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MARZO
4 temi, 36 post e 49 commenti
QUESTIONE FEMMINILE
Scelte lavorative delle mamme e cura dei bambini; Peter Blake; Riuscita scolastica di donne e uomini nell'UE; Ancora poche donne in ruoli decisionali; Enrico Baj; Tre lavoratori su quattro cambierebbero azienda; Peter Blake; Raccontare una vita in sei parole; Warren Buffet è il più ricco del mondo; Ricambio dei CEO nella crisi americana; Nuovi annunci di reclutamento online; Altro valore dell'automobile.
PUNTO SUL SISTEMA AZIENDE
CGIL a 5 milioni e 700 mila iscritti; Uomini, ultra 50enni e al Nord i dirigenti industriali; Collegare strategia e tattiche; Crescita record dell'executive search nel 2007; Emigrazione di sviluppo; Prevenzione dello stress lavorativo; Francis Bacon; Microcredito e business sociale; Fine dei giornali?.
EMERGENZE ORGANIZZATIVE
Operai Ford coperti d'oro; Stress da orientamento al cliente degli operatori di contatto; Franz Marc; Caccia al tesoro sommerso; Roy Lichtenstein; Antropologia della globalizzazione; Forte crescita del mercato pubblicitario mondiale; Giornata mondiale dell'acqua.
NUOVE TECNOLOGIE, COMPETENZE E PERFORMANCE
Rinnovare l' e-HR management; Formazione dal basso; Stato e prospettive del giornalismo americano; 10 anni di crescita dell'autostima maschile; Keith Haring; Cento anni di Sindacato al femminile.
POST PIU' COMMENTATI
Ancora poche donne in ruoli decisionali
Collegare strategia e tattiche
Formazione dal basso
Antropologia della globalizzazione
Fine dei giornali?
Cento anni di Sindacato al femminile
Le donne hanno avuto un ruolo importante, anche se non sempre sancito organizzativamente, nell'azione sindacale per il riconoscimento dei diritti e c'è una tradizione che riguarda proprio le rivendicazioni femminili per migliorare la condizione nei luoghi di lavoro e nella società. Il mondo delle donne s'incrocia con la storia del sindacato, ma è una presenza per molti aspetti sommersa, difficile da leggere sia sul piano dell'identità collettiva che nell'intreccio dei percorsi individuali.
Per le donne "fare sindacato" è stato sempre difficile, per ragioni di contrasto con l'ambiente familiare, per le mediazioni, gli aggiustamenti e le rinunce quotidiane necessarie, che hanno provocato intermittenze della partecipazione e non si sono incontrate anche con una configurazione maschile del sindacato. Molte storie di militanza femminile raccontano di periodi di forte presenza sindacale, a cui seguono rallentamenti e assenze non volute ma subite e di confronti con i movimenti delle donne, con l'emancipazionismo e la cultura della differenza, a seconda delle stagioni sociali e politiche.
Ad investigare la realtà dei rapporti tra donne e sindacato è stata rivolta la ricerca "Mondi femminili in cento anni di sindacato", coordinata da Gloria Chianese della Fondazione Di Vittorio, affiancata da altre tre storiche, Lucia Motti, Maria Luisa Righi e Teresa Corridori. La ricerca è ora pubblicata in un libro in due volumi, edito da Ediesse, Roma, 2008, con una prefazione del segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani, in occasione del centenario del maggiore sindacato italiano.
I volumi sono organizzati in tre sezioni, dedicate rispettivamente a "Uno sguardo di lungo periodo", che ricostruisce alcune delle tappe più significative della storia delle lavoratrici in Italia, "Cittadinanza, parità, differenza", che affronta il nodo problematico dell'autonomia del mondo femminile nel sindacato e delle istanze specifiche, "Strumenti", che ripercorre la complessa interazione tra strategie sindacali e culture femminili e l'influenza sugli obiettivi e le pratiche politiche del sindacato.
"Mondi femminili in cento anni di sindacato" contiene i saggi di numerose altre storiche e sindacaliste, che riguardano un segmento di storia sindacale letto con lo sguardo delle donne. Mondine, tabaccaie, insegnanti, impiegate, operaie, braccianti sono alcune categorie di una storia, che ha le sue costanti nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, nella rivendicazione della parità salariale e nelle istanze per il riconoscimento integrale dei diritti.
Problemi ancora aperti sebbene molti progressi siano stati fatti. Un libro che vuole ribadire l'importanza di continuare a portare avanti il tema della parità dei diritti e "riattualizzare la memoria", come ha detto Epifani.
CGIL, storia del sindacato, conciliazione lavoro famiglia, pari opportunitàRinnovare l'e-HR management
L'influenza delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione sulle attività di lavoro e sulle organizzazioni ha superato l'evoluzione della direzione Risorse umane. I modi con cui questa sta usando le grandi potenzialità tecnologiche sono per lo più limitati a una sostituzione del lavoro umano e a una conservazione degli apparati e delle logiche di coordinamento delle persone. Ne risultano usi strumentali delle ICT e pericoli di perdere le grandi opportunità di competenza distintiva a disposizione delle aziende, rappresentata da lavoratori in grado di aumentare il capitale sociale e cognitivo necessario allo sviluppo dei business.
L'e-HR management, come lo stiamo conoscendo, non è in grado di contribuire all'avanzamento della nostra economia verso un universo produttivo e un'organizzazione del lavoro virtuale e immateriale. Non sa usare le qualificazioni delle persone, nè tanto meno sviluppare l'intelligenza collettiva che i sistemi di connessione in rete possono sostenere.
François Silva, professore di Risorse umane all'ESCEM e al CNAM, presidente dell'associazione RH Sans frontières e specialista delle ICT nella funzione, torna alla carica sul tema del rinnovamento dei responsabili e delle pratiche di direzione Risorse umane in "Etre e-DRH. Postmodernité, nouvelles technologies et fonctions RH", Liaisons sociales, Paris, 2008, un secondo libro sulle ICT nella DRU, scritto sette anni dopo quel "Devenir e-DRH", che aiutava a capire e invitava ad usare i nuovi strumenti tecnologici per fare emergere una concezione della gestione delle persone indotta da metodi di lavoro differenti e centrata sulla dimensione sociale dell'azienda.
Nel libro appena pubblicato indica i pericoli di una direzione Risorse umane che non partecipa alle trasformazioni radicali del nuovo modo di produrre e consumare, premesse di una terza rivoluzione industriale che ha conseguenze sociali nella postmodernità.
L'autore parte dalle grandi trasformazioni contemporanee per valutare l'emergere della postmodernità, le conseguenze sulle attività lavorative,l'evoluzione dell'organizzazione e del management aziendale. La funzione Risorse umane, deduce in base a questa panoramica, è largamente strutturata dalle nuove tecnologie, ma per gestire efficacemente è necessario affrontare le conseguenze continue che vi sono connesse. Sono le necessità di sviluppare la prossimità relazionale mentre si realizza il nomadismo e si destruttura l'organizzazione tradizionale dei tempi di lavoro.
La direzione Risorse umane deve essere al centro dei sistemi tecnologici e tecnici che portano il lavoro a diventare sempre più comunicazione, competenza individuale e collettiva, rispetto delle regole condivise.
E' necessario perciò che avvenga un'evoluzione dalle singole attività automatizzate a sistemi integrati di scambio e cooperazione.Non bastano più l'e-recruiting, l'e-learning, i portali, l'HR self service, eccetera, la funzione deve riposizionarsi e riorganizzarsi.
Non ci sono ricette belle e pronte. Bisogna impiegare bene le ICT, stando attenti all'importanza delle differenti situazioni e alle reazioni delle singole persone.
"Etre e-DRH" è più di un manuale, è un insieme di motivi, di argomenti, di prove e di esempi sul perchè la direzione Risorse umane deve cambiare.
Keith Haring, senza titolo, 1982, acrilico su tela.
Dieci anni di crescita dell'autostima maschile
Un farmaco prodotto per un disturbo che affligge più di 150 milioni di uomini, usato dal 36% di essi, ma anche dai piloti dell'aeronautica israeliana per aumentare la concentrazione e da molti giovani, che lo assumono con la cocaina nei "coconuts-pokes" per stimolare le possibilità di successo, dato ai cavalli per doparli, pubblicizzato da Pelé e contraffatto da Cinesi, Americani e Inglesi più degli altri, questo medicinale bestseller è il Viagra, che compie oggi 10 anni.
Esattamente il 27 marzo 1998 la Food and drug administration autorizzò la Pfizer a produrre e a commercializzare quella che sarebbe diventata la pillola più famosa del mondo e poco dopo uno studio pubblicato sul "New England journal of medicine", provò che essa consentiva a più di 30 milioni di uomini, allora, di incominciare a rivivere una seconda giovinezza. Una scoperta rivoluzionaria: i ricercatori affermarono che non c'era ombra di dubbio, il problema maschile non derivava dalla mancanza di desiderio o di fantasia, ma dalla vasodilatazione.
La circolazione del sangue con gli anni privilegiava altri ambiti dell'organismo. Aveva bisogno di qualche spinta per raggiungere certe periferie del corpo che, scioccamente, riteneva meno importanti per la vita dell'uomo.
La scoperta fece giustizia dei facili psicologismi e segnò il trionfo degli organicisti. Con poco più di 40 euro si potevano avere quattro pasticche da 50 milligrammi di Viagra, ciascuna in grado di dare una mano entro 30-60 minuti dall'ingestione e di avere effetti per quattro ore rafforzando l'autostima in modo piacevole.
Dalla forma ovoidale, come un minuscolo pallone da rugby, di colore azzurro, la pillola per uomo contiene un principio attivo, il sildenafil. E' venduta in farmacia, dietro presentazione di ricetta medica, ma negli USA qualche chemist la tratta già come un OTC ed è prevalentemente acquistata attraverso Internet e nelle discoteche di tutto il mondo senza nessun controllo.
Una facilitazione per i falsari, da ultimo tre giorni fa la polizia tedesca ha individuato a Mallorca in Spagna una rete di "e-commerce", diretta da due americani e un inglese, che hanno truffato 50.000 europei con il Viagra contraffatto, ricavando in due anni 12 milioni di euro.
Da sei anni la pillola azzurra ha due concorrenti. Sono il Levitra della Bayer, a base di vardenafil e il Cialis della Eli Lilly, il cui principio attivo è il tadalafil. Il primo agisce in 20 minuti ed è efficace per 5 ore, il secondo è altrettanto veloce nel cominciare ad avere effetto, ma dura 36 ore.
