Contatore

visitato *loading* volte

16/06/2009

Dal blog al book Riceviamo da Stefania Riccio, sociologa della comunicazione , il post che volentieri pubblichiamo L’autoreferenzialità dei blogger non è una novità, due anni fa Geert Lovink, direttore del’Institute of network culture del Politecnico di Amsterdam, teorico dei media, scriveva in «Zero comments. Blogging and critical Internet culture» che i blog creano paradossalmente network chiusi e per questo sono pervasi da un impulso nichilista e adolescenziale. «Mancando un centro di aggregazione sociale e morale forte la domanda che rimbalza tra i blogger è fondamentalmente una: "come superare l’insignificanza senza ricadere nelle strutture di significato centralizzate?” ».
Il bloggare con qualità e raffinatezza, che Lovink auspicava, per evitare i blog, che «non dicono nulla, sono come un martedì qualsiasi», è stato superato dal microblogging di Twitter, notizie in 140 caratteri, che fanno l’innesco delle informazioni nei grandi giornali americani e dall’esplosione dei blog di politica e di letteratura, narrativa e poesia, in paesi a democrazia frenata, come la Cina e l’Iran e a democrazia avanzata, come gli USA.
Il successo della campagna elettorale di Obama, l’opposizione ai regimi autoritari nell’abbattere le frontiere della comunicazione con gli ospiti stranieri in occasione delle Olimpiadi di Pechino e della richiesta d’annullamento del voto a Tehran stanno lì a provarlo.
In un paese come l’Iran, da 72 milioni di abitanti, i blogger sono 21 milioni e il regime deve metterli a tacere per evitare le manifestazioni di piazza a sostegno di Musavi. In Cina si contano oltre 50 milioni di blog attivi nel trasmettere in Rete quello che il governo non fa circolare per i mass media addomesticati.
Nelle democrazie mature invece i corporate blog prima e i report blog poi sono serviti a regolare i rapporti con i clienti e a verniciare di modernità l’approccio al mercato e alle audience.
Mentre i siti della carta stampata tradizionale o dell’azienda troneggiano paludati, piccole concessioni a relazioni più informali e rapide, più accettabili, si fanno strada, attente a non scalfire gli equilibri interni e l’egemonia sui destinatari dei prodotti e dei servizi chiave.
I clienti e i lettori scoprono con piacere in questi casi le sembianze del rappresentante (più spesso una rappresentante di aspetto gradevole) dell’azienda o del giornale, messo a dialogare con loro e s’aspettano di trovare un interlocutore comprensivo. Scoprono subito, invece, che lo scopo vero è quello di ampliare le occasioni di vendita.
Come aveva intitolato il suo libro Lovink e confermano le indagini recenti dell’Harvard Business School e dell’agenzia demoscopica Sysomos, l’80% degli account di Twitter, a dispetto di un aumento del 1382% in un anno, sono seguiti da meno di 10 internauti, secondo il modello tradizionale redattore – lettore, in contrasto con le ambizioni sbandierate di social network e community.
Le ricerche mostrano che i nuovi operatori di questi media non reggono al ritmo della velocità di pubblicazione. «Le Monde» della scorsa settimana parlava di «forzati del blog». Più spesso avviene la fuoriuscita dal virtuale e lo sconfinamento nel newsmaking, con un prevalere delle pubbliche relazioni sulla costruzione di conoscenza.
Gli inviati alla comunicazione online cadono allora nell’errore dell’autocelebrazione e dell’omaggio alla gerarchia dell’organizzazione di appartenenza e ai clienti fidelizzati.
Il blog diventa una raccolta di immagini e osanna, simile ai book di presentazione di oggetti, macchine o persone e la modernizzazione apparente finisce con il mostrare la vera identità. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 18:04 | link | commenti (11)
tecnologia 114


Commenti
#1    16 Giugno 2009 - 20:29
 
Corporate e report blogger sono condizionati dalla mancanza di competenza e dall'apprtenenza ad organizzazioni profit oriented.
Franco Tinelli
utente anonimo

#2    17 Giugno 2009 - 05:44
 
L'argomento è talmente vasto ed articolato che difficilmente - senza nulla togliere all'autrice di qs post - può esaurirsi in spazi così ridotti.
Per stimolare la discussione segnalerei - se posso - su qs tema:
I forzati del web: http://www.lsdi.it del 13.06
Il fascino del cyber-capo:
http://www.visionpost.it/epolis/il-fascino-del-cyber-capo.htm del 08.06

Saluti.

