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Lettori disposti a pagare notizie online Sono gli stessi che già comprano i giornali su carta, hanno interesse per l’informazione locale, specialistica e vogliono essere allertati sugli avvenimenti importanti La società di consulenza strategica BCG ha realizzato un’indagine in nove paesi ad economia avanzata per verificare la disponibilità dei lettori di carta stampata a pagare notizie diffuse online. L’investigazione è stata fatta nella seconda settimana di ottobre e ha coinvolto più di 5.000 persone, abitanti negli USA, in Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna, Australia, Norvegia e Finlandia. Gli intervistati avevano dai 18 ai 65 anni ed erano per il 50% uomini e per l’altro 50% donne.
I componenti del campione hanno risposto a 18 domande sulle preferenze personali per le fonti d’informazione, sui contenuti scelti online, sulla propensione a pagare per notizie in Rete, sui formati e i media graditi per l’informazione digitale.
Ne è risultato che molti si sono detti disposti a pagare per le notizie online: dal 66% dei Finlandesi, che però costituivano il 5% dei partecipanti all’indagine, al 48% degli Inglesi e degli Americani, che erano rispettivamente il 10% e il 20% del campione.
Il 45% degli Italiani, anzi già paga per questo servizio, una percentuale di lettori nettamente superiore al 32% dei Finlandesi e dei Francesi, quasi quattro volte quella degli Inglesi.
Il prezzo medio per mese che i lettori sono disposti a pagare per questo tipo di servizio è di $ 5 e va, anche qui, dai $ 7 degli Italiani ai $ 3 degli Australiani e degli Americani.
Il mezzo d’accesso di gran lunga preferito è il pc, che riceve l’89% d’indicazioni, seguito dal televisore, scelto dal 49% delle persone. Le notizie preferite sono quelle reperibili su siti giornalistici per il 58% degli intervistati, su stazioni web tv per il 43%, su portali per il 35%.
Il pc è indicato dall’87% degli adulti e dal 93% dei più giovani, è seguito da tv e smartphone per i primi e da sistemi personalizzati per i secondi.
Gli argomenti che risultano più interessanti sono le notizie locali per il 67%, le informazioni specialistiche per il 63%, le inchieste e i dossier per una stessa percentuale, mentre ricevono indicazioni minori, tra il 55% e il 51%, i giornali personalizzati su fonti informative diverse, l’allerta di notizie importanti e il servizio di rassegna informativa personale.
Le notizie online sono acquistate in aggiunta a quelle disponibili su carta stampata. Le due fruizioni appaiono dalla ricerca complementari e non concorrenti. Copyright2009©irio informazione online, notizie online a pagamento, ricerca internazionale sull'informazione online ,Boston Consulting Group
Dubai chiede aiuto per pagare i debiti Lo Stato degli Emirati arabi uniti, che ha trasformato completamente il suo territorio con impianti e costruzioni, è indebitato per il 70% del PIL Dubai, la città del mondo dove tutti i sogni possono essere realizzati da chi ha soldi, è in affanno. Sembra incredibile a chiunque sappia che questa capitale di uno dei sette Stati, che costituiscono gli Emirati arabi uniti, è tutta immersa nel verde, nonostante sia circondata dal deserto, abbia un litorale sul Golfo Persico costituito da isole artificiali, disposte in modo da formare l’immagine di una palma , stia costruendo un grattacielo di 800 metri e ne abbia già uno da 350 metri per il più lussuoso albergo del mondo, l’unico a 7 stelle.
La costosissima ed ecologicamente discutibile trasformazione è avvenuta in meno di dieci anni. Dubai ha puntato tutto il suo sviluppo sull’immobiliare, per essere una città abitata da ricchi, sulle banche e la finanza, al servizio di ricchezze legate al petrolio, sul turismo lussuoso e vistoso di chi vuole conquistare record di consumo. 
La crisi finanziaria però è arrivata anche qui. Il bilancio dello Stato è gravato da debiti per 80 miliardi di dollari, causati in massima parte dalle aziende pubbliche. Una delle holding più importanti dell’Emirato, la Dubai World, proprietaria del gigantesco complesso alberghiero costruito su Palm Island, pesa per 59 miliardi di dollari. Il Dubai è stato costretto a rinegoziare con i creditori l’integralità dei 50 miliardi di dollari, dovuti per questo progetto, finanziato dal suo fondo sovrano.
Se non otterrà una dilazione fino al 30 maggio, non potrà pagare nei prossimi quattro mesi i 9 miliardi di dollari per le rate che scadono e dovrà essere dichiarato insolvente, con l’inizio della procedura di fallimento.
La richiesta di dilazione è inquietante, perché è stata fatta contemporaneamente all’annuncio d’avere ottenuto da Abu Dhabi altri 5 miliardi di dollari in buoni del tesoro, con finanziamenti di due banche dell’Emirato, in aggiunta ai 10 miliardi già ricevuti quest’anno allo stesso modo, una goccia d’acqua per il debito pubblico, che ha raggiunto il 70% del PIL. L'esposizione delle banche europee in questa situazione è stimata dagli analisti fra 13 e 26 miliardi di euro.
Gli speculatori, che avevano fatto scoppiare la bolla dei terreni e degli immobili sono scomparsi, provocando una caduta dei prezzi del 47%. Copyright2009©irio Dubai, Jumeirah Palm Island, Pil del Dubai ,debito pubblico del Dubai
Frenesia nella Silicon Valley per le «clean-tech» Questa volta i pionieri della nuova frontiera investono e sperimentano nel solare, nell’auto elettrica, nel carburante alle alghe e si accingono a ridisegnare l’economia mondiale I giornali di oggi scrivono che la globalizzazione ha cambiato senso di marcia, da delocalizzazione di attività ed esportazione di prodotti verso la Cina, l’India, il Sudest asiatico e l’America Latina è diventata acquisto di materie prime, carburanti e credito all’esportazione di quei paesi. Gli scambi commerciali delle economie avanzate sono caduti del 38% quest’anno e i ministri del Commercio estero, che la settimana prossima si incontreranno a Ginevra per trovare soluzioni a questo forte squilibrio, potranno fare ben poco di fronte alla riduzione dell’ 83% degli scambi bilaterali.
A soffrire è soprattutto la bilancia dei prodotti energetici, che continuano a non sfuggire alla doppia speculazione degli accaparratori, che temono per la prosecuzione delle attività domestiche e dei petrolieri, che vanno alla ricerca dei mercati di consumo più favorevoli.
Il risparmio energetico s’impone e per la tenuta dei bilanci nazionali e per la sempre più grave situazione climatica mondiale. Da tre anni la Silicon Valley è presa dalla frenesia per le «clean-tech», un attivismo di innovatori e investitori nelle energie pulite, rinnovabili, che ricorda quello di trent’anni fa per l’hi-tech.
La giornalista e saggista economica Dominique Nora in «Les pionniers de l’or vert», Grasset, Parigi, 2009, descrive i «breakthrough», di affioramento tecnologico, che stanno avvenendo in California per creare il mercato di domani, cogliendo insieme un’opportunità economica formidabile nelle energie rinnovabili e mettendo alla prova l’esercizio di una forte coscienza ecologica e ambientale.
Nora racconta come l’ecosistema della Silicon Valley - gli imprenditori, i «riskbearer» di capitali e i laboratori di ricerca delle università - si è mobilitato in massa verso questa nuova frontiera del capitalismo.
Gli stessi pionieri del software e dell’hi-tech sono volti ad occuparsi delle tecnologie pulite e rinnovabili, che dovrebbero consentire entro cinque-sei anni di rinnovare le fonti di energia e di creare dei materiali inediti per mezzo della chimica vegetale.
I fondatori di Google, Serge Brin e Larry Page, hanno fatto investimenti in una trentina di piccole e medie imprese verdi, guidano Tesla, un’automobile completamente elettrica, di grande potenza e sono impegnati nel progetto Desertech, che vuole catturare il sole del Sahara per fini industriali.
Shai Agassi, un genio dell’ingegneria meccanica israelo-californiano, ha capito che se si vuole che gli automobilisti viaggino su vetture elettriche, occorre creare una rete di sostituzione diffusa delle batterie, evitando i problemi di ricarica e di basso rapporto utilità-prezzo. Ha avuto tanto successo da riuscire a fare un accordo con la Renault.
Elon Musk, CEO di Tesla Motor, ha stipulato un contratto con la Daimler per la produzione di auto elettriche.
Vinod Kosia, cofondatore di Sun Microsystems, ha investito in decine di imprese verdi.
T. Boone Pickers, ex petroliere, noto raider di Borsa, si è concentrato sull’energia eolica.
Da questi sta per venire fuori il futuro Bill Gates.
Tra gli innovatori e gli investitori ci sono persone d’ogni età, che puntano su progetti, spesso utopici, per ridisegnare la carta economica ed energetica del pianeta. I ritratti tracciati da Nora presentano un nuovo stadio del capitalismo. Sono persone che hanno investito 4 miliardi di dollari in “clean-tech”, una cifra piccolissima in un paese leader mondiale dell’ R&D. Esprimono però un’incommensurabile fiducia nei progetti, tanto da avere meritato il sostegno finanziario dall’amministrazione Obama, che ha anche prolungato di dieci anni il credito d’imposta alle aziende che investono in ricerca.
Questi Americani, avverte l’autrice, non sono sognatori animati dall’intenzione di migliorare il benessere delle future generazioni, sono invidiabili uomini d’affari con business da miliardi di dollari. Con la loro visione ricordano che il modo migliore di predire il futuro è inventarlo. Copyright2009©irio economia verde, energie rinnovabili, Silicon Valley ,nuovo capitalismo
Pressione fiscale sulle aziende La quarta edizione di «Paying taxes 2010. The global picture», uno studio di PWC per la Banca mondiale, rileva in Italia un’imposizione globale del 68,4% Per il quarto anno consecutivo lo studio comparativo sui sistemi fiscali nel mondo «Paying taxes 2010. The global picture», realizzato dalla Pricewaterhouse Coopers per la World Bank, ha rilevato il forte peso delle imposte sulle aziende del nostro paese. Nel 2009 la pressione fiscale globale ha raggiunto il 68,4% dell’utile lordo e l’Italia si colloca al 166°posto, in coda alla classifica di 183 Stati, ordinati per peso impositivo crescente, dal primo, con la pressione più leggera, all’ultimo, con la pressione maggiore.
Il metodo usato dai ricercatori rileva le imposte, le tasse e gli oneri sociali, tutti i prelevamenti, che gravano sugli utili di una piccola – media impresa modello di 60 dipendenti, con un’attività di produzione e distribuzione.
Questa base generale di confronto è fatta da tre componenti:
- il numero di pagamenti e la ripartizione tra imposte, tasse e oneri sociali;
- il tempo impiegato a dichiarare e a pagare;
- la pressione globale, che considera ogni altra imposta dovuta dall’azienda: le imposte sulle società, i contributi previdenziali e sanitari, l’imposizione sui dividendi, le tasse sulle operazioni finanziarie, le tasse sui rifiuti, le tasse di circolazione e sugli automezzi, l’imposta sui redditi immobiliari e sul patrimonio, ecc.
Sono fattori che misurano l’attrattività impositiva di un paese e contribuiscono alla competitività internazionale di un’azienda.
In base a questi criteri, fatto 100 il carico fiscale, un’azienda italiana paga il 51% di oneri sociali, il 24% d’imposte sui profitti, il 14% di accantonamenti per TFR (fine rapporto di lavoro), il 12% di IRAP (attività produttive), il 3% di tasse varie (alla Camera di commercio, sugli immobili, sui carburanti, sui pagamenti, per bolli).
Tra i paesi più convenienti per leggerezza dell’imposizione fiscale il primo è il Timor-Leste, che ha lo 0,2% di pressione, il meno conveniente è la Repubblica Democratica del Congo, con il 322%, un paese con inflazione alle stelle ed economia a picco.
