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Bottega di Coppo di Marcovaldo, "Madonna del Carmelo",
seconda metà del sec.XIII, Firenze, Santa Maria Maggiore.
Buon Natale e felice anno 2007.
Dicembre - 27 post
Competitività: 11 - Gucci ha compiuto 85 anni; Economia: 6 - Enormi differenze tra ricchi e poveri nel mondo; 12 - Francis Bacon; Fondamenti: 14 - Ai margini del mercato del lavoro e della società; 21 - Dizionario mondiale delle immagini; Formazione: 4 - Classifica generale delle business school europee; 6 - Agenzia di viaggi nei mondi virtuali; 11 - Classifica mondiale delle migliori università; Gestione e sviluppo: 4 - Management spietato della grandissima distribuzione; 4 - "Shanghai Tang"; 4 - Business dalla coda lunga; 13 - 42 bravi e cattivi leader dell'economia mondiale; 18 - Origini e sviluppo della consulenza manageriale; 19 - Immagine allegorica; 19 - Azionariato dei dipendenti; 19 - "Ottobre", affresco; 20 - Nuovi spazi per la direzione delle Risorse umane; 20 - $ 180 milioni di bonus agli 11 top manager di Goldman Sachs; 22 - 10 anni di cambiamenti del management; Occupazione: 14 - Occupazione dei lavoratori anziani nell'UE 25; Società: 5 - Leggende metropolitane; 6 - Gérard Rancinan "Gong-Li"; 6 - Gérard Rancinan "Katrin"; 11 - Stampa compiacente; Tecnologia: 13 - Sangue di tartaruga e vivi 100 anni; 18 - Cambiamenti e opportunità venture dall'ICT; 18 - Carta cancellabile o inchiostro a scomparsa?.
Post più commentati
Stampa compiacente, Classifica mondiale delle migliori università, Nuovi spazi per la direzione delle Risorse umane.
10 anni di cambiamenti del management
Mark Vamos e David Lidsky sono due capiredattori di "Fast Company", il mensile americano di management. In occasione del primo decennale della pubblicazione hanno curato una raccolta di articoli apparsi dal 1996, che hanno come tema unificante l'innovazione aziendale.
Ne è venuto fuori un libro prezioso per le testimonianze sui cambiamenti delle concezioni e delle pratiche di management, date dai diversi contributori della rivista. "Fast Company's greatest hits. Ten years of the most innovative ideas in business", Penguin, New York, 2006, è un'antologia di 32 articoli, presentati in ordine cronologico.
Rappresenta una rassegna delle idee, dei profili, delle tendenze e delle posizioni di riferimento, che la gestione aziendale ha avuto in questi ultimi 10 anni.
La prefazione dei due curatori è intitolata significativamente "Manuale della rivoluzione del business".
Il primo articolo è di Mort Meyerson, il Ceo di EDS, che dichiara: "Tutto quello che so sulla leadership è sbagliato". Scritto nell'aprile 1996 adombra tutte le forme successive di coinvolgimento dei dipendenti e trasformazione dello stile di direzione, mirate all'effective management deployment.
Il consulente Tom Peters in "La marca ti chiama" introduce le tematiche che saranno care al movimento per la brand equity.
Il saggista Daniel Pink, con il suo famoso pezzo "Free - Agent Nation", profila le tendenze, che culmineranno nelle Dot - com company.
Il senatore John Mc Cain incita "Alla ricerca di coraggio" nella competizione mondiale, l'imprenditrice Danielle Sachs parla del "Guru per caso Malcolm Gladwell" e la scrittrice Katharine Mieszkowski analizza la "Craig List", la mappa delle professioni, delle ricchezze, della politica e della società dell'area di San Francisco.
Fino ad altri due giornalisti di "Fast Company", Ron Lieber, che analizza i problemi dei lavoratori a tempo determinato di Microsoft e Keith Hammonds, che mostra come è possibile combinare monotonia e creatività nella formazione.
Gli articoli di chiusura di Vamos e Lidsky invitano a "Gestire il cambiamento" e ad "Unirsi al circo".
Una storia, che è un utile benchmark per comprendere dove si è arrivati nell'evoluzione dei metodi di gestione aziendale e perchè si manifestano le spinte reazionarie.
Dizionario mondiale delle immagini
L'immagine e la visibilità sono preoccupazioni perfino eccessive nel mondo del business, dove le figure materiali e i profili mediatizzati dei top manager si influenzano a vicenda e tutti sanno che "superati i 18 anni ognuno è responsabile della faccia che ha".
Il potere delle immagini entro il sistema delle imprese non è che un'evidenza dell'accumulazione planetaria delle forme visive e della loro circolazione accelerata.
270 autori, 400 voci e 800 illustrazioni costituiscono la quantità dell'impegno, attivato da Laurent Gervereau, presidente del francese Institut des images, per raccogliere informazioni di più discipline, aprire nuove prospettive e stimolare ricerche nei vari campi dell'immagine, dalla pittura al cinema, dai gioielli a Internet e valutare il suo impatto sulla società.
Il "Dictionnaire mondial des images", Nouveau Monde éditions, Paris, 2006, è "un mezzo d'esplorazione, uno strumento di ricerca e un saggio di valutazione del peso del visivo sulla cultura, la riflessione e la creatività dell'uomo", come ha scritto Jacques Le Goff in "Le Monde des livres" il 15 dicembre scorso.
E' un'impresa mai realizzata prima, che in 1120 pagine tratta dell'immagine per temi e idee (Invisible, Violence de l'image, Iconoclasme), per tipologia e tecnica (Affiche, Graphisme, Cinema, Internet, Jeux videos), per categorie storiche e culturali (Futurisme, Pop art, Orientalisme, Erotisme, Mythologies), per riferimento geografico e culturale (Tango, Guerre civile et movida, Estampes et cinéma, Paysage: Asie occident).
Gervereau spiega la scrittura e la pubblicazione del libro con il diritto dell'uomo contemporaneo di sapere da dove vengono le immagini in cui siamo immersi e come si sono venuti ad elaborare gli stereotipi e i miti di cui ci alimentiamo.
La tesi del Dizionario è che "tutto fa immagine. L'immagine fa tutto. Ancora di più con Internet". Ed è necessario perciò intepretarla.
Ogni voce indica le fonti, rintraccia le origini, descrive l'evoluzione dell'oggetto di conoscenza a cui è dedicata ed è corredata da uno o più esempi iconici.
L'aggettivo "mondial" del titolo si giustifica pienamente, per i contenuti e gli autori, intenzionati ad evocare il più ampio panorama culturale su tutti gli argomenti affrontati. La raccolta risulta innovativa per molti aspetti di superamento delle categorie disciplinari e delle barriere nazionali.
La realizzazione editoriale particolarmente curata fa infine del "Dictionnaire mondial des images" un'opera da guardare.
$ 180 milioni di bonus agli 11 top manager di Goldman Sachs
L'esercizio 2006 del gruppo finanziario americano Goldman Sachs si è chiuso con utili record: 9 miliardi e 540 milioni di dollari, un aumento del 70% rispetto al 2005, su una cifra d'affari di 37 miliardi e 600 milioni, frutto delle commissioni e dell'attività di Borsa, cresciute del 49%, un primato assoluto a Wall Street.
Nell'informazione trasmessa alle autorità del New York Stock Exchange sono indicati i bonus di fine anno decisi per 11 top manager.
Al CEO, Lloyd Blankfein, nominato in giugno, sono stati assegnati 53 milioni e 500 mila dollari, 27 milioni e 300 mila in contanti, 15 milioni e 700 mila in azioni e 10 milioni e mezzo in stock option.
