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27/02/2009

FEBBRAIO

4 temi, 32 post e 45 commenti

 

FAME DI LAVORO

Benefici cognitivi del rapporto con la Natura; Bill il soccorrevole distribuisce dollari in piena Manhattan; Business school fonti di reclutamento per le aziende globali; Direttiva europea contro il lavoro degli immigrati irregolari; Hirhoiko Araki; E' solo questione di tempo; La paura della disoccupazione alimenta la xenofobia.

MANAGER E POLITICI

Adesso Bush fa il conferenziere; All'origine della manipolazione manageriale; Bonus milionari per 700 dipendenti di Merrill Lynch; Cervelli per la guerra delle idee; Dà un bacio al Presidente; Diminuiscono le rimesse dei migranti; Progetto del governo indiano per un pc a 15 euro.

NUOVI FRONTI DI SUCCESSO

Carlo CarràCodice etico dei robot soldati; Documento sindacale unitario delle rappresentanze FIAT; Forse accordo dei G20 sui compensi dei dirigenti finanziari; Intraprendenza e perseveranza chiavi del successo; Linguaggio del corpo e significazione dello status; Oltre 2500 MBA nel mondoPreoccupati per le aziende sicuri del loro avvenire; Selezione per il miglior posto di lavoro del mondoKeith Tyson.

VIRTUALE vs. REALE

Come i cervelloni della finanza hanno provocato la crisi; Donne e uomini percepiscono la bellezza in modo diverso; Giovane disoccupato si offre su eBAy e con un banchetto; Integrare i cinque sensi con l'informazione in Rete; Renault propone un "contratto sociale di crisi"; Se lo sciopero diventa virtuale; 325.000 posti di lavoro perduti nel settore finanziario.

POST PIU' COMMENTATI

Se lo sciopero diventa virtuale
Oltre 2500 MBA nel mondo
Dà un bacio al Presidente
Selezione per il miglior posto di lavoro al mondo
Business school fonti di reclutamento per le aziende globali

Postato da: orsola a 11:37 | link | commenti

26/02/2009

Come i cervelloni della finanza hanno provocato la crisi Gli incapaci hanno fatto più danno degli speculatori e dei maghi La catastrofe economica che ha colpito il mondo non è stata provocata da finanzieri loschi e da venditori di fumo, malgrado le presenze dei Madoff e degli Stanford, l’hanno causata aziende rispettabili, che compongono il Dow Jones e lo Standard & Poor 500, società costituite nell’ ‘800 e gestite da laureati di Yale e Harvard. Quelli che hanno fatto esplodere il sistema non sono degli anarchici, ma banchieri centrali, grandi patron del capital investment, geni dei fondi speculativi ed economisti, amministratori e banchieri d’affari. Il bidone che hanno fatto a se stessi, ai colleghi, agli azionisti, ai creditori e a tutti i cittadini, fa apparire i buchi di Madoff delle ragazzate.
Daniel Gross, giornalista e saggista di business history e di politica economica, lo afferma in “Dumb Money: how our greatest financial minds bankrupted the nation”, eBook Simon & Schuster.net, 2009. Il libro di questo autorevole opinionista, collaboratore di “Slate”, “Newsweek” e “New York Times”, spiega come la grande bolla del credito si è trasformata dall’età del danaro poco caro in quella del danaro stupido e poi del danaro ancora più stupido.
La cultura di Wall Street e l’ampiezza assunta dal sistema bancario dei prestiti e delle transazioni irresponsabili e largamente sregolate, sostiene, sono state l’espressione di un modello finanziario, che preferiva i rendimenti a breve ai guadagni a lungo termine e confondeva liquidità con disponibilità di contante.
L’età del danaro stupido si è fondata su quattro pilastri: tassi d’interesse sempre bassi, andamenti di Borsa sempre in aumento, prestatori sempre pronti e mercato del credito sempre solido.
I banchieri centrali sono stati i gran sacerdoti di questo culto. Prima Alan Greenspan e poi Ben Bernanke ci hanno convinti ad avere più paura della deflazione che dell’inflazione. Bernanke ci ha persuasi che consumare a credito era una forma di virtù e ha reso popolare il concetto dell’eccesso di risparmio. Di rincalzo gli economisti hanno insegnato che le formule usate dal governo per calcolare la redditività erano incredibilmente fuori moda.
La teoria del risparmio magico nell’età del danaro stupido ha avuto senso finchè i corsi borsistici sono cresciuti e si è pensato che quelli immobiliari sarebbero aumentati fino al 2010. Wall Street è andata al seguito e hanno creduto ciecamente nei loro modelli informatici gli operatori, che lavoravano automaticamente sugli andamenti e le tendenze. Lehman Brothers nel 2006 ha rassicurato i suoi investitori che la banca, indebitata a breve per centinaia di miliardi di dollari e bloccata dagli impagati, non poteva perdere più di 40 miliardi di dollari al giorno.
Tra il 2007 e il 2008 i pilastri del danaro stupido hanno iniziato a sbriciolarsi. I tassi d’interesse andavano aumentando mentre quelli delle azioni diminuivano. Gli investitori hanno cominciato a considerare il rientro delle loro posizioni. Si è aperta la frattura dei mercati del credito e dei derivati, il ritorno a posizioni più umili della comunità dei fondi speculativi e il rifiuto degli incendiari di una situazione, in cui tutti erano stati esperti e furbi, di assumersi le responsabilità di spegnere l’inferno attizzato.
I mercati sregolati, liberi e aperti, si sono talmente sfasciati da avere bisogno di un intervento massiccio del governo.
L’età del danaro troppo stupido è durata poco. Forse non siamo mai usciti dall’età del danaro stupido e i nostri cervelloni finanziari hanno portato alla rovina l’economia, senza avere neppure la coscienza di farlo.
Il libro di Gross si basa su una conoscenza di prima mano dei mercati e degli attori, su una profonda competenza del funzionamento delle istituzioni creditizie e finanziarie, su una interpretazione delle cronache e su ipotesi ricostruttive di qualche anello mancante. L’abilità giornalistica fa il resto e incatena alla lettura come un giallo. Copyright2009©irio , , , , ,

Postato da: orsola a 17:31 | link | commenti
economia 138

Giovane disoccupato si offre su eBay e con un banchetto Ha avuto così un contratto di lavoro per tre mesi presso l'alto commissariato alla Gioventù Yannick Miel è un giovane francese di 23 anni, in possesso di una scolarità elevata, completata da un master in “Intelligenza economica e management delle organizzazioni”. In cerca di occupazione da cinque mesi, ha inviato 300 curricula in risposta ad altrettante inserzioni e ha fatto venti colloqui di selezione senza nessun risultato.
Stanco di girare a vuoto, ha messo un annuncio su eBay, il sito online di vendite all’asta. Come prevede la regola di questa azienda per gli incanti, si è detto disponibile a lavorare per un euro, presentandosi come “pratico, poco costoso, ma superbo giovane laureato in piena salute”. “Come giovane laureato in tempo di crisi so che il mio valore è basso, ecco perché vi propongo questa magnifica offerta!!!”, ha spiegato. 
Ha avuto finalmente successo. Dopo un’ora dalla pubblicazione dell’offerta, l’euro di partenza aveva già avuto quattordici rilanci ed era arrivato a dodici e dopo altri tre quarti d’ora era salito a mille. Mentre le quotazioni continuavano ad aumentare, è andato all’Esplanade de la Défense, nel quartiere degli affari di Parigi e ha montato un banchetto con il cartello “Giovane laureato in saldo - Fate un’offerta”.
Qui nel primo pomeriggio ha ricevuto la visita dell’alto commissario alla Gioventù Martin Hirsch, che gli ha proposto di lavorare in un comitato per il miglioramento dell’integrazione dei giovani laureati. E’ un lavoro di tre, quattro mesi che gli permetterà di continuare a cercarsi un’occupazione. Il commissario aveva saputo dalla radio dell’iniziativa di Yannick Miel e ha chiesto la sua collaborazione per affontare le molte difficoltà che incontrano i giovani preparati e volenterosi  come lui.
La vicenda ha fatto clamore e ha costretto ad intervenire il responsabile dell’istituzione pubblica, che dovrebbe presiedere alla questione. Come al solito, questa ha inviato un comunicato a giornali, radio e televisioni, annunciando di voler mettere in luce “il problema dell’inserimento dei giovani laureati nel mondo del lavoro in un periodo di crisi”.
Miel ha detto di essersi ispirato per la sua iniziativa al modello di un manager americano, che, rimasto disoccupato, si era improvvisato uomo sandwich, mettendo in mostra a Manhattan le sue referenze. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:11 | link | commenti (2)
occupazione 109

Se lo sciopero diventa virtuale Astensioni dal lavoro contro il datore di lavoro, i clienti dell’azienda, i lavoratori: il problema dell’equilibrio delle forme di lotta Il settore dei servizi pubblici essenziali è l’area più delicata per l’esercizio del diritto costituzionale di sciopero, quella dove è maggiore  il  rischio ogni volta di arrecare più danni alla collettività che alle aziende e ai lavoratori, disposti alle trattenute in busta paga per ottenere le proprie rivendicazioni. E’ opportuno perciò che nei trasporti e nelle “utility”, come si chiamano oggi, siano in vigore forme di tutela dell’altrettanto fondamentale diritto del “cittadino consumatore” alla mobilità, alla corrispondenza, alla tesoreria, alla raccolta dei rifiuti. Meglio se queste tutele siano garantite con regolamenti negoziati o almeno condivisi con i rappresentanti dei lavoratori, dei consumatori, delle imprese.
Il disegno di legge per la “regolamentazione del diritto di sciopero”, che dovrebbe essere presentato domani al Consiglio dei ministri, stabilisce che solo le organizzazioni sindacali, complessivamente rappresentative di oltre il 50% dei dipendenti di un’azienda, potranno proclamare questa forma di agitazione. Se tale soglia non sarà raggiunta, sarà obbligatorio un referendum consultivo preventivo tra i lavoratori. Obbligatoria sarà anche la dichiarazione preventiva individuale di adesione e potrà essere reso obbligatorio uno sciopero virtuale.
Questo riguarderà determinate categorie professionali, che, per le peculiarità della prestazione lavorativa e delle specifiche mansioni, “determinino o possano determinare, in caso di astensione dal lavoro, la concreta impossibilità di erogare il servizio principale ed essenziale”. I dipendenti, che parteciperanno a questa forma di protesta, lavoreranno e dovranno versare la propria paga per il tempo di sciopero a un fondo di solidarietà, a cui contribuirà anche l’azienda con un importo pari o forse superiore. Con il ricavato si potranno finanziare iniziative benefiche o acquistare pagine per informare il pubblico sulla vertenza.
La Commissione di garanzia per l’attuazione della legge sulla sciopero, prevista dalla L. 146 del 1990, sarà sostituita da una nuova “Commissione per le relazioni di lavoro”. Sarà composta da cinque esperti e avrà funzioni di natura arbitrale e conciliativa, verificherà l’incidenza e l’effettiva partecipazione agli scioperi, erogherà le sanzioni previste.
Il disegno di legge trascura che il diritto di sciopero è costituzionalmente individuale ed è di fatto sottoposto a pressioni dell’imprenditore, che pesano più di quelle del lavoratore singolo. Il datore di lavoro potrà fare leva adesso su una procedura lenta e farraginosa per aumentare la sua prevaricazione.
Per quanto riguarda le sanzioni, in attesa di determinarne l’entità (il costo del lavoro dei dipendenti per il tempo di sciopero, il doppio o il triplo?) e i modi d'imposizione alle aziende, resta per il momento chiaro che i soli colpiti dalla “riforma” saranno i lavoratori, mentre verrà ingessata la negoziazione e limitate le prerogative delle parti sociali e dell’impresa. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 12:04 | link | commenti (6)
relazioni industriali62