Sul podio della pressione più leggera, dietro il Timor-Leste, ci sono il Vanuatu, secondo con l’8,4% e terze le Maldive con il 9,1%.
L’Italia ha la maggiore imposizione dell’UE, più della Francia, che è anche 165ª nella classifica generale con il 65,8% di pressione e meno del Brasile, 167° con il 69,2% e dell’Algeria, 168ª con il 72%. La media europea è del 44,5%, quella mondiale è del 48,3%, rispettivamente 24 e 20 punti in meno della nostra. Copyright2009©irio Banca mondiale, PWC, Paying taxes 2010. The global picture, pressione fiscale nel mondo, imposizione fiscale in Italia
Valentino, un geniale creatore di moda Il documentario di Matt Tyrnauer «Valentino: the last emperor» descrive la vita e l’ambiente del più grande stilista italiano La moda, l’eleganza e il lusso sono tre facce di quel sistema situato di attività, come lo definisce Goffman, in cui l’individuo decide quale personaggio essere e usa gli strumenti di scena, che ritiene più adatti per comunicare la sua identità in una determinata circostanza.
La moda è un aderire al gusto prevalente di usi, costumi e regolamentazione sociale, che ha raggiunto un diffuso apprezzamento da parte di un certo pubblico e in un determinato contesto. E’ una libera adesione a leggi di cambiamento dell’apparenza, indotte dal consumismo, che tende a valorizzare in ogni situazione quello che la persona vuole essere. L’eleganza è una ricerca di distinzione, fondata sull’uso di oggetti apprezzati come segnali di gusto e di stile di vita. Il lusso è un prendere le distanze, un volersi mettere al di sopra degli altri e un dichiararlo con oggetti simbolo di nobiltà culturale, pregio estetico, rarità, accesso o reperimento difficile.
Il vestire e l’abbigliamento sono fattori centrali di questo complesso gioco di differenziazione e apprezzamento, necessario per essere identificati nel momento in cui la persona interagisce.
L’importanza di un creatore di moda nella società contemporanea è cresciuta con lo sviluppo dei consumi, con il peso che l’abbigliamento e il made in Italy hanno nell’economia e nell’immagine del paese, con l’identificazione tra protagonista e prodotti che qualche stilista è riuscito a realizzare.
Il caso di Valentino Garavani, ma il cognome è superfluo, testimonia l’importanza di queste convergenze in un geniale stilista, imprenditore di successo, personalità dell’alta società internazionale, pluripremiato con i più prestigiosi riconoscimenti e onorificenze, sensibile alle tematiche sociali, una vita straordinaria documentata dal giornalista di «Vanity Fair» e regista Matt Tyrnauer nel film «Valentino: l’ultimo imperatore».
Lavorando per oltre due anni, dal giugno 2005 al luglio 2007, una troupe cinematografica ha registrato 250 ore di riprese dell'attività professionale e della giornata del fashion designer e ha memorizzato l’impegno, la passione creativa, la capacità di operare in squadra, la precisione e lo stile di leadership del protagonista, ricavandone un ritratto sincero, mai artefatto. Ne è risultato un reportage all’insegna di quella che costituisce un’autopresentazione: «Io sono proprio così, come mi vedete nel film» e che il regista ha commentato: «Siamo stati ammessi nel circolo più interno, ma abbiamo dovuto pazientare molto, praticamente trasferirci lì per riuscire a catturare i momenti veramente speciali».
Alle registrazioni nell’atélier di Roma e alle sfilate presso Les Beaux Arts di Parigi si sono aggiunte quelle fatte durante le vacanze e nelle due residenze, francese e americana, al lavoro e nella vita mondana e le numerose immagini di repertorio con Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor.
Il documentario comincia nel backstage delle sfilate di pret-à-porter a Parigi nel febbraio 2007. Va indietro di un anno e mostra Valentino nello studio privato. Si sposta sui momenti di vita sociale e sulle relazioni nella sua «famiglia», con amici, amiche e socio. Non segue un ordine cronologico. Alterna passato e presente, è una storia personale, il racconto di una storia d’amore per la bellezza e l’eleganza.
Si differenzia perciò dalle rappresentazioni agiografiche o commerciali di altri film, che in quest’anno hanno raccontato del mondo della moda. Esalta un creatore, fa capire l’unicità del processo di sviluppo del business, fondato su una persona e configurato nella casa di moda ceduta nel 2002 ai Marzotto.
Prova al largo pubblico che Valentino ha diritto a un posto centrale in un «mondo della moda, diventato oggi molto diverso» e che «se c’è un motivo per cui un giorno dovrà smettere è questo», come dice Giancarlo Giammetti, suo socio e compagno per dodici anni. Copyright2009©irio Valentino:l'ultimo imperatore, Matt Tyrnauer, Valentino fashion home, moda, eleganza, lusso
Compromesso su presidente e alto rappresentante dell’UE I capi di stato e di governo hanno designato all’unanimità il primo ministro belga Herman Van Rompuy e l’inglese Catherine Ashton, attuale commissario al Commercio L’insistenza di Gordon Brown sulla candidatura di Tony Blair alla presidenza permanente del Consiglio europeo aveva provocato irrigidimenti e accordi a due tra i rappresentanti dei Ventisette. Non poteva venirne fuori che un compromesso, talmente poco minacciante per il mantenimento dell’attuale status quo, da non suscitare dubbi in nessuno dei grandi elettori.
Dei tre candidati della vigilia è stato designato presidente il poco conosciuto Herman van Rompuy, che ha potuto contare sull’appoggio di partenza del duo Merkel – Sarkozy, che hanno fatto una pressione così forte da suscitare le reazioni del primo ministro svedese, l’attuale presidente di turno dell’UE, a cui spetta formalmente di presentare i candidati. La nomina di Catherine Ashton come alto rappresentante per gli Esteri e la Sicurezza comune (“Pesc”) ne è stata la logica conseguenza. Scelto un continentale e popolare, ci voleva un socialista, che compensasse il rifiuto a Blair.
La qualità maggiore del neopresidente, che sarà per due anni e mezzo alla testa di un gabinetto composto da 22 persone, è la sua abilità di negoziatore. Uomo dei compromessi impossibili, Van Rompuy è cattolico, intellettuale, moderato, atlantista, l’opposto del focoso Blair, che ha fatto temere agli elettori di mettersi sulla testa un presidente incontrollabile.
La baronessa Ashton è di recente nobiltà. E’ stata nominata dalla regina su proposta di Blair per poter accedere alla Camera dei Lord . Ha fatto una carriera governativa come sottosegretaria all’Istruzione e alla Giustizia e come ministra ai Rapporti con il Parlamento, prima di partire per Bruxelles nel 2008. La nomina ad alto rappresentante comprende di diritto anche quella di vicepresidente della Commissione. La sua azione sarà sostenuta da un istituendo nuovo servizio diplomatico europeo per gli affari esteri, che funzionerà con le risorse dell'Unione e degli Stati membri.
I giornali europei in grande maggioranza hanno criticato le scelte. «El Pais» ha definito i due eletti figure smorte e di basso profilo. Il «Frankfurter Allgemeine Zeitung» ha domandato se queste due personalità possono incarnare lo slancio promesso dai governi. Il «Financial Times» ha addirittura scritto che c’è da dubitare sulla capacità dei due eletti di competere con Washington e Parigi.Copyright2009© Consiglio europeo, presidente Consiglio europeo , alto rappresentante per gli Esteri e Sicurezza ,designazione presidente e alto rappresentante dell'UE
Ripensare la gestione delle Risorse umane La ripresa è ancora troppo debole per fermare l’aggravamento della disoccupazione, la funzione RU deve essere rinnovata profondamente L’ «Economic Outlook», diffuso dall’OECD questa mattina, scrive che la ripresa economica è ancora troppo timida per stoppare l’aggravamento persistente della disoccupazione, che non potrà cominciare a diminuire nella zona euro prima del 2011. I dispositivi di job sharing e gli altri provvedimenti adottati dai governi per salvare numerosi impieghi nella crisi potranno frenare il ritmo di creazione delle possibilità lavorative nei prossimi mesi. La fiducia delle famiglie rimane bassa, l’economia della zona dovrebbe crescere l’anno prossimo dello 0,9% e del 2% nel 2011.
Sempre oggi Denis Cosnard spiega su «Les Echos» che l’industria mondiale stenta ad impiegare le sue enormi supercapacità e che bisogna aspettarsi una riduzione della produttività ante crisi. L’81% di saturazione del trentennio posteriore al 1975 è inimmaginabile, mentre l’utilizzazione delle fabbriche e degli impianti sta risalendo al 70,7%. Troppe aziende nell’ultimo triennio di euforia si sono lanciate ad aumentare le capacità produttive nello stesso periodo in cui quelle delle economie emergenti ingrandivano.
La sottutilizzazione dell’apparato industriale si rifletterà sull’occupazione e sui bilanci familiari.
La funzione aziendale delle Risorse umane, non è la sola, dovrà insistere sulle competenze di mantenimento e sostenere un clima di coesione interna, favorevole al funzionamento dell’attività. Se, come numerosi segnali indicano, la coesione interna dovesse essere alterata e saldarsi allo scontento e alla protesta dei rimasti senza lavoro e di altre categorie sociali, una ripresa economica debole potrebbe interrompersi e avviare una spirale di ricadute collegate.
Politiche delle Risorse umane e scelte generali di governo sono interdipendenti e possono rafforzare o indebolire l’uscita dalla crisi. 
Occorre attualizzare la condotta e il campo organizzativo della funzione, rimettendo in causa, se necessario, le basi di competenza e l’ispirazione di parte, come propone un dibattito avviato sulle pagine della «Revue française de gestion» da esponenti dell’Association pour la gestion des ressouces humaines, che riunisce studiosi francofoni. Il suo presidente, Maurice Thevenet, professore al CNAM e all’ESSEC business school ha scritto per l’ultimo numero della rivista, forte di uno «speciale» sulle produttività del potere, un articolo intitolato «Crise et GRH».
Ricorda che la gravissima crisi economica mondiale ha reso fallaci le finalità stesse che l’entità organizzativa presidia. Se in un primo momento si può cercare di gestire al meglio le conseguenze della crisi sulle persone, in un secondo tempo bisognerà rivedere le ipotesi di base su cui la funzione è costruita.
Gli aspetti su cui dovrà concentrarsi la riflessione sono la necessità di abbandonare l’illusione di riprodurre la gestione delle Risorse umane con la strumentazione e focalizzarsi sul sostegno alle persone nell’azienda, puntando sul miglioramento del clima e sullo stimolo all’innovazione a tutti i livelli. Solo per questa via si possono trovare i sistemi migliori per assicurare l’aggiustamento nel tempo di persone e attività e la gestione delle Risorse umane può tornare ai fondamenti dell’economia aziendale e dell‘antropologia.
La missione diventerà allora quella di fare produrre risultati a una collettività di persone e non una cassetta d’attrezzi per la manutenzione.
L’ «Economic Outlook» dell’OECD ha ribassato all’1,1% per l’anno prossimo e all’1,5% per il 2011 le previsioni, che la Commissione europea aveva formulato il mese scorso per l’Italia e ha calcolato che la disoccupazione (ufficiale) salirà fino all’8,5%.
