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31/03/2009

MARZO

4 temi, 43 post e 50 commenti

 

LEGAMI SOCIALI

Capitalismo e pulsione di morte; Ralston Crawford; Costruzione di legami sociali con i videogame; Crisi? Parlate più forte; Immigrata cioè badante; Isolamento dei lavoratori aziendali; Nuove iniziative per il rispetto della legalità; Secondo viaggio nello spazio di un turista americano; Andy Warhol;  Telefonino contro il raffreddore.

PREPARARSI PER LA RIPRESA

Anche i miliardari risentono della crisi; Cambiamenti dell'agire di consumo con i social network; Diminuiscono i laureati che trovano impiego; Frédérique Loutz; La crisi accelera la competizione in azienda Lavoro che piace fino allo stremo; Metamorfosi dell'informazione quotidiana; Marlène Mocquet; Negazionisti e rassicuratori; Sorridere fa una donna più seducente.

CONDOTTE EFFICIENTI

Aperta la prima pizzeria nordcoreana; Gli Europei rimangono diffidenti nei confronti del nucleare; La pennichella migliora produttività e soddisfazione; La xenofobia si cura con la conoscenza; Marcatori della coscienza; Responsabilità ed etica manageriale americana; Robot donna partecipa a una sfilata di moda; Sovraccarico di lavoro e funzioni cognitive; Robert Rauschenberg.

AL SOCCORSO DEL CAPITALISMO

General Motors e Chrysler inaffidabili; La crisi dell'auto arriva agli amministratori delegati; L'attrazione sessuale ha effetto immediato Middle manager uomini dell'organizzazione; C. Carcopino e J. Miserendino; Patologie di lavoro nei grattacieli; "Playboy" mette online parte degli archivi; Regole di buona governance nelle aziende europee; 2° sondaggio Eurofound sulla qualità della vita in Europa; Tra legalità e illegalità c'è un fiume di ghiaccio; Unicredit e Intesa - Sanpaolo tra le prime 10 banche europee.

POST PIU' COMMENTATI

Negazionisti e rassicuratori
Crisi? Parlate più forte
La crisi dell'auto arriva agli amministratori delegati
Middle manager uomini dell'organizzazione
Isolamento dei lavoratori aziendali
La crisi accelera la competizione in azienda
Patologie di lavoro nei grattacieli

Postato da: orsola a 15:36 | link | commenti

30/03/2009

General Motors e Chrysler inaffidabili Il fallimento potrebbe essere la migliore opportunità di successo a giudizio della task force di Obama per il settore automobilistico Il gruppo di lavoro dell’amministrazione Obama per il settore dell’auto ha bocciato stamattina i piani di ristrutturazione presentati da General Motors e Chrysler e ha dato al primo gruppo 60 giorni di tempo per elaborare soluzioni “vitali” per ottenere un altro aiuto di Stato, al secondo ne ha concessi 30  per concludere un accordo definitivo con la FIAT, che deve apportare la tecnologia e i modelli di automobili necessari.
“Nella forma attuale, scrivono gli esperti, i programmi non giustificano un nuovo investimento sostanzioso dei contribuenti”.
Il gruppo di lavoro non esclude una ristrutturazione dei due gruppi automobilistici sotto controllo giudiziario, dopo il deposito dei bilanci aziendali in tribunale, come  previsto dalla legge americana sul fallimento.
Il documento aggiunge che darà alle due aziende un “fondo di finanziamento” per reggere fino alle scadenze stabilite.
Il gruppo di lavoro si mostra ottimista sulle possibilità avvenire di General Motors, dichiarandosi “fiducioso che, attraverso una ristrutturazione più radicale, il gruppo esca da questo periodo di crisi più forte e competitivo”.
Sulla Chrysler gli esperti hanno riserve. Ritengono che questo gruppo possieda “una struttura operativa fondamentalmente inadeguata” e aggiungono che “il suo avvenire come costruttore indipendente è una vera sfida”. Diversificare i prodotti e entrare sul “mercato delle piccole vetture” è indispensabile.
Il titolo Fiat ,che ieri aveva guadagnato in Borsa il 14% dopo le dichiarazioni dell'amministratore delegato  sull'accordo con Chrysler, oggi ha perduto il 7,21%,  appena si è diffuso l'annuncio della bocciatura.
Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 17:50 | link | commenti
economia 136

La crisi dell’auto arriva agli amministratori delegati Richard Wagoner di General Motors e Christian Streiff di PSA Peugeot-Citroen costretti a lasciare gli incarichi Negli ultimi quattro anni la General Motors ha accumulato perdite per 82 miliardi di dollari (€ 62 miliardi), ha chiuso tre stabilimenti americani, ha incentivato l’uscita di migliaia di dipendenti, ha deciso la dismissione delle controllate europee Opel e Saab e la chiusura di altre unità produttive. Tutte mosse disperate, che non sono bastate ad evitare l’intervento del Tesoro per un prestito da 13 miliardi 450 milioni, mentre è in corso una seconda richiesta per 16 miliardi 600 milioni.
E’ la situazione più catastrofica dell’industria automobilistica mondiale, tra le più colpite dalla recessione in atto.
Alla testa del gruppo c’era dal 2000 Richard (Rick) Wagoner , il responsabile di errori strategici come l’acquisizione di aziende di nicchia, operanti in mercati locali, con l’illusione di trovarvi la chiave dell’espansione che i prodotti non sostenevano e l’inseguimento imitativo della concorrenza giapponese ed europea, senza la competenza motoristica, abitativa e dimensionale, posseduta da queste.
Per sua responsabilità, ancora nel 2007 GM puntava sugli inquinanti ed ingombranti sport utility vehicle la produzione di ben tre stabilimenti, mentre esplodeva la bolla petrolifera e la questione del clima si aggravava.
Wagoner ha retto finchè l’amministrazione Bush l’ha sostenuto e ne è stata ricambiata. Ma lo stesso ex presidente, verso la fine del mandato, aveva chiesto a GM, come a Chrysler, l’altra azienda americana in crisi, di presentare piani realistici per la produzione di autoveicoli a basso tasso di emissioni di CO2, entro marzo 2009, per giustificare nuovi aiuti pubblici.
La task force, messa in piedi dall’amministrazione Obama per il settore automobilistico, dimostra ora d’essere chiaramente intenzionata a concedere aiuti in cambio di una riorganizzazione produttiva e di una condivisione dei sacrifici lungo tutta la filiera automotoristica, tra dipendenti, azionisti, componentisti, fabbricanti e concessionari. Il nuovo governo americano ha chiesto le dimissioni di Wagoner, come segnale di svolta, per la concessione del nuovo pretstito.
Il CEO di GM ha dovuto lasciare l’incarico. Passerà la mano al suo vice, Frederick (Fritz) Henderson. Secondo il “New York Times”, questi avrà il comando effettivo del gruppo tra una decina di giorni.
In Europa il primo capo azienda di una casa automobilistica dimissionato è Christian Streiff, president directeur général di PSA Peugeot – Citroen.
Anche qui il gruppo francese è andato in rosso per la prima volta dopo 11 anni nel 2008, ha annunciato 11.000 esuberi e non ha previsioni di ritorno all’utile prima del 2010, con grande irritazione di Sarkozy. La famiglia Peugeot ha deciso di sostituire l’attuale capo azienda con Phlippe Varin, che dirige il gruppo siderurgico Corus.
Streiff viene accusato di non avere capito in tre anni di direzione il settore automobilistico, di essere autoritario e di non avere mai avuto la fiducia dei dirigenti e dei dipendenti del gruppo.
I due licenziamenti, appena avvenuti, sono un altro segnale forte, assieme ai tanti altri d’intervento dello Stato e di reazione del mercato, che il tempo delle autocrazie manageriali è finito e sta per avviarsi un sistema di regolazione pubblica delle aziende, che riguarderà i comportamenti e la remunerazione dei capi azienda e, principalmente, la gestione delle persone che vi lavorano .
Copyright2009©irio , , ,, ,

Postato da: orsola a 13:33 | link | commenti (5)
economia 136

27/03/2009

L’attrazione sessuale ha effetto immediato Un uomo che guarda una donna per più di quattro secondi prova interesse per lei, se supera gli 8,2 secondi potrebbe innamorarsi Gli occhi guidano costantemente la nostra attenzione verso quello che è importante per la sicurezza e le necessità della vita o per entrambi. L’attenzione visiva è attirata con forza diversa dalle caratteristiche fisiche di chi ci interessa, in funzione del tipo di esigenza, che supponiamo, potrà soddisfare. E’ un comportamento automatico che le persone mettono in atto e che ci aiuta a riconoscere dai tratti di chi guardiamo quali nostri bisogni è in grado di soddisfare.
L’attenzione del bambino è attratta da caratteristiche, che indicano capacità di nutrimento, di calore, di protezione, quella dell’adulto dal richiamo sessuale, dal bisogno di compagnia e di scambio. Tratti corporali e movimenti della persona sono tutti segnali raccolti automaticamente, per filogenesi, in funzione delle esigenze che chi guarda cerca di soddisfare.
Un gruppo di ricercatori, di scienze del comportamento, di psicologia sociale e di psicologia, delle Università olandesi di Nijmengen e Amsterdam e di quella canadese di Kingston, coordinati da Ischa van Straaten, hanno osservato e registrato con telecamere nascoste i movimenti oculari di 115 studenti, che parlavano con attori e attrici di bell’aspetto per cinque minuti. Le persone dialogavano in coppie dei due sessi e non si erano mai viste prima. Erano i protagonisti di un laboratorio sperimentale con cui è stata misurata l’attrazione, che gli studenti o le studentesse coinvolte provavano per i partner delle conversazioni.
La ricerca ha messo in evidenza che quando un uomo incontra una donna per la prima volta, è portato a guardarla. Se lo sguardo supera i quattro secondi, vuol dire che prova interesse per lei, ma se l’osservazione, rilevata dalla direzione dei movimenti oculari verso gli occhi, il viso e altre zone del corpo, si prolunga oltre gli 8,2 secondi, vuol dire che è scattata l’attrazione sessuale, il primo moto dell’innamoramento.
I ricercatori riferiscono del loro esperimento nell’articolo “Gazing behavior during mixed-sex interactions: sex and attractiveness effects”, pubblicato in Archives of sexual behavior, 5 march 2009. Hanno constatato che la direzione dello sguardo maschile è più circoscritta all’area del volto dell’interlocutrice e l’attrazione scatta rapidamente. Le donne considerano la figura intera dell’interlocutore e la qualità del dialogo, l’attrazione è meno veloce di quella maschile perchè è condizionata da un’atavica preoccupazione per le gravidanze indesiderate. Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 12:33 | link | commenti
fondamenti 91

funhouseC. Carcopino e J.Miserendino, "Funhouse", 2009, installazione.

Postato da: orsola a 12:08 | link | commenti

26/03/2009

Regole di buona governance nelle aziende europee Rapporto Heidrick & Struggles 2009 di valutazione dei consigli di amministrazione La società di executive search Heidrick & Struggles ha pubblicato ieri la quinta edizione del rapporto biennale sul funzionamento dei consigli di amministrazione delle aziende europee. Il documento “Boards in turbolent times” ha considerato 371 società quotate di 13 paesi d’Europa.
I criteri di valutazione usati per analizzare l’efficienza dei consigli d’amministrazione sono stati: il miglioramento e l’equilibrio della composizione, la disponibilità di tempo degli amministratori per aiutare quelli fuori del consiglio ad affrontare le responsabilità aziendali, l’aumento delle presenze internazionali, l’esistenza di consiglieri indipendenti, l’incremento di comitati specialistici, lo sviluppo di riunioni regolari per la valutazione delle performance, l’apertura alle donne, i limiti al cumulo degli incarichi di amministratore.
Trasparenza, composizione del consiglio e stile di lavoro sono stati i principi ispiratori della valutazione, che si è avvalsa soltanto delle comunicazioni dovute dalle aziende e pubblicate alla fine dell’esercizio 2007. Con questa metodologia sono state identificate le migliori pratiche di governance.
In testa alla classifica degli 11 paesi così elaborata è risultato il Regno Unito, che ha ottenuto una valutazione di 77/100, sopra la media europea di 56. Dietro, al secondo posto, si sono classificati i Paesi Bassi con 71. L’Austria, con 36, è stata collocata all’11° posto e la Danimarca, con 37, è stata classificata al 10°.
                                                        Valutazioni della governance
                                                               (per punteggi dei paesi)

cg091
L’Italia è stata valutata con 53/100 e collocata perciò, sotto la media europea, al 7° posto. I punti forti della valutazione sono stati la frequenza mensile media delle riunioni dei consigli di amministrazione e la stabilità dei compensi dei membri. I punti deboli sono stati la valutazione delle performance, la scarsa presenza di consiglieri indipendenti, la poca trasparenza e il cumulo delle cariche.