25/02/2009

Donne e uomini percepiscono la bellezza in modo diverso Per stabilire se qualcosa è bello i due sessi attivano differenti regioni cerebrali La capacità di apprezzare il bello è una delle caratteristiche più specifiche degli essere umani. Il processo di conoscenza e di valutazione estetica è correlato allo sviluppo neuronale, ma ci sono anche differenze di genere nella percezione. Le donne usano i due emisferi cerebrali, mentre gli uomini usano solo l’emisfero destro, sede del riconoscimento delle immagini, delle misure e delle emozioni.
Lo afferma uno studio, diretto dallo specialista di Sistematica umana Camilo J. Cela-Conde dell’Universidad de las Islas Baleares e dallo specialista di Ecologia e biologia evolutiva Francisco J. Ayala dell’University of California-Irvine, realizzato con un team interdisciplinare di nove ricercatori, pubblicato sull’ultimo numero di “Proceedings of the National Academy of Sciences”, con il titolo “Sex-related similarities and differences in the neural correlates of beauty”.
Il gruppo di ricercatori ha analizzato per la prima volta come reagisce il cervello delle donne e degli uomini che osservano una bella immagine. La ricerca è stata fatta con il supporto della magnetoencefalografia e ha rilevato i campi elettromagnetici, prodotti dall’attività dei neuroni, di 10 donne e 10 uomini sui 25 anni, che guardavano 240 fra quadri di stile artistico diverso e fotografie di ogni tipo. Le 20 persone dell’esperimento di laboratorio dovevano dire per ogni immagine se quello che vedevano era bello o no.
I ricercatori hanno rilevato che durante le sedute di indagine il cervello delle donne mostrava attività nei due emisferi e la reazione degli uomini si limitava all’emisfero destro. Era la conferma delle funzioni cognitive svolte in modo differente dai cervelli dei due sessi, rilevata difronte all’esperienza complessa della valutazione di opere d’arte.
Donne e uomini mostrano il massimo dell’attività cerebrale nel lobo parietale al momento della valutazione. E’ l’area, avvertono i ricercatori, che è più evoluta dalla separazione tra uomini e scimpanzé. Deducono da questo dettaglio la spiegazione di una capacità di apprezzare la bellezza e l’arte, originata dalla separazione.
“Bisogna tenere presente, scrivono nell’articolo su PNAS, che le persone ci mettono meno di un secondo per dire se quello che vedono è bello o no per loro. La valutazione è fulminea”. La strategia cognitiva delle donne è centrata sull’emisfero sinistro, la sede dell’attenzione, del riconoscimento e della razionalità, si allarga poi alla bilateralità.
Sapere come il cervello percepisce, analizza e processa le informazioni potrà essere utile per aiutare persone con disfunzioni, ma anche per comunicare più efficacemente in situazioni di emergenza e di normalità con tutte le altre. Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 15:32 | link | commenti (1)
fondamenti 91

24/02/2009

Integrare i cinque sensi con l’informazione in Rete Alla settimanale conferenza del MIT è stata presentata un’interfaccia miniaturizzata per navigare su Internet senza schermo Il Fluid interfaces group del Massachusetts Institute of Technology lavora da tempo a ridurre le dimensioni e ad aumentare il numero delle interfacce possibili per raccogliere e conservare le informazioni in Rete. Pattie Maes dirige questo gruppo di ricerca e partecipa spesso alle conferenze Technology entertainment design, che dal 1984 selezionano le “idee che meritano d’essere diffuse”.
Alla TED della settimana scorsa Maes ha presentato “Sixth sense” un concept d’interfaccia miniaturizzata che fa interagire su Internet senza schermo, sviluppato da Pranav Mistry.
Sixth sense è composto da una webcam, che si porta al collo come un gioiello e fa sì che il sistema veda quello che la persona guarda. Mettendo la copertina di un libro davanti all’obiettivo si può identificarlo in un data base online o leggere il RFID del libro stesso, usando il telefonino dotato di lettore.
Sotto la webcam c’è un miniproiettore per diffondere immagini e dati sulle superfici dintorno e, una volta identificato il libro, si possono ingrandire recensioni e commenti che lo riguardano.
Per interagire con il sistema basta applicare ai pollici e indici degli anellini di plastica, colorati in modo diverso. La webcam, seguendo il movimento degli anellini, attiva le funzioni per cui il sistema informativo è predisposto. Il telefonino in tasca serve a catturare, inviare e scambiare i dati necessari attraverso Internet. Le dita servono a navigare sullo schermo di un iPhone. Basta definire un repertorio di gesti compiuti con le dita che il sistema possa riconoscere ed eseguire.
Maes ha spiegato che Sixth sense è una specie di Microsoft surface portatile, che trasforma ogni superficie in un oggetto d’interfaccia.
Il concept è costato 350 dollari (€ 275). Rappresenta una maniera per ripensare il modo in cui interagiamo con il mondo senza cambiare i nostri comportamenti. La Rete così può diventare un sesto senso che potenzia organicamente i nostri cinque sensi naturali. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 17:40 | link | commenti (1)
tecnologia 115

Renault propone un “contratto sociale di crisi” Coprirà fino al 100% della retribuzione netta degli operai in attività ridotta La direzione della Renault  ha proposto ieri alle rappresentanze sindacali un “contratto sociale di crisi”, che tenga conto di una probabile caduta del 20% della produzione nel 2009. Prende in considerazione l’ipotesi che la riduzione di attività sia estesa a tutti i lavoratori, dagli operai agli ingegneri, ai quadri direttivi, anche a quelle categorie finora risparmiate dai provvedimenti di risposta alla crisi.
Il dispositivo, qualificato “collettivo e solidale”, riguarda i 40.000 dipendenti francesi sui 130.000 a livello mondiale. Sono persone già colpite da un programma di 4.000 uscite agevolate, iniziato nel 2008 e che si completerà tra qualche settimana. Per il 2009 non sono previste altre riduzioni di organico.
L’estensione a tutte le categorie di lavoratori dell’attività ridotta dovrebbe dare le disponibilità di bilancio necessarie per arrivare fino al 100% della retribuzione netta, migliorando l’attuale indennità dell’80% circa, stabilita per legge e integrata dal 10% di un fondo aziendale per la disoccupazione parziale.
Il Fondo integrativo Renault è stato costituito nel 1986, con accordo sindacale. E’ alimentato dai contributi individuali obbligatori dello 0,15% sulle retribuzioni.
Nel documento presentato ai sindacati, che sarà al centro di una riunione negoziale il 10 marzo, la direzione aziendale s’impegna a “mantenere il livello attuale delle remunerazioni nette”.
Il nuovo dispositivo prevede che i quadri direttivi e gli ingegneri ricevano integralmente i loro stipendi e  contribuiscano al Fondo con un giorno di “capitale tempo individuale” ogni quattro giorni di attività ridotta. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 13:23 | link | commenti (1)
relazioni industriali62

325.000 posti di lavoro perduti nel settore finanziario L’International Labour Organization ha calcolato l’impatto della crisi economica sull’occupazione del settore Salvare le banche ad ogni costo. I governi degli USA, del Regno Unito, della Germania e della Francia sono schierati in maniera compatta difronte all’urgenza di iniezioni supplementari di liquidità per tenere a galla il settore finanziario.
Negli USA, dove 1.000 banche fra grandi e piccole, internazionali e globali, sono già scomparse per fusioni, assorbimenti o chiusure, il governo Obama, che ha investito 280 miliardi di dollari (€ 218 miliardi) nel settore, rinnova il sostegno a favore degli investitori per limitare la caduta dei mercati finanziari. Si propone d’intervenire nel colosso Citigroup, che la settimana scorsa ha perduto il 44% del valore di Borsa, con una partecipazione tra il 25% e il 40%.
I fondi pubblici, ha precisato il Tesoro americano, saranno impiegati in sostituzione dei finanziamenti privati mancanti, avranno la forma di azioni privilegiate convertibili e dovranno fare esercitare il controllo dello Stato sulla ristrutturazione di Wall Street.
Non sono meno di 325.000 i posti di lavoro perduti dall’agosto 2007 nel settore finanziario a causa della crisi economica, un’ecatombe che tende ad aumentare, secondo il rapporto, preparato dall’International Labour Organization in occasione della riunione, che si terrà oggi e domani a Ginevra, per discutere degli effetti della recessione sugli oltre 20 milioni di addetti al settore finanziario nel mondo.
Tra ottobre 2008 e febbraio 2009 sono stati perduti 130.000 impieghi, il 40% di quelli soppressi. Per il momento i due maggiori produttori di disoccupati del settore sono Citigroup con 75.000 lavoratori in meno e Bank of America con 45.000.
Il rapporto, intitolato “Impact of the financial crisis on finance sector workers”, segnala che le stime dell’ILO sono certamente inferiori alla realtà perché non sono stati contabilizzati che gli annunci di soppressione d’impieghi superiori a 1.000 posti di lavoro.
Il documento considera l’occupazione nelle banche d’ogni tipo, nelle assicurazioni e riassicurazione, negli altri intermediari finanziari (fondi d’investimento, gestione di patrimoni, consulenza assicurativa e finanziaria, ecc). Ritiene che New York e Londra, che rappresentano le due principali piazze finanziarie, subiranno la maggior parte delle perdite.
L’obiettivo della riunione di Ginevra, che vedrà partecipare cento alti rappresentanti dei governi, delle organizzazioni sindacali e datoriali, è di individuare le misure più opportune di sostegno ai lavoratori disoccupati del settore finanziario: aiuto economico, di riqualificazione e mobilità, di riorganizzazione per contenere il numero degli esuberi.
Il dialogo sociale tra imprenditori e sindacati del settore, specifica il rapporto nelle conclusioni, può favorire l’adozione di misure efficaci e specificamente concepite per questo tipo di attività.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 11:56 | link | commenti (1)
occupazione 109

