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Takashi Murakami, "Hiropon", 1997, scultura.SETTEMBRE
3 temi, 31 post e 46 commenti
SVILUPPO ORGANIZZATIVO SOSTENIBILE
Bisogno di amici? Ci pensa uSocial.net ; Compromesso del G20 sulle remunerazioni manageriali; «Glamour» invita al piacere del proprio peso; Gillette, l'imprenditore che voleva realizzare l'utopia; Passione e organizzazione; Qualità della vita e del lavoro in 73 città del mondo; Rimanenze di fine stagione; Sviluppo organizzativo sostenibile; Blu.
L'ONDA LUNGA DELLA CRISI SOCIALE
Gestione delle Risorse umane nella grande distribuzione; Il PIL arretra del 6% rispetto al 2008; Meno cibo gratis e più paga a Cuba; Nestlé minaccia di lasciare la Svizzera; Suicidio e lavoro; 25 milioni di posti di lavoro a rischio nei paesi OECD; Pablo Picasso; Ego Nugroho.
FRA TURBOLENZA E SIMULACRI
Che succede nel cervello quando si sceglie bene; Consigli per un buon uso dei media; God's hotline è già un successo; Harvard e Yale hanno fatto investimenti sbagliati; I buchi neri della felicità; Irina Bokova è la prima donna direttrice dell'UNESCO; La colpevole arretratezza della Sicilia; La crisi fa scendere il valore dei grandi marchi; Migliorare la reattività nell'uso delle risorse; PIL o BIL?; Se ci sono donne l'azienda va meglio?; Basco Vazco.
POST PIU' COMMENTATI
Sviluppo organizzativo sostenibile
Suicidio e lavoro
PIL o BIL?
Consigli per un buon uso dei media
Bisogno di amici? Ci pensa uSocial.net
Se ci sono più donne in azienda va meglio?
Che succede nel cervello quando si sceglie bene Uno studio di neurologi inglesi dimostra per la prima volta che la chiave del processo cognitivo è nell’interazione fra l’ippocampo e il lobo prefrontale L’ippocampo è una zona del cervello in rapporto con la memoria, quella che ha il compito di archiviare le informazioni immediate.
Il lobo prefrontale destro della corteccia cerebrale è l’area specifica del riconoscimento, dell’introspezione e della flessibilità. Ha un ruolo critico in come selezioniamo le informazioni e a quali parti del cervello le inviamo. E’ fondamentale per prendere decisioni e pensare. Finora lo si è ritenuto responsabile delle strategie di comportamento finalizzate al raggiungimento di obiettivi.
Uno studio compiuto da un gruppo di studiosi degli Istituti di neurologia e neuroscienze dell’University College London, coordinati da Dharshan Kumaran , ha provato che quando una persona prende una decisione efficace, nel suo cervello aumentano le interazioni tra ippocampo e lobo prefrontale. La base del processo cognitivo sta qui, secondo i risultati di una ricerca sperimentale, pubblicata con il titolo «Tracking the emergence of conceptual knowledge during human decision making» , nell’ultimo numero di «Neuron», il bimestrale americano per le scienze cognitive. I ricercatori vi scrivono di avere individuato la sede della capacità di valutazione.
Valutare e comportarsi in maniera appropriata è un processo complesso in cui l’ippocampo ha il compito di raccogliere e conservare le informazioni, che vengono trasmesse alla corteccia prefrontale, da dove sono estratte e utilizzate quando l’occasione lo chiede, come appunto nel caso di una scelta tra due opzioni possibili.
I circuiti neuronali, che avvolgono l’ippocampo, facilitano il passaggio delle conoscenze nuove, richieste per affrontare situazioni nuove.
I ricercatori hanno fatto partecipare a più esperimenti di laboratorio 27 persone. Hanno esaminato il loro funzionamento cerebrale con la tomografia a emissione di positroni, che ha prodotto le immagini tridimensionali dei processi funzionali del cervello.
Hanno identificato così in quali aree si è verificato un incremento di attività e hanno poi correlato questo aumento con l’efficacia della decisione. L’azione dell’ippocampo, hanno concluso, fa prendere decisioni importanti in differenti situazioni di crescente complessità.
La scoperta fa più luce sul ruolo delle strutture cerebrali, che partecipano alle funzioni cognitive superiori e apre nuove vie alla cura dei deficit e al potenziamento delle capacità umane. Copyright2009©irio processo decisionale, cognizione, cervello, neuroscienze, neurologia
La colpevole arretratezza della Sicilia «Baaria», il film di Giuseppe Tornatore, ricostruisce 50 anni di tentativi popolari per cambiare la società siciliana attraverso le vicende di tre generazioni di una famiglia di Bagheria Bagheria è il più grande dei comuni della provincia di Palermo. E’ una città antica, posta in una piana tra i monti, nota per le monumentali ville settecentesche, per la campagna ricca di vigne , olivi e limoni, ma anche per la devastazione urbanistica e la mafia, che qui è stata rappresentata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.
A Bagheria è dedicato l’ultimo film di Giuseppe Tornatore, un bagherese, che l’ha chiamato «Baaria», come la conoscono i siciliani, con il nome più vicino all’etimologia fenicia Bayharia, la terra che scende verso il mare..
Dacia Maraini, che qui visse l’infanzia, ha scritto nel suo libro autobiografico, intitolato alla città, «Bagheria ha così poco amore di sé che non conserva neppure le sue memorie più preziose», commentando la devastazione e gli abusi edilizi perpetrati dal dopoguerra al 1993 e oggi aggravati.
Alla memoria di quello che è avvenuto nella città e ha meritato il severo giudizio della scrittrice è rivolta la storia del film di Tornatore, le vicende vissute tra il 1930 e il 1980 da tre generazioni di una famiglia della sua terra, un romanzo popolare, che descrive la miseria dei braccianti a giornata, angariati da padroni, infami sfruttatori sostenuti dal fascismo, dei bambini «accunzati» come pastorelli per una stagione di pascolo, in cambio di cinque forme di cacio pecorino e puniti selvaggiamente dai gabellotti per avere raccolto poche olive in una lunga giornata di lavoro, del cambiamento di uno di loro, diventato adolescente e poi attivista del Partito comunista italiano.
E’ questo, Peppino Torrenuova (Francesco Scianna), il protagonista di un tentativo di ribellione contro una condizione subalterna, che obbligherebbe il matrimonio della sua innamorata Mannina (Margareth Madè) con uno che possiede «tumuli» di terra, mentre lui «non ha né arte, né parte» e poi impegnato in un altro tentativo, ben più importante, di organizzare l’occupazione del latifondo incolto da parte dei contadini senza terra.
I riferimenti alla strage di Portella della Ginestra, alla violenza terroristica contro la mobilitazione dei braccianti per la riforma agraria, attribuite alla banda di Salvatore Giuliano e alla mafia di Salvatore Celeste, in carenza dello Stato, sono la parte migliore del film, che mescola folklore, costume, clientelismo, repressione poliziesca e intreccio mafia-politica, per spiegare così l’ascesa e la caduta di un PCI, che ha alternato prospettive salvifiche e compromessi terreni nella sua pedagogia di massa, perdendosi sulla via della trasformazione sociale.
“Baaria” ha due anime, o forse tre, prevalenti: quella della passione familiare e dell’impegno politico di Peppino Torrenuova, dei sogni, dei progetti di modernizzazione, delle delusioni e delle crisi di militanza per il partito «rivoluzionario», che, posto difronte agli orrori del comunismo reale, si acconcia a diventare «riformista» e a venire a patti con gli avversari di una volta, autori delle manovre di repressione e di sviamento delle forze di progresso.
Della passione familiare sono le rappresentazioni eccellenti del bambino bagherese, che vola e di quello stesso, diventato adulto, che ha il coraggio d’invitare a ballare la giovane che gli piace, in una sala frequentata da uomini che danzano con uomini e donne con donne, primo passo di un percorso verso la solita «fuitina», che compirà senza sapere poi come quella storia d’amore potrà continuare, forte della speranza di un futuro necessariamente migliore. Della passione politica sono la bellissima occupazione delle terre e la crescita culturale e morale del protagonista, meno efficace. Più forzati sono i rapporti familiari, con la figlia, che vuole seguire la moda e il figlio, che parte dal paese.
Il film alterna momenti di alta cinematografia e di sovraccarico del racconto, abusa di oleografie stereotipate e di rappresentazioni artificiose, che non convincono, veri e propri sprechi narrativi. Sicchè alla fine risulta costellato di troppe intenzioni senza realizzazioni corrispondenti.Baaria, Giuseppe Tornatore, Sicilia, modernizzazione, mafia, reazione
Se ci sono più donne l’azienda va meglio? Lo sostiene un professore di management, che ha fatto uno studio su un campione di quarantadue grandi aziende francesi Michel Ferrary insegna management al CERAM, una business school di Nice – Sophia Antipolis, è uno specialista di management dell’innovazione e del funzionamento dei cluster hi-tech, che si sta occupando dei rapporti tra femminilizzazione e performance economiche e finanziarie delle imprese, un campo di studi innovativo, che differisce dalle tradizionali, abusate indagini sulle carriere femminili e la presenza «rosa» nelle posizioni direttive delle aziende.
Ferrary ha appena pubblicato i risultati di un sua ricerca, riportata da «Le Monde» di oggi, in cui sostiene che le aziende hanno interesse ad impiegare le donne e a farle arrivare a ruoli di responsabilità manageriale, perché quelle che hanno un tasso di femminilizzazione superiore al 35% ottengono anche risultati superiori del 28,5% rispetto alle altre.
Sono aziende più redditive, con un tasso superiore del 116,1%, hanno una produttività maggiore del 48,6% e creano occupazione per il 72,9% in più. Risultati confermati dalla realtà in cui la percentuale di donne quadri e dirigenti supera il 35%.
Lo studio è stato condotto sui dati delle 42 maggiori aziende francesi quotate e hanno considerato presenza femminile, capitalizzazione di Borsa, cifra d’affari, utili e produttività.
I risultati dello studio sono in controtendenza rispetto ad altri realizzati in Francia, ma concordano con l’indagine della Commissione Pari Opportunità dell’UE, condotta in marzo e con un altro studio di Ferrary, sempre dello stesso mese, ma segnano una svolta nelle affermazioni dell’autore, che a ottobre dell’anno scorso, all’inizio della crisi finanziaria, aveva dichiarato risultati del tutto differenti, quando aveva scritto che una forte percentuale di donne poteva influenzare negativamente gli investitori. occupazione femminile, donne in carriera, produttività, redditività, management;
Basco Vazco, "Ingabbiato", 2008, graffito. God’s hotline è già un successo In sei mesi più di 250.000 persone si sono messe in contatto con la messaggeria vocale di Dio Il numero telefonico di Dio, debitamente fornito di segreteria, è nato ufficialmente a Groningen, in una galleria d’arte la «Kunstruimte», difronte alla stazione ferroviaria, il 7 marzo scorso alle 4 del pomeriggio. Almeno così sostiene la giornalista Adriana Stuijt, che per prima ha dato la notizia sul «Digital Journal». Chi l’ha ideato è infatti un artista che in quella galleria ha realizzato un’installazione, un allestimento figurativo.
