legato alla ribellione.
Dal nero "femminile" di Chanel negli anni '20 a quello della black generation, il nero maschile dei rocker, dei punk e degli uomini d'affari, è diventato un colore contraddittorio e paradossale, ombra-luce, tradizione e modernità, classicismo e provocazione, il fondale e il camaleonte più denso di significati per la vita contemporanea.
Ricco di denominazioni dirette e derivate, di variazioni sul tema, di una ricca documentazione iconografica e bibliografica, "Le Dictionnaire des mots et expressions de couleur" è una narrazione avvincente e un prezioso strumento di consultazione, un godimento intellettuale, che rivela ancora la tanta altra luce, proveniente dai colori e da un non colore , come è il nero.
Immagini nazionali degli altri popoli
Nella globalizzazione dell'economia e nella costituzione delle unioni tra Stati diversi i contatti tra popoli differenti si moltiplicano e puntano all'integrazione attiva dei comportamenti e delle culture, ma gli stereotipi nazionali nei confronti degli "stranieri" evolvono molto più lentamente di quello che s'immagina.
"Inglesi e svedesi hanno un bel darsi da fare con il marketing sociale per modificare la propria immagine nazionale, gli effetti delle loro strategie sono limitati". Ha ricordato il linguista inglese Christophe Campos in apertura del colloquio internazionale, svoltosi quest'ultimo fine settimana presso l'Istituto ungherese a Parigi, sul tema "Stereotipi e prototipi nazionali in Europa".
Le opinioni precostituite che una nazione ha di un'altra sono semplificazioni cognitive, forme schematiche di percezione e di giudizio elaborate collettivamente per orientare le relazioni.
Hanno un'influenza costante sui comportamenti e sui meccanismi politici e decisionali. Servono a vedere l'altro, riempiendo il vuoto dentro di sè e a gestire l'ansia dello scambio, ad "addomesticare le differenze temute".
Nascono così gli stereotipi del Francese diffidente, del Tedesco cavilloso, dello Spagnolo sempre in ritardo e dell'Inglese che abusa del fair play. "Sono fantasmi sviluppati nel XIX secolo sugli abitanti dei paesi limitrofi. Stereotipi che impediscono un'esatta conoscenza degli altri". Ha sostenuto Antonio Francica, presidente del Centro di lingua e cultura italiana.
Sono fissazioni del pensiero, che nei momenti di tensione possono scatenare aggressività.
Con la partecipazione di antropologi, linguisti, psicologi, sociologi, tecnologi della comunicazione, il colloquio di Parigi ha analizzato l'origine e lo svolgimento dei processi di formazione degli stereotipi, i nuovi vettori, come la comunicazione di massa, la pubblicità, le guide turistiche e i manuali scolastici, i fenomeni di prototipizzazione dei modelli e quelli di cristallizzazione delle opinioni.
I partecipanti al colloquio hanno approfondito particolarmente le dinamiche della differenziazione culturale e dell'assimilazione tecnologica.
"Anche il multiculturalismo, ha detto l'antropologa Stéfanie Brandt dell'Università di Nizza, che punta all'accettazione delle differenze perchè arricchiscono mutualmente" non dubita che esse siano "davvero così differenti".
La tecnologia con l'uniformazione degli strumenti e dei modi di comunicazione afferma "uno stereotipo della non - cultura, l'immagine di un uomo universale, che ha tutto, ma è niente". Ha sostenuto il linguista greco Nikos Graikos.
Analizzando molti casi alla luce delle diverse discipline sociali è stato rilevato il valore difensivo delle identità nazionali europee, affermate negli stereotipi sui vicini e si è trovato nella comunicazione internazionale il percorso necessario per una migliore conoscenza.
Conseguenze morali della crescita economica
"Il nostro pensiero tradizionale sulla crescita economica ha trascurato di considerare il significato per la società dello sviluppo o della sua assenza". "La crescita dell'economia può essere valutata non solo per i suoi risultati materiali, ma anche per ciò che riguarda gli atteggiamenti sociali e le istituzioni - in altre parole, il carattere morale della nostra società" : i rapporti interpersonali, l'autocontrollo, la tolleranza e la generosità.
Scrive così Benjamin M. Friedman, all'inizio del suo libro "The moral consequences of economic growth"(le conseguenze morali della crescita economica), Knopf, Cambridge, Massachusetts, 2005.
Friedman è professore di Economia politica e presidente del dipartimento di Economics dell'Harvard University. E' opinionista del "New York Times" e "The Wall Street Journal", noto presso il grande pubblico anche per "Day of reckoning: the consequences of american economic policy under Reagan and after", un'analisi critica della politica economica reaganiana.
Nel suo nuovo libro la prospettiva di analisi è allargata al mondo globalizzato e alle differenti conseguenze "morali" della crescita economica nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo.
Nei paesi poveri portare il livello di vita sopra la soglia della sopravvivenza è un'istanza morale da soddisfare prima anche dello sviluppo dell'istruzione. Nei paesi sviluppati la crescita dell'economia è un'opportunità per cambiare e migliorare istituzioni democratiche efficaci.
I comportamenti degli attori economici hanno conseguenze negative che essi non pagano e conseguenze positive per cui non sono ricompensati.
Perciò Friedman mette in guardia dai miti della "mano invisibile" di Adam Smith e del populismo anticrescita. "La ragione per cui la mano è invisibile, afferma, è perchè non esiste". Le economie non sono efficienti da sole. Ci sono ragioni sufficienti perchè il governo giochi un ruolo significativo sul mercato, avendo riguardo alla sostenibilità dello sviluppo.
"The moral consequences of economic growth" è articolato in cinque parti.
La prima chiarisce le concezioni, le origini e le implicazioni, per i livelli di reddito, gli atteggiamenti individuali e le politiche di cambiamento sociale, della crescita economica. Friedman vi imposta la tesi che la crescita debba essere continua e che la gente debba sentirla come prospettiva del suo lavoro, uso delle opportunità disponibili per sè e per i propri figli, sviluppo della democrazia di cui possa godere nel tempo.
La seconda parte correla l'andamento della democrazia in America alla sua economia dell'800, alla nascita delle grandi corpotation, alla crisi del 1929 , al "New Deal" e al dopoguerra.
La terza parte confronta la storia economica degli Stati Uniti con quella delle democrazie europee, l'Inghilterra, la Francia e la Germania. Friedman vi trova conferme positive alla sua tesi che la crescita economica favorisce modelli sociali di maggiore tolleranza, più forte democrazia e ampliamento delle occasioni per continuare lo sviluppo.
La quarta parte considera i rapporti tra sviluppo, uguaglianza, globalizzazione e ambiente ed evidenzia i conflitti sociali che accompagnano il decollo economico dei paesi poveri, se si diffonde la paura nei gruppi privilegiati di perdere la posizione dominante sulle risorse limitate e non sono chiari gli obiettivi raggiungibili in cambio.