23/02/2009

Intraprendenza e perseveranza chiavi del successo Le avventure picaresche di due giovani della baraccopoli di Mumbai in “Slumdog Millionaire”, il film che ha trionfato agli Oscar Abbiamo tutti negli occhi le immagini dell’India con l’inarrestabile crescita del PIL, i miliardari della siderurgia e della finanza, le facoltà d’ingegneria e gli MBA, i centri ricerca delle aziende globali americane, i call centre dotati di centinaia di operatori che parlano l’inglese fluente e senza accento. Danny Boyle, il regista inglese autore di “Trainspotting”, guarda dietro questa rutilante facciata e prende di petto il problema della baraccopoli di Mumbai, due milioni di abitanti sui diciannove della megalopoli, simbolo dell’India moderna e in “Slumdog Millionaire” mostra la miseria, la violenza e l’origine di certa ricchezza, ma non si limita alla denuncia, indica come l’intraprendenza e la perseveranza possono aprire le porte della fortuna e far raggiungere il successo.
Premiato questa notte, nell’81ª edizione della consegna dei premi Oscar, con ben otto statuette, a cominciare da quella per il miglior film, l’opera di Boyle ha conquistato milioni di spettatori e ha già ottenuto in gennaio quattro Golden Globe e in febbraio sette Baftas , dopo i tre premi dei Sindacati hollywoodiani dei registi, degli attori e dei produttori.
“Slumdog Millionaire” racconta la storia di un ragazzo del tè, che lavora in un call centre, come assistente agli operatori al telefono, nato in una bidonville e rimasto presto orfano, che vince 20 milioni di rupie (€ 1.335.000) al gioco televisivo “Chi vuol essere milionario”.
Ispirato a un romanzo di Vikas Swarup “Q&A”, il film è la storia di speranza e di lotta per la sopravvivenza di Jamal Malik (Dev Patel, da adulto e Azharrudin Mohammed Ismail, da bambino), che affronta, prima in compagnia del fratello Selim e poi per amore di Latika (Freida Pinto, da adulta e Rubina Alì, da bambina), gli orrori delle organizzazioni per lo sfruttamento dei mendicanti, la furia omicida degli immobiliaristi mafiosi, l’ottusità della repressione poliziesca, la devastazione delle grandi discariche di rifiuti, luoghi di lavoro per migliaia di derelitti, l’istupidimento dei call centre, del traffico e della televisione.
Facendo leva proprio su uno spettacolo televisivo, che scatena meccanismi proiettivi in milioni di diseredati, Jamal Malik risponde a tutte le domande di un gioco, che gli dà la ricchezza. Anche questa partecipazione avviene fra pericoli e ostacoli: il presentatore televisivo (Anil Kapoor) gli è contro, perché teme che la popolarità di Jamal metta in ombra la sua, la polizia lo sospetta di frode, di una combine per conoscere le risposte. Nonostante tutto Jamal vince.
“Slumdog Millionaire” mette in evidenza nella prima parte la capacità della regia, nella descrizione della vita dei due fratellini orfani e poi del terzetto, formato con l’arrivo della bambina. Nella seconda parte la spontaneità recitativa di Dev Patel, finora conosciuto come attore di sequel televisivi inglesi e la professionalità di Anil Kapoor, consumato protagonista di film bollywoodiani, star del cinema indiano, prendono la scena e danno corpo a un grande film sull’India di un regista non indiano, ma che sembra conoscerne bene lo spirito e le prospettive.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 11:57 | link | commenti (1)
societa 295

20/02/2009

Carlo Carrà, "Il cavaliere rosso", 1913, tempera e inchiostro su carta intelata

Postato da: orsola a 13:02 | link | commenti

Forse accordo dei G20 sui compensi dei dirigenti finanziari Largo consenso sulla necessità di porre fine a un sistema indipendente dalle prestazioni manageriali e dai risultati aziendali Barack Obama ha aperto la via alle nuove regole e ai limiti delle remunerazioni dei top manager nel settore finanziario, dopo gli scandalosi compensi in stipendi, benefit, stock option e bonus di molti CEO e alti dirigenti delle grandi banche americane in default. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy l’hanno seguito. Se il tetto negli USA non potrà superare i 500.000 dollari all’anno (= € 400.000), le idee tedesche e francesi sembrano essere più inclini a una maggiore flessibilità delle retribuzioni, legate ai risultati economici dell’azienda creditizia, finanziaria o assicurativa.
Il governo inglese non ha perso tempo. Forte della sua nuova posizione di principale azionista della Royal Bank of Scotland, ha deciso che nessun bonus o aumento retributivo sarà concesso ai dipendenti legati alle enormi perdite finanziarie del 2008. “Speriamo che così si metta fine a un processo che ricompensava gli insuccessi e si inauguri un sistema di valutazione dei risultati”, ha scritto il Financial Times. Ma ha aggiunto che non bisogna dimenticare come la questione principale da affrontare è la “stabilizzazione di tutto il sistema finanziario”, arrivato al più basso livello di fiducia degli investitori. “La questione bonus non è che un inizio”.
A questo inizio sembra intenzionata a dedicarsi per il momento la ministra francese dell’Economia Christine Lagarde, forte del sostegno del MEDEF (l’equivalente della nostra Confindustria) sulla necessità di limitare le retribuzioni dei dirigenti e dei trader finanziari e di fissare nuove regole di gestione per scoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi.
Mentre il presidente Sarkozy insiste nelle dichiarazioni pubbliche sulla solidità del sistema bancario del paese, Lagarde ha incontrato il suo omologo americano Timothy Geithner. La ministra ritiene che i G20 dovranno concludere un accordo su regole di riconoscimento ed entità delle retribuzioni per i top manager della finanza.
La riunione dei G20, ha dichiarato alla Tribune, dovrà essere l’occasione per un accordo generale sulla regolamentazione dei fondi speculativi, una più efficace valutazione dei rischi nei bilanci, i rapporti con i paradisi fiscali. Lagarde ha aggiunto che spera in una politica responsabile dei paesi della zona euro, che potrà ottenere il sostegno del Fondo monetario internazionale o di qualunque altra istituzione mondiale.Copyright2009©irio , , , ,

Postato da: orsola a 12:36 | link | commenti
politica 137

19/02/2009

Codice etico dei robot soldati Regole di condotta per l’impiego sostenibile dei robot nelle guerre del futuro Ci auguriamo che non ci siano più guerre e facciamo quello che sta in noi per evitarle, ma se malauguratamente ci saranno sappiamo già che verranno condotte da robot soldati. Vi parteciperanno robot combattenti di terra, dell’aria, di mare, dello spazio, fissi e in grado di agire in maniera autonoma e funzionale nelle diverse fasi delle operazioni militari. E’ prevedibile un prossimo futuro in cui i robot avranno intelligenza sufficiente per decidere come agire sul campo di battaglia.
E’ necessario prepararsi all’eventualità che ci siano eccessi di difesa e azioni preventive squilibrate. Occorre evitare asimmetrie tra situazioni a rischio, pericoli reali e comportamenti programmati dei robot soldati. Patrick Lin, George Bekey e Keith Abney, ricercatori dell’Ethics and emerging technologies group della California Polytechnic State University, hanno perciò realizzato lo studio “Autonomous military robotics: risk, ethics and design” per l’Office of naval research della Marina degli USA.
”E’ un errore comune, scrivono, credere che i robot faranno solo quello che sono programmati a fare. E’ una credenza gravemente obsoleta: data di quando i programmi potevano essere scritti e capiti da una sola persona”. Purtroppo i programmi moderni contengono codici composti da milioni di linee, scritte da molti team di programmatori, nessuno dei quali conosce il programma completo. Sicchè nessuno può prevedere con esattezza come interagiranno le differenti parti del programma prima di una verifica sul campo.
Ci sono opzioni operative che potrebbero essere rese disponibili o disattivate dai progettisti. Non c’è allora che una soluzione operativa, quella di combinare un programma con un periodo di apprendimento delle azioni possibili o vietate in guerra.
Al comportamento reale deve sovrintendere un codice etico, che sia correlato con l’impatto sociale e culturale di rischi, azioni, responsabilità e disfunzioni del robot soldato. Questo deve rispondere a delle istanze che consentono o bloccano l’autonomia. A mano a mano che la robotica progredisce si profilano questioni etiche, legali, sociali e politiche nuove. Si tratta di dare risposte adeguate nel momento della decisione e dell’azione, non bastano affermazioni teoriche o riflessioni filosofiche. Bisogna non ripetere gli errori già commessi nelle diverse ondate della responsabilità sociale, dei codici etici, delle carte dei principi e dei valori, affermazioni perlopiù condivise, ma che restano lontane dal momento operativo.
I robot devono essere in grado di seguire le linee guida del diritto di guerra, delle regole d’ingaggio e della Convenzione di Ginevra, devono sapere distinguere tra soldati e popolazione civile, devono riconoscere i soldati feriti e smettere di sparare.
Sono questioni pratiche, sono i problemi di dettaglio che fanno il comportamento responsabile e moralmente orientato. Se non se ne tiene conto c’è il rischio di una progettazione e di una programmazione inadeguata, di comportamenti tanto più pericolosi quanto più sono fuori dalla realtà delle operazioni militari.
Il documento dei ricercatori dell’Ethics and emerging technologies group indica le istanze tecniche e sociali attuali e potenziali a cui la Robot ethics dovrà dare risposte già dall’anno prossimo, quando un terzo di tutti gli aerei da combattimento sarà fornito di sistema robotizzato di pilotaggio e nei prossimi cinque anni quando lo sarà anche un terzo di tutti i veicoli della forza d’urto della fanteria.
Il codice etico, evidenziano i ricercatori, deve tenere conto che bisogna guidare robot soldati e perciò serve un codice di condotta per il combattente, non un generico manuale di etica della guerra.Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 17:51 | link | commenti (2)
tecnologia 115

Oltre 2500 MBA nel mondo Un terzo dei programmi postgraduate ed executive è realizzato negli USA Il Master of business administration è un programma di formazione, riconosciuto a livello internazionale, che prepara i partecipanti a sviluppare le competenze necessarie per le carriere nel business e nel management o dà occasioni di confronto e riflessione per migliorare le abilità direttive. E’ questa la definizione più condivisa dalle associazioni mondiali del settore.
Introdotti nelle università americane alla fine dell’ ‘800, gli MBA sono evoluti con le trasformazioni dell’economia e del mondo degli affari. Nei cinque continenti ce ne sono adesso più di 2500, che danno la preparazione teorica e pratica richiesta per essere bravi manager e leader efficaci. Da anni non servono più soltanto al business, ma danno la formazione per il management della pubblica amministrazione e dell’organizzazione governativa, dell’industria privata, delle banche, delle istituzioni finanziarie e delle assicurazioni.
I programmi nel tempo si sono differenziati. Pochi sono ormai quelli tradizionali, a tempo pieno per 16 mesi; vanno aumentando quelli su 12 mesi, a part time su 24 mesi, serali e in blocchi seminariali o in distance learning, per il livello postgraduate, il più diffuso. I programmi executive sono invece, da sempre, limitati negli argomenti chiave della direzione d’impresa, nel tempo e nelle formule didattiche centrate sul gruppo d’apprendimento.
Non c’è area geografica del pianeta in cui non sono realizzati MBA: dai 745 programmi degli USA ai 39 dell’Africa, i programmi si vanno universalizzando in corrispondenza con la globalizzazione e l’equivalenza degli standard manageriali. La diffusione in America Latina e in Asia è in costante aumento. Anche se il Brasile e il Messico fanno la parte del leone, 23 Stati dell’America centrale e meridionale hanno programmi con aree di specializzazione differente per localizzazione e durata. Gli MBA non cessano di aumentare in Asia: l’India realizza 265 programmi, la Cina ne ha 21, Hong Kong 13, la Corea del Sud 8, il Giappone 16. Sono attività formative di buona qualità, misurata dai numerosi palmarès in circolazione, che considerano il successo di carriera degli ex allievi, la composizione del corpo docenti, le ricerche prodotte, l’impegno dei partecipanti.
In alto nelle graduatorie non spiccano più soltanto Harvard e Wharton, ma da tempo la London Business School, l’INSEAD, la Melbourne Business School e, tra le prime istituzioni educative, ormai ci sono anche l’Egade e l’IPADE in Sud America, l’Università americana del Cairo, quella israeliana di Bar Ilan, la cinese CEIBS, la Hong Kong University e la russa Skolkovo School of Business.
L’Asia, l’America Latina e l’Europa dell’Est sono ormai i nuovi territori dei Master e degli executive MBA. Anche se hanno ancora difficoltà a reclutare allievi occidentali, sono scuole di formazione manageriale, dotate di docenti, programmi e risultati competitivi con quelli delle corrispondenti istituzioni americane, canadesi ed europee.
Spesso sono proprio gli organismi formativi europei che vanno alla conquista delle nuove opportunità di mercato. Da ultimo, anche l’ESMT di Berlino, l’ESSEC e l’INSEAD francesi hanno aperto sedi proprie o in congiunzione con altre organizzazioni locali per la formazione manageriale in Estremo Oriente.
L’Italia, che pure ha 13 MBA, non s’è ancora mossa su un mercato internazionale. Eppure competenze e immagine non mancano. Corre voce da anni di un’iniziativa della SDA-Bocconi, ma per il momento niente ancora è successo.
Nel frattempo il solito quartetto americano ed europeo alla testa di tutte le classifiche sta attuando in casa e fuori programmi tematici in management internazionale, strategia, finanza, imprenditorialità e in e-business perfino.Copyright2009©irio , ,

