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Maggio - 36 post
COMPETITIVITA': 23 - Classifica IMD della competitività mondiale; ECONOMIA: 10 - 72 milioni di Europei sotto la soglia di povertà; 15 - Ripresa economica UE; 30 - Fiammata dei prezzi dell'elettricità; 30 - Art inspired; FORMAZIONE: 4 - Classifica Business Week 2006 MBA; 17 - Problemi di sviluppo del capitale umano; GESTIONE E SVILUPPO: 3 - Infortuni sul lavoro; 4 - Malattie professionali per amianto; 9 - Lavoratori che si drogano; 9 - Sondaggio; 10 - Ancora poca carriera per le donne; 15 - Coinvolgimento dei lavoratori in azienda; 19 - Una grande azienda su sette ha cambiato CEO nel 2005; 22 - Se lavoro temporaneo non è precario; 23 - Orari di lavoro flessibili; 24 - Vademecum per capi conservatori; 24 - BusinessWeek; OCCUPAZIONE: 2 - Orientamenti pensionistici di lavoratori e imprenditori; 25 - Guerra dei talenti; 30 - Sistemi e strumenti di protezione sociale; POLITICA: 4 - Iniziativa della Commissione europea sulle lobby; 12 - Qualità del lavoro nell'UE; 12 - Vignetta di Massimo Bucchi; 29 - Videogiochi come previsione; 29 - Nuovi candidati all'ingresso nell'UE; RELAZIONI INDUSTRIALI: 25 - Concertazione per la difesa della salute; SOCIETA': 3 - Un terzo del mondo senza libertà di stampa; 5 - A 218 milioni i bambini lavoratori nel mondo; 8 - Auguri mamma; 8 - Videogiochi per stimolare l'attività del cervello; 16 - UFO? Unidentified aerial phenomena!; 26 - Dilemma risolto: è nato prima l'uovo; TECNOLOGIA: 11 - Guerra tra produttori di videogiochi; 17 - Second Life; 26 - Pirateria informatica.
Coop, manifesto per la mostra "Art inspired", 2001.
Fiammata dei prezzi dell'elettricità
National Utility Service Consulting pubblica lo studio annuale sui costi dell'elettricità per le imprese in 14 paesi industrializzati, fra cui l'Italia.
Lo studio è basato sul confronto 1° aprile 2006 - 1° aprile 2005 dei prezzi per una potenza di 1.000 KW in un'azienda, che ha un consumo mensile di 450mila KW. I prezzi sono espressi in euro per kilowatt/ora al netto dell'IVA.
Prezzi dell'elettricità per le aziende
|
2006
|
2005
|
Paesi
|
Costo in €/kWh
|
Evoluzione
2005/2006 |
Tendenza su 5 anni
(2001/2006) |
| 1 | 2 | Danimarca |
0,1104
|
+39%
|
+91,5%
|
| 2 | 1 | Italia |
0,1090
|
+14,9%
|
+21,1%
|
| 3 | 8 | Regno Unito |
0,0908
|
+41,4%
|
+80,7%
|
| 4 | 5 | Paesi Bassi |
0,0907
|
+27,4%
|
+40,4%
|
| 5 | Francia (mercato libero) |
0,0867
|
+48%
|
+75,6%
|
|
| 6 | 4 | Belgio |
0,0865
|
+14%
|
+24,1%
|
| 7 | 3 | Germania |
0,0850
|
+7,5%
|
+48,9%
|
| 8 | 6 | Spagna |
0,0766
|
+15,5%
|
+39,3%
|
| 9 | 7 | USA |
0,0726
|
+10,9%
|
+22,5%
|
| 10 | 10 | Finlandia |
0,0666
|
+42,2%
|
+66,5%
|
| 11 | 13 | Svezia |
0,0573
|
+39,1%
|
+77,4%
|
| 12 | 9 | Francia (mercato regolamentato) |
0,0522
|
0%
|
+10,57%
|
| 13 | 11 | Canada |
0,0483
|
+5,5%
|
+8,3%
|
| 14 | 12 | Australia |
0,0436
|
+2,8%
|
(3,2%)
|
| 15 | 14 | Sudafrica |
0,0333
|
+2,3%
|
+25,1%
|
"Tutti i paesi europei, a eccezione della Germania, hanno avuto aumenti a due cifre del prezzo dell'elettricità", nota l'indagine. "La liberalizzazione del mercato è diventata sinonimo di aumenti". "Quest'anno il record spetta alla Francia, che registra un incremento spettacolare del 48% in rapporto all'anno scorso, sul mercato deregolamentato".
La Finlandia ha avuto con il 42,2% il secondo più forte aumento, mentre il suo consumo è diminuito del 2,5%.
Nell'anno considerato dal rapporto la Danimarca ha raggiunto il prezzo più elevato per kilowatt/ora con 0,1104 euro (+39%) ed è salita al vertice della classifica negativa, al posto dell'Italia, che lo deteneva l'anno scorso.
Nel nostro paese il prezzo per kWh è salito a 0,1090 euro (+14,9%). Il Regno Unito è terzo per aumento del prezzo (+41,4%), con un costo di 0,0908 euro per kWh.
Il picco d'aumento dell'anno scorso in Italia è dovuto al forte aumento del prezzo del gas. Ha influenzato il consumo nazionale, che è cresciuto solo dell'1,3% rispetto al 2004, limitando lo sviluppo economico, e la concorrenza, che ha seguito l'ENEL nel rialzo delle tariffe.
L'introduzione di nuove centrali elettriche contribuirà a rispondere alla domanda d'energia del paese. Ma il prezzo aumenterà anche l'anno venturo con i corsi mondiali del petrolio e del gas.
Sistemi e strumenti di protezione sociale
Le valutazioni economiche dei programmi di protezione sociale mirano a correlare i loro effetti alla riduzione della disoccupazione, all'aumento del tasso di attività (o di occupazione), all'integrazione di gruppi considerati deboli sul mercato del lavoro.
Però le ricerche effettuate in un piccolo numero di paesi hanno mostrato che le politiche attive del mercato del lavoro sono forse necessarie, rappresentano uno strumento potenzialmente importante, ma hanno debole efficacia. Le valutazioni dell' "Earned income tax credit" negli USA, dell' "Earning supplement programme and the self-sufficiency project" in Canada, del "Working family tax credit" nel Regno Unito e della riduzione dei contributi sociali sugli stipendi bassi in Francia, hanno provato che l'attivazione non può essere considerata sotto il profilo strettamente economico, perchè nascono da scelte "politiche", di aggregazione del consenso e in rapporto a queste devono essere viste.
Spiega così le differenze tra sistemi e strumenti di protezione sociale in Danimarca, Francia, Germania e Regno Unito il sociologo francese Jean Claude Barbier nel rapporto di ricerca al Dares (ministère du Travail) "Analyse comparative de l'activation de la protection sociale", scritto con la collaborazione di Anne Eydoux e Ndongo Samba Silla, pubblicato dal Centre d'études de l'emploi in aprile.
Il rapporto contiene un'analisi dei dati statistici sulla spesa dei quattro paesi indicati in materia di politica attiva dell'impiego e di mercato del lavoro.
Sono dimensioni significative della protezione attivata la generosità di prestazioni erogate a chi si trova senza impiego e senza prestazioni sociali e la facilitazione di accesso al mercato ordinario del lavoro.
Confronto fra strategie di attivazione
|
Sistema beveridgiano
|
|
Sistema bismarckiano
|
|||||
|
Regno Unito
|
|
Danimarca
|
|
Germania
|
|
Francia
|
|
| Attivazione delle persone e dei programmi |
Welfare to work(New Deals) |
Aktivering +
|
Riforma dell'assistenza alla disoccupazione + Ein Euro jobs + Servizi per l'impiego |
Politica attiva del reinserimento + Servizi per l'impiego + inserimento |
|||
| Riforma fiscale generale | |||||||
| Incentivi, imposizione, contribuzione |
Imposizione fiscale (ridotta sul lavoro, sulla famiglia, sulla cura dei figli, ecc.) | Ridotta contribuzione su lavori parziali e sugli imprenditori marginali | Contributi degli imprenditori | ||||
| Programmi per l'impiegabilità + Riforma dei minimi sociali |
|||||||
La tabella evidenzia differenti tipi di attivazione: quello universalista "beveridgiano", rivolto a tutti i cittadini inglesi e danesi, l'altro liberale "bismarckiano", combinazione di privato e di pubblico, per i cittadini tedeschi e francesi.
I sistemi del Regno Unito e della Danimarca hanno per obiettivo una diminuzione e un controllo dei costi, un deciso reinserimento al lavoro.
Le strategie di Francia e Germania sono largamente ibride e sono vincolate da numerose resistenze istituzionali. Danno rilievo alle sanzioni applicate in caso di inosservanza dei diritti e doveri, comportano la perdita delle prestazioni alla persona e dei benefici all'impresa.
Gli strumenti di protezione sono ben differenti, vanno dai jobcentre danesi e inglesi, all'assistenza e formazione per l'impiegabilità tedesca, alla molteplicità degli strumenti e degli operatori francesi.
L'attivazione della protezione sociale è nel Regno Unito e in Danimarca un servizio universale, che punta sul rafforzamento della persona sul mercato del lavoro e sulla facilitazione all'impiego.
La protezione sociale francese non è generosa e crea pochi posti di lavoro. Quella tedesca assiste il disoccupato, attiva e incentiva l'occupazione.
Lo strumento di protezione sociale a finanziamento pubblico più efficace sembra essere quello legato alla riduzione dell'imposizione fiscale e contributiva a carico del datore di lavoro in un contesto bismarckiano.
Nuovi candidati all'ingresso nell'UE
Balcanizzazione è un termine politico, che trae origine dalla frammentazione dei Balcani in più Stati differenti e dalle relazioni conflittuali tra loro.
E' un processo ripreso con vigore dopo la fine dell'URSS e della Yugoslavia, che negli ultimi 17 anni ha portato alla nascita di 23 unità politiche e ne ha in previsione altre dopo la divisione del Montenegro dalla Serbia, la scorsa settimana.
Con 670 mila abitanti e meno di 14 mila kmq di territorio, il Montenegro rappresenta efficacemente la tendenza in atto alla formazione di Stati sempre più piccoli provenienti dalle grandi federazioni accentratrici del passato. Mentre si profilano già la separazione del Kosovo e della Voivodina, sempre dalla Serbia, e del Transdniester dalla Moldavia.
Sono tutte indipendenze queste, che anelano all'adesione all'UE, ma che, dopo l'allargamento anticipato agli otto nuovi Stati dell'Europa centrale e orientale, a Cipro e a Malta, vengono esaminate con maggiore rigore dalla Commissione europea.
In febbraio essa ha consentito che la Slovacchia raggiungesse la zona euro, ma ha bocciato l'ingresso della Lituania perchè ha un'inflazione superiore dello 0,1% ai criteri di Maastricht.
Successivamente ha chiesto alla Romania e alla Bulgaria di mettere in ordine i loro conti pubblici se vogliono entrare nell'UE il 1° gennaio 2007. Altrimenti dovranno aspettare un altro anno.
Sono lontani i tempi di accettazione del Belgio e dell'Italia con debiti pubblici superiori al 60% del PIL, stabilito dai parametri europei, della tolleranza per i conti truccati della Grecia o per l'inflazione della Spagna.
Gli Stati figli della balcanizzazione recente e prossima rischiano di appesantire la competitività e lo sviluppo economico dell'UE, presentandosi impreparati per conti pubblici e PIL all'unificazione del continente. Danno preoccupazione ai cittadini dei vecchi Stati membri per il dumping sociale possibile e suscitano timore i conflitti latenti dei neoseparati con gli Stati originari.
La Commissione europea opportunamente valuta con attenzione lo stato dei conti dei candidati all'ingresso, ma la stessa attenzione dovrà dare alle situazioni dell'UE e deliberare per l'accoglimento se i paesi neoaderenti non provocheranno eccessivi sbilanciamenti economici e sovraccarico di mediazione e coordinamento internazionali.
Videogiochi come previsione
I confini tra realtà virtuale, simulazione e cambiamento sociale, economico, politico, si assottigliano sempre più nei videogiochi. Se il prodotto di Linden Lab "Second Life", sta suscitando polemiche (iriospark, 17 maggio 2006) perchè fa coinventare ai giocatori i modi di agire e di presentarsi nella realtà anche nella più antica professione del mondo, "Mercenaries 2, world in flames" di Pandemic Studios è stato discusso dall'Asamblea nacional venezuelana.
Il videogioco per Xbox 360 e Playstation 3 (iriospark, 11 maggio 2006) sarà messo in vendita nel 2007, ma un frammento è già apparso "per caso" alla televisione di Stato del Venezuela.