Johan van der Dong, così si chiama, è originario del villaggio di Grijpskerk, nella provincia dell’ «Amsterdam del Nord», in Olanda. Egli ha colto il bisogno, diffuso anche nel suo paese, di avere riferimenti fuori della realtà terrena, di credere in una giustizia superiore, di potere sperare in un Onnipotente Signore del cielo e della terra.
Di questo bisogno di spiritualità, contrapposta alla materialità dell’esistenza, ha approfittato per istituire una sorta di help-online divino, che ha battezzato «God’s hotline». E’ un mezzo per confidarsi e chiedere aiuto, supportato da un numero di telefonia mobile, il + 31.6.44.244901. Van der Dong ritiene che il Creatore debba essere raggiungibile dovunque, a qualsiasi ora e in qualunque giorno.
Chi fa il numero sente una voce sintetizzata, che l’invita a parlare. E’ la voicemail di Dio. Ma come avvenga la telefonata l’artista ideatore non sa. Si è limitato a fare realizzare questa comodità per mettere gli uomini in contatto con il Padre Eterno e si giustifica con qualcuno che insiste: «Sono un artista, non un pastore».
Dall’attivazione del numero telefonico più di 250.000 persone hanno usato questa messaggeria. La maggior parte vive nei paesi del Nord Europa, ma non mancano persone dell’Europa mediterranea e perfino di quella centrale. Molti si sono confessati o hanno ritrovato così il modo di dichiarare la propria fede.
Nei sei mesi di attività sono stati aggiunti altri messaggi al banale «Mi dica». Ci sono preghiere da recitare insieme, catene di domande e un collage di dichiarazioni di quelli che hanno telefonato prima, in cui le voci originali sono state alterate per renderle irriconoscibili.
Il numero a disposizione costa come una normale telefonata e il servizio religioso è gratuito.
L’artista olandese ha in programma di aumentare la potenza del suo apparato vocale per rispondere al successo riscosso. God's hotline, religione, telefonia mobile, messaggeria
Consigli per un buon uso dei media Dan Gillmor ha pubblicato su Mediactive 11 suggerimenti preziosi per chi ha responsabilità in un’azienda che opera nel campo dell’informazione «Eleven things I’d do if I ran a news organization» è un post, che Dan Gillmor ha pubblicato sul blog Mediactive. Sono consigli che nascono dall’esperienza pubblicistica di questo autorevole studioso della comunicazione, dei media e dell’Information and communication technology. I suggerimenti sono scritti in prima persona, con la forma «Quello che farei e che non farei». Eccoli.
1. Non pubblicherei storie e commenti sugli anniversari e le ricorrenze, se non in rarissime occasioni: sono il rifugio dei giornalisti pigri e privi di immaginazione.
2. Inviterei i lettori a partecipare in tutti i modi e con tutti gli strumenti possibili, crowdsourcing, blog, wiki e altri mezzi. Chiarirei che non si tratta di lavoro gratuito – e predisporrei un sistema di compensi che vada oltre la classica pacca sulla spalla – allo scopo principale di attivare un flusso multidirezionale di notizie e informazioni in cui l’audience giochi un ruolo determinante.
3. La trasparenza deve essere un elemento chiave del giornalismo. Ogni articolo sulla stampa deve avere un box, che evidenzia quello a cui il giornalista non è riuscito a rispondere. Qualunque sia il mezzo d’informazione, un sito web deve contenere l’invito rivolto ai lettori di contribuire a riempire le falle che ci sono nella nell’informazione.
4. Creerei un servizio online, da sottoscrivere, per segnalare ai lettori gli errori d’informazione commessi e scoperti tardivamente.
5. Farei del dialogo l’elemento fondamentale della missione del mezzo d’informazione. In particolare
- per un giornale locale, l’editoriale e la pagina d’apertura devono essere dedicati al «meglio di» e costituire la guida allo scambio online della comunità, con una varietà di commenti, forum e syndicate, diffusi anche fuori del mezzo d’informazione impiegato;
- gli editoriali vanno presentati in forma di blog, come le lettere all’editore;
- i commenti e i forum devono essere moderati e spingere i partecipanti a usare i nomi veri e a rispettare la netiquette;
- i commenti scritti da persone che utilizzano il nome vero devono essere pubblicati per primi.
6. Rifiuterei di fare stenografia e chiamarla giornalismo. Se una parte o una fazione mente, va scritto e sostenuto con prove. Se una maggioranza consistente della comunità dei lettori crede ad affermazioni false su fatti o persone, mi incaricherei di fare conoscere la verità.
7. Sostituirei alcune espressioni orwelliane delle PR, con un linguaggio più preciso e neutrale.
8. Utilizzerei gli hyperlink in tutti i modi possibili. Il sito web deve avere l’elenco del maggior numero di media della comunità. Linkerei ogni blog, foto, video, database e altro materiale rilevante, connetterei quello che a mio giudizio è meglio per la conoscenza della comunità. Linkerei le notizie date ad altri articoli e fonti d’informazione, importanti per la discussione, perchè il prodotto giornalistico non è un oracolo, ma un avvio.
9. Terrei gli archivi liberamente consultabili, con link permanenti a quanto è stato pubblicato in passato e interfacce che facciano utilizzare il lavoro giornalistico in modi nuovi.
10. La missione principale del mio lavoro deve essere quella di aiutare le persone della comunità a diventare utenti informati dei media e non consumatori passivi – a capire perchè e come possono farlo. Lavorerei con le scuole e le altre istituzioni per fare riconoscere la necessità del pensiero critico.
11. Non pubblicherei mai una lista di dieci punti. Sono il carburante di persone pigre e senza fantasia.
I consigli di Gillmor riprendono ed ampliano i concetti espressi nei principi e nelle linee guida del suo progetto .
Sono preziosi in una situazione fortemente competitiva dell’offerta d'informazioni, che può essere definita da «tapis roulant»: se corri, resti fermo, se stai fermo, vai indietro.
(Tratto dal blog “Il giornalaio”) Dan Gillmor, editori, mass media, giornalismo, comunicazione
Irina Bokova è la prima donna direttrice dell'UNESCO Eletta alla quinta votazione da 31 su 58 componenti del Consiglio esecutivo dell’Organizzazione ONU per l’educazione, la scienza e la cultura La bulgara Irina Bokova, diplomatica di carriera, ambasciatrice in Francia, a Monaco e presso l’UNESCO dal 2005, è stata eletta a sorpresa a capo di questa organizzazione. Ha vinto sul favorito, l’egiziano Faruk Hosni, per quattro voti. Ha ottenuto l’indicazione di 31 componenti del Consiglio esecutivo, dopo che alla vigilia i due candidati avevano raggiunto al quarto scrutinio la parità con 29 voti a testa.
Succede al giapponese Koichiro Matsuura. E’ la prima donna a dirigere l’organizzazione, che raggruppa 193 paesi e la sua nomina dovrà essere confermata il 15 ottobre dalla Conferenza generale dei rappresentanti.
La neoeletta è una nomina «interna». Laureata in Scienze politiche all’università di Mosca, specializzata all’Harvard University con l’Executive programme in leadership and economic e all’University of Maryland nel Programme on the US foreign policy decision-making proces, Bokova è stata dal 1995 al 1997 viceministra degli Esteri, coordinatrice dei rapporti tra Bulgaria e UE, capo della diplomazia, che ha attuato l’adesione all’Unione. Deputata dal 2001 al 2005 ha fatto parte della Commissione parlamentare d’integrazione europea, prima di diventare delegata permanente all’UNESCO e membro del Consiglio esecutivo dal 2007.
57 anni, sposata e con due figli, la nuova direttrice parla correntemente inglese, francese, spagnolo e russo. Faruk Hosni ministro della cultura egiziana, è stato sconfitto per alcune affermazioni fatte in patria. In risposta a un’interrogazione parlamentare dei Fratelli musulmani, organizzazione politica attiva in Egitto, aveva promesso che avrebbe bruciato con le sue mani i libri in ebraico che potevano trovarsi nel paese delle piramidi. L’affermazione gli ha fatto perdere i voti degli Europei, componenti il Consiglio esecutivo.
Bokova non avrà un compito facile. L’UNESCO è un’organizzazione mondiale, nata nel 1945, con la missione di attuare la «solidarietà intellettuale e morale dell’umanità per risparmiare al mondo una terza guerra mondiale», una competenza smisurata, passata indenne attraverso guerra fredda, fine del colonialismo, nascita del Terzo Mondo, scomparsa dell’Unione sovietica, ritiro degli USA di Reagan e del Regno Unito della Tatcher dall’organizzazione, accusata di «campagne antimperialiste».
Con disponibilità economiche, perciò, decurtate di un buon quarto, l’UNESCO è diventato una pesante macchina burocratica, gravata di 2000 funzionari, centralistica e dedita a occuparsi di ricorrenze, celebrazioni e premi internazionali, con scarsa utilità pratica. Per di più ha un bilancio di 300 milioni di euro all’anno e gode di donazioni degli Stati, che hanno interesse a tenerlo in piedi.
Merito incontestabile del giapponese Matsuura è stato di avere contribuito a salvaguardare i «Patrimoni dell’Umanità».
Bokova dovrà presentare proposte e realizzare programmi nel campo della lotta all’analfabetismo in Africa e della parità uomo-donna nel mondo. Dovrà dimostrarsi molto più brava del suo predecessore. 193 paesi l’attendono alla prova, prima di sfiduciare la sua gestione o di investire in altri organismi concorrenti. Irina Bokova, UNESCO, educazione, informazione, cultura, ONU
Harvard e Yale hanno fatto investimenti sbagliati Le prestigiose università americane, vivai di geni della finanza, hanno perso nella crisi un terzo del valore dei patrimoni Dopo aver guadagnato per anni, speculando in Borsa con le disponibilità di un fondo di dotazione da 37 miliardi di dollari (= € 25 miliardi), nell’anno fiscale 2007-2008 l’Harvard University, faro della formazione all’economia e al business per generazioni di studiosi e di manager di tutto il mondo, aveva già perduto il 30% del suo valore, colpita dall’inizio del terremoto finanziario, che s’è abbattuto sul mondo.