Viagra, Levitra, Cialis, FDA
Formazione dal basso
Più di 50 anni fa la Olivetti di Adriano e Ugo Galassi inaugurava a Firenze sulla via Bolognese il primo centro residenziale di formazione tecnico-professionale istituito da un'azienda italiana. Il Centro istruzione e sviluppo vendite, come fu chiamato, occupava tre ville sulla collina. Legate da un grande parco alberato erano destinate alle attività d'aula, ai lavori di gruppo e allo studio individuale, al riposo e alla mensa.
Al programma di primo accoglimento partecipavano tutti i neoassunti, insieme senza distinzioni di esperienza e gerarchia. In cinque settimane di permanenza si imparava ad usare le macchine per ufficio, prodotte dalla Olivetti, se ne conosceva un po' di meccanica, si ponevano le basi del comportamento organizzativo e del funzionamento aziendale.
Per il personale con prospettive di carriera le attività d'aula erano completate da tre-quattro mesi nella vendita, secondo un programma di formazione sul lavoro, sviluppato presso alcune filiali della rete commerciale nel Nord d'Italia e monitorato da specialisti della direzione del personale, affidata a Paolo Volponi.
L'alternanza aula-lavoro serviva a sperimentare l'applicabilità di approcci e l'uso di metodi, a confrontare l'efficacia dell'apprendimento per mezzo dei risultati di lavoro, a sviluppare nuove conoscenze e competenze operando, a favorire l'integrazione attiva delle persone nelle comunità di pratiche.
Ogni passaggio di carriera e ogni innovazione di prodotto o di approccio a clienti e mercati era preceduto da programmi simili per tutte le persone in carriera.
Un investimento notevole in Risorse umane i cui risultati non mancarono per oltre un quindicennio, finchè la Olivetti fu del nucleo imprenditoriale originario.
Di "learning by doing" aveva fatto la sua bandiera già agli inizi degli anni '90 anche l'Isvor-FIAT. Nella sede di Corso Dante a Torino, dove era nato il primo stabilimento dell'azienda automobilistica, i diplomati degli istituti tecnici e i laureati delle Università apprendevano facendo, verificavano e sviluppavano nel lavoro autonomamente la loro professionalità con l'assistenza di mentori e la guida di tutori.
Gli esperti sanno che la formazione percorre da alcuni decenni strade diverse per ispirazione pedagogica e obiettivi ("Vigili urbani romeni a scuola di balletto"). Distinguono la formazione manageriale, al comportamento di relazione e quella professionale. Quanto ai modi, parlano di formazione "d'aula", "outdoor" e "sul lavoro", anzi "nel lavoro" o "formazione-intervento".
Sono distinzioni sempre più spesso travolte dalle nuove tecnologie, che rendono possibile di combinare nei programmi formativi attività di apprendimento in "realtà virtuale", nel "lavoro reale" e "in presenza".
Non sono più necessari gli stage alla catena di montaggio, come succedeva una volta nell'industria metalmeccanica, alla vendita, come veniva fatto nella GDO e nelle attività commerciali, in ruoli da entertainer, come si verificava nei parchi giochi o da cameriere e portiere, come era comune nell' hotellerie-ristorazione.
Se queste esperienze sono praticate ancora oggi hanno il valore di prova per la persona interessata: di resistere alla frustrazione, di accomunarsi nella condizione di lavoro, di saper vivere un'esperienza collettiva, di adattarsi a regole organizzative o di voler essere d'esempio. Servono più per ottenere il consenso dal basso e l'approvazione dall'alto che per imparare. Sono comunicazione simbolica.
Fare la gavetta per imparare è sempre meno necessario per chi è destinato a ruoli manageriali o ad alta qualificazione. Quando non è addirittura un'inutile e costosa perdita di tempo.
Se la "formazione dal basso" è davvero indispensabile, il sistema messo a punto dalla Olivetti negli anni '50 può fare ancora da modello.
formazione aziendale, direzione del personale, formazione manageriale, formazione professionale, sviluppo organizzativo
Stato e prospettive del giornalismo americano
"The state of the news media 2008" è la quinta edizione del rapporto annuale sullo stato di salute del giornalismo americano, il più importante e avanzato del mondo. Consiste in una ricerca sui giornalisti, realizzata dal Pew research center for the people and the press, in un'analisi del contenuto di più di 70.000 notizie raccontate da 48 organi di informazione di cinque settori, in uno studio su 64 siti del giornalismo di cittadinanza in 15 comunità e in uno "Special report on the future of advertising". Un lavoro d'indagine colossale che il "Project for excellence in journalism", che lo ha prodotto, esibisce orgoglioso indicando che è costituito da più di 180.000 parole.
Il rapporto principale esordisce dicendo che nel 2008 lo stato dei media appare più preoccupante dell'anno precedente e con problemi maggiori di quelli previsti dagli esperti. Ciò vale per tutti i mass media, dai giornali su carta a quelli in Rete, dalle catene televisive alla cable e alle locali, dalla radio ai periodici di ogni tipo.
La crisi del giornalismo tradizionale, scrivono i ricercatori, non è dovuta a una perdita di audience per la concorrenza di Internet, ma alla crescente separazione della pubblicità, che con le notizie ha configurato il giornalismo di massa come lo abbiamo conosciuto dalla prima metà dell' '800. La realtà smentisce come semplicistica la tesi secondo la quale la tecnologia democratizza i media e porta al declino del giornalismo tradizionale. Di fatto aumenta il pubblico interessato ai contenuti tipici dei mass media, ma i portali di maggior traffico su Internet attirano il 29% di accessi singoli contro il 19% di lettori dei giornali più diffusi.
La crisi influenza la presenza della pubblicità. I professionisti del settore sono preoccupati per la qualità della copertura informativa e per la credibilità dei media tradizionali. La preoccupazione per l'efficacia dei media utili alle campagne pubblicitarie è arrivata al dubbio sulla capacità di sopravvivere della carta stampata.
Per quanto riguarda i contenuti, i lettori lamentano l'eccessiva presenza delle opinioni rispetto ai fatti di politica internazionale e ai tre paesi (Afghanistan, Iraq e Pakistan) con cui gli USA sono in guerra per la democrazia. Lo squilibrio non regge al bombardamento di immagini in diretta, che vengono trasmesse dalle televisioni fatte da giornalisti e dalle WebTv usate da attivatori e interlocutori dei nuovi media.
I lettori più avvertiti lamentano inoltre che i vecchi media hanno un'agenda troppo ampia e perciò confusa. La redazione, tanto criticata, è diventata l'elemento più innovatore e sperimentale dell'industria giornalistica.
Giudizi severi, provenienti dal mondo dei newsmaker, che coincidono con quelli già commentati sul nostro blog con i post "Forte crescita del mercato pubblicitario mondiale" e "Fine dei giornali?".
mass media, comunicazione online, giornalismo, advertising,InternetRoy Lichtenstein, "Sweet dreams baby!",
1965, impressione a colori su seta.
Antropologia della globalizzazione
La mondializzazione, come fenomeno dell'economia caratterizzato dall'intensificazione degli scambi tra popoli, è una realtà già manifestatasi al tempo delle Repubbliche marinare, che si è sviluppata decisamente tra la fine dell' '800 e i primi del '900.
Ora il cambiamento è diventato ancora più radicale con la costituzione del mercato integrato dei capitali e il trionfo del neoliberismo. Due avvenimenti che si sono imposti nel mondo postindustriale e nei paesi in sviluppo e hanno trasformato definitivamente il rapporto tra locale e globale.
La globalizzazione è all'origine di mutamenti economici, finanziari, ma soprattutto umani. Oggi ognuno deve vivere quotidianamente a livello locale, con legami territoriali e identità culturale e avere contemporaneamente il sentimento d'appartenere alla globalità del mondo. La globalizzazione è una cosa troppo importante per essere lasciata agli economisti.
Gli antropologi, che sanno passare dal locale al globale e dal quotidiano al planetario possono aiutarci meglio a misurare la portata del cambiamento e a rischiarare i suoi molteplici aspetti.
Per comprendere la globalizzazione nelle sue dimensioni e implicazioni l'approccio antropologico si rivela essenziale, scrive Marc Abélès, antropologo, allievo di Claude Lévi-Strauss, direttore degli studi all'EHESS de Paris e direttore del LAIOS/CNRS, in "Antropologie de la globalisation", Payot, Paris, 2008.
Le dimensioni culturali della globalizzazione, che giustificano l'analisi antropologica, stanno nell'indebolimento degli Stati nazionali e nello sviluppo delle aziende transnazionali e delle ONG, strumenti di élite autoproclamate, nella violenza politica e sociale, frutto dell'aggravamento delle disuguaglianze che colpiscono i paesi poveri e favoriscono il populismo in Occidente, nelle migrazioni internazionali della manodopera povera e dei dirigenti in transito per le grandi capitali mondiali.
Di fronte ai limiti del punto di vista economicistico Abélès propone un'etnografia del globale, fondata su un'analisi culturale, che va dal micro delle comunità al macro delle società. Ne emergono lo spiazzamento delle istituzioni e della politica, la dissacrazione degli Stati e la necessità di una globalità politica per riappropriarsi del locale e recuperare le radici culturali.
Su queste basi si potrà fondare un'economia delle differenze, che fornisca gli strumenti per ripensare la modernità e ritrovare nella pluralità dei confronti di idee e teorie la capacità di affrontare le grandi sfide della globalizzazione: i rapporti tra movimenti di persone, cittadinanza e società civile, l'ibridazione di modelli, conoscenze, identità e il valore delle differenze.
"Antropologie de la globalisation" è una riflessione antropologica generale sui processi culturali e politici della globalizzazione, che aiuta a capire come sta avvenendo la riconfigurazione della contemporaneità tra le spinte costitutive delle istituzioni e quelle sostitutive dell'economia e dei movimenti.
globalizzazione, antropologia, economia globale, società globale
Operai Ford coperti d'oro
Una volta tanto le condizioni di uscita dall'azienda sono d'oro, ma non riguardano i soliti paracadute dei CEO americani, i più pagati del mondo finora. Il trattamento di buonuscita - mai parola fu più adatta - interessa questa volta gli esuberi dello stabilimento Ford di Batavia, un sobborgo di Cincinnati nell'Ohio, USA.
