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Novembre - 39 post
Competitività: 6 - Multinazionali cinesi alla conquista dell'Africa; 6 - Serguei "La Cina in Africa; 21 - Automobile fai da te; Fondamenti: 13 - Nell'occhio la promessa di una libertà imprevista; Formazione: 6 - Formazione superiore in Scienza del Web; Gestione e sviluppo: 6 - Mission e performance della gestione RU; 9 - Orario settimanale di lavoro; 10 - Strategia di gestione RU; 10 - Lou Brothers "Seven UP"; 15 - Delocalizzazioni della Ricerca & Sviluppo; 27 - Morti bianche; 27 - El Roto "La pianta carnivora"; 28 - Pericolosità del lavoro e identità di genere; Occupazione: 7 - Occupazione e produttività in UE e USA; 14 - ICT e globalizzazione riducono gli addetti alle funzioni di supporto direzionale; 23 - Produttività e qualificazione scolastica dei lavoratori; 23 - Samy Briss "Giorno di festa"; 27 - Career confidence index; Politica: 3 - Costo del Welfare in Europa; 8- Riduzione dell'effetto serra; 20 - Guerra e commercio; Relazioni industriali: 28 - Dizionario europeo delle Relazioni industriali; 29 - Jean- Pierre Roc-Roussey "Accolade"; 30 - Negoziazione collettiva transnazionale a livello d'impresa; Società: 2 - Pablo Picasso "Busto di donna con cappello"; 2 - 100 anni di permanente; 8 - 57 milioni di blog; 13 - Tutto suo padre. O no? ; 16 - Chindougu; 16 - Serguei "Prigioni"; 16 - Confronti internazionali sul livello di vita; 17 - Antoni Tapies; 20 - Interviste disinvolte; 22 - Parità donne-uomini nel mondo; 22 - Filantropia innovativa; 24 - Wal Disney & Company; Tecnologia: 15 - El Roto "L'emittente; 15 - Libro + TV online su Google; 29 - Riconoscere opinioni, emozioni e sentimenti con l'NLP.
Post più commentati
Mission e performance della gestione RU; Strategie di gestione RU; Pericolosità del lavoro e identità di genere; Interviste disinvolte.
Negoziazione collettiva transnazionale a livello d'impresa
La Commissione europea ha adottato dal 1994 la direttiva sulla costituzione dei Comitati d'azienda europei nelle imprese transnazionali, che impiegano almeno 1.000 lavoratori nello spazio economico dell'UE e almeno 150 lavoratori in più paesi membri.
La direttiva è stata attuata da quasi tutte le grandi aziende, mentre quelle medie non l'hanno ancora fatto.
La direttiva prevede che per la costituzione ci sia richiesta da parte di almeno 100 dipendenti in almeno due paesi. Strutture e competenze dei Comitati però non sono mai state precisate.
Perciò due esperti di relazioni industriali, la sociologa Isabel Da Costa del CEE, Centre d'études de l'Emploi del ministero del Lavoro francese e il politologo Udo Rehfeldt dell'IRES, l'institut de Recherches économique et sociale, il centro studi interconfederale dei sindacati francesi, hanno condotto per conto del Commissariato del piano una ricerca sulle attività negoziali dei Comitati nel settore automobilistico.
Nell'ultimo numero di "Connaissance de l'emploi", 35, octobre 2006, hanno anticipato i primi risultati del rapporto della ricerca, intitolata "Syndicats et firmes américaines dans l'espace social européen: des comités d'entreprise aux conseils mondiaux?", riferendo su strutture e funzionamento dei Comitati d'azienda europei della Ford e della General Motors, due delle sette maggiori industrie automobilistiche mondiali con DaimlerChrysler, Nissan, Renault, Toyota e Volkswagen.
I due ricercatori ricordano che
- nell'UE15 il settore Auto impiegava nel 2002 dal 6 all'8% dell'intera occupazione dell'industria manifatturiera, con 1 milione e 900 mila dipendenti;
- i cinque principali paesi (Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna) costituivano l'82% di tutta la forza lavoro occupata nel settore e la Germania, da sola, la metà di essa;
- si cominciavano a manifestare i due fenomeni connessi della riduzione degli occupati e dello spostamento dell'impiego dei lavoratori dal montaggio alla fabbricazione dei componenti, con ristrutturazioni e delocalizzazioni correlate;
- la Federazione europea dei lavoratori metalmeccanici e metallurgici ha da molti anni una forte presenza dei sindacati dell'auto e questi hanno negoziato con l'imprenditoria per la costituzione dei Comitati, subito dopo l'emanazione della direttiva del 1994.
Per difendere l'occupazione nel gennaio 2000 fu stipulato il primo accordo tra il Comitato aziendale, costituito nel 1996 e la Ford. Seguì un accordo simile stipulato negli USA con l'UAW, l'united auto workers. Fu stabilito che i dipendenti europei avrebbero avuto le stesse retribuzioni, benefici e condizioni di lavoro degli americani.
Nel 2003 il Comitato della Ford prese l'iniziativa e concordò con la direzione delle regole vincolanti per la produzione e l'impiego, difronte alla delocalizzazione e alla ristrutturazione.
Il Comitato della Ford è attualmente composto da 16 dipendenti e da 3 esperti sindacali esterni, provenienti dai cinque paesi d'insediamento in Europa dell'azienda. La composizione è proporzionata alla distribuzione dei dipendenti.
In relazione alle vicende FIAT - GM e alla crisi dell'azienda americana, il Comitato della General Motors, costituito nel 1996, ha negoziato l'apertura degli stabilimenti europei e la compensazione tra mantenimento dell'occupazione, suddivisione della ristrutturazione, turnover delle presenze al lavoro e agevolazioni alle uscite.
Il Comitato della General Motors è attualmente composto da 29 membri degli stabilimenti e della rete commerciale in Europa, distribuiti secondo gli organici dei 13 paesi e i raggruppamenti dell'azienda.
Dei tre possibili livelli negoziali comunitari (interprofessionale, settoriale e aziendale) sembra essere proprio quello dei Comitati europei d'impresa, che ha avuto il maggiore sviluppo, sia pure in un gioco di relazioni e supporti vicendevoli tra Europa e USA.
La ricerca di Da Costa e Rehfeldt mostra un cambiamento della rappresentanza dei lavoratori in corrispondenza a quello dell'organizzazione produttiva aziendale. Emerge una chiara tendenza alla tutela di tutti gli occupati in azienda, anche quelli che hanno contratti di lavoro atipico, in concorrenza ai grandi organismi categoriali, intercategoriali e nazionali ed alle nuove forme, normate, d'iniziativa parlamentare e governativa per la garanzia del reddito e la ripresa dell'occupazione.
Riconoscere opinioni, emozioni e sentimenti con l'NLP.
Il department of homeland security degli USA ha affidato alle quattro università americane di Pittsburgh, Rutgers, dell' Illinois e della Southern California l'incarico di realizzare progetti per sviluppare metodi di linguistica computazionale, che consentano di estrarre dai testi scritti "le affermazioni basate su fatti, le proposizioni soggettive, le opinioni di riferimento", valutando con un modello su base algoritmica i "propositi" di chi ha pensato e scritto su un argomento.
Intenzione del committente è che i quattro progetti servano a scoprire che cosa ha veramente in mente l'autore di un qualunque argomento.
Per il progetto sono già stati stanziati 2 milioni e 400 mila dollari per il prossimo triennio, a favore dell'ISP, l'intelligent systems program del department of Computer Science dell'University of Pittsburgh.
Il ministero americano della sicurezza vuole utilizzare questo programma di indagini per la lotta al terrorismo.
Ma l'ISP è già avanti negli studi sulla relazione tra il valore delle parole e la soggettività, come mostra il rapporto di ricerca, scritto da Janyce Wiebe, professore di Computer Science a Pittsburgh e direttore dell'ISP e da Rada Mihalcea, ricercatore della stessa disciplina nell'University of Texas e collaboratore dell'ISP.
Il resoconto, intitolato "Word sense and subjectivity", Coling - ACL 2006, è un'analisi della soggettività e dei sentimenti dell'autore di un testo, realizzata, estraendo informazioni e significati da espressioni del linguaggio umano, scritto o parlato, con il supporto di un computer.
La tecnica di elaborazione del linguaggio naturale, NLP, natural language processing, è usata da anni anche in Italia, nelle numerose applicazioni della linguistica computazionale, che viene fatta dai centri di ricerca dell' Università di Pisa e di Venezia, per citare i più noti.
L'NLP è composto da analisi lessicale, sintattica e semantica. A quest'ultima si appoggia la valutazione delle reazioni e dell'affettività di chi parla e di chi scrive. Giacchè la capacità linguistica e la comunicazione sono le maggiori caratteristiche umane.
La committenza del ministero americano della sicurezza richiede che il lavoro di ricerca favorisca quella che si chiama la "disambiguazione" delle proposizioni, delle parole e delle frasi, fase particolarmente difficile per l'ambiguità intrinseca del linguaggio umano, usato, come è noto, con valore diverso nelle differenti situazioni, relazioni e obiettivi conversazionali specifici.
Identificare la struttura delle proposizioni e il significato delle espressioni è la seconda fase. Le quattro università americane sono in possesso di un sistema di interpretazione, denominato "Senseval", che sembra superare la stretta lessicalità, con una codifica della soggettività dei significati, attribuendo alle espressioni, sulla base delle singole parole e della loro collocazione, un valore molto vicino a quello dell'intenzione comunicativa dell'autore.
Il saggio scritto dai due esperti dell'ISP ha sollevato molte critiche, in nome della violazione della privacy e della paura del "grande fratello".
Naturalmente il governo USA considera segreti i risultati di queste ricerche, che potrebbero prestarsi a utilizzazioni non solo politically incorrect.

Jean-Pierre Roc-Roussey, "Accolade", olio su tela.
Dizionario europeo delle relazioni industriali
Giunge in libreria la seconda edizione dell' "European industrial relations dictionary", uno strumento di facile consultazione, realizzato l'anno scorso per la prima volta da Eurofound (European Foundation for the improvement of living and working conditions) e subito diventato un successo editoriale. Trae origine dalla serie dei glossari nazionali di relazioni industriali pubblicati a partire dai primi anni '90.
Contiene in ordine alfabetico 300 lemmi tra i più diffusi in materia di occupazione e relazioni industriali. Sono sei in più della prima edizione e le schede per ogni esponente sono state aggiornate e arricchite dal contesto di riferimento, dalla normativa collegata, dagli orientamenti delle aziende, delle rappresentanze e dei movimenti dei lavoratori, dalle tematiche ultime sull'uguaglianza e contro la discriminazione nell'impiego, sulla salute e la sicurezza nel lavoro, sul sistema europeo delle relazioni industriali.
La prima locuzione è "Accession", che tratta dell'adesione dei nuovi Stati all'UE e comprende il tema dell'integrazione dei sistemi normativi e dei rapporti di lavoro nazionali in quello comunitario. Sempre nella A ci sono, tra l'altro, "Access to employment", "Adaptability" e "Atipical work", sulle nuove forme di rapporto di lavoro e di ingresso nel mercato del lavoro.
Gli ultimi argomenti sono alla W: "Work life balance", sulla conciliazione lavoro-famiglia, "Working time and collective agreements", sugli orari di lavoro, contrattuali, normati, effettivi e i limiti della clausola opt-out, "Work time", sui tempi di lavoro, "Working environment", sulle condizioni e l'organizzazione del lavoro, "Working conditions", sulla qualità della vita di lavoro, "Worker" e "Women in the labor market", sull'impiegabilità, la flessibilità e la sicurezza.
Per ogni scheda ci sono rinvii ad altri lemmi del dizionario stesso, alle norme e alla giurisprudenza europea, link alle principali istituzioni, organismi, organizzazioni e movimenti di tutela e rappresentanza.
E' un libro scritto da pratici, che hanno esperienze maturate sul terreno, che non dimentica di inquadrare ogni argomento nella sua evoluzione nel contesto delle strutture UE e di indicarne le prospettive.
Il dizionario può essere consultato anche online.
Pericolosità del lavoro e identità di genere
"Spesso i lavoratori ignorano consapevolmente la sofferenza e i rischi del lavoro. Difronte a un pericolo grave da cui non possono proteggersi, pensano che avere paura è inutile, perchè espone agli infortuni e impedisce di lavorare.