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formazione 112

18/02/2009

Documento sindacale unitario delle rappresentanze FIAT FIM – CISL, FIOM – CGIL, UILM – UIL, FISMIC –Sindacato autonomo hanno chiesto l’intervento pubblico per il rilancio della produzione e la difesa dell’occupazione nell’automotive In un documento unitario diffuso ieri FIM, FIOM, UILM e FISMIC ricordano che il settore dell’automotive contribuisce al 12% del PIL e occupa 400 mila lavoratori diretti e altrettanti dell’indotto e dei servizi. Costituisce dunque il settore manifatturiero più importante, dove opera la FIAT, la più grande industria italiana e influenza in modo determinante l’intera economia del nostro paese.
I sindacati si dicono delusi per le recenti decisioni del governo italiano in materia d’incentivi all’acquisto di auto, moto, autocarri e camper, che non bastano né ad affrontare l’attuale grave crisi, né a costruire le premesse per uscirne con un sistema industriale forte e rinnovato.
La gravità della crisi, una vera emergenza sociale, è sottovalutata dal governo, dalle istituzioni e nascosta all’opinione pubblica, mentre in tutto il mondo sono in atto interventi dei governi per rilanciare il settore dell’automotive, considerato decisivo per i futuri equilibri fra le economie, afferma il documento.
I sindacati chiedono stanziamenti pubblici per la ricerca delle tecnologie del futuro a basso o nullo impatto ambientale, l’intervento per il credito alle piccole e medie imprese, la creazione di un fondo di garanzia sugli investimenti negli stabilimenti italiani, la difesa dell’occupazione e il sostegno al reddito, nella misura dell’80% del valore del salario dei lavoratori messi in cassa integrazione guadagni e di quelli che oggi ne sono esclusi, l’estensione della durata della CIG ordinaria.
Chiedono un “tavolo permanente” con il governo, la FIAT e il mondo delle imprese per un esplicito impegno a non licenziare, a non chiudere stabilimenti e a non delocalizzare.Copyright2009©irio , , , , ,

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relazioni industriali62

Selezione per il miglior posto di lavoro del mondo Domenica 22 termina la presentazione delle candidature per Curatore nell’isola di Hamilton L’ufficio del Turismo di Queensland, in Australia, intende assumere una persona per il lavoro di Curatore dell’isola di Hamilton, situata sulla barriera corallina più grande del mondo. L’incarico sarà svolto in un paradiso tropicale, ricco di oltre 1500 specie di pesci, di spiagge immacolate e di vegetazione lussureggiante.
Il Curatore dovrà garantire l'ecologia delle spiagge, esplorare i fondali marini, sorvegliare la barriera corallina, alimentare un blog con foto, video e testi, che descrivono le sue avventure, in modo da attrarre i visitatori. L’ufficio del Turismo infatti è preoccupato che la crisi economica ne riduca l’affluenza.
La persona da assumere deve avere eccellenti capacità di comunicazione interpersonale, conoscenza fluente dell’inglese parlato e scritto, spirito d’avventura, orientamento a nuove esperienze, passione per vivere all’aria aperta, buone capacità di nuoto, di immersioni e di tuffi, propensione a lavorare insieme ad altri, almeno un anno di esperienze significative per l’incarico. L’età minima richiesta è 18 anni.
L’ufficio del Turismo offre un contratto semestrale di 150.000 dollari australiani (= € 76.000) e mette a disposizione del Curatore una villa con piscina e golf. Il viaggio dal paese di origine al luogo di lavoro e ritorno sarà rimborsato.
L’annuncio, pubblicato il mese scorso, ha avuto in risposta 18.000 candidature da 200 paesi. Le persone interessate hanno fatto di tutto per essere notate: hanno prodotto comunicati stampa, siti Internet, videoclip, fotoreportage di attività sportive e turistiche, niente è stato evitato ai selezionatori. I termini di presentazione delle candidature saranno chiusi domenica, ma la lotta tra i pretendenti sarà dura.
Il 2 marzo prossimo 50 persone parteciperanno ai primi incontri di selezione. A partire dal 3 maggio, 11 di esse andranno nell’isola di Hamilton per il colloquio di valutazione. Il 6 maggio sarà annunciato il nome della persona assunta a termine.Copyright2009©irio , , , ,

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gestione e sviluppo 260

17/02/2009

Linguaggio del corpo e significazione dello status La gestualità, la mimica e il contatto visivo sono marcatori del livello sociale delle persone La condizione socioeconomica di una persona è determinata da numerosi fattori, quali il reddito, il lavoro e la scolarità. Influenza il cibo che quella persona mangia, gli hobby che ha, la salute che gode. Chi possiede uno status elevato viene spesso accusato di pavoneggiarsene con una serie di scelte di frequentazione e d’acquisto, che vanno dai consumi all’uso del tempo libero, alle relazioni con gli altri.
Anche il linguaggio del corpo è un rivelatore del livello socioeconomico. Lo prova una ricerca sperimentale condotta da due psicologi dell’University of California, Berkeley, Michael W. Kraus e Dacher Keltner, “Signs of socioeconomic status. A thin-slicing approach”, Psychological Science, jan. 2009.
I due ricercatori descrivono metodologia e risultati della loro indagine. Dicono di avere reclutato 100 studenti che non s’erano mai visti prima, d’avere organizzato tra loro degli incontri faccia a faccia della durata di 60 minuti ciascuno, non senza avere lasciato prima qualche minuto perché i componenti delle coppie si presentassero e decidessero di che cosa parlare. I dialoghi sono stati filmati e analizzati. Gli psicologi hanno osservato la gestualità, la mimica e la direzione dello sguardo di ogni persona, il livello d’attenzione manifestato al proprio interlocutore attraverso cenni del viso e movimenti del capo.
Hanno constatato che quelli di più elevata condizione socioeconomica erano meno attenti nell’indirizzarsi alle persone di origine più modesta, si dimenavano sulla sedia, si guardavano le unghie ed evitavano il contatto visivo durante la conversazione. Contemporaneamente le persone di status inferiore si sono mostrate attente, hanno sottolineato l’interagire con l’aggrottare delle sopracciglia, i movimenti della testa, il sorriso e la direzione appropriata dello sguardo.
Le differenze dei due comportamenti di relazione sono tanto eclatanti, che è bastato osservare qualche secondo della videoregistrazione per cogliere l’origine sociale dell’uno e dell’altro componente la coppia in dialogo, sulla base della sola gestualità.
Gli autori scrivono che la spiegazione delle differenze risale alle origini animali. Come il pavone che fa la ruota, il linguaggio del corpo del ricco vuole significare al suo interlocutore che non ha bisogno di lui, che sta bene anche da solo. I rapporti sociali invece sono necessari ai meno muniti per trovare l’aiuto di cui hanno bisogno e per risolvere i piccoli, grandi problemi della vita quotidiana.
In natura tutti gli animali dominanti hanno la priorità nell’accesso al cibo, non hanno bisogno d’essere simpatici. Quelli dominati, al contrario, devono aspettare il proprio turno per mangiare e perciò sono obbligati a rispettare i più forti.Copyright2009©irio , , , ,

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gestione e sviluppo 260

Keith Tyson, "Nature painting", 2006, acrilico su alluminio.

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16/02/2009

Preoccupati per le aziende sicuri del loro avvenire I risultati della seconda indagine internazionale BPI-BVA mostrano le inquietudini dei dirigenti aziendali per il peggioramento della condizione economica personale Les managers face à la crise” è il secondo sondaggio d’opinioni BPI - BVA, realizzato nel dicembre scorso su 8.000 dirigenti d’aziende private in 14 paesi d’Europa, Brasile, Cina, Russia e USA. E' stato rivolto a conoscere le valutazioni sulle conseguenze della crisi economica per l’attività della propria impresa, di se stessi e dei dipendenti, sul ruolo dello Stato e sulle prospettive avvenire.
Dalle risposte risulta che la crisi ha già colpito la maggior parte dei paesi e pesa negativamente sulla motivazione, sul clima e sullo stress lavorativo. E’ sentita di più nel Regno Unito, negli USA e in Brasile, in misura minore in Spagna, Cina, Russia, Romania, Francia, Italia e Germania e in modo ancora più debole in Belgio, Polonia, Svizzera e Finlandia. I comportamenti anticipatori messi in atto più spesso dalle direzioni aziendali riguardano il costo del lavoro e l’occupazione, le ristrutturazioni, l’accorciamento degli orari di attività. Finlandia, Svizzera, Belgio, Francia e Italia sono i paesi meno pessimisti e meno anticipatori.
I dirigenti esprimono un sostegno forte e senza riserve al top management, considerato l’unico modo per affrontare la recessione. Il Brasile e gli USA sono paesi in cui la fiducia nel vertice aziendale è maggiore, l’Italia e la Russia quelli in cui è minore.
L’impatto della crisi sui dirigenti stessi, in quanto dipendenti dell’azienda, è ritenuto forte da due su tre degli intervistati nel Regno Unito, in Brasile e USA, da uno su due in Francia, Italia, Russia, Spagna e Romania, da uno su quattro in Finlandia, Belgio e Svizzera. Le conseguenze si avranno sul potere d’acquisto, sul livello della pensione futura, sui risparmi, sulla stabilità occupazionale, sulle prospettive di carriera, sullo stress lavorativo.
Le situazioni più negative sono percepite negli USA, nel Regno Unito, in Francia, in Brasile, mentre appena migliori sono quelle che si aspettano in Italia, Spagna e Romania.
In Italia, in particolare, il 61% degli intervistati teme un forte peggioramento della propria condizione economica presente e futura.
I dirigenti danno un’elevata valutazione degli ambiti e dei mezzi di gestione disponibili e chiedono di comunicare meglio con la direzione, d’essere più supportati nel loro ruolo, di potere avere scambi di esperienze con altri dirigenti, di rafforzare le competenze e i sistemi di valutazione e sviluppo dei propri team.
I dirigenti si aspettano il ritorno di uno Stato interventista e regolatore, tanto più necessario a fronte dell’opinione diffusa che la crisi porterà dei cambiamenti importanti, di breve durata e non indolori.
Per il dopo recessione i dirigenti immaginano un modello di management, rivisto nelle attribuzioni organizzative per dialogare meglio nelle situazioni di maggiore conflitto con i dipendenti. Questa è la prospettiva ritenuta più probabile nel Regno Unito, in Francia, in Italia, in Russia, in Germania, in Svizzera e in Belgio.
Questi dirigenti, nonostante tutto, hanno fiducia nel loro futuro. Ritengono che la crisi servirà a fare evolvere le regole di funzionamento dell’economia, modificherà le priorità e le attese degli operatori aziendali a cominciare dai dirigenti stessi. L’ottimismo si basa sulle trasformazioni della propria professionalità, sulle prospettive del ruolo organizzativo e dell'azienda.
Il tasso di ottimismo supera l’80% in quasi tutti i paesi e solo in due, la Francia e l’Italia, è rispettivamente del 63% e del 64% ed è inferiore all’altissimo livello di autostima mostrato dagli altri.
La ricerca BPI-BVA farà piacere a molti. Rompe con le categorie più abituali dei manager impiegati, che vanno per la maggiore e dà la speranza di trovarsi difronte a dirigenti competenti, dotati dell’audacia necessaria per uscire dalla crisi.Copyright2009©irio , , , , ,