Nell’anno fiscale 2008-2009 la consistenza economica del fondo, partito con 26 miliardi di dollari (= € 17,5 miliardi) è stato ulteriormente danneggiata da una perdita del 27,3%. A poco sono serviti i premi Nobel dell’economia e i guru delle strategie presenti.
Catherine Drew Gilpin Faust, la presidente dell’università, l’aveva previsto a novembre dell’anno scorso, quando intervistata dal “Boston Globe” aveva detto che l’università “non è invulnerabile” e aveva scritto al corpo accademico e agli studenti, invitandoli a contenere i costi della didattica, tagliando il monte stipendi e i budget dei programmi.
Anche la sua rivale Yale è stata impoverita dalla crisi. Gli investimenti finanziari per 16 miliardi di dollari (= € 11 miliardi), hanno avuto in un anno una perdita del 30% . Le due università, le più ricche degli USA, nel 2008 hanno visto ridursi la loro consistenza patrimoniale di 9 miliardi per Harvard e di 6 per Yale.
I programmi di espansione, affidati ai ritorni sugli investimenti, dovranno essere attuati in un altro anno, si spera, più fortunato. Harvard, Yale, crisi finanziaria, Borsa, investimenti finanziari
Migliorare la reattività nell’uso delle risorse «Need for speed shift» è un videogioco realistico, che mostra come, vittoria dietro vittoria, si può diventare competitivi valorizzando le proprie risorse Essere reattivi vuol dire essere capaci di cogliere efficacemente le opportunità che s’intravedono sul mercato, usando efficacemente le risorse disponibili, anzi combinandole in modi competitivi, redditivi e adeguati al contesto. Non è una formula nuova è la ragion d’essere del management, che, ricordiamo, è definito come l’arte e la scienza di valorizzare le risorse in funzione degli obiettivi aziendali, degli operatori e degli stakeholder dell’impresa.
Per sviluppare queste capacità con una form-azione, che migliori la conoscenza procedurale, sperimentando, autovalutandosi sui risultati e apprendendo continuamente, può essere utile «Need for speed shift», un videogioco di Electronic Arts per pc, Ps3 e Xbox360. Il filo conduttore è la guida su pista di auto sportive, non proprio nella linea del progetto EcoPatente, ma, anche da questo punto di vista, è un invito al rispetto delle regole e all’attenzione per il contesto.
La risorsa d’avvio è un’automobile di seconda mano, che serve per gareggiare contro altri piloti, come il giocatore, a caccia di soldi e gloria. Un giro sulla pista, da soli, serve per capire quali opzioni e quali supporti sono più adatti alle abilità e alla condotta di gara.
Poi ecco subito la prima competizione, simulata in maniera iperrealistica in tutti gli elementi, dalle risposte dei comandi dell’auto, alla collocazione del pilota nell’abitacolo, dalla velocità avvertita, alle vibrazioni sulla pista, all’andamento in curva, dai tempi di decelerazione e frenata alla visuale.
La simulazione non rispecchia sempre rigorosamente quelle di formula 1, ma coinvolge nell’azione con la bellezza di una verosimiglianza unica, fatta di grafica e di sonoro.
L’obiettivo del gioco è di vincere per migliorare il mezzo a disposizione del giocatore e renderlo più competitivo. Ci sono 18 circuiti praticabili e c’è la possibilità di acquisire a mano a mano 70 vetture diverse, tra Bugatti, BMW, Audi, Nissan, Porsche, potenziate e arricchite a piacere di quelle dotazioni, ritenute necessarie per vincere sempre più.
Ci sono competizioni tradizionali, gare monomarca, prove contro il tempo e comportamenti azzardati dei concorrenti, che possono cogliere di sorpresa il giocatore e lo portano a non subire le scorrettezze, a rispettare le regole, a fare le scelte giuste e a comportarsi nel modo opportuno.
Si possono conquistare punti, compiendo azioni, che fanno valutare come pilota rispettoso delle regole o aggressivo.
Il pilota rispettoso segue la traiettoria giusta, fa le curve senza tagliare la strada agli avversari, sorpassa senza intrufolarsi in accelerazione.
Il videogioco è uno dei più riusciti dal punto di vista tecnico e per gli effetti che produce, una simulazione adatta, per grafica e sonoro, a dare la suggestione della gara, l’impatto dei rischi di velocità, la soddisfazione delle vittorie. Si gioca con motivazione crescente e apprendimento valutabile. Può essere usato da otto giocatori contemporaneamente. Need for speed shift, videogiochi, formazione , apprendimento, sperimentazione
PIL o BIL? Effetti perversi dell’applicazione conformista dei parametri di Benessere interno lordo presentati nel rapporto della «Commissione Stiglitz» Quest’anno la ricchezza cinese crescerà più del previsto. L' Asian development bank ha migliorato le stime d’aumento del PIL dal 7% iniziale all’8,2% per gli effetti positivi del piano di rilancio dell’economia, messo in atto dal governo del più grande paese del mondo.
Nelle valutazioni comunicate stamattina l'ADB nota che la Cina ha ottenuto alla fine del secondo trimestre una crescita del PIL del 7,9%, dopo quella del 6,1% conseguita alla fine del primo. «Un aumento vigoroso dei prestiti bancari e degli investimenti in capitale fisso hanno dato alla crescita un ritmo più sostenuto che in marzo. Il PIL nel 2009 incrementerà in modo più forte del previsto e così sarà nel 2010 ».
Il piano di rilancio prevede 4.000 miliardi di yuan (= € 400 miliardi) per gli investimenti nel 2009 e nel 2010, principalmente nelle infrastrutture, finanziate per il 30% dal governo centrale. Gli investimenti in capitale fisso nelle aree urbane sono progrediti tra gennaio e agosto del 33%, rispetto allo stesso periodo del 2008.
Da rimanere ammirati dopo una crescita ventennale e il presidente Hu Jintao prenderà la parola stamattina al vertice sul clima dell’ONU per annunciare un programma di riduzione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera (oggi a 4,6 tonnellate per abitante, contro livelli d’inquinamento 4-5 volte superiori nei principali paesi occidentali) e per invitare i paesi a economia avanzata a dare l’1% del PIL in aiuto internazionale a quelli a economia più debole.
Il vecchio e limitato PIL, indice disprezzato nel rapporto degli economisti Stiglitz, Sen e Fitoussi al presidente francese, può forse essere temperato, come mostra di fare Hu Jintao, per diventare più efficace strumento di misura degli andamenti finanziari, economici e sociali, prima di cedere al BIL (il benessere interno lordo), che può produrre gli effetti riscontrati nell’esercizio del Centro studi Sintesi, appena pubblicato dal Sole-24ore, che trasforma Forlì-Cesena in una città da 170,4 punti di BIL, su una media di 100, Macerata da 153,5 e Rieti da 126,5.
Un gioco o una “masturbazione intellettuale”? come Eric Le Boucher l’ha definita su Slate.fr, pericolosa oltre tutto, quando è essenziale un riequilibrio della crescita economica mondiale per evitare una ricaduta, ma anche un controllo necessario su chi non bada a mezzi pur di far tornare alla crescita il PIL, magari riuscendovi peggio degli altri. Copyright2009©irio PIL, BIL, progresso economico, progresso sociale
La crisi fa scendere il valore dei grandi marchi Per la prima volta in dieci anni la classifica Interbrand registra un deprezzamento medio del 4% «Business Week» di oggi pubblica la classifica annuale Interbrand dei 100 migliori marchi globali, che misura il valore del nome distintivo delle maggiori imprese del mondo allo stesso modo degli altri attivi.
Il metodo di calcolo considera il totale delle vendite legato alla forza d’attrazione di un marchio particolare, gli investimenti e i costi sopportati per arrivare a determinati valori degli attivi intangibili, come ai brevetti e all’impatto manageriale, il valore del marchio come attivo finanziario, legato alla leadership di mercato, alla stabilità e alla dimensione globale.
Per la prima volta in dieci anni il valore dei 100 maggiori marchi del mondo registra una perdita secca di 700 milioni di dollari (= € 480 milioni), il 4% in meno rispetto al 2008. La crisi economica e finanziaria mondiale, gli investimenti contenuti e la sfiducia dei consumatori sono risultati fortemente penalizzanti in certi mercati.
Il valore dei marchi dei servizi finanziari è diminuito del 40% e in questo settore Citibank e UBS hanno perduto il 50%.
Ma i servizi finanziari non sono stati i soli a pagare il tributo alla crisi. Le bevande alcoliche hanno perso il 15% e hanno uno degli scomparsi di quest’anno, il cognac Hennessy. Lo stesso è accaduto per i mezzi di trasporto, che nel 2008 avevano aumentato del 33% il valore e hanno perduto più del 25% e, in particolare dell’automobile, in caduta del 9%. 
Nella classifica 2009 i grandi vincitori sono Google, il cui marchio è aumentato di valore del 25%, Amazon, migliorata del 22%, Zara del 14%, Nestlé del 13%, Apple del 12% e H&M dell’11%.
I marchi delle sei aziende italiane sono cresciuti di valore relativo. Gucci è 41°, era 45°, è diminuito dell’1%, Nivea è all’86° posto, era al 98°, è cresciuto del 5%, Prada è 87°, era 91°, è sceso del 2%, Ferrari è 88°, era 93°, è cresciuto dello 0,2%, Armani è 89°, era 85°, è diminuito del 6%. Copyright2009©irio Business Week, Interbrand, marchio
I buchi neri della felicità «Whatever works» (in italiano, Basta che funzioni) di Woody Allen è un’operetta semiseria sul caso e la necessità nella scelta del partner giusto Dalla microsociologia sappiamo che il percorso per la costituzione di una coppia unita si realizza in quattro tappe: il riconoscimento, la comunicazione, il patto, la sintonia. I partner potenziali si possono incontrare per svariati motivi, ma si riconoscono perché si sentono attratti fisicamente, apprezzano i comportamenti reciproci, individuano l’uno nell’altro elementi del proprio idealtipo, credono di trovare una risposta ad esigenze del momento. Il dialogo e l’interazione servono ad approfondire la conoscenza e a scoprire il livello di presenza di quei tratti di personalità, all’origine del riconoscimento, che potrebbero dare vita a una relazione piacevole. L’accertamento di quei tratti può dare vita a un progetto per strutturare la relazione in modo da renderla duratura. Il patto istituisce la convivenza, che può rafforzare la sintonia di coppia o provocare la fine del rapporto.
La coppia si costituisce, si sviluppa o si separa in presenza di condizioni ambientali, come l’interazione con la famiglia originaria, gli amici, il lavoro e il divertimento, che caratterizzano gli orientamenti e i comportamenti dei partner.