I gruppi si difendono da queste situazioni guardandosi bene dall'evocare il pericolo".
La psicodinamica del lavoro spiega questi rifiuti di coscienza anche con le identità di genere. Ciò che distingue un maschio da una femminuccia è il sapere sopportare senza danni un incarico gravoso e l'affrontare senza paura un rischio. Le donne, invece, trovano naturale, cioè femminile, un lavoro routinario o caratterizzato da una forte dipendenza dalla gerarchia o dai clienti, nei modi della sottomissione, della familiarità o della devozione.
Alla verifica di questa ipotesi di ricerca è dedicato il lavoro di Michel Gollac, sociologo dell'organizzazione e di Serge Volkoff, statistico del lavoro, pubblicato nel "Document de travail", n°69, octobre 2006, del Centre d'études de l'emploi, con il titolo "La perception subjective du travail: rôle des identités de genre et des conditions d'emploi (quelques éléments d'analyse statistique)".
I due ricercatori del CEE dichiarano di volere contribuire alla valutazione del rifiuto di coscienza sulla pericolosità del lavoro da parte dei lavoratori, esaminando l'evoluzione nel tempo dei rapporti tra persone, condizioni di lavoro e salute, con l'aiuto dei dati statistici.
Analizzano perciò l'indagine europea sulle condizioni di lavoro, condotta nel 2000 da Eurofound (European Foundation for the improvement of living and working conditions) e l'inchiesta del DARES, ENS, INSEE sul lavoro e i modi di vita del 1997, considerando come variabili esplicative della percezione quelle che effettivamente i 17.894 lavoratori del campione hanno avuto sui pericoli del lavoro.
Definiscono
- secondo una scala temporale, le condizioni specifiche, come il lavoro notturno, le vibrazioni, i rumori, le temperature, i vapori, i fumi, le polveri, la manipolazione di sostanze pericolose, le radiazioni, le posture dolorose o faticose, i carichi pesanti, i movimenti ripetitivi, il contatto diretto con clienti, allievi, passeggeri e pazienti;
- attraverso le dichiarazioni rese, le violenze fisiche, le intimidazioni, le attenzioni sessuali non desiderate, subite nei dodici mesi precedenti le indagini;
- facendo riferimento al capitale culturale posseduto dalle persone, la tolleranza del rischio e della sofferenza;
- le condizioni di lavoro e il trattamento per sesso e
- per età;
- in base alle differenze culturali, le differenze dei sistemi di salute e delle istituzioni, che nei paesi europei influenzano i rapporti di lavoro e le risposte degli intervistati;
- l'anzianità aziendale (inferiore o superiore a sei anni), considerando la rete di relazioni interne come fattore facilitante la sopportazione del rischio per gli uomini e della routine per le donne.
Ricavano che la diversa presenza e combinazione di queste variabili influenza la possibilità che i lavoratori avvertano il lavoro come pericoloso e che questa sua pericolosità è meno sentita nelle piccole imprese.
Lavoro esigente e carico cognitivo appaiono, dallo studio di Gollac e Volkoff, come forme d' "organizzazione maschile", mancanza di autonomia e isolamento come caratteristiche di quella "femminile".
Gli scarti statistici tra le medie degli indici per i due sessi sono significativi a questo proposito.
L'organizzazione maschile aiuta gli uomini a non pensare che il lavoro minacci la salute, mentre è contraria all'idea che le donne hanno del rapporto con il lavoro e dei pericoli che può comportare.
Lo scarso contenuto cognitivo del lavoro è sentito maggiormente dagli uomini e li rende consapevoli dell'impatto negativo sulla salute.
Invece, la mancanza di controllo sul lavoro non è vista male dalle donne, che hanno un'opinione costantemente negativa del rapporto fra questo e la propria salute.
I risultati ottenuti dai due ricercatori sono compatibili con le ipotesi ispirate dalla psicodinamica del lavoro.
La pubblicazione del CEE è una prima parte del lavoro di ricerca di Gollac e Volkoff.
Career confidence index
L'indice di fiducia nelle possiblità individuali di impiego è elaborato due volte l'anno, a maggio e a novembre, con un'indagine condotta da Right Management sui lavoratori dipendenti, occupati a tempo pieno, di 18 paesi del mondo (di cui 12 in Europa).
E' basato su circa 9.100 interviste telefoniche, composte da un campione casuale di 350 - 1.000 persone per ogni paese.
Nelle domande si chiede agli intervistati di valutare la possibilità di un licenziamento nei dodici mesi successivi e di considerare se una persona licenziata possa trovare facilmente o con difficoltà un lavoro e condizioni di trattamento simili a quelle dell'occupazione perduta.
Le due risposte sono state trasformate in un punteggio ponderato globale, che indica un livello di fiducia elevato o basso quanto più si avvicina a 100% o quanto più se ne allontana.
Il "Career confidence index" esprime la fiducia dei lavoratori nelle fonti di occupazione di un paese, economia, sistema delle imprese, management e non solo nella propria impiegabilità.

Per la terza rilevazione di seguito (novembre 2005, maggio 2006, novembre 2006) in Europa i lavoratori norvegesi si mostrano più fiduciosi con il 77,5%, seguiti da quelli danesi (nel paese della flessicurezza) con il 72,5% e dagli spagnoli con il 65,2%.
Al più basso livello si collocano i lavoratori inglesi con il 45,3% e i tedeschi con il 47,0%.
Gli italiani con i belgi sono in settima posizione con il 57,5%. Il livello di fiducia dei lavoratori del nostro paese è salito dal 47,7% di maggio.
L'indice mondiale mostra una tendenza ad aumentare, dal 54,6% di novembre 2005 al 57,0% di maggio e al 57,5% ultimo.
Disegno di El Roto, "La pianta carnivora",
El Pais, 26 novembre 2006.
Morti bianche
Nel 2005 abbiamo avuto 1.200 morti per infortuni sul lavoro, poco meno di quattro al giorno. Gli incidenti sono stati 939 mila.
Nel quinquennio 2001-2005 i morti hanno raggiunto i 7.087 e gli infortunati i 9 milioni 897 mila.
Per fortuna, la tendenza alla diminuzione della carneficina continua. L'INAIL prevede che alla fine di quest'anno gli incidenti saranno 845 mila, il 9,1% in meno dell' anno scorso.
Il 40% degli infortuni sul lavoro è avvenuto nel Nordest e più della metà in piccole e medie imprese, che competono sui costi.
Spesso realizzano prodotti e servizi, terziarizzati da altre aziende, per specializzazioni di nicchia, economia di gestione o sovraccarico di attività.
La loro manodopera è costituita da operatori e imprenditori, che lavorano insieme alla pari in squadre ingaggiate dalle organizzazioni che terziarizzano. Questi piccoli imprenditori possiedono quasi sempre competenza ed esperienza tecnica superiore agli altri e dirigono le operazioni sul campo.
Le squadre possono essere composte da familiari, da qualche alter ego o da persone con rapporti di lavoro atipico e basse qualifiche.
Gli ingaggi sono dati dopo una concorrenza feroce, con prezzi al ribasso, che spesso comportano lavoro in nero.
La tragedia di Campello sul Clitunno ha in sè i tratti ricorrenti di queste prestazioni, per
- le caratteristiche dei cinque componenti la squadra (dall'imprenditore al giovane albanese), che doveva eseguire il lavoro di manutenzione nell'impianto dell' Umbria Olii, appartenente al gruppo Olivella, Compagnia alimentare italiana,
- la pericolosità degli ambienti in cui i cinque lavoravano,
- l'inosservanza di ogni più elementare prudenza, se è vero, come sembra, che usassero attrezzature, che emettevano scintille in un ambiente surriscaldato,
- la mancanza di controllo dell'azienda appaltante sul rispetto delle norme di sicurezza.
Sono attività d'azzardo in cui si spezza il triangolo lavoratori-sindacato-pubbliche istituzioni, spesso per collusione forzata delle persone più bisognose di occupazione e di reddito, mentre l'azienda appaltatrice può provocare l'illegalità e il pericolo nel perseguimento dei suoi obiettivi economici.
Sono situazioni complesse, in cui non c'è soltanto l'omissione dei dispositivi di sicurezza e della formazione.
Non a caso la procura di Spoleto sta indagando sul patron dell'azienda per omicidio colposo plurimo aggravato.
Walt Disney & Company
Gli storici americani dell'impresa da qualche tempo sembrano orientati a ricostruzioni del passato come storia di eroi. Va il genere biografico. Si rafforza il circuito aziendale della leadership in una legittimazione retrospettiva delle sue radici.
Sono così uscite in questo scorcio d'autunno le biografie dell'industriale siderurgico e filantropo Andrew Carnegie (scritta da David Nasaw), del finanziere e segretario di Stato Andrew Mellon (scritta da David Cannadine), degli imprenditori alberghieri ed editori Astor (scritta da Justin Kaplan), tutte frutto di accurate ricerche fatte da storici di professione. Vite di imprenditori e di imprese, come è ovvio, si intrecciano. Il protagonismo dei primi viene esaltato dagli eccellenti risultati delle seconde o giustificato per il contesto in cui si sono trovati ad operare.
Il libro di Neal Gabler "Walt Disney: the triumph of the american imagination", Knopf, New York, 2006, non si discosta da questo schema. Fa di più: scava nell'intimo del fondatore della maggiore impresa americana dell'entertainment e ne integra la personalità nella capacità creativa americana.
L'autore è entusiasta della vita vissuta dal suo protagonista. Ne ammira lo straordinario talento e l'eccezionale forza di leader e realizzatore. Arriva ad ipotizzare quello che sarebbe potuto accadere se Disney fosse vissuto 20 anni in più. Chiarisce le ragioni ed evidenzia i vantaggi del suo carattere autoritario per la costruzione della gigantesca, multimediale azienda del divertimento.
"Walt Disney" è costato a Gabler sette anni di meticolose ricerche negli archivi dell'azienda, in cui è stato il primo saggista ad avere libero accesso. Ha i tratti della paraufficialità.
E' un volumone di 633 pagine più 166 di note, fruibili anche in audio Cd ed in eBook, stimolato dal marketing editoriale di Random House, il gruppo a cui Knopf appartiene e della W.Disney Co.
Gabler, giornalista, conduttore televisivo e senior fellow dell' Annenberg School della University of Southern California, è un divulgatore di razza. Sa condire le sue argomentazioni, anche le più smaccatamente partigiane, di anedotti e documenti, che rendono la lettura molto piacevole.
Scorrono così le vicende personali di Walt Disney, della sua famiglia originaria, della dinastia imprenditoriale di cui è stato capostipite, dell'ascesa del business e delle sue realizzazioni, molte di successo e qualcuna no. A cominciare da quelle pensate, perseguite e realizzate da lui direttamente.
Se al successo del prodotto librario serve ricostruire l'imprenditorialità del protagonista, omologandola alla cultura aziendale e al sogno americano, la trovata funziona bene e la vita di Walt Disney finisce per apparire al lettore più attraente di una biografia romanzata, come quelle che il canale televisivo dell'azienda da lui fondata trasmette.
Samy Briss, "Giorno di festa", 2000, olio su legno.
Produttività e qualificazione scolastica dei lavoratori
Nelle aziende la pratica abituale di assumere giovani altamente qualificati per sottoutilizzarli va a svantaggio della produttività da lavoro. La sovraformazione ha effetti particolarmente negativi nel caso di persone con diploma di livello superiore.
Nonostante gli scompensi occupazionali, però, le qualificazioni universitarie vanno a beneficio della società e contribuiscono alla crescita della sua produttività diconoscenza e relazioni.
Si viene così a creare una situazione di mismatching tra qualificazione scolastica, lavoro e società.
Sono queste le conclusioni dello studio econometrico di Jean Pascal Guironnet, ricercatore dell'Université de Montpellier 1, specialista di economia dell'educazione, "Capacité d'utilisation du capital humain et croissance de la productivité française de 1980 à 2002", Document de travail LAMETA, 2006/05.
Il ricercatore ha analizzato 22 anni di rapporti tra sovraoccupazione, sottoccupazione, disoccupazione e formazione scolastica nella popolazione attiva francese e ha confrontato i risultati della sua analisi con quelli delle principali indagini sullo stesso tema fatte dagli economisti europei e americani.