25 milioni ciascuno sono stati dati ai due presidenti, John Winkelried e Gary Cohn.
Al vicepresidente John Weinberg sono toccati 20 milioni e al direttore generale, Edward Forst, 16.
In totale gli 11 top manager hanno ricevuto 180 milioni di dollari.
Anche ai 26.467 dipendenti non è andata troppo male. Ciascuno ha avuto 622 mila dollari.
Complessivamente, Goldman Sachs distribuirà al suo personale 16 miliardi e 500 milioni.
Il 2006 è stato un anno di alti profitti anche per altri gruppi della finanza americana. Perciò Morgan Stanley riconoscerà ai suoi dipendenti 14 miliardi e 300 milioni, Lehman Brothers 8 miliardi e 670 miloni, Bear Stearns 4 miliardi e 300 milioni.
I 170 mila bancari e promotori finanziari che lavorano nelle cinque grandi banche di investimento newyorkesi dovrebbero ricevere 36 miliardi di dollari di bonus, il 30% in più dell'anno scorso.
Nuovi spazi per la direzione delle Risorse umane
C'era una volta la direzione del Personale con le due carriere parallele dei manager e dei professional, l'equità di trattamento e la trasparenza della gestione. Sosteneva un management impegnato a presidiare un mercato locale e a reagire alla concorrenza dei nuovi entranti.
Poi c'è stato il tempo dell'arrivo del mercato in fabbrica, della soddisfazione del cliente e del miglioramento continuo della produzione, stimolato da una direzione delle Risorse umane decentrata, pronta a catturare la conoscenza, generata nel lavoro dai gruppi di lavoro integrati.
La terza svolta è stata l'impresa processiva, fondata sulle competenze e sui servizi, terziarizzabili questi, integrabili quelle anche dall'esterno se necessario. La direzione delle Persone, come sembrava propensa a chiamarsi, si è allora proclamata partner di un management system, intenzionato ad equilibrare le prospettive aziendali della gestione economico - finanziaria, del cliente, dei processi organizzativi e dell'innovazione/formazione.
La stagnazione economica dell'Europa, la riforma dei mercati del lavoro e le competenze dei responsabili e degli addetti alla gestione delle Risorse umane hanno provocato soltanto una riduzione del costo dei lavoratori.
Nel frattempo l'economia mondiale è cresciuta e la competitività asiatica, auspici le delocalizzazioni, si è sviluppata tanto da minacciare la ripresa europea, che sembra iniziata.
Ora la globalizzazione spinge alla creazione rapida di prodotti nuovi e alla valorizzazione della conoscenza prodotta nelle aziende attraverso la capacità di rendere riutilizzabile questo sapere collettivo.
Alla direzione delle Risorse umane si presenta una nuova opportunità: di integrare le competenze individuali e dare impulso ai processi di innovazione.
Due esperti di gestione delle risorse umane, Lise Gastaldi dell'Ecole Polytechnique e Patrick Gilbert dell'Université Paris I - Panthéon Sorbonne, hanno pubblicato nei Cahiers de recherche du GREGOR, 2006-04, il saggio "La GRH des chercheurs: des nouvelles pratiques pour quelle pertinence?", che porta i risultati di una indagine, svolta in due fasi, sulla gestione dei ricercatori. La prima realizzata con ricerche - interventi in otto organizzazioni. La seconda attraverso un gruppo di analisi delle pratiche di gestione, composta da quindici responsabili di istituti e uffici centrali di ricerca.
L'investigazione ha avuto per obiettivo di fare la mappa delle nuove pratiche di gestione delle Risorse umane, dedicate alla ricerca e sviluppo, in relazione ai cambiamenti organizzativi del lavoro dei ricercatori, dovuti alle partnership aziendali, al project management, alla riduzione del time to market, all'internazionalizzazione delle attività di conoscenza.
I risultati più significativi sono:
- la perfetta corrispondenza, per tempi e riconoscimenti, tra la progressione di carriera dei ricercatori e delle persone inserite nella filiera manageriale;
- la messa a punto di scale delle competenze per i differenti ruoli dei ricercatori (operatori, capi progetto, manager, esperti);
- il cambiamento dei modi di valutazione, legati specificamente al settore scientifico di appartenenza dei ricercatori e abbinati in alcuni casi allo sviluppo retributivo;
- la spinta e l'organizzazione della mobilità;
- la "managerializzazione" delle attività di direzione della ricerca.
Nei casi considerati sono state rilevate la struttura, l'attività e le dimensioni dell'unità di ricerca, il contesto strategico e organizzativo di riferimento, i cambiamenti e gli scopi del lavoro svolto.
Il bilancio complessivo tracciato mostra differenti evoluzioni e contrapposizioni, a seconda del contesto e della storia delle unità di ricerca. Ci sono ancora molti cantieri aperti.
Appare chiaro però che per gestire in modo nuovo i ricercatori sono necessarie
- la comprensione delle attività svolte, dei modi di funzionamento dell'organizzazione, delle logiche e dei vincoli;
- la coerenza tra le diverse componenti del "sistema di gestione delle Risorse umane" e tra loro e la vision dell'organizzazione sul ruolo degli operatori della ricerca e sviluppo.
Comprensione e coerenza condizionano fortemente gli ambiti operativi della direzione delle Risorse umane e le danno la possibilità di integrare le competenze e favorire l'innovazione.
"Ottobre", dettaglio degli affreschi,
nell'aula gotica del monastero dei Santi Quattro Coronati al Celio,
in Roma, definita la "Cappella Sistina" del Duecento.
Azionariato dei dipendenti
La partecipazione dei lavoratori al capitale delle imprese è guardato con sospetto da quanti, sindacati e associazioni dei consumatori in testa, vi vedono il tentativo del management di controllare con minori vincoli l'azienda gestita, indebolendo la struttura di governance in una dispersione dei titoli di proprietà e trasferendo i rischi della gestione anche sui dipendenti coinvolti nel possesso di azioni.
In Europa però l'89,9% delle grandi aziende ha un azionariato dei lavoratori dipendenti, che rappresenta l'1,72% della loro capitalizzazione di Borsa: 158 miliardi di euro, 5.300 euro per dipendente, 30 milioni di persone coinvolte.
Spesso il fenomeno è ancora allo stato embrionale e rappresenta meno dell'1% del capitale aziendale.
I paesi, in cui questa forma di partecipazione è più diffusa, sono la Francia, con il 3,69%, l' Irlanda, con il 2,80%, l'Austria, con il 2,48%.
Il peso dell'azionariato dei lavoratori dipendenti è significativo nel 61% delle grandi aziende irlandesi, nel 55% delle inglesi, nel 53% delle finlandesi e nel 51% delle francesi.
Questi dati sono stati comunicati dalla FEAS, la Federazione dell'azionariato dei lavoratori, che ha tenuto a Bruxelles il suo sesto incontro.
Le 10 aziende che hanno più lavoratori azionisti sono, in ordine di capitalizzazione posseduta:
- UBS, 6 miliardi e 41 milioni di euro, 87.000 euro pro-capite,
- Total, 5 miliardi e 356 milioni, 47.000 p.c.,
- Novartis, 4 miliardi e 385 milioni, 48.000 p.c.,
- Mondragon, 4 miliardi e 226 milioni, 54.000 p.c.,
- Deutsche Bank, 3 miliardi e 886 milioni, 61.000 p.c.,
- Societé Générale, 3 miliardi e 828 milioni, 38.000 p.c.,
- BNP Paribas, 3 miliardi e 291 milioni, 30.000 p.c.,
- Crédit Agricole, 2 miliardi e 974 milioni, 48.000 p.c.,
- Axa, 2 miliardi e 974 milioni, 27.000 p.c.,
- Bouygues, 2 miliardi e 630 milioni, 23.000 p.c.