E' un gioco di strategia, che simula un assalto al Centro de Refinacion de Paraguanà.
Ubicato nello Stato di Falcon, il Centro riunisce le raffinerie di Amuay, Cardón e Bajo Grande. Ha una capacità produttiva di 940 milioni di barili al giorno. E' il più grande complesso di raffinazione petrolifera del mondo, un terzo della quale destinata all'esportazione, principalmente negli USA.
Le posizioni antiamericane del presidente venezuelano Hugo Chavez sono note e altrettanto noti sono i suoi tentativi di costruire un'alleanza con altri paesi dell'America Latina, Bolivia e Cuba in testa , per valorizzare le ricchezze naturali di quest'area geografica.
Secondo i politici e i mass media locali il videogioco è stato prodotto per giustificare un'aggressione militare al Venezuela.
L'estremo realismo delle azioni sarebbe una prova di tale intenzione e rientrerebbe in una campagna internazionale di delegittimazione della strategia di sviluppo economico messa in atto da Chavez.
Al di là delle valutazioni politiche, l'abile quanto cinico lancio di "Mercenaries 2" è l'ennesimo esempio di newsmaking, il primo di previsione di eventi mediante videogioco.
Dilemma risolto: è nato prima l'uovo
John Brookfield, studioso del genoma e del DNA, professore di Genetica evolutiva nell'Università di Nottingham (Regno Unito), ha chiarito in un articolo che al noto dilemma "E' nato prima l'uovo o la gallina?" si può rispondere con sicurezza che è nato prima l'uovo.
La prova sta nel fatto che il materiale genetico non evolverebbe durante l'esistenza di un organismo vivente. Il primo uccello, diventato pollo, ha dovuto prima finire d'esistere come embrione in un uovo.
L'organismo vivente nell'uovo doveva avere lo stesso DNA del pollo che stava per diventare.
La tesi di Brookfield è condivisa da altri genetisti. Il primo pollo è nato da un uovo generato da un'altra specie di volatile, ma era già un uovo di pollo perchè ne conteneva l'embrione.
Pirateria informatica
Nel 2005 il 35% dei software installati sui pc nel mondo era illecito e ha procurato ai produttori un mancato guadagno per 34 miliardi di dollari.
Rispetto al 2004 il danno economico è aumentato di 1 miliardo e 600 milioni di dollari, anche se gli sforzi di prevenzione e repressione hanno dato frutti in Cina, India e Russia, nell'Europa centrale e orientale, nel Medio Oriente e nell'Africa.
Sono i risultati di "Global Software Piracy Study" una indagine in 97 paesi, realizzata da BSA, Business Software Alliance e IDC, gruppo internazionale d'analisi del mercato dell'information and communication technology.

Il tasso di pirateria informatica è diminuito in 51 paesi, è rimasto stabile in 27 ed è aumentato in 19. Ma la situazione è cambiata poco, perchè il mercato mondiale è dominato dalla presenza di grandi utilizzatori come gli USA, in cui c'è la percentuale più bassa di usi illegali del software (21%), ma ci sono le perdite maggiori (6 miliardi e 900 milioni di dollari), la Cina, che ha un tasso di pirateria elevatissimo (86%) e perdite altrettanto rilevanti (3 miliardi e 900 milioni di dollari), la Francia che è al terzo posto della classifica negativa, con un tasso superiore alla media dell'UE di 13 punti (47%) e perdite in proporzione (3 miliardi e 200 milioni di dollari).
L'Europa occidentale mostra complessivamente nel 2005 un aumento del tasso medio rispetto al 2004 pari ad un punto percentuale. Aumenti maggiori sono registrati in Italia, Spagna e Portogallo (tutte con variazioni del 3%) e Francia (dove la crescita è del 2%).
In Italia il tasso sale al 53% rispetto al 50% dell'anno precedente, con la crescita più elevata dal 2000 (data di riferimento per l'ingresso in vigore di norme più restrittive in materia di copyright) ad oggi. Aumentano anche le perdite economiche, che passano da un miliardo e mezzo di dollari del 2004 al miliardo e 564 milioni del 2005.
Molto elevato è l'uso illegale di software in Vietnam e Zimbabwe (90% ciascuno) e in Indonesia (87%).
I paesi in cui la pirateria informatica è diminuita maggiormente sono l'Ucraina (6 punti), la Cina, la Russia e il Marocco (4 punti ciascuno).
I più "virtuosi", dopo gli USA, sono la Nuova Zelanda (23%), l'Austria e la Finlandia (26% ciascuna).