Per lui "overeducation" e "undereducation" sono concretamente indicate dalla retribuzione. Una persona ha un'occupazione declassata o surclassata rispetto alla scolarità posseduta se il 50% di quelli che hanno un diploma di livello immediatamente inferiore guadagnano di più o il 50% di quelli che ne hanno uno di livello immediatamente superiore guadagnano di meno.
E' un indicatore omogeneo di lungo periodo, perchè non è viziato dal "progresso tecnologico contrario", nè dall' "inflazione dei diplomi". "Anche se è influenzato dalle altre variabili intervenienti dell'eterogeneità retributiva".
Guironnet constata, anche dal confronto internazionale, che a cominciare dagli anni '90 il fenomeno della sovraqualificazione rispetto all'impiego ha avuto un andamento prima crescente e poi convulso, specie negli ultimi anni.
La sovraqualificazione ha avuto nell'economia dell'ultimo quarto di secolo uno sviluppo analogo a quello della disoccupazione.
L'investimento crescente nella formazione dei giovani produce un ritorno di produttività sociale, espresso in accumulazione di capitale umano e in cittadinanza attiva.
Mentre, paradossalmente, la sottoqualifcazione dei lavoratori sovrautilizzati ha una portata più circoscritta, limitata a larghi guadagni di produttività da lavoro, superiore a quella della popolazione occupata di riferimento.
Undereducation e overeducation vanno perciò corretti da una politica scolastica, che investa di più nello sviluppo della formazione di base, tenendo d'occhio le esigenze di manodopera più qualificata, necessaria al mercato del lavoro e alle potenzialità di sviluppo del capitale umano di un paese.
Il sistema universitario deve adattarsi alle possibilità che ha il sistema economico di assorbire lavoratori qualificati. Sono necessari migliori equilibri tra percorsi più professionalizzanti e mercato del lavoro più attrattivo.
Filantropia innovativa
Nel 2006 gli Americani hanno dato in beneficenza 250 miliardi di dollari (€ 203 miliardi), il 2% del PIL. Li muovono vantaggi fiscali, problemi di coscienza, supplenza dello Stato, paternalismo da ricchi.
E da 200 anni tutte queste motivazioni insieme attivano i grandi filantropi americani come quelli europei: i Rockefeller, Carnegie, Nobel, Alessandro Rossi.
Da una decina d'anni però la beneficenza viene sempre più ad essere sostituita dalla "venture philanthropy", che non si accontenta di dare soldi per opere di carità, ma si preoccupa di consigliare, di contribuire a una strategia d'azione, di attendere il rientro di una parte del danaro, di controllare che siano raggiunti gli obiettivi di socialità finanziati.
Perciò negli Stati Uniti sono nati i fondi d'investimento filantropico per iniziativa di uno specialista del risk capital della Silicon Valley.
"The Economist" in giugno ha parlato di "billantropia", con un neologismo riferito a Bill Gates, per descrivere come i nuovi filantropi si preoccupino che le somme destinate a una certa causa siano impiegate correttamente, senza sprechi nella fase di "fund raising" o di investimento.
La fondazione Bill e Melinda Gates è un esempio di questa svolta, che richiede manager esperti, capaci di calcolare rischi e possibilità di riuscita di un'iniziativa benefica.
Warren Buffet l'ha selezionata con cura prima di affidarle 31 milioni di dollari (€ 25 miliardi e 200 milioni), quasi tutto il suo patrimonio.
Bill Gates ha annunciato che, dopo il suo ritiro da Microsoft, si occuperà a tempo pieno della sua fondazione, la prossima e per lui più grande impresa.
"Slate", il magazine online del gruppo "Washington Post" e la fondazione Bill Clinton hanno così riunito a Little Rock nell'Arkansas una Conferenza sulla filantropia innovativa, che ha avuto 300 benefattori partecipanti.
L'editore Michael Bloomberg, keynote speaker, ha detto: "I filantropi sono vettori di innovazione. Dispongono del margine di manovra necessaria per sperimentare e assumere rischi in settori in cui il governo non può o non vuole fare".
Anche in Europa c'è da tempo l'European venture philanthropy association che riunisce 32 associazioni membre, tra cui le italiane Oltre onlus e Oliver Twist. Ha lanciato fondi d'investimento per il miglioramento delle banlieu francesi, a favore degli handicappati, delle ONG e dell'infanzia abbandonata.
E' stata fondata da un americano, Doug Miller, che vive da 27 anni nel Regno Unito e ha 35 anni di esperienza nell'investment banking e nel private equity.
Niente di confrontabile alla realtà dei filantropi americani, definita "gargantuesca" dall'ultimo numero di "Business Week", che ha pubblicato l'elenco dei "50 più generosi" per il quinquennio 2002-2006.
Al primo posto c'è Warren Buffet. Il finanziere dell'Arkansans ha donato 40 miliardi e 612 milioni di dollari (€ 33 miliardi e 17 milioni), poco meno dei 2/3 di tutte le donazioni dell'elenco.
I sette maggiori filantropi hanno investito in beneficenza 52 miliardi e 84 milioni di dollari (€ 42 miliardi e 344 milioni). Gli altri quarantatre benefattori hanno dato 15 miliardi e 103 milioni di dollari (€ 12 miliardi e 280 milioni).
I 15 più generosi filantropi americani
(donazioni 2002-2006)
|
Filantropi
|
Donazioni
($/mln) |
Redditi netti (%)
|
Finalità
|
|
| 1 | Warren Buffet |
40.612
|
89
|
Salute, educazione, scopi umanitari |
| 2 | Bill e Melinda Gates |
3.350
|
53
|
Salute e sviluppo nel mondo, educazione |
| 3 | George Soros |
2.066
|
69
|
Società aperte e democratiche |
| 4 | Gordon e Betty Moore |
2.049
|
217
|
Ambiente, ricerca |
| 5 | Herbert e Marion Sandler |
1.379
|
57
|
Ricerca medica, educazione, riforme sociali |
| 6 | Eli e Edythe Broad |
1.378
|
36
|
Educazione, arte, ricerca |
| 7 | Famiglia Walton |
1.250
|
2
|
Educazione |
| 8 | Donald Bren |
935
|
11
|
Educazione |
| 9 | Bernard Osher |
805
|
89
|
Arte, educazione, medicina alternativa |
| 10 | Alfred Mann |
698
|
79
|
Ricerca biomedica |
| 11 | Michael e Susan Dell |
674
|
8
|
Salute infantile, educazione |
| 12 | George Kaiser |
639
|
9
|
Lotta alla povertà in Oklahoma |
| 13 | Ruth Lilly |
560
|
385
|
Biblioteche, cultura, scuola |
| 14 | David Rockefeller |
550
|
35
|
Ricerca biomedica, sviluppo, arte |
| 15 | Michael Bloomberg |
550
|
17
|
Salute pubblica, educazione, arte, servizi sociali |
Parità donne-uomini nel mondo
Il World Economic Forum pubblica il "Global gender gap report 2006", che misura le differenze tra uomo e donna in 115 paesi del mondo, corrispondenti al 90% della popolazione.
Il rapporto analizza cinque aree critiche della disuguaglianza femminile:
- la partecipazione alla vita economica e alle opportunità di lavoro, misurata dalle retribuzioni e dai livelli di accesso agli impieghi qualificati;
- il livello di scolarità raggiunto, misurato dall'accesso all'educazione;
- la presenza politica, misurata dalla rappresentanza negli organismi decisionali;
- la salute e la sopravvivenza, misurata dalla speranza e dalla qualità di vita.
Su questi parametri elabora un punteggio ponderato, che va da 0 (disuguglianza) a 1 (parità).
Il metodo è stato messo a punto da Ricardo Hausman dell'Harvard University e Laura Tyson della London Business School. Mette l'accento sulla misura delle differenze tra donne e uomini senza preoccuparsi del livello generale delle risorse a disposizione dei due sessi nei differenti paesi.
Ne è risultata una graduatoria, che vede ai primi posti i paesi del Nord Europa e, a sorpresa, le Filippine in 6ª posizione e lo Sri Lanka in 13ª, gli USA alla 22ª, la Francia 70ª e l'Italia 77ª.
Posizioni in classifica di alcuni paesi
|
Paese
|
Graduatoria
|
Paese
|
Graduatoria
|
| Svezia |
1
|
Canada |
14
|
| Norvegia |
2
|
Australia |
15
|
| Finlandia |
3
|
Moldavia |
17
|
| Islanda |
4
|
USA |
22
|
| Germania |
5
|
Tanzania |
23
|
| Filippine |
6
|
Kazakistan |
31
|
| Nuova Zelanda |
7
|
Portogallo |
32
|
| Danimarca |
8
|
Botswana |
34
|
| Regno Unito |
9
|
Uzbeskistan |
36
|
| Irlanda |
10
|
Perù |
60
|
| Spagna |
11
|
Francia |
70
|
| Paesi Bassi |
12
|
Italia |
77
|
| Sri Lanka |
13
|
Giappone |
79
|
L'Italia deve la sua classificazione a una scarsa presenza delle donne in politica e ad una loro limitata partecipazione alla vita economica e alle opportunità di lavoro.
Le diverse aree geografiche del mondo hanno differenti performance sul terreno della parità di genere. L'Oceania è in testa alla classifica, seguita dall'UE15. Queste due zone del mondo hanno ridotto del 70% le disuguaglianze.
Vengono poi l'America del Nord, l'Europa Orientale e l'America Latina, che ne hanno eliminate il 65%.
In fondo alla scala ci sono l'Africa subsahariana e il Medio Oriente, dove le donne hanno la metà delle risorse possedute dagli uomini.
Il rapporto nota che mentre si vanno eliminando quasi del tutto "gli scarti tra le posizioni femminili e maschili nell'educazione e nella salute, non è stato percorso che la metà del cammino verso la parità nella partecipazione alla vita economica. Quanto alla politica, le donne, che sono 5 miliardi, hanno soltanto il 15% del potere degli uomini".
"The Global gender gap report 2006" è il risultato delle interviste a mezzo questionario, rivolte a 11.000 business leader di 125 paesi, nel 2006.
Automobile fai da te
Ikea fa scuola anche in campo automobilistico e non solo perchè ha arredato le concessionarie della nuova FIAT. C'è in Giappone una piccola casa automobilistica, conosciuta per produrre vetture dalla carrozzeria insolita, supercar in serie limitata, che si presenta con lo slogan "Una piccola fabbrica con un grande sogno", la Mitsuoka Motor.
La settimana scorsa il presidente Akio Mitsuoka ha annunciato in una conferenza stampa che la sua azienda metterà in vendita nel 2007 i primi esemplari di un'automobile in kit, che il cliente potrà montare da sè in circa tre giornate di lavoro, seguendo le istruzioni di assemblaggio contenute in un manuale, fornito in uno scatolone con tutti i pezzi necessari alla realizzazione.
La vettura costerà, nella versione base, 756 mila yen (circa 5.000 euro). E' contraddistinta con la sigla K-4. Ha l'aspetto di uno di quei bolidi, che negli anni '30 correvano anche negli autodromi italiani.

E' in sostanza una vera due posti, equipaggiata con un motore Nissan, da 50 cc, a due tempi, raffreddato ad aria, con un cambio sequenziale di tipo automatico, .
Raggiunge i 50 km all'ora. Fa 30 km con un litro. E' lunga 2,5 metri e larga 1,3 metri. Pesa 180 kg.
Sarà disponibile in cinque colori: rosso, giallo, bianco, nero, argento.
La Mitsuoka l'ha già sottoposta ai test di sicurezza del ministero del Traffico giapponese, secondo quanto stabilito dalle norme per la circolazione su strada.
Costo, consumi, dimensioni, abitabilità, estetica e manutenzione ne fanno l'ideale per la guida in città, secondo la casa costruttrice.
Interviste disinvolte
Nei mass media tradizionali (carta stampata, radio, TV) l'intervista risolve, come diceva Bramieri. Evita la faticosa costruzione di una competenza, di solito richiesta a quei giornalisti che si occupano di affari economici, o di una valida rete di relazioni personali, essenziale per avere a che fare con i politici.