Woody Allen è un artista, è stato sposato più volte e si è sottoposto per molti anni a psicoterapia, non sappiamo se abbia mai letto Georges Gurvitch o Kurt Lewin, constatiamo però che con l’intelligenza dei creativi ha rappresentato nel suo ultimo film «Whatever works» come il caso può portare le persone ad incontrarsi e a piacersi fino a decidere di accompagnarsi per la vita, ma che in ciascuno ci sono esigenze fondamentali, a lungo ignorate, che una convivenza coniugale può fare esplodere fino a dissolvere la relazione in atto e a diventare occasione per costituirne di più soddisfacente, più rispettosa del diritto al piacere individuale.
In «Whatever works» c’è un filosofo da bar, narcisista e logorroico, che prima di ridursi così, dopo un tentato suicidio e il divorzio della moglie, ha aspirato addirittura al Nobel per la fisica e ha insegnato meccanica quantistica. Nasconde il suo disagio psicologico dietro sproloqui da misantropo e aspetta al Village, a Manhattan, l’occasione per farla finita.
L’uomo è vecchio, brutto e zoppo, si chiama Boris Yellnikoff (Larry David), trova perfino nelle lezioni di scacchi che dà a dei ragazzini l’occasione per litigare e gridare tutta la sua disperazione, quando incontra nel vicolo dei rifiuti dietro casa una donna giovane e bella, Melody Celesti (Evan Rachel Wood), fuggita dalla provincia a New York, che gli chiede di ospitarla per una notte. L’ospitalità temporanea si trasforma in una convivenza e poi in un matrimonio.
Per Boris è un’occasione per avere un’adepta alla sua weltanschaung, per Melody è la via per trasformarsi da partecipante ai concorsi di bellezza in moglie di un genio. Le carte si rimescolano di colpo quando in casa della coppia arriva la madre di Melody, che ha abbandonato il marito, scoperto a tradirla con la migliore amica.
Marietta Celesti (Patricia Clarkson) decide che la figlia deve avere un marito adeguato e non «uno scarafaggio», come chiama Boris. Presentata da lui a un amico, critico d’arte, scapolo, Marietta s’installa nella casa di questo, diventa una fotografa di successo e avvia un ménage a trois con un altro amico nella nuova abitazione.
A New York arriva anche il padre di Melody (Ed Begley), che vorrebbe riconciliarsi con la moglie. L’intrigo relazionale si complica e si chiarisce, quando l’uomo scopre la sua vera natura omosessuale. Marietta diventa una star della fotografia e della trasgressione. Melody lascia Boris per un nuovo amore, un attore giovane e bello.
Il povero Boris, ritenta il suicidio, anche questa seconda volta inutilmente e investe dall’alto una medium con cui si riaccompagnerà.
Per trovare l’amore, dice Allen, ci vuole una giusta dose di fortuna, abbinata alla capacità di riconoscere tutto ciò che potrebbe funzionare.
Una lezione di microsociologia travestita da pièce cinematografica? o forse un’intuizione, frutto dell’esperienza personale del regista.
«Whatever works» è ancora una volta una buona idea di Allen. Ha dialoghi scoppiettanti, ma una sceneggiatura confusa e una recitazione mediocre. E’ un’occasione sprecata, sotto il livello degli altri film, che hanno per sfondo New York. Copyright2009©irio Basta che funzioni, Woody Allen, relazioni di coppia, innamoramento, amore
Basco Vazco, "C.L.M.A. numero 31", 2000, graffito.Suicidio e lavoro Quando un lavoratore si uccide per ragioni legate al lavoro è segno che tutta la comunità aziendale soffre una degradazione avanzata del tessuto umano e sociale Nell’interpretazione del rapporto tra suicidio e lavoro si contrappongono tre approcci. Il primo è quello dello stress, che collega le turbe biologiche e psichiche all’ambiente di lavoro, mette queste in relazione a come le persone «gestiscono» le tensioni e vi fanno fronte. Un altro modo di lettura «strutturalista» attribuisce i comportamenti patologici (e il suicidio) alla vulnerabilità individuale, sostiene che il lavoro rivela le tare genetiche ed ereditarie, che la persona, colpita dal lavoro potrebbe essere scompensata anche da un fattore traumatico diverso. Una terza concezione «sociogenetica» si collega al management e all’organizzazione del lavoro psicopatogena.
Le tre interpretazioni poggiano su argomenti seri, ma parziali, che si polarizzano sull’opposizione tra causalità sociale e privata. Christophe Dejours, psicanalista, professore al CNAM (una «grande école») e Florence Bègue, psicologa del lavoro, in «Suicide et travail: que faire?», PUF, Paris, 2009, ritengono che il suicidio per lavoro possa essere spiegato soltanto con una combinazione di fattori causali, personali e sociali. Le fragilità individuali pesano fino a un certo punto. Ogni persona ha le sue vulnerabilità, ma bisogna smettere di pensare a un’organizzazione del lavoro per esseri ideali che non esistono.
Trenta anni fa, scrivono gli autori, non c’erano suicidi riconducibili a motivi di lavoro, c’erano delle comunità solidali, che resistevano alla fatica e alla sofferenza con delle strategie di difesa collettiva. C’era una virilità ostentata, un’esibizione di non aver paura, che era sostenuta dalla cooperazione e dall’amicizia oltre il lavoro. C’erano alcolisti che non potevano lavorare in alto e avevano compagni, che li facevano rimanere in basso, che si sostituivano a loro in certe attività, con una prevenzione degli incidenti, del suicidio, delle turbe psichiche.
Oggi questo è impensabile. I nuovi metodi di lavoro hanno portato alla solitudine dei lavoratori.
A cominciare dagli anni ’80 nelle organizzazioni s’è imposta l’idea che si poteva aumentare la redditività non già con il lavoro, ma facendo economie nelle scorte, nei consumi di materiali, nella qualità percepita, negli organici. Adesso tutto quello che può dare margine deve essere oggetto di economia. Non c’è più proporzione tra il risultato del lavoro e il lavoro stesso. C’è una rottura tra la cultura e la civilizzazione nel funzionamento della società quando le persone si uccidono per lavoro e non riguarda soltanto quelle «vulnerabili», come mostrano i casi di Renault, PSA, EDF, Telecom, Barclays e Airbus, in Francia.
«Occorre ripensare i riferimenti abituali della psichiatria e i modelli di valutazione del lavoro», indicano Dejours e Bègue. Non basta più misurare le prestazioni, è necessario entrare nella materialità del lavoro e affrontare le questioni della cooperazione e degli strumenti d’analisi del lavoro collettivo.
«Suicide et travail» affronta la destrutturazione del vivere insieme nel lavoro e gli episodi di suicidio legati ad essa, le possibilità d’agire nelle diverse realtà organizzative, la metodologia della costruzione di un gruppo e degli strumenti d’intervento.
Indica nelle ristrutturazioni organizzative una delle cause frequenti dei fenomeni suicidali, perché creano una rottura tra vita personale e lavoro, che può essere aggravata dall’incitamento di false comunità di pratiche, che esercitano un forte controllo sociale favorito dal management, che spingono a stringere i denti, a mostrarsi forte, a non avere paura, quando è proprio la paura di non reggere da soli alla penosità e alla sofferenza del lavoro la causa più frequente della decisione di farla finita. Copyright2009©irio suicidio, qualità del lavoro, organizzazione del lavoro , management
25 milioni di posti di lavoro a rischio nei paesi OECD In Italia giovani e precari sono particolarmente colpiti dalla crisi, molti disoccupati rinunciano a cercare lavoro, è previsto un ulteriore significativo aumento della disoccupazione quest’anno «Employment outlook 2009», il rapporto dell’OECD sulla disoccupazione nei 30 paesi aderenti all’Organizzazione, indica un peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro, con una perdita probabile di 25 milioni di posti di lavoro e un tasso di disoccupazione globale che nel 2010 potrà raggiungere il record del 10%.
15 milioni di impieghi sono già stati distrutti tra la fine del 2007 e luglio 2009, altri 10 milioni sono a rischio per il 2010. Se il ritmo della ripresa sarà modesto per diversi mesi, prima di riequilibrare gli effetti della crisi e molto probabilmente anche dopo, la disoccupazione continuerà ad aumentare, perfino quando la crescita sarà ripartita.
Il peggio della recessione in materia occupazionale è ancora davanti a noi, mentre «la maggior parte dell’aumento dei senza lavoro si sarà già prodotto a metà del 2009 in Spagna, negli USA, in Irlanda e in Giappone, continuerà a crescere in Francia, Germania e Italia».
Dal 5,6% del 2007, il livello più basso raggiunto dal tasso di disoccupazione in 25 anni, la percentuale è salita all’8,3% nel 2009, un valore senza precedenti dal secondo dopoguerra e potrà aumentare ancora nel secondo semestre 2010, con punte del 20% in Spagna, dell’11,8% in Germania, dell’11,3% in Francia, del 10,5% in Italia, del 9,8% nel Regno Unito, del 5,8% in Giappone.
Nel nostro paese il tasso di disoccupazione dei 15-24enni è cresciuto di 5 punti percentuali ed è ora al 26,3%. A marzo la distruzione dei posti di lavoro temporanei e dei contratti atipici ha toccato un quinto di queste categorie di occupati.
Il rapporto osserva che molti governi dell’area OECD hanno risposto alla crisi con vigorose misure macroeconomiche e talvolta con imponenti pacchetti di stimolo fiscale. Maggiori risorse sono state rese disponibili per politiche sociali e occupazionali, per ammortizzare gli effetti negativi della crisi sui lavoratori e le famiglie a basso reddito.
Nei paesi con ampi stabilizzatori automatici, come quelli nordici e dell’Europa continentale, la spesa legata alle politiche del lavoro (sussidi di disoccupazione e programmi di attivazione) è cresciuta in maniera significativa in correlazione all’aumento dei posti di lavoro soppressi. In molti altri paesi, come USA e Regno Unito, i governi si sono impegnati per incrementare le risorse a sostegno del mercato del lavoro.
In Italia, invece, l’aumento discrezionale della spesa relativa è rimasto piuttosto moderato, in presenza di un elevato debito pubblico che ha ridotto il margine di manovra durante la recessione. In particolare, l’azione del governo si è concentrata sul sostegno alla domanda di lavoro con la messa a disposizione di fondi addizionali per la Cassa integrazione guadagni.
Tuttavia il numero di lavoratori e delle imprese, che hanno accesso alla CIG, rimane limitato, anche se sono stati compiuti sforzi per ampliarne la copertura. Alcune azioni sono state intraprese nel 2008 e nel 2009 per aumentare il contributo e la durata dell’indennità di disoccupazione, ma l’introduzione di un dispositivo generale non è stata considerata fino ad ora. Parti consistenti della popolazione lavorativa sono sprovvisti di una protezione adeguata per superare la crisi.