L'ultima parte è uno sguardo sul futuro della politica economica e della crescita in America. Ci sono proposte di migliorare l'equilibrio del carico fiscale tra i cittadini, di cambiare radicalmente il sistema sanitario e di sicurezza sociale, di migliorare il sistema dell'istruzione. Tutte condizioni indispensabili per aumentare le performance economiche e preservare al meglio il carattere morale della società.
600 pagine, ha commentato Michael Mandel su "Business Week" di questa settimana, per un libro "più ampio e ripetitivo di uno spot". "Ma che dà un nuovo schema interpretativo e un nuovo linguaggio per discutere di crescita economica".
Forza della condivisione
L'etologo Stephen Rossiter ha studiato per dieci anni il comportamento di una colonia di pipistrelli Rhinolophus ferrumequinum, che vivono a Woodchester Mansion in Inghilterra.
Ha rilevato che su 45 femmine, undici hanno avuto rapporti amorosi con un compagno della madre e sette con uno della nonna. Solo in un caso c'è stato un incesto con il padre.
"Aumentando le relazioni di parentela si ha un più alto grado di cooperazione tra i componenti della colonia", ne ha concluso Rossiter in uno studio pubblicato sull'ultimo numero di "Nature".
Si favorisce la condivisione del cibo, migliora il clima dei rapporti, si rafforza la fidelizzazione al gruppo.
Dai test genetici di paternità Rossiter ha riscontrato che il 60% delle femmine dei Rhinolophi ferrumequina si era accoppiata con lo stesso maschio più di una volta.
Ancora un'ulteriore prova della forza delle nostre "famiglie" nell'economia, nella scuola, nella politica, e via discendendo.
Distruzione produttiva
La chiesa di San Pietro era stata iniziata da Costantino tra il 319 e il 322 per dare vita, sopra la tomba dell'apostolo, a una basilica imperiale, che doveva suggellare in quel luogo la conciliazione di Cristianesimo e potere statuale. Quando nel 1377, dopo l'esilio ad Avignone, fu deciso che la residenza del Papa venisse trasferita oltre il Tevere sul Vaticano per dargli maggiore protezione, San Pietro diventò la chiesa più importante di tutta la cristianità.
"Questo incremento di prestigio fece nascere il desiderio di rinnovare la chiesa". "A causa del parziale dissesto delle mura poggianti sull'instabile sottosuolo, appariva pericolante in parecchie parti". "Più importante della struttura deteriorata era la circostanza che tombe e altari... avevano riempito a tal punto ogni recesso della chiesa che ormai non rimaneva praticamente più spazio per il presente e i diversi collegi".
Sono gli antefatti del papato di Giulio II (1505-1513), della commissione del suo monumento sepolcrale a Michelangelo e della proposta di questi di trasformare San Pietro, che Horst Bredekamp ricostruisce in "La fabbrica di San Pietro. Il principio della distruzione produttiva", Einaudi, Torino, 2005, traduzione italiana di "Sankt Peter in Rom und das Prinzip der produktiven Zerstörung", Verlag Klaus Wagenbach, Berlin, 2000.
Attraverso la storia della costruzione dell'edificio simbolo della cristianità (1505 - 1605 - 1939) e degli interventi di Bramante, Raffaello, Sangallo, Michelangelo, Maderno e Bernini, l'autore, storico dell'arte, professore della Humboldt - Universität di Berlino e permanent fellow del Wissenschaftskolleg, mostra come esso non è stato tanto "il frutto del perseguimento rigoroso e costante di un obiettivo, quanto piuttosto l'esito di una febbrile e discontinua esecuzione di idee progettuali divergenti". "Costruzione e demolizione vi sono intrecciate in un indissolubile rapporto di reciproco condizionamento".
Horst Bredekamp si avvale degli apporti delle più recenti ricerche storiche per realizzare un resoconto minuzioso del tentativo di Donato Bramante di fare del progetto michelangiolesco un'impresa ancora più grandiosa, "il sogno di una vita di un architetto", distruggendo la basilica costantiniana, del gigantesco modello ligneo di Antonio Sangallo, del reincarico al settantunenne Michelangelo con una direzione dei lavori, durata 17 anni, incominciata con la demolizione del modello di Sangallo e la realizzazione di un San Pietro, "risultato di una lotta insolitamente pervicace e aspra contro i seguaci di Sangallo".
"E' suffciente uno sguardo alla cartella degli schizzi di San Pietro, scrive l'autore, per capire" che "la concezione di fondo ha subito continue riformulazioni radicali poichè ogni intervento era dettato da una psicologia dell'edificare incapace di pensare alcunchè di nuovo se prima non si procurava campo libero tramite la demolizione". "Una volontà edificatoria per la quale distruggere era importante tanto quanto costruire".
Secondo Bredekamp, un'altra conferma del valore del concetto di " distruzione creatrice" di Joseph A. Schumpeter.
"Se gli uomini producono la propria storia senza saperlo e senza sapere come, allora quest'opera (la costruzione di San Pietro) è uno dei loro simboli più eloquenti" conclude l'autore.
Sociologia politica del pettegolezzo
Philippe Aldrin è ricercatore associato presso il Centre des recherches politiques dell' Université de Paris I - Sorbonne e professore incaricato all' Université Robert Schuman de Strasbourg. Ha studiato, ascoltato e osservato la diffusione di pettegolezzi d'ogni tipo, sulla morte di Gaston Defferre, già sindaco di Marsiglia e ministro dell' Interno, scomparso nel 1986, di Lady D. e sulla profanazione del cimitero ebraico di Carpentras, per elaborarne un approccio "transazionalista", come meccanismo di scambio e di comunicazione specifico dei gruppi sociali e degli individui che li propagano.
Di questo approccio pragmatico, opposto alla mitologia dei complotti e dei segreti, e della sua ricerca sul campo dà conto in "Sociologie politique des rumeurs", PUF, Paris, 2005, che deriva dalla sua tesi di dottorato. E' il primo studio sistematico che si serve degli strumenti d'indagine della scienza della Politica, dopo le analisi degli psicosociologi, degli antropologi e degli storici.
La tesi di Aldrin è che "i pettegolezzi sono ciò che gli attori sociali ne fanno" e i loro usi cambiano a seconda degli spazi e dei contesti d'azione. Nel mondo della politica permettono la "definizione dei buoni costumi" e dei vincoli ai comportamenti. " Il pettegolezzo gioca subito come un registro alternativo alla verità che la giustizia tarda a rivelare" e si sviluppa come supplenza di "informazioni che mancano e di situazioni incerte per insufficienza di notizie o assenza di verità evidenti".
"Sociologie politique des rumeurs" è articolato in due parti:
- i pettegolezzi come pratica di scambio sociale e
- logiche sociali e usi molteplici dei pettegolezzi politici.