L'intervista giornalistica ha formati e modulazioni diverse:
- può essere uno a uno, come è quella più frequente nei quotidiani o nei periodici,
- diventare conversazione di un intervistatore con più intervistati, o di più intervistatori con più intervistati, come nei talk - radio e nei talk show televisivi, in cui si dibattono in diretta temi con protagonisti, esperti e cittadini qualunque,
- arrivare al forum, caratterizzato dalla presenza di un primo e un secondo o più conduttori per attivare, coordinare e sistematizzare gli scambi tra personaggi autorevoli, che hanno opinioni differenti e approcci differenti a un problema o ad un tema.
E' un modo di dare notizie più semplice dell'inchiesta e del pezzo a contenuto tecnico-specialistico.
L'intervistatore esibisce la sua abilità di divulgatore e valorizza la sua presenza. L'intervistato si focalizza sulla sua resa nel medium e sottomette il contenuto delle risposte al successo personale attraverso questo.
Non meraviglia che questo genere giornalistico, il più delle volte con domande concordate e risposte controllate, dilaghi.
La carta stampata che in Italia soffre ogni giorno di più della "crisi dei lettori" ne abusa. Fa leva sul narcisismo degli intervistati, si avvale della sua potenza espressiva e di un andamento stilistico più efficaci della narrazione, scarica il giornalista dalla responsabilità delle affermazioni.
Chi deve poi occuparsi di settori ad alta velocità di cambiamento con susseguirsi di mode contraddittorie, come è il management aziendale o di aree, quali l'organizzazione, il lavoro, la formazione, la sicurezza sociale e la salute, che richiederebbero competenza, relazioni e lungimiranza, si cava d'impaccio il più delle volte ricorrendo alle interviste, pilotate dagli abili uffici di P.R. o dalle sollecitazioni di chi punta a farsi pubblicità per mezzo del processo di newsmaking sviluppato dai mass media.
La debolezza del malcapitato intervistatore, che si sente vaso di coccio tra robustissimi barili di greggio, appare lampante, a cominciare dal linguaggio.
Così sta succedendo che qualcuno, convinto di essersi impadronito del gergo manageriale, abbia da poco riesumato il termine "guru", che si credeva sepolto nella memoria dei più anziani e vi abbia costruito sopra un'intervista con il solito vecchietto americano, in promozione del suo libro tradotto in italiano, che al guru sia poi succeduta una controintervista dello scandinavo di turno, che ha messo in guardia dai guru e che, infine, la tematizzazione sia proseguita, in un tormentone da zanzara tigre, con l'appello dell'anticonformista per partito preso, che ha voluto fare scandalo, richiamandosi al valore dell'educazione dei classici: Shakespeare, Baltasar Gracian e Borges in testa.
Non basta, il giornale concorrente ha risposto con un forum sui talenti, riunendo il fiorfiore dei comici-formatori, dei formatori-comici e dei rappresentanti di libri sulla riforma del mercato del lavoro, sulla leadership, sul coaching e l'economia emotiva.
E un terzo ha rilanciato con la creatività e la formazione outdoor.
Il tutto rigorosamente in forma d'interviste, capaci di scoraggiare il più fegataccio degli onnivori di carta stampata (iriospark).
Guerra e commercio
Seconda settimana importante per gli scambi internazionali quella appena conclusa. Dopo l'ammissione del Vietnam all'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) il 7 novembre, il presidente USA George W.Bush ha incontrato a Mosca mercoledì 15 il suo omologo Vladimir Putin per rimuovere gli ultimi ostacoli all'ingresso della Russia. Il Vietnam è il 150° paese associato. La Russia sarà l'ultimo grande ad aderire.
Questo week end ad Hanoi i capi di Stato e di governo dei ventuno paesi dell'Asia Pacific economic cooperation (APEC) si sono dichiarati pronti a impegnarsi a sottoscrivere "tagli più profondi nei sussidi agricoli che portano a una distorsione dei commerci", ad apportare "tagli reali" nelle tariffe protettive per i settori industriali e a consentire nuove aperture per il settore dei servizi.
Hanno avvertito che "anche altri devono dimostrare disponibilità e fermezza". Ciò che è sembrato un appello all'UE perchè sia realizzato il taglio dei sussidi all'agricoltura, così come previsto nel "Doha Round" del 2001, bloccato l'anno scorso per disaccordo con gli USA su come operare.
I paesi dell'APEC hanno 2 miliardi e 600 milioni di abitanti. Rappresentano il 57% del PIL mondiale e il 47% del commercio. Sono tutti in forte sviluppo.
Andamenti economici dei paesi APEC (2004-2005)
|
Paesi
|
Esportazioni
mln € |
Incremento % del PIL
|
Reddito p.c. (€)
|
Paesi
|
Esportazioni
mln € |
Incremento % del PIL
|
Reddito p.c. (€)
|
| Australia |
67.509,8
|
2,5
|
26.230,6
|
N.Zelanda |
15.860,5
|
2,3
|
20.570,9
|
| Brunei |
3.676,1
|
0,4
|
12.295,9
|
Papua N.G. |
3.370,4
|
3,1
|
456,3
|
| Canada |
246.369,2
|
2,9
|
26.245,4
|
Perù |
9.446,6
|
6,4
|
2.182,4
|
| Cile |
25.387,4
|
6,3
|
5.309,5
|
Filippine |
30.878,6
|
5,0
|
848,6
|
| Cina |
463.044,7
|
10,2
|
1.104,5
|
Russia |
133.716,2
|
6,4
|
3.911,7
|
| Hong Kong |
207.295,1
|
7,3
|
19.504,7
|
Singapore |
140.208,9
|
6,4
|
21.200,4
|
| Indonesia |
55.836,3
|
5,6
|
964,9
|
Taiwan |
135.993,0
|
4,1
|
11.588,5
|
| Giappone |
441.629,0
|
2,6
|
28.736,0
|
Thailandia |
75.736,4
|
4,5
|
2.134,1
|
| Sud Corea |
197.999,1
|
4,0
|
13.179,7
|
USA |
638.644,5
|
3,2
|
32,615,7
|
| Malesia |
98.168,5
|
5,2
|
3.891,4
|
Vietnam |
20.327,6
|
8,4
|
475,8
|
| Messico |
138.134,1
|
3,0
|
5.397,6
|
|
|
"La mondialisation est elle un facteur de paix? ", Rue d'Ulm, Paris, 2006, si chiede già dal titolo il libro, appena arrivato in libreria, di Philippe Martin dell'Université de Paris 1 Sorbonne, Thierry Mayer dell'Université de Paris Sud e Mathias Thoenig dell'Université de Genevè, tre economisti, che, su incarico del Centre pour la recherche economique et ses applications (CEPREMAP), hanno realizzato una ricerca per rilevare le caratteristiche di architettura degli scambi internazionali, che possono ridurre la conflittualità mondiale.
La credenza negli effetti pacificatori del commercio, essi scrivono, ha avuto un ruolo fondamentale nell'avvio del processo di integrazione europea, in un continente devastato da due guerre e del Mercosur per i rapporti fra Argentina e Messico.
Le speranze nate alla fine della Guerra fredda avevano le stesse basi ideali: l'estensione dell'economia di mercato e la democratizzazione dovevano prendere il posto della guerra con vantaggio di tutti.
Le speranze non si sono realizzate. A causa di democratizzazione e libero mercato non sono diminuiti i conflitti armati tra Stati vicini.
Se l'esperienza dell'Unione Europea sembra confortare l'ipotesi del commercio pacificatore, l'aumento senza precedenti del commercio mondiale nell'ultimo quindicennio non ha diminuito il numero delle guerre combattute nel nostro pianeta.
Usando un modello econometrico validato sulle basi di dati delle guerre avvenute tra il 1948 e il 2001, i tre autori sono andati alla ricerca di evidenze empiriche relative agli effetti degli scambi commerciali.
Nel periodo considerato "il commercio bilaterale ha avuto un ruolo pacificatore sulle relazioni bilaterali", ma nelle relazioni multilaterali tale influenza è dubbia.
Questa contraddizione si spiega con il fatto che il commercio tra due paesi aumenta i costi della guerra tra loro perchè distrugge le infrastrutture nazionali di sostegno agli scambi e diminuisce la fiducia reciproca. Comporta la perdita di gran parte dei guadagni generati dal commercio.
In compenso se gli stessi due paesi sono più aperti al commercio multilaterale con numerosi paesi terzi, la dipendenza reciproca è minore.
La maggiore apertura agli scambi internazionali è perciò una sorta di assicurazione contro i conflitti bilaterali.
La ricerca quantifica l'effetto delle differenti forme di integrazione commerciale (bilaterale, multilaterale, di area geografica) sui conflitti militari e ne illustra i meccanismi per coppie di paesi in guerra.
Probabilità di conflitto militare tra due paesi
| Negativa | Positiva | Non significativa |
|
Commercio bilaterale
|
Commercio multilaterale
|
Lingua comune
|
|
Accordo di integrazione regionale
|
Frontiere comuni
|
Colonizzatore comune
|
|
Distanza
|
Passati rapporti coloniali
|
PIL per abitante
|
|
Numero di anni di pace
|
Superficie territoriale dei paesi
|
Differenza di PIL per abitante
|
|
Appartenenza al GATT al WTO
|
Membri permanenti del Consiglio di sicurezza ONU
|
|
|
Democrazia
|
Uno dei paesi esporta petrolio
|
|
|
Correlazione nei voti ONU
|
Media delle spese militari
|
|
|
Regime comunista
|
"Montesquieu e i filosofi dell'Illuminismo erano convinti che il ' dolce commercio' avesse l'effetto naturale di portare la pace", l'evidenza empirica della globalizzazione mostra invece che "la globalizzazione, essendo la combinazione di un'apertura bilaterlae e multilaterale, ha un ruolo ambivalente per la pace". E' la conclusione .
Non resta che la speranza data a tutti dalla fotografia simbolo del vertice di Hanoi, ieri sulla prima pagina di moltissimi giornali, quella di Bush che pronuncia il suo discorso ai piedi della statua di Ho Chi Minh, 31 anni fa presidente del Vietnam nemico degli USA, in un conflitto che ha avuto più di 2 milioni di morti, centinaia di migliaia di feriti e 400 milioni di dollari di costo per le due parti.
Da 10 anni il Vietnam sta avendo una crescita del PIL intorno al 7%, la seconda dell'Asia dietro la Cina. Una ragione in più per sperare.
Antoni Tapies, "Senza titolo", 1972, acquaforte.
Confronti internazionali sul livello di vita
Il PIL pro capite è ancora l'indicatore più usato per confrontare il livello di ricchezza tra paesi. Capita spesso però che allo stesso livello di PIL ci siano forti differenze internazionali, degli orari di lavoro, della precarietà, della salute, dei consumi collettivi, dell'uguaglianza e delle prospettive di sviluppo.
Due economisti francesi, Marc Fleurbaey, specialista di problemi della povertà, professore nell'Université de Paris 5 e Guillaume Gaulier, che si occupa di relazioni internazionali ed è ricercatore nell'Université de Paris 1, propongono un metodo per correggere il PIL come indicatore e considerano le differenti variabili del benessere, non registrate nelle statistiche della contabilità nazionale, nel saggio "Comparaisons internationales de niveau de vie. Un nouvel indicateur", pubblicato in "Les essais de Telos-eu", 1. 2006.
Il metodo proposto si appoggia sulla teoria economica del benessere, per la quale le persone attribuiscono priorità diverse alle componenti del proprio livello di vita e in funzione di esse sono pronte a sacrificare aspetti particolari della loro condizione esistenziale.
Il benessere sociale può essere rilevato sotto forma di "utilità soggettiva" e misurando le risorse materiali a disposizione, secondo una concezione molto vicina al "livello di vita".
Mentre l'utilità soggettiva è scarsamente misurabile e confrontabile, il livello di vita è fatto da
- reddito,
- tempo di lavoro,
- rischio di disoccupazione,
- speranza di vita,
- composizione familiare,
- disuguaglianza,
- consumo di capitale,
- qualità ambientale.
Per ogni componente si possono rilevare un prima e un dopo in un tempo dato, gli effetti economici della presenza e l'andamento di un paese rispetto agli altri.Con queste correzioni Fleurbaey e Gaulier confrontano il livello di vita di 24 paesi.
Il grafico successivo evidenzia le diverse posizioni e la media nel 2004 (ultimi dati definitivi disponibili).