Se la ripresa non avviene rapidamente, la disoccupazione rischia non solo di aumentare, ma anche di diventare più persistente, con un maggior numero di persone in cerca di lavoro per lunghi periodi: una proporzione doppia della media OECD, con la maggior parte dei disoccupati di lungo periodo, che ha accesso a una rete di protezione molto limitata.
La recessione rischia di inasprire la povertà di un paese al quintultimo posto tra quelli dell’area OECD, davanti solo a Messico, Polonia, USA e Spagna. Copyright2009©irio rapporto OCSE, disoccupazione, politica del lavoro, disoccupazione in Italia, povertà in Italia
Eko Nugroho, "Sotto di me", 2005, arazzo.
Gestione delle Risorse umane nella grande distribuzione Focalizzata sulla velocità di risposta al cliente e sulla competitività di costo la grande distribuzione ha perduto la spinta propulsiva sul mercato e sulla professionalità dei dipendenti Nuovi formati, innovazione tecnologica, flessibilità dei lavoratori e sostituzione degli assortimenti sono i quattro fenomeni principali, che hanno maldisposto la grande distribuzione all’impatto della crisi economica, causato la perdita d’identità delle insegne e il peggioramento delle relazioni organizzative. Le grandi superfici di vendita sono diventate l’emblema dell’insoddisfazione dei consumatori, per la bassa qualità del servizio e degli operatori di vendita, per la dequalificazione progressiva subita.
Sicchè stupiscono sempre meno l’abbondante letteratura di denuncia delle condizioni di lavoro e i numerosi episodi di conflittualità interpersonale che si verificano. La valutazione quasi unanime è che manca una gestione delle Risorse umane, che impieghi attivamente le persone nella catena del valore aziendale e che l’organizzazione tayloriana, usata per smaltire quantità di merce da inserire nel display dei punti vendita, sia contraddittoria con la richiesta di professionalità avanzata dai clienti a cassieri – rifornitori, il cui lavoro viene mano a mano sostituito da tecnologie a disposizione di chi vuole pagare.
Christophe Vignon, che insegna organizzazione e gestione delle Risorse umane all’IGR-IAE (una business school) dell’Université de Rennes, ha coordinato l’opera collettiva “Le management des ressources humaines dans la grande distribution. Entre rationalisation industrielle et dynamisation commerciale”, Vuibert, Paris, 2009, che raccoglie studi e indagini sul campo, relativi all’argomento, di sedici ricercatori francofoni, d’appartenenza accademica.
Al contrario delle solite antologie di opinioni, diffuse in questo settore, il libro riunisce risultati di ricerche sui rapporti tra l'organizzazione del lavoro, l’innovazione tecnologica, la pressione competitiva, i comportamenti degli addetti ai punti vendita della grande distribuzione (esecutori e capi intermedi) e le logiche d’azione praticate nella gestione delle Risorse umane per finalizzare le prestazioni opportune, il coinvolgimento delle persone, le competenze dei manager.
Ognuno dei temi di questo complesso itinerario è trattato sotto differenti angolazioni teoriche e metodologiche da autori, che fanno capo a centri di ricerca, università e scuole postuniversitarie belghe, canadesi, francesi e sono economisti, psicologi, sociologi, aziendalisti.
Vengono a delinearsi così tre grandi aree di analisi: l’evoluzione dell’ambiente di lavoro, il coinvolgimento degli operatori nella soddisfazione del cliente, lo sviluppo delle capacità e delle competenze manageriali.
Gli autori arrivano alla conclusione che la gestione delle Risorse umane nella grande distribuzione è il portato di un management dimezzato, abituato ad esigere e ad utilizzare le persone (prevalentemente donne) senza cambiare registro conformistico.
Il paradosso d’una relazione gerarchica che mira alla qualità del servizio sta tutto in questa catena di esecuzioni prescritte, mentre il servizio soddisfacente per il cliente richiede prontezza e personalizzazione. Copyright2009©irio grande distribuzione, Risorse umane, manager, cassiere, capi reparto
Meno cibo gratis e più paga a Cuba Raúl Castro vuole ridurre i sussidi e l’assistenza inadeguata e fare della retribuzione la principale fonte di reddito Un embargo di 50 anni contro Cuba ha rafforzato il legame degli abitanti dell’isola con il governo, passato di recente da Fidél a Raúl Castro e ha diffuso forme di welfare, inimmaginabili in un’economia meno strangolata, con gli USA a solo 90 miglia e in un regime meno autoritario e ideologicamente orientato.
Fra le provvidenze sociali generalizzate ci sono le mense operaie, dove tutti possono mangiare a poco più di un peso (= € 0,685), che sono servite ad affrontare le ricorrenti carestie, che hanno afflitto il paese, impossibilitato a importare perfino i beni di prima necessità e ad esportare i suoi prodotti solo verso i paesi amici.
Gli investitori americani vanno premendo per la fine dell’embargo, immaginando di potere mettere le mani sul turismo, fiorente nonostante le infrastrutture disastrose, sui servizi di telecomunicazioni, arretrati e sui giacimenti petroliferi per milioni di barili, di fronte alla Florida. Il passaggio della leadership a Raúl Castro, per la malattia di Fidél, ha provocato un alleggerimento della pressione interna e un programma di riforme, necessarie per l’apertura alle esportazioni.
Tra i progetti pianificati dal governo cubano c’è l’eliminazione dei «servizi di assistenza gratuita e dei sussidi inadeguati, salvo quelli per la salute e l’educazione», la trasformazione delle paghe e degli stipendi (poco differenziati per struttura e livello) in fonte principale di reddito.
L’eliminazione delle mense operaie dovrebbe avvenire insieme a quella delle tessere di assistenza (una social card!) e ad un aumento medio di 15 pesos al giorno per ogni lavoratore. L’obiettivo è di risparmiare e razionalizzare l’economia, incominciando a fare pulizia di molte scelte politiche del passato. Oggi le aziende a capitale statale e misto sopportano più del doppio di questi 15 pesos per ogni pasto.
Le autorità governative, inoltre, devono aggiungere al prezzo degli alimenti quelli pesantissimi del trasporto e dell’approvvigionamento da fornitori disponibili a rompere il blocco, stabilito con l’ascesa al potere del Partido Comunista de Cuba, a cui l’art. 5 della Costituzione conferisce il carattere di « forza dirigente superiore della società e dello Stato», attivo da quasi mezzo secolo.
Le conseguenze economiche di queste riforme del welfare sono incalcolabili per l’espansione dell’iniziativa privata, finora limitatissima. Copyright2009©irio Cuba, Raul Castro, embargo, economia cubana
Nestlé minaccia di lasciare la Svizzera Le limitazioni retributive, che molti governi ed economisti intendono porre ai capi azienda, provocano la reazione del patron di Nestlé contro un proposito simile nella Confederazione elvetica Per superare la crisi i dipendenti d’azienda devono accettare una riduzione degli stipendi? I manager, gli economisti e i governanti americani, inglesi e tedeschi sono in molti casi favorevoli a questa linea d’azione.
Negli USA più di un quarto delle aziende ha preso un provvedimento simile, ma anche nel Regno Unito si sono verificati casi clamorosi, come quello della British Airways, in cui lavoratori e capi hanno deciso di lavorare gratis per qualche giorno al mese e in Germania, dove l’Osram ha congelato licenziamenti e salari in attesa della scelta di un mediatore, gradito alla direzione e ai lavoratori , che decida come agire per ridurre il costo del lavoro e favorire la ripresa.
Nicolas Sarkozy, il presidente francese, è, stando a Le Figaro-AFP di stamattina, «estremamente determinato» ad andare via dal G20 di Pittsburg del 24 e 25 prossimo se non verranno prese decisioni operative sui limiti delle remunerazioni manageriali e Alpha Value ha trovato, in 354 aziende di 16 paesi d’Europa, che una riduzione media del 10% c’è stata anche per questi pacchetti retributivi.
A sorpresa, perciò, è stata letta l’intervista, rilasciata ieri al quotidiano svizzero Sonntag, da Peter Brabeck, presidente della Nestlé, che ha minacciato, rispondendo alle domande dei giornalisti Peter Burkhardt e Patrik Müller su un eventuale plafonamento dei compensi manageriali da parte del governo svizzero: «Saremmo portati a chiederci se la Svizzera è per noi ancora il luogo più adatto per tenervi la sede dell’azienda». La caratteristica più attraente del paese, ha spiegato, è stata la «sicurezza legale» offerta finora al gigante mondiale del settore alimentare.
«Recentemente, ha commentato, ci sono state pressioni esterne e interne, populiste, sulla Svizzera e abbiamo potuto constatare che il governo e il parlamento hanno voluto mostrare disponibilità a cambiare le leggi». E’ una disponibilità «pregiudizievole per il paese, la Svizzera aveva la reputazione di non cedere a questo tipo di pressioni».
Nel 2008, Nestlè ha avuto ricavi per 110 miliardi di franchi svizzeri (= € 73 miliardi) e utili netti per 19 miliardi (= € 12,5 miliardi). L’azienda ha la maggiore capitalizzazione di Borsa in Svizzera e impiega 283.000 dipendenti nel mondo.
La minaccia di Brabeck è certamente sopra le righe del costume aziendale. Qualcuno l’ha giustificata con i successi del manager e con la forza che un dirigente di questa stazza ha sul mercato del lavoro più privilegiato del mondo. E’ stata comunque una reazione eccessiva nella situazione attuale, ma pienamente sintonica con quella meritocrazia dall’alto, autocentrata, che da due anni e mezzo sta infliggendo gravi ferite all’economia planetaria. Copyright2009©irio retribuzioni dei manager;, G20, costo del lavoro, ripresa economica
Pablo Picasso, "Femme au miroir", 1959, olio su tela.Il PIL arretra del 6% rispetto al 2008 I dati ISTAT evidenziano il crollo dell’economia italiana in confronto al secondo trimestre dell’anno scorso e al primo di quest’anno L’ultimo bollettino ISTAT ha confermato ieri che continua l’andamento negativo dell’economia italiana, mostrato da un calo del 6% del prodotto interno lordo per il secondo trimestre consecutivo. E’ la situazione peggiore dal 1980, anno d’inizio della rilevazione statistica. La previsione dell’Istituto centrale è che anche nei prossimi due trimestri la variazione congiunturale sarà nulla.