Aldrin approfondisce le forme e le risonanze sociali dei pettegolezzi, i giochi e le sfide politiche dell'informazione, i pettegolezzi e la produzione normale delle opinioni. Il suo invito è a prendere sul serio i pettegolezzi per l'influenza che hanno sulla formazione delle decisioni e del consenso, per l'eco mediatica che l'attore politico interessato può procurargli.
Indica gli elementi che costituiscono il "luogo sociale" in cui i pettegolezzi possono intervenire sugli avvenimenti e gli scambi dei pettegolezzi nei diversi usi degli attori (fase di costruzione).
Specifica il contesto e le variabili che sostengono la condotta pettegola (fase d'influenza).
Pone le basi per costruire un modello complessivo d'individuazione e comprensione dei pettegolezzi, per rilevarne gli intrecci fra potere e informazione e per cogliere i loro meccanismi di circolazione negli aggregati sociali e nelle comunità più stabili.
Un libro introduttivo circostanziato, con chiarezza di applicazioni a numerosi casi, esempi per interpretare le intenzioni individuali e collettive, mediate e immediate, che danno corpo alle dinamiche del pettegolare.
Psicologia della barzelletta
Cos'è che fa di un racconto breve una barzelletta. Cosa fa di una barzelletta una barzelletta bella. Quali sono i confini e i rapporti tra barzellette e storie che magari fanno ridere ma non sono barzellette, temi affini come l'ironia e la satira, o collegati più indirettamente, come i rebus, i giochi di parole, i nuovi media, gli animali, i necrologi. Perchè si ride o non si ride alle barzellette e di cosa si ride.
Marina Mizzau, psicologa della comunicazione, si propone di fornire "qualche elemento per rispondere" a queste domande in "Ridendo e scherzando. La barzelletta come racconto", Il Mulino, Bologna, 2005.
La barzelletta " è un ibrido: è conversazione perchè evento fortemente interattivo; richiede una reazione da parte degli ascoltatori (la risata); chiama altri testi del genere ( e chi ne sa le racconta, in una specie di gara); come un discorso, però, richiede un territorio franco che la salvaguardi dalle insidie dell'anarchia conversazionale: interruzioni, commenti, accavallamenti". Funziona se si costruisce su "uno scontro repentino e implicito tra due matrici... tra loro incompatibili" di quel meccanismo di coerenza e discrepanza logica insieme, che ha per effetto il riso.
Mizzau analizza i modi di costruzione e di messa in scena della barzelletta, l'importanza della narrazione e dell'abilità del narratore, "il rischio di mettersi in gioco" per ottenere la reazione dell'ascoltatore.
Lavorando su barzellette d'autore e su quelle, la maggioranza, senza diritto d'autore, vengono ricostruiti i comportamenti di chi racconta una barzelletta, dall'apertura alla conclusione, le condizioni dell'ascolto e dell'effetto. Sono illustrati gli automatismi linguistici e l'adesione del pensiero al linguaggio, le inferenze e le omissioni necessarie, il riso facile e il riso difficile, la stereotipicità dei protagonisti delle storie e gli ascoltatori vittime dell'inganno delle storie, che li obbligano a spostarsi nei panni dei personaggi per raccogliere l'assurdità delle vicende e spiegarsela per annullarla ridendo.
Per arrivare alla conclusione: "la barzelletta è un racconto", come tutti, con caratteristiche di diacronicità, di particolarità e generalità, d'interpretazione.
Si svolge nel tempo e ha una durata, seguita dalla battuta finale (il punch - line), legata al fatto che all'ascoltatore viene fornito "un implicito su cui deve lavorare di inferenze per ricavare il significato umoristico".
Si costruisce su un evento particolare, che tuttavia funziona come ricorrenza di uno "generale".
"E' soggetta a una pluralità di interpretazioni", ma "le intenzioni di chi narra sono rivolte a una completa ricezione, da parte di chi ascolta, del senso del racconto; alla ricerca di una totale adesione agli effetti cognitivi ed emotivi, oltre che estetici, che vengono riposti nel testo".
"Chi ride, ride di sè che ride. O ride del riso stesso e, spostando leggermente il discorso, anche della stupidità del riso quando lo si incontra".
Una lettura obbligata per tutti i persecutori e i perseguitati da barzellette, soprattutto se sono come questa, riportata nel libro: "- Ma tu a tuo marito lo dici quando hai un orgasmo? - Noo, cosa vuoi, che vada a disturbarlo in ufficio?".
Nascita dell'empatia
"Crescere. Il bambino e il suo sviluppo" titola la copertina del numero di luglio - agosto de "La Recherche", il mensile francese di divulgazione scientifica.
L'articolo sulla nascita dell'empatia considera gli aspetti psicologici e neurologici di questa capacità.
I neonati percepiscono fino dalla nascita le emozioni delle persone con cui sono in rapporto, ma sviluppano empatia solo dopo i quattro anni.
Per attivare la capacità di mettersi al posto dell'altra persona per capirne i sentimenti non basta essere sulla stessa lunghezza d'onda. E' necessario simulare internamente le emozioni e mantenere una certa distanza dall'altro.
Solo verso i 18 mesi il bambino incomincia a capire che l'altro è una persona come lui, ma è altro da sè e può avere desideri diversi. A livello cerebrale si attiva un meccanismo di controllo della corteccia prefrontale che fa gestire meglio le emozioni, di percepire il dolore e la gioia dell'altro, ma non di soffrire e gioire come lui.
Perchè il meccanismo funzioni completamente il bambino deve riuscire a affinare la sua percezione dell'universo interiore altrui.
Il meccanismo, una volta attivato, non funziona in modo automatico. Il comportamento sociale e il sistema di relazioni a contatto abituali, principalmente , aumentano la reattività e le interazioni conseguenti.
A kiss is never just a kiss
Ci sono i baci di passione e il bacio ai piedi del giovedì santo, il bacio accademico e quello di sottomissione al superiore, il bacio di Giuda e quelli di pace, di nozze, di venerazione alle immagini sacre, alle reliquie e alla terra amata, perduta o ritrovata: i baci privati e pubblici, unilaterali e reciproci. Possono esprimere deferenza, obbedienza, rispetto, accordo, riverenza, adorazione, amicizia, tenerezza, amore, superiorità, inferiorità, persino offesa.
Per Freud il bacio erotico, quello che "si è moltiplicato in ogni direzione", è una fissazione della sessualità allo stadio orale e un modo per "rivivere fantasmaticamente la suzione dal seno materno".
Gli organicisti contano i muscoli impegnati - 29 fra labbra e lingua - e il consumo energetico di materia grassa, sali e altre sostanze.
Un gruppo di studiosi, antropologi, storici della cultura, sociologi, psicologi ed esperti di computer science, inglesi, americani e canadesi, coordinati da Karen Harvey dell'University of Sheffield, hanno appena pubblicato "The Kiss in history", Manchester University Press, 2005, un'accessibile, lucida e provocante raccolta di saggi sull'origine del bacio e sulle sue trasformazioni sociali dall'età imperiale romana ad oggi.