L' United Auto Workers, il potente sindacato automobilistico, è riuscito a ottenere per gli 829 operai di quella fabbrica (70 dipendenti a stipendio mensile e 759 remunerati a tempo) una paga di 25 dollari l'ora per 40 ore settimanali e di 50 dollari per ogni ora di straordinario: una retribuzione media mensile da 6.000 dollari. Un compenso talmente elevato che molti sono i laureati che preferiscono un lavoro manuale a Batavia invece di uno da insegnante o da ricercatore.
Qual è il motivo di questa generosità aziendale? Lo stabilimento che paga così tanto produce sistemi di trasmissione per autoveicoli e chiuderà prima della fine dell'anno. In vista dei licenziamenti il sindacato è riuscito a spuntare anche incentivanzioni economiche consistenti e quattro anni di formazione superiore all'università per i più giovani o presso un'agenzia a partecipazione statale, incaricata della riconversione degli altri. Perciò i dipendenti vanno via senza nessun contenzioso, nè un giorno di sciopero o una manifestazione di protesta.
Nell'area di Cincinnati, inoltre, sta per aprire un centro di produzione farmaceutica del gruppo indiano Tata, che assumerà un migliaio di persone e c'è TQL, un'azienda che fornisce informazioni in tempo reale ai camionisti, che già occupa oltre 1.000 addetti. Infine, nell'Indiana, non lontano c'è uno stabilimento della Honda. Una situazione occupazionale invidiabile, che suscita concorrenza nel reclutamento della manodopera.
industria automobilistica, salari operai, operai metalmeccanici, esuberi, UAW
Caccia al tesoro sommerso
Marine Exploration è un'azienda americana di Denver in Colorado, che ha la missione di cercare negli oceani i tesori inabissati da secoli combinando l'esperienza degli esploratori leggendari con tecniche di ricerca innovative e competenze differenti. Ha ottenuto dal governo di Santo Domingo un permesso esclusivo per compiere indagini in un tratto dell'Oceano Atlantico a 120 km dalla costa nord della Repubblica caraibica. L'obiettivo è di trovare un tesoro, valutato 150 milioni di dollari, appartenuto al galeone spagnolo "Nuestra Señora de la Concepcion" naufragato nel 1641. Il tesoro comprenderebbe lingotti e monete d'oro e d'argento, gioielli, sete e vasi cinesi, che il galeone trasportava a Cuba.
La ricerca sottomarina è guidata da un abile cacciatore di tesori, Burt Webber Jr, che nel 1978, dopo anni di indagini negli archivi storici, ha localizzato i resti del galeone in quel tratto d'Oceano chiamato Banco de Plata, su cui Marine Exploration ha ottenuto la concessione dominicana.
Il budget delle ricerche è superiore ai due milioni di dollari. L' "Ocean Lady", una nave attrezzata per questo tipo di indagini con il meglio delle tecnologie più sofisticate, resterà per cinque mesi nell'area e compirà le esplorazioni necessarie. Se gli esiti saranno fortunati, il ricavato verrà diviso a metà tra l'azienda americana e lo Stato di Santo Domingo.
La storia del naufragio del galeone spagnolo sembra un racconto d'avventure. Un terzo dell'equipaggio, costituito da 180 marinai, sopravvisse all'affondamento e riuscì a nascondere il tesoro a terra, sull'isola di Santo Domingo. Però i superstiti furono scoperti e catturati da corsari inglesi che li costrinsero a rivelare il nascondiglio.
I pirati si impadronirono di quelle ricchezze e le imbarcarono sul loro vascello, ma naufragarono a loro volta di lì a poco. Il Banco de Plata è il tratto di Oceano dove la nave inglese sarebbe sprofondata, secondo le analisi di Webber.
L'equipaggio americano approfitterà della permanenza nell'area per compiere altri sondaggi e scoprire le tracce di eventuali tesori sommersi. Nel XVII secolo in quel tratto dell'Atlantico sarebbero avvenuti molti naufragi di navi cariche di mercanzie partite dalla Spagna.
tesori sommersi, esplorazioni sottomarine
Giornata mondiale dell'acqua
L'ONU ha indetto per sabato 22 marzo la "Giornata mondiale dell'acqua" 2008.
La giornata vuole ricordare che un terzo dell'umanità, 2 miliardi e 600 milioni di persone, continuano a vivere senza potere accedere a un'acqua di buona qualità, nè disporre di adeguati servizi igienici. Sono due carenze gravi che provocano ogni giorno la morte di 25.000 persone, in prevalenza bambini.
Sotto la duplice pressione del riscaldamento climatico e di una crescita esponenziale della popolazione mondiale, più di un altro miliardo di persone è a rischio di andare incontro a problemi di mancanza d'acqua.
L'obiettivo stabilito al vertice di Johannesburg nel 2002 di ridurre alla metà entro il 2015 il numero degli abitanti della Terra che nel 1999 non avevano accesso all' acqua potabile è di fatto disatteso. Per raggiungere l'obiettivo sarebbe stato necessario che 100 milioni di persone all'anno, 274 mila al giorno, avessero questa disponibilità. E ciò non è stato realizzato.
Domani si ricorda anche che il 2008 è l'anno dell'igiene ed è il terzo del decennio 2005-2015, contrassegnato con il logo "Acqua per la vita".
ONU, World water day '08, International year of sanitation 2008, Water for life 2005-2015
Forte crescita del mercato pubblicitario mondiale
Nel post "Fine dei giornali?" la settimana scorsa abbiamo commentato il saggio scritto da due autorevoli giornalisti francesi su "Le Débat", che hanno analizzato i cambiamenti radicali dell'informazione di massa e la tendenza delle agenzie di media a trasferire la pubblicità dalla carta stampata su Internet.
Una conferma di questo orientamento viene dalle previsioni di Carat del gruppo Aegis, una delle maggiori aziende del settore, diretto dall'italiano Mainardo de Nardis. Secondo le stime diffuse ieri, il mercato pubblicitario mondiale dovrebbe crescere quest'anno nell'ordine del 6%, grazie ai Giochi olimpici di Pechino e alle elezioni americane. L'anno venturo l'aumento sarà più contenuto, intorno al 4,9%. Entrambi gli incrementi previsti sono superiori alla crescita del 4,6%, avvenuta nel 2007 e non considerano la possibilità di maggiori rallentamenti per l'incertezza finanziaria manifestatasi negli ultimi sei mesi.
In Italia l'aumento del 2008 dovrebbe oscillare tra il 3,6% e il 3,8%, quello per il 2009 dovrebbe aggirarsi intorno al 3,1%.
In termini di supporti, "Internet continua a essere il segmento di mercato più dinamico" per le spese pubblicitarie, dice Carat. Nel 2007 è cresciuto del 27,2%, nel 2008 avrà un aumento del 23,3% e nel 2009 del 17,8%, fino a raggiungere così il 10% di tutta la spesa.
Aumenteranno il cinema del 16,5% nel 2008 e del 15,4% nel 2009.
La comunicazione esterna (affissioni, totem, arredi urbani promozionali, ecc.) salirà prima del 6,7% e poi del 6,9%. La televisione, in maniera del tutto inattesa, progredirà del 7,2% e successivamente del 5,5%. La radio crescerà del 4,4% quest'anno e del 3,1% l'anno prossimo.
"Solo la stampa diminuisce dovunque", continua Carat. Il mercato dei giornali si è ridotto dello 0,6% nel 2007, arretrerà ancora dello 0,1% nel 2008 e dello 0,3% nel 2009.
Mentre le economie avanzate continuano a fare la parte del leone, i paesi emergenti conoscono un forte sviluppo e rappresentano una parte crescente della spesa pubblicitaria mondiale.
Franz Marc, "Weidende Pferde III", 1910, olio su tela.
Stress da orientamento al cliente degli operatori di contatto
"Lo stress, per quanto sfuggente e incerta sia la sua nozione, non è un modo contemporaneo per esprimere il malessere dei lavoratori o le contraddizioni di un lavoro? In tal caso non è interessante esplorare che possibilità ha d'essere costruito, partendo dai terreni concreti su cui agiscono i giornali per catturare lettori, i ricercatori per formulare diagnosi, i consulenti o i formatori a caccia di mercato, i sindacalisti per denunciare i misfatti delle politiche manageriali o i lavoratori stessi per avere lumi dal medico, dallo psicologo o dal sociologo? Non è utile seguire differenti percorsi per valutare quello che hanno fatto i diversi attori e con quali conseguenze?"
Giustifica così la decisione di un libro dedicato allo stress lavorativo Marie Buscatto, sociologa e ricercatrice del CNRS, nell'apertura di "Au - delà du stress au travail. Une sociologie des agents publics au contact avec les usagers", Erès, Paris, 2008, che ha curato con i colleghi Marc Loriol e Jean - Marc Weller. Un libro che raccoglie i saggi di altri dieci autori e si propone di parlare di stress lavorativo, evitando il solito catalogo delle situazioni più o meno sfortunate, ma descrivendo gli usi sociali a cui dà luogo nelle concrete attività di contatto con i clienti.
Articolato in tre parti, nella prima affronta le forme sociali di costruzione dello stress, dall'ambiente alle pratiche manageriali, dall'agenda impossibile al coinvolgimento affettivo, dalla negoziazione sul che fare al cambiamento e alla salute mentale. Lo stress, è la tesi dei quattro saggi che compongono la prima parte, è l'indicatore di una reazione soggettiva alla crisi di quelle istituzioni del Welfare e della regolazione sociale che sostengono l'identità. Lo stress lavorativo, scrive Francois Sarfati a proposito delle pratiche manageriali, è il segnale dell'accettazione della realtà da parte del lavoratore.
Nella seconda parte è trattato il tema della psicologizzazione sociale dello stress e il legame con il comportamento di relazione, dall'interiorizzazione dello stress e l'esteriorizzazione della paura all'accettazione d'essere stressati, come capita agli sportellisti della Posta.
La terza parte sviluppa l'interazione tra stress relazionale e attività lavorativa. Sono descritti i casi di un call center, delle operatrici familiari di un'assicurazione, dei bigliettai della metropolitana, degli ispettori incaricati del controllo sui danni subiti dagli agricoltori, assicurati da un ente di previdenza e assistenza.
E' ricostruito il passaggio di queste organizzazioni da una logica di gestione e produzione dell'offerta a dominanza tecnica e industriale a una strategia di soddisfazione delle esigenze e delle attese dei clienti, fondata sulla qualità delle prestazioni e dei servizi offerti e sulla personalizzazione del rapporto.