                       Differenze tra valutazione minima e massima
                                                  (per punteggi delle aziende)

cg093
 Copyright2009©irio , ,  

Postato da: orsola a 17:38 | link | commenti (3)
gestione e sviluppo 259

Middle manager uomini dell’organizzazione Dotati di professionalità specifica aziendale agiscono per la continuità dei sistemi di lavoro I middle manager sono più attaccati al lavoro che all’azienda. Sono più autonomi nella routine quotidiana che nella capacità di decidere e di innovare. E’ l’impietosa sentenza che pronuncia Paul Osterman, professore di Risorse umane e management alla MIT Sloan school of management, nel libro “The truth about middle managers: who they are, how they work, why they matter”, Harvard Business Press, Boston, 2009.
Il libro è frutto di una ricerca a tavolino su oltre trenta anni di indagini relative a quadri intermedi di tutto il mondo e di 50 interviste faccia a faccia con detentori dello stesso ruolo in due delle maggiori aziende bostoniane, una finanziaria e l’altra produttrice di hardware. Disegna un ritratto del mondo degli affari visto da un’ottica distante da quella dei CEO, vicina a quella della gente comune e rivela a quali principi si ispiri quella fascia di uomini e donne dell’organizzazione.
Osterman ricorda che nel 1993 il manifesto manageriale “Reengineering the corporation” aveva diffuso la convinzione che questo ruolo organizzativo e la professionalità richiesta per svolgerlo fossero obsoleti e le aziende che li impiegavano fossero inefficienti. Ma quel manifesto ha avuto molti consensi e poche realizzazioni, sicchè le persone che facevano i middle manager hanno dovuto difendere le decisioni alto-manageriali, convincere gli operatori e assisterli nell’esecuzione in basso. Sono stati gli unici in grado di giustificare le retribuzioni e i benefit dei manager, che aspiravano a vincere nei mercati con le ristrutturazioni e le delocalizzazioni, senza avere a disposizione le competenze delle persone necessarie.
I downsizing hanno retto per l’attaccamento emotivo all’imprenditore dei capi di prima linea. Anche quando hanno avuto ambizioni di carriera e i CEO li hanno messi al centro di gruppi interfunzionali, con molta discrezionalità e poca autorità, si sono dati da fare perché i non più dipendenti reggessero con le loro attività alle crescenti complessità del lavoro e del mercato.
Il colpo inferto a queste persone dalle consulenze di Michael Hammer e James Champy è venuto dopo quelli di Peter Drucker , di Thomas Peters e Robert Waterman. Avrebbe potuto essere quello finale, se non ci fosse stata una coincidenza di interessi e un adeguamento culturale ai cambiamenti organizzativi e alla tendenza dei CEO a circondarsi di persone, prese da fuori azienda, per farli funzionare. Le trasformazioni sono avvenute in alto per rotture e salti progressivi di gestione, ma in basso sono state filtrate dalla disponibilità e del coinvolgimento di middle manager, che hanno dimostrato quello che Osterman chiama il “forte commitment dell’artigiano nel lavoro e nella risposta alle esigenze del cliente”.
La falcidia di queste persone è stata elevata, ma inferiore a quella subita dagli altri lavoratori e l'impegno di tempo è stato più del doppio degli altri, perché il loro ruolo è “un misto di tecnicalità e di business”, gode di “ampia autonomia”, richiede “dinamismo e cambiamento”.
Questo impegno spontaneo o abituale dei quadri intermedi dà vantaggio finchè restano nella stessa azienda, perché sono in possesso di elevata competenza monoaziendale , ma hanno scarse prospettive fuori. “Uomini dell’organizzazione”, hanno un punto di forza nella disponibilità verso l’imprenditore. Non reggerebbero nei sistemi della progettazione strutturata e della reingegnerizzazione senza la capacità di operare nel mezzo di disturbi, misteri e dubbi, senza torturarsi sul perché, cercando solo di migliorarne la configurazione e l’uso, facendo appello alle categorie personali di continuità del lavoro.
Il libro di Osterman ricostruisce con efficacia l’evoluzione del ruolo e i comportamenti più caratteristici messi i atto dai detentori negli ultimi 30 anni. La ricerca sul campo trae conclusioni che sono supportate più dalla documentazione passata che dall’analisi e interpretazione presente. Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 12:38 | link | commenti (5)
gestione e sviluppo 259

25/03/2009

2° sondaggio Eurofound sulla qualità della vita in Europa Per sette italiani su dieci la salute va bene, il sistema sanitario è pessimo, le istituzioni politiche sono poco affidabili, le tensioni etniche sono elevate La salute è importante per gli Europei: l’81% degli abitanti dei 31 paesi dell’Europa ritiene che una buona salute è fondamentale per la qualità della vita e otto su dieci ritengono la propria salute buona o ottima. Gli Italiani sono quasi nella media. Sette su dieci definiscono il proprio stato ottimo o buono, ma la qualità del sistema sanitario di cui usufruiscono è valutata molto al disotto della media dell’UE15, alla pari di Romania, Lituania e Ungheria.
Il secondo sondaggio europeo sulla qualità della vita (2EQLS), realizzato da Eurofound non lascia dubbi. Ci sono difficoltà di accesso ai servizi di assistenza sanitaria, il medico è troppo distante dalla propria abitazione, gli appuntamenti per le visite vengono dati in ritardo, è difficile affrontare le spese di una visita specialistica.
Analogamente, il 67% degli Europei ritiene importantissimo che ci sia una buona qualità della vita familiare per quella generale. In famiglia le donne dicono di dedicare 51 ore alla settimana per l’accudimento dei figli e le cure domestiche, contro le 28 ore impiegate dagli uomini per le stesse attività. Gli Italiani sono appena sotto la media.
Altro aspetto rilevante è la qualità dell’ambiente. Il rumore, l’inquinamento dell’aria, la mancanza di spazi verdi, la bontà dell’acqua potabile, la criminalità e la violenza, le immondizie e i rifiuti nelle strade fanno dichiarare all’83% degli Italiani di essere scontenti per due o più fattori ambientali. E’ il giudizio più negativo, espresso quasi allo stesso livello solo dall’82% dei Bulgari, dal 79% dei Polacchi e dal 77% dei Macedoni. Tutti valori fortemente distanti da quelli positivi degli abitanti dei paesi nordici, dell’Austria, della Germania e dei Paesi Bassi.
La fiducia degli Italiani nelle istituzioni politiche è anch’essa decisamente sotto la media europea. Misurate lungo una scala a sette posizioni, i parlamenti, i governi e i partiti dell’Europa meritano 4,7, mentre quelli italiani ricevono 3,7 punti, al ventiduesimo posto nella graduatoria della fiducia, che ha in testa la Danimarca con 6,6, la Finlandia con 6,2 e in coda la Bulgaria con 2,8, la Lettonia con 2,9, la Croazia con 3,1, la Polonia e l’Ungheria con 3,2.
Il 53% degli Italiani afferma ancora che nel proprio paese le tensioni tra i gruppi etnici e razziali sono elevate e il 45% che lo sono pure quelle tra i gruppi religiosi. Valori negativi, che trovano vicini i Francesi e i Cechi, con il 52% per le prime e gli Austriaci con il 40% per le seconde.
2EQLS si basa su oltre 35.000 interviste faccia a faccia con i cittadini dell’UE27, della Croazia, della Macedonia, della Norvegia e della Turchia, svolte tra novembre 2007 e febbraio 2008.
Offre una lettura singolare e aggiornata del concetto multidimensionale di qualità della vita in Europa e fornisce informazioni sugli Europei, essenziali per i decisori politici e i gruppi interessati a migliorarla. Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 16:47 | link | commenti
politica 135

Patologie di lavoro nei grattacieli 3° incontro Actinéo su “Torri d’ufficio, torri infernali” Le città si verticalizzano, gli edifici crescono sempre più in altezza e alterano lo skyline. Nei paesi occidentali è la speculazione immobiliare a costruire case a molti piani, che rendono il prezzo dei suoli, nei paesi orientali alla valorizzazione degli investimenti si aggiunge il prestigio delle grandi elevazioni. I grattacieli sono il simbolo della potenza capitalistica, posizionano opportunamente nella globalizzazione, identificano chi li erige per stile di vita e progresso sociale. Ci sono addirittura quattro o cinque skyline ranking mondiali.
A New York l’Empire state building è stato per decenni il simbolo di questa affermazione, come lo fu a Milano il grattacielo Pirelli, emblema dell’ascesa e caduta della potenza industriale. Oggi a Dubai si tirano su torri da 800 metri e i Giapponesi hanno progettato di farne da 4 chilometri. Ma come si lavora in questi edifici, qual è l’altezza massima accettabile dai lavoratori, come organizzare la ripartizione interna dei posti di direzione e di quelli operativi?  Per questo si tiene oggi a Parigi la conferenza internazionale “Tours de bureaux, tours infernales”.

Intervistata da “Le Figaro” di oggi, Elisabeth Pelegrin-Genel, architetta e psicologa, specialista degli ambienti di lavoro, partecipante alla conferenza, sostiene che lavorare in questi edifici altissimi potrebbe sviluppare delle patologie specifiche, legate al carattere ansiogeno della verticalità, all’anonimato di queste grandi riunioni di persone, alla mancanza di distintività degli ambienti fisici, all’assenza di relazioni con l’esterno per l’impossibilità di aprire le finestre, che può dare senso di claustrofobia. Senza contare, aggiunge, il fantasma degli attentati, sempre presenti dopo l’attentato alle Twin Towers, la paura degli incendi, la sensazione di vertigine. 
Pelegrin-Genel cita, sulla base degli studi compiuti e delle ricerche effettuate, che c’è un’accettazione culturale dell’abitare ad altezze superiori a 50 metri negli ambienti costruiti, maggiore a New York che a Parigi. Ricorda che in Europa sono frequenti i casi di lavoratori, che attaccano poster o addossano mobili ai vetri delle stanze per nascondere il vuoto sotto i loro piedi, che altri non hanno pronunciato la parola vetrata, durante i colloqui d’intervista.
Queste patologie sono provocate anche dal rapporto ambiguo con i sistemi di sicurezza, aumentati negli ultimi anni, dai tempi di attesa agli ascensori, che causano la percezione d’essere inviati come in un viaggio forzato negli  uffici, di essere cioè controllati e intrappolati nel lavoro.
Bisogna rivedere, suggerisce, l’architettura dei luoghi, dall’accesso agli edifici, spesso ancora dotati di un unico ingresso, alle batterie di ascensori a lungo percorso, usati anche per i tragitti interni, alle collocazioni dei capi, fatte più in corrispondenza simbolica ai livelli della catena gerarchica che in modo funzionale per i rapporti con i lavoratori e gli ospiti esterni. Copyright2009©irio , , , , ,

Postato da: orsola a 11:57 | link | commenti (3)
gestione e sviluppo 259

24/03/2009

”Playboy” mette online parte degli archivi53 numeri della rivista emblema d’erotismo e di cultura possono essere visti e scaricati liberamente La scena del film di Woody Allen “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere” è, a 37 anni di distanza, ancora ricordata come esempio magistrale di finta disinvoltura in materia di acquisti proibiti, ma diffusi come strumenti di eccitazione. Nel film un signore dall’aria distinta chiedeva al giornalaio in rapida sequenza: “Per cortesia, Capital, Time, Fortune, Orgasmo e Wall Street Journal”. Erano ancora i tempi del sesso peccaminoso, da consumare fuori dalle coppie coniugali e la rivoluzione sessantottina era una trasgressione intima per under thirty, artisti e rivoluzionari.
A risvegliare le coppie consolidate, a portare il sesso anticonformista tra i coniugi borghesi aveva già pensato Hugh Hefner, che nel 1953 aveva patinato l’erotismo con il magazine “Playboy” e aveva poi, sull’onda del successo della rivista, inventato i club omonimi con le “conigliette”, le prime giovani ad aggirarsi in costume da bagno, tutto intero e orecchie lunghe di peluche, tra signori in giacca e cravatta, accompagnati non di rado da signore in décolleté e filo di perle.
Il club e la rivista, aveva teorizzato Hefner, servono a rinsaldare i rapporti di coppia, lasciando vedere e immaginare le condotte seduttive possibili nel privato.
La rivista di Hefner aveva il paginone centrale a doppia dimensione di formato, con la “playmate”, la compagna di gioco del mese e altre immagini di donne giovani, belle e nude, su cui poteva galoppare la fantasia del lettore maschio, ma che erano presentate armate di una rigorosa castità anche quando erano esibite in posizione sdraiata.
Per sottolineare che “Playboy” era un giornale, che coltivava l’erotismo e combatteva la pornografia, furono pubblicati reportage contro la guerra del Vietnam, racconti di Vladimir Nabokov, saggi di Jean Paul Sartre e le playmate furono spesso attrici e show-girl in carriera o aspiranti a diventarlo.
La rivista è sdoganata ormai da un quarto di secolo almeno, da quando veniva spedita in busta chiusa a domicilio dell’abbonato e si trova in qualunque edicola,  i playboy club hanno chiuso i battenti nel 1991 e il tentativo di riaprirne uno a Las Vegas tre anni fa non ha avuto successo.
Adesso Hefner mette gratuitamente online 53 numeri completi della rivista. Gli internauti potranno constatare l’evoluzione del periodico e delle playmate negli anni dal gennaio 1954 al maggio 2006.
Hefner dà ai lettori l’opportunità di vedere quello che per ragioni anagrafiche ignorano e consente ai giovani di capire che cos’è stato il giornale. E’ un’iniziativa meritevole per conoscere un pezzo di storia del costume e forse un altro colpo di marketing teatrale dell’editore.
Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 13:10 | link | commenti (1)
societa 293