Il libro curato dalla Harvey distingue i baci per "adorazione e rituale", "ambiguità e trasgressione", "potere e intimità".
Craig M. Koslofsky dell'University of Illinois, antropologo sociale, ricostruisce il significato del bacio di pace nella Riforma tedesca. Un altro antropologo Jonathan Durrant racconta con straordinaria abilità di rappresentazione la vicenda dell' "osculum infame", la storia dei rapporti tra eresia, cultura secolare e immagini dei sabba delle streghe nell'Europa centrale.
Ai baci degli amanti e alle amicizie platoniche nella modernizzazione dell'Inghilterra sono dedicati i saggi in cui David Turner, professore di computer scienze nell'University of Kent, interpreta le statistiche sulla familiarità nell'800, Helen Berry, storica dell'University of Newcastle ricostruisce i rapporti regolari e adulterini delle grandi famiglie dal 1660 al 1720 e Luke Davidson, psicologo sociale dell'University of Sussex interpreta le ambiguità dei baci dati in pubblico in contesti istituzionali, come riconoscimenti accademici e premiazioni sportive.
Elaine Chalus, storica dell'University of Alberta, ricostruisce l'uso della prostituzione nelle elezioni dell' '800. Santanu Das e Keith Thomas, antropologi sociali della Manchester University descrivono il declino del bacio cerimoniale, come gesto per cementare una relazione sociale o politica.
Un esercizio accademico di storia culturale, che si legge d'un fiato. Uno splendido modello per l'analisi del cambiamento sociale e l'identificazione dei fattori costitutivi della cultura.
Stranezze economiche quotidiane
Steven E. Landsburg, l'editorialista del Wall Street Journal ha scritto: "Se Indiana Jones fosse stato un economista, sarebbe stato Steven Levitt. L'ultimo vincitore del premio John Bates Clark per il migliore economista di meno di 40 anni, Levitt, è famoso non come maestro di misteri tecnici ma come libero cacciatore di tesori che raccoglie per sua soddisfazione e prende senza valutarli secondo i canoni della scienza convenzionale. Il suo modo tipico di fare ricerca non avviene in qualche posto esotico, ma in un mucchio di dati. La sua genialità consiste nel mettere insieme una raccolta di numeri apparentemente di scarso significato per tirarne fuori modelli e cogliere il loro senso".
"Freakonomics. A rogue economist explores the hidden side of everything" (bizzarrie economiche. Un economista impertinente esplora il lato nascosto di ogni cosa) è il libro che Levitt ha appena scritto insieme a Stephen J. Dubner per l'editore William Morrow - Harper Collins, New York, 2005.
Levitt insegna economia all'università di Chicago. Dubner è un saggista che scrive per il New York Times e il New Yorker.
Hanno scritto qualcosa che combina lo stile divulgativo con una serie di dati statistici, ricavati da fonti ufficiali. Ogni capitolo si focalizza su un'intrigante questione sociale e su un problema di analisi economica applicata. Il tono è decisamente provocatorio e si pongono domande come "Che cosa hanno in comune un insegnante e un lottatore di Sumo?", "Perchè il Ku Klux Klan è un'agenzia immobiliare?", "Perchè gli spacciatori vivono con la mamma?", "Dove sono andati tutti i criminali?", "Che cosa fa un perfetto genitore?", "Potrebbe Rossana avere lo stesso profumo e la stessa dolcezza con un qualsiasi altro nome?".
I due autori affrontano temi come l'incentivazione, pietra angolare della vita moderna, l'errore della visione convenzionale nell'approccio economico, gli effetti drammatici, anche remoti, di piccolo cause, l'uso dei vantaggi informativi a beneficio degli esperti (dai criminologi agli agenti immobiliari). Sapere che cosa e come si misura può essere a volte più che complicato.
Levitt è uomo di dati, Dubner è uno scrittore. Il testo è semplice e chiaro e produce un libro che attrae e informa.
Scorrono nei sei capitoli storie emblematiche.
Gli allievi vogliono un maestro che si dia da fare e Levitt spiega perchè con le statistiche.
La storia di Stetson Kennedy, infiltrato del Ku Klux Klan, serve a chiarire la crisi di democrazia e politica economica degli anni '50 e l'influenza dei programmi radio. Perchè il valore economico delle attività illegali non può non essere superiore a quello delle legali è illustrato nella storia della mamma dello spacciatore.
La criminologia dimostra il funzionamento del migliore dipartimento di polizia.
Un genitore perfetto che chiama una figlia Rossana chiarisce i meccanismi della difesa razzista dell'economia.
Un'affascinante illustrazione dei fondamentali dell'economia e dei rapporti tra economia e società.
Cultura e differenziazione sociale
"L' onnivorità culturale non diventerà la quintessenza della distinzione?", se lo chiede Philippe Coulangeon nell'introduzione del suo "Sociologie des pratiques culturelles", appena pubblicato dalle Editions La Découverte, Paris.
Coulangeon è un ricercatore del Centre national de la recherche scientifique, specialista di sociologia della cultura, che studia nelle sue pratiche e nei suoi effetti sulle diseguaglianze sociali, rilevando differenziazione dei gusti, frammentazione delle forme espressive e disegnando mappe degli stili di vita culturali, con un approccio ispirato al metodo di Pierre Bourdieu.
"Sociologie des pratiques culturelles" considera
- la varietà delle situazioni materiali, delle motivazioni e dei gusti che si manifestano e che sono un elemento costitutivo della sua dinamica,
- i meccanismi di formazione dei giudizi e di trasmissione delle abitudini di consumo culturale,
che segnano e sfumano i confini simbolici tra i gruppi sociali, strutturando le identità negli stili di vita, individualizzati e instabili, improntati dal possesso di repertori insieme eclettici e senza accentuazione di preferenze: una cultura di massa.
Ne sono espressioni e cause la massificazione dell'istruzione scolastica, della televisione, della musica, delle pratiche dilettantistiche, dello sport, del gioco e del far niente.
Riflettono la composizione dei loro pubblici, ma non sono diffuse uniformemente nell'insieme dei gruppi sociali.
Fedele alla sua scelta metodologica, Coulangeon sostiene le sue interpretazioni sull'impatto dei nuovi modi di consumo delle immagini per via televisiva , sulla differenziazione dei supporti di lettura, sulla legittimità dei gusti musicali e l'estetizzazione saputa dell'ascolto dei generi popolari o minori, sulla democratizzazione delle arti per "semiloisir" e "autoproduzione" amatoriale, con un ricco apparato di dati statistici sulle costanti e le variazioni delle pratiche culturali nel lungo periodo, sugli accessi inuguali e gli usi differenti che distinguono le giovani generazioni, gli acculturati, le famiglie operaie e dei pensionati. Numerose sono le citazioni di episodi storici e letterari.