Pier Luca
utente anonimo

#3    17 Giugno 2009 - 07:50
 
I blog padronali, allo stesso modo si tutto quello che è finalizzato al rpofitto, sono costituzionalmente rivolti a persuadere. La comunicazione aperta e la costruzione di conoscenza sono aldilà della loro logica d'azione. La degradazione in book è legata agli utili e il modello redattore-lettore ripetono le strutture verticistiche dell'organizzazione di fabbrica, formaggini, servizi, notizie, inserzioni che siano.
Complimenti a Sofia, Ferruccio Biraghi
utente anonimo

#4    17 Giugno 2009 - 10:48
 
L'abuso della parola community vorrebbe alleggerire la subordinazione delle audience e la primazia delle formule redazionali adottate, copia conforme dei modelli gerarchici delle aziende patrocinatrici, un trucco troppo evidente per convincere sugli obiettivi dichiarati.

Simona Avitabile
utente anonimo

#5    17 Giugno 2009 - 11:37
 
Rispetto alla piega che sta prendendo il dibattito, riprendo la frase di A.Fumagalli - “Siamo di fronte a un paradosso o meglio ad una potenziale contraddizione: il general intellect consente la creazione di un valore che trae linfa dalla cooperazione sociale, ma che viene distribuito tramite processi di espropriazione sociale”.
Se interessa approfondire.........
http://giornalaio.wordpress.com/2009/06/03/loop-in-edicola/

Pier Luca
utente anonimo

#6    17 Giugno 2009 - 14:05
 
Parliamoci chiaramente allora: qui è in discussione proprio la possibilità di cooperazione sociale, sviata dall'uso malandrino di certi corporate e report blog. Franco Tinelli
utente anonimo

#7    17 Giugno 2009 - 19:06
 
Lovink, citato da Stefania, scrive nel suo libro di "Comunità virtuale", come espressione inflazionata, associata a idee screditate sul cyberspazio e ad aggregazioni all'ombra di brand di massa, come i forum sul sito della Coca-Cola.
Sabina Amitrano
utente anonimo

#8    18 Giugno 2009 - 13:33
 
Il microblogging ha fatto catena di comunicazione sul programma di Obama e la favorito la sua elezione.
In Cina ha impedito la condanna a morte di una donna, che aveva ucciso il suo aggressore, un dirigente del Partito comunista.
In Iran sta svolgendo un'azione di controinformazione e di critica documentata, che dimostra le falsificazioni di voto del regime di Teheran.
Molti infine sono i giornali su Twitter.
E' noto da un pezzo che il medium non è tutto il messaggio e può essere adattato flessibilmente al servizio della comunicazione diffusa.
Giancarlo Parisi
utente anonimo

#9    19 Giugno 2009 - 08:23
 
...E soprattutto si contrabbanda la pubblicità per informazione...

Maria Loiro
utente anonimo

#10    22 Giugno 2009 - 17:32
 
gentili amici di iriospark, non sono riuscita a trovare l'articolo di di Le mondea cui si riferisce il post e mi interesserebbe molto. mi aiutate con un link più mirato? grazie
rosanna santonocito
ps non credo di fare parte, con il mio blog, della casistica "piccole concessioni a relazioni più informali": jobtalk ha rotto più d un tabu linguistico e tematico del sole 24 ore, ove risiede... ,-)
utente anonimo

#11    23 Giugno 2009 - 10:34
 
L'articolo di "Le Monde" è stato scritto da Xavier Ternisien. Intitolato "Les forçats de l'info", è apparso sulla terza pagina del quotidiano francese il 25 maggio e ripreso anche in Italia da Isdi.it del 13 giugno.
E' linkato nel nostro post del 16 scorso.
Apprezziamo che Rosanna Santonocito ci legga, ci scriva e ci consideri amici. La cosa è reciproca.
Iriospark
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente orsola

Commenti