Concertazione per la difesa della salute
Il 1° maggio 1956 un medico della prefettura di Kumamoto (Giappone) segnalò per la prima volta la presenza di alterazioni del sistema nervoso e della motricità, riscontrate in numerosi pazienti, abitanti nella zona costiera del mare di Shiranui. Erano gli effetti dell'avvelenamento da mercurio organico (un composto di metilmercurio), scaricato per più di trenta anni, fino al 1966, dall'impianto industriale Chisso Minamata, contaminando persone e animali.
Tra l'agosto 1964 e il luglio 1965, anche nella prefettura di Niigata, nella parte inferiore del bacino del fiume Agano, si verificarono molti casi di persone affette da tremori, alterazioni sensoriali agli arti, disturbi della parola e del linguaggio, restringimento del campo visivo e perdita dell'equilibrio . Da 20.000 a 30.000 furono le vittime del "morbo di Minamata", che ebbe effetti tragici anche sui nascituri, sui pesci e i molluschi della Baia e fu riconosciuto come malattia causata da inquinamento ambientale dalla Corte Suprema nel 1968.
Alle "malattie industriali", espressione che raggruppa gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali ("rösai shokugyöbyö", in giapponese), come le malattie da inquinamento ("kögaibyö"), è dedicato il libro del sociologo Paul Jobin dell'université Paris VII "Maladies industrielles et renoveau syndical au Japon", Editions de l'Ecole des hautes études en sciences sociales, Paris, 2006.
Attraverso ricerche d'archivio e interviste Jobin mostra come la lotta contro l'inquinamento ambientale, nata spontaneamente dalla base operaia, abbia spinto il sindacato giapponese, tradizionalmente collaborativo, a rinnovare le sue strategie e le sue forme di rappresentanza.
A Minamata si formò autonomamente una nuova organizzazione legata al territorio e funzionante in rete professionale, una "community union", che solidarizzò con tutte le vittime dell'avvelenamento al mercurio e contestò il produttivismo ad ogni costo. Riuscì così ad ottenere il riconoscimento del "morbo di Minamata" e a far considerare la questione della salute sul lavoro come un problema di interesse pubblico. Nello stesso tempo costituì un contrappeso alla perdita di visibilità dell'operaio nello spazio sociale.
All'esperienza di Minamata si richiamarono poi gli operai di Tokyo e Osaka che riuscirono, con il supporto sindacale, a costituire il Japan occupational safety and health resource center, per la concertazione con gli imprenditori e le pubbliche autorità negli interventi di salvaguardia della salute, messa in pericolo dall'inquinamento industriale.
Il libro lega la nascita delle nuove forme di resistenza operaia alle grandi sfide sociali degli anni '50 e '60.
Ricostruisce lo scacco del sindacalismo "attendista"e "collaborativo" nella lotta contro l'inquinamento, in cambio della ripresa produttiva giapponese, l'importanza della lotta di Minamata e individua il momento di svolta nella solidarietà, "in officina e nel tribunale", degli inquinatori e degli inquinati.
Jobin riconosce che "persistono molti dubbi non sul carattere rinnovatore" del sindacalismo uscito da Minamata, ma sulla "sua eventuale capacità di trasformazione sociale, politica ed economica".
Un libro importante per cogliere condizioni, fattori e modi di passaggio del sindacato, in una cultura fortemente produttivistica come quella giapponese, da minoranza a organizzazione aperta e rappresentativa.
Guerra dei talenti
Il 16,5% dei lavoratori italiani, quasi 3 milioni e 700 mila, possiede un titolo di studio superiore a quello necessario per il lavoro che fa.
Oltre la metà è costituita da persone, che hanno meno di 34 anni e hanno cominciato a lavorare da non più di cinque anni.
Il fenomeno interessa il 50,8% dei neolaureati.
In compenso c'è il 9%, che svolge da anni un lavoro senza avere un titolo di studio adeguato: 1 milione e 900 mila lavoratori ultraquarantenni.
Sono presenti soprattutto nella pubblica amministrazione, nell'informatica, nello spettacolo e nel giornalismo.
Lo dice il Rapporto ISTAT 2005, pubblicato ieri.
Disegno di Business Week, 29 maggio 2006.
Vademecum per capi conservatori
Robert Fritz è un "guru", un consulente di creatività, organizzazione, business e management. Ha scritto libri che hanno titoli come "100 vie per tirare fuori il meglio da voi stessi", "L'arte di vivere", "Breve corso per creare quello che cercate di sapere da sempre senza riuscirci, che nessuno può dirvi perchè nessuno lo sa" e un bestseller in tre versioni per tre tipi differenti di lettori "Il sentiero della minima resistenza", oltre a una fiaba di Natale e a una "Guida pratica al processo creativo".
In coppia con Bruce Bodaken, presidente e chief executive officier di Blue Shield of California, una organizzazione non profit, che si occupa di piani di salute, Fritz ha appena pubblicato "The mangerial moment of truth. The essential step in helping people improve performance", Simon &Schuster/Free Press, New York, 2006, una guida alla "verità efficace" nei rapporti tra manager e dipendenti, una metodologia per "tenere prima a freno le cattive abitudini e istituzionalizzare poi i buoni comportamenti" del MMOT (il momento manageriale della verità).
Bodaken e Fritz definiscono il MMOT come "la consapevolezza da parte del manager delle sue attese inconciliabili, seguita dalla decisione di gestirle con maggiore capacità, senza costo".
La metodologia per aiutare i dipendenti a "rendersi conto della realtà e ad affrontare la verità per correggere gli errori, imparare dalle prestazioni passate e migliorare il processo per costruire un'organizzazione di successo" si svolge in quattro fasi.
Nella prima, manager e dipendenti "conoscono la verità" o si mettono d'accordo su quello che accade.
Gli autori raccomandano come metodo che nella fase iniziale i manager facciano domande, che implicano risposte del tipo "si/no", in modo da arrivare subito al nocciolo delle questioni.
Nella seconda fase manager e dipendenti devono analizzare insieme quello che è giusto o sbagliato nelle situazioni e, terzo, decidere un piano correttivo per il fututro.
Infine, nella quarta e più importante fase, il supervisore deve fare periodici controlli per assicurarsi che gli obiettivi siano raggiunti.
Nelle quattro fasi bisogna attuare riunioni faccia a faccia, veloci colloqui telefonici e regolari scambi di e-mail. "Chiedere a una persona di scrivere una e-mail che fa il punto della situazione in corso, verifica in profondità che l'apprendimento non sia solo apparente". Avvertono Bodaken e Fritz.
"Alcune aziende (però) possono avere un sottile livello di falsità per cui i manager adottano implicitamente regole collettive che impediscono di fare obiezioni al capo, di ammettere i propri errori, di ricercare dati o di dimensionare gli obiettivi che non si vogliono mancare". In questo caso occorre partire piano.
Queste elementari regole di buon senso sono elargite con molta autorevolezza dagli autori e sono suffragate da una serie di esempi di vita vissuta.
La scrittura e la terminologia sono in compenso molto aziendali. C'è, insomma, tutto quello che ci si può aspettare da un vademecum manageriale che dia una patina di importanza a ciò che un capo di qualsiasi livello di responsabilità aziendale fa già per conservare la presa sui propri dipendenti.
Orari di lavoro flessibili
Il maggior numero delle aziende europee, che praticano l'orario di lavoro flessibile, si trova in Lettonia, in Svezia, in Finlandia e nel Regno Unito. Il numero minore invece è a Cipro, nel Portogallo, in Grecia e in Ungheria.
In media l'orario di lavoro flessibile è attuato nel 48% delle aziende europee con almeno 10 dipendenti.
Lo rileva l'indagine "Working time and work - life balance in European companies", presentata ieri dalla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Una ricerca svolta tra l'autunno 2004 e la primavera 2005 in 21.000 aziende dell'UE15 e di sei nuovi Stati membri (Cechia, Cipro, Lettonia, Polonia, Slovenia e Ungheria) nell'ambito della campagna "Your work, your life".
Ci sono, naturalmente, grandi differenze nella distribuzione degli orari flessibili tra i 21 paesi e nelle imprese.
Il 16% delle aziende pratica l'orario di lavoro flessibile tra l'inizio e la fine della giornata di attività. Il 7% usa schemi sofisticati di compensazione tra crediti e debiti di ore. Il 12% dà l'opportunità ai lavoratori di accumulare crediti per interi giorni liberi, a recupero delle ore in più lavorate. Il 13% fa compensare le ore a credito del lavoratore con più lunghi periodi di ferie.
Differenti orari di lavoro flessibili in 21 paesi UE (in %)