Il dato evidenzia che l’Italia è ancora in piena crisi, tanto più preoccupante nonostante lo sfoggio di ottimismo governativo, se si confronta con il miglioramento ottenuto dalla Germania e dalla Francia e con le valutazioni negative della Confindutria sulla produzione industriale, della Confcommercio sui consumi delle famiglie, della CGIL sull’occupazione, degli Istituti economici sulla spesa pubblica corrente: un insieme di difficoltà generalizzate.
Meglio va l’economia nella zona euro, dove il calo medio del PIL per i tredici paesi è stato in aprile-giugno 2009 del 4,7% rispetto al secondo trimestre del 2008 e dello 0,1% sotto il primo trimestre di quest’anno, in Giappone, che esce dalla recessione, sia pure con una debole ripresa dello 0,6% nel secondo trimestre e del 2,3% tendenziale per l’anno in corso, nell’irresistibile Cina, che procede all’8% di crescita e, nonostante tutto, negli USA, che hanno (stime di fonte governativa) al 2-3% la crescita del PIL nel secondo trimestre 2009 e a circa il 3% quella per il terzo trimestre. Copyright2009©irio ISTAT, PIL, economia italiana, crisi economica
Sviluppo organizzativo sostenibile L’ultimo libro di Rosabeth Moss Kanter coglie tempestivamente la responsabilità sociale d’impresa come fattore principale della ripresa economica Come tutte le formule della logica semplice, quella dello sviluppo organizzativo ha avuto successo quale principio d’orientamento manageriale per mezzo secolo. Sono stati gli anni del liberismo, della globalizzazione e della flessibilità (del lavoro e dei lavoratori), mentre i poteri forti dell’economia consolidavano la loro presenza al vertice di un sistema mondiale, che chiedeva adattività e trasformazione in basso, certezza di libertà d’azione e stabilità in alto. Lo sviluppo organizzativo s’è venuto configurando in un apparato di tecniche e strumenti, ispirati dal «merito», riconosciuto dalle gerarchie aziendali in funzione degli obiettivi strategici stabiliti dall’imprenditore – manager, interni all’azienda.
La crisi dei subprime ha mostrato in maniera eclatante che quella logica non solo non sosteneva il mitico sviluppo continuo, ma produceva fallimenti aziendali, a centinaia e proprio tra le imprese più forti e integrate, recessione economica e crisi sociale.
L’abisso, in cui la maggior parte del mondo «evoluto», è precipitato esige solidarietà sociale innanzi tutto e il presidente americano Obama si sta muovendo in questa prospettiva, a spese della sua stessa popolarità, insidiata dalle lobby nella riforma della salute, del sostegno alla disoccupazione, del miglioramento della produttività, della partecipazione. I grandi politologi americani, i biografi dei presidenti alla Douglas Brinkley, dicono che «l’era di Reagan è durata dal 1980 al 2008» e che s’è aperto con Obama un nuovo ciclo «il più progressista dal 1964 di Lyndon Johnson».
A tempo va in libreria l’ultimo saggio di Rosabeth Moss Kanter, docente di business administration presso la Harvard Business School, «SuperCorp. How vanguard companies create innovation, profits, growth and social good», Crown Business, New York, 2009. L’autrice indimenticabile di «Men and women of the corporation» e di «When giants learn to dance», torna a colpirci per l’estrema attualità del suo oggetto di studio: il potenziale di sinergia tra i risultati economici aziendali e l’attenzione alla comunità e ai bisogni sociali.
Frutto di una ricerca durata tre anni, con interviste a più di 350 dirigenti delle maggiori aziende del mondo, il libro sostiene che il solo vantaggio competitivo consiste nei valori e nella soddisfazione delle attese delle nuove generazioni di lavoratori, che le opportunità di crescita derivano dall’ integrazione sui valori e dalla «soppressione dell’ego dei top manager».
Non sono, naturalmente, affermazioni disinvolte, predicatorie, l’autrice guarda al business del futuro e alle capacità manageriali richieste, citando i casi dell’IBM, di Banco Real, di Procter&Gamble, Cemex, Omron, giganti che hanno saputo impiegare le competenze tecnologiche e la qualificazione professionale degli operatori, o hanno sviluppato la ricerca e hanno saputo cogliere lo spirito del tempo del loro settore di business, dei clienti, del mercato, del prodotto, dei paesi di collocazione, per migliorare la gestione, il servizio e il legame con le comunità locali. Rosabeth Moss Kanter propone un nuovo sistema di indirizzo aziendale basato sull’integrazione attiva dei valori con la società.
Il libro è articolato in quattro parti: sulle nuove opportunità di cambiamento globale per un nuovo modello di business, sulle priorità strategiche alla luce dei valori guida e sulle condotte di fusione, acquisizione e trasformazione, sulla costruzione del ponte tra il meglio delle comunità, dei paesi e della gente dell’azienda (lavoratori, clienti, fornitori), sull’agenda per il futuro, che ha come elementi costitutivi l’impresa trasformazionale e la leadership sviluppatrice del business, che eliminano i lati oscuri della globalizzazione.
Ogni capitolo distilla dalle storie di caso le caratteristiche, possedute da leader e sistemi organizzativi, per essere azienda d’avanguardia, a sviluppo sostenibile, rispettoso dei lavoratori, dei vantaggi economici e sociali.
«SuperCorp» realizza a mano a mano un modello manageriale, che comprende la cultura del cambiamento continuo, l’autonomia e le pari opportunità di crescita personale, l’innovazione e il beneficio sociale, l’aumento della produttività e della collaborazione, l’organizzazione del lavoro e l’apprendimento nell’età delle nuove tecnologie: un manuale intelligente, che fa conoscere e riflettere sulle possibilità di un nuovo sviluppo organizzativo, utile per rinnovare il mondo del business. Copyright2009©irio SuperCorp, sviluppo organizzativo, competenza, vantaggio competitivo, responsabilità sociale d'impresa, sviluppo economico, modello di business, ripresa economica
Passione e organizzazione «Le ombre rosse» di Francesco Maselli è un film a tesi sulle differenti pratiche e conseguenze dell’impegno politico nella sinistra italiana L’organizzazione che privilegia il fare, orientata all’interesse collettivo, alla solidarietà sociale e al cambiamento del modo di governo, è un vecchio mito della sinistra. Caratterizza il cosiddetto filone «spontaneista», che si affida al volontariato individuale e all’assenza di gerarchie decisionali, presente nelle ideologie libertarie ed escatologiche dal ‘700. E’ una tentazione utopica, che rispunta spesso come reazione ai sistemi decisionisti, ipergerarchizzati, dell’ «uomo solo al comando» e approfitta della frammentazione delle strutture politiche di solidarietà e partecipazione per insediarsi in piccole aree della cittadinanza alternativa.
Il fenomeno dei «centri sociali» è una di queste manifestazioni d’impegno politico globale, totalizzante per chi vi milita, lavora e vive. Ultimo portato dei movimenti di contestazione del ’68, i centri sociali sono spazi di vita collettiva, che garantiscono i diritti fondamentali delle minoranze emarginate (Rom, rifugiati, immigrati irregolari, nuovi poveri e dropout), senza forza sul piano della rappresentanza politica e istituzionale riconosciuta.
Nel film «Le ombre rosse»di Francesco Maselli, il centro sociale «Cambiare il mondo» è una tipica non organizzazione, emblematica di questa realtà. Si tratta di un cinema, inaugurato dal presidente della Repubblica Saragat, mezzo secolo fa nella periferia romana. Chiuso da tempo e riadattato alla meglio da giovani ed ex giovani, che alla vivificazione dello spirito sessantottino si sono dedicati, ospita nei locali fatiscenti un dormitorio per i senzatetto, un centro dibattiti culturali (che propone addirittura incontri sui neorazionalismi), aspiranti attori del teatro shakespeariano, reinterpretato alla luce di Freud, una redazione giornalistica per una televisione di strada e altro.
Al centro sociale è invitato a parlare un letterato di successo il professor Sergio Siniscalchi (Roberto Herlitzka), legato agli ambienti culturali e politici internazionali, considerato «uomo di sinistra». L’intellettuale resta ammirato dal fervore e dalla creatività che animano quel luogo. Rilascia un’intervista alla televisione di strada, in cui ricorda e attualizza il progetto di André Malraux per «case della cultura», a disposizione del popolo.
L’intervista ha un’ampia eco e si trasforma in un progetto edilizio, immaginato in due giorni nello studio di un altro «uomo di sinistra», innovatore del design di fama mondiale, l’architetto Varga (Ennio Fantastichini), convinto da Massimo (Arnoldo Foà), un grande vecchio, icona vivente del sindacato dei lavoratori.
Una fondazione culturale americana, di petrolieri – filantropi texani, stanzia fondi cospicui per l’opera. E’ un bellissimo progetto, dirigistico, estraneo alla realtà e alle esigenze dei militanti del centro sociale. Scoppiano i contrasti tra l’ala spontaneista e quella istituzionale, organizzata e al governo in quel momento.
Il centro sociale si dissolve, il fondatore muore, la sua compagna di lotta finisce a letto con l’assistente del letterato. La stessa ala organizzata e istituzionale della sinistra si divide e si gratifica con i successi economici, professionali e politici, che ha conquistato.
Un film a tesi, pedagogico, che ammonisce sull’importanza di approfittare della forza innovativa delle strutture di base, come il centro sociale, ma di non usarle per distruggere il capitale istituzionale, conquistato e riconosciuto dalle organizzazioni e dai leader progressisti. Una narrazione asciutta e rigorosa, che fa leva sui tanti protagonisti, gli ambienti e i colori della rappresentazione per denunciare il dramma, che scaturisce dalle differenze, usate per esercitare egemonie e non per arricchire e rinnovare il modo d’essere delle forze riformiste: la perpetuazione delle nuove oppressioni e solitudini. Copyright2009©irio Le ombre rosse ,centri sociali, sinistra, organizzazione, volontariato, militanza politica, spontaneità, passione
Bisogno di amici? Ci pensa uSocial.net Un sito australiano mette in vendita il più ampio ed economico assortimento di relazioni sociali per tutte le esigenze Lontani i tempi delle associazioni professionali che certificavano il possesso di un’expertise, sconfitte dai master e dalle lauree rilasciate a minor prezzo da università belghe, californiane e svizzere, subissati i procacciatori d’incontri amorosi dalla diffusione dei blog di cuori solitari in cerca di compagnia, espliciti per foto e didascalie, la nuova tendenza è il social network in cui ognuno dà la prova della sua valentia lavorativa, sportiva, culturale, gaudente, relazionale. Una rete sociale aggrega di solito milioni di curricula, di filmati, di strampalatezze, troppi perché non scompaiano in un oceano di anonimati.