In un paese, che avrà allora il debito pubblico al 120% del PIL, non scatenare un peggioramento del clima generale richiede il concorso di tutti quelli che hanno a che fare con i lavoratori, a cominciare da chi ha la responsabilità di mantenere almeno la coesione tra produttori sul posto di lavoro.Copyright2009©irio Gestione delle Risorse umane, disoccupazione, crisi economica, mission delle Risorse umane, processi aziendali, ripresa economica
Edvard Munch, "Separation II", 1896, litografia. $ 500 milioni di scuse da Goldman Sachs Il 3% del monte remunerazioni 2009 sarà messo a disposizione di 10.000 piccole e medie aziende per superare la recessione Negli ambienti finanziari internazionali Goldman Sachs è soprannominata «Goldmine Sachs», la miniera d’oro Sachs. Il Financial Times precisa che nel terzo trimestre ha avuto 36 giorni in cui i suoi trader hanno guadagnato più di 100 milioni di dollari al giorno. Ieri Lloyd C. Blankfein, il CEO della banca, che ha come principale azionista Warren Buffet, ha chiesto scusa ai clienti per gli errori commessi durante la crisi e ha annunciato che l’azienda metterà a disposizione di 10.000 imprese minori una somma di 500 milioni di dollari: 200 per la formazione d’aula, al business, al management, per il mentoring e il networking sul lavoro, 300 in conto capitale, come prestiti e donazioni.
La cifra, ha spiegato, costituisce circa il 3% dei $ 16 miliardi 700 milioni, che quest’anno saranno pagati per remunerazioni a tutti i dipendenti.
L’annuncio è stato accolto dalle critiche di quei giornali, che considerano Goldman Sachs il «grande vampiro che succhia il sangue dell’umanità», ma il management ha ribadito che l’iniziativa vuole contribuire alla ripresa economica degli USA e non va confusa con le pubbliche relazioni.
Il contributo economico sarà concesso da un advisory council, guidato da Blankfein, Buffet e Michael Porter, che avrà 13 componenti dello stesso prestigio.
Il primo programma di formazione d’aula sarà tenuto presso il La Guardia community college di Qeens a New York.
La banca è stata la prima a uscire dalla crisi e ad annunciare, già a ottobre dell’anno scorso, retribuzioni e bonus stratosferici, che hanno costituito l’elemento principale di una politica delle Risorse umane, che seleziona, forma e paga il meglio dei giovani laureati, degli esperti e dei manager finanziari reclutabili sul mercato del lavoro mondiale. L’immagine di Goldman Sachs, nonostante le tante iniziative benefiche, le star della finanza di cui si circonda e gli eccezionali risultati di bilancio, è ancora negativa.
Lunedì una marcia di protesta ha manifestato contro i bonus dati ad Andrew Stern, il presidente della Service employees international union e Blankfein si sta avvalendo della consulenza dell’agenzia di p.r. Brunswick per tentare di migliorare la reputazione della Goldman Sachs, dopo l'infortunio dell'intervista al Sunday Times, in cui ha avuto a dichiarare che le banche hanno un ruolo sociale e che la sua, in particolare, lavora al servizio di Dio. Copyright2009©irio Goldman Sachs, rilancio della piccola e media impresa, formazione manageriale, mentoring, networking
Migliorare il rapporto tra mezzi e fini «Rabbids go home», il videogame di Ubisoft, è il tentativo di costruire una montagna per andare sulla Luna Per raggiungere un obiettivo ci vogliono risorse, sufficienti e idonee, un programma e un sistema di regolazione e controllo appropriato. Le alternative a questi principi elementari di organizzazione sono rappresentate dalla casualità dei risultati, dalla perdita d’efficienza, dagli interventi d’emergenza lungo tutta la filiera produttiva, con stress lavorativo e altre anomalie operative.
La storia di «Rabbids go home» è emblematica del lavorare male, ha risvolti comici, che richiedono aggiustamenti. Due coniglietti sono colti dall’improvviso desiderio d’andare sulla Luna per riposare tranquilli, lontano dai rumori della città e s’immaginano che per realizzare il loro obiettivo sia sufficiente costruire una montagna abbastanza alta, mettendo l’uno sull’altro gli oggetti che trovano.
Attrezzati con un carrello della spesa, di quelli da supermercato, i due vanno in giro a riempirlo con tutto quello che pensano sia utile per la costruzione. Nella loro caccia al materiale ne fanno di tutti i colori, con risultati esilaranti, dallo spogliare le persone, lasciandole in biancheria intima per strada, al provarsi a spedire un oggetto grandissimo attraverso lo scarico del water.
Il compito dei giocatori è quello di guidare le due bestiole fornite di carrello in vari ambienti, dove sia più probabile trovare quello che serve, d’individuarlo tra tanto ciarpame inutile e di caricarlo sul mezzo per aggiungerlo al mucchio degli oggetti già messi sul posto.
Le operazioni da compiere sono semplici, ma le situazioni ambientali presentano complicazioni e la ricerca del materiale da costruzione richiede di superare livelli di difficoltà crescente e di affrontare numerosi ostacoli.
L’esperienza di gioco fa apprendere comportamenti che aumentano l’efficienza personale, usando a complemento dei tasti performanti lo stick che agisce sul carrello e l’onda d’urto delle urla dei coniglietti.
Il gioco termina nel tempo stabilito, quando la montagna raggiunge la massima altezza consentita dalle scelte fatte. Il risultato è registrato dal sistema di controllo.
«Rabbids go home» è un supporto divertente d’apprendimento, che fa leva su una grafica efficace, di grande qualità, su personaggi simpatici, scenette comiche e ambienti imprevedibili, ricchi di particolari e animazioni. Proprio a questi è affidata la funzione di sollecitare la reattività e l’appropriatezza delle scelte, mentre i due coniglietti servono a sdrammatizzarle e a riportarle alla normalità con la loro ingenuità.
L’accompagnamento musicale, ispirato a Emir Kusturica, segue i protagonisti, sottolinea la frenetica azione. Progettato da Michael Ancel, edito da Ubisoft, può essere giocato, da soli, a due e in multiplayer, su Wii e Nintendo DS .copyright2009©irio Rabbids go home, videogame
Passioni irrefrenabili Il film «Gli abbracci spezzati» di Pedro Almodóvar rappresenta storie di coppie legate da bisogni psicologici e scambi affettivi di diverso tipo, intensità e durata I bisogni che le persone intendono soddisfare con l’amore, il lavoro il potere sono diversi, come i tipi di scambi e di figure sociali che vi sono connessi. Sono spinti però da una carica energetica, che fa tendere una persona verso un’altra, scelta come strumento di rapporto affettivo, di autorealizzazione, d’influenza, per raggiungere gli scopi che si propone.
Lo scambio affettivo nell’amore serve a superare la resistenza attiva o passiva altrui e a instaurare reciprocità più o meno equilibrate. La competenza nel lavoro può essere la base dell’autonomia professionale e del miglioramento continuo delle proprie opere. I modi adottati per raggiungere gli obiettivi e conquistare il consenso legittimano e regolano nel potere le possibili iniziative, l’autorità, la responsabilità.
Chi ama ed è riamato si trova al centro di un’interazione progressiva di sviluppo affettivo. Chi ha scelto una persona come oggetto ideale d’amore, se non è riamato o è respinto è spesso preso dalla tentazione di distruggere quell’insostituibile strumento di soddisfazione del proprio unico, insostituibile bisogno psicologico.
Chi non riesce a fare il lavoro per cui si è preparato a lungo può deprimersi e diventare aggressivo nei confronti di tutti quelli che, a torto o a ragione, ritiene gli abbiano negato il diritto alla soddisfazione delle proprie attese.
Il potente che si rende conto dei limiti del potere può tentare di forzarli, spesso al solo scopo di avere manifestazioni di obbedienza e di compiacimento, che possono fermarsi alla dichiarazione di disponibilità o, al contrario, può ostinarsi nel volere controllare fino a che punto può spingersi per ottenere.
Amore, lavoro e potere sono spesso embricati in molte relazioni e finiscono con il diventare nidi di vipere, che provocano distruzione e autodistruzione.
Il film di Pedro Almodóvar «Gli abbracci spezzati» (Los abrazos rotos) mette in scena il dramma d’amore del potente uomo d’affari Ernesto Martel (José Luis Gomez), che tenta d’avere per amante la sua bella segretaria Lena (Penelope Cruz), approfittando, prima, del fatto che è disposta a prostituirsi per avere il danaro necessario all’operazione del padre morente, poi, usando la sua ricchezza e la sua posizione a fare scattare la riconoscenza della giovane e a farla convivere con lui, finchè questa non conosce il regista Mateo Blanco (Lluis Homar), che l’ingaggia come attrice per il film «Chicas y maletas».
Mostra poi il nascere dell’amore tra la neoattrice e il regista, il Martel, che s’improvvisa produttore cinematografico per controllare Lena, i litigi e l’abbandono di questa, la vendetta dell’uomo d’affari.
La sovrapposizione di storia d’amore e film del film sono l’altra parte di «Gli abbracci spezzati», che prosegue con la fuga di Lena e di Mateo a Lanzarote, in un posto vicino alla spiaggia di Famara, seguiti dal figlio del potente per controllare e filmare quello che fanno.
La quarta e ultima parte è la pubblicità sui giornali di «Chicas y maletas», che non era stato montato, l’intenzione di regista e attrice di tornare a Madrid per evitare lo scempio della loro opera, un incidente d’auto, che uccide la giovane e rende cieco il regista.
Mateo cambia nome, assume quello di Herry Caine e si dà alla letteratura. Nella parte finale del film riconosce il figlio avuto da Judit Garcia (Bianca Portillo), direttrice di produzione, con lui rifà il montaggio della pellicola e aiuta il giovane a diventare da disc jockey sceneggiatore e regista.
Il film di Almodóvar ha una struttura teatrale per scene e quadri, l’andamento di un’opera di Alain Resnais, una suspence da giallo. E’ molto ben tessuto. Penelope Cruz è una brava interprete, Lluis Homar è un po’ troppo aderente al ruolo. Le emozioni dell’amore, del lavoro e del potere trionfano.Copyright2009©irio Gli abbracci spezzati, Pedro Almodovar, emozione, passione, amore, lavoro, potere
Ottimismo sull’uscita dalla crisi mondiale Il barometro trimestrale di BVA, realizzato in 24 paesi, rileva che il morale di Americani, Brasiliani e Cinesi è in rialzo, quello di Italiani, Francesi, Islandesi, Rumeni e Messicani tende al peggio L’ottimismo della popolazione mondiale sull’uscita dalla crisi tende ad aumentare, ci sono però forti differenze tra i paesi nel valutare le situazioni economiche nazionali, i redditi familiari, la capacità dei governi, l’affidabilità delle banche e delle borse. Lo rileva il barometro trimestrale BVA-WIN, fatto per conto del quotidiano «Les Echos», in 24 paesi d’America, Asia, Australia ed Europa.
Il morale degli USA, che era al più basso livello in aprile, è considerevolmente migliorato, quello di Brasile, Russia, India e Cina (il BRIC), sia pure con accentuazioni maggiori in Brasile e Cina, è mediamente alto. In Europa e nel G7 tende al pessimismo.
Le domande che più differenziano nelle valutazioni sono quelle sulle tendenze prossime delle economie nazionali, sui bilanci familiari, sulle capacità dei governi a gestire la situazione recessiva.
Il 33% dei Cinesi ritiene che la situazione economica del loro grande paese è in miglioramento, il 46% che resta uguale, il 18% che va deteriorandosi. Sono ottimisti il 31% dei Brasiliani, il 30% degli Americani e degli Indiani, il 25% dei Russi. Alle valutazioni di questo gruppo di ottimisti si contrappongono i paesi fortemente pessimisti, come la Francia, la Spagna, il Giappone e i Paesi Bassi.
L’Italia ha ottimisti il 19% di quelli che rispondono al sondaggio, il 47% che ritiene che la situazione economica resterà uguale e il 32% che si deteriorerà. Le risposte, dice il sondaggio sono in forte peggioramento rispetto ai barometri di aprile e agosto e in lievissimo miglioramento rispetto alla rilevazione trimestrale di agosto.
Le previsioni sull’andamento dei bilanci familiari vedono la situazione del quintetto di testa (USA + BRIC) sostanzialmente immutata, con un balzo al vertice degli Americani, decisamente ottimisti per il 36% e l’avanzata della Russia con lo stesso valore positivo.