La ricerca mostra i vantaggi d'introduzione dell'orario di lavoro flessibile.
La maggioranza dei quadri direttivi (61%), intervistati dai ricercatori, ritiene che gli orari flessibili producono "un più alto grado di soddisfazione lavorativa" e più della metà (54%) afferma che "alcuni aggiustamenti di orario hanno contribuito a un maggiore adeguamento ai carichi di lavoro". Altri vantaggi sono la riduzione del tasso di assenteismo e degli straordinari retribuiti.
Solo una minoranza di quadri direttivi lamenta conseguenze negative, come problemi di comunicazione e aumento dei costi.
Le valutazioni positive sono condivise dal 73% dei rappresentanti sindacali, che indicano come conseguenze un più alto grado di soddisfazione lavorativa, mentre il 67% vi trova un migliore adeguamento degli orari ai carichi di lavoro. Altri ritengono che contribuiscano a sviluppare la conciliazione tra tempi di lavoro e vita.
Classifica IMD della competitività mondiale
IMD, l'Institute for management development, di Losanna pubblica dal 1989 il "World competitiveness yearbook scoreboard". Valuta la competitività di 61 economie nazionali e regionali sulla base di quattro fattori, che misurano le performance economiche, l'efficienza governativa, degli affari e delle infrastrutture dei singoli paesi.
I dati riguardano l'anno precedente quello della pubblicazione e sono tratti per due terzi da fonti pubbliche, internazionali, nazionali e regionali e per un terzo da un sondaggio d'opinioni di alti dirigenti.
Ne risultano 312 indicatori, benchmarking oggettivi, sui quali viene costruito un punteggio che va da un massimo di 100 in giù.
L'edizione 2006 ha rilevato i paesi che hanno fatto meglio:
- la Cina, passata dal 31° al 19°posto,
- l'India, dal 39° al 29°,
- la Malaysia, dal 28° al 23°,
- l'Austria, dal 17° al 13°,
- il Giappone, dal 21° al 17°,
- il Messico, dal 56° al 53°,
e quelli che hanno avuto le peggiori prestazioni:
- la Corea, scesa dal 29° al 38° posto,
- la Nuova Zelanda, dal 16° al 22°,
- la Tailandia, dal 27° al 32°,
- il Cile, dal 19° al 24°,
- l'Italia, dal 53° al 56°.
L'IMD ha dato quest'anno una menzione speciale alla Danimarca, che sale al 5° posto della classifica ed è valutata come "uno dei migliori modelli europei di buona gestione".
I primi 20 classificati
|
Paese/Regione
|
Punti
|
Posizione
|
|
|
2006
|
2005
|
||
| USA |
100.0
|
1
|
1
|
| Hong Kong |
96.9
|
2
|
2
|
| Singapore |
91.0
|
3
|
3
|
| Islanda |
90.2
|
4
|
4
|
| Danimarca |
86.0
|
5
|
7
|
| Australia |
82.5
|
6
|
9
|
| Canada |
81.7
|
7
|
5
|
| Svizzera |
81.5
|
8
|
8
|
| Lussemburgo |
81.5
|
9
|
10
|
| Finlandia |
80.9
|
10
|
6
|
| Irlanda |
80.6
|
11
|
12
|
| Norvegia |
79.7
|
12
|
15
|
| Austria |
79.3
|
13
|
17
|
| Svezia |
77.0
|
14
|
14
|
| Paesi Bassi |
75.9
|
15
|
13
|
| Baviera |
75.5
|
16
|
18
|
| Giappone |
74.2
|
17
|
21
|
| Taiwan |
73.0
|
18
|
11
|
| Cina |
71.5
|
19
|
31
|
| Estonia |
71.4
|
20
|
26
|
Gli ultimi 10 classificati
|
Paese/Regione
|
Punti
|
Posizione
|
|
|
2006
|
2005
|
||
| Venezuela |
32.6
|
61
|
60
|
| Indonesia |
36.0
|
60
|
59
|
| Croazia |
38.9
|
59
|
-
|
| Polonia |
39.9
|
58
|
57
|
| Romania |
42.1
|
57
|
55
|
| Italia |
43.5
|
56
|
53
|
| Argentina |
43.6
|
55
|
58
|
| Russia |
44.7
|
54
|
54
|
| Messico |
44.8
|
53
|
56
|
| Brasile |
46.4
|
52
|
51
|
Le 5 regioni classificate
|
Paese/Regione
|
Punti
|
Posizione
|
|
|
2006
|
2005
|
||
| Baviera |
75.5
|
16
|
18
|
| Ile - de France |
66.5
|
28
|
32
|
| Scozia |
63.5
|
30
|
35
|
| Zhe Jiang |
61,3
|
33
|
20
|
| Catalogna |
61.2
|
34
|
32
|
Se lavoro temporaneo non è precario
"Psycones, Psychological contracts across employment situations" è una ricerca internazionale sui rapporti tra tipo di contratto di lavoro, soddisfazione e benessere dei lavoratori, coordinata da Kerstin Isaksson, capo progetto dello svedese National Institute for Working Life e docente di psicologia del Lavoro e dell'Organizzazione nell'University College di Möilardelen. Vi hanno cooperato rappresentanti dell'università di Lipsia (Germania), di Tilburg (Paesi Bassi), di Gent e di Lovanio (Belgio) del King's College di Londra (Regno Unito), di Valencia (Spagna) e di Bar Ilan (Israele).
La ricerca è stata svolta tra dicembre 2002 e settembre 2005. Ha raccolto dati e opinioni individuali di 5.288 lavoratori (3.307 a tempo determinato e 1981 temporanei) e dei loro datori di lavoro, operanti in 202 aziende diverse dei settori dell'istruzione, della produzione e del commercio al dettaglio, nei sei paesi indicati.
Ha voluto esplorare il ruolo del contratto psicologico e quello delle altre variabili intervenienti nel rapporto di impiego per contribuire al dibattito europeo sulla "riforma del mercato del lavoro".
La ricerca era basata come prima ipotesi sull'assunto che un contratto di lavoro temporaneo provocasse soddisfazione e benessere minori di uno a tempo indeterminato. Ma i lavoratori temporanei del campione hanno mostrato una percezione del rapporto con il lavoro più positiva di quella dei lavoratori stabili.
Il motivo sta nel fatto che il 62% godeva di una relativa stabilità d'impiego con contratti di due anni e la minoranza era motivata dal "non avere esperienza di altre forme di rapporto" o dal volere "avere più libertà".
La sicurezza dell'occupazione è un'esigenza comune a tutti i lavoratori interpellati, indipendentemente dalle differenze di azienda e paese.
La ricerca mostra che la soddisfazione e il benessere lavorativi sono il risultato di un adempimento delle promesse e degli impegni contenuti nel contratto psicologico stipulato con il datore di lavoro. Le aspettative e i bisogni relativi hanno specificità aziendali e nelle pratiche di gestione delle risorse umane, non nascono dalle differenze del contratto formale.
Terzo fattore rilevante del benessere è il livello di autonomia e di uso delle competenze. Anche in quest'area la ricerca del National Institute for Working Life non ha rilevato differenze tra i lavoratori temporanei e quelli a tempo indeterminato del campione.
E neppure ci sono rilevanti differenze delle relazioni sul luogo di lavoro tra i due tipi di lavoratori.
Soddisfazione, benessere e impegno dei lavoratori dipendono principalmente dalla chiarezza di attese reciproche e di mutui contributi contenuti nel contratto, che lega la persona al ruolo e al contesto di lavoro a partire dal contratto formale.
Il contratto psicologico è stipulato in base alle percezioni del datore di lavoro e del lavoratore sul contenuto e sugli impegni formali e informali che li legano.
Elementi del contratto psicologico
datore di lavoro - lavoratori (in %)
|
Obbligazioni del datore di lavoro
|
X lavoratori
a tempo indeterminato |
X lavoratori
temporanei |
| 1. Sicurezza dell'ambiente di lavoro |
62
|
61
|
| 2. Buon clima lavorativo |
58
|
56
|
| 3. Corretto trattamento dai capi |
55
|
53
|
| 4. Sostegno per i problemi incontrati fuori lavoro |
54
|
54
|
| 5. Ambiente libero da violenza e molestie |
50
|
49
|
| 6. Sicurezza dell'impiego |
52
|
38
|
| 7. Opportunità di carriera e crescita professionale |
46
|
35
|
| 8. Buona retribuzione per il lavoro svolto |
40
|
40
|
| 9. Partecipazione al decision-making |
37
|
30
|
| 10. Lavoro impegnativo |
36
|
33
|
| 11. Combinazione flessibile di lavoro e non lavoro |
33
|
30
|
| 12. Coinvolgimento nel lavoro |
30
|
29
|
| 13. Carriera |
24
|
18
|
| 14. Miglioramento delle prospettive |
23
|
20
|
| 15. Possibilità di collaborazione piacevole |
20
|
17
|
|
Obbligazioni del lavoratore
|
X lavoratori
a tempo indeterminato |
X lavoratori
temporanei |
|
1. Rispetto delle norme e dei regolamenti aziendali
|
78
|
78
|
|
2. Puntualità e prontezza
|
75
|
75
|
|
3. Buon gioco di squadra
|
74
|
72
|
|
4. Prestazioni lavorative corrispondenti alle attese
|
74
|
75
|
|
5. Solidarietà nel lavoro
|
71
|
65
|
|
6. Lavoro a richiesta oltre il tempo e l'orario
|
63
|
60
|
|
7. Evidente lealtà nell'organizzazione
|
62
|
58
|
|
8. Sempre cortesia per i clienti e il pubblico in ogni occasione
|
60
|
60
|
|
9. Entusiasmo sul lavoro anche controvoglia
|
60
|
60
|
|
10. Svolgimento di compiti fuori ruolo
|
59
|
56
|
|
11. Sviluppo di nuove competenze e miglioramento di quelle possedute
|
59
|
54
|
|
12. Difesa dell'immagine aziendale
|
58
|
56
|
|
13. Sviluppo delle competenze per prestazioni efficienti
|
58
|
58
|
|
14. Miglioramento dell'organizzazione con suggerimenti e miglioramenti innovativi
|
43
|
34
|
|
15. Assunzione di responsabilità per la carriera
|
42
|
42
|
|
16. Disponibilità alla rotazione interna necessaria
|
36
|
35
|
|
17. Lavoro anche quando non si sta particolarmente bene
|
25
|
25
|
La ricerca evidenzia che il datore di lavoro deve seguire con particolare cura gli effetti delle violazioni o delle rotture percepite del contratto psicologico: la qualità del lavoro e il supporto organizzativo per i lavoratori a tempo indeterminato, l'equità di trattamento e la non discriminazione per quelli temporanei.
I Sindacati devono sostenere i lavoratori temporanei: la loro condizione può essere in certe condizioni un modo per incrementarne l'impiegabilità e per estendere il tempo dei loro contratti formali.
Una grande azienda su sette ha cambiato CEO nel 2005
10 anni fa un CEO aveva la responsabilità di gestire l'azienda e i suoi attivi. Oggi la sfida maggiore è di generare risultato netto per gli investitori.
"A causa delle crescenti esigenze in materia di risultati è nata una nuova dinamica di governance. Mira a stimolare proattivamente dei cambiamenti di strategia per creare continuamente valore per l'azionista. Gli investitori istituzionali, i fondi di private equity e gli hedge fund sono al primo posto di questa dinamica".
Esordisce così la quinta edizione dello studio annuale sul rinnovamento dei CEO nelle 2.500 maggiori aziende del mondo, realizzato da Booz-Allen & Hamilton, centrato sull'interesse ad ingaggiare un CEO esperto, sull'analisi del profilo migliore per un presidente del Consiglio d' amministrazione e sull'impatto di un CEO reclutato all'esterno dell'azienda.
Il 2005 ha rappresentato la cresta della lunga ondata, cominciata alla fine degli anni '90. "La vita degli ultimi direttori generali 'imperatori', vestigia di un tempo ormai rivoluzionato, è diventata di fatto più difficile".
Il 15,3% delle maggiori aziende del mondo, oltre una su sette, ha sostituito i suoi alti dirigenti: è la percentuale maggiore degli ultimi otto anni.
In rapporto al 1995 rappresenta un tasso di rinnovamento superiore al 70% .
Quasi la metà delle sostituzioni è avvenuta prematuramente, per risultati insufficienti o per fusioni - acquisizioni.
Più di uno su otto dei CEO sostituiti erano già stati a capo di un'altra azienda.
Il record di uscite è costituito dal 35% di licenziamenti dei CEO nel Nord America.
I CEO "outsider" mediamente generano un ritorno sugli investimenti quattro volte maggiore degli "insider", ma a metà del loro mandato i primi fanno meno bene dei secondi.
I CEO che non sono anche presidenti del Consiglio di amministrazione sono più performanti di quelli che cumulano i due ruoli.
Nel Nord America, per esempio, hanno generato ritorni sugli investimenti tre volte superiori.
In Europa negli ultimi quattro anni i CEO "in apprendistato" con un presidente del Consiglio di amministrazione, loro predecessore nel ruolo, hanno generato un ritorno sugli investimenti inferiore di cinque punti a quelli dei CEO, che collaborano con un presidente senza esperienza nel loro ruolo.
Tra i CEO "outsider" sostituiti, la maggioranza ha preso in carico aziende in crisi.
Nel Nord America, per esempio, il 20% delle aziende con risultati negativi ha ingaggiato un CEO "outsider" contro solo il 6% di quelle con risultati positivi. Il monitoraggio dei risultati dei primi è stato maggiore.
I CEO sostituiti nel 2005 sono stati il 16,2% del totale nel Nord America, il 15,3% in Europa, il 19,8% in Giappone, il 10,5% nell'Asia - Pacifico.
Il Giappone è il paese che ha la percentuale più bassa di uscite forzate: solo il 10% dei CEO che ha lasciato l'incarico è stato spinto a farlo, contro il 35% degli USA e il 42% in Europa.
Nel 1995 i due terzi dei CEO, che hanno lasciato l'incarico, avevano almeno 62 anni, dieci anni fa aveva questa età solo il 40% dei sostituiti.
Tra quelli che hanno dovuto andare via dalla loro azienda nel 1995, solo uno in Europa, quattro nel Nord America e uno nell'Asia - Pacifico sono passati a fare lo stesso lavoro in un'altra azienda.
Nel 2005 i CEO che hanno cambiato azienda sono stati nove in Europa, otto nel Nord America e tre nell'Asia - Pacifico.
Quelli che lasciavano il loro incarico dieci anni fa, lo trasmettevano ad un successore e poi si ritiravano dal lavoro. L'onda lunga del cambiamento ha travolto anche questo costume.
Adesso più della metà di quelli che non sono in età di pensionamento, fanno i consulenti in altre aziende, oppure assumono ruoli operativi o di consigliere di amministrazione nella stessa azienda.
Problemi di sviluppo del capitale umano
"Progress towards the Lisbon objectives in the field of education and training" è il terzo rapporto annuale della Commissione europea sui progressi ottenuti dai 25 paesi dell'UE, da quelli candidati all'ingresso e da Norvegia, Giappone, USA nell'istruzione e nella formazione.
Il rapporto è stato pubblicato ieri. Fa riferimento a quelli del 2004 e del 2005. Basa la sua analisi dei 31 paesi su un set di 29 indicatori e 5 benchmark, che permettono di rilevare
- lo sviluppo delle qualità e dell'efficacia dei sistemi di istruzione e formazione europei,
- le facilitazioni date a tutti per accedere a questi sistemi,
- l'apertura dei sistemi a livello globale.
L'andamento dell'UE verso gli obiettivi di Lisbona del 2010 è caratterizzato dai fatti indicati successivamente, che richiedono i miglioramenti correlati.