% di dipendenti azionisti delle 1000 maggiori aziende europee
(con più dell'1% del capitale di Borsa)
| Irlanda |
61,1%
|
Portogallo |
21,4%
|
| Regno Unito |
54,7%
|
Italia |
20,3%
|
| Finlandia |
53,3%
|
Belgio |
18,2%
|
| Francia |
51,2%
|
Cechia |
16,7%
|
| Cipro |
50,0%
|
Spagna |
14,9%
|
| Danimarca |
33,3%
|
Grecia |
9,5%
|
| Lussemburgo |
33,3%
|
Polonia |
6,3%
|
| Austria |
28,6%
|
Estonia |
0,0%
|
| Svizzera |
25,8%
|
Lituania |
0,0%
|
| Ungheria |
25,0%
|
Lettonia |
0,0%
|
| Germania |
24,5%
|
Malta |
0,0%
|
| Norvegia |
23,1%
|
Slovacchia |
0,0%
|
| Svezia |
22,4%
|
Slovenia |
0,0%
|
| Paesi Bassi |
21,6%
|
UE |
35,4%
|
Carta cancellabile o inchiostro a scomparsa?
Negli uffici computerizzati la carta non è stata eliminata, è usata più come mezzo per rappresentare le informazioni che per conservarle.
I personal computer mettono in azione le stampanti solo per produrre documenti, che spesso vengono integrati e rivisti in riunioni o servono a discussioni di gruppo.
Una ricerca della Xerox ha trovato che il 44,5% delle circa 1.200 pagine stampate ogni mese in un ufficio medio ha un valore giornaliero e che il 21% delle copie dei documenti su carta, impressa solo su un lato, sono riutilizzate nello stesso giorno in cui vengono prodotte.
Intervistata dall' "Herald Tribune", l'etnografa Brinda Dalal della Xerox ha così commentato: "Siamo rimasti sorpresi dai risultati. Nessuno prevedeva che l'informazione effimera passasse in tali dimensioni dalle persone al cestino".
Dalal è a capo del gruppo di progetto dello Xerox Research Centre of Canada, che ha messo a punto, insieme al Palo Alto Research Center, un "erasable paper" per computer, una carta che si cancella da sé e può essere riutilizzata fino a 500 volte con una stampante termica.
L' "erasable paper" è ricoperto da una vernice speciale di polietilene terftalato (il PET, lo stesso delle bottiglie di plastica), che contiene elementi sensibili alla luce. Esposto a certe onde luminose diventa più scuro e dopo 16 ore torna al suo stato iniziale, se viene passato attraverso una macchina speciale, che cancella completamente quanto vi è stato impresso.
Il progetto Xerox è ancora in fase sperimentale e non potrà essere commercializzato prima del 2008.
La Toshiba invece ha già presentato a Londra in novembre la sua offerta di una carta riciclabile, semplicemente perchè l'inchiostro impresso si scolora. La sparizione avviene anche qui per mezzo di una macchina che cancella. Ma il "disappearing ink" può essere utilizzato nelle stampanti laser e a inchiostro.
L'inchiostro è colorato in blu per distinguerlo da quello che non può essere cancellato ed è denominato "e-blue".
Contiene tre diversi componenti chimici. Due sono naturali e danno il colore, il terzo attiva il processo che genera la trasparenza e la cancellabilità.
Per cancellare 200 pagine con la "lavatrice" da scrivania Toshiba bastano due ore. Il sistema è già in vendita in Giappone per l'equivalente di 3.000 euro.
Junichi Nagaki, il portavoce dell'azienda giapponese, ha detto alla Reuters che una ricerca compiuta nel suo paese sui "paperless office" ha rivelato che ogni giorno il 60% della carta stampata su una facciata è riutilizzata.
Potenza della globalizzazione, che omologa anche nei dilemmi più ecologici ed economici.
Cambiamenti e opportunità venture dall'ICT
Gartner la società americana di ricerche di mercato e consulenza, presente con uffici e clienti in 75 paesi, ha pubblicato "Predicts 2007", l'indagine previsionale sui mercati, gli eventi rilevanti e i settori di business, che saranno influenzati dall'ICT.
La mappa dei cambiamenti e delle opportunità per l'anno venturo e oltre comprende 49 avvenimenti, fondati su segnali premonitori e valutazioni dei ricercatori, che riguardano le trasformazioni dell'ICT e gli effetti sui comportamenti di consumo e le abitudini di vita delle persone, sull'organizzazione sociale e i comportamenti collettivi, sulle attività aziendali e i rapporti con il mercato e i clienti.
Il rapporto prevede la tendenza ad esplodere dei servizi su telefonino. Entro il 2010 il 60% della popolazione mondiale dotata di un cellulare potrà diventare "tracciabile". Nello stesso anno gli SMS raggiungeranno i 2.300 miliardi contro i 936 miliardi dell'anno scorso.
Il costo dei personal computer diminuirà del 50% con il progredire del loro utilizzo mondiale nei prossimi tre anni. La stampa digitale cesserà di essere una commodity e aumenterà la concorrenza fra i produttori per nuovi servizi.
Nel primo semestre del 2007 ci saranno 100 milioni di blog, ma sarà un picco di crescita, difficilmente superabile in avvenire.
Il mercato della sicurezza in rete aumenterà fino ad interessare nel 2011 uno su cinque desktop delle grandi aziende e il 70% dei server.
L'anno prossimo le tecnologie si centreranno maggiormente sui contenuti, che diventeranno sempre più rilevanti. Emergeranno rapidamente architetture di rete orientate al servizio. Il "core" delle competenze ICT saranno la strategia e la governance delle applicazioni.
La globalizzazione avrà un impatto ancora più significativo sulla domanda e la configurazione logistica della rete.
Le aziende dovranno perciò adeguare le capacità delle persone ai ruoli necessari ai processi di business ICT based. Ma aumenterà l'outsourcing di queste attività dalle grandi imprese e si verranno a costituire piccole imprese di servizio, specializzate nel favorire la flessibilità di quelle grandi.
Nel 2007 nasceranno nuove opportunità di maggiore impiego delle nuove tecnologie per la formazione, per affrontare l'instabilità crescente del mercato dell'energia e delle utility, per l'innovazione bancaria, gli investimenti finanziari e le assicurazioni.
Ci saranno ancora opportunità per le aziende dei settori dei beni durevoli, per quelle del largo consumo, per la distribuzione e il commercio al dettaglio, tutte generate dalla potenza, dalla velocità e dalla flessibilità dell'ICT.
Immagine allegorica, dettaglio degli affreschi,
nell'aula gotica del monastero dei Santi Quattro Coronati al Celio,
in Roma, definita la "Cappella Sistina del Duecento".
Origini e sviluppo della consulenza manageriale
Il mondo del management consulting diventa oggetto di ricerca accademica per merito di Christopher D. McKenna, professore di strategia alla Said business school dell'University of Oxford, autore di "The world's newest profession. Management consulting in the twentieth century", Cambridge University Press, London - New York, 2006.
Una storia rigorosa, frutto di un'indagine su materiale d'archivio di grandi multinazionali della consulenza e di una ricerca sul campo presso i loro più importanti clienti, che comincia nel 1880, quando la seconda rivoluzione industriale crea negli USA nuove opportunità professionali per chimici, fisici e ingegneri, in possesso di competenze utili per integrare dall'esterno delle aziende quelle degli operatori interni, in modo di favorire lo sviluppo del rinnovato settore manifatturiero.