Le risposte dei paesi del G7 e dell’Europa sono mediamente migliori in quelle sulle economie nazionali e crolla il Giappone, fortemente pessimista.
L’Italia, invece, vede nero. Solo il 15% ritiene che i redditi familiari aumenteranno nei prossimi 12 mesi, il 66% che resteranno uguali e il 16% che peggioreranno.
La fiducia nelle capacità del governo vede una discesa degli USA e della Russia, una buona tenuta della Cina, del Brasile e dell’India.
L’Italia si pone appena sopra la media del G7, segnando su una scala da 1 a 10 un livello di fiducia medio di 4,7 punti, allo stesso livello degli USA e sotto la media dei 24 paesi.
In generale sono valutate basse l’affidabilità delle banche e delle borse. Qui la Cina distacca Brasile, Russia, USA e mostra di avere i cittadini più ottimisti.
Gli Italiani esprimono poca fiducia nelle banche, collocandole a 4,9 punti, sotto la media dei 24 paesi e del G7, mentre la percezione della borsa, a 4,2 punti, corrisponde alla media generale ed è superiore a quella del G7. Copyright2009©irio Barometro trimestrale BVA, uscita dalla crisi, valutazione dell'andamento economico, bilanci familiari, fiducia nel governo, solidità delle banche, andamenti di Borsa
Più che quintuplicata la produzione scientifica cinese In dieci anni, superati Giappone, Regno Unito e Germania, la Cina è alle spalle degli USA e cresce ancora Nel 1998 i ricercatori cinesi avevano pubblicato i risultati di 20.000 studi scientifici. Nel 2008 le pubblicazioni sono state 112.000, cinque volte e mezzo di più. Nello stesso periodo i ricercatori americani hanno aumentato le loro pubblicazioni da 265.000 a 340.000 all’anno, con una crescita del 30% circa.
Il tasso d’incremento è stato nettamente superiore a quello del Giappone, del Regno Unito, della Germania e di altri paesi, come la Francia , il Canada e la Russia, cresciuti in media del 15%. La produzione scientifica cinese è risultata così seconda solo a quella americana, ma la tendenza all’aumento continua e minaccia di fare diventare tra dieci anno la Repubblica popolare la prima potenza del mondo nella R&D.
I Cinesi sono particolarmente focalizzati sulle scienze matematiche, fisiche, ingegneristiche e tecnologiche, in particolare sulla scienza dei materiali, sulla chimica e sulla fisica.
Il bilancio tracciato da Thomson Reuters, lo specialista canadese dell’analisi bibliometrica, è ricavato dagli elenchi di Web of Science, che raccoglie i dati grezzi di tutti i lavori accademici. Conferma ciò che molti già intuiscono: la Cina sta diventando sempre più un gigante della ricerca scientifica.
Thomson Reuters ricorda nel suo rapporto che la Cina ha più di 1.700 istituiti di educazione superiore, che sviluppano l’attività di laboratorio in misura notevolmente più rapida di quanto non è possibile alle analoghe organizzazioni europee e nordamericane.
Fino dalla riforma economica del 1978 la Cina ha incrementato l’attività di R&D, mirando ad essere la seconda potenza economica del mondo dietro gli USA e circa 39.000 pubblicazioni del 2008 sono il frutto della collaborazione con l’America, che è adesso il paese che collabora all’ 8,9% della ricerca cinese, seguito dal Giappone con il 3%. Altri dodici paesi, fra cui l’Italia, partecipano a questa produzione scientifica. La nostra partnership scientifica vale un modesto 0,48% ed è attuata per mezzo dell’Istituto nazionale di fisica nucleare. Ha realizzato 930 pubblicazioni.
Con queste collaborazioni e i suoi notevoli investimenti la Repubblica popolare è arrivata a rappresentare tra il 10% e il 20% di tutta la ricerca mondiale. Copyright2009©irio Cina, R & D, pubblicazioni scientifiche ,partnership Cina-mondo
Contro la fame nel mondo Più di un miliardo di persone soffre di malnutrizione e denutrizione 642 milioni di abitanti dell’Asia e dell’area del Pacifico, 265 milioni dell’Africa subsahariana, 53 milioni dell’America Latina e dei Caraibi , 42 milioni del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, 15 milioni dei paesi sviluppati soffrono la fame e la sottoalimentazione.
Il vertice mondiale della FAO, che si apre oggi a Roma con la partecipazione di una sessantina di capi di Stato e di governo (ma non i rappresentanti del G8), avrebbe dovuto trovare un modo comune per combattere l’immane tragedia, rappresentata dalla morte per fame di un bambino ogni cinque secondi nel mondo, ma finirà solo con una dichiarazione d'intenti in cinque punti.
ll summit sulla sicurezza alimentare è il quinto in 13 anni. Nel giugno del 2008 i paesi membri della FAO s’erano impegnati a ridurre della metà entro il 2015 il numero delle persone che soffrono la fame. Erano allora 850 milioni, sono aumentati a oltre un miliardo. A luglio all’Aquila il G8 aveva promesso di contribuire con 20 miliardi di dollari in tre anni per soccorrere le popolazioni affamate. Niente di tutto questo è stato fatto finora.
Contro i 7 miliardi di dollari, attualmente a disposizione del Programma alimentare mondiale dell’ONU, la FAO ha calcolato che ne servirebbero 44 e il pianeta dovrebbe aumentare del 70% la produzione di cibo.
In compenso gli sprechi alimentari nei paesi ricchi vanno crescendo e quelli che avevano promesso di finanziare i programmi di aiuto e sviluppo hanno versato poco più della metà del contributo stabilito.Copyright2009©irio FAO, vertice mondiale sulla sicurezza alimentare, fame nel mondo
Quelli che fanno girare il mondo «Forbes» ha classificato 67 capi di stato, criminali, finanzieri e filantropi, veri potenti della Terra Michael Noer e Nicole Perlroth hanno realizzato lo speciale pubblicato nell’ultimo numero di «Forbes» sui padroni del mondo. Hanno individuato e classificato 67 protagonisti della politica, dell’economia, della morale, della cultura e della criminalità. Sono persone che hanno molta influenza su molta gente, che controllano risorse finanziarie rilevanti, sono a capo di imperi, operano in più settori e in più paesi, regolano fattori rilevanti per l’andamento della società.
Le dimensioni del potere sono state misurate a livello individuale per ognuno dei protagonisti e questi sono stati messi a confronto tra loro. Ne è risultato così un ordine per influenza reale dei potenti.
Al primo posto della classifica c’è Barack Obama, in quanto presidente USA, al secondo Hu Jintao, presidente della Repubblica Popolare di Cina, al terzo Vladimir Putin, primo ministro di Russia, tre politici. Ma al quarto posto figura Ben Bernanke, presidente della Federal Riserve e, dal quinto all’ottavo ci sono i business leader a capo di Google, Telmex, News Corp. , Wall Mart. Undicesimo è Benedetto XVI°, che precede Silvio Berlusconi dodicesimo.
Rank
Name
Title
Organization
Age
1
Barack Obama
President
United States of America
48
2
Hu Jintao
President
People's Republic of China
66
3
Vladimir Putin
Prime Minister
Russia
57
4
Ben S. Bernanke
Chairman
Federal Reserve
55
5
Sergey Brin and Larry Page
Founders
Google
36
6
Carlos Slim Helu
Chief executive
Telmex
69
7
Rupert Murdoch
Chairman
News Corp.
78
8
Michael T. Duke
President, CEO and Director
Wal-Mart Stores, Inc.
59
9
Abdullah bin Abdul Aziz al Saud
King
Saudi Arabia
85
10
William Gates III
Co-Chair
Bill & Melinda Gates Foundation
54
11
Pope Benedict XVI
Pope
Roman Catholic Church
82
12
Silvio Berlusconi
Prime Minister
Italy
73
13
Jeffrey R. Immelt
Chairman
General Electric Company
53
14
Warren Buffett
Chief executive
Berkshire Hathaway
79
15
Angela Merkel
Chancellor
Germany
55
Tra i primi venti ci sono il re dell’Arabia Saudita, Abdul Aziz e il filantropo Bill Gates, che entrambi precedono il Papa e i finanzieri Warren Buffet, Lloyd Blankfein e Michael Bloomberg, affianco ad Angela Merkel e Hillary Clinton.
Nella classifica Osama Bin Laden è 37°, il Dalai Lama 39° e Dmitri Medvedev 43°. Hugo Chavez, presidente del Venezuela, è ultimo, nonostante tutto il suo darsi da fare, ben lontano da Lula da Silva , presidente del Brasile, 33°. Così Nicolas Sarkozy è 56° e ha come politici più vicini Blairo Maggi, governatore del Mato Grosso, 62° e Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele 46°. Copyright2009©irio Forbes, potenti del mondo, classifica dei potenti 2009
La bellezza umana dal paleolitico al cyber-sapiens «100.000 ans de beauté» è un’enciclopedia che esplora l’evoluzione dei canoni estetici da Lucy al relooking costante del vivente con l’artificiale Il tentativo di abbellirsi è un obiettivo che l’umanità ha da 100.000 anni. Malgrado l’enorme differenza dei comportamenti e delle concezioni, una certa universalità di sfide psicologiche e sociali guida questa ricerca della bellezza, che è alla base del primo linguaggio e dei tentativi iniziali di relazione interpersonale. La fondazione L’Oréal, di una grande azienda della bellezza, ha sponsorizzato la realizzazione dell’opera in cinque volumi, diretta dall’etnologa Elizabeth Azoulay «100.000 ans de beauté», Gallimard, Paris, 2009. 
E’ un lavoro senza precedenti, che affronta con una prospettiva storica e sociologica il tema dei rapporti tra umani e bellezza, un soggetto all’apparenza futile, rivelatore dei modi di pensare e di progredire delle genti.
E’ un’enciclopedia, che raccoglie i contributi di 300 autori, di 35 paesi e di 15 professioni, che per quattro anni hanno fatto ricerca per ricostruire la storia e le prospettive dell’uso del corpo e delle ricette per valorizzare il primo e più immediato dei vettori simbolici.
Il primo volume, diretto da Pascal Picq, esplora la preistoria, un periodo misconosciuto, interpretato secondo la falsa credenza che quelle genti fossero totalmente preoccupate per la sopravvivenza da non avere tempo per la bellezza, un’invenzione dell’ideologia del progresso del XIX° secolo. Le vestigia del periodo rivelano tutta un’altra storia. L’homo sapiens si circonda di simboli, con la presenza di belli oggetti colorati, ornati, in avorio, madreperla, conchiglie, che indossati e tenuti nelle grotte, sottolineano l’appartenenza, la posizione sociale, il genere.
I temi trattati sono: la donna preistorica, le emozioni estetiche, i primi passi della bellezza, il bello condiviso.
Durante l’antichità (dal 3000 a.C.) la visione del corpo s’afferma. Georges Vigarello dirige i collaboratori del secondo volume, che tratta della bellezza nell’antico Egitto, in Grecia, a Roma, in Cina, come mezzo per instaurare i codici mitologici e religiosi.
Il periodo del Medioevo è considerato nel terzo volume, diretto anch’esso da Georges Vigarello, quando la civiltà della bellezza, dell’estetica, della cosmetica e dei profumi raggiunge l’apogeo. L’alimentazione, con i cibi importati attraverso la via delle Indie, assume un valore centrale per la figura femminile. In Africa i corpi si denudano e ogni centimetro di pelle è reinterpretato.
«Il nostro rapporto con il corpo maschile e femminile proviene da là» scrive Vigarello.
Il quarto volume è rivolto alla maternità e alla globalizzazione. Diretto da Marc Nouschi, racconta dei primi coloranti sintetici, della «chimicazione», della luce elettrica, della fotografia e dell’igiene e arriva fino al valore del corpo, alle «bombe di sesso», alle battaglie del peso, all’essere bella e disinteressarsi del resto.