Migliori risultati in 5 benchmark
|
Benchmark
|
Obiettivo 2010
|
Risultati migliori nell'UE
|
Media UE
|
USA
|
Giappone
|
||
|
Abbandoni scolastici (18-24enni)
|
Massimo 10%
|
2005
|
|||||
|
Polonia 5,5%
|
Slovacchia 5,8%
|
Cechia 6,4%
|
14,9%
|
-
|
-
|
||
|
% di 15enni a bassa ccapacità di lettura
|
Riduzione almeno del 15,5%
|
Miglioramento della capacità di lettura del 2000-2003
|
|||||
|
Lituania -40,2%
|
Polonia -27,6%
|
Finlandia -18,6%
|
+2,1%
|
+8,4%
|
+88,1%
|
||
|
% dei 15enni a bassa capacità di lettura nel 2003
|
|||||||
|
Finlandia 5,7%
|
Irlanda 11,0%
|
Paesi Bassi 11,5%
|
19,8%
|
19,4%
|
19,0%
|
||
|
% di completamento studi secondari (20-24enni)
|
Almeno 85%
|
2005
|
|||||
|
Slovacchia 91,5%
|
Slovenia 90,6%
|
Cechia 90,3%
|
77,3%
|
-
|
-
|
||
|
Diplomati superiori in matematiche, scienza e tecnologia
|
Incremento almeno del 15% x 100.000 diplomati o dell'1,6% annuale nel periodo 2001-2010
|
Incremento annuale medio del 2000-2003
|
|||||
|
Slovacchia +17,6%
|
Italia +12,8%
|
Polonia +12,0%
|
+4,6%
|
+2,7%
|
-0,8%
|
||
|
Diplomati x 1.000 abitanti nel 2003
|
|||||||
|
Irlanda 24,2%
|
Francia 23,2%
|
Regno Unito 21,0%
|
12,3%
|
10,9%
|
13,9%
|
||
|
% di donne nel 2003
|
|||||||
|
Estonia 42,5%
|
Cipro 42,0%
|
Portogallo 41,5%
|
31,1%
|
31,9%
|
14,4%
|
||
|
% di adulti (25-64enni) partecipanti alla formazione continua
|
Almeno 12,5%
|
2005
|
|||||
|
Svezia 34,7%
|
Regno Unito 29,1%
|
Danimarca 27,6%
|
10,8%
|
-
|
-
|
||
Nel 2005 ci sono stati quasi 6 milioni di abbandoni scolastici da parte di 18-24enni. Almeno un terzo di essi (2 milioni in più) avrebbe dovuto completare la sua istruzione per raggiungere nel 2010 l'obiettivo di diplomati, necessario per fare dell'UE "la più competitiva e dinamica economia del mondo, basata sulla conoscenza".
Attualmente ogni anno 755.000 studenti conseguono un diploma di istruzione superiore in matematiche, scienze, tecnologia (MST). Ne serve un milione.

Per raggiungere nel 2010 il tasso del 12,5% di partecipazione degli adulti alla formazione continua devono essercene 4 milioni in più del numero attuale.
Quasi uno studente su cinque di 15 anni non è in grado di leggere e capire quello che ha letto. 200.000 devono migliorare la loro capacità di lettura.
L'investimento in istruzione superiore per studente deve aumentare di 10.000 euro all'anno per uguagliare il livello di spesa degli USA e superare quello del Giappone.
Nei prossimi 10 anni l'UE dovrà attirare almeno un milione di insegnanti molto qualificati per sostituire quelli che andranno in pensione.
Nel 2003 la media pro capite delle lingue straniere che gli studenti dell'istruzione secondaria apprendevano andava da 1,3 a 1,6. Mentre è necessario che ognuno impari almeno due lingue oltre la propria.
Jocelyn Jezebel, una delle protagoniste del videogioco di ruolo "Second Life", prodotto da Linden Labs, a cui partecipano 150.000 persone online.
"Second Life" lascia ai giocatori grande libertà, facendo coinventare il modo di agire e di presentarsi a tre dimensioni. Ognuno può scegliere il proprio ruolo in un lungo elenco di professioni e mestieri.
Con un sistema di messaggeria istantanea, chi vuole può passare dal mondo virtuale a quello reale.
Il videogioco sta suscitando molte polemiche perchè, fra l'altro, si possono interpretare 54 ruoli di prostituta e 3 di prostituto.
UFO? Unidentified aerial phenomena!
Gli oggetti volanti non identificati, dischi, piatti o UFO, che dir si voglia, sono masse gassose, miscela di fenomeni naturali e di prodotti umani, non vengono da altri pianeti. Lo dice un rapporto del MOD, il ministero della Difesa inglese a conclusione di un'indagine svolta tra il 1996 e il 2000, intitolata "Unidentified aerial phenomena in the UK air defence region", tenuta segreta finora e riassunta ieri su Internet, in applicazione di una legge sulla libertà d'informazione.
Il rapporto esamina le segnalazioni degli Ufo fatte dai cittadini e tutti gli incidenti aerei mortali inesplicabili, avvenuti nel Regno Unito dalla metà degli anni '70, per valutare la possibilità che siano stati originati da apparizioni sorprendenti.
Giunge alla conclusione che quelli che dicono di aver visto un oggetto volante spesso siano sinceri. Ma in molti casi hanno equivocato, vedendo un aereo, osservando un fenomeno meteorologico, stupendo per il passaggio di un meteorite: tutte possibili fonti di formazione di una scia aerea.
Il rapporto ricorda anche che in cielo ci sono masse gassose con una forma colorata. Generano un campo magnetico, elettromagnetico o elettrico, che può sembrare un areo. Le condizioni "in cui si formano queste masse dense galleggianti non sono ancora del tutto chiare".
Con questa pubblicazione vengono ridimensionate ipotesi più o meno scientifiche e fantasie letterarie, nate dal bisogno di credere che "non siamo soli nell'universo" o "un altro mondo è possibile".
Coinvolgimento dei lavoratori nell'azienda
Towers Perrin ha realizzato nel 2005 un'indagine mondiale sul coinvolgimento dei lavoratori nelle grandi aziende allo scopo di individuare il peso dei fattori chiave di un'efficace politica del personale.
La ricerca si è basata su un campione di 86.000 persone, che lavorano a tempo pieno nelle aziende di 16 paesi in quattro continenti.
Ha misurato quello che le persone provano per il lavoro che svolgono e il legame tra gli aspetti emozionali e razionali della loro attività e il coinvolgimento in azienda.
Il risultato è stato che solo il 14% dei partecipanti all'indagine può essere classificato come "molto coinvolto" contro il 24% "non coinvolto". Particolare curioso, che smentisce una credenza diffusa: solo il 2% dei Giapponesi è "molto coinvolto" e solo il 7% dei Brasiliani e il 9% dei Messicani è "non coinvolto".
Caratteristiche del coinvolgimento
(in % dei partecipanti)
|
Soddisfazione personale; ispirazione e affermazione
derivanti dal lavoro e dall'essere parte di un'organizzazione per |
|||
|
- la cura del futuro aziendale
|
70
|
||
|
- l'orgoglio di dire agli altri di lavorare per l'azienda
|
60
|
||
|
- il lavoro svolto dà una sensazione di completamento personale
|
58
|
||
|
- il poter raccomandare agli amici l'azienda come un posto buono per lavorare
|
52
|
||
|
- l'organizzazione che ispira a lavorare meglio
|
46
|
||
|
Relazioni con le persone e l'azienda per
|
|||
|
- la comprensione del contributo dato dalla propria unità operativa al successo aziendale
|
74
|
||
|
- la comprensione che il proprio ruolo organizzativo è correlato agli scopi,agli obiettivi e agli indirizzi aziendali
|
68
|
||
|
- la volontà di contribuire con uno sforzo superiore alle attese del successo aziendale
|
65
|
||
|
- la motivazione personale ad aiutare l'azienda ad avere successo
|
65
|
||
Livello di coinvolgimento dei lavoratori (in %)
|
Paesi
|
Elevato
|
Moderato
|
Assente
|
| Messico |
40
|
51
|
9
|
| Brasile |
31
|
62
|
7
|
| USA |
21
|
63
|
16
|
| Belgio |
18
|
67
|
15
|
| Canada |
17
|
66
|
17
|
| Germania |
15
|
70
|
15
|
| Irlanda |
15
|
70
|
15
|
| Regno Unito |
12
|
65
|
23
|
| Spagna |
11
|
64
|
25
|
| Corea del Sud |
9
|
71
|
20
|
| Francia |
9
|
68
|
23
|
| Paesi Bassi |
8
|
73
|
19
|
| Cina |
8
|
67
|
25
|
| Italia |
7
|
64
|
29
|
| India |
7
|
37
|
56
|
| Giappone |
2
|
57
|
41
|
| Totale |
14
|
62
|
24
|
Motivazioni del coinvolgimento
(primi 10 motivi)

L'84% dei lavoratori più coinvolti pensa di potere influenzare la buona qualità dei prodotti aziendali, rispetto al 31% di non coinvolti.
Il 74% dei più coinvolti ritiene di potere influenzare il servizio alla clientela contro il 27% dei non coinvolti.
il 68% dei più coinvolti stima di potere influenzare i costi del suo lavoro o della sua unità organizzativa, in confronto al 19% dei non coinvolti.
L'alto coinvolgimento fidelizza i lavoratori.
Coinvolgimento e fidelizzazione dei lavoratori