L'emergere della management science e dell'impresa manageriale pone le condizioni iniziali, di supporto alla razionalità dei decisori, perchè nel 1921 Arthur D. Little prenda l'iniziativa di costituire un pool di assistenti di direzione. Si aggiunge poi nel 1930 la regolamentazione governativa sugli scambi di informazioni tra aziende e sulla revisione dei bilanci, che spinge James McKinsey, Edwin Booz e Charles Armstrong, contabili di Chicago, a costituire società di consulenza (come si chiamerebbero oggi) per offrire soluzioni americane a problemi tipicamente americani.
Altre occasioni favorevoli si avranno con le leggi antitrust e la nascita dell'informatica tra la fine degli anni '50 e tutti i '60, che spingeranno la consulenza manageriale americana ad espandersi fuori dal suo paese d'origine e a trasmettere la concezione e le tecniche di un'economia globale con la guida di quella USA.
Nel 1995 il fatturato del settore raggiungerà i 100 miliardi di dollari. Il rapporto tra consulenti e manager, che nel 1965 era stato di uno a 100, salirà a uno a 13. Il profilo di arrivo delle principali business school sarà quello del consulente. Le maggiori industrie, banche e aziende del commercio recluteranno i loro dirigenti tra il personale delle grandi multinazionali della consulenza.
Sulla base di dettagliati casi di studio McKenna mostra prima l'influenza delle società di consulenza su organizzazioni come la NASA, la Yale University, l'IBM e la Bank of England, ne analizza poi i valori trasmessi, i metodi impiegati, le tecniche e le tecnologie esportate, la rete di relazioni con il sistema delle imprese mondiali di cui dispongono. Il caso Enron/Andersen è esemplare sotto questo profilo e perchè chiarisce i suoi legami con la politica economica e con la produzione di leggi americane sulla governance d'impresa.
La storia della consulenza manageriale americana nel XX° secolo è scritta da McKenna come un manuale. Nei nove capitoli definisce la stretta interdipendenza tra natura dell'azienda e natura del consulente, prova la funzione di autoconservazione delle mode manageriali diffuse dalle società di consulenza, sottolinea l'importanza dell'immagine per l'operatore esterno all'azienda.
"L'immagine è tutto", afferma. "Per i consulenti di management la reputazione non è solo una barriera contro i potenziali competitori di altre professioni, ma anche un mezzo per affermare l'autorità culturale che desiderano e così avere più fiducia e più alti compensi".
La pratica professionale si rifà ad un corpus di modelli di relazione con i clienti e ad un linguaggio distinti da quelli della routine aziendale, frutto dell'accumulazione progressiva di conoscenze e della scoperta decisiva. McKenna illustra a questo proposito i casi della "cultura d'azienda", che ha "affascinato i teorici del management tra gli anni '80 e i '90, popolarizzata da Tom Peters e Bob Waterman (entrambi consulenti McKinsey)" e del "linguaggio metaforico", usato sul finire del secolo scorso dai consulenti perchè evocava maggiormente le esigenze nascoste dei clienti.
"The world's newest profession" svela il ruolo giocato dalle società di consulenza nel cambiamento dei differenti tipi di organizzazioni e attraverso di esse nell'influenzare la vita moderna. Constata la loro forza di pressione nell'economia della conoscenza.
"I consulenti hanno in gran parte successo facendo leva sull'immagine esterna della professione ... anche quando evitano componenti ineludibili della condizione professionale come la regolamentazione statale, l'accreditamento individuale e, il più notevole, l'affidabilità".
Una ricostruzione storica che può suonare come una requisitoria alle orecchie di chi è abituato a imporre strumenti, mode e teorie manageriali universali.
Occupazione dei lavoratori anziani nell'UE 25
Nel 2005 le persone tra i 55 e i 64 anni residenti nell'UE 25 erano 52 milioni 300 mila. Il 42,4% erano occupate, il 3,2% disoccupate e il 55,4% inattive.

Fonte: Eurostat
I tassi di attività più elevati erano della Svezia (68,9%), della Danimarca (59,8%), dell'Estonia (57,1%), del Regno Unito (56,(%) e della Finlandia (52,7%). I tassi più bassi erano della Polonia (26,8%), della Slovacchia (29,7%), dell'Austria (30,6%), dell'Italia e della Slovenia (31,2% rispettivamente).
L'occupazione maschile era del 51,5%, quella femminile del 33,5%.
Il tasso di attività delle donne era molto basso a Malta (14,6%), in Polonia (19,2%), in Slovenia (20,1%), in Italia (20,6%).
Raggiungeva al contrario i valori più elevati in Svezia (66,0%), in Estonia (55,0%), in Danimarca (52,)%) e in Finlandia (52,8%).

Fonte: Eurostat
Per le donne riguardava in prevalenza (50,2%) il lavoro non manuale poco qualificato.
Mentre la maggioranza degli occupati uomini (38,5%) svolgeva un lavoro manuale qualificato e non manuale altamente qualificato (30,1%).
Ai margini del mercato del lavoro e della società
"Les bas de l'échelle. La construction sociale des situations subalternes", Érès, Lille, 2006, è un'opera collettiva, coordinata dai sociologi Pierre Cours - Salies, professore nell'Université Paris VIII Saint Denis e Stéphane Le Lay, ricercatore del CNRS, due studiosi del rapporto tra identità lavorativa e sociale.
Il libro raccoglie una dozzina di ricerche sul campo, complementari nei loro assi di studio, che costituiscono un mosaico dei lavori difficili, malpagati e invisibili, svolti da lavoratori colpiti da segregazione sociale, o urbana, etnica, sessuale, anagrafica.
Propone delle linee di lettura, che permettono il confronto e rendono visibile la logica della collocazione "in fondo alla scala" delle professioni e della società, frutto dei dispositivi economici o giuridici, dei meccanismi di protezione sociale o delle politiche per l'impiego o dell'evoluzione rapida di certi lavori.
I ricercatori di "Les bas de l'échelle" hanno scritto 18 saggi ben documentati sui differenti gruppi di lavoratori, posti all'ultimo gradino della subalternità sociale, secondo una gerarchizzazione che impone la figura del "lavoratore maschio adulto, in buona salute (senza handicap) e preferibilmente bianco". Mostrano la realtà delle situazioni vissute dagli handicappati, dagli ultracinquantenni, dalle donne, dagli immigrati, dai possessori di competenze diventate obsolete per cambiamento tecnologico o organizzativo.
Il lettore incontra così nella prima parte del libro le "Situazioni dei lavoratori dipendenti" di Mc Donald's, degli assistenti nelle case di riposo, delle impiegate d'ufficio e può analizzare gli effetti congiunti della politica scolastica e della ricerca della redditività sulla loro condizione.
Nella seconda parte "Stigmate sociali" sono messi in luce costi e benefici della precarizzazione del lavoro nell'impresa e l'intreccio tra dispositivi di legge e pratiche d'inserimento occupazionale, che colpiscono gli immigrati, gli handicappati e i giovani.
"Precarietà e segmentazioni sociali, nuovi fattori di regolazione dei mercati del lavoro?" apre la terza parte del libro sulle "Politiche di precarizzazione" con una sintesi delle politiche per l'impiego. Tre ricerche mostrano le dimensioni della precarizzazione giovanile nell'azienda pubblica, della disoccupazione degli ultracinquantenni, del doppio lavoro femminile.