Il relooking del corpo e il passaggio verso l’uomo-androide sono al centro del quinto volume, diretto da Elizabeth Azoulay e Françoise Gaillard, che si sono avvalse dell’opera di artisti e scrittori, che hanno affrontato le questioni del meticciato, delle biotecnologie e della procreazione separata dalla sessualità.
La bellezza è il legame di questa evoluzione, che unisce ormai in modo indefettibile donne e uomini, che sempre più focalizzano la loro esistenza sull’allungamento della vita, anche mediante la sostituzione delle parti del corpo con protesi meccaniche e sull’ipernarcisismo dell’apparenza.
Ci aspetterebbe un futuro apocalittico di corpi vivi a forza di ricambi e di macchine umanizzate. Potrà essere confermato o smentito solo quando sarà arrivato e avremo assistito, speriamo di no, al primo concorso per miss ultracentenarie e alla scomparsa su Marte, nel 2057, dell’ultima vera bionda, una Svedese di 96 anni.
«100.000 ans de beauté» è un’opera monumentale, una raccolta di scritti di star della saggistica, una chiave interpretativa dell’evoluzione umana, che ha lo scopo ultimo di voler fare cadere i pregiudizi del genere e dell’etnia. Copyright2009©irio 100.000 ans de beauté, bellezza, estetica, cosmetica, cura del corpo, storia
Zeng Fanzhi, "Maschera", 1998, acrilico su tela.
Internet è per sempre La comunicazione in Rete pone il problema del diritto all’oblio numerico Due avvenimenti straordinari caratterizzano oggi il mondo della comunicazione digitale.
In Vaticano si apre l’assemblea plenaria della Commissione episcopale europea per i mass media (CEEM), che discuterà il tema «La cultura d’Internet e la comunicazione della Chiesa». I vescovi d’Europa, responsabili per le comunicazioni sociali, accompagnati dai loro esperti, addetti stampa e portavoce delle conferenze episcopali, incontreranno i rappresentanti di Facebook, di Google – Youtube, di Identi.ca e Wikipedia.
A Parigi, presso Sciences-Po, la ministra incaricata della prospettiva e dello sviluppo dell’Economia numerica, presiede un atélier sul «Diritto all’oblio numerico», che ha lo scopo di trovare proposte concrete per migliorare la protezione della privatezza dei cittadini su Internet. Specialisti autorevoli di più discipline discuteranno della cancellazione delle tracce lasciate su Internet e dei dati pubblicati volontariamente.
I due dibattiti hanno in comune la preoccupazione pastorale e politica per gli effetti indesiderati della comunicazione in Rete, quelli legati al flusso delle informazioni e alla produzione di conoscenza, quelli dello stockaggio e della visibilità permanente.
Internet è un sistema di comunicazione dotato di memoria «eidetica», dicono gli esperti, cioè di un ricordo totale, capace di ricostruire fedelmente tutto quello che vi passa ed è registrato, che conserva indefinitamente e senza discriminare gli utenti. Le invasioni degli hacker su Facebook, ieri, negli archivi del Pentagono, il mese scorso, nei conti bancari, ricorrentemente, stanno lì a spiegare la persistenza dei siti zombi, degli account di defunti, degli accessi ai portali, pur criptati, ambienti d'informazioni e di relazioni pericolose, di tutto ciò che si chiama effetto memoria.
I vescovi vogliono capire che cosa è un colloquio su Internet e perché i giovani (più) e gli adulti (meno) ne sono affascinati, come è possibile invece trasferire esperienze positive di lavoro e formazione. Assisteranno perciò anche alla prova di un giovane hacker svizzero e alle dimostrazioni della lotta alla cybercriminalità di un responsabile dell’Interpol.
I partecipanti all’atélier governativo francese si occuperanno di protezione dei dati personali, incontrando anche un panel di giovani internauti, che risponderanno alle domande sulle pratiche di utilizzo della Rete e assistendo alla presentazione di soluzioni tecniche idonee.
Ogni blindatura è però superabile se l’internauta è fermamente intenzionato a sapere e a vedere. Serve poco per trovare il bandolo che conduce all’informazione desiderata. Basta fare riferimento agli ambienti economici, culturali, sociali, alle parentele e ai gruppi professionali di riferimento, per trovare tracce, spesso collocate in un nodo di relazioni, che permette facilmente di arrivare a capo della conoscenza cercata.
Le soluzioni tecnologiche e quelle giuridiche, di ostacolo all’accesso di qualunque sito, dice l’esperienza, sono spesso facilmente superate. L’internazionalizzazione della Rete consente passaggi e fa scoprire collegamenti non immaginati dai responsabili nazionali. Le relazioni interprofessionali e associative sono l’altro grande canale.
Non c’è altra soluzione, dal punto di vista giuridico, che la cancellazione su richiesta motivata, la fissazione di termini di scadenza della memoria di dati sensibili personali e l’azione educativa, di crescita culturale, di condanna morale prima che di sanzioni del cybercriminale, che infrange la riservatezza per curiosità, per dovere d’ufficio o per qualunque tipo d'interesse. Copyright2009©irio diritto all'oblio numerico, dati personali sensibili, privatezza, navigazione in Rete, Internet, cybercriminalità
L’andata in pensione fa stare meglio Negli anni che precedono e seguono il pensionamento donne e uomini sentono di guadagnare in salute Il prolungamento dell’età lavorativa è una soluzione adottata da molti governi dei paesi ad economia avanzata. Le giustificazioni sono numerose: quelle economiche si richiamano alla piramide delle età, al debito pubblico, alla disoccupazione giovanile e alla crisi delle natalità, quelle sociali considerano il miglioramento delle condizioni di lavoro, l’identità delle persone, l’attivazione fisica, la prontezza cerebrale, quelle morali fanno leva sull’egoismo dell’anziano, sulle conseguenze dei lavori usuranti.
Ci sono così pensionamenti in età sempre più avanzata, dai 65 anni in su e intorno ai 70, che nei paesi nordici godono di welfare e ambienti organizzativi, in Giappone si giovano di una cultura del rispetto per la vecchiaia e nell’UE sono spinti dall’uniformità dell’età pensionabile e dal rapporto tra debiti pubblici e spese previdenziali.
La ricerca compiuta da un gruppo di otto ricercatori svedesi, finlandesi, francesi e inglesi, coordinati da Mika Kivimaki, Marcel Golderg e Jussi Vahtera, getta un po’ d’acqua sul fuoco delle credenze diffuse.
In un articolo, pubblicato da «The Lancet» gli undici studiosi scrivono che la salute percepita, da quelli che stanno per andare in pensione o vi sono andati da poco, fa un importante miglioramento. Il loro scritto dichiara fin dal titolo, «Self-rated health before and after retirement in France (GAZEL): a cohort study», che gli autori non vogliono fare generalizzazioni, ma si limitano ad illustrare i risultati di uno studio sui miglioramenti dello stato di salute percepito da 14.714 dipendenti, per il 79% uomini e per il 21% donne, pensionati dell’azienda del gas e dell’elettricità di Francia, appartenenti alla coorte anagrafica del 1989 e osservati per sette anni prima e sette anni dopo il pensionamento.
Lo studio ha individuato una forte correlazione fra lo stato di salute percepito e l’avanzare dell’età. La percentuale di persone, che negli anni prima del pensionamento dichiaravano di non sentirsi bene, dopo l’abbandono del lavoro, smetteva di aumentare e si assestava intorno al 20% dei componenti il campione.
Il passaggio dal sentirsi male al percepirsi in buona salute si è invertito bruscamente tra le persone osservate e, un anno dopo l’andata in pensione, non ha raggiunto che il 14% degli intervistati. In generale, hanno ritrovato lo stato di salute dichiarato otto anni prima, come se fossero ringiovaniti di dieci anni.
Il miglioramento ha riguardato quelli adibiti a lavori usuranti per fatica, stress, insoddisfazione e ha interessato i disturbi del sonno e gli stati d’ansia rilevati.
La qualità della salute dichiarata da tutte le persone è stata misurata annualmente e riportata su una scala ad otto posizioni, che ha permesso di seguire i miglioramenti nei quattordici anni di durata dello studio.
«Lo stato di salute percepito è in generale un buon riflesso di quello reale», scrivono i ricercatori, che avvertono di «non saltare subito alle conclusioni che fa male alla salute lavorare dopo i 55 anni». Copyright2009©irio pensionamento, stato di salute, sentirsi bene, età pensionabile, lavoratori anziani, lavori usuranti, soddisfazione del lavoro
Sovvenzioni dei lettori per articoli interessanti Il «New York Times» pubblica un reportage sull’inquinamento del Pacifico, sostenuto da una raccolta di danaro fra gli internauti Lindsey Hoshaw ha pubblicato sul «New York Times» un articolo, che documenta l’invasione dei rifiuti nell’Oceano Pacifico. Intitolato «A galla nell’Oceano, si espandono isole d’immondizia», è un reportage sull’inquinamento marino, a nordest delle Hawaii, in un angolo remoto del Pacifico, distante migliaia di miglia da ogni insediamento umano, eppure afflitto, per gioco di correnti da ogni specie di rifiuti, lampadine, capsule di bottiglie, contenitori e sacchetti di plastica d’ogni tipo. Sono tutti materiali che non si dissolvono nell’acqua, l’assorbono come spugne e lasciano scie tossiche. I pesci ne sono contaminati.
Una descrizione della tragedia ambientale, che si va consumando in tutte le parti del mondo, che ha in più d’essere stata raccontata da un giornalista freelance, sovvenzionato dai lettori, interessati ad avere informazioni di prima mano sui livelli d’inquinamento raggiunti dalla terra, dall’aria e dal mare per effetto dei comportamenti attuati dai concittadini.
Alla richiesta e alla sovvenzione di Hoshaw hanno partecipato anche il fondatore di Craiglist e Jimmy Wales di Wikipedia. Ha fatto da intermediario finanziario e da produttore della notizia Spot.Us, un’iniziativa Web senza fini di lucro a sostegno dei giornalisti freelance, che è riuscita a raccogliere 6.000 dollari da un centinaio di internauti.
L’articolo, pubblicato nella sezione scientifica del «New York Times», ha in fondo l’indicazione che le spese di viaggio sono state sostenute in parte dai lettori di Spot.Us.
Iniziative simili cominciano a diffondersi negli USA, appoggiano lo sforzo d’informazione dei giornali di riferimento e hanno lo scopo di bilanciare editori non puri, lobby e pressione degli inserzionisti.Copyright2009©irio inquinamento ambientale, disastri ecologici, azione antropica , produzione di rifiuti
Un Europeo su sei ha subito discriminazioni L’Eurobarometer della Commissione europea rileva che i motivi più frequenti sono l’origine etnica, l’età e l’handicap L’UE dispone delle norme antidiscriminazione più estese del mondo. Due direttive proibiscono la discriminazione sul lavoro per l’origine razziale o etnica, la religione, l’handicap, l’età, l’orientamento sessuale e raccomandano la parità di trattamento. Eppure il sondaggio d’opinioni di Eurobarometer, pubblicato dalla Commissione europea ieri, rivela che la discriminazione resta un problema e la percezione che ne hanno i cittadini dei 27 Stati non è cambiata dall’anno scorso.
Il sondaggio mostra che le percezioni della frequenza di discriminazioni possibili per ragioni etniche sono le più diffuse, con il 61% di risposte affermative. Seguono le discriminazioni per l’età, con il 58% e per l’handicap, con il 51%.
Un cittadino europeo su sei afferma di essere stato vittima di discriminazione negli ultimi 12 mesi, per ragioni d’età il 6%, per il genere o l’origine etnica il 3%.