Sono nuovi orientamenti aziendali necessari per competere. Ma producono ambiguità per i presupposti manageriali e organizzativi e creano difficoltà agli operatori di contatto, che vengono sovraccaricati di compiti e responsabilità a cui non riescono a far fronte. Perchè da un lato mancano di competenze e dall'altro subiscono l'accavallarsi di comportamenti manageriali vecchi e nuovi, espressi dalle stesse persone che dirigevano prima, in organizzazioni che intrecciano logiche di efficienza e di processo .
Di fronte a simili realtà gli operatori di contatto reagiscono, manifestando il loro stress nei rapporti con i clienti e i capi, perchè mirano a far conoscere il disagio per la situazione inestricabile in cui si trovano.
"Au - delà du stress au travail" aiuta a diagnosticare i contesti stressanti del back office e della gerarchia, a utilizzare e a sviluppare le competenze degli operatori, a integrare in maniera attiva persone, attività e processi.
stress lavorativo, management, Hr management, front office
CGIL a 5 milioni e 700 mila iscritti
Cresce il numero degli iscritti ai Sindacati confederali. E' un aumento medio inferiore all'1%, ma segna una tendenza positiva. I tesserati erano 11 milioni e 849.486 nel 2006, sono diventati 12 milioni e 170.683 nel 2007.
Dal rapporto sul tesseramento 2007 presentato ieri emerge che i lavoratori attivi, pensionati e disoccupati, aderenti alla CGIL sono stati 5 milioni e 697.774. Sono aumentati dello 0,8% rispetto all'anno precedente, 46.832 in più. I dirigenti del più grande sindacato italiano prevedono per il 2008 una crescita ulteriore di almeno 50 mila iscritti.
I lavoratori attivi hanno raggiunto i 2 milioni e 688.839, un incremento dell'1,93% sul 2006 e in valore reale di 50.936 persone.
I pensionati sono sempre in maggioranza con 2 milioni e 991.648, una lievissima flessione dello 0,6% e una diminuzione di 1.936 persone.
I disoccupati iscritti sono diminuiti a 218 mila, con una riduzione dell'11,15% e di 2.168 persone.
In aumento del 18% invece i giovani sotto i 30 anni, saliti a circa 600 mila.
Gli immigrati sono il 12% in più.
Il numero delle donne è cresciuto del 14%. Sul totale dei lavoratori attivi iscritti sono circa il 46% e tra i pensionati superano il 50%.
Gli edili della FILLEA hanno avuto la crescita maggiore con il 4,24% e raggiungono i 357.955 iscritti con 14.566 in più. Seconda per incremento è la Filcams con il 4,20% sul 2006 e un aumento di 13.930 tesserati e un totale di 345.372. La Funzione pubblica conferma di essere la prima federazione di categoria per numero di lavoratori attivi con 404.697 iscritti. Dopo i risultati in flessione degli ultimi anni torna a crescere nel 2007 anche la FIOM, che ha 262 iscritti in più, un incremento dello 0,6% e raggiunge i 359.669 lavoratori attivi.
La Lombardia è sempre la prima regione italiana per numero di tesserati. Nel 2007 ne ha avuti 913.341, con un incremento dello 0,76%. I maggiori aumenti percentuali sono della Valle d'Aosta, con il 2,55%, del Lazio con l'1,77%, della Campania con l'1,66% e della Sardegna con l'1,50%.
cgil, sindacato dei lavoratoriUomini, ultra 50enni e al Nord i dirigenti industriali
I dirigenti industriali italiani sono 84.025, di essi il 70,5% lavora al Nord e il 21,4% al Centro, solo l'8% al Sud. Le persone con tale qualifica operano per il 56,2% in tre settori produttivi: il 24,1% nelle aziende siderurgiche, metallurgiche e metalmeccaniche, il 17,8% in quelle chimiche, petrolchimiche, della gomma e plastica, il 15,3% nelle informatiche, elettroniche e delle telecomunicazioni.
Il 93,5% dei dirigenti industriali è costituito da uomini, che hanno un'età media di 50 anni e mezzo. Una sparuta minoranza del 6,5% è fatta da donne di poco più di 47 anni.
Il 58% è laureato: il 39,8% in discipline tecnico-scientifiche, l'11% in materie economiche, il 6,8% in studi umanistici. Il 37,6% ha un diploma di scuola media superiore e il 4,4% una scolarità inferiore.
Lo dice il rapporto 2007 "Le competenze per lo sviluppo", frutto di un'analisi documentale e di una ricerca sul campo, discusso venerdì al Management forum di Fondirigenti.
Secondo il rapporto la figura del dirigente ha le peculiarità del sistema produttivo italiano, caratterizzato da 521.270 piccole imprese (sotto i 10 dipendenti), da 173.270 medie (con un numero di addetti fino a 499) e da 144.920 (con oltre 500 persone), l'82% delle quali è a conduzione familiare.
Il 67,9% lavora proprio in aziende piccole e medie, in cui il proprietario è anche il responsabile della gestione. "Ciò indica, dice il rapporto, che nei prossimi 10 anni molte imprese saranno obbligate ad affrontare un passaggio generazionale". La metà lo ha già avuto, ma solo nel 27% di esse tale cambiamento ha portato a una maggiore apertura dell'organizzazione e a dirigenti di professione.
Mentre gli sconvolgimenti dei mercati e delle economie mondiali obbligano a una sempre maggiore prontezza organizzativa, nelle imprese familiari si manifestano resistenze ad avvalersi di manager, in grado di attivare i necessari processi di sviluppo. C'è la tendenza a impiegare quadri, alle dipendenze dirette dall'imprenditore nel 30% dei casi e con ruoli di coordinamento e sviluppo nel 60% . Una sostituzione che porta a un ridimensionamento dell'occupazione alta e a un sottutilizzo dei dirigenti di professione, forse giustificato da miopi considerazioni di costo e dal timore di perdere il controllo delle operazioni .
management, piccole e medie imprese
Collegare strategia e tattiche
Radical software group è un collettivo newyorkese di programmatori e artisti che realizzano prodotti elettronici sperimentali. Fondato nel 2000, deve il nome al periodico "Radical Software", attivo nei primissimi anni '70, che si interessò alle nascenti ICT con spirito critico. Il gruppo è focalizzato sulla progettazione dell'ambiente e delle interfacce di Rete. Collabora con Electronic Arts Intermix e Rhizome.
Il fondatore è Alex Galloway, un 34enne che insegna alla New York University e ha fatto mostre di arte elettronica nei musei e nelle più importanti gallerie del mondo.
Un team di RSG si è ispirato a un libro scritto nel 1987 da Guy Debord e Alice Becker-Ho "Le jeu de la guerre" per realizzare un videogioco "Kriegspiel", uno strategico che riproduce in particolare tutti i fattori che si presentano in una guerra e in generale le dinamiche dei conflitti.
Il gioco è una preversione apparsa dieci giorni fa su Internet. Anticipa quello che verrà diffuso nel formato per play station, ma può essere giocato ed è accessibile gratuitamente. Colloca i giocatori in un contesto che riproduce l'insieme dei rapporti strategici e tattici, analizzati da Clausewitz in base alle guerre classiche del XVIII° secolo, aggiornati con i conflitti successivi.
Si presenta come un piano virtuale di 500 caselle sul quale ogni giocatore piazza le sue fortificazioni e unità combattenti per attaccare e difendersi nel modo più efficace. Dove tenere conto innanzitutto delle comunicazioni e della logistica perchè le unità, a seconda della loro collocazione, possano ricevere ordini ed eseguirli.
Gli sviluppatori hanno rispettato lo spirito originario di "Le jeu de la guerre" e l'hanno dotato dei fenomeni conflittuali contemporanei. Perciò è uno strumento per imparare la strategia di fronte a un avversario reale e la versione di RSG ha rifiutato la possibilità di giocare contro il calcolatore. Richiede che ci sia online un altro giocatore reale.
La versione definitiva prenderà in considerazione anche la "guerra asimmetrica" contemporanea: la guerriglia, gli attacchi nei centri urbani, le armi non convenzionali, l'organizzazione in piccoli nuclei combattenti.
Gli sviluppatori si sono rivolti per la parte grafica all'artista israeliano Mushon Zer-Aviv, che ha dato al gioco uno stile nitido e sobrio, particolarmente realistico.
Ne risulta un prodotto didattico di straordinaria utilità e di raro pregio estetico.
videogame, strategia, tattica, giochi di simulazione

Francis Bacon, "Nude with figure in a mirror", 1969, olio su tela
Microcredito e business sociale
Muhammad Yunus ha avuto nel 2006 il premio Nobel per la pace perchè ha fondato nel Bangladesh e dirige da 31 anni la Grameen Bank, l'organizzazione che concede finanziamenti senza garanzie, il microcredito, alle popolazioni più povere. Dalla sua iniziativa di supporto allo sviluppo di affari, che danno sostentamento e speranza di una vita migliore ai diseredati, è nato un movimento globale, con ramificazioni in Asia, Africa e America Latina.
Yunus ha inventato il social business, una forma di capitalismo diffuso per lottare contro la povertà, in un modo che né i governi, né le organizzazioni caritative avevano mai fatto prima. Egli racconta che cosa è il microcredito e come funziona in "Creating a world without powerty. Social business and the future of capitalism", PublicAffairs, London, 2008. Un libro che è un manuale, ricco di informazioni pratiche per ottenere e usare con efficienza il danaro necessario a sviluppare un'attività familiare o personale di business e illustra concretamente, con le esperienze avviate, la visione dell'economia e dei rapporti sociali dell'autore.
Dalla banca originaria Grameen si è ampliata. E' diventata una fondazione, che coordina tutte le iniziative e dal 2005 ha avviato una joint venture con il gruppo Danone. Questa alleanza, a cui partecipa anche il calciatore Zinedine Zidane, ha localizzato a Bogra nel Bangladesh uno stabilimento per la produzione di yogurt. L'azienda vende a prezzi estremamente ridotti i prodotti agli abitanti di una delle aree del mondo in cui il reddito pro capite non raggiunge i due dollari al giorno. I profitti sono totalmente reinvestiti secondo il principio "zero perdite - zero dividendi".
E' un esempio del social business, come lo intende Yunus, che non si limita a questa sola attività, ma si preoccupa che le produzioni non inquinino le acque, che generino energia rinnovabile utilizzabile anche all'esterno e garantiscano il rispetto della salute delle masse di poveri residenti nelle differenti zone.