Ecco il perchè del bisogno spasmodico e insoddisfabile in altro modo di convogliare accessi a pagamento a un determinato account, il cui titolare rischia d’aggiungere depressione a solitudine senza uSocial.net, un sito australiano, allestito a marzo, che si preoccupa di fare trovare amici, più o meno veri, più o meno stabili, a chi ne desidera. Niente di diverso e senz'altro meglio del registro nazionale dei marketer, del diploma estero d’ingegnere o di controller, della tribù metropolitana delle motocicliste campestri.
USocial.net ha il merito di parlare chiaro. Offre un pacchetto di 1.000 amici, profilati con una precisione perfettamente corrispondente agli interessi del compratore, per 177,30 dollari (= € 123), procura un amico per poco più di un cent e mezzo, connesso all’indirizzo online dell’interessato e, se il pacchetto è di 5.000 amici, riduce il costo individuale a un cent e un terzo.
Il sito ha centrato l’aspetto commerciale di Facebook e di Twitter e consente di balzare di colpo alle quantità indicate, passando dai 130 amici, che in media raccoglie ciascuno dei 250 milioni di utenti del primo o dei 20 follower di ognuno dei 100 milioni di associati del secondo.
I social network non sono rimasti inerti e sono corsi ai ripari. Minacciano di bloccare per sempre gli account di quelli che intendono usare la propria iscrizione a fini commerciali.
Così l’etica degli affari delle comunità in Rete sembra ben più forte di quella delle associazioni, università e siti d’incontri, che abbiamo citato in apertura del post. Copyright2009©irio social network, community online, pubblicità online, amicizie
Compromesso del G20 sulle remunerazioni manageriali I ministri delle Finanze e i banchieri centrali delle principali economie si sono messi d’accordo su una regolamentazione dei bonus ma non sulla loro limitazione Riunito sabato a Londra il G20 Finanza ha raggiunto un compromesso e s’è pronunciato per una «maggiore trasparenza sul livello e la struttura delle remunerazioni nel settore bancario» e per il «mantenimento del piano di rilancio deciso l’anno scorso» al fine di evitare nuove ricadute del settore. Il Consiglio di stabilità finanziaria è stato incaricato di fare delle proposte in questa direzione per il prossimo vertice di Pittsburg del 24 e 25 settembre.
Il risultato raggiunto è stato definito dai partecipanti stessi un accordo di facciata ed è di fatto un rinvio per consentire la prosecuzione dei negoziati sul necessario plafonamento dei bonus, legati ai rischi e alle performance a lungo termine.
Il Consiglio di stabilità finanziaria, un organismo incaricato di vigilare sulla stabilità del sistema internazionale, è apparso, come giudice di seconda istanza, l’entità più adatta per smorzare le contrapposizioni tra l’asse franco-tedesco della Merkel e di Sarkozy (che hanno già sottoscritto un’intesa per la limitazione dei bonus e a Londra hanno raccolto l’appoggio del primo ministro inglese Gordon Brown), le posizioni tiepide degli USA, rappresentate dal segretario al Tesoro Timothy Geithner (pronto ad ogni compromesso per fermare l’aumento della disoccupazione nel suo paese) e degli altri Europei ed esponenti delle economie emergenti, divisi tra un’ala «nemica» del potere delle banche (vedi Italia) e un’altra ala, convinta della necessaria forza di queste per fluidificare gli investimenti e gli scambi esteri.
Il tema delle remunerazioni s’è intrecciato poi con quello della riforma del Fondo monetario internazionale, che ha visioni differenti tra gli Europei da un lato e gli USA con i paesi emergenti dall’altro. Il tutto risolto, infine, nella dichiarazione sulla necessità che le banche «possiedano un capitale più elevato e di migliore qualità», per consentire «strategie di uscita dalla crisi cooperative e coordinate», come tutti hanno auspicato.
Rimane che i grandi manager hanno sofferto ( e continuano a sentire) poco la grande recessione, che qualche governo europeo pensa, ottimisticamente dal suo punto di vista, di potere scontare con sei mesi di altra disoccupazione feroce.
La società americana di analisi finanziarie Alpha Value ha svolto un’indagine retributiva su 354 aziende europee in 16 paesi e ha trovato che i compensi medi dei capi azienda nel 2008 sono stati di quasi 2 milioni e mezzo di euro, con oscillazioni dai 3 milioni degli Spagnoli, primi davanti agli Italiani, ai 450 mila dei Norvegesi. La tanto strombazzata riduzione non è consistita che nel 10% rispetto al 2007.
Ci sono tuttavia forti disparità tra i settori produttivi. A sorpresa i banchieri europei hanno perduto oltre il 40% della remunerazione e i top manager dell’informatica addirittura del 45%, mentre, incrociando i dati retributivi di posizione e paese, si trova che in Italia è andata meglio nel settore assicurativo, in Svizzera in quello farmaceutico e in Francia, nel comparto dei beni di consumo durevoli. Il merito è quindi la buona collocazione dell’azienda sul mercato.
Con queste premesse il Consiglio di stabilità finanziaria dovrà lavorare parecchio per presentare a Pittsburg una proposta ragionevole e il G20 dovrà faticare per condividerla. Copyright2009©irio G20, remunerazione, bonus manager, riforma FMI
«Glamour» invita al piacere del proprio peso La rivista di moda americana vuole porre fine alla diffusione dell’isomorfismo femminile e provoca con la nudità di Lizzie Miller Il fotografo Walter Chin ha pubblicato nel numero di settembre di «Glamour» le immagini di Lizzie Miller, una modella di successo, ventenne, dal corpo rotondo e attraente. Sono riprese provocanti, che invitano a sentirsi bene nel proprio corpo e a porre fine alla moda delle figure femminili tutte uguali, prodotte da diete, wellness e cosmetica standardizzanti.

Le immagini della modella incominciano dalla copertina, sottolineano i particolari del volto e dell’abbigliamento, esaltano la sua nudità clamorosa contro l’omologazione delle giovani e meno giovani, viste anche quest’anno sulle spiagge di mezzo mondo. Sono commentate da un articolo, che invita ciascuna al piacere del proprio peso.
Due giorni dopo l’uscita della rivista nelle edicole la redazione ha già ricevuto un migliaio di lettere femminili, che hanno approvato il rilancio delle «vere donne» e criticato l’appiattimento causato dai mass media e dai produttori di moda. Copyright2009©irio moda, diete, benessere, omologazione
Gillette, l’imprenditore che voleva realizzare l’utopia Viene ripubblicata la storia incredibile di un fondatore d’impresa scritta da un manager drammaturgo Un uomo al vertice di una grande azienda multinazionale, un decisore di strategie e organizzazioni competitive, che è anche un drammaturgo, un romanziere e un saggista apprezzato, un manager le cui opere sono rappresentate alla Comédie Française e che è stato professore dell’Institut d’études théâtrales all’Université Paris III, questo è Michel Vinaver, noto anche nel mondo del business nostrano per avere diretto Gillette Italia, una vita lavorativa di trent’anni al top della società americana, nata dall’invenzione del rasoio di sicurezza.
E alla vita di King Camp Gillette, l’inventore più di un secolo fa di un nuovo modo di radersi e il fondatore di un’impresa di successo, la Gillette Safety Razor Company, è dedicata l’opera teatrale «King» di Vinaver, pubblicata una prima volta nel 1998 e che ora rivede la luce insieme a «Les Huissiers», per merito dell’editore Actes Sud di Parigi. 
La storia imprenditoriale di King Gillette, un nome profetico, incomincia nel 1895, quando un oscuro quarantenne, rappresentante di capsule per bottiglie, ha l’intuizione di un rasoio, che consente di fare la barba senza tagliarsi, in modo più veloce ed efficace. L’intuizione diventerà il brevetto US775134 del 15 novembre 1904, un’invenzione, che due anni dopo avrà venduto tre milioni e mezzo di esemplari e 32 milioni di lamette, il prodotto di successo di un’azienda, che diventerà globale, ne acquisirà altre e reggerà all’impatto del rasoio elettrico dal 1928.
Vinaver mette in scena la doppia vita di Gillette, che di giorno si comportava da freddo capitalista e di notte scriveva libri, ispirati alle idee di Charles Fourier, Henri de Saint Simon e Karl Marx, in cui propugnava una società utopica, dove concorrenza e denaro avrebbero dovuto sparire. «World Corporation» del 1910 e «The People Corporation» del 1924 sono libri scritti da imprenditore, che seguirono «The Human Drift» del 1894 e «The Ballot Box» del 1897. Altri più aziendali, come «Gillette Social Redemption» del 1907 e «Gillette industrial solution» del 1908, raccolgono le interviste a Melvin L. Severy.
L’opera teatrale «King» racconta l’ascesa e la caduta di Gillette, osannato imprenditore di successo prima e vittima poi di lotte per il potere alla testa della sua azienda, in cui l’inventore ebbe la peggio e fu «cacciato dai finanzieri».
La lotta assunse aspetti perfino diffamatori, che culminarono nell’accusa di «cervello malato» per i suoi libri utopici. Il crac del 1929 fece il resto nel fargli perdere il controllo della società. Nonostante un’altra intuizione, quella del rasoio usa e getta, l’imprenditore, innovatore e utopista sociale, fu defenestrato e la Borsa vinse sull’industria.
Un giorno King Gillette ricevette la visita di un certo Schumann, che gli chiese:«Avreste voluto realizzare un mondo migliore, ma avete inventato un rasoio a lame di ricambio. A quale delle due creazioni tenete di più?». Vinaver riporta l’episodio, ma non dà risposte nella narrazione, si limita a raccontare con efficacia letteraria e psicologica le contraddizioni del suo eroe. La risposta implicita che si ricava è che quella doppia anima s’iscrive nel sistema capitalista e completa così una grande vita vissuta.Copyright2009©irio Gillette, teatro, invenzione, innovazione, creatività, letteratura, utopia
Blu, graffito, 2009.
Qualità della vita e del lavoro in 73 città del mondo L’indagine triennale UBS dà indicazioni e confronti sul costo di beni e servizi, sulle retribuzioni, sul prelievo fiscale e contributivo, sulla durata del lavoro e il potere d’acquisto Oslo, Copenhagen, Zurigo, Ginevra, Tokio e New York sono le città più care del mondo. Al Cairo e a Seul ci sono gli orari di lavoro più lunghi. A Zurigo, Copenhagen, Ginevra e New York le retribuzioni sono più elevate. Sono in sintesi i risultati dell’ultima edizione dello studio, compiuto come ogni tre anni dall’UBS, su «Prezzi e salari», confrontando costo della vita, potere d’acquisto e retribuzioni in 73 città dei cinque continenti.