Le risposte, spiega il rapporto, sono influenzate dalla frequenza con cui i media nazionali affrontano un tema e dall’appartenenza di quelli che rispondono a una minoranza. Più i media danno visibilità a comportamenti discriminatori, più quelli che appartengono alle minoranze avvertono la discriminazione. Gli Europei sono divisi sulla questione della sufficienza degli sforzi antidiscriminatori: il 46% pensa che lo sono, il 44% li ritiene insufficienti. Ma solo un terzo conosce le relative leggi europee.
Pur con questi limiti, dal sondaggio emerge che il 61% ritiene che l’origine etnica sia il fattore di discriminazione più diffuso. Percentuale che raggiunge l’80% delle opinioni nei Paesi Bassi, il 79% in Francia e Ungheria e il 71% in Italia.
L’età è il secondo fattore di discriminazione per il 58% degli Europei, percentuale in salita di 10 punti rispetto all’anno scorso, ma che arriva al 68% in Francia e addirittura al 79% in Ungheria, si ferma al 54% in Italia, scende al 48% in Germania e precipita al 36% in Irlanda.
Il 53% degli Europei ritiene l’handicap un fattore di discriminazione, in Italia la percezione è del 55%, contro il 74% dei Francesi e il 35% degli Irlandesi.
L’orientamento sessuale è discriminante per il 47% degli Europei e per il 61% degli Italiani.
Il genere pesa negativamente per il 40% dei cittadini dell’UE e per il 46% degli Italiani.
La religione e le convinzioni di fede pesano per il 39% degli Europei e per il 45% degli Italiani.
Il sondaggio ha rilevato l’esistenza di un forte legame tra crisi economica e aumento della percezione dell’età come fattore discriminatorio. Il 64% dei cittadini dell’UE ritiene che la crisi economica ne abbia aumentato il peso, più dell’origine etnica, sentita dal 57% e dell’handicap, dal 54%.
La discriminazione, infine, può essere contrastata dalla forza dei legami sociali nei gruppi dei discriminati e dall’educazione e competenza.
L’indagine Eurobarometer è la terza dedicata alla discriminazione in Europa. Ha lo scopo di definire l’evoluzione delle percezioni e delle opinioni relative , nel corso degli anni. E’ stata realizzata su un campione rappresentativo di quasi 28.000 persone, interrogate nei ventisette Stati membri e nei tre paesi candidati (Croazia, Macedonia e Turchia), nel periodo 29 maggio-15 giugno 2009. Copyright2009©irio Eurobarometer, Commissione europea, discriminazione ,pari opportunità
L’illusione del superuomo nella formazione dei leader «L’uomo che fissa le capre», il film di Grant Heslov, ridicolizza il tentativo dell’esercito americano di dotare di superpoteri gli uomini del First earth battallion Di Longlife learning e cultura della formazione si parla da molto, ci sono organizzazioni, che hanno un’ampia e lunga pratica di sviluppo delle abilità dei propri dipendenti, legata all’evoluzione dei ruoli e delle strategie e altre, più o meno latenti su questo versante gestionale, che d’improvviso vengono colpite da trovate formative, in offerta sul mercato dei servizi e da ispirazioni modaiole, ostentative della modernità dei capi.
In queste organizzazioni capita sempre, prima o poi, il coach, già maestro di tennis, lo skipper, che nei mesi invernali passa dalla Sardegna al lago Trasimeno, l’istruttore delle scuole di sopravvivenza, laureando in psicologia, tutti esperti che convincono il committente della formazione sull’importanza di facilitare la presa di contatto con le emozioni che si provano nell’esercizio della leadership, di prendere coscienza delle proprie capacità, potenzialità e limiti, di acquisire consapevolezza del lavoro di gruppo sperimentando situazioni di leadership e di membership, di sensibilizzare alle variabili in gioco nei processi di cambiamento.
L’idea di combinare gioco, formazione e change management seduce il committente, che ha voglia di credere che un po’ di tempo dedicato a simili esercizi non possa che far bene al partecipante di un programma di questo tipo.
Se l’esperto incontrato è una persona seria, vantaggi e limiti dei percorsi formativi vengono evidenziati, ma può capitare che chi offre i propri servizi esalti i primi più di quanto evidenzi i secondi o che il committente, sensibile alle mode e bisognoso d’ostentare una visione moderna, voglia sottoporre i propri dipendenti a questi trattamenti.
L’esercito americano è sensibile dalla Guerra fredda ai metodi innovativi di selezione e formazione dei leader e dei team. Nel film «L’uomo che fissa le capre» (The men who stare at goats) del regista Grant Heslov i temi dell’assertività , dell’autoefficacia emotiva e interpersonale sono il risultato di pratiche sul terreno delle operazioni, che derivano dal coaching, dalla filosofia New Age e dai tentativi subliminali.
Lo scopo è di contrapporsi al potere di uguale segno dei Sovietici, dotando di poteri paranormali i 6.000 soldati del First earth battallion, agli ordini del major general Albert Stubblebine III. E’ una storia vera, accaduta nel 1983 e raccontata in modo romanzato nel libro «The men who stare at goats» di Jon Ronson. I superpoteri dovrebbero consentire ai soldati di fare un'efficace intelligence e, guardando un nemico, un animale, un fenomeno atmosferico, fermarlo o eliminarlo.
Nel film di Heslov c’è un giornalista mediocre, Bob Wilton (Ewan McGregor), piantato dalla moglie per il suo editore, che va in Medio Oriente a caccia di scoop. In Kuwait incontra Lyn Cassidy (George Clooney), membro di un reparto dell’esercito americano, che dovrebbe usare superpoteri individuali in campo bellico.
Il reparto è autorizzato ad avere una formazione non convenzionale per sviluppare poteri psichici e parapsicologici. Lyn deve andare in Iraq dove il reparto è acquartierato perché il suo fondatore, Bill Django (Jeff Bridges) è misteriosamente sparito.
Organizza perciò una missione per ritrovarlo e Bob gli si affianca per il viaggio, che forse gli farà realizzare l’inchiesta che non gli è mai riuscita. Impara così tecniche e segreti di questa unità speciale, che possiede in un capannone nel deserto iracheno un gregge di capre, cavie per l’esercizio da parte dei soldati del potere di fare morire e delle capacità dei medici di rimarginare le ferite.
Il film ridicolizza l’esercito, la sua gerarchia, l’ambiente regressivo che costituisce e la credulità di chi ne fa parte. E’ una commedia demenziale che non convince, per la confusione narrativa, per i ruoli interpretati dagli attori, per le nostalgie hippy sprecate in un’organizzazione, rappresentata con incertezza tra temi seri e riservati, realmente accaduti e sequenze leggere, antimilitariste, sui fallimenti e i retroscena delle guerre.
Una follia inutile e dispendiosa, che finisce con la liberazione di tutte le capre e la sparizione attraverso i muri dell’ingenuo Bob, rappresentante dello spettatore medio.Copyright2009©irio L'uomo che fissa le capre, Grant Heslov, formazione alla leadership, superpoteri, psicologia, parapsicologia
La notte della caduta del muro di Berlino 20 anni fa, il 9 novembre 1989, il simbolo della divisione ideologica e politica della Guerra fredda finiva distrutto dai picconi e dai martelli dei cittadini delle due Germanie Era lungo più di 155 chilometri il Muro, costruito a Berlino tra il 1961 e il 1965 e sostituito nel 1975 per separare la Deutsche Demokratische Republik (la cosiddetta Germania est), costituita nel 1949 nella zona occupata dai Sovietici, al confine di quella d'occupazione degli Americani , dei Francesi e degli Inglesi, la Bundesrepublik Deutschland (Germania ovest, nell’ espressione colloquiale). Ha diviso in due la città per 28 anni.
In questo quarto abbondante di secolo sono cambiate le situazioni politiche, sociali ed economiche dell’Occidente e dell'ex blocco sovietico, per rivoluzioni dal basso e politiche dei governi, che hanno avuto il nome di coesistenza pacifica, con la glasnost e la perestrojka da una parte, in risposta alle richieste di liberalizzazione e indipendenza dei paesi dell’Europa orientale e, dall’altra, con la strategia della nuova frontiera e l’allentamento della dipendenza economica e militare, verso il consolidamento della democrazia nel mondo.
La divisione della Germania, l’esistenza di uno Stato comunista ortodosso, l’economia di difesa erano fuori tempo con la presenza dell’individualismo edonistico e il liberismo trionfanti. Negli anni 1988-89 riforme economiche, ampliamento dei diritti dei cittadini, disubbidienze di massa, manifestazioni di piazza e tentativi di rivolta si intrecciarono un po’ dovunque in tutto l’Est europeo. In Germania provocarono il cambiamento del governo. Il colpo decisivo arrivò con l’apertura da parte dell’Ungheria dei confini con l’Austria, che liberò la strada dalla Germania est all’ovest e facilitò una valanga di esodi.
Quando la sera del 9 novembre un portavoce del nuovo capo del governo della DDR annunciò una riforma molto ampia della legge sui viaggi all’estero e in una conferenza stampa rispose ai giornalisti, che gli chiedevano da quando la libertà di espatrio era consentita, «da adesso», i Berlinesi orientali decisero che il muro doveva sparire.
Si riunirono in migliaia nei suoi pressi, ancora sorvegliati dai poliziotti di frontiera. Ai cittadini della parte Est presto corrisposero quelli dell’Ovest. Per facilitare il passaggio delle persone cominciarono ad apparire i primi attrezzi utili per l’apertura di varchi. Fu il principio dell’abbattimento, che avvenne in una atmosfera di festa e fu completato sette mesi più tardi con il bulldozer dell’esercito tedesco nel giugno 1990.
L’anniversario, che oggi si celebra con migliaia di manifestazioni in tutto il mondo democratico, ricorda quella manifestazione spontanea, di iniziativa popolare, antesignana di altre contro tutti i muri, che dividono l’umanità tra privilegiati e deprivati.
Come troppo spesso succede, non tutti quelli che ne avevano la possibilità vi parteciparono o si informarono correttamente o ne compresero l’importanza per il corso della storia.
L’editore Suhrkamp ha pubblicato una raccolta di testimonianze di 25 scrittori delle due Germanie «Die nacht, in der die Mauer fiel. Schriftseller erzahlen vom 9, november 1989», Frankfurt, 2009, che dimostra come i cambiamenti mondiali non trovano necessariamente riscontro nei comportamenti individuali e nelle reazioni di personaggi pur influenti con la stessa intensità. L’avvenimento storico, è l’evidenza del libro, diventa polifonico se si trasforma in esperienza personale.
La domanda posta ai 25 protagonisti della letteratura tedesca contemporanea è stata: «Che cosa facevate quel giorno?». Si scopre così che quel 9 novembre non fu sentito da molti con la stessa intensità di quelli che erano scesi in piazza. I ricordi stessi dei letterati inseriti nella raccolta sono molto appannati e si confondono con le immagini televisive in troppi casi per persone abituate ad osservare, a descrivere e a interpretare la realtà.
Il libro di Suhrkamp non è il solito prodotto di questo «Mauerbusiness» (business del Muro), come i Tedeschi definiscono questo bis delle celebrazioni del più sentito decennale del 1999, secondo la valutazione di Joachim Huber del «Tagenspiegel», che ne rileva l’eccessiva mediatizzazione.
Alla domanda del curatore del libro Renatus Deckert solo qualcuno risponde l’atteso «io c’ero». Talchè viene da dubitare che quella notte festeggiassero solo gli insonni o quelli che non avevano posizioni d’influenza nelle due parti della città.
C’è chi adombra il sospetto che la televisione abbia preso il sopravvento nella memoria, come fa Felicitas von Lovemberg del «Frankfurter Allgemeine Zeitung».
Dai racconti non emergono entusiasmi o traumi.
C’è il sarcasmo di Michael Lentz, che allora era studente, diviso tra l’arroganza e l’indifferenza davanti all’eccitazione contemplata dal televisore di casa a Monaco, del giovane professore Ulrich Treichel, che non ritenne opportuno sospendere il suo corso universitario, né incoraggiò gli studenti a partecipare alla distruzione del muro e andò a vederlo sfondato due giorni dopo.