L'esperienza industriale di Bogra non va confusa con gli investimenti in attività redditizie di alcune fondazioni filantropiche americane. Il social business punta alla conservazione e all'espansione delle attività. I profitti eventuali devono essere investiti con questo scopo esclusivo e vanno depositati sulla Grameen Bank allo 0% di interesse.
La filosofia imprenditoriale seguita da Yunus e dai suoi partner sta avendo successo e numerosissime sono le restituzioni dei microcrediti, diffusi in tutti i paesi in sviluppo del mondo, un segnale forte dei risultati ottenuti dalla grande maggioranza degli affidatari nell'avvio e nella gestione delle loro attività di affari.
microcredito, social business, joint venture
Prevenzione dello stress lavorativo
L'8 ottobre 2004, dopo nove mesi di negoziato, l'European trade union confederation, l'Union of industrial and employers confederation of Europe, l'European association of craft small and medium sized enterprises e l'European centre of enterprises with public participation and of enterprises of general economic interest avevano firmato un accordo quadro sullo stress lavorativo. L'accordo si situava nell'ambito del "social dialogue" tra le parti sociali e mirava alla sua attuazione da parte dei firmatari, secondo una formula prevista dall' art. 139 del Trattato dell'UE.
I sette punti concordati miravano a prevenire, eliminare o ridurre i problemi di stress legato al lavoro, a limitarli per mezzo di provvedimenti individuali o collettivi assunti dalle aziende, a responsabilizzare il management e a fare conoscere ai lavoratori i loro ruoli nell'identificarli, prevenirli, eliminarli o ridurli.
L'accordo rinforzava la direttiva europea 89/391 del 1989. Ma come spesso succede, direttiva, accordo e normative nazionali non hanno dato grandi risultati se l'anno scorso l'International Labour Organization ha rilevato che il costo umano, economico e sociale dello stress può essere valutato tra il 3% e il 4% del PIL dei paesi a economia avanzata.
Il fattore principale, dicono i giuristi, starebbe nella definizione vaga del termine, che avrebbe bisogno di criteri e misure di valutazione. La causa, secondo gli psicologi e gli psichiatri, starebbe nell'ansia di fare male, di non fare abbastanza, di non essere abbastanza veloci, di perdere il lavoro, di non trovarne altri in sostituzione, scatenata dai comportamenti delle gerarchie aziendali e agitata dai mass media con i temi della competitività, della produttività e del costo del lavoro.
Con tutti i suoi limiti, ben venga perciò l'iniziativa del ministro del Lavoro francese, Xavier Bertrand, che ha annunciato ieri l'avvio di un'indagine nazionale per misurare lo stress lavorativo e identificare le attività e i settori produttivi in cui è più presente, la messa a punto di un sistema di monitoraggio sui suicidi dei lavoratori, affidata all'Institut national de veille sanitaire, la convocazione delle parti sociali per trasferire in legge l'accordo quadro europeo del 2004.
I tre annunci di Bertrand si collegano anche al rapporto su "La détermination, la mesure et le suivi des risques psychosociaux au travail", presentato ieri al ministro dai due esperti, Philippe Nasse, statistico ed economista, vicepresidente del Conseil de la concurrence e Patrick Légeron, psichiatra. Un rapporto che
- vuole dissipare la confusione su che cosa si debba intendere per stress lavorativo, sulle sue cause, rischi ed effetti;
- passa in rassegna gli indicatori di disagio utilizzati per rilevare i fenomeni negli altri paesi ad economia avanzata;
- formula le proposte operative, che ieri il ministro ha detto di prendere in considerazione.
Le proposte sono di censire i suicidi per lavoro e analizzarne le cause, elaborare un indicatore globale dello stress lavorativo, sviluppare indicatori specifici per settori produttivi, avviare esperienze pilota di misurazione dello stress nel settore pubblico, ripensare i modi di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, formare meglio gli operatori e i responsabili aziendali, creare un sito Internet e avviare una campagna nazionale d'informazione, incaricare il futuro organo di orientamento sulla condizione di lavoro di controllare le azioni stabilite.
Il ministro intende rendere obbligatori gli accordi tra le parti sociali nei settori in cui il disagio è maggiore e propone un bonus-malus economico per incentivare le aziende a una migliore prevenzione dei rischi psico-sociali.
L'iniziativa francese è buona e ben orchestrata. Ma si limita a considerare le conseguenze dello stress e trascura fattori quali l'organizzazione del lavoro, la gerarchia, i compensi e le ricompense, l'insoddisfazione per la condizione presente e l'incertezza per il futuro. E' ignorato tutto quello che riguarda l'azione situata dei lavoratori.
dialogo sociale, stress del lavoro
Fine dei giornali?
La Commissione europea ha autorizzato Google a comprare DoubleClick dal fondo d'investimento Hellman & Friedman. Al prezzo di 3 miliardi e 100 milioni di dollari Google d'ora in poi potrà fare pubblicità online anche in Europa, a dispetto dei concorrenti Microsoft, Yahoo!, AOL e dei consumatori, preoccupati dalla prevista fusione tra il primo motore di ricerca e l'azienda di inserzioni pubblicitarie. Con l'acquisto Google estende il suo controllo su tutti i settori del mercato pubblicitario, al centro della guerra su Internet. L'autorizzazione della Commissione europea segue quelle analoghe degli USA in dicembre e in Australia il mese prima.
Il fondo d'investimento americano Veronis Suhler Stevenson, specializzato nei media, prevede che nei prossimi tre anni la pubblicità online crescerà più del 20% e quella su Internet salirà a 62 miliardi di dollari contro i 60 dei giornali e gli 86 della radio - televisione.
Due giornalisti francesi, Bernard Poulet, redattore capo di "Challenges" e Vincent Giret, giornalista di "Le Parisien", hanno pubblicato nell'ultimo numero di "Le Débat", un saggio intitolato "La fin des journaux", una previsione apocalittica dei cambiamenti radicali indotti sulla carta stampata dall'esplosione tecnologica, economica e culturale di Internet.
Per la prima volta dall'apparizione dei mass media alla fine del XIX secolo, ricordano i due autori, la pubblicità, principale fonte di ricavi per la carta stampata, potrà fare a meno dei mezzi d'informazione tradizionale e avvalersi dei nuovi produttori e diffusori di divertimento e servizi, dei motori di ricerca, dei social network. I pubblicitari già parlano più spesso di "supporto" e "contenuto" e meno di "informazione" e "notizie".
"Bisogna smentire un luogo comune, che vuole che l'arrivo di un nuovo medium non fa sparire quello precedente". Si trascura però di precisare, continuano Poulet e Giret, che i grandi giornali generalisti, che diffondevano parecchi milioni di copie in Francia all'inizio del XX secolo e contavano nel secondo dopoguerra decine di testate, sono rimasti solo in quattro, che superano a stento le 400.000 copie.
Le radio generaliste hanno registrato un dimezzamento degli ascoltatori dopo gli anni '80. Le reti televisive perdono ogni anno decine di migliaia di telespettatori.
La rivoluzione digitale maschera un altro fenomeno: l'interesse per l'informazione diminuisce ogni anno e i dati provenienti dagli USA sono esemplari di questa tendenza al rifiuto delle notizie standardizzate. C'è il richiamo della Rete con la personalizzazione e lo scambio delle conoscenze.
In base a quello che succede negli USA, in Europa e in Giappone, è evidente che l'informazione che serve e piace è sempre più spesso comunicata in Rete e gratuitamente. La carta stampata ha sempre più bisogno di Internet per riconquistare audience e creare valore aggiunto.
Le alternative possibili per il futuro sono che nei prossimi cinque anni si abbia
- il tutto gratuito, per fare del giornale un medium che vive di pubblicità;
- la fine della carta a vantaggio del virtuale, per avere il giornale elettronico;
- lo sviluppo dei periodici specializzati nella ricerca, l'approfondimento e il dialogo in Rete;
- l'aumento del valore dell'informazione in tempo reale, istantaneamente disponibile e presente su molti siti indipendenti, a modesto risultato economico.
Pessimismo certo e documentato pure. Da bravi giornalisti, Poulet e Giret fanno riflettere sul ruolo politico, sociale e culturale che la stampa potrà giocare in avvenire per essere competitiva.
quotidiani, motori di ricerca, comunicazione online, mass media
Emigrazione di sviluppo
Il mondo è diventato lo spazio della mobilità continua, percorso da viaggiatori per i quali l'emigrazione è un modo di vita permanente, motivato da differenti combinazioni di necessità materiali, gusto dell'avventura, ambizione individuale, devozione, opportunità di business. Questa circolazione attraverso frontiere geopolitiche, etniche e confessionali è una delle tante facce della globalizzazione più sottovalutate dagli economisti.
"Gli emigranti provocano effetti indotti con l loro viaggi, facendosi seguire da componenti della famiglia o da congiunti per periodi più o meno lunghi e una parte di essi si vede nell'ambito di circuiti mondiali, nelle tappe di una peregrinazione che talvolta dura più anni".
I comportamenti migratori spesso sfuggono alle politiche pubbliche di aiuto allo sviluppo o alle illusioni di co-sviluppo. Dimostrano la grande autonomia sociale dei migranti, visti come eroi nei paesi d'origine, anche perchè le loro rimesse sono ben più consistenti dell'apporto finanziario dato dalle economie avanzate.
Curato da Fariba Adelkhah, antropologa e Jean François Bayart, politologo, entrambi del Centre d'études et de recherches internationales di Sciences Po, il libro "Voyage du développement. Emigration, commerce, exil", Karthala, Paris, 2008, raccoglie gli scritti di altri otto ricercatori, dedicati al tema del viaggio. Frutto di indagini compiute nel Bacino mediterraneo, in Africa occidentale, nella Regione iraniano-afgana del Khorassan e nel Sud-Est asiatico, si distingue dall'approccio classico all'emigrazione per il doppio rapporto con le società di partenza e di accoglienza e con la tematica della diaspora.
Ha una visione meno schematica delle considerazioni nate da studi a tavolino, non confonde il viaggio con l'emigrazione e non se ne distacca. Ha in comune con questa l'allontanamento dal paese d'origine ed è diverso. Da un lato cerca di evitare la condizione di clandestinità, effetto perverso delle norme restrittive dei paesi di destinazione e dall'altro punta a soggiorni esteri non definitivi, che hanno precisi obiettivi di migliorare le relazioni commerciali o politiche, le conoscenze, le osservanze religiose, le esperienze di vita e di costruire identità cosmopolite.