23/03/2009

Tra legalità e illegalità c’è un fiume di ghiaccio “Frozen River”, film d’esordio di Courtney Hunt, oscilla tra cronaca sociale e analisi politica, ma privilegia l’amicizia tra donne La crisi sta facendo crescere rapidamente la disoccupazione in America e fa dimenticare là, come in Europa, quanto necessari siano per le economie avanzate quelli che negli USA chiamano “intruders” e noi “clandestini”. Popolazioni che invecchiano, che rifiutano i lavori più sgraditi, usuranti e peggio pagati, hanno bisogno di immigrati giovani, spesso forniti di buona scolarità, motivati dal sogno americano e dalla speranza del riscatto del lavoro.
Per 15 anni, dall’amministrazione democratica di Bill Clinton, gli USA vanno razionalizzando con le leggi e gli apparati di polizia il flusso degli immigrati, in arrivo dai continenti oltre i due oceani e dai confini con il Messico, sul Rio Grande e con il Canada sul fiume San Lorenzo, la “quarta costa”, come è conosciuta in loco.
Il fiume, che separa lo Stato di New York dalla provincia francofona del Québec, ha in terra americana tutt’altro che gli splendori della Grande Mela. Per la parte canadese, è un territorio vasto cinque volte l’Italia, caratterizzato da monti e foreste, sede di riserve indiane e di “traghettatori”, quelli che facilitano l’ingresso negli USA agli immigrati irregolari per lo più provenienti dall’Asia.
La protagonista del primo film della regista Courtney HuntFrozen River” è stupita che ci siano immigrati cinesi e pakistani, disposti a pagare fino a 50.000 dollari, a correre il rischio di attraversare il San Lorenzo ghiacciato in automobile e ad essere arrestati dalla guardie di frontiera, per avere l’opportunità di cercare lavoro in territorio americano.
Ray Eddy (Melissa Leo) è nel film la cassiera precaria di una superette nell’estremo nord dello Stato di New York. E' stata abbandonata dal marito la settimana prima di Natale. Egli si è giocato a Bingo tutti i soldi, che la famiglia aveva destinato al pagamento della seconda rata di una casa prefabbricata, sostituta di quella abitata attualmente, che ha le pareti sottili e i tubi dell’acqua che non funzionano quando la temperatura esterna scende sotto zero.
Ray è rimasta sola con due figli di 15 e 5 anni, ha in frigorifero solo popcorn e aranciata ed è sotto la minaccia del ritiro di un enorme televisore al plasma, sempre in funzione nella casa, se non trova i soldi per pagare la rata dell’apparecchio all’incaricato del recupero credito. Va perciò alla disperata ricerca del marito. Lo tempesta di messaggi nella segreteria del telefonino e gli fa la posta nei pressi del Bingo della cittadina in cui risiede.
Qui trova l’automobile dello scomparso, guidata da un’indiana Mohawk, Lila Littlewolf (Misty Upham), che abita in una roulotte in mezzo al bosco, è vedova di un uomo annegato nel San Lorenzo, ha un figlio di un anno sequestrato dai parenti del morto, che appartengono all’establishment della sua tribù.
L’incontro tra le due donne è violento, ma, prive di ogni prospettiva, si mettono d’accordo per fare le traghettatrici di immigrati irregolari, usando l’automobile del marito di Ray, che ha una targa insospettabile ed è dotata di un capace bagagliaio con apertura a pulsante dal posto di guida. E’ l’unico modo che hanno per uscire dalla disperante povertà e aspirare a quel minimo di benessere, che è il riconoscimento concreto della cittadinanza americana.
Fanno così alcuni trasporti di cinesi e pakistani finchè non vengono scoperte dalle guardie di frontiera. Ray decide allora di addossarsi tutta la responsabilità del traffico illegale. E’ bianca, farà quattro mesi di carcere al massimo, mentre Lila, che stava per autodenunciarsi, sarebbe messa al bando dalla tribù Mohawk, dovrebbe scontare un anno di prigione e perderebbe forse per sempre il figlio. L’indiana andrà ad abitare nella casa nuova, pagata con i proventi dell’immigrazione irregolare e accudirà anche i figli di Ray, mentre questa è assente.
Gran premio della Giuria al Sundance 2008, il film della Courtney oscilla fra suspence da thriller, denuncia della povertà, analisi della discriminazione razziale e solidarietà tra donne.
Ne risultano momenti di rappresentazione discontinua, ma un racconto asciutto che non lascia niente alla retorica delle immagini e una bellissima ambientazione di paesaggi sconfinati e cittadine anguste. Melissa Leo è un’efficace, ruvida donna, che combatte contro tutto e tutti per la sopravvivenza. Lila è un’indiana taciturna i cui silenzi parlano più di qualunque dialogo.
Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 17:20 | link | commenti (1)
societa 293

Unicredit e Intesa-Sanpaolo tra le prime 10 banche europee I due giganti spagnoli del credito Santander e BBVA hanno ottenuto utili record e sono campioni di redditività per il 2008 Le banche spagnole, italiane e  francesi sono quelle che l’anno scorso hanno guadagnato di più, le inglesi, le svizzere, le tedesche, le belghe e le lussemburghesi quelle che hanno perduto di più. In generale, le migliori performance sono state delle banche al dettaglio, quelle d’investimento hanno risentito dei portafogli di prodotti finanziari.
Banco Santander ha avuto utili per 8 miliardi 880 milioni di euro, BBVA ha guadagnato più di 5 miliardi. L'inglese Barclays è terza con 4 miliardi 650 milioni e la cino-inglese HSBC è quarta con 4 miliardi 210 milioni.
Unicredit è quinta nel palmarès, con più di 4 miliardi e Intesa-Sanpaolo è settima con più di 2 miliardi e mezzo. Le banche italiane avrebbero potuto avere più utili se non avessero rallentato l’andamento a fine anno, quando la crisi è arrivata sul Vecchio Continente.
Barclays fa eccezione tra le aziende di credito inglesi, HSBC è scesa al quarto posto dal vertice della classifica 2007, mentre Royal Bank of Scotland ha avuto l'incredibile perdita di 25 miliardi 600 milioni di euro. 
Tra le banche francesi BNP Paribas è sesta con oltre 3 miliardi di utili, Société Générale è nona con 2 miliardi e Crédit Agricole con un miliardo 820 milioni. All'opposto Fortis  ha un profondo rosso di 22 miliardi 500 milioni.
La svizzera UBS ha perduto 13 miliardi 650 milioni, quasi tre volte il Crédit Suisse, che  è andato in rosso per 5 miliardi 350 milioni.

                        Risultati netti delle banche europee nel 2008
                                                (in miliardi di euro)

4845146Fonte: Les Echos.
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economia 136

20/03/2009

Robert Rauschenberg, "Rebus", 1955, tecnica mista su tavola. 

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Marcatori della coscienza Il processo cerebrale di percezione ed elaborazione della conoscenza è stato indentificato da un gruppo di neuroscienziati francesi Il passaggio di un’informazione da uno stato preconscio allo stato di coscienza avviene in 300 millisecondi. Quattro differenti marcatori elettrofisiologici, convergenti e complementari, sostengono l’attività dei neuroni coinvolti e la distribuzione fra differenti regioni cerebrali.
Un gruppo di ricercatori francesi, che fanno capo all’INSERM, composto da Raphael Gaillard, Stanislas Dehaene, Lionel Naccache e altri cinque colleghi, hanno analizzato l’attività cerebrale della presa di coscienza, registrando il processo percezione – consapevolezza di un gruppo di pazienti epilettici, per curare i quali era stato necessario l’impianto transitorio di elettrodi intracerebrali.
In “Converging intracranial markers of conscious access”, PLoS Biology, 17 march 2009, raccontano di avere presentato ad alcuni di questi pazienti, offertisi volontariamente per l’esperimento, una serie di parole connotate negativamente (sangue, violenza), positivamente (gioia, sorriso) o neutre (bicicletta, cugino, sonata), proiettate su uno schermo per due centesimi di secondo ciascuna. La metà delle parole erano chiaramente visibili, le altre erano presentate sovrapponendovi una linea di simboli grafici, che impedivano la lettura. Se si chiedeva di colpo al paziente che guardava lo schermo, se aveva visto la parola, rispondeva no, che le parole fossero leggibili o coperte.
I microelettrodi rendevano possibile la registrazione e la misurazione dei cambiamenti di attività cerebrale e il livello di consapevolezza delle parole viste dai pazienti.
Confrontando la risposta dei neuroni ai due differenti tipi di stimoli, i ricercatori hanno potuto isolare quattro differenti marcatori elettrofisiologici, tra loro convergenti e complementari, che caratterizzano l’accesso dell’informazione alla coscienza 300 millisecondi dopo la percezione. Tutte le misure hanno lasciato intravedere una cooperazione cerebrale intensa, legata alla convergenza dei marcatori neuronali.
E’ la prima volta che il tempo della presa di coscienza è misurato sperimentalmente ed è rilevato l’andirivieni del percorso di attività cerebrale.
I risultati dello studio possono cambiare la teoria della percezione. Provano che la consapevolezza è un fenomeno, che si verifica dopo un intenso scambio tra regioni del cervello molto distanti tra loro.
Viene confermato il modello di coscienza, che prevede l’esistenza di uno spazio di lavoro globale e ipotizza che un’informazione diventa cosciente quando vengono soddisfatte tre condizioni: deve essere rappresentata da reti di neuroni sensoriali, come quelli della corteccia visiva primaria; la rappresentazione deve durare abbastanza a lungo per arrivare allo stadio di elaborazione distribuita nella corteccia cerebrale, dove si associano differenti tipi di conoscenze; la combinazione di propagazione dell’informazione dal basso in alto e di amplificazione dall’alto in basso deve innescare, attraverso l’attenzione, un’attività coerente fra i differenti centri cerebrali.
L’attività coerente è quella che porta alla consapevolezza.
Gli autori evidenziano che non c’è uno stato di coscienza svincolato dal contenuto del pensiero, la coscienza è sempre consapevolezza di qualche cosa.Copyright2009©irio , , ,

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fondamenti 91

19/03/2009

Gli Europei rimangono diffidenti nei confronti del nucleare Spagnoli, Greci e Tedeschi sono i più preoccupati per lo smaltimento delle scorie e la sicurezza delle centrali Un sondaggio sull’utilizzo dell’energia nucleare, realizzato da Accenture con un campione di oltre 10.500 persone di 20 paesi, rivela che il 69% è dell’opinione che il proprio paese dovrebbe adottare o usare di più questa energia. Ma solo il 29% è favorevole senza riserve, mentre il 40% è disposto ad accettarla a patto che siano risolti i propri motivi d’inquietudine per le scorie, la sicurezza delle centrali e lo smantellamento dei siti alla fine.
L’88%  degli intervistati  esprime preoccupazioni per la sicurezza dell’approvvigionamento dei combustibili fossili, la volatilità dei prezzi, il riscaldamento climatico connesso e vorrebbe ridurre la dipendenza energetica del proprio paese, ma solo il 43% vede nel nucleare un modo per ridurre le emissioni dell’ossido di carbonio nell’atmosfera. Di essi per di più il 34% auspica una combinazione con le energie rinnovabili e il 9% punta esclusivamente ad intensificare la produzione da idrogeno.
Il consenso più deciso al nucleare, come sostituto del combustibile fossile, da solo o con le energie rinnovabili, viene dal 67% degli Indiani, dal 62% dei Cinesi, dal 57% degli Americani, dal 55% dei Sudafricani.
Il consenso minore è espresso dal 28% degli Spagnoli e dei Greci, dal 29% dei Brasiliani, dal 31% dei Tedeschi, dal 36% dei Belgi, dal 37% dei Francesi e degli Italiani.
L’indagine mostra grandi differenze di risposte, a seconda della localizzazione geografica, del sesso e dell’età.
Sono favorevoli al nucleare il 49% degli uomini contro il 39% delle donne e il 51% degli ultra 50enni contro il 38% di quelli più giovani.
Infine, il 72% delle persone confessa di sapere poco sulla produzione, i vantaggi e i pericoli del nucleare.
La raccolta delle opinioni è avvenuta nel novembre 2008 per mezzo di interviste online della durata di 20 minuti ciascuna. I paesi in cui gli intervistati risiedono sono: Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, Grecia, India, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Regno Unito, Russia, Slovacchia, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica, Svezia, Ungheria.Copyright2009©irio , , ,