Maggiore interesse ebbero quelli dell’Est per l’apertura delle frontiere e la fine di un mondo, come dicono Annett Groschner e Kathrin Schmidt, che in una lettera confessione parla degli otto anni di militanza nel partito unico e Bodo Morshauser, che ricorda che gli abitanti dei paesi dell’Europa orientale non sognavano il capitalismo e per molti di loro l’utopia di una società giusta, per cui si battevano, rimane ancora di viva attualità.
Dalle testimonianze è evidente la consapevolezza che gli errori commessi dai governanti della DDR, da Walter Hulbricht a Eric Honecker, a Egon Krenz, non potevano avere altro sbocco. Sarà per questo che la cancelliera Angela Merkel ex cittadina della Germania est, ha detto: «La caduta del Muro di Berlino è stato il giorno più felice della recente storia tedesca».
La felicità di un popolo vale molto più dei 1.300 miliardi di euro che secondo le valutazione dell’IWH, l’Istituto di ricerche economiche di Halle, riportate dal «Welt am Sonntag» di ieri, sarebbero state spese dalla Germania ovest per finanziare la modernizzazione e il welfare della Germania est dopo la riunificazione. Copyright2009©irioMuro di Berlino, riunificazione della Germania, anniversario della caduta del Muro

James Ensor, "Squelettes se disputant un hareng saur",
1891, olio su tavola
Steve Jobs CEO del decennio «Fortune» ha motivato la nomina perché l'imprenditore ha rivitalizzato la Apple e trasformato il business americano Apple ha comunicato ai primi d’ottobre i risultati del quarto trimestre dell’esercizio 2008-09. Sono stati molto superiori alle attese dei mercati finanziari e hanno confermato l’andamento positivo dell’impresa, che nella crisi ha continuato a macinare utili.
Il gruppo della mela ha presentato un risultato netto di 1,67 miliardi di dollari, con un aumento del 47% su un anno. Il giro d’affari è cresciuto del 25% e ha sfiorato i 10 miliardi di dollari (= € 7 miliardi). Ha venduto 10 milioni 200 mila iPod, 7 milioni 400 mila iPhone, 3 milioni 50 mila pc Mac.
Il titolo è volato in Borsa e le previsioni di vendita, prudenti, per il trimestre in corso ottobre-dicembre sono di un fatturato intorno agli 11 miliardi e mezzo di dollari (=€ 7 miliardi 700 milioni).
L’ultimo numero di «Fortune» ha nominato Steve Jobs CEO del decennio. La motivazione è che ha cambiato le regole del gioco su almeno tre mercati mondiali, quelli della musica, del film, del telefonino e ha trasformato il mercato originario del pc, rafforzando la marca. Il valore dell’impresa, cofondata con Steve Wozniak nel 1976, è decuplicato. 
«L’ultimo decennio del mondo degli affari è quello di Steve Jobs», scrive il magazine, che qualifica l’imprenditore hi–tech con gli aggettivi «imperioso, brillante e visionario».
Il decennio di Jobs è cominciato nel 1997, quando è ritornato alla guida dell’azienda dopo una malattia ed è caratterizzato da un’attività di cambiamento, paragonabile a quelle compiute da Henry Ford nella nascente industria dell’auto, di Juan Trippe nella mondializzazione del trasporto aereo e di Conrad Hilton nel settore alberghiero.
L’azienda che il CEO ha trasformata è focalizzata su lui, sulla sua forza di traino e innovazione. Apple valeva 5 miliardi all’inizio del secolo, oggi ne pesa 170, continua «Fortune», che ricorda tutte le posizioni di leadership dei prodotti nei mercati di riferimento.
La nomina di Steve Jobs è risultata da un confronto con Larry Page e Sergey Brin , i fondatori di Google, il finanziere Warren Buffet, il fondatore di Microsoft Bill Gate. Copyright2009©irio Steve Jobs, Apple, imprenditorialità, hi-tech, innovazione, competitività, redditività
La lettura è nello sguardo del lettore L’eye tracking registra il percorso visivo di raccolta delle informazioni dalla stampa e dai siti online Che cosa attira il lettore, che ha deciso d’informarsi dai giornali su carta od online è questione controversa. Sono forme di comunicazione di massa, che fanno leva in modo diverso sulla rapidità, la riflessione, la precisione, ma anche sui titoli, le immagini, l’impaginazione, l’evidenza della notizia. Trascurare uno di questi elementi rischia di fare naufragare il più succulento degli scoop e il più brillante degli spin doctor.
Ecco perché si vanno affinando le ricerche sulle audience, che mutuano dal marketing le tecniche di rilevazione sulle attese del lettore, sui fattori d’attrazione, sulle attività costitutive di una maggiore permanenza dell'utilizzatore e controllo dell’emittente. Si tratta d’invertire la tendenza alla fuga dei lettori e di diventare più efficaci nella diffusione unidirezionale dei messaggi.
L’eye tracking, chiamato anche oculometria, riunisce un’insieme di tecniche di registrazione dei movimenti oculari, allo scopo di seguire e analizzare il percorso visivo di un lettore che sfoglia un giornale o di un internauta che accede a un sito giornalistico, identificare che cosa frena la comprensione e l’utilizzo, verificare se le persone vedono quello che l’emittente vuole mettere in evidenza, scoprire i problemi legati alla percezione delle informazioni sul medium impiegato.
Altics, una società francese di ricerche su Internet, ha realizzato lo studio centrato sull'utilizzatore, «E-pub et presse: ce que regardent vraiment les lecteurs», che impiega l'eye tracking come parte di una metodologia d’indagine multitesting. 
Lo studio è stato condotto su un campione di 50 utilizzatori di nove siti giornalistici a grande audience per cogliere le differenze tra lettura di notizie online e su carta e analizzare i comportamenti davanti alla pubblicità.
Ogni persona è stata messa difronte a uno schermo di pc, dotato di un registratore invisibile dei movimenti oculari (l'eye tracker) avvenuti durante l’accesso al sito, mentre una telecamera a distanza riprendeva il viso dell’internauta in sincronia con la registrazione dello sguardo e degli eventuali commenti verbali. Qualunque partecipante all' indagine ha guardato per un minuto e mezzo ognuno dei nove siti e vi ha navigato liberamente, mentre gli apparecchi di registrazione memorizzavano tutto il suo comportamento. Ha commentato poi con un consulente di Altics i siti giornalistici guardati.
Lo studio ha rivelato che nei siti online l’utilizzatore cerca prima di tutto informazioni consumabili rapidamente, c’è perciò un orientamento all’essenziale, con poco tempo per la ricerca casuale. Il contrario succede per la carta stampata, dove il lettore prende tempo, sfoglia le pagine e ama stare a contatto con il mezzo d’informazione.
L’internauta mira all’informazione che gli interessa e vuole ottenerla presto. Il lettore su carta centellina il piacere di scoprire quello che gli può interessare.
Non ci sono differenze tra comportamenti femminili e maschili di lettura.
La diffusione online, conclude lo studio, deve essere sintetica, fluida, mirata alla conoscenza certa e correlata.
La stampa deve essere più approfondita e dettagliata, deve avere notizie più complete e presentate in modo più strutturato, con sommari, evidenze, immagini appropriate.Copyright2009©irio lettori, notizie, carta stampata ,siti giornalistici online, audience
I beni virtuali possono diventare proprietà reali? Il rompicapo giuridico è nato a proposito dell’eredità rivendicata da una vedova sposata su Second Life Second Life, il mondo virtuale creato su piattaforma di Linden Lab, ha sette vite e da un quinquennio continua a fare parlare di sé. Decaduta dopo un boom iniziale, che aveva portato ambasciate, aziende, università e persone a popolarla per mezzo di avatar, a fare acquisti e ad intrecciare affari con l’uso della moneta locale, i Linden dollari, pagati in dollari veri, il pianeta digitale è adesso meno affollato di un tempo, quando giravano voci (interessate) su milioni di iscrizioni, accessi e frequenze.
Gli internauti ci giocano sempre meno e neppure le ultime novità, come Snowglobe di Kristenlee Cinquetti o Vola Vola di Berardo Carboni sono riusciti a fermare l’emoraggia provocata dai social network.
A ridestare l’attenzione per Second Life viene ora una questione di eredità, di quelle che ingrassano per vent’anni i fascicoli degli studi legali italiani, è la storia di un matrimonio online, di proprietà coniugali, di una vedovanza, dell’intenzione di trasformare beni valutati al momento dell’acquisto in Linden dollari in una somma consistente di dollari a corso legale.
Nel 2005 due avatar di Second Life, Leto Yoshiro, produttore cinematografico del Michigan e Enchant Jacques, contabile inglese, si sposarono e nello stesso anno comprarono insieme una casa su un’isola con molto terreno intorno.
Nel 2008, dopo tre anni di convivenza virtuale felice, Leto è morto ed Enchant, essendo l’unica erede legittima di Leto, ha deciso, come si suol dire, di realizzare, perché quella casa le ricorda troppo il marito scomparso e lei non è in grado di sopportare le spese di gestione con lo stipendio da impiegata.
L’ha fatto perciò sapere su Facebook, dove Enchant ha un account, ma , quando ha avuto le prime proposte di acquisto e le è stato chiesto di mostrare i titoli di proprietà, ha cominciato con l’avere le prime difficoltà. Leto è il nickname di un uomo, il cui vero nome è ignoto anche a Second Life, che ha registrato l’atto di vendita della proprietà.
Enchant ha anch’ella usato un nome di fantasia, ma ha fatto stimare la casa coniugale e le è stato detto che nel mondo reale potrebbe avere un valore superiore al miliardo. Ha chiesto perciò ai Linden, che gestiscono la piattaforma di Second Life di rispondere dell’irregolare cessione del bene.
La controversia è finita nelle mani degli avvocati ed è diventata di dominio pubblico. Ai giurisperiti si sono affiancati i tecnologi.
Finora le opinioni prevalenti, espresse da Greg Lastowka della Rutgers University in New Jersey e da Deven Desai del Center for Information Technology Policy della Princeton University e della Jefferson School of Law della California, distinguono l’acquisto di un diritto d’accesso a un sito online dall’attività di gioco che vi si svolge. Partecipare a un videogame collettivo come FarmVille, che avviene su Facebook, in cui si recita la parte del croupiers e vengono simulate ogni mese giocate milionarie non è la stessa cosa che giocare in un casinò.
Tutto quello che è attuato su Second Life, è stato il parere degli autorevoli esperti, è una simulazione lampante e dichiarata, che garantisce i partecipanti sulla regolarità e sicurezza del gioco.Copyright2009©irio Second Life, mondo virtuale, eredità ,tecnologie dell'informazione
Una dieta sana aiuta a combattere la depressione Un gruppo di epidemiologi inglesi e francesi ha identificato le relazioni tra cibi naturali o trattati e la depressione La depressione è un’alterazione del tono dell’umore personale, che si manifesta in diverse forme, circostanze e livelli. E’ il risultato di una perdita dell’equilibrio psichico, regolato dai centri nervosi alla base del cervello, compromesso da fattori fisici, chimici, climatici, da ritmi biologici quotidiani, da esperienze di vita, dall’educazione, da fattori ereditari e ambientali. Le forme più frequenti di depressione si presentano nella mezza età, quando diventa più difficile sperare nella vita, perché le scelte fatte in precedenza l’hanno in gran parte già determinata.
Un gruppo di sei ricercatori del dipartimento di Epidemiologia e Sanità pubblica dell’Université de Montpellier e dell’University College London, coordinati da Tasnime Akbaraly e Archana Singh-Manoux, hanno pubblicato nell’ultimo numero del British Journal of Psychiatry l’articolo «Dietary pattern and depressive symptoms in middle age».