Ripresa economica UE
Le previsioni di primavera della Commissione europea, diffuse giovedì, ritengono che quest'anno nell'UE ci sarà una ripresa economica, con una crescita del 2,1% nella zona euro e del 2,3% in tutta l'Unione dei 25.
Un aumento del PIL superiore al risultato del 2005, ma inferiore al 4,6% previsto per quello mondiale nel 2006: 9,5% della Cina, 6,1% della Russia, 4,3% dell'America Latina, 3,2% degli USA e 2,8% del Giappone.
Crescita % delle economie UE
|
Stati
|
2005
|
2006
|
2007
|
Stati
|
2005
|
2006
|
2007
|
| Estonia | 8,1 | 8,9 | 7,9 | Spagna | 3,4 | 3,1 | 2,8 |
| Lettonia | 9,1 | 8,5 | 7,6 | Regno Unito | 2,6 | 2,4 | 2,8 |
| Lituania | 7,0 | 6,5 | 6,2 | Danimarca | 2,7 | 3,2 | 2,3 |
| Slovacchia | 5,1 | 6,1 | 6,5 | Paesi Bassi | 0,5 | 2,6 | 2,6 |
| Irlanda | 4,4 | 4,9 | 5,1 | Austria | 1,7 | 2,5 | 2,2 |
| Cechia | 4,8 | 5,3 | 4,7 | Belgio | 1,1 | 2,3 | 2,1 |
| Lussemburgo | 4,2 | 4,4 | 4,5 | Francia | 1,5 | 1,9 | 2,0 |
| Ungheria | 3,7 | 4,6 | 4,2 | Malta | 0,8 | 1,7 | 1,9 |
| Polonia | 3,4 | 4,5 | 4,6 | Germania | 0,8 | 1,7 | 1,0 |
| Slovenia | 3,8 | 4,3 | 4,1 | Italia | 0,2 | 1,3 | 1,2 |
| Cipro | 3,9 | 3,8 | 3,8 | Portogallo | 0,4 | 0,9 | 1,1 |
| Grecia | 3,5 | 3,5 | 3,4 | Zona euro | 1,3 | 2,1 | 1,8 |
| Svezia | 2,5 | 3,4 | 3,0 | UE25 | 1,5 | 2,3 | 2,2 |
| Finlandia | 1,9 | 3,6 | 2,9 |
Come mostra la tabella, la ripresa economica sarà più limitata ancora nel 2007: nella zona euro sarà dell'1,8% e nell'UE25 del 2,2%.
La crescita della Germania nel 2006 e il ridimensionamento l'anno prossimo sono dovuti alla decisione del governo Merkel di aumentare l'IVA di 3 punti nel 2007. Questa decisione provocherà un aumento dei consumi nell'ultimo trimestre di quest'anno e un minore incremento il prossimo. Essa inoltre influenzerà l'andamento della crescita nella zona euro.
Vignetta di Massimo Bucchi, La Repubblica, 12 maggio 2006.
Qualità del lavoro nell'UE
"Are quantity and quality of jobs correlated? Using, interpreting and discussing the Laeken indicators" è il titolo del saggio, che l'economista Lucie Davoine ha pubblicato nel n. 59 dei "Document de travail" del Centre d'études de l'emploi, l'organismo pubblico francese.
Il vertice di Laeken (Belgio) è quello del Consiglio d'Europa, avvenuto nel dicembre 2001, in cui sono state indicate le 10 qualità del lavoro, concretizzando la dichiarazione del vertice di Lisbona del marzo 2000 di voler fare dell'UE "la più competitiva e dinamica economia del mondo, basata sulla conoscenza, capace di uno sviluppo sostenibile mediante maggiori e migliori lavori e più coesione sociale".
Le 10 dimensioni del lavoro definite a Laeken sono state: qualità intrinseca del lavoro; competenze, formazione continua e sviluppo di carriera; uguaglianza di genere; benessere e sicurezza sul lavoro; flessibilità e sicurezza; inclusione e accessibilità al mercato del lavoro; equilibrio tra organizzazione del lavoro e vita di lavoro; dialogo sociale e coinvolgimento dei lavoratori; diversità e non discriminazione; prestazione complessiva.
Dopo quattro anni di studi e proposte guidate dalla Commissione europea, degli obiettivi di Laeken non si parla più e quelli di Lisbona sono scomparsi dai riferimenti della politica comunitaria con la crisi dell'UE.
Davoine propone di rilanciare il dibattito sulla qualità del lavoro.
Specifica in primo luogo le dimensioni di Laeken con indicatori chiave, oggettivi, ricavati dalla strategia occupazionale della Commissione europea, in modo da realizzare una "carta della qualità delle occupazioni" e mediante essa una mappatura degli Stati membri .
Matrice di qualità del lavoro
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Dimensioni
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Indicatori chiave
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| Qualità intrindeca del lavoro | Passaggi dalla disoccupazione all'impiego e con l'occupazione per livello retributivo |
| Competenze, formazione continua e sviluppo di carriera | Percentuale per età lavorative dei partecipanti ad attività scolastiche e formative |
| Uguaglianza di genere | Confronto dei criteri di retribuzione tra donne e uomini che lavorano 15 e più ore settimenali |
| Benessere e sicurezza sul lavoro | Evoluzione del tasso di infortuni sul lavoro per 100.000 occupati |
| Flessibilità e sicurezza | Percentuale dei part-timer e dei contratti a tempo determinato su tutti gli occupati |
| Inclusione e accessibilità al mercato del lavoro | Passaggi dall'impiego alla disoccupazione e all'inattività |
| Equilibrio tra organizzazione del lavoro e vita di lavoro | Differenze dei tassi di occupazione delle persone da 20 a 50 anni senza figli e con figli da 0 a 6 anni |
| Dialogo sociale e coinvolgimento dei lavoratori |
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| Diversità e non discriminazione |
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| Prestazione complessiva | Crescita complessiva della produttività del lavoro, misurata sugli andamenti del PIL pro capite sui lavoratori occupati e sulle ore lavorate |
Si possono distinguere così tre cluster di paesi.
Il primo, composto da Austria, Regno Unito, Irlanda, Finlandia, Svezia e Danimarca, è quello a migliore qualità del lavoro. Il secondo gruppo è costituito da Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo, ha una qualità media. Il terzo comprende Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, mostra i peggiori risultati di qualità.
La matrice di qualità del lavoro di Laeken può essere integrata da più opportuni indicatori soggettivi, cioè di come i lavoratori percepiscono la qualità del lavoro, specificando:
1 - (A) la buona qualità intrinseca dei compiti, (B) il miglioramento delle competenze, (C) la varietà degli incarichi e (D) l'impegno richiesto dai problemi da risolvere;
2 - (A) l'alta prescrittività e (B) il forte obbligo di occupazione part - time;
3 - (A) la povertà dei compiti da eseguire, (B) il limitato sviluppo delle competenze, (C) la ripetitività degli incarichi, (D) il poco impegno richiesto dai problemi da risolvere;
4 - (A) la poca prescrittività del ruolo lavorativo assegnato e (B) lo scarso livello di part - time involontario.
Con questo completamento si può valutare più efficacemente la qualità del lavoro e precisare il posizionamento relativo dei paesi dell'UE, come mostra la figura successiva.
Integrazione degli indicatori di Laeken
e nuovo posizionamento dei paesi UE