Postato da: orsola a 17:43 | link | commenti
gestione e sviluppo 260

Adesso Bush fa il conferenziere Il 17 marzo parlerà in Canada dei suoi otto anni da Presidente In tutto il mondo ci sono gli irriducibili, quelli che nonostante tutto credono nel potere sovrano ricevuto per grazia di Dio e volontà della Nazione o, peggio, apprezzano le qualità del capo che egli stesso ignora. Esemplare l’uscita di scena di George W. Bush, il cui secondo mandato è finito con l’ammissione degli errori commessi e il crollo dei sondaggi ai livelli più bassi di popolarità da 40 anni, ma che aveva vinto le elezioni due volte.
Le fotografie del congedo dallo staff della Casa Bianca ritraggono l’ex presidente in primo piano e controluce e i suoi più stretti collaboratori illuminati sullo sfondo, alla maniera dei quadri dell’ ‘800 di soggetto shakespeariano, che raffigurano la sconfitta del vecchio e l’arrivo del nuovo.
Adesso sappiamo che Bush ha una nuova occupazione, fa il conferenziere. Una società canadese, che organizza eventi, ha annunciato un discorso di George W. per il 17 marzo a Calgary, Alberta. Accompagnato dalla moglie Laura, parlerà degli otto anni passati alla scrivania della Sala ovale, nell’ufficio simbolo del massimo potere politico al mondo.  E' facile immaginare la audience. 
Nonostante tutto gli organizzatori si aspettano 1.500 ascoltatori e sembrano sapere il fatto loro. Sono esperti del settore, che hanno già realizzato incontri con Lance Armstrong, Rudy Giuliani, Colin Powell, Alan Greenspan e Bill Clinton. Quest’ultimo parlò a Edmonton nel marzo 2006 ed ebbe un compenso di 150.000 dollari, secondo i giornali canadesi.
E’ probabile che Bush riceva almeno la stessa cifra per la sua prestazione.
Se la sala sarà piena, Bush potrà essere invitato a ripetere la prova. Copyright2009©irio , , ,

Postato da: orsola a 11:43 | link | commenti
societa 295

13/02/2009

All’origine della manipolazione manageriale I comportamenti paradossali di gestione delle Risorse umane nell’interazione lavoro-benessere Siamo passati troppo in fretta per accettarlo dalla religione del lavoro alla flessibilità del lavoratore, oggi a libro paga, domani non si sa. Superati gli astratti furori della fine del lavoro e dell’ozio creativo, siamo ripiombati nel lavoro necessario alla sopravvivenza, che sottutilizza le competenze, la scolarità, il potenziale delle persone e discrimina per appartenenza, sesso, etnia, luogo di nascita, facendo balenare ai sempre meno e peggio occupati l’illusione che sia necessario lavorare di più per stare meglio e che stiamo costruendo la società dell’iperindividualismo.
Infelici e scontenti, quelli che il lavoro ce l’hanno scoprono presto la realtà dei discorsi manageriali, le incoerenze e le incompatibilità interne, il comportamento di chi propugna l’autonomia del lavoro, ma fissa obiettivi da raggiungere, chiede l’allineamento dei dipendenti fino sui valori, valuta le prestazioni in rapporto alla produttività collettiva, pretende trasparenza e non comunica.
Queste contraddizioni hanno cause e conseguenze diverse, che si prestano a differenti interpretazioni. Michela Marzano, ricercatrice del CNRS e professore di filosofia, compie un’analisi deconstruzionista del linguaggio manageriale e trova che la sostanza della vita in azienda non è cambiata con l’evoluzione del taylorismo, che è stata compiuta più al servizio dei dividendi degli azionisti che del benessere dei lavoratori. Nel libro “Extension du domaine de la manipulation”, Grasset, Paris, 2008, sostiene che «la religione del lavoro è la risposta angosciata dei Moderni alla svalutazione delle virtù, iniziata dai moralisti francesi del XVII° secolo” e segna un approccio economicista del mondo, che uno slogan da manuale di management potrebbe riassumere con “Adam Smith ne ha sognato, i responsabili delle Risorse umane l’hanno fatto!”.
Il perché, secondo l’autrice, sta nel fatto che le aziende sono sempre state luoghi di abuso del potere, la novità attuale è “la tentazione di mascherare – per mezzo del nuovo linguaggio manageriale – i nuovi abusi”. Il riferimento economicistico, i modelli aziendali e le politiche delle Risorse umane si sono estese a più ampi terreni di manipolazione, che riconoscono il compimento di sé nel lavoro e la subordinazione di tutto il resto a quello che è il valore aggiunto dato dall’attività umana nella produzione.
Il lavoratore ha il benessere a portata di mano, dei successi e delle sconfitte, che ottiene in attività dotate di autonomia e libertà professionale, è il solo responsabile. Chi si realizza nel lavoro è il nuovo eroe riconosciuto dalla società, è il senso della manipolazione manageriale.
Il peggio di questa per Michela Marzano sono quelle conciliazioni tra autonomia e conformismo in azienda, tra vita lavorativa e vita sociale, che tecniche come il coaching vorrebbero realizzare.
“Colpevolizzati dalle chiacchiere alla moda, che cercano di renderli responsabili delle proprie ’carenze’, sempre più persone credono di trovare nel coach qualcuno capace di aprire le porte del successo”.
I manager finiscono con l’essere artefici e vittime di questa manipolazione e dei suoi misfatti: la visione monocentrica dei problemi, il coinvolgimento totale e senza valvole di sfogo negli obiettivi, le crisi familiari e identitarie frequenti sono i prezzi che pagano e che la crisi può aiutare a comprendere.
Il libro di Marzano è una bella argomentazione filosofica, che affascina e insieme risulta un po’ debole nello spiegare le cause della manipolazione e della configurazione del sistema di potere manageriale. E’ un’utile occasione per riconoscere i comportamenti di direzione aziendale all’origine della recessione.
Copyright2008©irio , , ,

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fondamenti 91

12/02/2009

Bonus milionari per 700 dipendenti di Merrill Lynch Mentre la banca d’affari falliva la direzione ha dato 3 miliardi e 600 milioni di dollari a tutti i suoi dirigenti Il procuratore generale dello Stato di New York, Andrew Cuomo, ha inviato ieri una lettera al presidente della Commissione per i servizi finanziari della Camera dei rappresentanti, Barney Frank. Lo informa che qualche giorno prima di essere assorbita dalla Bank of America per evitare il fallimento, quando il governo americano correva in soccorso dei suoi clienti e azionisti, i quattro top manager della Merrill Lynch, guidati dal Ceo John Thain, avevano deciso di versare a circa 700 persone i bonus di fine d’anno.
Il comitato direttivo aveva assegnato ai suoi quattro componenti premi per 121 milioni di dollari.
I quattro primi riporti hanno avuto 62 milioni e i sei loro collaboratori diretti 66 milioni. 44 dirigenti hanno avuto complessivamente 250 milioni per le loro performance.
I 149 bonus maggiori hanno rappresentato 858 milioni. 696 alti funzionari hanno avuto compensi pro capite da un milione in su.
I bonus sono stati consegnati prima della data abituale, perché la Bank of America non aveva ancora il controllo della Merrill Lynch fino al 31 dicembre 2008 e non poteva stabilire che questa aveva accumulato perdite per 15 miliardi e 300 milioni nel quarto trimestre e per oltre 27 miliardi nell’anno.
La dimensione della voragine di bilancio è stata resa nota il 16 gennaio 2009 e il governo Bush ha deciso poco dopo di investire 20 miliardi di dollari per il riequilibrio dei conti e di offrire una garanzia di 185 miliardi contro le future perdite di portafoglio.
L’unità investigativa di Cuomo ha provato a scoprire eventuali complicità del management di Bank of America. Ma si è dovuta limitare a constatare che Merrill Lynch era un’azienda indipendente quando aveva deciso l’elargizione milionaria. Il top management di Bank of America nel 2008 non aveva avuto bonus e il suo primo livello di riporto aveva visto ridurre dell’80% i premi annuali di performance.
Sono informazioni rivelate qualche ora prima dell'audizione dei dirigenti delle principali banche americane davanti al Congresso. Ce n'è abbastanza per capire che anche il caso Madoff, scoperto dopo, non è isolato, ma che queste condotte di illecito arricchimento non possono essere efficacemente sanzionate. Restano l'indignazione e la riprovazione morale dei troppi danneggiati, come magre consolazioni personali . Copyright2009©irio , , ,

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gestione e sviluppo 260

Dà un bacio al Presidente Un videogioco sfida a baciare Obama il maggior numero delle volte possibili in 30 secondi La luna di miele fra Obama e gli Americani è in pieno svolgimento. L’opposizione dei Repubblicani al piano di rilancio da 838 miliardi di dollari ha avuto l’effetto, stando agli immancabili sondaggi, di aumentare ancora il livello di fiducia riscossa dal neopresidente con il risultato elettorale.20090211_michelle-obama-vogue
Tra i tanti segnali minori c’è anche la copertina di “Vogue”, dedicata a un’elegantissima Michelle Obama per cancellare certi abbigliamenti criticati, indossati nelle numerose apparizioni pubbliche della first lady, durante i comizi del marito e per la giornata dell’insediamento.
Il Presidente coltiva questo clima favorevole e ha preso l’abitudine d’incontrare almeno una volta alla settimana gli abitanti delle province lontane dalla capitale. E’ stato nell’Indiana, a Camp David, in Florida, nell’Illinois. Quando ha annunciato che il Senato aveva approvato il piano, a Washington l’esplosione di entusiasmo della folla è stata tale da sorprendere il suo stesso staff, ha detto il portaparola Robert Gibb.
Non sorprende perciò che online sia in circolazione “Kiss President”, probabilmente concepito dallo stesso gruppo di creativi, che avevano fatto “Sock and awe” due mesi fa contro Bush. Il nuovo gioco invita: "No shoes, just kisses!" Ha il titolo in caratteri floreali con una bocca da baci disegnata in una P flessuosa. Obama è dietro al solito podio presidenziale, esageratamente ampio, che a scanso d’equivoci, ha lo stemma con la scritta e l’aquila ufficiale.
Se del Presidente si vede il viso e mezzo busto, di spalle c’è la capigliatura e la mezza schiena di una giovane che vorrebbe baciarlo. Obama infatti si muove in modo rapido e imprevedibile e sembra intenzionato a sottrarsi ai baci non richiesti.
Ogni 30 secondi si può giocare una manche. Bisogna allenarsi all’assalto amoroso perchè abbia successo. Nei primi tre tentativi abbiamo totalizzato sempre O, come è risultato dal contatore in colore fucsia, a sinistra del giocatore. Abbiamo dovuto riprovare una quarta volta per avere successo.
Ma chi avrebbe voglia di baciare il Presidente americano non perda l’occasione. Anche i giochi di propaganda servono a rilevare l’atteggiamento favorevole e il numero dei sostenitori.Copyright2009©irio , , , , ,