Claude Dubar, sociologo del lavoro dell'Université de Versailles Saint - Quentin-en- Yvelines, nella postfazione richiama l'attenzione sul fatto che le posizioni dei lavoratori in fondo alla scala sociale non sono distribuite a caso. La gerarchizzazione non ha niente di naturale. E' possibile "modernizzare senza escludere".
"Cominciare a contare per qualcuno e dunque per se stessi è già salire un gradino della scala, che può diventare decisivo".
Quello che è costruzione sociale può essere ugualmente smantellato.
Occorre dare visibilità ai problemi di questi lavoratori e mettersi d'accordo sulle alternative possibili, congiungendo azione collettiva e politica.
Il libro di Cours - Salies e Le Lay dà un contributo in questa direzione.
Sangue di tartaruga e vivi 100 anni
Il titolo del post non si riferisce ad un intruglio stregonesco ma all'elemento principale di un preparato medicinale, il "Tortezin", fresco, fresco inventato dai farmacologi dell' Accademia delle scienze uzbeka e già battezzato ironicamente "elisir di lunga vita" dal corrispondente da Taskent dell'agenzia di informazione Uzmetronom.
Il Tortezin, come il nome suggerisce, è a base di sangue di tartaruga.
Secondo il quotidiano belga "De Standaard", che ha riportato la notizia, gli inventori sono convinti che la loro pozione possa prolungare la vita degli uomini a 100 anni, senza difficoltà. Basta bere ogni giorno regolarmente un flaconcino del prodotto.
Non solo, il tortezin protegge anche dalla radioattività.
Se la longevità non è stata ancora dimostrata, la resistenza alle radiazioni è provata fin dagli anni'70, quando è stata rilevata la sopravvivenza delle tartarughe dell'Asia centrale ai test nucleari là effettuati.
Alle prese in giro di qualche giornale "diffamatorio" , l'Accademia delle scienze ha risposto che la pozione a base di sangue di tartaruga è "un lavoro scientifico promettente, ma la sua efficacia sarà provata dagli esperimenti clinici", in programma dopo quelli di laboratorio.
Perciò gli scienziati uzbechi hanno già brevettato un metodo per prelevare il sangue dalle tartarughe senza nessun rischio per gli animali.
42 bravi e cattivi leader dell'economia mondiale
"Business Week" del 18 dicembre fa un bilancio del meglio e del peggio del mondo degli affari nel 2006: i prodotti, le idee , le storie, i leader.
Susan Berfield ha scritto "The best (and worst) leaders of 2006", 42 ritratti di leader, che sono esempi di come si costruisce una grande azienda con la buona gestione del personale, si migliorano le culture, si sviluppano le strategie, si decide e si fanno acquisizioni o che, al contrario, hanno creato difficoltà nel lavoro, si sono dimostrati rigidi, non hanno avuto il controllo delle situazioni, sono stati confusi.
I migliori sono 20: 16 uomini e 4 donne. Le schede cominciano da Jim McNerney, Ceo della Boeing dal luglio 2005, che ha fatto ripartire l'azienda, favorendo il cambiamento della cultura manageriale, avviando nuovi rapporti e stipulando nuovi contratti con il Pentagono, continuano con Warren Buffet di Berkshire Hathaway, il "Ceo più generoso", che ha donato 31 miliardi di dollari alla fondazione Bill e Melinda Gates, si chiudono con Nadja Swarovski, vice-president for communications dell'azienda omonima, che ha fatto la migliore campagna di pubblicità e PR.
Tra i primi 20 ci sono il Cinese Robin Li, fondatore di Baidu, per la "migliore risposta a Google", Eric Schmidt, il Ceo di Google, mostro di bravura per le acquisizioni fatte, da YouTube ai diritti di riproduzione di 50 grandi quotidiani, Indra K. Nooyi, la 51enne di origine indiana alla testa della Pepsi, che ha realizzato l'acquisizione della Quaaker e la nuova strategia di successo dell'azienda, Patricia Woertz, Ceo dell'ADM, che ha avviato la "nuova era della bioenergia", Steve Jobs della Apple, Mike Ullman della J.C. Penny, Wang Jianzhou di China Mobile, Lakshmi N.Mittal della Arcelor Mittal, Michael O'Leary di Ryanair, Terry Leahy di Tesco, Kunio Nakamura di Matsushita Electric Industrial.
Bill Ford è tra i migliori business leader perchè ha saputo affrontare il più drammatico passaggio di consegne, trasferendo la guida della sua azienda ad Allan Mulally.
I leader che suscitano i dubbi sono 12: 10 uomini e 2 donne.
Sono classificati così perchè si sono limitati a proseguire strategie e attività precedenti al loro incarico Rachael Ray di Food Network e Scott Griffith di Zipcar.
C'è sospensione di giudizio per Brenda Barnes di Sara Lee, Rick Wagoner di General Motors, Michael Cherkasky di Marsh & McLennan, Eddie Lampert di Sears.
Altri 5 hanno molte difficoltà a piacere per i loro comportamenti pubblici. Tra essi ci sono Phil Knight di Nike e Ronald Perelman di Revlon.
I peggiori sono 10: 9 uomini e una donna.
Michael Dell a capo dell'azienda, che ha fondato e porta il suo nome, ha avuto scarsa reattività di mercato e il valore delle azioni è sceso.
Paul Pressler, Ceo di Gap è un cattivo gestore di talenti.
James R. Tobin di Boston Scientific ha fatto una pessima acquisizione con un'azienda di defibrillatori cardiovascolari e ha fatto perdere alla sua impresa il 40% del valore in Borsa.
John Browne della BP è responsabile della insicurezza degli impianti estrattivi, che hanno provocato incidenti mortali negli USA.
Larry Summers della Harvard University ha gestito male le attività trasversali e gli accordi.
Patricia Dunn ha rivaleggiato nei consigli d'amministrazione delle aziende in cui era stata inserita dalla sua società di venture capital.
Hanno mostrato inadeguatezze gestionali William McGuire della United Health Group, Henry Mc Kinnell della Pfizer, Noel Forgeard della European Aeronautic Defence & Space e Peter Dolan della Bristol Myers Squibb.
Francis Bacon, Studio per il ritratto di John Edwards,
1987, olio su tela.
Gucci ha compiuto 85 anni
La maison Gucci appartiene da cinque anni al gruppo francese del lusso PPR, che comprende aziende di moda come Yves Saint Laurent, Balenciaga, Alexander Mc Queen, Stella Mc Cartney, della pelletteria e calzature, come Bottega Veneta e Sergio Rossi, della gioielleria e orologeria, come Boucheron e della distribuzione, come FNAC.
E' una griffe della moda e della pelletteria, che nel primo semestre di questo anno ha avuto un fatturato di 1 miliardo e 600 milioni di euro, con una crescita del 20,3% sull'anno precedente; nata nel 1921 a Firenze, per iniziativa di Guccio Gucci, che cominciò ad aprire alcuni negozi specializzati in pelletteria, articoli da viaggio e per l'equitazione.
Iniziò così una storia che, anno dopo anno, ha unito senso del gusto, stile e artigianato nella produzione di scarpe, foulard, cravatte, abbigliamento e orologi, con il successo commerciale e l'espansione internazionale, in Francia e Inghilterra, negli USA, a Hong Kong e in Giappone.
A questa storia è dedicato il libro scritto dalla giornalista Sarah Mower, "Gucci by Gucci", Electa - Mondadori, Milano, 2006, ideato da Doug Lloyd, art director di Gucci.
Il libro ripercorre le tappe fondamentali degli 85 anni dell'azienda: dell'ispirazione del fondatore e della stretta relazione tra le tendenze di moda e l'evoluzione culturale della società esterna.