"Il viaggio, scrivono gli autori, è spesso vissuto come uno stile di vita picaresco o epico, anche quando risponde a vincoli economici o politici".
"Gli emigranti si vivono come eletti". "Le migrazioni rispondono a strategie coerenti dal punto di vista familiare, dei confratelli di religione, dei gruppi etnici". "Costretti ad appoggiarsi a istituzioni sociali come le aziende, le chiese, le sette, le confraternite e i santuari", costituiscono un movimento autonomo per rapporto allo Stato e alle politiche pubbliche.
I ricercatori hanno analizzato gli spazi di circolazione delle persone e dei beni, le nuove forme di capitalismo commerciale, i fenomeni del piccolo commercio femminile e la mobilità degli studenti per sottolineare la loro influenza sulla crescita sociale delle persone e il valore nello sviluppo, più propulsivo delle azioni pubbliche compiute dai paesi ad economia avanzata.
emigranti, paesi in via di sviluppo, aiuti allo sviluppo
Crescita record dell'executive search nel 2007
L' "AESC state of the industry statistics" è il bollettino trimestrale di informazione sui risultati e le tendenze nel mercato mondiale del reclutamento di top manager, pubblicato dall' Association of executive search consultants, l'associazione che raggruppa 1.500 "cacciatori di teste" di 46 paesi. Il numero di fine anno, appena diffuso, mostra che il 2007 è stato un periodo di crescita dei ricavi per gli operatori del settore. Nonostante le turbolenze economiche americane si è avuto un incremento del 22% rispetto al 2006. Risultato che ha portato all'86% l'aumento dal 2004.
Executive search 2007 nel mondo

Il numero delle ricerche è aumentato del 3,6% nel Nord America, che costituisce il 42,8% del mercato mondiale, è diminuito dello 0,2% in Europa, che è il 35,2% delle attività globali, è maggiormente diminuito, del 7,0%, nell'Asia - Pacifico, che rappresenta il 15,2% dell'executive search planetaria ed è diminuita ancora del 2,5% in Centro - Sud America, che è il 6.8% di tutte le operazioni.
In Europa la crescita dei ricavi è stata del 9,5% pur in presenza di una lievissima diminuzione delle ricerche.
Il Regno Unito è il primo paese per questo tipo di reclutamento, con il 25% di ricerche, inferiore di sei punti percentuali rispetto all'anno precedente. La Germania è seconda con il 15% di attività, superiore di due punti al 2006. La Francia è diminuita di un punto, con l'11% del 2007. Il resto dell'Europa è cresciuta al 49% contro il 45% dell'anno scorso.
executive search, reclutamento, head hunter
Peter Blake, "On the balcony", 1955-57, olio su tela.
Tre lavoratori su quattro cambierebbero azienda
I due elementi di maggiore attrazione in un lavoro sono la retribuzione e la possibilità di conciliare vita lavorativa e personale. Lo rivela una ricerca sulla "Fidelizzazione" dei dipendenti aziendali, realizzata in 16 paesi d'Europa da Hudson, una società per la selezione, l'outsourcing e la gestione delle Risorse umane.
Per l'indagine sono state intervistate 1.023 persone. La metà ha dichiarato che spera di cambiare azienda nei prossimi cinque anni. Un terzo vorrebbe rimanere nel posto di lavoro attuale meno di tre anni. Solo un quarto dice che non cerca un altro impiego, nè desidera cambiarlo. Due terzi non considerano soddisfacenti le attuali condizioni di lavoro.
Gli intervistati vorrebbero innanzitutto migliorare la loro retribuzione. Il 96% ne è scontento e la mette al primo posto tra i motivi d'insoddisfazione. L'83% la considera molto importante e l'altro 13% la ritiene abbastanza importante.
Il secondo motivo di attrattrazione per un'azienda è dato dalla possibilità di conciliare vita lavorativa e personale. Per il 72% è molto importante e per il 21% è abbastanza importante.
Al terzo posto gli intervistati collocano il rapporto con il capo. E' molto importante per il 64% e abbastanza importante per il 29%.
Gli sviluppi di carriera sono al quarto posto. Per il 54% è molto importante, per il 32% abbastanza importante.
La formazione è al quinto e ultimo posto. Il 53% la considera molto importante e il 32% abbastanza importante.
Degno di attenzione è il fatto che un 10% di lavoratori non considera importante nè la carriera, nè la formazione. Ci sono evidentemente problemi economici e di rapporti familiari che richiedono soluzioni urgenti. In una fase inflazionistica dell'economia è probabile che le persone si concentrino sulla gestione attenta delle risorse economiche e sulla riduzione dei costi per l'accudimento e la gestione del bilancio familiare. A queste motivazioni razionali va aggiunta l'insufficienza dei compensi per il superlavoro, la privazione affettiva e la ricarica dalle fatiche.
retribuzioni, motivazione, hr management, rapporti capi dipendenti, conciliazione lavoro famiglia
Raccontare una vita in sei parole
In tempi di reality e talk show, di infotainment e infotedium logorroici è apprezzabile l'iniziativa di lotta alla ciarlataneria "Racconta la tua vita in sei parole", assunta da Smith Magazine, un periodico online di Iowa City, negli USA. Il suo nome, o cognome che dir si voglia, deriva dall'essere stato fondato il 6 gennaio 2006, giornata nazionale degli Smith, un appellativo molto diffuso in America e portato anche da uno dei due fondatori.
Il magazine racconta storie di vita vissuta d'ogni forma e tipo. Vuole essere uno spazio a disposizione di professionisti e di mai pubblicati scrittori, artisti e fotografi con la passione delle storie. Ha per slogan "Tutti hanno una storia".
L'idea della vita in sei parole viene dall'esempio di Ernest Hemingway, quando ha scritto: "Ho esordito con le scarpe da bebé". E' diventata un successo strepitoso di partecipazione, tanto da dare vita al libro "Not quite what i was planning. Six word memoirs by famous & obscure writers", in cima alla lista dei best seller di "The New York Times". Perchè un libro, spiegano gli esperti di comunicazione online del magazine, che sembrano ignorare l'esistenza di Kindle, è un oggetto dal disegno perfetto e finora insuperabile.
La maggioranza di quelli che hanno risposto all'invito di Smith magazine di raccontare la propria vita è costituita da perfetti sconosciuti. Ma le loro memorie in poche battute sono da scolpire nel marmo.
"Spaventato di morire, terrorizzato di vivere" è l'appello di un disperato. "Cercando di non pensare con troppa intensità", dice Larry Smith, uno dei fondatori del magazine, preoccupato di uscire dalla società di massa. L'innamorato deluso scrive:"Continuo a fare il caffè per due" e quello che ne ha subite troppe: "Cinquanta anni, esistenza di Dio improbabile", troppo irritato per trattenersi. "Essere nato è tutto ciò che ricordo" fa il paio con "Sono nato in California, poi non è successo più nulla". E con quelli che non ne possono più va considerato chi afferma: "Felicemente sposato fino al test di paternità" o "A 20 anni le donne, a 30 la carriera a 40 il sonno" o ancora "Vita senza convinzione, Morte senza parola".
Un panorama tremendo della condizione umana con l'alternativa di "Aspettare tra le droghe e il lavoro" o la puntuale registrazione del tirare a campare "Nascita, infanzia, adolescenza, adolescenza, adolescenza, adolescenza", giusto sei parole.
psicologia esistenziale, storie di vita, memorie, magazine onlineEnrico Baj, "Parade", 1972, tecnica mista su tavola.
Ancora poche donne in ruoli decisionali
L'indagine della Commissione europea "Women and men in decision making 2007. Analysis of situation and trends", compiuta nell'ultimo trimestre dell'anno scorso e diffusa il 25 gennaio, valuta la situazione attuale della presenza femminile e di quella maschile nei processi decisionali della politica, dell'economia, della pubblica amministrazione e della magistratura. Ha lo scopo di evidenziare il rispetto dei diritti delle donne nel mondo.
La ricerca mette in evidenza che nei Parlamenti c'è stato un aumento del numero delle donne, passato in dodici anni dal 10% al 17%.
L'Unione europea si situa sopra questa media. Le donne parlamentari sono salite dal 16% del 1997 al 24% del 2007. Una percentuale che è ben al di sotto della "massa critica" del 30%, individuata a Pechino in una conferenza mondiale del 1995. Solo otto Stati e il Parlamento europeo hanno questa percentuale. Sette hanno addirittura meno del 15%. Dieci, tra cui l'Italia, stanno tra il 18% e il 27%, come mostra la figura seguente.
Presenza delle donne nei Parlamenti dell'UE

Nei Consigli regionali la presenza media è del 30%. Va dal 48% di Svezia e Francia a meno del 15% di Slovacchia, Ungheria e Italia.
Nei governi nazionali le donne sono il 24% contro il 76% degli uomini, con escursioni dal 60% della Finlandia e il 53% della Norvegia alla totale presenza maschile della Romania.
Solo otto paesi hanno avuto un Primo ministro donna: la Bulgaria, la Finlandia, la Francia, la Germania, la Lituania, la Polonia, il Portogallo e il Regno Unito.
A fronte del 44% di donne lavoratrici nell'UE, i posti da dirigente che occupano è il 32% del totale e il 90% dei consiglieri d'amministrazione delle grandi aziende è di sesso maschile. Nonostante una ricerca del settembre 2007, "Female leadership and firm profitability", EVA analysis, n° 3, abbia rilevato migliori perfomance delle aziende guidate da CEO donne, la situazione complessiva europea non accenna a cambiare. Come appare dalla figura successiva, sei paesi, fra cui l'Italia, hanno meno del 5% di dirigenti donne e tre superano il 20%.
Presenza delle donne dirigenti nelle grandi aziende dell'UE

Le banche centrali hanno tutte governatori uomini. Gli organi decisionali hanno una donna ogni cinque uomini.
Nella pubblica amministrazione le cose vanno meglio, con un 33% di donne dirigenti contro il 17% del 1999.
In magistratura le donne sono il 30% dei giudici. Ma nell'UE15 la situazione è peggiore, la presenza femminile è del 18%, con un lieve miglioramento dal 15% registrato nel 1999.
donne dirigenti, diritti delle donne, Commissione europea
Nuovi annunci di reclutamento online
In un mercato del lavoro sempre più flessibile il reclutamento continuo è necessario per affrontare il tasso di turnover elevato provocato dai nuovi regimi contrattuali. Abbiamo già avuto modo di scrivere sull'aumento dei reclutatori e delle procedure di selezione. Con l'aiuto di Internet non c'è giornale o agenzia di lavoro o azienda che non abbia dilatato online le sue inserzioni.