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societa 293

Robot donna partecipa a una sfilata di moda Cammina, parla, sorride, di aspetto piacevole e curato, l’ultimo prodotto hi-tech del Giappone L’ultimo prodotto della robotica giapponese ha la faccia e i capelli di una donna. E’ alta m 1,58 e pesa kg 43, cammina con l’andatura di un gatto, sorride, parla, sembra che guardi. Su una passerella di moda si muove con l’ancheggiare della modella. Non ha niente in comune né con Caterina, la domestica gelosa del padrone nel film di Alberto Sordi, né con le bambole da compagnia per adulti.
E’ il “cybernetic human” HRP - 4C, sviluppato dal National institute of advanced industrial science and technology, il centro per la robotica del governo giapponese. Hirohisa Hirukawa, uno degli sviluppatori, ha detto alla presentazione che per il momento è solo il concept di un prodotto, che potrà essere impiegato come elemento decorativo, ma è stato progettato in base alle richieste del mondo della moda. Ha tutti i dettagli estetici di una modella e servirà per animare una sfilata, certo non per sostituire le professioniste delle presentazioni di abiti, quando sarà a punto.
HRP - 4C ha nel corpo 30 motori per camminare e muovere le braccia. Altri 8 motori servono a dare al viso le espressioni di piacere, rabbia e sorpresa.
Il robot parla con una voce sintetizzata e pronuncia frasi, appartenenti a un repertorio di circostanza. Il timbro vocale e il ritmo delle parole nel prodotto finale somiglieranno il più possibile alla realtà delle persone in carne ed ossa. Le frasi del repertorio saranno accompagnate dalle espressioni adeguate del viso e dello sguardo.
La grande sfida che attende gli sviluppatori è proprio quella di riprodurre il modo complessivo di esprimersi e di muoversi delle donne. Sulla “femminilità” sta lavorando anche l’ Humanoid research group dell’AIST.
Il prototipo è venduto a 20 milioni di yen (€ 150.000). Quando sarà completato e allestito su misura potrà costare il doppio, l’equivalente dei cachet per sei sfilate di Naomi Campbell.Copyright2009©irio , , ,

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tecnologia 114

18/03/2009

La pennichella migliora produttività e soddisfazione Si va diffondendo in tutto il mondo l’attività professionale e il business del breve riposo dal lavoro L’altro ieri abbiamo scritto sugli effetti negativi dei lunghi orari di lavoro, oggi l’americana National Sleep Foundation, che ha per scopo di richiamare l’attenzione sull’importanza del sonno, ci informa che ha organizzato a Chicago per i prossimi 21-22 marzo il “Big sleep show”. E' una manifestazione congressuale e fieristica che dà rilievo al riposo per la salute e il benessere dei lavoratori.
La NSF ha calcolato che nel 2007 l’economia USA avrebbe potuto guadagnare 18 miliardi di dollari in più se i dipendenti delle aziende avessero dormito per venti minuti d’intervallo nel corso della giornata lavorativa. La pennichella a metà giornata avrebbe potuto aumentare la produttività delle aziende.
I giganti dell’hi-tech lo hanno capito da tempo. Google, per esempio, mette a disposizione dei suoi collaboratori un “nap pod”, una capsula per il riposo sul luogo di lavoro, che isola dal rumore e dalla luce. Novelquest, che ha realizzato il posto di lavoro super hi-tech "Emperor", non è stata da meno.
Il sonno rienergizza. Un quarto d’ora almeno di completo distacco dal lavoro sostiene meglio e per più tempo lo sforzo intellettuale alla ripresa. E' essenziale che la durata del riposo compensi quella dell'attività.
Nel 2007 l’Ungheria stava addirittura per indire un referendum per questo tipo di pausa e in Francia alcuni comitati d’impresa hanno ottenuto da aziende del lusso che siano predisposti spazi relax per i lavoratori.
Emanessens, una società di Lione che allestisce queste sale per conto delle aziende, ha effettuato un’indagine su riposo e produttività. Ha rilevato che il 30% dei dipendenti dichiara che le idee migliori arrivano al momento di addormentarsi e il 43% considera gli spazi relax un fattore importante per la qualità della vita di lavoro. Propone perciò di unire pausa colazione e riposo, attrezza gli ambienti nel modo più adatto alle diverse esigenze aziendali, forma i dipendenti all’uso dei locali a ciò destinati.
Nel mondo sta nascendo un business per consulenti, architetti e albergatori. A Barcellona, nell’hotel Hilton Diagonal Mar, offrono dalle 13 alle 17 un servizio completo di riposo e rimessa in forma, utilizzabile a seconda del tempo che ha una persona, il costo va da 10 a 75 euro; a Zurigo in Ruhe & Aktivitat hanno preparato spazi ristoro da 5 franchi svizzeri per mezz’ora; a New York, in YeloCabs ospitano a 12 dollari per venti minuti in cabine isolate, con luce diffusa d’intensità naturale e musica jazz di sottofondo. Sono le esperienze di maggiore successo commerciale.Copyright2009©irio , , , ,

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gestione e sviluppo 259

Responsabilità ed etica manageriale americana Senatore repubblicano invita i dirigenti di AIG a dimettersi o a suicidarsi Nel quarto trimestre del 2008 AIG, la compagnia di assicurazioni americana tra le più grandi del mondo, ha avuto perdite per 61 miliardi e 700 milioni di dollari, che l’hanno portata a una voragine nel bilancio di 99 miliardi e 300 milioni (€ 76 miliardi 380 milioni). Il governo USA è dovuto intervenire quattro volte con iniezioni di liquidità per evitarne il fallimento. Il costo per le finanze pubbliche è stato di 180 miliardi di dollari, con l’acquisizione dell’80% circa del capitale e la cessione di attivi a rimborso degli aiuti di Stato.
Nonostante la situazione fallimentare, lo scorso weekend ha sollevato grande scandalo la rivelazione della stampa che il gruppo dirigente di AIG aveva deciso di liquidarsi 165 milioni di premi annuali, rispettando le clausole contrattuali definite al tempo dell’assunzione degli incarichi. Lo scandalo ha coinvolto l’attuale segretario al Tesoro Timothy Geithner, ex presidente della Fed di New York, che in settembre ha avuto un ruolo determinante nella riconferma del vertice aziendale.
Il presidente Obama è dovuto intervenire lunedì, accusando i dirigenti dell’assicurazione d’incuria e avidità, promettendo di fare tutto quello che stava in lui per impedire ai top manager di incassare i premi. “Mi sento soffocare dalla collera, ha detto in un’intervista. Come i beneficiari di questi bonus possono giustificarli ai contribuenti, che con il proprio danaro stanno mantenendo a galla l’azienda?”.
Geithner ha scritto ieri una lettera alla presidente democratica della Camera dei rappresentanti, Nancy Pelosi, annunciando che AIG sarà messa in liquidazione in “modo ordinato e per proteggere il contribuente americano”. Saranno usati “tutti i mezzi responsabili” per accelerare il processo di cessazione delle attività. I premi controversi saranno recuperati per ridurre l’esborso dello Stato. L’attuale CEO, Edward Liddy, ha garantito che sarà fatto, merita perciò il “sostegno del Tesoro”.
Mentre Geithner s’impegnava ad avviare la liquidazione, il senatore repubblicano dello Iowa Charles (Chuck) Grassley, invitava i dirigenti dell’AIG a imitare l’esempio dei Giapponesi, ad assumersi tutte le responsabilità per il collasso del gigante delle assicurazioni, dimettendosi dagli incarichi o suicidandosi.
Parlando alla radio WMT di Cedar Rapids (Iowa, USA) ha precisato che “un Giapponese, di solito, prima del suicidio chiede scusa”.Copyright2009©irio , , , ,

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politica 135

17/03/2009

Aperta la prima pizzeria nord coreana La formazione dei pizzaioli è stata fatta l’anno scorso tra Napoli e Roma La Corea del Nord è uno dei paesi più poveri del mondo. La maggioranza della popolazione vive con poco più di quattro dollari al giorno (€ 1.300 all’anno) pro capite. Negli anni ’90 ha conosciuto la carestia e due milioni di abitanti sono morti per fame. Secondo il World Food Programme, più di 9 milioni di Nordcoreani dovranno affrontare il prossimo inverno la carenza di cibo e la malnutrizione.
Il paese è retto da un sistema a economia pianificata e il leader Kim Jong-il sta mettendo in atto un programma a medio termine di aiuti alimentari e sostegno economico alle famiglie. Il programma, approvato dalla larga maggioranza di governo, ha comportato l’apertura nel 2007 di tavole calde per la degustazione del pollo fritto, cucinato secondo la ricetta americana.
Dal 1997 sono incominciati gli approcci con un italiano di Codroipo (Udine), Ermanno Furlanis, per l’apertura di pizzerie. Nel 2004 questi ha tenuto un corso di addestramento per pizzaioli a tre ufficiali dell’esercito. Ma il premier coreano, noto per i gusti raffinati, voleva il meglio. Ha deciso perciò di affidare a un ristoratore di sua fiducia, Kim Sang-soon, il progetto pizzeria.
L’anno scorso una delegazione di chef è andata in missione a Napoli e a Roma per imparare a fare un'autentica pizza e a cucinare gli spaghetti, due cibi già molto popolari nel paese per opera dei programmi tv di fiction.
Da ieri, secondo la BBC, che cita il giornale giapponese “Choson Sinbo”, la prima pizzeria è stata aperta a Pyongyang. Kim Jong-il ha pronunciato il discorso d’apertura, affermando che “i Nordcoreani potranno avere l’occasione in futuro di assaggiare i migliori cibi del mondo”. Molti gli applausi, ripresi dalla televisione presente. Il presidente del Consiglio dei ministri coreano è infatti apprezzato come un grande comunicatore. Copyright2009©irio , , ,

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formazione 112

16/03/2009

Sovraccarico di lavoro e funzioni cognitive Lavorare più di 55 ore alla settimana riduce le capacità mentali delle persone di mezza età Gli effetti negativi dei lunghi orari di lavoro sono già stati rilevati dai ricercatori di Eurofound e del National Institute for occupational safety and health: reazioni cardiovascolari e immunologiche, riduzione del sonno, disturbi della salute, fatica e depressione sono risultati più volte correlati direttamente alle super attività. Eppure “negli Stati dell’UE tra il 12% e il 17% dei dipendenti ha effettuato straordinari nel 2001”, ricordano gli autori dell’articolo “Long working hours and cognitve function” pubblicato nel numero di marzo dell’American Journal of Epidemiology.
L’articolo è il frutto di un’indagine di lungo periodo, condotta in due fasi, tra il 1997 e 1999, tra il 2002 e il 2004, da un gruppo internazionale di nove ricercatori, facenti capo al Finnish Institute of occupational health di Helsinki. Il gruppo ha analizzato i casi di 2.200 funzionari pubblici inglesi di età da 35 a 55 anni, il 39% dei quali ha effettuato orari settimanali di lavoro inferiori a 40 ore, il 53% da 41 a 55 ore e gli altri spesso di più.
Tutti sono stati reclutati dai ricercatori su base volontaria e sottoposti a una batteria di test cognitivi per valutare le loro capacità. Il risultato è stato che quelli che hanno lavorato di più hanno ottenuto i risultati più scadenti alla valutazione dei reattivi di ragionamento e di vocabolario.
Secondo gli autori dell’articolo, gli effetti rilevati sono cumulativi, più la settimana lavorativa è piena, più le conseguenze indesiderate si fanno sentire.
Le ragioni precise di questa riduzione delle capacità intellettive non sono state ancora precisate. C’è una somma di fattori esplicativi, come la peggiore qualità del sonno, la presenza di stati depressivi e, in generale, una qualità di vita inferiore.
I risultati raccolti daranno perciò vita ad un’ulteriore indagine esplicativa. Copyright2009©irio , , ,