Guerra tra produttori di videogiochi
Da lunedì si svolge a Los Angeles l'E3, L'Electronic entertainment expo. Qui le aziende giapponesi Nintendo e Sony hanno avviato l'attacco al primato tecnologico dell'americana Microsoft nel settore dei videogiochi.
Ha incominciato Sony, presentando all'apertura del salone, la sua nuova playstation 3 (PSP3 è la sigla). Messa in commercio sei anni dopo la PSP2, è dotata di un processore 35 volte più potente ed è veloce il doppio dell'Xbox 360 di Microsoft.
Martedì Nintendo ha fatto conoscere la nuova console Wii (= Noi) che sostituirà Game Cube. E' dotata di comandi a raggi infrarossi, che seguono i movimenti del giocatore, dà l'impressione di "mettere le mani nel gioco". Wii era stata chiamata in un primo momento "Revolution", ma più che su tecnologie funzionali e costose l'azienda produttrice sembra puntare sul prezzo per proporre la console meno cara del mercato.
I nuovi prodotti giapponesi saranno commercializzati alla fine di quest'anno.
Sony vuole vendere 2 milioni di PSP3 al lancio e 6 milioni entro marzo 2007. Nintendo punta a "far cadere il muro tra giocatori e non giocatori", vuole cambiare il modo di realizzare e usare i videogiochi.
Microsoft ha reagito alla concorrenza giapponese con il progetto "Live Anywhere", che metterà in rete su console, pc e telefonini, la comunità dei 6 milioni di giocatori di Xbox Live.
Così ci sono ancora più opportunità di videogiochi, in una competizione aggressiva, che fa galoppare l'economia dell'electronic entertainment.
Nel 2005 il fatturato mondiale dei produttori di videogiochi (software e hardware) è stato di 27 miliardi di euro. I giocatori su console hanno raggiunto i 400 milioni.
I tre giganti del settore sono Microsoft, Nintendo e Sony.
Il primo, arrivato sul mercato nel 2001, ha già venduto 20 milioni del suo Xbox 360 tra Stati Uniti ed Europa, ma ha fatto fiasco in Giappone. Sony ha invaso il mondo con 110 milioni di PSP2. Nintendo ha piazzato 20 milioni di Game Cube ed è leader nel Giappone.
Tutti e tre puntano ad allargare l'uso dei videogiochi oltre la fascia d'età, che va dagli adolescenti ai quarantenni.
Ancora poca carriera per le donne
"Le Monde Economie" e l'Eurosif - European social investment forum hanno analizzato la composizione femminile degli organici, dei quadri direttivi e dei consigli di amministrazione (di sorveglianza e strategici) di 35 grandi aziende multinazionali, operanti in Europa.
Ne hanno ricavato una rassegna della parità effettiva donne-uomini nella promozione a posti di responsabilità.
Per 23 aziende sono stati considerati dati pubblicati a livello mondiale. Per altre 12 non erano disponibili che informazioni parziali.
Su questa base il gruppo farmaceutico francese Sanofi Aventis è risultato quello che fa fare più carriera alle donne. Infatti nel mondo ne ha il 45,5% nell'organico, il 42,2% tra i quadri direttivi e 2 su 21 consiglieri d'amministrazione. L'azienda alimentare americana Pepsico ha nell'organico il 26,0% di donne, ne ha il 24,0% tra i quadri direttivi e una su 6 consiglieri di amministrazione.
Dai dati parziali emerge che l'azienda inglese di grande distribuzione Marks&Spencer ha il 78,0% di donne in organico e il 68,0% tra i quadri direttivi, ma nessun consigliere di amministrazione, in un settore economico in cui la presenza femminile è tradizionalmente forte .
In un terzo di aziende del campione la carriera delle donne è limitata.
L'olandese Philips (telecomunicazioni) ha il 38,0% di donne in organico, il 5,0% tra i dirigenti e nessuna consigliera d'amministrazione.
La francese Alcatel (telecomunicazioni) ne ha il 24,0% in organico, il 7,0% tra i dirigenti e nessuna consigliera di amministrazione.
L'olandese Fortis (banca) ha il 44,0% di donne in organico, il 15,9% tra i quadri direttivi e nessuna consigliera d'amministrazione.
La tedesca Deutsche Post (poste) ne ha il 48,0% in organico, il 19,8% tra i quadri direttivi e nessuna consigliera d'amministrazione.
L'italiana FIAT (automobili) ha il 15,6% di donne in organico, il 13,5% tra i quadri direttivi e nessuna consigliera d'amministrazione.
Tra le aziende in cui le donne fanno più carriera ci sono l'olandese HSBC (banca), con il 55,0% di donne in organico, il 41,0% tra i quadri direttivi e 3 consigliere d'amministrazione su 22 componenti; l'americana Citigroup (banca) con il 56,1% in organico, il 46,9% tra i quadri direttivi e 3 consigliere d'amministrazione su 18; l'inglese Lloyds TSB (banca) con il 63,0% in organico, il 34,0% tra i quadri direttivi e 4 consigliere d'amministrazione su 15; la francese SNCF (trasporti) con il 16,6% in organico, il 19,3% tra i quadri direttivi e 3 consigliere su 13.
72 milioni di Europei sotto la soglia di povertà
Nell'Unione europea sono considerate povere le persone che non dispongono almeno del 60% del reddito medio del paese in cui vivono.
La comparazione europea è fatta con il metodo degli standard di potere d'acquisto. Lo SPA considera quello che il reddito di una persona permette di comprare nei diversi paesi.
Il criterio di misura della povertà è nazionale e monetario. Tutto sommato, è un indicatore di disuguaglianza sociale relativa.
Sulla base di questi riferimenti è stato fatto lo studio degli economisti Sarah Bouquerel e Pierre Alain de Mallerey sulla povertà in Europa, appena pubblicato dalla Fondazione Schuman.
Il risultato è che 72 milioni di persone, il 16% di tutta la popolazione dell'UE, nel 2003 vivevano sotto la soglia di povertà.
Il valore monetario in SPA andava dai 14.376 del Lussemburgo ai 2.183 dell'Estonia.
I paesi con il maggior numero di persone, che vivevano sotto la soglia di povertà, erano la Slovacchia, l'Irlanda e la Grecia (21% della popolazione), il Portogallo, l'Italia e la Spagna (19%), Il Regno Unito e l'Estonia (18%).
Quelli con il minimo numero di poveri erano la Cechia ((8% della popolazione), il Lussemburgo, l'Ungheria e la Slovenia (10%), la Finlandia e la Svezia (11%), la Danimarca, la Francia e i Paesi Bassi (12%) e l'Austria (13%).
I dati evidenziano le dinamiche della crescita e del rallentamento delle economie dei paesi e va letta alla luce anche di questi fenomeni la tendenza a una riduzione generale della povertà nell'UE rilevata dai due autori dello studio. Anche se la percezione delle persone non va in questo senso.
Sintomatiche sono le situazioni della Germania, il paese in cui la povertà è maggiormente diminuita negli ultimi 10 anni, da collegare alla debolezza della crescita, e dell'Irlanda, che nello stesso periodo ha realizzato un boom economico.

Anne - Lise Boutin, "Sondaggio", disegno,
Le Monde, 10 maggio 2006.
Lavoratori che si drogano
Nel mondo del lavoro cresce il consumo delle droghe lecite e illecite. L'alcol, il tabacco, gli psicotropi così come la cocaina, l'ecstasi, lo spinello possono servire per socializzare, per distendersi, per reggere alla competizione, per essere più produttivi. Riguardano tutte le categorie professionali e tutte le classi di età.
Le droghe illecite sono consumate da una minoranza di lavoratori, tra l'1% e il 5% del totale.
La droga non è più una finalità, ma un mezzo. I consumatori cercano di aumentare il controllo sui diversi aspetti della vita e del lavoro e di massimizzare il piacere.
Il consumo di droga serve da valvola di sfogo, è un'attrazione per uno stile di vita trasgressivo, fuori regola. Ma può essere anche un mezzo d'integrazione.
Lo sostiene Astrid Fontaine, etnologa del Laboratoire de recherches en sciences humaines, nel suo libro "Double vie. Les drogues et le travail", Les Empêcheurs de penser en rond, Paris, 2006, in cui mostra attraverso dieci ritratti le caratteristiche comuni dei consumatori di droghe inseriti nel mondo del lavoro.
Il libro è il frutto di una ricerca durata quattro anni, realizzata per l'Observatoire français des drogues et toximanie. Mostra che il mondo del lavoro non è impermeabile al problema della droga, ma che essa non significa automaticamente emarginazione e deriva sociale.
I drogati "integrati" si considerano dei "cittadini rispettabili". Sono molto preoccupati della loro immagine e controllano accuratamente il loro consumo. Non sono rintracciati nè dai sistemi sanitari, nè dagli apparati repressivi. Non hanno rilevanza statistica.
La maggior parte di essi si sforzano di tenere distinta vita lavorativa e privata. Quando sgarrano lo fanno per vincere la fatica "per aumentare le loro capacità intellettuali a fini di lavoro".
Un uso regolare di questa "stampella chimica" paradossalmente serve per mantenere un'apparente normalità. Contribuisce a non ridurre l'attività, a conservare la propria identità lavorativa, a rimanere in rapporto con l'ambiente, la rete, la cultura d'appartenenza.
Serve per essere "veramente in forma", perchè dà "la forza" di alzarsi al mattino.
I drogati sanno che la perdita del controllo sull'uso dell'alcol, della cocaina è possibile, che l'equilibrio tra vita lavorativa, privata e droga è temporaneo. Spesso sono anche consapevoli degli effetti devastanti delle loro abitudini. Giustificano il loro comportamento con la necessità di prodotti contro l'appetito, la depressione, per provocare il sonno.
Anche quando confessano la loro tossicodipendenza, uomini e donne lo fanno in modo di non mettere in pericolo il proprio status.
Uno degli intervistati, un eroinomane cinquantenne, non si è fatto mai riprendere dai suoi capi... salvo quando ha tentato di smettere con la droga.
Quello dei lavoratori drogati è un problema ancora sconosciuto, che medici del lavoro e manager non sanno gestire.
Il libro di Fontaine vuole favorire la diffusione della conoscenza su questo grave fenomeno del mondo del lavoro per non rimanere prigionieri dei pregiudizi e delle infernali alternative politiche di repressione o abbandono dei drogati.
Videogiochi per stimolare l'attività del cervello
"How old is your brain?" è il videogioco della Nintendo per console DS, destinato a giocatori ultrasessantenni, che non avevano mai usato prima un gioco elettronico.
E' il primo titolo di una nuova serie, "Brain training game", ispirata alle ricerche del neuroscienziato Ryuta Kawashima della Tohuku University, curata personalmente dal presidente della Nintendo Satoru Iwata.
Abbina test di autodiagnosi della reattività mentale con esercizi di matematica, di logica, di memoria e altre prove, che servono a stimolare l'attività del cervello e a migliorare il calo delle performance dovute all'età, come dice la campagna pubblicitaria di lancio.


Kawashima sostiene che dedicando pochi minuti al giorno al videogioco si può ritornare all'elasticità mentale dei 35 anni.
Si capisce allora facilmente perchè "How old is your brain?" abbia venduto solo in Giappone 3 milioni e 900 mila copie e sia al vertice dei primi dieci bestseller, che sia appena stato distribuito in Canada e stia per esserlo anche nel Regno Unito.
Si aggiungano al tema la semplicità della fruizione e l'attrattiva della rappresentazione.
La console DS è fornita di touch screen, che può essere attivato con stylus pen e ha input vocali con parole chiave. Il videogioco può essere usato individualmente o in competizione con altri e i risultati dei test e degli esercizi possono essere ottenuti subito dopo la compilazione, progressivamente.

"Auguri mamma". "Perchè?".
Vignetta di Forges, El Pais, 7 maggio2006.
A 218 milioni i bambini lavoratori nel mondo
Il titolo del secondo rapporto sui bambini lavoratori nel mondo, pubblicato ieri dall'ILO, l'Ufficio internazionale del lavoro, invita alla speranza: "The end of child labour: within reach".
I dati contenuti fanno piacere, ma smorzano l'eventuale facile ottimismo. Nel 2004 lavoravano 218 milioni di bambini, il 15,8% di tutti quelli esistenti. E c'è stato un miglioramento:una diminuzione in quattro anni dell'11%. Nel 2000 erano 246 milioni, il 17,6%.
Quelli addetti a lavori pericolosi sono diminuiti del 26%: da 171 milioni sono scesi a 126 milioni. Nella fascia d'età tra i 5 e i 14 anni la diminuzione è stata del 33%.
Distribuzione del lavoro infantile
per sesso, età e tipo di attività (% 2004)

