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Dal blog al book Riceviamo da Stefania Riccio, sociologa della comunicazione , il post che volentieri pubblichiamo L’autoreferenzialità dei blogger non è una novità, due anni fa Geert Lovink, direttore del’Institute of network culture del Politecnico di Amsterdam, teorico dei media, scriveva in «Zero comments. Blogging and critical Internet culture» che i blog creano paradossalmente network chiusi e per questo sono pervasi da un impulso nichilista e adolescenziale. «Mancando un centro di aggregazione sociale e morale forte la domanda che rimbalza tra i blogger è fondamentalmente una: "come superare l’insignificanza senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate?” ».
Il bloggare con qualità e raffinatezza, che Lovink auspicava, per evitare i blog, che «non dicono nulla, sono come un martedì qualsiasi», è stato superato dal microblogging di Twitter, notizie in 140 caratteri, che fanno l’innesco delle informazioni nei grandi giornali americani e dall’esplosione dei blog di politica e di letteratura, narrativa e poesia, in paesi a democrazia frenata, come la Cina e l’Iran e a democrazia avanzata, come gli USA.
Il successo della campagna elettorale di Obama, l’opposizione ai regimi autoritari nell’abbattere le frontiere della comunicazione con gli ospiti stranieri in occasione delle Olimpiadi di Pechino e della richiesta d’annullamento del voto a Tehran stanno lì a provarlo.
In un paese come l’Iran, da 72 milioni di abitanti, i blogger sono 21 milioni e il regime deve metterli a tacere per evitare le manifestazioni di piazza a sostegno di Musavi. In Cina si contano oltre 50 milioni di blog attivi nel trasmettere in Rete quello che il governo non fa circolare per i mass media addomesticati.
Nelle democrazie mature invece i corporate blog prima e i report blog poi sono serviti a regolare i rapporti con i clienti e a verniciare di modernità l’approccio al mercato e alle audience.
Mentre i siti della carta stampata tradizionale o dell’azienda troneggiano paludati, piccole concessioni a relazioni più informali e rapide, più accettabili, si fanno strada, attente a non scalfire gli equilibri interni e l’egemonia sui destinatari dei prodotti e dei servizi chiave.
I clienti e i lettori scoprono con piacere in questi casi le sembianze del rappresentante (più spesso una rappresentante di aspetto gradevole) dell’azienda o del giornale, messo a dialogare con loro e s’aspettano di trovare un interlocutore comprensivo. Scoprono subito, invece, che lo scopo vero è quello di ampliare le occasioni di vendita.
Come aveva intitolato il suo libro Lovink e confermano le indagini recenti dell’Harvard Business School e dell’agenzia demoscopica Sysomos, l’80% degli account di Twitter, a dispetto di un aumento del 1382% in un anno, sono seguiti da meno di 10 internauti, secondo il modello tradizionale redattore – lettore, in contrasto con le ambizioni sbandierate di social network e community.
Le ricerche mostrano che i nuovi operatori di questi media non reggono al ritmo della velocità di pubblicazione. «Le Monde» della scorsa settimana parlava di «forzati del blog». Più spesso avviene la fuoriuscita dal virtuale e lo sconfinamento nel newsmaking, con un prevalere delle pubbliche relazioni sulla costruzione di conoscenza.
Gli inviati alla comunicazione online cadono allora nell’errore dell’autocelebrazione e dell’omaggio alla gerarchia dell’organizzazione di appartenenza e ai clienti fidelizzati.
Il blog diventa una raccolta di immagini e osanna, simile ai book di presentazione di oggetti, macchine o persone e la modernizzazione apparente finisce con il mostrare la vera identità. Copyright2009©irio blog, microblogging, comunicazione , notizia