Descrivono d’avere compiuto un’indagine sulle abitudini alimentari di 3.486 funzionari pubblici londinesi, d’età compresa tra i 35 e i 55 anni, di cui avevano analizzato lo stile di vita, le condizioni fisiche, l'esistenza di tabagismo, sedentarietà e accertato con quanta frequenza mangiavano 127 alimenti differenti. 
Dall’analisi è risultato che il 33% di essi faceva una dieta, costituita in prevalenza da cibi naturali, come legumi, verdura, frutta e pesce e presentava il 26% di rischio di disturbi depressivi, contro il 58% di rischio corso dagli altri, che si nutrivano di più con cibi trattati, come fritture, carni, farinacei e dolci.
La cucina naturale combina antiossidanti, folati, vitamine e altre sostanze nutritive, quella trattata contiene grassi, amidi e zuccheri, fattori fisici particolarmente pericolosi per l’equilibrio psichico.
Le persone che mangiano male soffrono dell’infiammazione di organi interni e di malattie cardiovascolari, che peggiorano i ritmi biologici, altro fattore del rischio di depressione.
L’alimentazione, ricordano gli autori dello studio, va correlata alle condizioni socioeconomiche, ai fattori psicologici e alla cultura delle persone. Sono variabili intervenienti del buono stato di salute, che nella mezza età può peggiorare e costituire l’ambiente organico per l’insorgere di depressioni occasionali, cicliche, che possono diventare costanti.Copyright2009©irio depressione, equilibrio psichico, dieta alimentare ,malattie cardiovascolari, infiammazione organi interni
| Il pensiero selvaggio è considerato primitivo perchè sarebbe dominato dagli aspetti emotivi, ma non è meno logico di quello dell'uomo «civilizzato». La sua razionalità è visibile nell'ordine che mette nella natura, nella classificazione dei fenomeni naturali, nei fenomeni totemici, nella corrispondenza tra mondo naturale, mondo sociale, specie animali e categorie sociali. |
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| Claude Lévi-Strauss: "La pensée sauvage", 1962. |
Il significato delle elezioni americane di oggi La situazione economica mostra i segni di una ripresa ancora debole, la disoccupazione colpisce, emerge il rischio di una crisi politica e sociale Si tengono oggi negli USA diverse elezioni locali, che serviranno da test per la presidenza Obama, a un anno meno un giorno dalla ricorrenza della sua vittoria e per il Partito repubblicano, ora nelle mani della destra e in cerca di rivincita.
La Virginia e il New Jersey eleggono il governatore, New York e Atlanta il sindaco, referendum conservativi su quesiti come il matrimonio omossessuale, l’uso medico della marijuana, l’apertura di sale da gioco si tengono in sei Stati e in un distretto di New York si copre un posto vacante alla Camera dei rappresentanti.
La tornata elettorale cade in un momento di diminuzione del consenso per il nuovo presidente. Solo un americano su due approva la sua azione e ieri è stata annunciata una nuova ondata negativa per l’occupazione, che ha perduto il 9,8% dei posti di lavoro in un anno, informazione diffusa insieme con il deposito in tribunale dei libri della Cit. Un po’ poco per il più grande piano di rilancio mai adottato al mondo, con interventi mirati del governo per quasi 800 miliardi di dollari.
Sono tutti fatti che pesano sui bilanci familiari. Due milioni e mezzo di Americani sono scesi nell’ultimo anno sotto la soglia di povertà e il 13% della popolazione ha acquisito il diritto a ricevere i buoni alimentari.
Si tratta di gente consapevole che l’amministrazione Obama ha fatto quello che poteva dopo Bush, ma è frustrata nell’attesa del miracolo per cui aveva votato Democratico e che non è disposta ora ad aspettare gli effetti di una ripresa, uscita dal tunnel di un anno di recessione con il 2,5% in più di PIL del terzo trimestre.
Una «jobless recovery» è una rottura troppo forte nella tradizionale economia vincente dell’abbondanza di beni.
I Repubblicani vanno all’attacco, soffiano sul fuoco della disillusione di quelli che cominciano ad avere meno fiducia in un ritorno a breve dell’occupazione, dopo la ripresa produttiva e la crescita economica.
Se la fretta sarà cattiva consigliera e le elezioni locali porteranno il consenso per Obama dal plebiscito dell’anno scorso a un posizionamento dello stesso livello di quello dei premier europei, anche la spinta dell’ “we can” potrà soffrirne e avere effetti a medio di depressione dell’economia del paese e del mondo. Copyright2009©irio elezioni ameericane, amministrazione Obama, ripresa economica ,crisi occupazionale
Ci sono ancora 60 paradisi fiscali Tax Justice Network ha pubblicato un elenco alternativo alle liste compilate dall’OECD ad aprile I paradisi fiscali non sono scomparsi, anzi, ci sono i paesi della «lista nera» dell’OECD (come Macao e Hong Kong), che avevano preso l’impegno di conformarsi nel 2009 agli standard internazionali e quelli che non si erano impegnati (Costa Rica, Malaysia, Filippine e Uruguay), ma in più ci sono ancora gli inclusi nella «lista grigia» (Andorra, Anguilla, Antigua, Aruba, Monaco, Montserrat, Liberia, Gibilterra e altri), che avevano dichiarato anch’essi di voler rispettare gli standard, ma avevano sottoscritto meno dei dodici accordi richiesti dalle convenzioni internazionali. A sorpresa spuntano adesso i nomi dei paesi della «lista bianca» (Delaware-USA, Lussemburgo, Svizzera, City of London, Irlanda, Belgio, Austria, Paesi Bassi), garantiti dal rispetto degli standard e da 12 accordi conformi ad essi.
Tax Justice Network, una piattaforma di organizzazioni non governative e d’attori della società civile, dopo 18 mesi di ricerche ed elaborazioni dati, ha pubblicato ieri un elenco, che corregge quello dell’OECD, accusata di avere usato criteri inappropriati e insufficienti per la valutazione.
TJN ha messo a punto un indice di «opacità finanziaria», composto da dodici riferimenti, che vanno dal segreto di Stato al rilievo che ha il paese nella finanza internazionale. I paradisi fiscali sono stati così riclassificati.
Con discredito delle «liste» di aprile, è venuto fuori un trio di testa dell’evasione mondiale d’imposte, composto dal Delaware, il Lussemburgo e la Svizzera, che assicurano il segreto bancario, non tengono i registri dei trust, non rispettano le norme fiscali internazionali.
Le Isole Caiman e la City of London hanno il quarto e quinto posto, giacchè non hanno registri pubblici dei beneficiari ultimi delle società finanziarie e non permettono un «accesso appropriato» all’informazione bancaria.
Dall’elenco è scomparso San Marino, che era stato messo nella «lista grigia»: da aprile ha rispettato gli standard e gli accordi internazionali riferiti ad essi.Copyright2009©irio paradisi fiscali, economia mondiale, evasione d'imposta ,società finanziarie
Gerarchia, conformismo e ribellione «Il nastro bianco» (Das weisse band. Eine deutsche kindergeschichte), il film di Michael Haneke, mostra gli effetti negativi della gerarchia e della precettistica sociale in una comunità chiusa Guglielmo II, imperatore di Germania e re di Prussia, l’ultimo di tutt’e due gli Stati, fu un sovrano aggressivo, senza tatto, cocciuto e prepotente. Ebbe la fortuna d’essere affiancato da cancellieri con ottime capacità di governo, come Bismarck, Bulow e Bettman-Hollweg che lo servì per i nove anni, che videro la prima guerra mondiale e la perdita del trono. Il suo impero fu caratterizzato da politiche incerte, quando non antagoniste all’esterno. All’interno fu un sovrano costituzionale, rispettoso delle prerogative del Parlamento, ma conservatore degli assetti sociali esistenti, baronie comprese.
Gli sconvolgimenti che seguirono alla prima guerra mondiale portarono poi a una delle più gravi crisi economiche e politiche della storia, da cui emerse il nazismo.
Le cause di questa fuga dalla libertà erano negli assetti preesistenti della società tedesca, che a ridosso della grande tragedia bellica aveva forti squilibri economici, dalla campagna tradizionale alla grande industria moderna dell’acciaio, sociali, dalle grandi masse proletarie e sottoproletarie alle potenti baronie, politici,dal governo del sovrano alla rappresentanza parlamentare limitata, morali, dagli adultèri e molestie sessuali ai bambini a una rigida precettistica della Chiesa evangelica.
A quest’ambiente complesso e contraddittorio, radice della violenza, che poi si abbatterà sul mondo è dedicato il film «Il nastro bianco» del regista di origine austriache Michael Haneke, vincitore della Palma d’oro a Cannes.
Il film descrive la vita di un villaggio nel Nord della Germania tra il 1913 e il 1914. E’ un luogo dove tutto appare a posto, avvolto in un’atmosfera di monotona prevedibilità organizzata. C’è un barone (Ulrich Tukur), proprietario delle terre e delle possibilità di sopravvivere per gli abitanti, che abita con una bella moglie (Ursina Lardi) e un figlio bello e intelligente in una grande casa, riccamente arredata, dove è servito da persone, che vengono anche da fuori villaggio. C’è un pastore luterano (Burghart Klaussner), che vive con la moglie e cinque figli in un’abitazione che confina con la chiesa. C’è un medico (Rainer Bock), vedovo, con due figli, che ha casa e studio frequentato da una levatrice. C’è un maestro del villaggio (Christian Friedel), l’io narrante della storia, collegamento con adulti e bambini del posto.
Il nastro bianco è anch’esso un protagonista, forse il più importante perché il solo pienamente esplicito del film. E’ un simbolo di penitenza, di vergogna pubblica e d’incitamento al riscatto morale, che il pastore mette al braccio del figlio Martin, costretto anche a dormire con le braccia legate, sospettato di masturbarsi e sui capelli della figlia Klara, colpevole di pettegolare, dopo una punizione corporale per entrambi a suon di vergate.
Nel villaggio succedono strane cose. Il medico cade da cavallo e si frattura una spalla, perché nel cortile di casa qualcuno ha teso un corda tra due alberi. Non si saprà mai chi è stato, né perché l’ha fatto, ma il regista ci mostrerà successivamente che è colpevole di adulterio e incesto ed è rimasto vedovo perché ha fatto morire la moglie di dolore.
Una contadina del barone, ammalata, è costretta a lavorare in un’officina, dove subisce un infortunio mortale. La famiglia della defunta non protesta, temendo di perdere il lavoro, ma il figlio del barone è rapito e fustigato a sangue.
Il figlio del medico e della levatrice, nato handicappato dopo un fallito aborto, è ferito gravemente agli occhi da non si sa chi. I ragazzi del pastore e dell’intendente del barone sono visti aggirarsi vicino alla casa del ferito, che misteriosamente si allontana dal villaggio come la levatrice, il medico e i figli.
Haneke non nega orrori allo spettatore, alla cui interpretazione lascia il compito di spiegare tutti gli eventi. Al regista basta ricordare che il sadismo, la violenza, i soprusi e il disprezzo per i deboli sono tratti di adulti e di bambini e questi sono le vittime di una ferocia nascosta dalle convenzioni e dai precetti, che nasce dagli abusi di chi ha qualunque posizione dominante in una comunità chiusa, dove non c’è possibilità di rinnovamento né di scambio con l’esterno. L’apparente normalità mette in pace chi rispetta la forma.
La recitazione di tutti gli attori è eccellente. La fotografia in bianco e nero è già stata definita «sontuosa». E’ impressionante e implacabile. Esalta tutte le figure malefiche che il maestro del villaggio presenta, il solo, con la fidanzata Eva (Leonie Benesch) a tenere desta la speranza dei puri di spirito. La regia ha la sostanza dei classici del cinema.Copyright2009©irio Il nastro bianco, Michael Haneke, comunità, violenza, nazismo