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gestione e sviluppo 259

La xenofobia si cura con la conoscenza “Gran Torino” di Clint Eastwood mostra come un ex operaio Ford, veterano della guerra di Corea, esce dal fortino razzista per merito di un giovane Hmong Il melting pot americano è stato realizzato grazie alla forza di uno Stato, capace di riconoscere le differenze culturali di oltre venti etnie e di garantire a tutte le stesse opportunità di partenza. Cinesi, ispanici, irlandesi, italiani, polacchi, di pelle bianca, nera, gialla e rossa, hanno potuto convivere e manifestare le proprie identità politiche, religiose, artistiche, regolate dal funzionamento delle pubbliche istituzioni e valorizzate dalla società.
Naturalmente, la democrazia americana non è il regno di Utopia e il percorso di cambiamento “E pluribus unum” non è stato immune da ostacoli e conflitti. Come in tutte le democrazie, ci sono ancora forze reazionarie organizzate, focolai di resistenza, interessi divergenti.
Walt Kowalski, il protagonista del film “Gran Torino”, interpretato e diretto da Clint Eastwood, è un ex operaio della Ford e un veterano della guerra di Corea. E’ un vecchio, scorbutico e solo, che trascorre le giornate sulla veranda di casa, bevendo birra e accarezzando il cane. Dopo la morte della moglie ha rotto i rapporti con i figli, perché non avevano niente in comune con lui e non accetta il mondo intorno che si sfascia, nè quegli immigrati Hmong, che hanno costituito una comunità, vicino a casa sua.
Resta chiuso in una specie di fortino, che lo difende dai contatti umani. Se esce è per lucidare una Ford “Gran Torino”, un’automobile del 1972, prodotta in versione GT, un modello dalla carrozzeria aggressiva, per uomini veri, che cura meticolosamente, o per andare dal barbiere. L’automobile è una parte di Kowalski, del mondo precedente il primo choc petrolifero, la sconfitta del Vietnam, lo scandalo Watergate.
La comunità Hmong limita il suo voler essere padrone in casa sua e lo costringe a minacciare i disturbatori, fucile M-1 alla mano.
Finchè Thao Van Lor (Bee Vang) un giovane della comunità, non tenta di rubargli quell’automobile vera, istigato da una banda di teppisti. Da uomo, che sa farsi giustizia da sé, il reduce di guerra dà sfogo a tutto il suo razzismo, insulta e minaccia, difende la proprietà e l’onore patrio.
La madre di Thao e la sorella più grande, Sue (Ahney Her), gli propongono di lavorare per lui per fare ammenda del tentativo di furto. Gli spiegano che loro sono a Detroit perché qualcuno ha disturbato loro e gli altri immigrati, che adesso abitano in America, costringendoli ad abbandonare la loro casa nel nord Vietnam, a cavallo delle frontiere del Laos e della Cina.
Kowalski fa lavorare Thao in officina e lo addestra a fare il meccanico, come se fosse una recluta delle truppe americane da combattimento, prima di restituirlo rafforzato alla società.
L’esperienza fa nascere un’amicizia e cura il vecchio dalla xenofobia.
Eastwood recita in modo convincente e smentisce la vecchia valutazione, che gli attribuiva due espressioni: “con il cappello e senza”. Il suo film è diretto con maestria proprio nella parte che affronta i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione. La sceneggiatura di Nick Schenk fa da punto di leva per una riflessione sulla vecchiaia metropolitana, sui rapporti con gli immigrati e le nuove generazioni, sulla conoscenza come fattore costitutivo dell’integrazione sociale. Copyright2009©irio , , ,

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societa 293

13/03/2009

marlene3

Marlène Mocquet, "L'Arc en ciel humain", 2008, tecnica mista su tela.

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12/03/2009

La crisi accelera la competizione in azienda Il 50% dei dipendenti si aspetta un aumento della rivalità tra colleghi per la situazione economica attuale La solidarietà tra colleghi di lavoro sembra indebolirsi a causa della “grande recessione” in corso. Aumentano le tensioni all’interno delle aziende per la paura di perdere il posto di lavoro e di trovarsi in concorrenza con gli altri componenti della squadra o dell’unità organizzativa.
Un sondaggio internazionale, realizzato da StepStone, su quasi 15.500 dipendenti aziendali di oltre 17 paesi dell’Europa, del Medio Oriente e degli USA, ha rilevato che il 50% degli intervistati ritiene che la propria azienda dovrà procedere a dei licenziamenti e che questo aumenterà la concorrenza interna tra i lavoratori, contro un 18%, che pensa invece che la crisi rafforzerà i legami sociali e un 32%, incline a credere che non ci saranno cambiamenti nei rapporti interpersonali. 

                          Opinioni sulla concorrenza interna

press_grafics_competition
Gli Americani e gli Estoni sono i più pessimisti, per l’86% e l’85% rispettivamente. Dietro di loro ci sono gli Ucraini con il 66%, i Serbi con il 64% e, a sorpresa, i Finlandesi con il 61%.
La media è del 50%. Corrisponde ad essa l’opinione dei Danesi, mentre appena più ottimista è la posizione dei Francesi con il 45%, e sono vicine quelle dei Norvegesi con il 43% e dei Belgi con il 42%.
Gli Italiani con il 39% di pessimisti e il 40% di incerti sono sopra la media, ma i Polacchi con il 30% di pessimisti e il 43% di incerti, hanno una maggiore fiducia nella forza dei legami interpersonali e della comunità aziendale.
In testa alla rilevazione i più ottimisti sono i Paesi Bassi, con il 44% dei lavoratori che sono convinti di appartenere con i colleghi di lavoro ad una stessa comunità e suppongono che la crisi li avvicinerà.

               Timori dell'aumento di competizione in aziendaquick_poll_1

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gestione e sviluppo 259

Anche i miliardari risentono della crisi La parata dei super ricchi di “Forbes” rileva 2000 miliardi di dollari in meno nelle fortune personali “Billionaire bust” è il titolo che il magazine americano Forbes usa per la sua 23ª classifica annuale, un titolo giustificato dal fatto che quest’anno ci sono 793 presenze, 355 in meno del 2007 e il danaro che tutti insieme i super ricchi possiedono è diminuito dai 4.400 miliardi di dollari (€ 3.460 miliardi) ai 2.400. E’ la maggiore perdita in 23 edizioni e la prima degli ultimi cinque anni.
Quelli che non sono più nell’elenco appartengono alla Russia, all’India e alla Cina, tre paesi in cui la crisi finanziaria ha particolarmente colpito i grandi patrimoni personali.
La Russia ha perso quasi due terzi dei suoi magnati, da 87 a 32 e Mosca, che nel 2007 era considerata la capitale mondiale dei miliardari, ha ceduto il primato a New York, che ne ha 55, seguita da Londra con 28. L’India ha 24 miliardari, 5 in meno. La Cina ha perduto 14 dei precedenti 42 miliardari.
Il trio di testa dell’elenco non è cambiato. E’ costituito sempre dal fondatore di Microsoft, Bill Gates, che ha ripreso il primo posto, dal finanziere-filantropo Warren Buffet e dal magnate messicano delle telecomunicazioni Carlos Slim. Questi due sono scesi di una posizione rispetto alla classifica precedente. Ma anche le loro ricchezze non sono più quelle di prima della crisi: Gates è passato da un patrimonio di 58 miliardi di dollari a uno di 40, Buffet ha quasi dimezzato il suo da 62 miliardi a 37, Slim è sceso da 60 miliardi a 35.
I primi 10 della classifica dispongono, nonostante tutto, di 254 miliardi, ma ne avevano 426 nel 2007.
Tra i primi 25 gli americani sono 11, gli europei 8 e gli indiani 2 e poi 2 americani (del Nord e del Sud America), un cinese di Hong Kong e un arabo. Il 45% dei componenti resta però americano.
Tra le donne Alice Walton, l’americana che appartiene alla famiglia proprietaria di Wal Mart, è diciannovesima con 17 miliardi 600 milioni di patrimonio e la francese Liliane Bettencourt dell’Oréal è ventunesima con 13 miliardi 400 milioni.
I giovani sono 18, invece dei 50 della classifica precedente, il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, è uscito dall’elenco.
Tra i 12 italiani il primo è Michele Ferrero, quarantesimo con 9 miliardi e mezzo, Silvio Berlusconi e famiglia sono al settantesimo posto con 6 miliardi e mezzo, viene subito dopo Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, settantunesimo con 6 miliardi 300 milioni. Giorgio Armani è duecentoventiquattresimo con 2 miliardi 800 milioni. Gli altri sono a 200 posizioni di distanza.
Il settore più colpito è quello finanziario, Sandy Weill di Citigroup, Hank Greenberg di AIG, Bjorgolfur Gudmundson di Landsbanski sono usciti dal club dei miliardari.
Soltanto 38 persone hanno fatto il loro ingresso per la prima volta in questa classifica: l’americano John Paul Dejoria a metà classifica e il cinese Wang Chuan-fu a due terzi sono tra le presenze più significative. Copyright2009©irio
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societa 293

11/03/2009

Cambiamenti dell’agire di consumo con i social network Mass media e pubblicità devono affrontare le nuove sfide delle comunità online I social network sono stati il fenomeno mondiale di consumo del 2008. Due terzi della popolazione internauta trascorre il 10% dedicato alla Rete in contatti con le comunità online o bloggando. Il traffico con Myspace, Facebook, Xiaonei, Netlog e simili ha conquistato in massa gli internauti l’anno scorso. Il 66,8% di essi ne è stato attratto e ha superato il 65,1% degli utenti di email.
Il documento della Nielsen “Global faces and networked places”, dedicato a fotografare le dinamiche mondiali dei social network non lascia dubbi.
Rileva che i membri delle comunità online costituiscono il punto d’aggancio in alcuni dei maggiori mercati, dal 50% degli internauti della Svizzera e della Germania all’80% del Brasile. Facebook è il maggiore giocatore sul palcoscenico globale.
La crescita in popolarità dei social network – e l’audience crescente che ne risulta – è solo una parte della storia. Lo stupefacente sviluppo della quantità di tempo speso dalle persone in questi siti cambia il modo di ripartirlo su Internet e ramifica le maniere di comportarsi, condividere e interagire nella vita quotidiana.
Di conseguenza le industrie dei media e della pubblicità devono affrontare le sfide delle opportunità e dei rischi creati dal nuovo mezzo.
 
                 Percentuali di frequenza dei social network                            da parte di internauti di 11 paesi

Grafico 1NIl Brasile è il paese in cui l’80% degli internauti partecipa a social network e dedica alle comunità un quarto del tempo trascorso in Rete. La Germania e la Svizzera sono quelli che hanno meno frequentatori di comunità, tutt’e due registrano il 51% di internauti che partecipano ai social network e vi dedicano rispettivamente il 7,5% e il 9,3% del tempo. L’Italia ha il 73% di membri di comunità online, che dedicano a queste il 15,4% del tempo da internauta.

              Frequentatori mensili di Facebook, Myspace e Bebo
Grafico2NMyspace è il sito preferito dagli inserzionisti davanti a Facebook che è il più visitato e a Bebo, il successo britannico comprato da AOL. Il social network di Fox Interactive Media ha avuto l'anno scorso 2.036 campagne pubblicitarie e quasi 800 inserzionisti al mese.

             Argomenti di discussione su Facebook e Myspace
Grafico3N
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tecnologia 114

Negazionisti e rassicuratori All’informazione sulla “grande recessione” alcuni contrappongono i loro fatti, altri praticano la censura additiva Siamo travolti dalla grande quantità d’informazioni sulla crisi che arrivano giornalmente da istituzioni pubbliche e organismi privati e associativi autorevoli. Se le mettiamo in fila possiamo costruire il barometro dell’andamento e delle prospettive del PIL, dei valori di Borsa, della produzione industriale, della disoccupazione e della cassa integrazione. Siamo in grado di confrontare la situazione del nostro paese con gli altri della zona euro, dell’UE, degli USA, del mondo.
Sappiamo per certo che siamo ancora agli inizi di una crisi senza precedenti da 60 anni, che i piani di rilancio messi in atto dai paesi più avveduti, se funzioneranno, avranno effetto dal 2010. Nel frattempo la questione centrale, che riguarda tutti da vicino, è la tenuta dell’occupazione. Ma i soli organici stabili per il momento sembrano essere quelli della pubblica amministrazione. Nelle aziende l’individuazione di esuberi, le richieste di cassa integrazione, il mancato rinnovo dei contratti dei precari sono all’origine della crescita boom dei disoccupati al 46% nei primi due mesi dell’anno rispetto al 2008, del 553,17% in più di cassa integrazione ordinaria nell’industria, dei bilanci in rosso di molte agenzie di lavoro a tempo. Naturalmente tutti questi fenomeni negativi non vogliono dire paralisi totale delle attività produttive e occupazione a zero.
Il -2,0% del PIL per la zona euro, previsto ieri dal Fondo monetario internazionale per il 2009, anche in Spagna, che ha un tasso di disoccupazione superiore al 18% e in Irlanda, che avrà il 6% in meno del PIL, non si manifesta con le ragnatele ai cancelli delle aziende e i lavoratori ai giardinetti. Chi legge i giornali spagnoli o irlandesi può trovare offerte di lavoro e di stage, testimonianze di imprese attive, ridimensionate, in stasi e in sviluppo.
Meraviglia perciò che sia in atto una contrapposizione mediatica dei negazionisti della crisi e dei rassicuratori (della solidità delle banche, del made in Italy, dell’acquisizione di partner per l’energia) ai preoccupati per i segnali negativi della nostra economia e per i ritardi con cui si stanno avviando i piani di sostegno.
I negazionisti esibiscono spesso le aziende che, per le più diverse ragioni, hanno bisogno di assumere persone delle più varie qualifiche. Ma il saldo che risulta dal confronto entrati-usciti è sempre negativo e squilibrato sul mercato del lavoro, dove la disoccupazione, stando alle richieste di sussidi arrivate all’INPS, ha raggiunto 370 mila persone tra gennaio e febbraio.
I rassicuratori fanno invece “censura additiva”, come la chiama Umberto Eco. Se Dominique Strauss-Khan, direttore generale del FMI o Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, dichiarano andamenti recessivi dell’economia, delle imprese, dell’occupazione, vi affiancano i giudizi politici di rappresentanti del governo, dell’opposizione, della Confindustria, dei Sindacati, di chiunque la pensi in modo diverso, con la giustificazione dell’informazione equilibrata. Peggio è quando sottolineano le ascendenze o le appartenenze di quegli autorevoli personaggi che ci hanno allertato.
Il gioco della negazione o della rassicurazione purtroppo è smentito minuto per minuto dai fenomeni della “grande recessione”, come l’ha definita Strauss-Khan, che ha aggiunto “un nome che certamente rallegra poco, ma è realistico”, che serve a chiunque debba conoscere per agire. Copyright2009©irio , , ,

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economia 136

10/03/2009

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Frédérique Loutz, "Vitrine", 2008, tecnica mista.