La tesi del libro è che si va in direzione di una scomparsa delle gerarchie culturali, in cui tutte le produzioni e le manifestazioni sono legittime, di pari valore e della stessa probabilità di diffusione, in cui anche il "loisir d'eccezione" è solo una manifestazione minoritaria. La distinzione è affidata al modo più o meno consapevole di consumo e al rapporto tra questo e gli altri, che danno identità culturale specifica.
Un'eccellente, mai banale introduzione all'analisi delle dinamiche culturali, un'opera preziosa non solo per chi si occupa di gestione delle risorse umane in azienda.
Creatività e innovazione
"Quante cose può essere qualcosa che non è creativo? Può essere scolastico (arte), ripetitivo (arte), imitativo (arte), clonato (industria), derivato (dall'inglese derivative, che designa una replica poco originale nel campo della scienza), obbligata (strategia), vecchio (stile), seriale (produzione), tradizionale (gusto), superata (moda), scontata (pubblicità), inutile (gesto), inconsueta (soluzione), noiosa (storia), sterile (approccio), fiacco (intervento), e così via".
Da tutto il chiacchiericcio sulla creatività questo esercizio di rovesciamento semantico, tratto dal libro di Paolo Legrenzi, "Creatività e innovazione. Come nascono le nuove idee", Il Mulino, Bologna, 2005, si distingue radicalmente per l'efficacia dimostrativa.
E tutto il libro, che vuole affrontare "l'intreccio tra la creatività, come dote dei singoli individui, e l'innovazione, come fenomeno collettivo" è di una limpidezza pedagogica, che cattura il lettore nel tracciare le differenze tra creatività artistica e scientifica, tra prodotti e processi creativi e innovativi, nel descrivere la struttura dei processi cognitivi di "ristrutturazione", che fanno uscire la mente dalla gabbia, intravedendo la soluzione al problema.
E' una pedagogia che invita a conoscere gli ostacoli alla creatività individuale, l'importanza degli ambienti creativi, i percorsi di diffusione dell'innovazione tecnologica, che si traduce in prodotti e servizi, "che devono passare al vaglio del mercato secondo un filtro di natura darwiniana".
"Le tipologie standard di organizzazione delle conoscenze sono riconducibili a tre formati": sapere cosa o sapere chi, sapere perchè, sapere come.
In quest'ultimo dominio di conoscenze "i tentativi di codificazione e quindi di trasmissione del 'sapere come' falliscono, facendoci perdere molte informazioni, talvolta cruciali".
La teoria delle "architetture cognitive" fa riferimento ai meccanismi, individuali e collettivi, che rendono possibili i processi di scoperta.
Nelle aziende la creatività non basta. "Si traduce in innovazione di prodotto o di processo solo se il suo 'uso sociale' viene riconosciuto dal mercato". "L'innovazione dà luogo a intrecci ricchi, complessi e condivisi da più attori". "E' in gioco la capacità di riconoscere in qualcosa la potenzialità di qualcos'altro". I vincoli cognitivi, che impediscono di vedere le cose in modo innovativo "vanno superati per generare creatività".
Alla creatività e all'innovazione si può essere preparati, tramite l'allenamento a comprendere le "diverse strategie che si possono impiegare". "Non ci sono ricette per la creatività e l'innovazione".
Chi si pone il problema della creatività può avvicinarsi alla questione "procedendo in negativo", individuando se quello che impedisce di essere creativi è "di fronte a noi o dentro di noi". "Le difficoltà sono nel mondo, nella nostra testa oppure nelle menti altrui?". "Nessuno potrà mai fornirci un algoritmo per la creatività o l'innovazione. Possiamo solo procedere per analogia".
Risolvere o ignorare i problemi
Harry Houdini resta nella storia dell'illusionismo, 75 anni dopo la morte, l'insuperato re della fuga. Nato a Budapest nel 1874, arrivato da neonato negli Stati Uniti, metterà in scena la sua uscita da un sacco chiuso in un baule, la liberazione da un letto di contenzione, l'evasione dalla cella della tortura cinese ad acqua.
La personalità suggestiva e affascinante di Houdini è ricostruita attraverso le notizie biografiche e in relazione alla cultura e alla società americana del primo Novecento dallo psicanalista inglese Adam Phillips, in "Houdini's Box. On the arts of escape"( La scatola di Houdini. Le arti della fuga, Ponte alle Grazie, Milano, 2005/2)
Egli, scrive, è stato un precursore di "questo artista della tipica evasione moderna, che è il nevrotico". "La sua arte è consistita nel diventare il mago in cui il pubblico poteva avere fiducia". Ci sono poche attività che non comportino la necessità di "guadagnarsi la fiducia della gente. Qualunque possa essere la fiducia, poterla guadagnare è il problema".
Alla parabola di Houdini sono collegati il caso di un paziente in cerca di "un supervisore per la sua autoanalisi", la storia letteraria della reclusione e delle poesie di Emily Dickinson, gli scritti di Kafka, di Walter Benjamin e di Milan Kundera.
Servono a risolvere il problema del vivere, posto in apertura del libro, in modo più efficace del fare finta di niente.
"L'attività immaginaria implicata nella fuga può renderci ciechi difronte alla conoscenza da cui scappiamo".
Phillips mostra a poco a poco la relazione tra fuga e desiderio, sintomo, identità. "Il sentimento delle cose che evitiamo è fondamentale per il sentimento di noi stessi".
Ognuno di noi è "maestro in un modo o nell'altro nell'arte di scappare". "Forse, sottolinea l'autore, gli individui possono essere definiti per le loro fughe, per quello che pensano di dover fuggire per condurre la vita che vogliono".
I sintomi dell'ansia devono poter servire ai progetti di evoluzione "non bloccarli o sabotarli". I sintomi forzano una persona a riconoscere i suoi progetti. A partire da essi è possibile un cambiamento di prospettiva.
Un invito a non sentirsi sotto controllo sociale, a non comportarsi come quelle persone che a ristorante sanno ciò che vogliono prima di avere aperto il menu.
Ingegneria dello sviluppo personale
Valerie Brunel è una ricercatrice di sociologia dell'organizzazione nell'università di Lovanio (Belgio). Ha interessi di studio per l'impiego massiccio delle tecniche di sviluppo personale in azienda: per i metodi della neurolinguistica, dell'analisi transazionale, dell'intelligenza emotiva, che hanno lo scopo comune di sviluppare la fiducia in sé, imparare a conoscersi, a gestire le proprie emozioni e le interazioni con gli altri.
Sono metodi che considerano la psiche un oggetto gestibile, che si può migliorare e riprogrammare per liberare le potenzialità individuali e permettere a ciascuno di realizzarsi e diventare più performante.
Il carattere operazionale delle tecniche di sviluppo personale ne hanno fatto strumenti di una "psicomania", che si è diffusa tra i manager perchè può costituire il fondamento di un "modello di potere rinnovato, poco coercitivo, che fa leva sull'aspirazione a svilupparsi e ad assumere un comportamento ritenuto sostenibile". Lo scrive Valerie Brunel in "Les managers de l'âme. Le développement personnel dans l'entreprise, nouvelle pratique de pouvoir?" (I manager dell'anima. Lo sviluppo personale in azienda, nuova pratica di potere?), La Découverte, Paris, 2004.