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politica 137

11/02/2009

Cervelli per la guerra delle idee L’Europa ha un numero di “think tank” inferiore di un terzo a quello dell’America, ma solo gli Inglesi e i Tedeschi sanno davvero utilizzarli Il think tank è un centro per la produzione di idee, che ha fatto la sua apparizione negli anni ’80 in Occidente, specializzandosi nell’elaborare soluzioni politiche, aumentando di numero e potenza nel mondo intero. Dotato di un proprio gruppo di esperti dediti alla ricerca e alla comunicazione, fornisce riflessioni, analisi e consigli ai governi, ai politici e all’opinione pubblica in generale. Ce ne sono attualmente 1.750 negli USA, 1.200 in Europa, ma non ne mancano in Cina, in India e in Russia. Si caratterizzano per autonomia intellettuale e assenza di legami con interessi specifici. Hanno per scopo di agire secondo una concezione del bene pubblico, opposto a scopi commerciali e di lucro.
A descrivere il fenomeno, a ricostruirne i fini e le condotte, a censirne il numero, le caratteristiche e le ragioni costitutive, provvede la seconda edizione riveduta del libro di Stephen Boucher e Martine Royo, “Think tanks, cerveaux de la guerre des idées”, Le Félin, Paris, 2009. Direttore della Fondazione europea per il clima il primo, giornalista economica e collaboratrice di numerose ONG la seconda, i due autori hanno voluto mettere in evidenza che l’Europa è in ritardo sul mercato delle idee e nella corsa alla diplomazia intellettuale rispetto agli USA, perché, spiegano, non c’è ancora un comune interesse degli Europei. Il che contrasta con la necessità di costruire istituzioni e di produrre idee per coordinare meglio le politiche economiche, nel momento in cui tutta l’America si riunisce intorno al presidente neoeletto Obama per un più intenso sforzo comune di uscita dalla crisi.
C’è in Europa, dimostrano i due autori, una diffusa mancanza di fiducia dello Stato nella società civile e questa ha la tendenza ad adagiarsi sul fatto che quello ha propri centri di produzione delle idee. Il risultato è che i think tank producono ricerche e proposte con una visione nazionale e di fornitura di qualche suggerimento operativo. Pochi si impegnano a dire la loro con la comunicazione e la pressione sociale. Operano tutt'al più come sottolobbying e giustificano la relativizzazione del potere, attuata da qualche capo di Stato, che li tratta come ricercatori individuali e preferisce a loro suggeritori accademici e quegli attori sociali che possono essere coinvolti subito in negoziati.
La società civile europea si è fatta spesso condizionare dall’idea che lo Stato poteva fare tutto. Ben differenti sono stati i comportamenti del Regno Unito e della Germania. “Quando le grandi istituzioni private tedesche pubblicano le previsioni economiche, la Bundesbank trema”. Gli Inglesi, che sono i meno eurofili, hanno a Bruxelles il maggior numero di think tank  e sono i più influenti negli organismi comunitari.
“Les think tanks”descrive la nascita e lo sviluppo dei laboratori d’idee, nuovi attori della democrazia contemporanea e il loro peso nelle situazioni di crisi internazionali. Confronta il modo d’agire dei diversi paesi del mondo e approfondisce le differenze tra l’abuso americano dei documenti forniti da questi centri e il peso maggiore della lobbying nelle attività europee. Propongono una riflessione e un dibattito sul migliore utilizzo dei laboratori di idee per aumentare la trasparenza e la velocità delle decisioni a livello dell’UE.
Il censimento dei think tank europei ha anche una scheda per l’Italia, che è tra i 21 Stati membri i ad averne. I nostri centri elencati sono pochi: solo 8 sui 1.200 esistenti nell’UE. 6 beneficiano di un finanziamento statale, dal ministero degli Affari esteri.
I think tank italiani, secondo i due autori, sono l’IAI (Istituto affari internazionali), l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), la SIOI (Società per l’organizzazione internazionale), il CESPI (Centro studi politica internazionale), la Fondazione Rosselli, il Centro Einaudi,  l’Istituto di ricerca Cattaneo e il CENSIS.Copyright2009©irio , , ,

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societa 295

10/02/2009

Diminuiscono le rimesse dei migranti La crisi economica riduce il contributo economico inviato dai lavoratori all’estero nei paesi d’origine Nel 2007 i 200 milioni di lavoratori emigrati nei paesi a economia avanzata erano riusciti a inviare a casa 337 miliardi di dollari. Nel 2008 si aspettava un monte rimesse complessivo di 283 miliardi, ma dopo un primo semestre positivo ce n’è stato uno caratterizzato dall’aggravarsi e dell’allargarsi della crisi. Le stime dell’ONU, della Banca mondiale e del Fondo internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura sono peggiorate. Si ritiene che i trasferimenti cadranno dal 2% del PIL dei paesi destinatari nel 2007, all’1,8% di quest’anno.
Nel 2009 il rallentamento dovrebbe accentuarsi. Gli esperti ritengono che la riduzione del volume delle rimesse scenderà di un altro 1%, secondo gli ottimisti e fino al 6%, secondo i pessimisti. Il flusso di danaro è diminuito non per numero di invii, rimasti pressoché invariati, ma per valore pro capite. Invece dei 200-250 dollari dell’importo medio mensile di ogni rimessa si è passati a 180-220.
All’origine del fenomeno ci sono la minore occupazione e il minore reddito degli emigrati, complicati dall’indurimento delle politiche di accoglimento di alcuni paesi d’Europa e degli USA, che non permettono di compensare i mancati invii degli emigrati ritornati in patria con un turnover positivo di nuovi arrivi. Questi non rappresentano più ormai che il 2% in America, il 4% nell’UE e il 5% nei paesi del Golfo Persico. Stanno aumentando i lavoratori irregolari, con tutti i problemi connessi, di cui le rimesse alle famiglie sono solo uno degli aspetti.
La riduzione dei trasferimenti avrà conseguenze negative per i paesi in cui le popolazioni vivono sotto la soglia di povertà, come il Ghana, il Bangladesh, l’Uganda, ma anche quelli dell’America Latina, come il Messico e il Guatemala, aggraverà le responsabilità e l’interesse dei paesi ricchi nell’aiuto allo sviluppo dei paesi poveri o ad economia emergente, unica politica efficace per regolare i flussi migratori nel mondo.Copyright2009©irio , , ,

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politica 137

09/02/2009

Progetto del governo indiano per un pc a 15 euro Strumento per migliorare la formazione di oltre 600 milioni di giovani Si chiamerà “Sakshat” (che in hindi significa: davanti ai tuoi occhi) il dispositivo informatico progettato da alcune università indiane su committenza e sostegno economico del governo. Sarà realizzato entro sei mesi, secondo il ministro dell’istruzione superiore Rameshwar Pal Agrawal. Avrà due gigabyte di memoria e potrà connettersi a Internet immediatamente. Sarà lo strumento simbolo di quella nuova politica della formazione, dotata di un budget di 950 milioni di dollari (= €727 milioni) per un programma d’istruzione che in cinque anni dovrà ridurre il digital divide tra le aree rurali prive di buoni sistemi di elettricità e perciò con poco accesso al Web e le aree più dotate del subcontinente asiatico.
Il governo indiano punta sul potenziale di quasi 600 milioni di giovani, presenti spesso nelle zone più isolate del territorio, ma una risorsa straordinaria per età, inferiore ai 25 anni e capacità d’impegno nell’apprendimento, punti di leva della formazione e della crescita economica.
“Sakshat” serve ancora a rinforzare la reputazione, che l’India ci tiene ad avere di paese capace di produrre innovazione tecnologica a basso costo. Qui il governo è già impegnato nel sostenere l’industria automobilistica locale con il progetto “Tata Nano”, l’automobile più economica del mondo, che sarà in vendita a 2220 dollari (= €1700). Adesso ha per obiettivo di costruire quest’anno un milione e centomila pc o sistemi informatici, che chiamare si vogliano, strumenti prodotti senza fine di lucro, ma con un altissimo scopo di conoscenza e qualificazione lavorativa.
Il progetto del ministero dell’istruzione superiore vuole essere ancora più competitivo di quelli già realizzati fuori dall’India. Sono i casi del Laptop XO, realizzato dall’iniziativa OLPC (One laptop per child), guidata da Nicholas Negroponte, venduto a 100 dollari, frutto di una catena di solidarietà internazionale dei paesi avanzati nell’abbattere il prezzo di vendita da quello di produzione di 220 dollari, del Classmate di Intel e dell’Eee (Easy to learn, easy to work, easy to play), il pc dell’Asustek, entrambi venduti a prezzi superiori ai 200 dollari.
Il progetto indiano è perciò una sfida su più fronti dell’economia e dello sviluppo sociale. Molti degli stessi patrocinatori di altre iniziative sono scettici e parlano di sogni irrealizzabili o di generose illusioni a proposito della produzione di una specie di pc, da vendere a 20 dollari (= €15,40). Agrawal è sicuro di sè e cita i dati del suo piano di produzione, anzi attizza il fuoco dell’invidia dei filantropi concorrenti, azzardando che, secondo i calcoli più cauti il prezzo è quello già detto, ma altre università progettiste puntano alla metà.Copyright2009©irio , , , ,