 

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Diminuiscono i laureati che trovano impiego L’XI Indagine Almalaurea sugli sbocchi occupazionali dei giovani usciti dalle università rileva un peggioramento dell’occupazione e degli stipendi Nel 2001 la quota di laureati occupati, a un anno dal conseguimento del diploma, era del 57,5%, nel 2008 è stata del 51,4%. I laureati avevano allora in maggioranza un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, adesso più di un quarto è assunto con contratti a tempo, a progetto, atipici. Nell’ultimo anno il tasso di disoccupazione è aumentato del 3%, nei primi due mesi dell’anno la domanda è diminuita del 23%.
I dati sono quelli di Almalaurea, che verranno presentati all’Università di Bari giovedì 12 marzo con l’XI Rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani.
Il Rapporto 2009 ha coinvolto quasi 300 mila laureati pre e post riforma, di 47 università. Contiene la prima indagine sugli sbocchi occupazionali dei laureati specialistici del 2007 a un anno dal completamento degli studi, l’analisi di quelli di primo livello, a partire da tre anni dalla laurea, l’evoluzione degli stipendi, a parità di potere d’acquisto, a cinque anni dalla conclusione degli studi.
L’indagine evidenzia che sul mercato del lavoro anche nel 2008 sono stati favoriti i laureati in discipline economico-statistiche, tecnico-scientifiche e ingegneristiche. La maggioranza di questi laureati ha trovato occupazione entro l’anno dal diploma. Più deboli sono state le possibilità d’impiego per quelli che hanno compiuto studi nelle discipline umanistiche e sociali (lettere, filosofia, giurisprudenza, psicologia, sociologia). Ma nei primi due mesi di quest’anno l’andamento dell’economia ha comportato una forte caduta della domanda che ha coinvolto le lauree forti .
Negli ultimi quattro anni la retribuzione media, netta mensile, dei laureati è diminuita del 6% , con disparità territoriali fra le regioni del Nord del Centro e del Sud d’Italia che, al netto del diverso costo della vita, sono pari al 2%.
Le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca, evidenzia il Rapporto, sono da tempo insufficienti. In un quadro nazionale, caratterizzato da appena il 6% della popolazione in possesso di una laurea, con il 12% dei giovani e da numerose piccolissime imprese, il governo potrebbe sostenere l’iniezione nel sistema produttivo di risorse umane di più elevata qualità per assicurare alle nuove generazioni più capaci e preparate un futuro lavorativo incoraggiante nel nostro paese. Copyright2009©irio , , ,

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formazione 112

Sorridere fa una donna più seducente Una ricerca sperimentale d’uno psicologo francese ha misurato la forza d’attrazione del sorriso, che accompagna lo sguardo A Lorient nella Bretagna meridionale (Francia) una giovane donna di 20 anni è in un bar affollato, guarda rapidamente negli occhi gli avventori, ad alcuni sorride, ad altri no e gira subito la faccia, poi si siede a un tavolino vicino al bancone e sfoglia una rivista.
La scena si ripete varie volte finchè non ha guardato e sorriso a 50 uomini e ha guardato, tenendo serio il viso, altri 50. Ogni rappresentazione dura 10 minuti. 11 uomini di quelli a cui ha sorriso si avvicinano al tavolino, dove è seduta e tentano un approccio, lo stesso fanno solo due dei 50 che ha guardato senza sorridere.
Le azioni della donna e le interazioni degli uomini sono rilevate da un osservatore, perché la messa in scena è un laboratorio sperimentale di psicologia sociale, condotto da Nicolas Guéguen, ricercatore di Scienze del comportamento all’Université de Bretagne Sud. Studioso dei meccanismi dell’attrazione sessuale, egli è già l’autore di « 100 petites expériences de psychologie de la séduction”, " Le language du corps à la plage”, “L’influence des cosmétiques dans le plan drague”.
I risultati della ricerca di Lorient sono adesso apparsi come "The effect of a woman’s smile on men’s courtship behavior", in Social Behavior and Personality, 36, 9, march 2009. Il numero medio delle interazioni con gli uomini a cui la donna ha sorriso è stato di 7,02 e di 2,01 quelle degli uomini a cui non ha sorriso.
La conclusione dello studioso è che una donna sorridente ha maggiori probabilità che una seria in volto di essere avvicinata da uno sconosciuto.
Il saggio pubblicato non dice niente sull’avvenenza, l’abbigliamento, la gestualità e la postura della giovane partecipante all’esperimento. Ma tutti sanno che la comunicazione è "olistica e situata", vi concorrono cioè tutto il modo d’essere e comportarsi di una persona, il contesto in cui avviene, la percezione e la cultura degli interlocutori. Il sorriso è un fattore necessario ma non sufficiente.Copyright2009©irio , , ,

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societa 293

Metamorfosi dell’informazione quotidiana Un osservatorio online sui giornali analizza le prospettive dei social media Il 2 febbraio è stata realizzata negli USA la giornata della stampa locale con l’appello di Chris Freiberg a comprare quei giornali preziosi per conoscere la realtà della provincia, che minacciano di scomparire nel 2010. L’8 successivo la manifestazione si è ripetuta per i grandi quotidiani, in occasione del Superbowl e la promozione domenicale ha procurato 100 milioni di lettori, numero appena un po’ superiore ai 98 milioni 700 mila telespettatori.
Gli SOS per la stampa si moltiplicano.  L’ultimo è stato quello del “Time”, che, commentando uno studio del Pew Research Center fatto per suo conto,  ha rilevato che il 40% dei suoi lettori è emigrato su Internet a fronte di un 35% rimasto fedele all’edizione su carta e che tra i giovani  la proporzione è già del 59% contro il 28%.
La chiusura della stampa quotidiana locale sta diventando un’ecatombe. Ogni due o tre settimane un giornale scompare. E’ successo finora al “Rocky mountains news”, al “Baltimore examiner”, al “Kentucky post”, al “Cincinnati post”, all’ “Albuquerque tribune”, eccetera. 
Paul Gillin, esperto di media technology e marketing, ha messo in piedi  un osservatorio online, che traccia il routing information protocol delle cessazioni. La sua opinione è che i cambi che stanno avvenendo fra breve  toccheranno il 95% dei giornali locali del Nord America e anche i grandi quotidiani, roccheforti della democrazia e della libertà d’informazione, saranno colpiti in proporzioni ancora  più elevate.
Gillin ama i giornali e professa un grandissimo rispetto per l’istituzione stampa, ma non può che ribadire quanto aveva già scritto tre anni fa nel suo libro “The new influencers” sul cambiamento dell’informazione, da monocentrica e unidirezionale a policentrica e focalizzata sulla facilitazione del flusso di notizie, provenienti da più fonti di livello differente, regolate da un formato comunicativo dinamico, capace di rispondere alle esigenze di conoscenza personale dell’utente, il più delle volte egli stesso produttore d’informazione.
L’epicentro della produzione, prevedeva, sarà il nuovo giornalismo che emergerà, smaltito l’impatto delle reti e dell’accessibilità a tutte le fonti, da come l’utente – coproduttore vorrà usarle per costruire un percorso di conoscenza personale, messo subito a disposizione di tutti.
Nel suo nuovo libro “Secrets of social media marketing”, mostra che online si è venuta costruendo negli ultimi dieci anni una socializzazione della conoscenza, simile per ampiezza e modi di diffusione e contribuzione a quello che è già avvenuto nell’industria della musica. Gli editori di giornali non se ne sono accorti, perché continuano a considerare Internet come un mezzo di distribuzione dei contenuti, che le aziende producono e sbagliano nell’adattare i loro servizi alle caratteristiche del Web e alle richieste della pubblicità.
In America si va già verso un giornalismo personalizzato. Quando sarà generalizzato non potrà che essere gratuito. Ci saranno ancora meno giornalisti professionisti di quelli rimasti nelle redazioni, dopo i tagli di organici dei 15.600 rimasti senza lavoro nel 2008 e dei 3360 già avvenuti quest’anno.
L’Europa reggerà meglio e potrà adattarsi più lentamente al nuovo e incerto universo mediatico. Ne guadagnerà tutta l’informazione, che dovrà superare i criteri di valutazione dei differenti lettori per validarsi, ma sarà certamente più aperta, più ricca e più disponibile.
Alla gratuità delle informazioni e degli accessi ai siti giornalistici, prevista da Gillin, si va adesso affiancando un’ipotesi intermedia, frutto delle opinioni di editori e giornalisti. E’ quella del micro pagamento, come avviene per PayPal o SpareChange.  “Time” ritiene che potranno essere fissati pedaggi a meno di un dollaro per accedere a notizie davvero buone, accertate, organizzate e illustrate. I costi potrebbero andare a vantaggio dei grandi quotidiani, ma anche di quei milioni di blogger che finora hanno scritto per il gusto della notizia. Copyright2009©irio , , ,

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gestione e sviluppo 259

09/03/2009

Lavoro che piace fino allo stremo Il protagonista del film “The Wrestler” di Darren Aronofsky muore sul ring per l’applauso del pubblico Prima che il sistema delle imprese si spaccasse mostrando l’interno ignoravamo quanti stipendi, appannaggi e prebende i top manager si fossero dati ad onta dei risultati ottenuti. La money motivation nelle forme più sfrenate ha caratterizzato la generazione dei capi azienda dell’ultimo decennio, tanto avidi da deliberare spesso premi e bonus più che consistenti per sé e i propri collaboratori diretti, vere e proprie accelerate verso la bancarotta.
Erano in circolazione allora le leggende dei workaholist, dei ruoli totalizzanti e delle responsabilità assorbenti, che non lasciavano spazio vitale a uomini duri con i dipendenti, ma durissimi con se stessi. Leggende smentite clamorosamente dalle foto degli analisti e dei trader in uscita dalla Lehman Brothers e delle file di disoccupati alle agenzie di lavoro in Wall Street.
Motivato dal lavoro in sé, vero e proprio workaholist che non riesce a farne a meno e distrugge corpo, psiche e relazioni, è il protagonista di “The Wrestler” il film di Darren Aronofsky, Leone d’oro a Venezia, Golden globe per il migliore attore protagonista, ma misconosciuto agli Oscar. Randy “the Ram” Robinson (Mickey Rourke) è un ariete del World wrestling entertainment, un bestione ipermuscoloso, dai lunghi capelli ossigenati, che gioca la parte del vincitore e dell’avversario leale nelle rappresentazioni truculente, tipiche di uno sport in cui i lottatori tengono a impressionare il pubblico più che a battersi sul ring.
Randy è stato un campione di catch, la lotta libera americana e ha vinto un incontro memorabile venti anni prima in un campionato che lo ha visto contrapposto a un lottatore, soprannominato l’ “Ayatollah”. Questo è diventato venditore di automobili usate, Randy continua ancora ad esibirsi. E’ un wristler applauditissimo in palestre di infimo ordine. Per fare il suo lavoro si imbottisce di prodotti dopanti e maltratta sempre più il suo fisico, procurandosi ferite sanguinanti e riempiendosi il torace di graffette per strappare l’applauso al pubblico.
E’ rimasto solo e guadagna sempre meno, ma è gratificato dagli incitamenti degli spettatori, dalle richieste di autografi dei fan, dai complimenti dei colleghi di esibizioni. Sopravvive tra una roulotte per casa, un furgoncino come mezzo di trasporto e albergo, un bar da birra, whisky e lap dance. La moglie lo ha lasciato e con l’unica figlia non ha rapporti da un pezzo, assorbito completamente dalla sua attività.
Con una ballerina di lap dance del bar che frequenta, Cassidy (Marisa Tomei), motivata al suo lavoro dalla prospettiva di mettere da parte denaro sufficiente per comprare una casa in provincia e vivere con il figlio, ha una relazione mercenaria, che vorrebbe trasformare in amicizia o forse qualcosa di più. Ma questa, da coscienziosa professionista, non intende confondere i rapporti con i clienti con quelli personali.
La dedizione al lavoro e la vita sregolata gli causano un infarto. Se la cava per l’abilità dei medici, che gli raccomandano di troncare con il wrestling.
La lapdancer gli suggerisce di ascoltarli e di riprendere i contatti con la figlia. “The Ram” si trasforma in addetto al banco gastronomia di un supermercato e tenta di fare il papà. Due prove che non riescono a chi per tutta la vita si è inebriato di bagni di pubblico. Propone a Cassidy di mettersi insieme, ma riceve un rifiuto.
Sconfortato, tornerà a combattere in una riedizione dell’incontro con l’ “Ayatollah”, avrà il solito successo, ma l’incontro si concluderà per lui in modo tragico.
Mickey Rourke e Marisa Tomei sono bravissimi a interpretare due dropout, che abusano eccessivamente dei loro corpi per i lavori degradanti che si trovano a fare. Il film si avvale della regia misurata di Aronofsky, che non concede niente né agli effetti spettacolari né all’esibizione degli attori o al sovraccarico degli ambienti. La sceneggiatura di Robert D. Siegel sostiene lo svolgimento della narrazione con grande efficacia.
Il confronto tra il lavoro gratificante e coinvolgente fino all’annientamento del wristler e il lavoro strumentale per la soddisfazione degli affetti e del sogno di vita privata della lapdancer sono esemplari per illustrazione e l’apprendimento dello spettatore. Copyright2009©irio , , , , ,

Postato da: orsola a 15:15 | link | commenti
fondamenti 91

06/03/2009

Andy Warhol, "Debbie Harry portrait", 1980, serigrafia.