"Queste tecniche e i valori di cui sono portatrici costituiscono una concezione dell'impresa fondata sulla negazione di ogni conflitto di potere". "Ogni dissenso è visto come il risultato di un problema di comunicazione provocato dalla debolezza affettiva degli individui". Basta "comunicare con convinzione", "affermarsi", "sviluppare l'autostima", "progredire in autonomia", "gestire le proprie emozioni". La formazione, la letteratura e il mondo dell'impresa spingono sempre più i manager a diventare "coach" o "psy".
L'obiettivo del libro di Brunel è di mostrare come e perchè le tecniche di sviluppo del sé in azienda costituiscono delle pratiche di conformità sociale, che procurano consenso "colpevolizzando l'individuo, che non riesce a darsi una posizione sociale duratura o è in difficoltà nel ruolo professionale che assume, bene o male". Esse perseguono insieme obiettivi molto differenti: benessere ed efficienza lavorativa, autenticità e adattamento al ruolo. Si iscrivono in strategie di direzione rinnovate, che si fondano su un potere interiorizzato e morale, che usano i "valori morali come vettori di comunicazione".
"Il proposito dello sviluppo personale in azienda è di dimostrare che la ricerca individuale di autenticazione, autostima e benessere va di pari passo con l'efficacia collettiva". E qui l'assunto si rivela illusorio perchè ignora le questioni centrali del potere, delle contraddizioni e dei conflitti interpersonali, fra individuo e organizzazione, fra capitale e lavoro.
Un libro stimolante che ripercorre la storia delle tecniche di sviluppo del sé nelle aziende, analizza le teorie dello sviluppo personale, valuta queste tecniche, i loro fondamenti e le relative concezioni di gestione delle persone alla luce dei nuovi modi di esercizio dell'autorità manageriale e dell'ideologia della collaborazione.
Autocelebrazione manageriale
Succede sempre più spesso che i top manager delle grandissime aziende americane, una volta in pensione, scrivano le proprie memorie per fini pedagogici e di autocelebrazione. Se poi si ha una moglie di trent'anni più giovane, che edita la "Harvard Business Review" e insegna management, la tentazione di razionalizzare le esperienze passate di alta direzione è troppo forte per resistervi.
Jack Welch è stato fino al 2001 presidente e CEO della General Electric, posizione raggiunta nel 1981, dopo venti anni di carriera nella stessa azienda.
Il volume che Harper Business manda in libreria è il secondo di questo altissimo dirigente, dopo una vera e propria autobiografia. Intitolato "Winning" (vincente), lo ha firmato con sua moglie, Suzy, conosciuta in occasione di una serie di interviste per "Time".
Il libro si presenta come un manuale pratico, rivolto a chi vuole avere successo manageriale. Gli ingredienti principali della ricetta di Welch sono il personale, il lavoro di gruppo e i costi. Diversamente combinati fanno il percorso vincente con l'azienda, la competitività e la carriera.
Non manca un'ouverture sulla filosofia di business: la necessità di chiari e tangibili valori, della massima onestà nel lavoro, della forte differenziazione fra i dipendenti, del coinvolgimento individuale.
Sopra questa logica d'azione possono essere costruite la leadership, la gestione dei dipendenti, il cambiamento e risolte le crisi aziendali. Servono a realizzare la strategia, il controllo dei costi, la crescita dell'organizzazione, le fusioni e le acquisizioni.
Raggiunti questi obiettivi - mezzi si possono avere ricompense e compensi. Welch suggerisce i modi per trovare il "lavoro giusto" e "non lavorare mai più veramente", per autopromuoversi e per conciliare lavoro e vita.
Le conclusioni sono, nello stile dell'autore, le raccomandazioni per andare sempre avanti.
Molto meglio il precedente, istant book, "Jack: Straight from the gut" (diritto dopo la decisione) più sincero e più utile per un eventuale benchmarking.
Curiosità per gli esperti di risorse umane: la raccomandazione di potenziare la Funzione.
Rifiuti della modernità
Appare in italiano l'ultimo libro di Zigmunt Bauman, il sesto presso l'editore Laterza. Il titolo originale è "Wasted lives. Modernity and its outcasts" (Vite sprecate. Modernità e reietti), ma le esigenze del marketing editoriale hanno portato a un semplice "Vite di scarto", che non rende l'approccio del sociologo critico alla "produzione di 'rifiuti umani' o, più precisamente di esseri umani scartati (quelli in 'esubero', 'eccedenti', cioè la popolazione composta da coloro cui non si poteva, o, non si voleva, dare il riconoscimento o il permesso di restare)", "risultato inevitabile della modernizzazione", "compagna inseparabile della modernità", "ineludibile effetto collaterale della costruzione di ordine... e del progresso economico", qual è la "modernizzazione perpetua, compulsiva, ossessiva e generatrice di dipendenza", condizione universale del genere umano.
Il nuovo libro si ricollega al precedente "Modernità liquida", pubblicato in Italia dallo stesso editore, che analizzava gli effetti perversi del processo di modernizzazione.
Vuole fare un bilancio degli effetti della globalizzazione per vedere meglio certe sfaccettature del mondo contemporaneo e comprendere la loro logica.
"Vite di scarto" sono così i "rifiuti della costruzione di ordine", la depressione che colpisce centinaia di migliaia di giovani della Generazione X, esclusi dall'innalzamento dei livelli di istruzione e di benessere, disoccupati, dichiarati "in esubero", "eliminabili", "privi di attrattiva e senza acquirenti", "come la bottiglia di plastica vuota e non rimborsabile o la siringa monouso", ingredienti indispensabili del processo creativo di scoperta del bello nella spirale del tecnopotere.
Ad esso va opposto il diritto di cittadinanza per la scomparsa delle prerogative della sovranità statale e per l'esenzione dalle regole in cambio della costruzione dell'ordine.
Tra i "rifiuti del progresso economico" c'è la "sovrappopolazione", un'invenzione degli statistici, riferita alle "persone il cui lavoro non può essere utilmente impiegato, poichè tutti i beni, che la domanda attuale e prevista è in grado di assorbire, possono essere prodotti - e prodotti in modo più rapido, redditizio ed 'economico' - senza tenerle occupate".
La "società organizzata" li tratta alla stregua di "scrocconi e intrusi", "declassés", "consumatori difettosi", che non hanno il denaro che consentirebbe loro di "estendere la capacità del mercato dei beni di consumo e al contempo creano un altro tipo di domanda cui l'industria dei consumi, tutta orientata ai profitti, non sa rispondere",che non è "in grado di 'colonizzare' in modo redditizio".