Livello di vita dei 24 paesi (media= 100%)

Fonti: OECD, World Bank.
•PIL pc • Reddito pc • Lavoro • Rischio disoccup. • Sper. vita • Famiglie
• Disuguaglianze • Capitale • Ambiente
PIL pro capite e Indicatore finale
|
PIL pro capite
|
Indicatore finale
|
|||
| Lussemburgo |
68 719
|
218%
|
55 828
|
182%
|
| Norvegia |
38 288
|
121%
|
39 975
|
130%
|
| Irlanda |
40 058
|
127%
|
39 782
|
130%
|
| Giappone |
29 539
|
94%
|
34 898
|
114%
|
| Austria |
32 176
|
102%
|
34 695
|
113%
|
| Svizzera |
33 541
|
106%
|
33 701
|
110%
|
| Stati Uniti |
39 618
|
126%
|
33 315
|
109%
|
| Francia |
29 077
|
92%
|
32 805
|
107%
|
| Islanda |
33 090
|
105%
|
31 972
|
104%
|
| Paesi Bassi |
32 056
|
102%
|
31 348
|
102%
|
| Italia |
28 162
|
89%
|
30 422
|
99%
|
| Danimarca |
31 974
|
101%
|
29 689
|
97%
|
| Regno Unito |
30 843
|
98%
|
29 233
|
95%
|
| Canada |
31 129
|
99%
|
28 414
|
93%
|
| Belgio |
31 009
|
98%
|
28 366
|
93%
|
| Spagna |
25 341
|
80%
|
28 131
|
92%
|
| Svezia |
29 499
|
94%
|
28 027
|
91%
|
| Germania |
28 147
|
89%
|
27 276
|
89%
|
| Australia |
30 116
|
95%
|
26 508
|
87%
|
| Finlandia |
29 816
|
95%
|
26 034
|
85%
|
| Grecia |
21 954
|
70%
|
22 582
|
74%
|
| Corea |
20 371
|
65%
|
21 653
|
71%
|
| Nuova Zelanda |
22 912
|
73%
|
21 320
|
70%
|
| Portogallo |
19 687
|
62%
|
19 163
|
63%
|
Come si vede dalla tabella, l'Italia 18ª per il PIL è salita al 12° posto in classifica, in base all'indicatore elaborato dai due ricercatori. Il miglioramento è dovuto alle variabili reddito pro capite, speranza di vita e tempo di lavoro. Mentre pesa negativamente una disuguaglianza molto forte.
In base al nuovo metodo, tra i 24 paesi si distingue chiaramente un "modello anglo-sassone" di vita. Gli Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito, l'Australia e la Nuova Zelanda ne fanno parte. Condividono cinque caratteristiche: forte disuguaglianza, tempo di lavoro elevato (salvo il Regno Unito), debole consumo di capitale fisso corrispondente a economie molto terziarizzate (salvo l'Australia), debole tasso di disoccupazione, essenzialmente di breve durata, legato a rapida rotazione sul mercato del lavoro (salvo l'Australia) e forti costi ambientali (salvo il Regno Unito).
Il gruppo di questi cinque paesi perde la sua omogeneità per la variabile speranza di vita: Australia e Canada hanno situazioni superiori alla media.
La Francia , l'Italia e la Spagna costituiscono un "modello latino", con un marcato rischio di disoccupazione, un importante tempo di riposo e una elevata speranza di vita in buona salute.
Il Portogallo si distingue nettamente dai suoi vicini latini per salute e tempo di lavoro.
Il Belgio può essere accostato a questo gruppo anche se ha famiglie di ridotte dimensioni e relativamente debole disuguaglianza, che sono più vicine al "modello nordico".
La Germania è in una situazione intermedia.
Il "modello nordico" raggruppa la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, i Paesi Bassi, l'Austria e l'Islanda. Sono paesi ricchi fra i più egualitari, hanno deboli rischi di disoccupazione, economie a buona intensità di capitale, tempo di riposo elevato, e situazioni ambientali soddisfacenti.
Ci sono poi altri paesi europei ai margini di questo modello. Sono il Belgio e la Germania, a forte rischio di disoccupazione, la Svizzera e la Finlandia a tempo di lavoro prolungato.
Disegno di Serguei, "Prigioni", Le Monde, 16 novembre 2006.
Chindougu
Il burro in stick per essere spalmato più facilmente sul pane, la cravatta che contiene un set da scrivania, il ventilatore da polso per raffreddare gli spaghetti mentre la persona si imbocca, il portabicchiere da taschino per bere e avere contemporaneamente le mani libere, le pattine per il gatto che pulisce il pavimento di casa mentre passeggia, le pantofole dotate di scopino e paletta raccogli pattume, la sveglia sul walkman per destare chi si addormenta in treno al momento dell'arrivo, sono tutti esempi di chindougu. La parola viene dal giapponese ed è composta da "chin", la pronuncia del carattere di origine cinese "mezurashii", che significa insolito, curioso e "dougu", che denota lo strumento.
Chindougu è quindi uno strumento pensato per risolvere un problema comune, che non può essere usato perchè dà più svantaggi che benefici.
L'espressione è stata inventata da Kenjii Kawakami, un designer, che ha curato il Tokyo Bicycle Museum e ha scritto per la televisione una serie di cartoni animati.
Chindougu è stata coniata nel 1980 per una nuova forma d'arte ed è comparsa nel 1995 sulla copertina del libro che Kawakami ha dedicato alle sue creazioni: " 101 Unuseless japanese inventions: the art of chindogu", Norton, New York.
Per appartenere alla categoria dei chindougu un'invenzione deve possedere 10 requisiti:
- non può essere usata veramente,
- deve essere stata realizzata,
- deve avere uno spirito anarchico,
- deve essere pensata per la vita di tutti i giorni,
- non è in vendita,
- lo humor è il suo solo scopo,
- non è propaganda,
- non ha nessun tabù,
- non può essere brevettata,
- è senza pregiudizi.
Lo spirito chindougu si è diffuso nel mondo, anche per merito dei due libri di Kawakami, le apparizioni alla televisione giapponese e gli articoli del giornalista californiano Dan Papia sul "Mainichi Shimbun" e sul "Tokyo Journal".
Per quelli che vogliono seguire la filosofia di vita chindougu, adottando un comportamento quotidiano divertente e sovversivo, ordinario e surreale, brillante e stupido, è stata costituita la International Chindougu Society.
ICS qualifica gli esperti di chindougu in base alle invenzioni prodotte e incluse nei suoi libri.
Libro + TV online su Google
Google ha raddoppiato l'utile netto, nel terzo trimestre di quest'anno e viaggia verso 2 miliardi e 600 milioni di dollari di ricavi, con un incremento del 70%. Reinveste in ricerca e sviluppo il 70% degli utili, lascia che i suoi ingegneri possano sviluppare i progetti personali per il 20% dell'orario di lavoro, limita i team a 5-6 persone, senza procedure e programmi da seguire, ha informatizzato completamente tutte le relazioni con i clienti.
E' giustificabile perciò l'entusiasmo di Bernard Girard (consulente di management, radiocronista, giornalista, conferenziere, autore di numerosi libri sulle teorie e le pratiche gestionali, come si presenta nel risvolto di copertina), autore di "Une révolution du management: le modèle Google", MM2 Editions, Paris , 2006.
Girard si interessa all'azienda Google dal 2000 e spiega i motivi di quel successo perchè la gestione dell'innovazione alla base dei suoi risultati, "sia d'esempio alle aziende di tutti i paesi e di tutti i settori". Con un linguaggio chiaro e appassionato afferma che dopo la Ford per l'automazione e la Toyota per la qualità, Serge Brin e Larry Page hanno realizzato con la loro azienda un'altrettanto importante rivoluzione gestionale, "un'avventura fuoriserie" con "un motore di formula 1", per ripetere le sue espressioni.
Google innova dal 1998: nella gestione delle Risorse umane, nel marketing, nelle relazioni con i clienti e con gli investitori, nella ricerca e sviluppo. La sua crescita eccezionale è dovuta all'essere una macchina organizzativa, che funziona come "un coltellino svizzero", articolata in piccoli gruppi di progetto, responsabili di obiettivi, coordinati per via tecnologica.
Il principio ispiratore del suo modello di management è "occuparsi prima di tutto dell'utente, il resto verrà dopo".
Il libro di Girard è ricco di fatti e di dati. Ma quello che più conta, è "interattivo", perchè il lettore può collegarsi a un videoblog (www.googlemanagement.tv) per reagire alle informazioni ricevute su carta con commenti, per scambiare esperienze, per proporre questioni e persino per esprimere opinioni sulle strategie di mercato e di approccio agli utenti di Google.

Disegno di El Roto, "L'emittente", El Pais, 15 novembre 2006.
Delocalizzazioni della Ricerca & Sviluppo
La tendenza dei grandi gruppi industriali a terziarizzare e a delocalizzare in Cina, India o Europa orientale non riguarda più soltanto le produzioni e i servizi standardizzabili, si è allargata anche alle attività "strategiche" di ricerca e sviluppo prodotti, smentendo le previsioni di quanti immaginavano una divisione mondiale delle attività d'impresa, che avrebbe mantenuto quelle ad alta intensità di conoscenza in Occidente.
La terza edizione annuale del "Duke CIBER/Booz Allen offshoring study", realizzata dalla Duke University (North Caroline, USA), dalla Booz Allen Hamilton e dal Center for international business education and research, mostra che nel 2006 il 65% delle attività di R&D sono state delocalizzate dalle 530 aziende americane ed europee del campione.
Il 70% di esse hanno giustificato la loro scelta per la disponibilità di persone ad alta qualificazione scientifica e tecnica nei paesi dell'Asia e dell'Est. La percentuale raggiunta da queste risposte nel 2006 corrisponde esattamente alla somma delle percentuali ottenute da giustificazioni simili nel 2004 e nel 2005.
Per soddisfare le richieste delle aziende americane servirebbero altre 50 mila persone in possesso di master e dottorati di ricerca in discipline tecnico-scientifiche.
Le aziende europee lamentano che neppure le partnership con le università inglesi, tedesche, spagnole, olandesi, belghe o scandinave bastano a soddisfare le loro esigenze.
Negli USA si manifesta anche la necessità di rinforzare le funzioni marketing, progettazione e ingegnerizzazione con persone altamente qualificate, mentre nel 71% dei casi nel 2005 sono stati ridotti i lavori di ufficio e amministrativi, anche per effetto delle delocalizzazioni del biennio precedente.
L'India è il paese che raccoglie il 22% delle preferenze dei delocalizzatori americani. La qualità dei suoi esperti e l'organizzazione delle attività di R&D sono sperimentate. Subito dopo ci sono la Cina, per le capacità d'ingegnerizzazione, sviluppo prodotti e approvvigionamenti delle aziende locali e le Filippine, particolarmente attraenti per i servizi amministrativi e di contatto.
Le aziende tedesche puntano per il 24% sull'Europa dell'Est e per il 15% sull'India.
Ormai gli incarichi affidati ai centri di ricerca indiani e cinesi sono mondiali e non più locali.
Se si ricorda che gli USA e la Germania sono in cima alla classifica per investimenti pubblici e privati in R&D, la delocalizzazione di queste attività appare sempre più come una rimodellazione delle attività industriali sul pianeta.
Le aziende partecipanti allo studio hanno lamentato pure l'inadeguatezza dei percorsi formativi, compiuti dalle persone ad alta qualificazione, impiegabili.
Si può forse ipotizzare che l'eccessivo dinamismo del mercato del lavoro americano e la larga flessibilità dei rapporti di lavoro subordinato europei possano avere ridotto l'attrattività delle aziende per i "cervelli", motivati all'attività sperimentale e diffidenti per gli orientamenti manageriali verso la ricerca e sviluppo.
ICT e globalizzazione riducono gli addetti alle funzioni di supporto direzionale
Le 500 maggiori aziende europee secondo "Financial Times" e le prime 500 americane della classifica "Fortune" hanno la possibilità di migliorare l'efficienza delle attività di supporto direzionale, riducendo il numero degli operatori delle funzioni Informatica e Telecomunicazioni, Finanza, Risorse umane, Approvvigionamenti.