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Secondo viaggio nello spazio di un turista americano In due anni il prezzo del biglietto è aumentato a 35 milioni di dollari, il 40% in più L’americano Charles Simonyi partirà il 26 marzo per il suo secondo viaggio nello spazio. Decollerà da Baikonur nel Kazakistan (Russia) e, a bordo della navicella Soyuz, parteciperà alla 19 missione verso l’ ISS, la stazione spaziale internazionale. Vi resterà 11 giorni prima di ritornare alla Terra il 6 aprile con l’equipaggio della 18 missione.
Simonyi è un informatico di origine ungherese, uno dei fondatori di Microsoft. Durante il viaggio sarà accompagnato dagli astronauti Guennadi Padalka, russo e Michael Baratt, americano. Appassionato di viaggi spaziali, ha pagato un “biglietto” di 35 milioni di dollari (= € 28 milioni) per finanziare le nuove spedizioni. Se avesse voluto provare l’esperienza di uscire dalla Soyuz e muoversi da solo nello spazio, avrebbe dovuto sborsare altri10 milioni.
Nel corso di una conferenza stampa, tenuta al GCTC, il centro d’addestramento degli astronauti russi, nella Città delle stelle presso Mosca, si è lamentato che il prezzo del passaggio in navicella sia salito dai 25 milioni del 2006 a quello attuale, con un aumento del 40%. “Considero questo viaggio una prosecuzione del primo”, ha detto. “Non potrò volare una terza volta, mia moglie è assolutamente contraria”.
Simonyi è il quinto viaggiatore spaziale. Creatore dei celebri software Word ed Excel, è un milionario da classifica “Fortune”.
Il costo e il rischio non sembrano scoraggiare altri. L’agenzia Space Adventures, che ha organizzato i soggiorni precedenti di tutti i turisti spaziali, ha già comunicato che sta organizzando per l’anno prossimo il lancio di una missione privata, viaggi per due persone alla volta e soggiorni prolungati su ISS a partire dal 2011.
Le occasioni per quelli che hanno voglia e possono fare questo tipo di turismo non si ripresenteranno per molto. I posti sulla stazione spaziale per il 2009 e il 2010 saranno riservati ai professionisti dello spazio. La Soyuz dalla prossima missione raddoppierà il numero degli astronauti a bordo in vista di nuove esplorazioni del cosmo. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:25 | link | commenti

05/03/2009

Isolamento dei lavoratori aziendali Le configurazioni produttive e i sistemi di gestione tendono a distruggere i legami sociali stabiliti sul lavoro E’ in crescita nelle aziende un fenomeno che ha dimensioni sempre maggiori di individualizzazione e personalizzazione dei rapporti di lavoro. Il lavoro moderno ha inserito la persona in un perimetro limitato, quello del fine aziendale o del suo ego a danno della società. Intacca il legame che unisce il senso e il vissuto del lavoro alla società. La fine del taylorismo corrisponde a un’organizzazione del lavoro molto particolare in cui i dipendenti non hanno più le proprie risorse e un nuovo modo di mobilitazione della soggettività è all’opera.
La “modernizzazione del lavoro va contro le proclamazioni sull’autonomia individuale e il riconoscimento materiale e simbolico della prestazione e del risultato”.
Sentimenti di abbandono, d’isolamento, di precarietà, paura di non farcela, sfiducia per gli altri sono provocati dalle imprese in continua riorganizzazione, dove tutto concorre a snaturare quel lavoro soddisfacente e utile, che molti dichiarano di volere. Tutta la società ne è contagiata.
Danièle Linhart, sociologa del Lavoro, direttrice di ricerca al CNRS sostiene in “Travailler sans les autres?”, Le Seuil, Parigi, 2009, che il lavoro moderno comporta l’affrontare da soli le ingiunzioni, le missioni, gli obiettivi aziendali. C’è una relativa autonomia, libertà d’iniziativa e responsabilità, ma senza avere la possibilità reale di pesare né sugli obiettivi, né sui mezzi.
I lavoratori oggi devono sbrogliarsela da sé. Non trovano nell’organizzazione del lavoro le risorse per reagire al leitmotiv delle ingiunzioni gerarchiche e conciliare gli obiettivi di produttività e di qualità, né hanno più nei capi la competenza, la disponibilità, la capacità di coordinamento, che una volta si articolavano lungo la catena di comando. Devono dare continuamente prova della loro abilità a inventare soluzioni per sfide nuove.
L’autrice sostiene che queste sfide eccitano il narcisismo, ma non hanno la riconoscenza necessaria per una nuova mobilitazione. Anzi certi artificiosi lavori di squadra e certe familiarità di rapporti finiscono con lo stridere con un clima gestionale fondato sulla reattività dei dipendenti e la soddisfazione del management, prima del mercato.
“Travailler sans les autres?” mostra l’aumento del distacco tra lavoro organizzato e società, la contraddizione tra richieste, valutazioni individuali e appelli allo spirito di squadra e di sistema, provenienti dai manager, le vie tortuose dell’adesione e della riconoscenza: un modo di lavorare senza pietà per i livelli operativi dell’azienda.
Il libro è ricco di riferimenti a ricerche e a studi di casi, approfondisce le specificità dei differenti settori produttivi dell’industria e dei servizi, del privato e del pubblico, mostra la labilità dei confini organizzativi e dei comportamenti di ruolo, necessari per integrare clienti e fornitori nel processo di trasformazione e agire in maniera anticipatoria, competitiva sul mercato.
Il problema nodale di questa prontezza aziendale è dato proprio dalle rigidità manageriali. Gli apparati tecnici e i valori che ne permettono la continuità, istituzionalizzati, diventano trappole per l’atomizzazione dei dipendenti, che corrono il rischio di superarli. Quelli che lo fanno hanno in mente di attraversare il pericoloso incrocio tra comportamenti di ruolo ed esigenze personali. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:04 | link | commenti (4)
gestione e sviluppo 259

04/03/2009

Crisi? Parlate più forte L’OECD rileva l’aumento del divario tra l’Italia e gli altri paesi sviluppati e l’INPS documenta la crescita eccezionale della CIG a febbraio Going for growth 2009”, il rapporto dell’OECD pubblicato ieri, scrive che la produttività è bassa in Italia perché sono aumentate le assunzioni di lavoratori poco qualificati e mancano gli investimenti in nuove tecnologie. Di conseguenza cresce il numero delle ore lavorate per prodotto e i processi produttivi sono meno efficienti di quelli in atto in molti altri paesi dell’Organizzazione.
L’imposizione fiscale sui redditi personali e societari ha raggiunto il 35%, mentre, suggerisce il rapporto, è importante spostare la pressione sui consumi e i beni immobili e fare di più nella lotta all’evasione.
Oggi il comunicato dell’INPS evidenzia che nel mese di febbraio sono state autorizzate 25 milioni 900 mila ore, contro 3 milioni 900 mila dello stesso mese del 2008, con un incremento del 553,17% del ricorso alla cassa integrazione ordinaria (gestione industria). Più contenuto l'aumento del 44,8% della CIG  straordinaria con un totale di 12 milioni 800 mila ore autorizzate contro gli 8 milioni 900 mila dell’anno scorso.
L’economista Fiorella Kostoris calcola che nel 2009 almeno 600 mila lavoratori atipici (a termine, cocopro, ecc.) perderanno il posto di lavoro in un paese, a cui le stime più moderate attribuiscono 2 milioni e mezzo di precari, presenti in gran parte in tutti i comparti della pubblica amministrazione.
Apre uno spiraglio di speranza in questo panorama desolato per l’economia e l’occupazione che 46 responsabili del personale, aderenti a un’associazione di categoria, abbiano in programma di aumentare il numero dei dipendenti delle loro aziende. Quanti, per quali incarichi e quando non è stato precisato.
Difficoltà di reclutamento non dovrebbero essercene, anche se non è il più bel lavoro del mondo, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Questo non a caso ha avuto più di 35.000 candidati e il selezionatore ha già formato la rosa dei 50 (nessun italiano) da cui estrarre il finalista.
Nel frattempo Guala Closure, un’azienda di Alessandria che ha 240 dipendenti a tempo pieno e 34 interinali non ha fatto esuberi, ma ha agevolato l’uscita di otto e ha declassato ad operai per 18 mesi, finchè dura la crisi, ventidue impiegati, tecnici e un quadro, che si occupavano di progettazione.
Non resta che sperare che le 46 aziende, che hanno deciso di assumere, lo facciano al più presto e che  almeno ingaggino in modo adeguato qualcuno di quei talenti sfuggiti alla nota agenzia di lavoro, che qualche anno fa  pubblicizzava  i suoi servizi con l’headline: “Voi avete il talento, noi abbiamo il lavoro”.
Non vorremmo incominciare a contare i negazionisti della crisi.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 17:49 | link | commenti (5)
occupazione 109

Nuove iniziative per il rispetto della legalità Grafologia e divise zebrate per una polizia efficace e amica Non è una novità che la polizia moderna adotti sistemi di prevenzione e tecniche d’indagine sofisticate. Per l’efficacia dell’azione di sicurezza da tempo sono state inseriti negli organici specialisti di laboratori d’analisi, di computer, d’intelligenza economica, di comunicazione con il cittadino. L’innovazione ha talvolta ritmi che gareggiano con quelli aziendali, mira all’efficienza nel mercato della pubblica sicurezza.
Due notizie curiose di oggi possono esemplificare questo orientamento.
A Sabadell in Catalogna (Spagna) è in vigore una legge che sanziona l’imbrattamento dei muri con i “tag”, segni grafici tracciati con le bombolette di vernice, che testimoniano il passaggio di una persona per un luogo e segnalano la sua presenza in aree urbane più o meno ampie. La normativa li qualifica come danni alla proprietà e ai responsabili sono applicate sanzioni pecuniarie e penali.
La polizia locale è allertata in modo particolare nella salvaguardia degli edifici pubblici e dei monumenti. Nel 2008 ha identificato e denunciato 90 persone.
Per le indagini è stato ingaggiato un grafologo, che dà alla magistratura le perizie, considerate prove per l’avvio dei procedimenti giudiziari in materia.
Un’altra novità arriva da Iochkar – Ola, capitale della repubblica di Mari-El (Russia). I poliziotti addetti al traffico indossano da ieri una tuta completa di cappuccio, che riproduce il manto delle zebre. Qualcuno è addirittura travestito da zebra. La decisione è stata presa dalla direzione del dipartimento di polizia stradale nell’ambito di una campagna per la sicurezza dei pedoni.
Gli automobilisti della zona non rallentano quando passano sulle strisce pedonali e il numero delle persone investite, mentre le attraversano, è aumentato di quasi il 6% nell’ultimo anno. La nuova divisa vuole ricordare in maniera continuativa che la strada è di tutti e le strisce pedonali devono essere rispettate da chi usa un veicolo. Non verrà dismessa finchè gli incidenti non diminuiranno.
Sono due esempi di azione poliziesca amica, di scelte politiche efficaci e di legislazioni non ottusamente repressive.Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:24 | link | commenti
politica 135