I "rifiuti della globalizzazione", l'altra faccia del prisma della modernità, sono destinati alle discariche del passaggio dallo "Stato sociale" allo Stato esclusivo, ispirato alla "giustizia penale" o al "controllo della criminalità", con la produzione di massa dei rifugiati, che, scaricati nei pressi dei loro paesi d'origine, esasperano i problemi già ingestibili dell'eccesso di popolazione in alcune aree geografiche del pianeta.
"La cultura liquido-moderna"appare come una "cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza", una "cultura dei rifiuti", dei rapporti umani nati morti, con il marchio dell'imminente smaltimento. "Gli elenchi dei telefoni cellulari prendono il posto della comunità mancante", che non hanno la forza di sollevare e meno ancora di sostenere.
Senza la capacità di potenza che un tempo risiedeva negli Stati sovrani vengono sprigionate e messe in moto "quantità enormi e sempre crescenti di esseri umani, privati dei loro modi e mezzi, finora sufficienti, di sopravvivenza nel senso sia biologico, sia socio-culturale della parola".
Con la perizia dell'anatomista sociale e il linguaggio appassionato del drammaturgo Bauman invita a guardare con occhi un po' diversi il "mondo moderno che tutti condividiamo e abitiamo" e a trovare insieme la risposta al grande interrogativo "se il gioco dell'inclusione/esclusione" sia l'unica forma concepibile che il nostro mondo condiviso può assumere, l'unico modo in cui si può condurre la vita umana in comune.
Troppo benessere
"American Mania. When more is not enaugh", W.W.Norton, New York, 2005, contiene una diagnosi e una psicoterapia per quel consumismo eccessivo, mania americana, appunto, che provoca "frequenti alterazioni della dopamina a causa di piacevoli frenesie di acquisto e possesso".
L'autore, Peter C. Whybrow, è il direttore del Neuropsychiatric Institute della UCLA - University of California e il presidente operativo del Department of Psychiatry della stessa università. Nel libro appena pubblicato combina acute riflessioni sulle origini della cultura americana della libera concorrenza nella economia di mercato, con indagini sui caratteri delle popolazioni immigrate e il loro ruolo nella costruzione dell'ambiziosa, irrequieta società.
Ricostruisce così l'approdo degli americani ai "valori del rischio e del miglioramento del benessere", ispiratori di comportamenti che possono generare prosperità, ma anche "mettere in pericolo il risultato di una prolungata, impegnativa attività e indebolire la salute delle comunità" con effetti negativi sulle generazioni future, quando diventano fini a se stessi e assumono forme maniacali di ricerca dei beni materiali.
"Gli americani... sono un autoselezionato gruppo di opportunisti che lavorano duramente con una insaziabile fame di successo personale".
Il libro ha obiettivi didattici, di avvio terapeutico. Con un'analisi scientifica, ricca di casi e di ritratti di personaggi, Whybrow valuta i problemi politici ed economici degli Stati Uniti, dalla ricerca del leader ideale agli alti riconoscimenti dei top manager, dalle bolle speculative alla qualità dei prodotti servizi e aiuta il lettore a cogliere l'importanza della pressione sociale e delle istanze sanitarie sulla vita di ognuno.
"La mania può essere curata", sostiene e propone
- un programma basato su quattro regole elementari per una migliore consapevolezza individuale (l'uso del tempo in modo saggio, l'impiego della tecnologia per sè e non viceversa, il mangiare in modo responsabile e in compagnia, il rispetto del proprio corpo) e
- un percorso di valorizzazione dei rapporti collettivi e di responsabilizzazione terapeutica per sviluppare la propria identità nella "social fellowship".
Il linguaggio dell'autore è brillante, come fin dai titoli le tre parti del suo libro indicano:
- "il carattere americano, la mania del benessere",
- "al massimo, il paradiso del benessere",
- "il più non basta, il benessere riconsiderato".
Gli aneddotti e i richiami storici sono attraenti. La qualità scientifica elevata. "American Mania" è un prodotto editoriale, realizzato per essere un successo di vendita. La campagna di comunicazione in atto (pubblicità e pr) impressiona. Il suo limite è quello di essere troppo proteso ad accattivarsi masse di audience, indicate dal marketing. Il suo editore, che pure ha il merito di un ampio catalogo di scienze psicologiche, non ha trovato di meglio che inserirlo nella collana di Sociologia.
Fine dell'idea di società
Da sempre i libri di Alain Touraine lasciano il segno nella trasformazione delle scienze sociali, per l'originalità dell'approccio, gli ampi riferimenti culturali, la scottante attualità delle questioni, la precisione del linguaggio.
Il libro appena pubblicato presso l'editore Fayard "Un nouveau paradigme. Pour comprendre le monde d'aujourd'hui" è il venticinquesimo del prolifico caposcuola della sociologia dell'azione, che si cura da sempre di dare forma teorica alle pratiche sociali in cui la figura centrale è il "soggetto", principio di lacerazione e di ricostruzione dell'esperienza moderna.
Il percorso da seguire per capire il mondo d'oggi è racchiuso nell'esortazione d'apertura: "Smettiamo di pensare socialmente i fatti sociali... Non parliamo più di noi in termini sociali" perchè "Viviamo la distruzione della società... cioè della visione sociale della vita sociale".
Con la globalizzazione siamo entrati nell'era della separazione tra l'economia e la società "separazione che ha in sè la distruzione dell'idea stessa di società". Questa scoppia quando "non c'è più interdipendenza nello stesso territorio tra le attività collettive: economiche, politiche, culturali, ecc.".
Nel vuoto creato da questa decomposizione sociale, l'individuo non è più in relazione con gli altri attraverso i grandi movimenti di ieri, che riunivano "persone saldate dalla volontà di costruire". La sola via d'uscita oggi è l'individualismo del "soggetto".
Dietro le rivolte dei nostri contemporanei Touraine individua la presenza d'una domanda degli esseri umani, che vogliono avere la capacità di "creare se stessi e vivere come individui". La loro rivendicazione è quella del "diritto di ogni individuo alla sua singolarità, a dare un senso alla sua esistenza".
Siamo entrati in questa nuova fase passando per quelle della politica e della Rivoluzione industriale.
La prima fase è stata quella di definizione "del disordine e dell'ordine, della pace e la guerra, del potere e lo Stato, del popolo e la rivoluzione".
Nella seconda fase il capitalismo si è emancipato dal potere politico e ha vinto "il paradigma economico e sociale". "Classi sociali e ricchezza, borghesia e proletariato, sindacato e scioperi, stratificazione e mobilità sociale, ineguaglianza e redistribuzione sono diventate le categorie più usuali di analisi".
Con la globalizzazione tutto ciò è finito. I grandi compromessi sociali degli anni 1930-1970, fissati su basi nazionali non resistono. Le categorie sociali sono distrutte.
Il nuovo paradigma sarà culturale. L'individualismo potrà forse essere portatore d'una libertà di creazione del "soggetto" e di una "nuova modernità", ma questo non dovrà essere manipolato "dal commercio e dai media".