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formazione 112

06/02/2009

E’ solo questione di tempo ”Il curioso caso di Benjamin Button” attribuisce all’asincronia delle relazioni il fallimento della vita. Ieri sera all’UCI Cinema Meridiana di Casalecchio di Reno, un non luogo all’estrema periferia bolognese, dotato di dieci sale da proiezione, La Repubblica e Fanaticaboutfilms hanno presentato in anteprima italiana “Il curioso caso di Benjamin Button” del regista americano David Fincher.
Il film che ha ricevuto 13 nomination agli Oscar, sviluppa il tema, caro alla cinematografia hollywoodiana degli anni ’50, dell’eroe letterario come pagina bianca impressa dalla quotidianità e dagli anni di routine. Gode di una straordinaria campagna di pubblicità e PR della Warner Bros, che vuole evitare la tiepidezza con cui il pubblico ha accolto le ultime opere del regista, che qui ha deciso di stupire con effetti speciali.
Una multisala, macchina per il godimento indifferenziato di qualunque film, è il posto adatto per testare questo tipo di bestseller, troppo complesso per diventare popolare e troppo tecnologico per non avere audience sterminate, come in Francia, dove le proiezioni sono partite già da qualche settimana. Una rappresentazione anticipata nel Centro-Nord Italia può aiutare ad accogliere un film barocco, dai molteplici aspetti, facendo verificare su quale di essi puntare per una distribuzione efficace.
Infatti “Il curioso caso di Benjamin Button” aiuta a constatare, anche con l’aiuto dell’ambiente della prima serata, la differenza tra realtà e rappresentazione, spinge a riflettere sulla bellezza che svanisce e ritorna, fa capire che cosa è una vita vissuta nel proprio tempo con un altro sé, dà evidenza al dramma di un aspetto fisico in ritardo, in anticipo e solo per poco sincrono con quello del proprio oggetto d’amore. Un dramma profondo sentito da Benjamin Button (Brad Pitt) e Daisy (Cate Blanchet).
La storia del film è ispirata a un racconto breve, scritto da Francis Scott Fitzgerald nel 1922. Narra il destino di un bambino nato con l’aspetto di un ultrasettantenne e che assume in sessanta anni progressivamente i tratti di un neonato, una vita in cui il passare del tempo ha un effetto ringiovanente e l’amore conosciuto a venti anni, quando ne dimostra cinquanta, non è in linea con il suo tempo e la sua esperienza.
Fincher ne ha fatto un film spettacolare, supertecnologico e che recupera i modi d’espressione hollywoodiani dell’età dell’oro, intimista e introspettivo, ma anche affresco storico dell’America dal 1918 all’uragano Katrina dell’estate 2005.
La storia incomincia proprio a New Orleans durante il cataclisma, che quattro anni fa si abbattè in quell’area degli Stati Uniti. Ci mostra le immagini di una vecchia morente a cui con brusco salto segue la rappresentazione di un orologiaio cieco, che alla fine della prima Guerra mondiale sta costruendo un orologio per la stazione ferroviaria della città. Prima dell’installazione l’artigiano sa che il figlio è morto in guerra. Il giorno dell’inaugurazione del nuovo orologio egli mostra alle autorità che le lancette girano al contrario sul quadrante.
Sono due sequenze che danno la chiave di lettura del film e della vita del protagonista: le vicende individuali e le storie collettive sono un percorrere a ritroso il tempo e un andare contro il buon senso. Ogni narrazione del passato è una traduzione falsificatrice di quello che è veramente accaduto.
Benjamin Button è l’emblema di un mondo in cui la realtà non può essere mai descritta in modo certo.
Benjamin viene al mondo e la madre muore nel darlo alla luce mentre l’orologio della stazione inizia a segnare il tempo al contrario. Ha 80 anni alla nascita e il padre lo abbandona sulla soglia di una casa di riposo, dove c’è un’addetta di colore che desidera disperatamente d’avere un figlio. Queenie (Taraji P. Henson), così si chiama la donna, adotta lo strano neonato, dal metabolismo rovesciato.
Il film descrive questo ringiovanimento dell’aspetto con l’invecchiamento anagrafico, le persone che conosce e gli amori che trova. Fincher procede avanti e indietro nella storia, alternando trucchi da computer, maschere di plastica e recitazione del protagonista con il ricordo ovattato del passato degli attori che mette insieme e di quello che succede nel loro ambiente, girati in color seppia.
Nelle nomination ci sono anche quelle per il miglior trucco e per i migliori effetti speciali, ma proprio quest’abbandonarsi alle manipolazioni fotografiche e ai trucchi blocca il coinvolgimento dello spettatore nelle domande, che attraversano il film: “Come si comporterebbe un vecchio con la testa di un bambino? E come un giovane con l’esperienza di un vecchio?” .
Il “motion capture”, l’alterazione progressiva del viso di Brad Pitt risulta dominante, la recitazione e la messa in scena vengono dopo, mancano la spontaneità e l’effetto di “Seven”, dove molto era accennato e l’interpretazione dello spettatore doveva solo verificare alla fine la coincidenza con la spiegazione fornita dal regista.
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societa 295

05/02/2009

Bill il soccorrevole distribuisce dollari in piena Manhattan E’sufficiente incontrarlo per le strade di New York, Washington, Boston o Philadelfia per potere ottenere un piccolo aiuto economico In tempo di recessione la solidarietà e la filantropia assumono mille facce e trovano altrettante giustificazioni. I dirigenti della Deutsche Bank, che per la prima volta ha il bilancio rosso, possono conservare i privilegi, altrimenti abbandonano la direzione e provocano conseguenze catastrofiche sui destini di quelli che con la banca hanno avuto a che fare e di quelli che non c’entrano. I sindacalisti inglesi, dopo le manifestazioni xenofobe di Lindsey, sfuggite nel paese più multietnico del mondo, possono ergersi a campioni dei diritti negati ai lavoratori italiani dell’Irem. Warren Buffet può presentare un’offerta per Swiss-Re e aumentare le sue donazioni miliardarie per beneficenza. Ci sono poi quelli, che, come diceva Sciascia, fanno o tollerano che sia fatto il male perché ne venga il bene.
Non ci si meraviglia più di niente, neppure di un uomo, vestito di un giubbotto nero, protetto da un cappuccio di lana e occhiali scuri che in Times square, nel centro di Manhattan, distribuisce ai passanti biglietti da 50 dollari. Soldi veri, come direbbe il nostro presidente del Consiglio, dati a chi li chiede in modo convincente.
Il generoso personaggio ha una borsa piena di biglietti verdi, è protetto da quattro guardie del corpo, è aiutato da un cameraman e da un assistente. Si presenta come “Bailout Bill”. Il soccorrevole è passato di colpo dall’anonimato più assoluto alla massima notorietà. C’e gente che ha fatto più di cinque ore di attesa nel gelo newyorkese per poterlo incontrare o almeno vederlo all’opera.
Bill è in strada per soccorrere quelli che hanno bisogno. Basta presentarsi, dire le proprie ragioni e si può ottenere una somma da 50 a 300 dollari. Un disoccupato di Macy’s da dicembre ha ottenuto il primo importo, un prossimo orfano di una madre morente ne ha avuti 150. Le richieste e le elargizioni vengono video registrate integralmente.
Bill non è un benefattore. Sta lanciando un sito Internet di piccola pubblicità www.bailoutbooth.com. Ha stanziato 500.000 dollari per farlo sapere in giro. Con questo obiettivo ha deciso di trascorrere tre giorni per dare danaro ai passanti di New York e altrettanti per darne a quelli di Washington, Boston e Philadelfia.
“Invece di spenderli per uno spot televisivo durante il Superbowl, ho pensato che era meglio dare un piccolo aiuto economico a chi ne ha più bisogno”.
Le registrazioni video saranno usate come testimonial della sua campagna di comunicazione. Le agenzie di stampa e i mass media ne parlano. Carità pelosa per uscire dalla marmellata pubblicitaria?Copyright2009©irio , ,

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societa 295

Hirohiko Araki, "Rohan au Louvre", 2008, inchiostro di china e gouache.

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04/02/2009

Direttiva europea contro il lavoro degli immigrati irregolari Sanzioni amministrative e penali per i datori di lavoro che impiegano manodopera clandestina Ogni anno arrivano nell’UE tra i 3 milioni e mezzo e gli 8 di lavoratori provenienti dai paesi extracomunitari. Sono persone in posizione illegale, che aspirano a conquistare condizioni di vita dignitose, simili a quelle dei cittadini dei paesi di ingresso e che, per la   mancanza di documenti o permessi di soggiorno, diventano spesso vittime di sfruttamento, hanno paghe da 30 euro al giorno, svolgono attività per  12-16 ore al giorno, mancano di ogni sicurezza nel lavoro, subiscono violenze di caporali e  soprusi perfino di organi pubblici.
Gli Stati dell’UE hanno adottato misure normative differenti per combattere questi fenomeni, ma maggiore o minore severità sanzionatoria e applicazione coerente che esse abbiano, non ci sono stati effetti significativi. Si calcola che gli immigrati irregolari aumentino ogni anno di 350-500 mila persone e che il loro lavoro contribuisca in gran parte a quell’economia sotterranea, che vale tra il 7% e il 16% del PIL  comunitario.
Il Parlamento europeo ha perciò avvertito l’esigenza di una legislazione armonica in materia di immigrazione illegale, che faccia parte di una strategia e di programmi comuni, di orientamento normativo e d’azione.
In questo quadro rientra la Direttiva che si discute in questi giorni a Strasburgo. Sottopone al vaglio degli europarlamentari un testo in 18 articoli, che vieta l’impiego di cittadini, provenienti da paesi extracomunitari e soggiornanti illegalmente nell’UE, stabilisce norme minime comuni relative a sanzioni e provvedimenti applicabili nei confronti dei datori di lavoro, che violino tale divieto.
La Direttiva impegna gli Stati a obbligare i datori di lavoro perchè chiedano ai cittadini di paesi fuori dall’UE prima di assumerli, di presentare il permesso o altra autorizzazione di soggiorno, a tenere o a registrare una copia di tali documenti almeno per la durata del periodo di lavoro per poterli esibire durante le ispezioni delle autorità nazionali competenti. I datori di lavoro devono informare queste  autorità  sull’impiego di un qualunque cittadino proveniente da un paese extracomunitario entro i termini fissati dagli Stati.
A livello nazionale questi possono stabilire una procedura semplificata di notifica se il datore di lavoro è una persona che assume a fini privati. I datori di lavoro che adempiono a queste disposizioni non potranno essere considerati responsabili di infrazioni al divieto d’impiegare immigrati clandestini, a meno che non sappiano che i documenti presentati dal lavoratore sono falsi.
Gli Stati dovranno adottare le misure necessarie perchè quelli  che impiegano manodopera extracomunitaria illegale, ricevano sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive. Saranno possibili provvedimenti finanziari progressivi in funzione del numero di cittadini extracomunitari impiegati illegalmente e potranno essere pagati i costi del rimpatrio. Le persone che impiegano a fini privati e se “non sussistano condizioni lavorative di particolare sfruttamento” potranno avere sanzioni ridotte.
I datori di lavoro dovranno pagare ai cittadini  illegalmente impiegati, provenienti da paesi extracomunitari,  le retribuzioni arretrate, in misura corrispondente a quanto stabilito dalla legge, dagli accordi collettivi o dalle prassi dei settori produttivi interessati. Ma dovranno anche versare allo Stato in cui operano un importo pari alle tasse e ai contributi previsti in caso di assunzione legale, con more e sanzioni amministrative eventuali. Saranno a loro carico anche i costi per l’invio delle retribuzioni arretrate nel paese in cui il lavoratore è stato rimpatriato.
A seconda dei casi, gli Stati dovranno adottare le misure necessarie perchè un datore di lavoro sia escluso dal beneficio di alcune o di tutte le prestazioni, le sovvenzioni o gli aiuti pubblici, compresi i fondi UE gestiti dagli Stati e dalla partecipazione agli appalti pubblici, per un periodo fino a cinque anni.
In base alla Direttiva, gli Stati dovranno garantire che sia punibile come reato la violazione consapevole del divieto di assumere immigrati illegali e siano considerate aggravanti la reiterazione, l’impiego simultaneo di più immigrati irregolari, le situazioni di particolare sfruttamento, l’impiego di una vittima della tratta di essere umani o di un minore. Sono punibili come reati anche l’istigazione, il favoreggiamento e la complicità nel compiere tali atti criminali.
Gli Stati dovranno rendere disponibili meccanismi efficaci per consentire ai cittadini di paesi extracomunitari impiegati illegalmente di presentare denuncia contro i datori di lavoro. Aggraveranno il reato una “situazione di particolare sfruttamento” o l’impiego illegale di un minore.
Gli Stati dovranno garantire che siano effettuate “ispezioni efficaci ed adeguate sul loro territorio” per controllare l’impiego di cittadini di paesi extracomunitari in posizione irregolare. Tali ispezioni, dovranno basarsi su una valutazione dei rischi effettuata dalle autorità statali competenti.
Entro tre anni dalla applicazione della Direttiva, e poi ogni tre anni, la Commissione dovrà presentare al Parlamento e al Consiglio europeo una relazione che proponga la modifica delle disposizioni sulla sanzioni finanziarie e amministrative.
La Direttiva si pone in una logica di contenimento repressivo dell’immigrazione illegale. Richiede perciò un efficiente apparato di controllo, che finora molti paesi dell’UE, compreso il nostro, non hanno dimostrato di possedere.
Se nei prossimi anni, come dicono tutte le previsioni,  la crisi dell’economia mondiale si aggraverà e ulteriori flussi di migranti dai paesi poveri si dirigeranno verso quelli dell’UE più ricchi., sarà necessaria una struttura ispettiva e sanzionatoria, come quella realizzata dagli USA sul confine con il Messico. Si ricordi che, nonostante quel sistema di vigilanza, negli ultimi cinque anni sono entrati illegalmente in America oltre un quarto dei “disperati” che c’hanno provato.
Insomma la Direttiva propone un’organizzazione costosa, non del tutto efficace e che può condurre a una violazione massiccia dei diritti umani. Non può essere accettata che come  un primo passo emergenziale.
Sarà necessario quindi che il Parlamento europeo incominci a sostenere un’ipotesi di collaborazione tra tutti i paesi a economia avanzata per impostare un programma di sviluppo dell’economia mondiale e una nuova divisione del lavoro sul pianeta, in vista di un rallentamento dei ritmi migratori in atto e di una loro regolazione internazionale a breve.Copyright2009©irio , , ,