Si basa su documenti d' archivio della casa fiorentina. E' ricco di fotografie sull'attività di produzione e vendita, ma contiene anche ritratti dei personaggi più noti, che sono stati clienti di Gucci e si sofferma sull'iconografia del suo stile ( il bambù, la doppia G, il morso del cavallo), sulle più importanti campagne pubblicitarie e sui prodotti simbolo ( la borsa con il manico di bambù, la mitica Jackye O, creata apposta per Jacqueline Kennedy, il mocassino con il morsetto, il foulard Flora, fatto per Grace Kelly).
Con la storia dell'azienda, dei prodotti e dei clienti, si intreccia quella degli imprenditori e dei manager, da Guccio Gucci, scomparso nel 1953, ai suoi tre eredi, all'ingresso di Investcorp, prima nel 50% e poi in tutto il capitale, alla trasformazione della Gucci in una public company, le cui azioni sono state quotate alle Borse Valori di New York e di Amsterdam e negoziate al SEAQ International di Londra, fino all'acquisizione da PPR nel 2001.
Una storia di successi nel settore tipico della creatività italiana, che ancora continua con la direzione di Frida Giannini, unica italiana a 34 anni, presente in "The 50 Women to Watch 2006" di "The Wall Street Journal".
Classifica mondiale delle migliori università
La SJTU, Shanghai Jiao Tong University ha pubblicato l'edizione annuale delle "Top 500 world universities", la classifica delle migliori università del mondo per l'apprendimento delle scienze fisiche, matematiche e ingegneristiche.
Come nei due rapporti precedenti l'inserimento e la graduatoria sono stati fatti in base a indicatori di notorietà, quali il numero di professori o di ex allievi che hanno ricevuto il premio Nobel o la medaglia Fields (il più alto riconoscimento scientifico per le matematiche), il numero di docenti più citati nei 21 settori delle scienze esatte e sociali, il numero d'articoli pubblicati nelle riviste "Nature" e "Science", il numero di citazioni di articoli nelle riviste scientifiche e un 10% di valutazione ponderata, legata alla quantità e alla soddisfazione degli studenti.
58 università americane, 34 europee e 8 asiatiche sono classificate tra le prime 100.
Al primo posto c'è l'Harvard University, al secondo l'University of Cambridge, che con l'University of Oxford, in decima posizione, è una delle due università inglesi presenti tra le diciassette americane e la giapponese Tokyo University nelle prime 20.
Le università italiane inserite nella classifica "Top 500 world universities" sono 23.
Roma - La Sapienza è 100ª. E' la prima italiana e la trentaquattresima europea.
Tra la posizione 101 e la 201 ci sono l'Università Statale di Milano 138ª, quella di Pisa 141ª, di Firenze 174ª, di Padova 189ª e quella di Torino 195ª.
Altre 17 università sono collocate tra la 250ª (Bologna) e la 492ª (Trieste), passando per il Politecnico di Milano in 335ª posizione, la Normale di Pisa 358ª e il Politecnico di Torino in 441ª .
Le prime 20 Università della classifica
|
Ordine
|
Università
|
Paese
|
Ordine
|
Università
|
Paese
|
|
1
|
Harvard | USA |
11
|
Yale | USA |
|
2
|
Cambridge | Regno Unito |
12
|
Cornell | USA |
|
3
|
Stanford | USA |
13
|
San Diego | USA |
|
4
|
Berkeley | USA |
14
|
Los Angeles | USA |
|
5
|
MIT | USA |
15
|
Pennsylvania | USA |
|
6
|
California Inst. Tech. | USA |
16
|
Wisconsin-Madison | USA |
|
7
|
Columbia | USA |
17
|
Washington-Seattle | USA |
|
8
|
Princeton | USA |
18
|
San Francisco | USA |
|
9
|
Chicago | USA |
19
|
Tokyo | Giappone |
|
10
|
Oxford | Regno Unito |
20
|
Johns Hopkins | USA |
Stampa compiacente
La differenza tra informazione giornalistica e annunci commerciali sta negli obiettivi. Mentre la prima individua, interpreta e fa conoscere avvenimenti considerati interessanti per i lettori, i secondi informano per far comprare beni o servizi a clienti potenziali.
E' una differenza sempre più sottile in una società dei consumi, che conosce contemporaneamente i due fenomeni della "crisi dei lettori" e della "marmellata della pubblicità".
In questa società la diffusione dei quotidiani e degli altri periodici a stampa ristagna. Emergono nuovi media più attraenti. I bisogni di conoscenza si personalizzano.
La comunicazione di mercato perciò deve parlare in più modi e la credibilità maggiore della notizia giornalistica può servire agli obiettivi di vendita e agli introiti degli editori.
La commistione tra giornalismo e pubblicità serve a soddisfare la richiesta degli inserzionisti e risponde all'idea dei lettori considerati come un "gregge di consumatori".
Il giornalista Giuseppe Altamore in "I padroni delle notizie. Come la pubblicità occulta uccide l'informazione", Bruno Mondadori, Milano, 2006, denuncia gli "effetti perversi dell'informazione governata e diretta dalle esigenze della pubblicità" per rendere il lettore consapevole dei rischi che corre la libertà di stampa e potersi difendere.
Il libro documenta le ingerenze strutturali delle concessionarie di pubblicità, generalmente integrate con le imprese editoriali: da Publitalia - Fininvest, che raccoglie oltre il 40% di tutte le risorse del settore, alla Sipra, con circa il 20%, alla RCS - Pubblicità, con più del 7%, alla Manzoni - L'Espresso, con poco meno, alla Publikompass - FIAT, con il 3%. Una concentrazione unica in Europa.
Descrive la "ragnatela delle pubbliche relazioni", che sfornano a getto continuo comunicati stampa, "videonews releases", fabbricano notizie, costruiscono a tavolino fantasiosi sondaggi d'opinione, coccolano i giornalisti con viaggi premio e regali, tormentano le redazioni con i fax e le e-mail in un mercato dominato da quattro agenzie di rilevanza mondiale: Burson Marsteller, Hill & Knowlton, Barabino e Weber Shandwick, che puntano sulla pigrizia di tanti giornalisti, fornendo un servizio completo, dai testi alle foto, alle eventuali interviste.
Racconta i casi di "below" (dossier speciali, allegati, redazionali, eventi), pubblicità complementare, in coincidenza con articoli e interviste favorevoli al prodotto o al servizio reclamizzato per mezzo delle inserzioni.
Cita le dichiarazioni e gli scritti di giornalisti autorevoli e dell'Ordine sul "giornalismo marchettaro", sull' "esercito di ruffiani che tempesta di telefonate adulatorie le redazioni di tutti gli organi di stampa", sull'offerta di "nota spese", proposta dal direttore generale di un'azienda automobilistica a un giornalista italiano, corrispondente da Parigi di un quotidiano per un'intervista da fare nella stessa città.
Se il giornalista americano "è diventato un esperto di marketing e deve sapere che i vari reparti lavorano insieme per realizzare un prodotto che si deve vendere", quello italiano può rischiare di diventare "raccoglitore di pubblicità e anche di prebende e merende" o, nella migliore delle ipotesi, un "giornalista-manager, capace di fornire ottime prestazioni di public relation e di sfruttarle non soltanto a favore della testata in cui opera, o per le industrie cui si interessa, ma anche ai fini di affermare la propria professionalità".
I lettori sono avvertiti. Perchè pagare un notiziario di pubblicità, quando può avere a costo zero la "free press" ?