Ma dopo quelle sulla carta stampata anche queste attività di offerta hanno poco successo presso le persone più impiegabili. Le posizioni pubblicizzate talvolta sono poco appetibili per come sono presentate o per il canale usato, più spesso per il lavoro in sè, per l'immagine di chi lo propone, per la retribuzione o il rapporto d'impiego che vi sono connessi.
Nella marina inglese del XVI e XVII secolo i reclutatori di uomini validi da imbarcare si aggiravano per i locali pubblici del porto di Londra. Qui individuavano le prede e tra una birra e un rum facevano amicizia con loro e le convincevano a diventare marinai. Oggi Facebook può servire allo stesso scopo con altri mezzi.
TMPNeo, divisione dell'agenzia newyorkese di pubblicità per le Risorse umane, ha messo a punto un applicativo che può essere utilizzato sul grande social network, forte di oltre 60 milioni di persone articolate in miriadi di gruppi di discussione e relazione, una audience che nessun altro mezzo di comunicazione può uguagliare.
L'applicativo è "Work with me", permette ai dipendenti aziendali, frequentatori di Facebook, di fare conoscere agli amici dei gruppi d'incontro le offerte di lavoro delle loro aziende e di favorire la scelta degli annunci che vogliono mettere in evidenza.
Basta entrare nei gruppi giusti e postare i messaggi appropriati. Perchè per usare un social network in modo intelligente, bisogna farlo rispettando il suo spirito di associazione aperta e senza snaturarlo, dicono quelli di TMPNeo. Se 100 dipendenti di un'azienda, che frequentano Facebook, hanno ciascuno tra i 50 e i 100 contatti, l'impatto dell'annuncio messo in evidenza non è trascurabile.
Il nuovo sistema di reclutamento per cooptazione sembra funzionare. Ma molte società di selezione sono già presenti sul social network e ci sono perfino alcune, che si distinguono scrivendo sulla home page dei propri siti: "questa azienda non fa reclutamento tramite Facebook".
selezione del personale, recruiting online, HR advertising
Warren Buffet è il più ricco del mondo
Alla classifica annuale di "Forbes", un club esclusivo per miliardari, succede come alle elezioni: i sondaggi ripresi dai mass media annunciano periodicamente che nuovi protagonisti sconvolgeranno la parata delle grandi ricchezze personali, i risultati segnano pochi cambiamenti.
Per tutto il 2007 è sembrato che la corona di più ricco del mondo andasse a un messicano o a un indiano, poi anche questa volta tutto è rimasto in America. Il più grande patrimonio personale è quello posseduto da Warren Buffet, con 62 miliardi di dollari (circa 40 in euro), Carlos Slim, che tutti davano in testa è secondo con 60 miliardi.
La novità, se si può chiamare così quello che tutti attendevano da tre anni almeno, è la terza posizione di Bill Gates, che con 58 miliardi (2 in più del 2007), lascia la testa della classifica tenuta per tredici anni.
Quest'anno i partecipanti alla gara provengono da 54 paesi e per la prima volta due sono africani: il nigeriano Aliko Dangote, 334° con 3 miliardi e 300 milioni e il sudafricano Patrice Motsepe, 503° con 2 miliardi e 400 milioni.
Per la prima volta ci sono più dei soliti 1.000 classificati. Siamo arrivati a 1.125 con oltre un miliardo di dollari in tasca. L'anno scorso erano 946 . L'aumento è dovuto alla maggiore presenza di Russia con 87 ricchi, India con 53 , Cina con 42 e all'arrivo di Africa e America Latina con il Brasile, che ha 18 miliardari.
Le progressioni più spettacolari sono quelle dell'indiano Anil Ambani, arrivato in un anno a una fortuna di 23 miliardi e 800 milioni e di suo fratello Mukesh Ambani, salito a 22 miliardi e 100 milioni. L'India ha quattro persone tra i primi dieci classificati, fra essi Lakshmi Mittal, 4° con 45 miliardi.
Gli USA restano il paese che ha il maggior numero di presenti, con 469 in graduatoria per un totale di 1.600 miliardi. L'Europa ha 298 classificati con 1.400 miliardi complessivi. Al di fuori dei due continenti ci sono altri 358 ricchi con 1.400 miliardi di dollari.
I patrimoni personali censiti raggiungono quindi in totale 4.400 miliardi .
Tra i primi 25, sette sono russi, quattro americani e altrettanti indiani, due sono tedeschi, francesi o cinesi, e quattro sono rispettivamente arabo, messicano, spagnolo o svedese.
Il più giovane dei presenti è il 23enne Mark Zuckerberg, 785° con un miliardo e mezzo. La donna più ricca del mondo è la francese Liliane Bettencourt, 17ª con 22 miliardi e 900 milioni. Giovane, donna e ricca è la cinese Yang Huiyan, 125° con 7 miliardi e 400 milioni.
Tra gli italiani il più ricco è Michele Ferrero. 68° con 11 miliardi, ha superato Leonardo Del Vecchio, che era più avanti l'anno scorso e ora è 77° con 10 miliardi. Silvio Berlusconi è 90° con 9 miliardi e 400 milioni.
classifica forbes, miliardari
Ricambio dei CEO nella crisi americana
Le 30 maggiori aziende del Dow Jones, il principale riferimento borsistico del mondo, hanno avuto nel 2007 una caduta degli utili del 19,07% rispetto all'anno precedente. Il peggiore risultato dal 2001, l'anno della bolla tecnologica. Citibank, Starbuck , Sears & Roebuck, General Motors e Pfizer & Merck hanno avuto consistenti perdite di bilancio. I settori più colpiti sono stati la finanza, il commercio al dettaglio e le materie prime, dove è stato avvertito più pesantamente l'effetto dei subprime, della perdita di valore del dollaro e dei prezzi del petrolio, del carbone, dei metalli, dei prodotti agricoli.
Si spiega così la sostituzione di alcuni dei CEO più remunerati sul mercato mondiale dei top manager, coperti di stipendi, stock option, future bond e paracadute d'oro.
A gennaio 134 capi azienda hanno ceduto il posto ad altri, il 57,6% in più che a dicembre, quando erano usciti 85 e il 17,5% in più rispetto allo stesso mese del 2007, quando erano stati 114. Lo dice il rapporto "CEO departures drop slightly" di Challenger, Gray & Christmas, una società di Chicago specializzata nell'outplacement degli executive: 44 hanno dato le dimissioni, 35 si sono pensionati, 28 sono stati licenziati,10 hanno cambiato azienda, 17 hanno deciso altro.
L'età media degli ultimi CEO sostituiti è inferiore di due anni rispetto a quelli che hanno cambiato ruolo in dicembre, ma superiore di sei anni rispetto a quelli di gennaio 2007. Sono durati meno: 6,7 anni, mentre quelli di dicembre erano rimasti in sella 7,4 anni e quelli di gennaio dell'anno scorso 9,0 anni.
Nel 2007, stando al rapporto, le fuoruscite dei CEO sono state 1.356, inferiori dell'8,3% in confronto al totale del 2006, quando è stato toccato il record di 1.478.
Nel 2006 la molla fu lo scandalo delle stock option predatate. Centinaia di società furono sottoposte ai controlli degli ispettori dello Stock Exchange, anche se solo una ventina di capi azienda furono obbligati alle dimissioni, che poi due hanno dato nel 2007.
Quest'anno il turnover potrebbe avere un tasso più elevato e superare il record del 2006, conclude il rapporto. Molto dipende dalle condizioni di ripresa del settore bancario e dall'obbligo di cessione degli attivi che hanno le società finanziarie d'investimento.
CEO americani, crisi dei subprime, turnover dei manager
Riuscita scolastica di donne e uomini nell'UE
In tutti i paesi dell'UE i risultati scolastici delle donne sono migliori di quelli degli uomini. Sono più numerose le diplomate del secondo ciclo dell'istruzione secondaria e meno frequenti gli abbandoni precoci dei percorsi intrapresi per il miglioramento delle competenze di base, di qualificazione professionale e di formazione continua.
Lo dicono le elaborazioni fatte da Fabienne Rosenwald nello studio "La réussite scolaire des femmes et des hommes en Europe", Note d'information, n°8, DEPP, février 2008.
L'UE considera abbandoni precoci quelli dei giovani tra i 18 e i 24 anni, che si sono fermati al primo ciclo dell'istruzione secondaria (nove anni di studio) e quelli che non hanno completato con il diploma il secondo ciclo e non sono neppure in formazione. Una popolazione che nel 2006 ha costituito il 15% della popolazione giovanile europea: 18% uomini e 13% donne.
I paesi che hanno già ridotto il tasso di abbandono scolastico sotto la soglia del 10%, stabilita negli obiettivi di Lisbona, sono l'Austria, la Cechia, la Finlandia, la Polonia, la Slovacchia e la Slovenia.
Malta con il 42% e il Portogallo con il 39% sono i paesi con il tasso di abbandono più alto. L'Italia con il 18% è sopra alla media europea, con il 25% di uomini e il 16% di donne.
Dalle rilevazione sulle forze di lavoro tra i 20 e i 24 anni si ricava che l'81% delle donne è in possesso di un diploma del secondo ciclo dell'istruzione secondaria, contro il 75% degli uomini della stessa età. Scarti superiori di 10 punti a favore delle donne si riscontrano a Cipro, in Estonia, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, nei Paesi Bassi e in Spagna. In Italia la differenza è di 9 punti, l'80% contro il 71%, mentre in Bulgaria, Cechia, Romania e Slovacchia è pressapoco la stessa e in Francia e Germania si riduce a 4 punti, l'84% contro l'80%.
Nell'UE la situazione si ripresenta simile tra i laureati: il 45% di donne e il 41% di uomini. Ci sono due situazioni opposte, quella del Sud Europa, Italia compresa e di una parte dell'Est, dove le donne conseguono più lauree degli uomini e il resto dell'UE, che vede le donne laureate in minoranza.
A fronte di questi risultati ampiamente positivi, le donne che hanno compiuto studi in matematica, scienze e tecnologia (MST) sono però meno degli uomini, solo il 31,2%, con un'escursione che va dal 43,5% dell'Estonia ,il 41,1% della Bulgaria, il 40,9% della Grecia e il 40,0% della Romania, al 20,3% dei Paesi Bassi, il 23,3% dell'Austria e il 24,4% della Germania. L'Italia con il 37,1% è sopra la media europea.