Ogni anno le imprese europee potrebbero risparmiare 47 miliardi e 900 milioni di euro e quelle americane 58 miliardi di dollari (= € 47 miliardi e 150 milioni).
L'effetto congiunto dell'innovazione tecnologica e dell'aumentata impiegabilità dei lavoratori dell'Asia, dell'Europa Orientale e del Brasile, sempre più istruiti e competenti, nella globalizzazione, può provocare la riduzione in Europa di 1 milione e 300 mila addetti alle funzioni di supporto direzionale (2.620 posti di lavoro in meno per azienda) e di 1 milione e 470 mila (3.000 posti in meno per azienda) negli USA.
Sono questi i risultati di una ricerca, condotta parallelamente in Europa e in America, da The Hackett Group, società di consulenza strategica, specializzata nel benchmarking.
Nella tabella seguente sono messe a fianco le riduzioni possibili di personale e di costo del lavoro per azienda nei due continenti.
|
EUROPA
|
USA
|
||||
|
Attività di supporto direzionale riducibili |
N° di impieghi
in meno |
Risparmio annuo €/mln
|
N° di impieghi in meno
|
Risparmio annuo $/mln
|
|
| ICT | Applicativi e infrastrutture tecnologiche |
1.093
|
46
|
1.223
|
58.5
|
| Finanza | Contabilità esterna. Pagamenti per cassa. Registrazioni cicliche dei ricavi. |
933
|
28.7
|
1.045
|
32.1
|
| Risorse umane |
Amministrazione stipendiale. Composizione delle retribuzioni. Dati sul personale. |
348
|
12.4
|
390
|
15.6
|
| Approvv. | Ordini automatici. Esecuzione dei rapporti con i fornitori. |
246
|
8.8
|
275
|
9.9
|
|
Totale per aziende |
2.620
|
95.9
|
2.933
|
116.1
|
|
Le stime delle economie possibili di occupazione e di costo sono state formulate dai consulenti di Hackett in base a parametri di
- efficacia (qualità, accesso all'informazione, punti di leva degli approvvigionamenti, ritorni economici, allineamento al business, capitale impegnato in attività) e di
- efficienza (costi, tempo del ciclo produttivo, produttività, supporto direzionale, punti di leva tecnologici).
La loro correlazione ha fatto indentificare tra le aziende quelle che si ponevano al migliore livello di efficienza e di efficacia nel realizzare una strategia di globalizzazione.
Benchmarking del processo di business
sviluppato dalle aziende nella globalizzazione

Il riferimento alle aziende posizionate a livello di maggiore efficacia/efficienza è servito per calcolare in base alle tendenze di terziarizzazione o centralizzazione delle attività di supporto direzionale l'entità dei miglioramenti possibili di produttività e redditività del lavoro.
Nell'occhio la promessa di una libertà imprevista
"Il predatore scruta la sua preda non più per afferrarla e incorporarla, ma per poterlo fare, e anzi per continuare a poterlo fare". "Il potere del sorvegliante (il gatto) deve contare sull'immaginazione del sorvegliato (il topo), sulla sua visione immaginativa. Egli deve 'vedere ragioni' che lo inducano a credere d'essere visto in ogni istante, o comunque d'essere in ogni istante vedibile, e che perciò lo inducano a convincersi di esserlo". "Insomma, non bastano gli occhi dei sorveglianti a decidere dell'obbedienza dei prigionieri. Quegli occhi devono essere immaginati, e magari sono proprio solo immaginari".
E' il primo capitolo del libro di Roberto Escobar, "La libertà negli occhi", Il Mulino, Bologna, 2006, quello in cui l'autore, professore di filosofia politica nell'Università Statale di Milano, chiarisce che è proprio il guardare, che garantisce la "società ordinata": il comportamento affascinato dei cortigiani ha il compito di contagiare i sudditi, di indurli alla loro stessa fascinazione.
Il ruolo politico dell'occhio consiste in questo "stare di fronte" i molti ai pochi perchè questi possano dominare con la sorveglianza occhiuta del potere, mentre quelli si mostrano propensi a farsene imporre legittimità, giustizia, modelli.
"Ben più di qualunque architettura della sorveglianza, per la macchina del dominio sono decisivi i nostri sguardi affascinati, orientati tutti insieme alla sua messa in scena".
Ma c'è nell'occhio una capacità di affrancarci e di aprirci alla scelta di "prendere partito, di pronunciare il nostro no e di farci padroni della nostra morte e della nostra vita". La partecipazione al sentimento dell'altro, attuata con un immaginario e falso scambiar di posto può essere all'origine di un processo di crescita e di arricchimento di sè.
Escobar invita a una rivolta contro la disumanità dei tempi, soddisfacendo il bisogno d' "oltrepassamento di sè" nell'altro al quale "occorrono almeno tutti gli uomini per compierlo".
Chi prende parte a questa esperienza scopre sè in quanto differente dall'altro, ma anche in quanto in relazione con l'altro.
"Nell'accorta leggerezza degli occhi sta dunque la nostra libertà". "Sono io che vedo e che ho da decidere e scegliere: io spettatore dell'orrore e della sua messa in scena".
Un invito a prendere la parola in nome del qualcosa, che avverte in se come valore e come diritto, un'espressione di grande passione civile e di forte tensione morale, racchiuse nella "metafisica di Sisifo", che ben vede contro ogni cieca illusione di assoluto e per questo non si arrende e, forte della virtù della disobbedienza, riconosce che cosa in mezzo all'inferno non è inferno ed è ben deciso a farlo durare, a dargli spazio.
Tutto suo padre. O no?
Quando nasce un bambino la mamma e la famiglia materna quasi sempre sostengono che somiglia a suo padre. E' una manipolazione inconscia che esse fanno allo scopo di proteggere il neonato quando è più vulnerabile, rassicurando il genitore sulla sua paternità.
In realtà, che siano maschietti o femminucce, a meno di un anno, somigliano più alla mamma. E' quanto sostengono Alexandra Alvergne, Charlotte Faurie e Michel Raymond dell'Institut des sciences de l'evolution (ISEM, CNRS - Université Montpellier 2) in un articolo pubblicato sul bimestrale "Evolution and Human Behaviour ".
Il viso dei neonati presenta "un relativo anonimato paterno".
I tre ricercatori, dopo avere misurato la somiglianza fenotipica di bambini, sotto i sei anni, ai loro genitori, hanno rilevato che l'attribuzione di tratti paterni è determinata dalla manipolazione sociale, da impressioni esterne, che hanno un punto di forza nell'85% delle dichiarazioni materne.
"Le rassomiglianze cambiano con l'età e il sesso". Se fino a un anno i pareri esterni indicano maggiore somiglianza dei bambini con la mamma, superata questa età e per i maschi, le persone interpellate optano per il padre.
I ricercatori francesi non escludono che la morfologia del viso maschile dai tratti più marcati possa influenzare le opinioni, in unione con la manipolazione sociale. Sono gli stessi meccanismi che fanno scattare la paternità non solo nella famiglia umana, ma anche presso i babuini e alcune specie di pesci.
La ricerca "Differential facial resemblance of young children to their 2 parents : who do children look like more?", è stata condotta in Francia e in Senegal su un campione di 83 bambini, distinti in quattro fasce d'età, da appena nati a sei anni e sottoposti alle valutazioni di 200 giudici benevoli, donne e uomini di ogni età.
Alle persone interpellate è stata mostrata la fotografia di un bambino, sormontata da quelle di tre padri possibili, compreso il vero e la stessa fotografia con tre madri potenziali, tra cui quella vera. Bisognava individuare padre e madre vera.

Il risultato è stato che il 47% dei neonati è stato accoppiato correttamente alla propria madre, contro il 36% abbinato al padre. Mentre con il crescere dell'età dei bambini gli errori di giudizio sono aumentati, con un lieve favore dei maschi più vicino ai sei anni nell'accoppiamento con il padre vero.
I ricercatori hanno in programma di ripetere la loro ricerca su bambini di età superiore ai sei anni e in altri contesti culturali.
Lou Brothers, "Seven Up", olio su tela, 1998.
Strategia di gestione RU
Francisco Javier Cantera dirige una società di consulenza per le Risorse umane, grupo BLC, Francisco Gil è professore di psicologia sociale nell'Universidad Complutense de Madrid. Insieme hanno coordinato la pubblicazione del decimo titolo della "Biblioteca AEDIPE", la collana editoriale dell' Asociacion Española de Direccion y Desarrollo de Personas, una raccolta di contributi scritti da manager e consulenti di RU, "Estrategia integral e integrada de gestion de personas", Pearson Educación- Prentice Hall, Madrid, 2006.
C'è tutto in questa prima informazione, che può insospettire il lettore italiano, avvezzo al pacco di simili certificazioni a vicenda. Ma sbaglierebbe. Nell'opera collettiva c'è uno sforzo sincero di razionalizzare e diffondere esperienze innovative per mostrare come si può continuare a migliorare quello che è già stato fatto, procedendo insieme uomini di Linea e di Risorse umane in aziende, che si chiamano Atisa (servizi di auditing e informatica), Cezanne Software (ERP), Endesa (energia), Gas Natural (riscaldamento domestico), Generali (assicurazioni), Grupo BLC (consulenza), Logista(trasporti), Lucent Technologies (tlc), Maersk (trasporti marittimi), Red Electrica de España (energia), Santander (banca), Vodafone (telecomunicazioni),
Attraverso lo studio di casi gli autori mostrano le differenze tra una qualunque gestione e una gestione efficace. Questa implica una dimensione "integrale" dei processi infrastrutturali di responsabilità dell'entità organizzativa DRU, in corrispondenza della strategia di business dell'azienda e una dimensione "integrata", non parcellizzata, delle attività tecniche di gestione delle Risorse umane.
"Non c'è problema che possa essere risolto con un approccio parziale della realtà, affrontandola una volta dal punto di vista delle relazioni sindacali, un'altra volta della valutazione e una terza dello sviluppo", affermano i due curatori.
La strategia aziendale può avere quattro aspetti coerenti:
- di mercato, volta ad intensificare i mercati potenziali e ad apportare ai clienti il valore atteso;
- operativa, che mira a raggiungere una struttura dei costi migliore di quella dei concorrenti;
- finanziaria, diretta ad approvvigionare l'azienda delle risorse economiche necessarie per gli investimenti al minor costo;
- umana, che impiega e sviluppa le persone perchè abbiano le competenze necessarie.
Il contributo della gestione delle Risorse umane è fondamentale per la sinergia dei quattro aspetti della strategia.
L'integrazione delle soluzioni della DRU può rispondere ai cambiamenti dei mercati e garantire l'impiegabilità delle persone. E' necessaria una gestione delle Risorse umane secondo il "modello trottola", come Cantera e Gil lo chiamano.
Nei casi studiati questo modello di strategia integrale e integrata ha migliorato i livelli di produttività e la forza di competitività.
Orario settimanale di lavoro
Martedì la riunione a Bruxelles dei ministri del Lavoro europei si è conclusa senza nessun accordo sulla durata massima della settimana lavorativa nell'UE. Rimane in vigore la deroga a superare le 48 ore con l'accordo dei dipendenti, stabilita nel 2003.
Il progetto di una nuova direttiva, proposta dalla presidenza finlandese, in un tentativo di compromesso del 2004, è ancora fermo.
I partecipanti alla riunione si sono spaccati tra le tesi della Francia, dell'Italia e della Spagna, favorevoli a eliminare ogni deroga per un periodo di transizione di dieci anni e quelle del Regno Unito, della Germania e della Polonia, che hanno sostenuto il mantenimento del cosiddetto "opt-out".
Tenuto conto del riposo obbligatorio, la situazione normativa europea è tale che la durata massima dell'orario settimanale di lavoro potrebbe raggiungere le 78 ore, la stessa di una media generalizzata in tutto il Vecchio Continente nel 1870, dopo la riduzione dalle 84 ore del 1850.
La situazione delle ore lavorate settimanalmente nell'UE 25, da persone occupate a tempo pieno, è stata di 41,3 ore nel 2004 e di 38,6 ore nel 2005 (nell'UE15 di 40,9 e del 38,0).
L'anno scorso è ripresa la tendenza alla forte diminuzione, che aveva toccato il minimo storico nel 2003 con 38 ore lavorate.