Enormi differenze tra ricchi e poveri nel mondo
Lunedì 4 EIU, Economist intelligence unit ha diffuso uno studio fatto per conto della Barclays bank, con una valutazione del numero e dell'evoluzione delle fortune personali nei paesi del G7.
In essi, secondo le stime, le persone che hanno una disponibilità economica, al netto degli immobili, superiore al milione di dollari (= 750 mila euro) sono attualmente 6 milioni e 300 mila, ma tra dieci anni aumenteranno del 158% e raggiungeranno i 16 milioni e 300 mila.
Una buona metà sarà costituita da Americani, però in Germania il numero dei ricchi aumenterà del 257%, in Giappone del 226%, nel Canada del 220%, nel Regno Unito del 161%, in Francia del 161%, in Italia del 134% e in Spagna del 130%.
Secondo EIU la maggior parte delle ricchezze personali ancora nel 2016 apparterranno ai paesi del G7.
Martedì 5 l'ONU ha comunicato in una conferenza stampa i risultati di una ricerca mondiale sulla ricchezza delle famiglie, realizzata per il suo UNU - WIDER, l'United nations university world institute for development economic research, da quattro economisti della New York University, dell'University of Western Ontario e dell'UNU - WIDER stesso.
Lo studio rivela che il 2% delle famiglie possiede la metà delle ricchezze dell'umanità, mentre la metà della popolazione mondiale ne ha solo l'1%.
Lo studio ha contabilizzato disponibilità economico-finanziarie, proprietà immobiliari e fondiarie e ha scorporato i debiti dalla somma degli attivi familiari. Basta un patrimonio di 2.200 dollari (= 1.790 euro) per appartenere al 50% dei più ricchi del mondo. 61.000 dollari (= 49.600 euro) permettono di essere considerati tra il 10% dei più economicamente dotati e 500.000 dollari (= 406.000 euro) per accedere al club dell'1% più fortunato.
Lo studio conferma che un quarto del 10% dei più economicamente dotati vive negli USA e un quinto in Giappone. In Germania ce n'è uno ogni dodici, in Italia uno ogni 14,5, nel Regno Unito uno ogni 17 e solo uno ogni 25 in Francia e in Spagna.
Agenzia di viaggi nei mondi virtuali
"Le nuove frontiere di viaggio sono fuori del nostro mondo. Sono nascoste nella geografia invisibile del cyberspazio".
"Viaggiare in questi territori sarà come sognare".
"Scoprire questi territori, però, non è facile, perchè molti richiedono capacità per essere visti nella loro integrità e per trovare il meglio".
Spiega così la sua ragione d'essere Syntravels, la prima organizzazione ad offrire un servizio completo di guida a tutti quelli, che vogliono fare un giro del mondo virtuale, senza conoscere questa nuova realtà o senza avere mai messo piede in questa strana terra artificiale.
Syntravels è un tour operator, che offre diversi tipi di viaggi guidati e di destinazioni. Ha uno staff composto da programmatori e architetti, esperti videogiocatori.
Quelli che vogliono viaggiare nei mondi virtuali si possono registrare gratuitamente, scegliere tra una ventina di videogiochi e installarne uno, come Albatross 18, per trovarsi su un campo da golf, Second Life, per partecipare al gioco di simulazione di maggior successo, in cui realtà online e offline s'intrecciano, World of Warcraft, per stare in compagnia degli Hobbit, City of Heros, per vestire i panni del guerriero, Neocron, per frequentare il malfamato Pepper Park. Fissano poi un appuntamento con una guida e, nel giorno e all'ora stabilita, incominciano il viaggio accompagnato, alla scoperta dell'economia, della cultura, delle abitudini di vita dei luoghi rappresentati nel videogioco scelto.
I giocatori esperti invece possono iscriversi come guide e proporre viaggi tematici.
Syntravels è nata da un'idea di Mario Gerosa, un giornalista milanese, redattore capo di Architectural Digest, appassionato di videogiochi e autore, con Aurélien Pfeffer di "Mondi virtuali", Castelvecchi, Milano, 2006.
Gérard Rancinan, ritratto di Katrin, tatuata, EPS, 1.573.

Gérard Rancinan, ritratto di Gong - Li.
Leggende metropolitane
Una donna giovane e bella sale a sera avanzata su un treno della metropolitana milanese, si spoglia e seminuda comincia ad esibirsi in una lap dance difronte ai passeggeri naturalmente sorpresi. Misteriosamente come è arrivata scompare.
Lo spettacolo si ripete per alcuni giorni, sicchè una giornalista di un importante quotidiano assiste allo spettacolo e testimonia l'accaduto al TGR della Lombardia la settimana scorsa.
La voce gira e molti curiosi e scettici prendono a viaggiare nelle ore serali in metropolitana, nella speranza di vedere anch'essi l'esibizione.
Chi sarà la ballerina? Perchè si mostra proprio in quel luogo?
Niente di nuovo: il fatto ha già dei precedenti e il più noto è accaduto a Gerusalemme. Qui, mentre un autobus pieno di ebrei ortodossi, quasi tutti uomini e anziani, è in procinto di partire dal capolinea, una donna giovane e bella si ferma, guarda i passeggeri e, lentamente, con arte da spogliarellista, si sfila la maglietta ed esibisce il seno, danzando, ai presenti. L'episodio si ripete più volte nel corso della settimana.
Un'altra versione della storia è ambientata a New York e ha per protagonista una bellissima mulatta.
Nè mancano varianti londinesi o anche milanesi stesse, di studentesse, che, ai tempi in cui erano diffuse le cabine per le fototessere a self service, avrebbero con questo mezzo realizzate e vendute le immagini del proprio corpo nudo.
Sono leggende metropolitane, fatti verosimili mai accaduti, che si diffondono da persona a persona, con grande rapidità, talvolta rimbalzando da un paese all'altro.
Sono fantasie, che diventano di massa perchè hanno una precisa corrispondenza con bisogni, diffusi in molte persone, di rimozione di paure o di appagamento di desideri o di interazione e partecipazione a collettività, che non diventeranno mai comunità.
Nell'episodio della ballerina di lap dance c'è probabilmente il desiderio di esorcizzare la paura del viaggio in metropolitana nelle ore in cui le ansie persecutorie e i pericoli reali, dovuti alla presenza di compagni di viaggio indesiderati, si possono avvertire più fortemente.
La danza della leggenda milanese è un simbolo di liberazione, trasforma la costrizione del percorso con quel mezzo o verso quella destinazione in fatto piacevole, erotizzato, che allontana dalla mente ogni presenza del rischio e accomuna con gli altri passeggeri in un godimento, opposto all'abituale disagio dell'affollamento.
Esprime la speranza che un fatto routinario quotidiano, sentito come insidioso, per magia, per un'azione imprevedibile esterna, si trasformi platealmente in un avvenimento chiaro e desiderabile.
Siti sulle leggende metropolitane: www.leggendemetropolitane.net , www.leggende.clab.it , www.cicap.org .
Business della coda lunga
"In un'era senza i limiti degli scaffali reali e di altri colli di bottiglia della distribuzione, i beni e i servizi destinati a pochi clienti potenziali possono diventare economicamente interessanti. Quando ai consumatori si offre una scelta infinita appare il vero volto della domanda. Si può constatare che c'è una concentrazione di prodotti star minore di quello che pensiamo. Le persone arrivano fino a piccole nicchie di offerta perchè rispondono meglio alle loro esigenze ".
Queste notissime parole sono di Chris Anderson, direttore di "Wired", che le ha pubblicate nel suo blog, dopo un articolo scritto sulla rivista nell'ottobre 2004, integrato poi fino a diventare il libro "The long tail. Why the future of business is selling less of more", Hyperion, New York, 2006.