L'UE ha 864.200 persone con studi in MST. Supera gli USA, che ne hanno 430.000 e il Giappone, che ne ha formati 230.000.
% di donne con studi MST

I motivi del minore numero di donne con studi in MST stanno nelle opportunità occupazionali, nel riconoscimento delle qualificazioni, nei compensi e le ricompense, nella diffusione delle attività di ricerca e sviluppo, nelle barriere culturali e, non meno importante, nella quantità , qualità e costo dei servizi alla persona e alla famiglia disponibili nei 27 paesi.
formazione superiore, discipline scientifiche, donne e lavoro
Scelte lavorative delle mamme e cura dei bambini
Più le retribuzioni delle mamme sono elevate maggiore è la probabilità che siano occupate. Variabili intervenienti più significative sono il vivere in coppia o da sole e il livello dei redditi del congiunto.
In Irlanda, Italia, Lussemburgo, Portogallo e Spagna le mamme non accompagnate hanno la maggiore probabilità di lavorare. Succede il contrario in Belgio, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia.
Queste differenze tra i paesi dell'UE15 sono difficili da interpretare perchè vi giocano elementi quali l'esistenza di prestazioni pubbliche alle famiglie monoparentali, i vincoli in materia di accudimento ai bambini, l'importo e la durata dell'assistenza familiare, la rappresentazione sociale del ruolo di madre, ecc.
In dodici paesi le mamme con tre figli hanno una maggiore probabilità di non avere lavoro fuori casa, mentre in Grecia ne basta uno solo e in Danimarca, Francia e Spagna l'occupazione è correlata all'entità del reddito proveniente dall'assistenza familiare.
Sabine Chaupain-Guillot, Olivier Guillot, Eliane Jankeliowitch-Laval approfondiscono i motivi di questi fenomeni in "Choix d'activité des mères et garde des jeunes enfants: une comparaison entre les pays de l'Europe des Quinze à partir des données de l'ECHP", Documents de travail, BETA Strasbourg, n°3 février 2008.
I tre ricercatori analizzano le scelte di lavorare e i motivi di decisione delle mamme con bambini piccoli negli Stati dell'UE15 operando sui dati dell'ECHP, l'European community household panel. Considerano l'alternativa possibile tra accudimento diretto dei figli e ricorso ai servizi di baby sitting per mezzo di due modelli micro econometrici a tre variabili:
a) se la mamma è disoccupata, se lavora a part-time o se lavora a tempo pieno,
b) se la mamma non lavora fuori casa, se lavora e non usa nessun servizio di baby sitting o ricorre a un aiuto non remunerato, se lavora o utilizza uno o più servizi di baby sitting a pagamento.
Occupazione in base al numero di figli sotto i 18 anni

Occupazione in base all'età del figlio più piccolo

L'esplorazione porta a rilevare il forte impatto di un bambino al di sotto dei tre anni sulla probabilità di lavoro della mamma. Ma altre variabili hanno effetti diversi tra i paesi e al loro interno.
Quattro gruppi di Stati possono comunque essere distinti:
1 - il congedo parentale remunerato dura fino a due o tre anni in Austria, Finlandia, Francia e Germania, contro un anno o meno degli altri paesi;
2 - in Danimarca e Svezia il tasso di occupazione delle mamme supera l'80% e il numero delle famiglie che si servono di baby sitting a pagamento è superiore all'80% nel primo paese, al 75% nel secondo e arriva fino ai sei anni del bambino;
3 - in Grecia, Spagna e Portogallo le mamme sono spesso inattive e i loro sistemi di assitenza familiare e di congedo parentale remunerato sono poco generosi;
4 - l'Italia fa parte a sè, perchè ha un congedo remunerato, un tasso di ricorso al baby sitting più elevato e superiore alla media europea, un'assistenza familiare più generosa.
I ricercatori ritengono che una politica più attiva in materia, che faccia leva sull'ampiezza dell'offerta e sui costi del baby sitting, avrebbe probabilmente l'effetto di aumentare il tasso di occupazione delle mamme con figli in età prescolare.
Come mostra l'esperienza della Germania, già avviata lungo la via della conciliazione lavoro-famiglia, che persegue l'obiettivo di realizzare 500.000 posti d' asilo per bambini sotto i tre anni entro il 2013. In questo paese dal 1° gennaio 2007 l'assegno familiare (elterngeld) è diventato un forfait di 300 euro, pagato per due anni e il genitore che si assenta dal lavoro per 12 mesi ha diritto al 67% dello stipendio, con un plafond di 1.800 euro. L'obiettivo del governo tedesco è di incoraggiare la ripresa della natalità.
Secondo lo studio, tra le vie da percorrere risultano più interessanti per i dipendenti e gli imprenditori quella dell'alleggerimento del carico fiscale sul reddito da lavoro e ancora più l'alternanza tra periodi di lavoro a tempo pieno, parziale e inoccupazione.
lavoro femminile, lavoro a part-time, accudimento dei bambini, Unione EuropeaPeter Blake, "Sargeant Pepper", 1966, multiplo.
Altro valore dell'automobile
Sappiamo da anni che il valore funzionale dell'automobile è la mobilità, l'autonomia dell'automobilista di spostarsi dove e quando vuole. Ogni limitazione alla mobilità che lasci a piedi chi intende usare il proprio mezzo di trasporto suscita delusione e frustrazione. Anche sull'automobile come medium di massa personalizzato, trasmettitore di identità sociale, simbolo di ricchezza e potenza, sappiamo molto. Così come intuiamo che il rapporto dell'automobilista con il suo veicolo non si limita al trasporto e alla soddisfazione del bisogno di viaggiare con maggiore o minore sicurezza, velocità, comodità e prestigio.
Carme Chacon, ministra dell'Edilizia abitativa nel governo spagnolo, ha dichiarato polemicamente in un'intervista che, vista la comodità e l'abitabilità raggiunte ormai da molte automobili vi si potrebbe applicare il bollino che le riconosce come case.
Alle "automobili dell'amore" ha invece pensato Autocity, un portale spagnolo per automobilisti che già pubblica una rubrica fotografica su donne e motori "Arrivano le curve".
Il sito ha pubblicato una classifica delle automobili a tre porte più vendute, valutando la reclinabilità dei sedili, la larghezza dei posti anteriori, la distanza tra la poltrona del guidatore e il volante, lo spazio libero dal cruscotto per il passeggero, l'altezza del tetto dalle sedute, l'agevolezza complessiva dei movimenti stando seduti. Effettuate le misurazioni necessarie ha assegnato dei punti per ognuna di queste parti dell'automobile.
Prima in classifica è risultata la "Golf" Volkswagen con 57 punti, seconda la Peugeot "307" con 50 punti, terza l'Audi "A3" con 48 punti. Dietro di loro la "Stilo" FIAT e l'Alfa "147", la Renault "Megane", la Honda "Civic" e la Ford "Focus". Ultima la Toyota "Corolla". Una schiacciante vittoria tedesca.
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Vincere le elezioni e governare
I videogiochi strategici di contenuto politico non sono una novità. Già nel 2003 Howard Dean, candidato alle primarie del partito democratico per la nomination alle presidenziali americane, ne fece uso nella sua campagna di comunicazione, diffondendo online un videogioco per aumentare la sua popolarità. Nel 2004 George Bush impiegò contro John Kerry il videogioco "Tax invaders", che accusava il suo rivale di volere aumentare l'imposizione fiscale e il partito democratico ribattè con "Contractopoly", che mostrava le connessioni del presidente repubblicano con le imprese appaltatrici della ricostruzione in Irak.
"Mission Président" è stato invece il primo videogioco uscito nel pieno di una campagna elettorale europea, quella francese del 2007, che mostra come obiettivo concreto di un prermier, di un primo ministro, di un presidente del Consiglio, di un presidente della Repubblica o di un re sia di restare al potere il più a lungo possibile. Il gioco è stato creato da Eversim per fare rendere conto di tutta la complessità della gestione di un grande paese.
Il giocatore doveva assumere il ruolo del principale responsabile del governo e prendere decisioni circostanziate nella maggior parte dei settori chiave della politica: l'istruzione, la sicurezza interna ed esterna, il fisco, l'ambiente, il lavoro, i beni culturali, la salute, ecc. Per governare aveva a disposizione undici grandi ministeri, a cui poteva dare istruzioni, scegliendo tra due strategie: il modello "mission", con un obiettivo preciso da raggiungere e quello "scenario". In questo secondo caso, il giocatore poteva scegliere il paese da governare.
Con molto realismo il gioco francese evidenziava che non bastava prendere una decisione e comunicarla perchè fosse eseguita. Al contrario di quello che accade nella maggior parte delle imprese, dove il vertice ha ampi poteri, le decisioni governative in democrazia devono essere approvate dal Parlamento e non è detto che il consenso sia dato facilmente, perchè c'è il gioco della maggioranza e dell'opposizione, perchè i partiti devono coltivare la propria base elettorale, perchè le manifestazioni di piazza e le reazioni dei cittadini sono importanti.
In occasione delle elezioni generali, che si terranno in Spagna il prossimo fine settimana, Planeta De Agostini Interactive ha presentato un adattamento del videogioco francese, che è stato ribattezzato "Yo presidente. Objectivo: la Moncloa". Richiama esplicitamente la situazione spagnola, a cominciare dal palazzo di Madrid, sede centrale del governo e residenza del presidente e della famiglia.
Realizzata in 3D, nella nuova versione spagnola il giocatore affronta il voto popolare da presidente, in una posizione privilegiata. Dovrà vincere le elezioni con un programma credibile che riscuota la fiducia degli elettori e, se ce la fa, governare per quattro anni. Dovrà tenere efficaci relazioni internazionali e con la Chiesa, lottare contro il terrorismo, promuovere una ripresa della natalità, mantenere la crescita dell'economia.
Potrà perciò consultare l'opinione pubblica attraverso la stampa, concludere accordi con altri paesi, avere scambi con i vertici dell'industria, dei servizi, della finanza, della cultura, dell'economia nazionale e internazionale.
L'efficacia delle decisioni sarà dimostrata dalla loro approvazione, dai risultati ottenuti e dalla durata in carica del presidente, senza sfiducie.
elezioni, formazione manageriale, videogiochi,, Presidente del Consiglio, governo,politica