I dati sono stati raccolti da osservatori indipendenti nelle diverse località e sono stati riferiti a 30.000 beni e servizi, per l’alimentazione, le bevande, l’igiene e la cura della persona, la casa, le attività commerciali e pubbliche e rispondendo a 112 domande sulle retribuzioni, l’imposizione fiscale e contributiva, i tempi delle attività lavorative di quattordici occupazioni differenti.
Dai confronti è risultato che le città di Kuala Lampur, Manila, Delhi e Mumbai sono quelle in cui i beni e i servizi sono meno cari. La durata del lavoro al Cairo e a Seul è di quasi 600 ore annuali superiore a quella dei paesi dell’Europa occidentale.
Per dare un’idea più precisa dei livelli di vita, lo studio ha valutato i prezzi di un Ipod Nano, d’un Big Mac, di un chilo di riso e uno di pane. Per comprare un lettore elettronico bastano nove ore di lavoro a Zurigo e a New York, mentre ci vogliono venti giorni a Mumbai. La media mondiale perché un lavoratore possa comprare un Big Mac è di 37 minuti, per un chilo di riso servono 22 minuti e per un chilo di pane 25 minuti.
A livello globale la durata del lavoro è di 1.902 ore all’anno pro capite. E’ in Asia e in Medio Oriente che si hanno i tempi di lavoro più lunghi. A Seul sono di 2.312 ore e al Cairo addirittura di 2.373.
In Europa, nonostante l’allargamento dell’UE a est, resta minima la vicinanza dei prezzi tra l’Europa orientale e quella occidentale. La differenza tra i costi dei beni e dei servizi nelle due aree comunitarie è del 35% circa. I salari lordi delle città dell’Europa occidentale sono in media più di tre volte superiori a quelli dell’Est.
In Italia il livello dei prezzi è a Roma l’82% di quello delle città più care al mondo e a Milano il 76%, ma le retribuzioni nette sono rispettivamente del 39,7% e del 50,7% rispetto a quelle percepite in Svizzera e il tempo di lavoro è il doppio a Roma e una volta e mezzo a Milano.Copyright2009©irio costo della vita, prezzi al consumo, retribuzioni, orario di lavoro
Rimanenze di fine stagione I segni di un’estate convulsa che peseranno sui risultati dell’autunno e oltre Accordi bilaterali I partecipanti al G20 allargato dell’Aquila non hanno neppure aspettato la diffusione della solita dichiarazione d’intenti per manifestare quello che pensavano sull’inutilità dell’incontro. Il presidente cinese è tornato in patria prima della chiusura del summit, richiamato da questioni di politica interna. Il presidente americano s’è incontrato con lui, in Cina, di lì a poco per concordare azioni comuni sulle monete di riferimento per gli scambi internazionali e sulle rispettive bilance dei pagamenti. La cancelliera tedesca e il presidente francese avevano già costituito un asse privilegiato. Gli altri hanno seguito a ruota e la triangolazione italo-turco-russa ne è un’altra testimonianza. Non c’è stato neppure l’embrione del coordinamento globale necessario. I capi di Stato e di governo hanno portato con sé come bagaglio presso il “souvenir d’Italie” del libro in carta pergamena e copertina in marmo da 25 kg, scelto per l’occasione dal nostro presidente del Consiglio, come gli accappatoi, le pantofole e i saponi di Bulgari.
Bonus A complicare l’irrisolta questione del merito e del riconoscimento in azienda ha pensato la grande recessione. In America il crac delle più grandi case automobilistiche e di un centinaio tra banche, assicurazioni e finanziarie reputate ha rimesso in discussione i tradizionali metodi di valutazione, compenso e ricompensa. Gli azionisti e gli investitori hanno scoperto che le buone performance a breve non sempre sono foriere di prosecuzione della redditività aziendale e che, come nel ciclismo, il doping può essere altamente pericoloso per la sopravvivenza del soggetto e tutto a vantaggio del patron o dello scommettitore. Per rimediare al CEO superpagato, che si arricchisce mentre l’azienda fallisce o al trader, che riceve superpremi per l’incremento di affari, tali solo per l’operatore di qualche seduta di Borsa, si va teorizzando di compensi “sostenibili”. La gallina dalle uova d’oro, dicono i sostenitori di questa teoria, deve diventare più longeva, grassa e produttiva per tutti quelli che c’hanno a che fare. Nell’attesa che ce ne sia per tutti, il record retributivo 2008 è di oltre 702 milioni di dollari (=€ 503 milioni ) percepiti da Stephen Schwarzman, direttore generale del gruppo di capital investment Blackstone. I governi americano, francese e inglese puntano a correggere le storture con limiti di legge, ma il banchiere francese Georges Ugeux scrive sul suo blog che basterebbe porre un freno alle commissioni bancarie o tassare gli investimenti ad alto rischio o proibire i bonus dove il governo sia intervenuto con contributi finanziari per evitare i fallimenti.
Crescita del PIL Nel primo trimestre dell’anno il prodotto interno lordo dei 30 paesi OECD è diminuito solo dello 0,002%. Tanto è bastato perché molti governi annunciassero l’inizio della ripresa e gli economisti incominciassero a discettare sul modello di uscita dalla crisi, che il rilancio avrebbe dovuto assumere. Il più accreditato dei percorsi immaginati sarebbe quello a V, contrassegnato da discesa, arrivo al fondo e simmetrica risalita dell’economia. A questo si oppone il modello di uscita ad U, con discesa, permanenza sul fondo e risalita, ora sopravanzato da un itinerario a W, con doppie discese e risalite necessarie. L’evoluzione del PIL nell’UE, constata Eurostat, è stata nel secondo trimestre del – 0,3% rispetto al primo e nella zona euro del – 0,1%. Francia, Germania, Grecia e Portogallo sono cresciute dello 0,3%. La Lituania è diminuita del – 12,3%, l’Ungheria del – 2,1%, il Regno Unito del – 0,8%, l’Italia del – 0,5%, l’Austria e il Belgio del – 0,4%. I governi francese e tedesco ritengono che le loro economie siano chiaramente in fase di stabilizzazione. Il nostro presidente del Consiglio ha espresso soddisfazione perché la contrazione dell’economia italiana è finita. L’economista francese Nicolas Baverez avverte l’UE di non accontentarsi dell’illusione di un ritorno automatico all’equilibrio e che le perdite di posti di lavoro continueranno.
Disinflazione In luglio i prezzi al consumo della zona euro sono diminuiti dello 0,6% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Una diminuzione che sconta la discesa dei prezzi delle materie prime (petrolio in testa), ma anche il rallentamento significativo dell’attività economica di quest’anno. E’ una disinflazione, che ha dimensioni differenti nei tredici paesi, con il massimo del -2,2% in Irlanda e del -1,8% nel Regno Unito, con il minimo del -0,1% in Italia e del +0,8% in Grecia, legata a tutte le forme di perdita e interruzione dell’attività lavorativa. Testimonia l’incapacità delle aziende di reagire alla crisi dei mercati ed innesta il circolo vizioso della diminuzione di risorse del Welfare per l’assistenza e il ritorno al lavoro.
I dati provvisori ISTAT, appena pubblicati, hanno rilevato in agosto per l’Italia un ritorno dell’inflazione allo 0,4% rispetto a luglio. I consumi sono rimasti fermi. Sono aumentati solo i prezzi di benzina e turismo. Il pericolo di deflazione è ancora incombente.
Disoccupazione e crisi aziendali Il quadro della recessione globale è composto da specificità locali, che richiedono strategie di uscita articolate, differenziate e integrate globalmente. Il nostro paese non potrebbe permettersi un programma di risanamento del sistema delle imprese come quelli di Obama o della Merkel, per una serie di ragioni, che vanno dal nanismo dell’apparato produttivo alla politica del credito, dalla debolezza delle maggioranze di governo all’abissale debito pubblico tuttora crescente, dalla forte evasione fiscale e contributiva alla mediatizzazione dei pochi e tardivi interventi. Nel 2009 il PIL ha toccato il -6% e il tasso di disoccupazione il 9,4% su base annua, con una tendenza a raggiungere il 10,4% l’anno venturo. La CGIL, il sindacato ampiamente maggioritario, valuta tra 800 mila e un milione i posti di lavoro a rischio entro la metà del 2010. La Confindustria lamenta l’insufficienza degli strumenti di sostegno governativo e chiede più fondi per le infrastrutture, necessarie alla sopravvivenza delle piccole imprese. La Confesercenti allerta sul pericolo di chiusura per 50 mila negozi. I Sindacati avvertono sull’urgenza di raddoppiare la durata della cassa integrazione ordinaria e di detassare il lavoro dipendente e i redditi da pensione per contenere le nuove povertà e riavviare il ciclo consumi-welfare.
Gabbie salariali Nella settimana dopo Ferragosto sono tornate alla ribalta pressoché contemporaneamente le questioni irrisolte sui differenziali di reddito e salario. E’ bastato che il governatore della Banca d’Italia citasse i dati del suo ufficio studi sul costo della vita al Sud, mediamente inferiore del 16% rispetto a quello del Nord, perché si scatenasse la bagarre sulla proposta della Lega di retribuzioni differenziate e a quell’andamento collegate. E’ caduto nel silenzio invece l’annuncio della Confindustria sulla crescita in luglio del 250% della CIG, nelle piccole imprese sotto i 15 dipendenti. Il ministro del Welfare ha cavalcato subito la tigre delle retribuzioni territoriali e ha dichiarato al “Corriere della Sera” che i salari dovranno essere diversi nei prossimi contratti o salteranno gli sgravi collegati. I sindacati hanno reagito circoscrivendo la questione, a seconda delle loro posizioni, in maniera negoziale. Il segretario nazionale della CGIL ha detto che la sua organizzazione sarà presente a tutti i tavoli perché non è pregiudizialmente contraria ad attivare il secondo livello nei prossimi rinnovi dei contratti nazionali. I segretari della CISL e dell’UIL hanno ricordato che le gabbie salariali non servono nel nuovo modello contrattuale, non sottoscritto in primavera dalla CGIL. La CGIA di Mestre, infine, ha dimostrato con una sua elaborazione su dati ufficiali che nel 2007 il reddito medio da lavoro dipendente nelle 20 Regioni italiane è stato di 19.330 euro, con oscillazioni dai 22.800 della Lombardia ai 14.180 della Calabria e dai 20.020 del Nord ai 15.990 del Sud: una differenza di fatto sull’imponibile IRPEF del 25%. Retribuzioni diverse ci sono già e la Banca d’Italia l’ha precisato, dopo le prime dichiarazioni del governatore. Non è stato così soffocato quello spiraglio di disponibilità sindacale, favorevole alle opportunità aziendali di ripresa, quando verranno. Copyright2009©irio accordi bilaterali, bonus, crescita PIL, disoccupazione, crisi aziendali, crisi economica, rilancio dell'economia