La nuova libertà potrà essere conquistata attraverso la famiglia e la scuola. Le donne saranno più a loro agio in questa battaglia.
Visioni, pii desideri, provocazioni?
Molte intuizioni restano da dimostrare, ma altre pagine, come quelle della prima parte del libro "Quando parliamo di noi in termini sociali" lasciano incantati per la lucidità tourainiana della diagnosi. Colpiscono il capitolo sull' "Europa, uno Stato senza nazione" per la rappresentazione delle dinamiche in atto tra le forze sociali e il finale su "Una società di donne" sui valori nuovi che esse porteranno avanti.
Un libro discutibile, ma non trascurabile per capire i pericoli del populismo con la vittoria dei temi "morali" sui dati e sui fatti nella conquista del consenso.
Neurobiologia dei valori umani
Finora l'interesse delle neuroscienze era stato rivolto agli aspetti cognitivi del comportamento. La ricerca sulle basi molecolari e cellulari delle qualità sociali, delle capacità logiche e delle emozioni era considerata impraticabile per misurare dimensioni umane soggettive, specifiche e non riproducibili.
Il 24 scorso si è tenuto però a Parigi un incontro su "Neurobiologia dei valori umani", organizzato da Jean Pierre Changeux dell'Institut Pasteur e del Collège de France, da Wolf Singer del Max Planck Institut for Brain Research, da Antonio Damasio dell'University of Iowa e da Yves Christen della Fondation Ipsen. Scopo dell'incontro: misurare i progressi compiuti nella conoscenza dei legami tra processi neurofisiologici e dimensioni etiche, estetiche, emotive, di ragionamento, e individuare le questioni da approfondire in quest'ambito nei prossimi anni.
Lo strumento d'indagine che ha aperto nuovi orizzonti è la risonanza magnetica nucleare, che dà la possibilità di visualizzare l'insieme delle connessioni intracerebrali e su questa "mappa" constatare, analizzare e valutare quali regioni sono attivate.
L'attivazione può essere notata a partire dalle variazioni dei flussi sanguigni dai vasi del sistema nervoso centrale, che si dilatano per tre - quattro secondi dopo l'entrata in funzione della zona cerebrale che irrrigano.
Una scoperta scientifica importante, che ha forse eccitato un po' troppo i neurofisiologi presenti all'incontro di Parigi.
I più realisti hanno parlato dei benefici per la cura di un buon numero di malattie del sistema nervoso, derivanti dalla crescente conoscenza della rete dei neuroni e hanno auspicato una complementarietà di indagini tra neurobiologia, psicologia e filosofia.
Altri non hanno avuto dubbi sulla funzione dei meccanismi di convergenza delle informazioni cognitive ed emozionali nei lobi prefrontali della corteccia cerebrale. Fino ad affermare, come ha fatto Richard Davidson dell'University of Wisconsin che "la plasticità dei circuiti neuronali costituisce verosimilmente la base della variabilità delle reazioni emotive da un individuo all'altro e della nostra facoltà d'adattare le reazioni in funzione dell'esperienza".
Una pericolosa confusione tra hardware e software, per richiamarsi alle origini delle neuroscienze, che potrebbe portare a concezioni deterministiche, di predisposizioni biologiche ai sentimenti e ai comportamenti, scambiando l'effetto attività cerebrale con le cause dell'attivazione. Con buona soddisfazione di tutti quelli inclini alla discriminazione delle persone per le loro caratteristiche fisiche.
Emotivi anonimi
I gruppi dei dodici passi non potevano essere che dodici.
La raccolta su Internet, in rigoroso ordine alfabetico va da "AA - Alcolisti anonimi", il più noto, a "NicA - Nicotina anonimi", passando per "FA - Figli adulti", "OA - Mangiatori compulsivi anonimi" e "GA - Giocatori anonimi". I gruppi dei debitori sono due: ci sono i "DA - Debitori anonimi" e i "BODA - Imprenditori debitori anonimi", che associano in modo differente quelli che indebitano la loro azienda, probabilmente suscitando danni maggiori di quelli che indebitano solo se stessi e che provocano tutt'al più conseguenze negative sulla propria famiglia. Quando si dice l'importanza della socialità.
http://digilander.libero.it/gruppidodicipassi, il sito di Internet, precisa che la "raccolta di links e indirizzi" "non è approvata dai servizi generali nè di AA nè di altre associazioni". Il che lascia presumere da subito che si è in presenza di una filiazione di AA e che il metodo seguito del "self help" basato sull'"outing" della propria dipendenza psichica sia comune a tutti.
Un programma di cura, che usa come strumenti terapeutici le 12 tappe, le 12 tradizioni, i 12 concetti, i 12 "oggi soltanto", i 12 slogan, la preghiera della serenità e le 12 promesse.
Ultimi nati di questo network internazionale, che ha ramificazioni dall'America a mezza Europa, con 60.000 gruppi soltanto per gli AA, sono gli "EA - Emotivi anonimi", appena arrivati in Italia.
Depressi di lunga data, ex tossicomani, giovani in difficoltà, malati di timidezza, tutti quelli che hanno l'impressione di non riuscire a controllarsi, d'essere guidati dalle loro ansie, dalle loro fobie, dalle loro sofferenze, dai loro piaceri, piuttosto che dalla loro volontà, possono seguire un programma simile a quello degli "Alcolisti anonimi".
E' un programma abbastanza aperto perchè ciascuno l'interpreta a modo suo. Nei 12 concetti è detto "spirituale" e "non religioso", fondato sul rinunciare a battersi contro la propria dipendenza per vincerla meglio, sull'aiuto del gruppo degli "emotivi", sull'abbandono a "una Potenza Superiore, Dio come lo concepiamo. Per esempio, può essere l'amore fra le persone, il gruppo, la natura, il Dio tradizionale (la Divinità) o una qualsiasi altra entità scelta dal componente il gruppo".
Nelle 12 tappe si afferma che "abbiamo coraggiosamente fatto un minuzioso inventario morale di noi stessi", "abbiamo ammesso subito i torti commessi e di cui ci siamo accorti" e "avendo conosciuto un risveglio spirituale come risultato delle tappe percorse, proviamo a diffonderne il messaggio e a realizzarne i principi in tutti gli aspetti della nostra vita".
Tra i 12 slogan figurano: "Mollare la presa e rimettersi a Dio", "Vivere e lasciar vivere", "Scopri il lato buono", "Il tempo sistema le cose", "Conosci te stesso onestamente".
La tecnica autocoscienziale può essere razionalizzata e i principi di buon senso memorizzati con l'aiuto di una quarantina di opuscoli, libri e manifesti.
Un programma di attivazione normativa, che mira a far respingere attraverso un codice comportamentale quelle emozioni che bisognerebbe imparare a gestire. I dubbi sulla sua efficacia sono forti come il pericolo per la sofferenza psichica, la cui risoluzione è proprio il motivo del costituirsi dei gruppi degli EA.