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occupazione 109

Benefici cognitivi del rapporto con la Natura La vita in città interferisce con le capacità di concentrazione e di autocontrollo Gli ambienti urbani influenzano i processi mentali di base. Dopo qualche minuto in una strada affollata il cervello è meno in grado di organizzare nella memoria le informazioni ricevute. Cemento, vetrine, luci e traffico incidono sulla salute mentale e fisica fino a cambiare il modo di pensare. Lo scrive un trio di ricercatori dell’University of Michigan, coordinati dallo psicologo Marc G. Berman, nel rapporto “The cognitive benefits of interacting with nature”, Psychological Science, 19.12, 15 dec. 2008.
I ricercatori hanno condotto due esperimenti di laboratorio per confrontare gli effetti dell’ambiente urbano e di quello naturale sulle più alte funzioni mentali. Alla prima prova hanno partecipato 38 studenti, 23 donne e 15 uomini con un’età media di circa 23 anni e alla seconda prova hanno partecipato 12 studenti, 8 donne e 4 uomini, con una età media di circa 25 anni.
Al primo gruppo è stato chiesto di passeggiare a caso per 50-55 minuti in un parco vicino al campus dell’università, percorrendo poco meno di tre miglia. Dopo la passeggiata gli studenti sono tornati nel laboratorio di psicologia e hanno risposto a dei test sottoposti dai ricercatori per verificare quanto fosse stata attiva l’attenzione durante il tempo passato nel parco. Dopo una settimana sono stati intervistati nella stessa sede sulla stessa passeggiata.
L’analisi delle risposte ricevute ha mostrato un miglioramento delle abilità attentive. La vita in ambiente naturale non necessita di risposte emotive negative e il meccanismo mentale che riguarda l’attenzione può distendersi in profondità, spiegano i ricercatori. E’ stata questa la prima conclusione.
Al secondo gruppo è stato chiesto di osservare delle riproduzioni di ambienti naturali della Nuova Scozia e di situazioni urbane di Detroit e Chicago. Anche qui gli studenti hanno poi reagito a dei test d’attenzione e la settimana successiva sono stati intervistati sull’osservazione degli stimoli visivi.
Quando si passeggia in città, è stata la seconda conclusione dei ricercatori, il cervello è sempre alla ricerca delle minacce potenziali e deve gestire la molteplicità di stimoli della vita urbana. Il fatto di prestare attenzione consuma una gran quantità della sua potenza di trattamento.
La ricerca ha confermato la teoria cognitivista del ristabilimento dell’attenzione, ART, che considera l’ambiente uno dei fattori principali di miglioramento delle capacità attentive finalizzate al controllo delle reazioni.Copyright2009©irio , , ,

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fondamenti 91

03/02/2009

Business school fonti di reclutamento per le aziende globali Pubblicata la 18ª edizione di “QS Global 200 top MBA 2009”, che identifica le scuole più apprezzate dai top manager di cinque continenti Anche quest’anno QS, la società americana di consulenza nel settore dell’education, ha realizzato la sua indagine presso i datori di lavoro delle aziende globali operanti nei cinque continenti per sapere quali business school erano state utilizzate per reclutare, di quali di esse erano rimasti più soddisfatti per la formazione ricevuta dagli allievi e quanti di essi avevano ottenuto riconoscimenti per le performance rese.
Ne è venuto fuori un giro del mondo degli MBA più accurato degli altri e compilato in base alle opinioni di 604 top manager di 42 paesi. I datori di lavoro intervistati reclutano i giovani in carriera in non meno di 200 business school e solo un terzo di esse è citato da oltre il 20% dei capi azienda che hanno risposto alle tre questioni chiave.
Negli USA tra le prime dieci business school preferite dai reclutatori ci sono nell’ordine Harvard, Wharton, Kellog, Columbia, Stanford, Chicago, MIT e Berkeley.
In Europa l’INSEAD e la London Business School sono largamente in testa a parità di punteggi con le scuole americane più quotate.
Ci sono poi, tra quelle apprezzate da oltre il 20% dei capi azienda l’inglese Oxford, la francese HEC, le spagnole IESE e ESADE, la svizzera IMD, l’italiana SDA-Bocconi. Nella classifica sono anche presenti, a distanza, il MIP Politecnico di Milano e, a distanza di gran lunga maggiore  la LUISS business school.
Per la formazione al management internazionale si piazza prima l’INSEAD, che precede Thunderbird e Wharton. Per la finanza, Wharton, London Business School e Harvard sono il trio vincente.
Per la strategia si distinguono Harvard, INSEAD e Wharton.
La classifica QS è un servizio di consulenza al reclutamento. Come tale è molto analitica e distingue le business school in graduatorie per la formazione alla leadership, all’imprenditorialità, alla logistica, all’e-business e ai sistemi informativi, alla finanza aziendale.
Rappresenta una buona base d’informazione per un giovane, che voglia scegliere avendo come obiettivo di incominciare a lavorare in un’azienda all’altezza della sua ambizione.Copyright2009©irio , , ,

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formazione 112

La paura della disoccupazione alimenta la xenofobia Crescono le proteste degli inglesi contro gli italiani e degli irlandesi contro i polacchi, accusati di rubare il lavoro Mercoledì scorso il blocco delle attività nella raffineria Total a Lindsey nel Lincolnshire, una delle aree economicamente più deboli nel Nord-est del Regno Unito, è stata una sorpresa. I lavoratori di quell’impianto erano scesi in sciopero dopo l’assegnazione di un appalto alla siracusana Irem, che per il lavoro aveva portato 300 dipendenti, per l’80% italiani e per il resto portoghesi.
L’appalto era stato vinto regolarmente in dicembre, come hanno dichiarato il primo ministro inglese Gordon Brown e il ministro delle attività produttive Peter Mandelson, che si sono trovati difronte a una presunta “discriminazione dei lavoratori britannici”, denunciata dagli scioperanti. Ma l’accusa non è stata neppure superata dall’invito della Total a presentare domande di assunzione, rivolto ai lavoratori del Regno Unito, che sarebbero stati i preferiti per tutte le nuove eventuali necessità.
Lo sciopero spontaneo si è allargato subito a una decina di raffinerie, rigassificatori e centrali elettriche e ha raggiunto in meno di una settimana anche due centrali nucleari.
Gli scioperanti si sono rivolti anche a Facebook per suscitare manifestazioni spontanee, saltando il coordinamento sindacale e si sono uniti a un forum che dà sostegno alle azioni extrasindacali. I lavoratori minacciano adesso di boicottare i distributori di carburante della Total nel Regno Unito.
All’origine delle proteste inglesi c’è una disoccupazione che in dicembre ha raggiunto il 6,1%, il più alto livello nazionale degli ultimi dieci anni, ma presenta una situazione peggiore per il Nord-est e per i lavoratori poco qualificati. Sono situazioni che favoriscono una concorrenza al ribasso delle retribuzioni tra le persone in cerca di impiego.
Il gruppo motore della protesta è stato quello degli edili della Shaw, impegnati alla raffineria di Lindsey in un appalto, che terminerà il 17 febbraio. Questi operai sanno da dicembre dell'arrivo della Irem, perché li hanno informati i rappresentanti sindacali.  Hanno constatato poi che i lavoratori italiani e portoghesi, che realizzeranno il terzo ampliamento dell’impianto di raffinazione faranno un orario settimanale di 44 ore su sei giorni, sabato compreso e avranno la possibilità di straordinario, abiteranno in una piattaforma galleggiante, ancorata nel porto di Hull, vicino al luogo di lavoro. Potranno avere una maggiore produttività con un minore costo del lavoro.
Sono, insomma dei “cinesi comunitari", più temibili di quelli veri, perché protetti dalla libera circolazione nell’UE. La loro presenza rende “indifendibili” i diritti acquisiti finora, per orari, paghe e ritmi, dai lavoratori occupati sul territorio della raffineria, che temono il peggio e non hanno trovato altro modo per esprimere le loro paure che nella protesta anti-italiani.
Le manifestazioni inglesi non sono una novità. Nell’isola vicina, tra l’Eire e l’Irlanda del Nord, finita la bolla immobiliare, a Limerick e a Longford la disoccupazione nel settore edile è aumentata del 150%. I quasi 300.000 polacchi, che avevano contribuito alla prosperità della “Tigre celtica” sono malvisti in paesi che sono passati da una disoccupazione del 4,5% nel 2007 a una dell’8,3% nel 2008.
Gli Irlandesi cominciano a deplorare apertamente l’allargamento dell’UE ai paesi dell’Est e a chiedere, attraverso i partiti e i movimenti conservatori, che vengano posti dei limiti al mercato del lavoro.
I Polacchi però sono anche i lavoratori più qualificati del mercato del lavoro nell’edilizia e nelle costruzioni. C’è il rischio che la loro partenza provochi un peggioramento della crisi economica, che i governi ritengono possa essere affrontata facendo leva anche sulle infrastrutture pubbliche. Ufficialmente nessuno partito o gruppuscolo politico vuole respingere gli stranieri o cacciarli dagli impieghi, ma i sentimenti antipolacchi crescono e preoccupano.
Il diffondersi delle proteste e delle inquietudini sta provocando la reazione dei sindacati inglesi e irlandesi, che tentano adesso di recuperare spazio per regolare le manifestazioni spontanee.Copyright2009©irio , , , ,

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