03/03/2009

Costruzione di legami sociali con i videogame Un gioco online con molti partecipanti può dare vita a una comunità internazionale I social network piacciono perché fanno interagire persone con interessi simili, consentono più appartenenze, lasciano la libertà d’impegnarsi quanto si vuole, danno la possibilità di capire il perché della collocazione individuale nella comunità virtuale e così riuniscono quelle migliaia e migliaia di partecipanti a cui il mondo reale non farebbe mai accedere. I vantaggi indicati non sono senza rischi di nick name e alterazioni di identità, tant’è che l’UE ha costituito l’European network and information security agency, incaricata di vigilare su un mondo in cui solo nel 2008 è nato un miliardo di avatar, ma l’atomizzazione dei rapporti nella dimensione reale è talmente spinta che Linkedin, Facebook, Second Life e World of Warcraft continuano ad attrarre.
Everquest 2 è un “massively multiplayer online”, un videogame del genere fantasy, che vede giocare online migliaia di giocatori, che vi arrivano da una quindicina di server. Sono giocatori, che hanno continuità d’impegno per più ore alla settimana nel competere con altri e perseguire gli obiettivi del gioco. Al loro comportamento sociale è stata dedicata una ricerca, presentata come “Social drivers for organizing networks in communities” al meeting annuale dell’AAAS, coordinata dal sociologo e tecnologo Noshir Contractor della Northwestern University e dal computer scientist Jaideep Srivastava dell’University of Minnesota.
Il gruppo di ricerca diretto dai due ha analizzato tre anni di dati di 300.000 giocatori, in media sui 25 anni, coinvolti nel videogame per 26 ore settimanali (un complesso di oltre 60 terabyte) e in più ha intervistato con questionario 7.000 di essi allo scopo di accertare se gli MMO sono un mezzo efficace per intrecciare nuovi legami sociali e se in questo modo si vengono a costituire delle comunità internazionali a cui partecipano migliaia di persone di tutti i paesi.
Dalla massa dei dati raccolti è apparso che i giocatori di MMO tendono ad essere conservatori nelle conoscenze fatte per caso e riproducono nel mondo virtuale le stesse dimensioni di amicizie, per numero e frequentazione, vissute nel mondo reale.
La vicinanza geografica è il fattore determinate delle interazioni di confronto e collaborazione nel gioco, delle discussioni con la messaggeria istantanea, degli scambi e della comunicazione via email.
I giocatori, che abitano in un raggio di 10 chilometri, hanno cinque volte più opportunità di collaborare rispetto a quelli che si trovano a 100 chilometri di distanza.
I giochi online mostrano una tendenza costitutiva superiore ai social network , che sono caratterizzati invece da particolarità regionali.
Negli MMO la costruzione di legami sociali e di comunità virtuali relativamente stabili è più solida di quella attivata dai social network e da altre opportunità online d’incontro, di svago e di lavoro.Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 18:11 | link | commenti (1)
formazione 112

Telefonino contro il raffreddore Un’altra scusa per i telemaniaci di continuare a dividersi tra più conversazioni Secondo l’Organizzazione internazionale delle telecomunicazioni, quest’anno gli abbonati alla telefonia mobile nel mondo hanno raggiunto i quattro miliardi, il doppio di quanti erano sette anni fa. Il telefonino diventa progressivamente uno strumento multimediale, dotato di funzioni per navigare su Internet, fotografare, ascoltare la musica, giocare e si diffonde la teledipendenza, l’uso compulsivo del mezzo comunque e dovunque, percepito come appendice permanente dell’utilizzatore, handicappato dalla sua mancanza.
I telemaniaci avvertono il bisogno irrefrenabile di avere l'apparecchio sempre a portata di mano, di parlare contemporaneamente con le  persone presenti e con quelle lontane, di trovarsi in compagnia di persone reali, in carne e ossa e di conversare con altre distanti. Il comportamento scisso si manifesta nella forma patologica più acuta quando più persone vicine, che sembrano interessate a stare insieme, telefonano contemporaneamente ad altre persone.
Dwango, un fornitore giapponese di suonerie per telefonini, può dare un alibi ai telemaniaci incontinenti e ai normali utenti raffreddati. Vende delle melodie telecaricabili, che hanno la proprietà scientificamente accertata di liberare il naso delle persone colpite da irritazione delle vie respiratorie e sono efficaci anche contro le allergie da polline.
Le musichette proposte, per ora solo in Giappone, sono tre e sono accompagnate da segnali che provocano la vibrazione della suoneria. Basta avvicinare il telefonino per 30 secondi alle narici perchè i seni nasali si stasino.
Le vibrazioni sono diverse per i due sessi. Le frequenze tengono conto delle differenze fisiologiche e della risonanza sui nasi: per le donne corrispondono alla nota do e sono di 532 hertz, per gli uomini alla nota la e sono di 440 hertz.
L’inventore non garantisce che la terapia funzioni anche per gli Occidentali, dotati di nasi più lunghi, che potrebbero essere indifferenti alle vibrazioni, efficaci per gli Asiatici.
Dwango opera sui portali degli operatori di telefonia mobile giapponese e fornisce le suonerie in abbonamento mensile, addebitato sulla bolletta telefonica.Copyright2009©irio , , ,

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tecnologia 114

Ralston Crawford, "The procession", 1973, olio su tela.

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02/03/2009

Capitalismo e pulsione di morte Un’analisi per trovare una via d’uscita dalla crisi, basata su Freud e Keynes La recessione mondiale ha favorito l’emergere di opinioni che propugnano la necessità di riformare o di rifondare il capitalismo. In politica, l’antesignano è stato il presidente francese Sarkozy, che a novembre aveva voluto incontrare l’allora presidente americano Bush per esigere una rifondazione del capitalismo finanziario e il secondo incontro del G20 a Londra in aprile parlerà di riforma del capitalismo mondiale. In economia, i riformatori sembrano volere regolare i flussi finanziari, in particolare quelli che transitano per i paradisi fiscali e i centri offshore, o regolamentare gli scambi commerciali internazionali. Nella morale, c’è tutto un lavorio di recupero degli strumenti della responsabilità manageriale difronte alla società e di quelli che si rifanno al patto globale dell’ONU. Qualcuno si spinge fino a proporre un “giuramento d’Ippocrate aziendale”.
A mano a mano che la crisi si allarga e raggiunge nuovi settori e paesi, crolla la fiducia nelle aziende e nei manager, come rileva anche l’ultimo Barometro BPI-BVA.
La questione non è di rifondare il capitalismo, è di sapere se si può superare un sistema economico basato sull’accumulazione crescente e la distruzione della natura per l’interesse personale di quelli che ne godono, dicono l’economista Bernard Maris e lo storico dell’impresa Gilles Dostaler  , che cercano una via d’uscita dalla crisi del capitalismo nel comportamento dei protagonisti in “Capitalisme et pulsion de mort”, Albin Michel, Parigi, 2009. Utilizzano perciò come chiavi di lettura il Freud di “Il disagio della civiltà” e il Keynes di “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”. Scrivono un libro erudito,  che va alla radice dei meccanismi, che fanno del capitalismo un sistema alla ricerca continua della propria distruzione e recupera l’influenza del fondatore della psicoanalisi sull' economista britannico.
Scopriamo così Keynes, traduttore di Freud e Freud, avido di conoscenze economiche, attraverso i numerosi riferimenti bibliografici, che arrivano alla prima generazione di  discepoli del caposcuola di Vienna, ai marxisti freudiani e ai filosofi cristiani della violenza nella civiltà.
Citando Freud, i due autori ricordano che nel profondo dell’individuo si cela “l’umana pulsione d’aggressione e d’autodistruzione”. Spiegano così questo gusto del rischio, dell’accumulazione del danaro, al culmine nella società del consumo, che brucia tutto quello che tocca e sacrifica tutto al principio del piacere, a detrimento del principio di realtà e contro il principio di razionalità. La civiltà è repressione, ma il suo aspetto geniale sta nella capacità di deviare la pulsione di morte per renderla produttiva. Appuntano che poco importa l’utilità di quello che è prodotto, basta che sia prodotto in quantità esponenziali e faccia aumentare il capitale in forma pecuniaria.
“Capitalisme et pulsion de mort” è articolato in quattro parti, che analizzano lo stato attuale del mondo alla luce della pulsione di morte, il narcisismo della piccole differenze e il rapporto danaro-analità, la teoria del mercato pazzo di Keynes e il danaro capro espiatorio, la globalizzazione e la crisi finanziaria per ricavare la necessità di andare oltre il capitalismo.
Il danaro è il problema morale del nostro tempo. Attraverso la competizione tra paesi o tra classi sociali nutre una guerra interminabile. “Saremmo capaci di spegnere il sole e le stelle perché non danno dividendi”, ricordano Maris e Dostaler, citando Keynes.
La ricostruzione delle politiche monetarie internazionali tra le due guerre, dell’attività d’indagine di Keynes e dei suoi suggerimenti a Churchill sulla necessità di alleggerire le troppo onerose clausole del trattato di Versailles per evitare la Seconda Guerra mondiale, costituisce la parte migliore del libro, ricca di informazioni e di lucide considerazioni.
La crisi finanziaria è venuta a confermare l’eccessiva importanza assunta dal danaro, sostengono gli autori. Nel 1936 Keynes raccomandava l’eutanasia dei redditieri e il suggerimento torna d’attualità per una nuova ripartizione del valore tra lavoro e capitale. L’unica via d’uscita è il superamento del capitalismo speculativo, come oggi va indicando Obama. E’ auspicabile che l’eredità di Bush e le lobby non pesino più del necessario sulla svolta della politica americana nel mondo.
Il gioco erudito di Maris e Dostaler prende, la loro passione di superare il capitalismo è autentica e vale come invito all’utopia, ma ha il limite del moralismo o dell’assunto ideologico. Vale perché ci aiuta a capire come e perché il capitalismo può essere divorato dal mercato, lasciato troppo libero e la finanza può trasformarsi da sostegno in causa di degradazione dell’economia reale.Copyright2009©irio , ,

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economia 136

Immigrata cioè badante “Mar Nero”, il film di Federico Bondi, spiega il miglioramento dei rapporti tra padrona italiana e badante rumena con l’affiliazione I paesi dell’Europa orientale hanno conosciuto negli ultimi anni un vero miracolo economico, con ritmi di crescita sostenuta e un innalzamento spettacolare del livello di vita degli abitanti. Cechia, Polonia, Romania, Slovacchia, Ungheria hanno beneficiato dell’afflusso massiccio di capitali stranieri, attratti dalla disponibilità di manodopera giovane, scolarizzata e a basso costo, dalla voglia di mettere la massima distanza possibile con l’economia pianificata, dalle relazioni privilegiate con la zona euro. Secondo Moody’s le banche di sei paesi occidentali dell’UE (Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia e Svezia) costituiscono l’84% degli investimenti esteri nei dieci paesi dell’Europa centrale e orientale.
Dal 1° gennaio 2007 la Romania è entrata a far parte dell’UE e con la Bulgaria ha portato a 27 il numero degli Stati membri. Presumibilmente tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007 si svolge la storia raccontata da Federico Bondi in “Mar Nero”, il film che descrive i rapporti di assistenza, soggezione e amicizia di una giovane badante rumena con un’anziana signora fiorentina di Rifredi.
Angela (Dorotheea Petre) parte da un paese alla foce del Danubio, a sud di Costanza e viene in Italia per accudire Gemma Pratesi (Ilaria Occhini), una vedova in là con gli anni, che vuole tornare ad abitare nella vecchia casa coniugale per essere indipendente dai figli.
La giovane si separa a malincuore dal marito, che ama, operaio a 100 euro al mese in una fabbrica di sanitari, dalla sorella e dal vecchio padre. Emigra, come dirà, per disporre del danaro necessario a una vita migliore, con qualche consumo in più. Incomincia la sua avventura in un paese di cui a stento parla un po’ la lingua, ma che è il luogo in cui dovrà abitare per ottenere il benessere sognato.
Gemma mette subito in chiaro con la nuova badante che è la padrona ed esige obbedienza e disponibilità complete. Perciò pretende che anticipi i suoi desideri, la tratta bruscamente, la richiama per un ritardo al ritorno dal supermercato, per un’assenza dovuta a una coda troppo lunga alle Poste, per un festeggiamento dell’ultimo dell’anno. Tanto l’anziana signora è dispotica, tanto la giovane è remissiva e pronta a sopportare le sue bizze e i dispetti dei suoi vicini di casa, espressione di quel razzismo diffuso contro gli stranieri che vengono per lavoro nel nostro paese.
I rapporti tra le due donne cambiano quando Gemma constata quanto è forte il legame di Angela con il marito e, nostalgicamente, nel ricordo della sua  vita di coppia, si mette dalla parte della giovane. Le regala un telefonino, la conforta per la sua solitudine, la decanta ai figli e ai vicini. La accompagna e le sarà di sostegno perfino in un viaggio in Romania alla ricerca del marito, che non dà più notizie di sé.
“Mar Nero” è la storia di un’educazione sentimentale alla scoperta dell’altra, vista prima con sospetto e trattata con atteggiamento difensivo, accettata poi fino all’identificazione e alla modellazione reciproca dei comportamenti. Opera d’esordio di un giovane  regista, premiata al Festival di Locarno, il film sottolinea con mano delicata l’importanza del ruolo e della cultura delle protagoniste nel cambiamento della condizione di lavoro e d’affetto, dà più importanza alle relazioni interpersonali che all'integrazione sociale. 
Una grande interpretazione di Ilaria Occhini dà spessore a una favola, che, come tutte le storie fantastiche a lieto fine, lascia allo spettatore di trarre la conclusione, simboleggiata dallo sfociare lento del Danubio in un paesaggio composito di fiume, terra e mare: diversità e scambio. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 11:05 | link | commenti
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