L'espressione colloquiale di Anderson si riferisce alla parte terminale della curva statistica di distribuzione (nella curva di Pareto, di Levy, di Zipf, ecc.) e differenzia la possibilità, data da Internet, di rendere economicamente conveniente per un'azienda l'offrire piccoli volumi di prodotti o servizi perchè "la scelta senza fine crea la domanda illimitata".
Con Internet la redditività aumenta per la drastica riduzione dei costi di immagazzinamento, distribuzione, trade marketing, pubblicità e comunicazione esterna.
Il business della coda lunga è una teoria organizzativa, che riconosce alle nuove tecnologie il maggiore peso tra le variabili organizzative e gestionali. Inverte l'approccio tradizionale, basato su un piccolo assortimento con vendite di massa di ogni prodotto. Consente la personalizzazione dei rapporti tra azienda e cliente, perchè l'offerta è ampissima e le vendite per ognuno delle migliaia di prodotti esposti si possono limitare a poche decine di pezzi e arrivare fino all'unità.
Le aziende a cui Anderson ha guardato inizialmente sono quelle come Amazon, iTunes e Netfix, che vendono libri, musica e filmati.
Ma il modello di business della coda lunga si va estendendo ai servizi innovativi e convenzionali, dal software ai prodotti assicurativi e finanziari e sta dando vita a un nuovo settore dell'economia di mercato, coerente con la globalizzazione e con le specifiche esigenze individuali di distinzione.
Questo modello è reso possibile da organizzazioni flessibili e da persone ad elevata competenza relazionale, in grado di operare nella prospettiva del "relationship selling".

Pubblicità dell'atelier di alta moda Shanghai Tang,
Financial Times - How to spend it, 1 dicembre 2006.
Management spietato della grandissima distribuzione
Una storia incredibile, che potrebbe fare sospettare una furba operazione di marketing editoriale, visto il successo di vendite, di critiche e di attenzione dei sindacalisti e degli esperti di RU, riguarda il diario di un medico del lavoro sulle relazioni capi-dipendenti e sui meccanismi di carriera in un ipermercato francese.
Lo ha tenuto per sei anni, dal giugno 2000 al marzo 2006, una donna, sposata e madre di due figli, medico per 20 anni, incaricata della salute di 480 lavoratori di ogni ordine e grado, addetti e responsabili in una "grande surface". L'autrice lo pubblica con uno pseudonimo, Dorothée Ramaut e nel libro "Journal d'un médecin du travail. La souffrance au travail", Le Cherche midi - Témoignage, Paris, 2006; occulta ogni riferimento alla catena della grande distribuzione, perchè teme ritorsioni nei confronti dei suoi assistiti e di se stessa.
Dorothée Ramaut, intervistata nell'ombra, da alcuni grandi quotidiani, dalla radio e dalla televisione, dichiara di essere stata costretta a questo passo, dopo avere constatato l'inutilità delle sue diagnosi e delle sue richieste sanitarie al direttore del punto vendita, da cui dipendeva direttamente e anzi di avere subito perciò intimidazioni e smentite.
Il libro dettaglia la terribile quotidianità di un ipermercato, caratterizzato da "un modo di supervisione spietato", che preme sulle persone perchè siano spinte a "dare sempre e sempre di più per il bene dell'azienda", con le prospettive di carriera e la "sottomissione strategica e sistematica", praticata da tutta la gerarchia dall'alto in basso.
Gli effetti di questa gestione si presentano al lettore in mobbing organizzato, in sottutilizzazione e in rimproveri pubblici a responsabili e addetti.
Chi non regge al gioco al massacro è vittima delle numerose patologie fisiche e psichiche, che si manifestano nell'ipermercato.
I dipendenti, che, "all'assunzione sono tutti come 'gonfiati', si sentono senza limiti e sono sicuri che avranno un futuro brillante nell'azienda", scoprono ben presto che l'azienda, invece, li tratta come una merce, sballottata tra "i maltrattamenti della direzione e la passività dei sindacati".
Il "Journal d'un médecin du travail" scopre il lato oscuro degli ammanchi, usati contro chi rifiuta di mettere in atto le raccomandazioni passate dal capo nelle riunioni di settore, delle ritorsioni contro chi si ammala, della priorità di scaricare il camion e non di soccorrere chi è svenuto, della gioia del direttore perchè la depressione costringe un capo reparto a dare le dimissioni ("ho visto andare via questa nullità", commenta), del rimprovero rivolto al medico ("se lei si interessa di quello che la gente ha nella testa, dove andiamo a finire?").
Sarà un caso limite? Eppure succede in uno dei paesi più avanzati del mondo, in un settore aziendale tra i più moderni, meglio organizzati, che compete sui mercati mondiali e pratica la non discriminazione, fino ad avere quasi un terzo dei direttori di ipermercati donne.
Sono le contraddizioni dell'efficientismo e del management accentratore. Ed è importante che, anche se caso limite, un editore abbia pubblicato questo diario.
Oltretutto, in Francia, l'impatto economico delle malattie, degli incidenti e dei maltrattamenti per lavoro sta tra i 45 e i 70 miliardi di euro all'anno.
Classifica generale delle business school europee
Non ci sono istituzioni educative italiane tra le 50 "Top graduate business school based on the 2006 Financial Times Rankings".
Al primo posto c'è la francese HEC, l'Haute ecole de commerce, che l'anno scorso era settima ed è nella graduatoria con altre sette connazionali.
Al secondo posto figura la London Business School, che l'anno scorso era al primo. Ma il Regno Unito ne piazza venti tra le prime, un vero e proprio "en plein".
Al terzo posto c'è la svizzera IMD.
La Spagna occupa il quarto e quinto posto con l'Instituto de Empresa e la IESE Business School.
La classifica ha considerato gli MBA, gli Executive MBA, gli European master in management e gli Executive education program, svolti dalle Business School di tutta l'Europa, secondo i parametri dei vantaggi retributivi e della corrispondenza alle attese dei partecipanti:
Le prime 20 business school
|
Pos.
|
Scuola
|
Paese
|
Pos.
|
Scuola
|
Paese
|
||
| 2006 | 2005 | 2006 | 2005 | ||||
|
1
|
7
|
HEC Parigi | Francia |
11
|
2
|
Esade Business School | Spagna |
|
2
|
1
|
London Business School | Regno Unito |
12
|
10
|
Stockolm School Economics | Svezia/Russia/ Lettonia |
|
3
|
5
|
IMD | Svizzera |
13
|
10
|
EM Lione | Francia |
|
4
|
3
|
Instituto de Empresa | Spagna |
14
|
10
|
Essec Business School | Francia/ Singapore |
|
5
|
4
|
Iese Business School | Spagna |
14
|
10
|
Vleric Leuven Gent | Belgio |
|
6
|
26
|
ESCP-EAP | Francia/ Regno Unito/ Germania/ Spagna /Italia |
16
|
18
|
Ashridge | Regno Unito |
|
7
|
9
|
Erasmus | Paesi Bassi |
17
|
17
|
Warwick Business School | Regno Unito |
|
8
|
14
|
Cranfiel School of Management | Regno Unito |
18
|
25
|
University of Durham Business School | Regno Unito |
|
8
|
19
|
University of Bradford/Tias Nimbas | Regno Unito/ Paesi Bassi/ Germania |
19
|
15
|
City University:Cass | Regno Unito |
|
10
|
2
|
Insead | Francia/ Singapore |
20
|
24
|
University College Dublin:Smurfit | Irlanda |