Ore lavorate settimanali 2005/2004
|
Paesi
|
2005
|
2004
|
Paesi
|
2005
|
2004
|
| Francia |
36,4
|
35,6
|
Lussemburgo |
39,4
|
39,7
|
| Italia |
37,0
|
37,0
|
Malta |
39,4
|
39,9
|
| Cechia |
37,2
|
37,3
|
Lituania |
39,5
|
40,1
|
| Slovenia |
37,4
|
37,1
|
Austria |
40,0
|
40,1
|
| Germania |
37,5
|
37,8
|
Irlanda |
40,1
|
40,0
|
| Spagna |
38,1
|
38,4
|
Slovacchia |
40,4
|
40,6
|
| Finalndia |
38,2
|
38,2
|
Cipro |
41,2
|
41,4
|
| Paesi Bassi |
39,0
|
39,0
|
Estonia |
42,1
|
42,1
|
| Belgio |
39,1
|
39,1
|
Polonia |
42,5
|
42,8
|
| Lettonia |
39,2
|
39,4
|
Bulgaria |
n.d
|
41,1
|
| Regno Unito |
39,2
|
39,5
|
Romania |
n.d
|
41,3
|
Nelle ore lavorate sono comprese quelle dei tempi di "attesa", come ha affermato una recente sentenza della Corte di giustizia europea.
57 milioni di blog
L'ultimo rapporto trimestrale di Technorati sullo "Stato della Blogosfera" segnala una crescita sempre più rapida dei blog, arrivati a fine ottobre a 57 milioni. Erano poco più di 4 milioni a gennaio 2005 e già 42 milioni a gennaio di quest'anno. Uno sviluppo spettacolare da 3 milioni al mese, 100 mila al giorno, che è l'effetto di un raddoppio ogni 5-7 mesi dal 2004.
Più del 55% dei milioni censiti sono considerati attivi. Per esserlo basta che almeno una volta negli ultimi tre mesi siano stati aggiornati con un nuovo post.
Il numero dei post pubblicati giornalmente è di 1 milione e 400 mila, una massa di informazioni da 54 mila all'ora, messe a disposizione di chi voglia leggerle e commentarle, produrre nuova conoscenza e suscitare emozioni.
Il tema più discusso quest'anno è stato il conflitto tra Israele e gli Hezbollah, che ha raggiunto il picco di 2 milioni e mezzo di post.
I più frequentati blog al mondo sono integrati con i mass media, che continuano in Rete. Quello di "The New York Times" è il primo, con quasi 84 milioni e mezzo di accessi. Al secondo posto c'è "Yahoo!News", con 76 miloni e 700 mila, al terzo il blog della "CNN", con quasi 72 milioni.
Tra i primi 100 per accessi ci sono soltanto dodici blog non collegati ad altri network giornalistici. Il primo di questi è "Engadget", 15° con 26 milioni e mezzo di frequentatori, il secondo è "Boing Boing", 29° con oltre 20 milioni e mezzo, il terzo è "Xujingle", 36° con più di 18 milioni. Tra i primi 50 blog, collegati alla carta stampata, ci sono quelli del "Washington Post", di "USA Today", del "Guardian", di "Asahi" e di "Forbes".
La lingua più usata dai blogger è l'inglese (39% dei post), la meno parlata è il parsi (1%), ultima entrata nella rilevazione.
Post per lingua

L'italiano è usato dal 2%, come il russo, il portoghese e il francese: effetto a lungo della nostra storia dell'emigrazione.
Il rapporto distingue i blog dagli "splog", i blog contraffatti per lo spamming. Technorati è impegnato a combatterli.
Riduzione dell'effetto serra
Le emissioni di gas a effetto serra dei 40 paesi più industrializzati del mondo hanno raggiunto nel 2004 i 17 miliardi e 900 milioni di tonnellate, un livello pressappoco costante dal 2000, ma in progressivo aumento dall'inizio degli anni '90.
La crescita si spiega in parte con lo sviluppo della Russia, della Cina e dell'India, ma le emissioni sono aumentate anche nell'UE, negli USA e in Giappone.
35 paesi, tra quelli responsabili delle emissioni, hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto, solo la Russia si è impegnata a rispettarlo. I paesi firmatari dovranno ridurre le loro attività nocive tra il 2008 e il 2012 a valori inferiori del 5% al livello del 1990.
Il Regno Unito, la Francia, la Germania, l'Islanda e la Svezia sono "relativamente vicino" a questo obiettivo.
I maggiori produttori di gas a effetto serra sono gli USA. Con 7 miliardi di tonnellate di emissioni producono il 23,1% dell'inquinamento mondiale, pur avendo il 5% della popolazione. La Russia inquina per il 5,9%, il Giappone per il 4,9%, la Germania per il 3,2% e il Regno Unito per il 2,3%.
I primi 10 produttori di effetto serra

Fonte: Reuters.
Secondo il rapporto Stern, non fare niente contro il surriscaldamento dell'atmosfera rischia di provocare una crisi economica mondiale, della stessa ampiezza di quella del 1929.
"Il cambiamento climatico si presenta come una delle minacce più gravi che deve affrontare l'umanità", ha detto il ministro keniota dell'Ambiente, Kivutha Kibwana, aprendo a Nairobi la 12ª Conferenza internazionale, che si svolge sotto l'egida dell'ONU.
La conferenza ha per obiettivo di tentare di preparare il dopo Kyoto, impegnando USA, Cina e Australia a rispettare quel protocollo, "attraverso misure concrete sulle priorità immediate".
I 6.000 delegati dei 189 paesi, che partecipano alla Conferenza hanno espresso il loro consenso alle proposte del segretariato ONU di rafforzare i "fondi di adattamento" al cambio di clima, previsti dal protocollo di Kyoto.
Per evitare la distruzione di una parte del patrimonio culturale e naturale dell'umanità i grandi inquinatori dovranno ridurre le loro emissioni e finanziare progetti di energia e attività industriali pulite nei paesi in sviluppo.
Due negoziati si svolgono perciò parallelalmente alla Conferenza: COP 12 è la 12ª riunione dei firmatari del trattato di Rio del 1992 e MOP 2 è la 2ª assemblea dei 156 ratificatori del protocollo di Kyoto.
Occupazione e produttività in UE e USA
La Commissione europea ha comunicato ieri le previsioni economiche d'autunno per il periodo 2006-2008. Prevedono una crescita vigorosa del PIL nell'UE, con un passaggio dall'1,7% del 2005 al 2,8% di quest'anno, al 2,1% del 2007 e al 2,2% nel 2008.
Globalmente, nel triennio, dovrebbero essere creati 7 milioni di posti di lavoro, che porterebbero il tasso di occupazione dal 63,3% del 2005 al 65,5% del 2008, con un'accelerazione della creazione di impieghi del 75% e una riduzione dei disoccupati all'8% quest'anno e al 7,4% nel 2008.
La crescita dell'occupazione sarà collegata all'andamento positivo della produttività, che dovrebbe aumentare del 2,3% nel 2008, invertendo la tendenza degli anni fino al 2004.
Giunge opportuna perciò la quasi contemporanea pubblicazione dell'ultimo studio di Christopher Pissarides, economista della London School of Economics and Political Science, "Unemployment and hours of work: the North Atlantic divide revisited", CEP Discussion Paper n° 757, october 2006.
Sostiene che tre fenomeni caratterizzano il mercato del lavoro europeo dal Secondo dopoguerra: l'incremento sostanziale della disoccupazione, la riduzione degli orari di lavoro e la crescita delle ore occupate produttivamente, in assoluto e in rapporto agli USA.
All'origine dei fenomeni ci sono variabili endogene, di durata e distribuzione degli orari nei differenti settori economici, ma anche variabili esogene, come la tecnologia e la politica, che hanno portato alla costituzione di due mercati paralleli e indipendenti tra loro, quello del lavoro e dei prodotti finali. Ognuno di essi ha un differente equilibrio dinamico di breve periodo, con parametri estranei alla produttività del lavoro.

Pissarides analizza gli andamenti dell'occupazione, delle ore di lavoro e della produttività in Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Svezia. Li confronta con quelli USA e li correla alla crescita del PIL.
Ne ricava che gli USA hanno creato molti più posti di lavoro dei paesi europei, Svezia esclusa, perchè le aziende hanno beneficiato di politiche governative di espansione economica e investito in innovazione e capacità organizzative. Sono aumentati i lavori di qualità e di elevata produttività. E' cresciuta l'occupazione anche delle donne, che hanno potuto scegliere tra i costi del lavoro domestico ed extradomestico.

Il circolo virtuoso tra politica economica, competitività aziendale e occupazione non si è attivato in Europa e il mercato del lavoro è risultato costoso per i prodotti finali e non attrattivo per i lavoratori. I quattro paesi considerati, (l'Italia soprattutto), hanno squilibrato l'interazione indicata a favore di uno o due dei tre fattori.
All'interno delle aziende la lotta alla disoccupazione richiede prioritariamente lo sviluppo della produttività e delle ore lavorate. Il differenziale di occupazione tra Europa e USA è spiegato bene dalla diversa crescita di produttività e d'impiego della tecnologia.

Mission e performance della gestione RU
La "Lettre e-RH" del master in management delle Risorse Umane dell'Université de Lille ripropone nel numero 104 lo studio di Patrick Gilbert e Marina Charpentier dell'Institut d'administration des entreprises dell'Université de Paris I, già apparso nella "Revue de Gestion de RH", che ha per titolo "Comment évaluer la performance RH? Question universelle, réponses contingentes".
E' una ricerca a tavolino, correlata allo studio di quattro casi, ispirata alla modellistica di David Ulrich sui cambiamenti della DRU, elaborata nel suo bestseller "Human resource champions" .
Ha per obiettivi di identificare il posizionamento di questa nell'azienda e di misurarne le performance in modo corrispondente alla mission agita.
Il modello di Ulrich, frutto di una ricerca sul campo svolta in numerose aziende americane nel 1996, propone alla DRU quattro ruoli, a seconda dell'orientamento futuro (strategico) o quotidiano (operativo) delle sue attività e della focalizzazione sulle persone o sui processi aziendali.
Dall'incrocio degli assi ortogonali così costruiti nello spazio presidiabile dalla DRU, si possono schematizzare quattro condotte diverse e altrettanti ruoli corrispondenti:
- gestire efficacemente le attività amministrative (ruolo dell'esperto amministrativo, appunto);
- rinforzare le motivazioni dei dipendenti (ruolo di rappresentanza dei dipendenti);
- guidare il cambiamento (ruolo dell'agente di cambiamento);
- gestire le strategie di RU ( ruolo del partner strategico).

La valutazione della performance della DRU può così essere fatta come analisi delle attività correlate alla sua mission.
Gilbert e Charpentier considerano la perfomance, alla luce degli obiettivi organizzativi, multidimensionale, legata ai comportamenti e alle responsabilità di risultati degli operatori della DRU interni o esterni (ivi compresi, manager, consulenti, fornitori di servizi).
Dallo schema di Ulrich, applicato ai casi di
- "Reingegnerizzazione dei processi R.U. e compressione dei costi in un'azienda di telecomunicazioni";
- "Indagine sulla soddisfazione dei clienti interni in una finanziaria";
- "Una DRU fortemente impegnata nelle operazioni di fusione-acquisizione aziendali";
- "Allineamento del processo RU agli obiettivi strategici di un grande gruppo farmaceutico";
emergono i ruoli esercitati dall'esperto amministrativo, dal rappresentante dei dipendenti, dall'agente di cambiamento e dal partner strategico, gli oggetti di valutazione delle performance realizzate, i legami tra politiche e pratiche di RU.
Ogni mission porta a focalizzarsi su uno o più settori di valutazione primaria: le paghe e l'amministrazione del personale, la comunicazione e la formazione, il coinvolgimento e la gestione dei ruoli chiave.
Gli strumenti e il processo di valutazione, raccomandano i ricercatori, devono essere coerenti alla mission, al ruolo della DRU e al suo posizionamento in azienda, per scopo, contenuto, metodo, periodicità, valutatori e responsabilità del sistema.
Il momento fondamentale della valutazione della performance della DRU è l' analisi del rapporto condotta - mission.
Formazione superiore in Scienza del Web
Il Massachusetts Institute of Technology e l' University of Southampton hanno annunciato la settimana scorsa di avere raggiunto un accordo di collaborazione a lungo termine nel settore della ricerca di base per guidare l'assetto e l'uso futuro del World Wide Web.
Il progetto è intitolato Web Science Research Initiative (WSRI). Prevede attività di diffusione dei risultati delle ricerche e di formazione dei ricercatori.
Ha un direttore operativo, Wendy Hall, uno dei maggiori esperti al mondo di Elettronics and Computer Science, cofondatore del WSRI e componente del comitato scientifico con altre tre star, che hanno partecipato all'ideazione e all'organizzazione dell'iniziativa: Tim Berners-Lee, inventore della Rete e direttore del Web Consortium, Nigel Shadbolt, tra i massimi esperti di intelligenza artificiale e Daniel Weitzner, studioso dei rapporti tra tecnologia e società.
La Scienza del Web comprende tutte le discipline che studiano il fenomeno della Rete, dalla sociologia al comportamento individuale, dalle abitudini di acquisto alla tutela della privacy, dalle norme sulla proprietà intellettuale a quelle penali, dall'informatica alla biologia, alla semiotica.
La University of Southampton inizierà nel 2008 i primi corsi di formazione superiore in Scienza del Web. Partirà sperimentalmente già l'anno prossimo con un master a livello undergraduate. Successivamente attiverà dei programmi di livello postgraduate e doctorat.
Il WSRI ha l'appoggio di numerose aziende americane e inglesi dell'hi-tech, come Google, IBM, Hewlett-Packard.
La formazione universitaria integrerà le attività di apprendimento con quelle di ricerca di base e applicativa, nelle aziende, per sviluppare nuove competenze.

Serguei, " La Cina in Africa", Le Monde, 5-6 novembre 2006.
Multinazionali cinesi alla conquista dell'Africa
"Se qualcuno volesse regalarti l'Africa, rifiutala", la battuta crudele, che circolava qualche tempo fa nell'Occidente ex coloniale, considerava le piaghe della sottoalimentazione, della mancanza d'acqua, dell'AIDS e del colera, delle dittature più spietate e delle guerre dimenticate, che affliggono il Continente nero. L'Africa, dopo la conquista dell'indipendenza, era buona ormai tutt'al più per il turismo e l'ultima rapina delle multinazionali alimentari o farmaceutiche europee.
Dal 2004 perciò la Cina ha avuto buon gioco per stipulare una serie di importanti accordi politico-economici con numerosi paesi africani. E la riunione, avvenuta questo week end a Pechino, dei rappresentanti di 41 governi dei 53 Stati dell'Africa, all'insegna di "Amicizia, cooperazione, sviluppo e pace", è l'emblema di questi rapporti.
La Cina ha cancellato debiti per 1 miliardo e 380 milioni di dollari a 31 paesi, ha offerto aiuti economici a 53, ha raggiunto l'anno scorso i 40 miliardi di interscambio commerciale, ha importato il 31% del petrolio necessario alla sua impressionante crescita economica, dall'Angola (18,2 milioni di tonnellate), dal Congo (4,3 milioni di tonnellate), dalla Guinea (3,8milioni di tonnellate), dalla Libia (3 milioni di tonnellate), dal Sudan (2 milioni di tonnellate), dalla Nigeria (0,8 milioni di tonnellate), dal Chad (0,5 milioni di tonnellate), dal Gabon (0,3 milioni di tonnellate).
Le imprese cinesi presenti in Africa sono più di 800 e hanno investito 6 miliardi e 270 milioni di dollari.
Al summit di Pechino il presidente cinese Hu Jintao ha annunziato che nei prossimi tre anni il suo paese offrirà 5 miliardi di dollari in prestiti e 2 di crediti a tasso privilegiato e raddoppierà il suo aiuto al continente africano per dare vita a un nuovo modello di business partnership.
Alle strategie di espansione sui mercati africani del sistema delle imprese cinesi è dedicato l'ultimo numero del "Journal of International Affairs", il semestrale del SAIIA, the South african institute of international affairs, che nel volume 13.1, Summer/Autumn 2006, ha appena pubblicato "A profile of the operations of Chinese multinationals in Africa", un saggio di Chris Alden, politologo della London School of Economics and Political Science e di Martin Davies, sinologo della Stellenbosch University, entrambi docenti anche nell'University of Pretoria.
Il saggio è il frutto di una ricerca originale in loco. Ricostruisce i contenuti e i comportamenti delle multinazionali cinesi, i loro legami con le strategie governative del loro pase e valuta l'impatto che esse hanno sull'Africa.
Le multinazionali considerate dai due autori sono quelle aziende che, secondo la nota definizione di "Fortune", realizzano più del 20% delle loro vendite sul mercato internazionale. Sono soprattutto imprese dello Stato cinese entrate rapidamente nell'economia globale con il supporto finanziario, fiscale e politico, del governo.
Le regole d'accesso sono state: il successo nel mercato domestico, la costruzione di una rete commerciale globale, il possesso di competenze manageriali e tecnologiche.
La strategia di mercato globale impiegata comprende retroterra organizzativo e integrazione verticale, risorse di Stato e sicurezza energetica, partnership e joint venture con altre aziende, investimenti in compagini satelliti.
Le multinazionali cinesi sono presenti finora nei settori estrattivo, petrolifero, delle infrastrutture tecnologiche, dell'industria pesante e delle costruzioni di qualunque paese africano. la Cina rispetta il principio della non interferenza negli affari interni.
le aziende investono perciò in Guinea, Zimbabwe, Etiopia, Sudan, paesi condannati dalla comunità internazionale per l'assenza di democrazia e la corruzione.
In molte occasioni impiegano propria manodopera. Il che non genera nè posti di lavoro, nè trasferimento di know how, nè aumenta le retribuzioni nei paesi ospiti. Il beneficio economico ottenuto da queste presenze è contenuto (ma quello politico è enorme), si limita a un po' di piccolo dettaglio locale, degli asiatici residenti nel luogo. Ma desta allarme per il futuro dell'industria tessile africana.
Alla preoccupazione dei sindacati del settore per la chiusura di aziende e la disoccupazione di 60 mila lavoratori, dovute all'arrivo di prodotti d'abbigliamento cinese, va sommata quella dei governanti e degli uomini di business occidentali, per l'invasione di nuovi aggressivi concorrenti, che si chiamano Bgrimm (esplosivi), China Minmetals (estrattiva), Huawei Technologies e ZTE (ICT), China National Petroleum Corporation, Sinopec, CNOOC (petrolifere).
Economie dell'Asia
(andamento % 2006/2005)
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Paese
|
PIL
|
Produzione industriale
|
Bilancia commerciale
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| Cina |
+10,4
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+15,7
|
+143,6
|
| Hong Kong |
+5,2
|
+5,3
|
-14,9
|
| India |
+8,9
|
+9,7
|
-41,8
|
| Indonesia |
+5,2
|
+12,2
|
+36,4
|
| Malesia |
+5,9
|
+5,0
|
+28,0
|
| Pakistan |
+6,6
|
+13,0
|
-12,6
|
| Filippine |
+5,5
|
-10,4
|
-4,1
|
| Singapore |
+7,1
|
+5,5
|
+33,7
|
| Corea del Sud |
+5,3
|
+10,6
|
+15,6
|
| Taiwan |
+4,6
|
+4,8
|
+21,7
|
| Thailandia |
+4,9
|
+7,4
|
-1,9
|
Costo del Welfare in Europa
Nel 2003 il costo del Welfare nell'Unione europea ha rappresentato il 28,0% del PIL, una percentuale che per i 25 paesi membri è passata dal 26,9% del 2000 al valore attuale.
Lo dice il Bollettino Eurostat "Popolazione e condizioni sociali", 14/2006. Le prestazioni pensionistiche hanno costituito il 45,7% dei costi di Welfare (= 12,3% del PIL). In Italia hanno raggiunto il 61,8% anche per il peso in esse del TFR.
L'assistenza sanitaria è stata il 28,3% dei costi complessivi (= 7,6% del PIL). La punta massima è stata rappresentata dal 41,8% dell'Irlanda.
Le pensioni di invalidità hanno inciso per l'8,0% (= 2,1% del PIL). La spesa maggiore è stata costituita dal 13% della Svezia, della Danimarca, della Finlandia e del Lussemburgo.
Gli assegni familiari sono stati l'8,0% (= 2,1% del PIL). Il primo posto per spesa è toccato al Lussemburgo con il 17,7%, seguito dall'Irlanda con il 16%.
I sussidi per la disoccupazione hanno impegnato il 6,6% (=1,6% del PIL). I costi maggiori sono stati sopportati dalla Spagna con il 13,3% e dal Belgio con il 12,4%.
I contributi per abitazione ed esclusione sociale hanno costituito il 3,5% (= 0,9% del PIL). Il massimo sostegno è quello dato dal Regno Unito con il 6,5% dei costi, seguito dall'Irlanda con il 5,6%.
Altre prestazioni hanno rappresentato il rimanente 1,4% del PIL europeo.
Se l'Italia è il paese che spende di più per prestazioni pensionistiche, è invece agli ultimi posti per la spesa in assegni familiari (4,1%), disoccupazione (1,8%), abitazioni (0,2%). Sotto la media europea è pure la spesa per l'assistenza sanitaria (25,7%) e le pensioni di invalidità (6,4%).
I dati statistici dell'Eurostat documentano i forti squilibri del Welfare italiano.
100 anni di permanente
Le donne che si fanno stirare i capelli superano largamente quelle che se li fanno arricciare. Se una su cinque punta a rendere liscia la forma della sua capigliatura, solo una su quindici la ondula o la cambia in boccoli e ricci per aumentarne il volume.
Prevale ormai la tendenza a lasciarla come è naturale. Ma per 70 anni la moda ha imposto chiome arricciate. Era usata perciò la "permanente", parola quasi scomparsa ormai dal linguaggio dei parrucchieri e fuori dalle abitudini delle loro clienti giovani e di tendenza.
Brevettata nel 1906 come "arricciatura forzata dei capelli vivi", la permanente ha 100 anni. Le ciocche dei capelli, come il procedimento registrato prevede, sono imbevute nel borace, arrotolate su bigodini metallici, messe in un riscaldatore, un forno elettrico portato a 145° - 150°C.
Col passare del tempo al riscaldamento diretto, fatto su capelli, tirati fino alla radice e messi ad asciugare con il "casco", verrà sostituito quello indiretto, usando bigodini preriscaldati su barre a 180° - 200°C, imbevendo le ciocche con sostanze molto alcaline.
Nel 1940 viene brevettata la permanente "a freddo", impregnando i capelli di lozione ondulante, arrotolandoli sui bigodini e applicando infine una lozione fissativa, che restituisce alla fibra la struttura chimica iniziale.
Si viene così a ridurre il danneggiamento dei capelli, prodotto dalla permanente "a caldo". Ma il sistema di ondulazione è concettualmente lo stesso dei "riccioli del diavolo", usato in Francia nel Settecento per le parrucche.
Il tempo, che la donna deve impiegare per fare la permanente, alla fine degli anni Cinquanta, era ancora di mezza giornata. A questa bisognava poi aggiungere le "messe in piega" per rianimare l'effetto di modifica della forma dei capelli. Troppo per chi cominciava a dovere conciliare lavoro fuori casa, gestione familiare, rappresentanza esterna della famiglia e indipendenza personale.
C'erano tutte le condizioni perchè le donne decidessero di poter avere dei capelli curati, spesso da sole, liberi e lucenti.
Il marketing della cosmesi dei capelli ha messo perciò a disposizione del largo pubblico strumenti e buoni prodotti, che facilitano la messa in piega "fai da te": prodotti tonificanti, che si applicano frizionando la chioma con le dita e hanno effetto di aumento del volume, spray che umidificano e fanno rimontare la pettinatura, fissativi per i riccioli; con gran dispetto dei parrucchieri, che hanno visto scomparire questa parte dei loro guadagni e hanno dovuto compensare con la diffusione delle tinture e dei riflessanti.
Oggi c'è un ampio interesse per i prodotti curativi, dell' "hair wellness", che si vendono, informando chi li utilizza dei componenti e degli effetti, come è giusto che sia per tutto ciò che riguarda la salute e l'igiene corporale.
Pablo Picasso, Busto di donna con cappello, 1962, olio su tela.