Distribuzione per settori economici del lavoro infantile

Il declino del lavoro infantile è stato rapido nell'America Latina e nei Caraibi, dove il numero dei bambini lavoratori si è ridotto di due terzi negli ultimi quattro anni fino a raggiungere il 5% attuale.
I risultati maggiori sono stati quelli del Brasile. Qui tra il 1992 e il 2004 il numero dei bambini lavoratori di 5 - 9 anni è diminuito del 61% e per quelli di 10 - 17 anni si è ridotto del 36%.
Qualche progresso è stato ottenuto anche nell'Africa sub-sahariana, in cui tra il 2000 e il 2004 il lavoro infantile è diminuito del 2,4%, ma ci sono ancora quasi 50 milioni di bambini che lavorano.
Minore è stata la riduzione nella regione Asia-Pacifico, limitata soltanto al - 0,6%.
Affianco ai fenomeni positivi c'è però da registrare una recrudescenza del lavoro infantile in Asia centrale e nell'Europa dell'Est per le violente trasformazioni economiche ancora in corso.
Il rapporto dell'ILO attribuisce il miglioramento ad una presa di coscienza e ad una crescita della volontà politica, che hanno fatto superare l'indifferenza e la negazione del fenomeno, tipiche degli anni '80.
Distribuzione % dei bambini lavoratori dai 5 ai 14anni
per aree geografiche (2000-2004)

I segnali della tendenza alla scomparsa del lavoro infantile sono dati dai programmi di scolarizzazione, con la progressiva realizzazione nel 2005 dell'accesso universale all'educazione primaria, uno degli obiettivi del millennio, e dall'aumento da 138 a 182 dei paesi che nel periodo 2000 - 2004 hanno ratificato la convenzione ILO e hanno avviato iniziative concrete contro il lavoro infantile.
Iniziativa della Commissione europea sulle lobby
A Bruxelles il numero dei lobbisti che operano presso la Commissione europea avrebbe raggiunto i 30.000. Ci sono pratiche di lobbying che vanno aldilà della rappresentanza legittima degli interessi.
Sono accaduti episodi di disinformazione sugli effetti di alcune proposte legislative, ci sono state campagne di comunicazione con grande spiegamento di mezzi pro o contro una causa, si sono verificati conflitti d'interesse quando certe organizzazioni dipendenti dal sostegno economico accordato dall'UE hanno difeso determinate opzioni.
E' eccessiva l'influenza dei gruppi di pressione, che rappresentano le aziende, sui processi decisionali comunitari.
Per tentare di mettere un po' d'ordine la Commissione europea ha diffuso ieri un "Libro verde per un'iniziativa europea in materia di trasparenza". Sul libro incomincia oggi una consultazione che apre il dibattito sulle lobby, sull'obbligo per gli Stati membri di pubblicare le informazioni sui beneficiari dei fondi a gestione partecipata e sulle pratiche della Commissione in materia di consultazioni.
L'esecutivo europeo vuole estendere la trasparenza ai beneficiari del bilancio economico dell'UE, nel settore agricolo e in quello degli aiuti regionali specialmente.
"Bisogna sapere da chi sono finanziati quelli che dicono di rappresentare il tale o talaltro interesse, senza che ci sia la possibilità di controllare la veridicità delle loro affermazioni". Ha dichiarato il portaparola del vicepresidente Siim Kallas, commissario estone, incaricato dell'amministrazione e della lotta alle frodi.
La Commissione ritiene che il lobbying faccia legittimamente parte del sistema democratico. Ma "il pubblico ha il diritto di sapere". Va rinforzato l'obbligo di rendergli conto "se vogliamo preservare la legittimità del processo decisionale a livello europeo", ha sostenuto il presidente Manuel Barroso.
Qualche regola c'è già. Nel 1996 il Parlamento europeo ha reso obbligatoria la registrazione dei lobbisti che vogliono accedere ai suoi locali e ha redatto un codice di buona condotta. Gli eurodeputati non possono accettare i doni e le liberalità dei lobbisti, ma non c'è divieto per i sostegni in persone o materiali dati da terzi nel quadro delle attività politiche.
Nel Libro verde la Commissione propone una registrazione volontaria su Internet dei lobbisti, un codice deontologico elaborato da essi stessi, un organo di sorveglianza aperto e multilaterale, dotato di poteri sanzionatori in caso di violazione del codice.
Vuole anche migliorare l'informazione sull'uso dei fondi europei.
140 ONG della rete Alter-EU hanno reagito denunciando la "mancanza di credibilità" di un'iniziativa che si fonda sulla volontarietà.
Il Corporate Europe observatory di Amsterdam valuta in un miliardo di dollari la disponibilità finanziaria delle lobby, ricorda gli organismi di pressione potenti di cui le aziende dispongono, come la Tavola rotonda degli industriali europei e il Dialogo sul commercio transatlantico, e denuncia le discriminazioni delle ONG a vantaggio delle lobby.
Malattie professionali per amianto
Dal 1° gennaio 2005 qualsiasi impiego delle fibre di amianto è vietato nell'Unione europea, in applicazione della direttiva 1999/77/CE3.
Tuttavia 100 mila persone ancora potrebbero morire per mesotelioma. Sono quelle che in passato sono state esposte al silicato tossico per ragioni di lavoro. Una previsione tragica, ma meno catastrofica di quella contenuta in uno studio del 1999, che stimava in 250 mila i decessi possibili per effetto dell' amianto, tra il 1995 e il 2029, nell'Europa occidentale.
Lo afferma un'indagine di Eurogip , realizzata da un gruppo di ricerca del Forum europeo per l'assicurazione contro gli infortuni del lavoro in 13 paesi (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Svizzera).
Il rapporto di ricerca fa il punto sui modi di diagnosi e i criteri di riconoscimento dell'origine professionale delle quattro patologie principali causate dall'amianto (l'asbestosi, il cancro del polmone, il mesotelioma e le placche pleuriche) e scopre alcune differenze di identificazione e attribuzione. Ci sono poi altre malattie del sistema otorinolaringeo e digestivo su cui manca qualsiasi somiglianza della pratica anamnestica nei paesi d'Europa.
Il rapporto di Eurogip presenta le statistiche sui casi di malattie per amianto, riconosciute tra il 1980 e il 2003, indica le coperture assicurative specifiche, approfondisce gli esiti patologici, censisce la letteratura sulle malattie possibili e le iniziative di ricerca per la cura delle nuove manifestazioni sintomatiche.
Un capitolo finale è dedicato al risarcimento danni, giacchè Eurogip è un gruppo d'interesse pubblico partecipato dal CNAMTS (Caisse Nationale de l'Assurance Maladie des Travailleurs Salariés) e dall'INRS (Institut National de Recherche et de Securité) e analizza le patologie da un punto di vista assicurativo.
Classifica Business Week 2006 degli MBA
Sull'utilità reale e la qualità di certificazioni e classifiche dei master of business administration è fiorita un'ampia letteratura nel Nord America, il Regno Unito e la Francia. Tutti paesi che vantano una lunga e accreditata tradizione nelle scuole di management e negli MBA.
Di recente l'AACSB - Association to advance collegiate schools of business, l'organismo USA che dal 1919 accredita gli MBA, ha pubblicato un rapporto "The business school ranking dilemma" fortemente critico nei confronti delle classifiche annuali sui migliori programmi di formazione manageriali, redatte dai più importanti quotidiani e periodici economico - finanziari statunitensi (v. Classifiche degli MBA, iriospark, 24 ottobre 2005).
Gli studiosi americani, inglesi e francesi hanno rilevato con analisi meticolose l'assenza di legami tra frequenza degli MBA e successo professionale e hanno dimostrato il peso maggiore del capitale sociale posseduto dall'individuo (v. Capitale sociale e successo nel business, iriospark, 6 marzo 2006; Delusioni della meritocrazia scolastica, iriospark, 2 marzo 2006).
Indifferenti alle critiche, il tormentone e il business delle classifiche continuano.
Business Week dell'8 maggio pubblica la graduatoria 2006 delle "Best undergraduate B-Scool" americane. I criteri di valutazione che adotta riguardano
- le caratteristiche del programma di formazione (la durata, il costo e il tempo d'impegno);
- i criteri di misurazione (l'opinione degli studenti, dei selezionatori, la retribuzione media ottenuta dai diplomati dopo la scuola, l'opinione dell'associazione delle business school, del corpo docenti e un indice numerico che sintetizza questi cinque criteri);
- la valutazione della qualità (la preparazione e l'impegno degli studenti, la qualità dei docenti, le facilitazioni logistiche e i servizi di assistenza per l'apprendimento offerti, l'attività di collocamento lavorativo).
Il peso dei fattori è diverso: l'opinione degli studenti e del corpo docenti valgono ciascuna il 30%, quella dei selezionatori il 20%, la posizione in graduatoria attribuita dalla MBA feederschool e la retribuzione iniziale dei diplomati il 10% ciascuna.
La graduatoria così formulata mette ai primi cinque posti le business school di
1. Pennsylvania (Wharton) - Philadelphia,
2. Virginia (McIntire) - Charlottesville,
3. Notre Dame (Mendoza) - South Bend, Indiana,
4. MIT (Sloan) - Cambridge Massachussett
5. Emory (Goizueta) - Atlanta
e agli ultimi
50. Pittsburgh - Pittsburgh
49. Denver (Daniels) - Colorado
48. Fordham - New York
Adesso non c'è che da attendere l'eco di questa classifica nel "cartello di valutazione", su "Financial Times" o "USNews & World Report", come indica l'AACSB.
Infortuni sul lavoro
Secondo gli ultimi dati disponibili presso Eurostat, nel quinquennio 1999-2003 gli infortuni sul lavoro nell'UE15 sono passati dai circa 4 milioni 787 mila iniziali ai 4 milioni 181 mila attuali, con una diminuzione del 12,5%. I casi mortali sono scesi da 5.275 a 4.664 e si sono così ridotti dell'11,5% (http://epp.eurostat.cec.eu.int).
I paesi con il maggior tasso standardizzato di infortuni sono stati la Spagna (6.520 infortunati x 100.000 occupati), il Lussemburgo (5.033) e la Francia (4.689). Quelli con il tasso minore sono stati i Paesi Bassi (1.188), la Svezia (1.252) e l'Irlanda (1.262).
Più casi mortali si sono verficati in Portogallo (7,6 x 100.000 occupati), Austria (4,8) e Spagna (3,7). Meno casi nel Regno Unito (1,1), Svezia (1,2), Danimarca (1,8).
Nell'UE 15 il tasso standardizzato di tutti gli infortuni, sempre per 100.000 occupati, è stato di 3.334 e quello mortale di 2,5.
L'Italia con 3.267 infortuni è di poco sotto la media, ma ha un tasso di 2,8 casi mortali.
L'INAIL (www.inail.it) informa che le denunce d'infortunio presentate nel 2005 e pervenute entro il 20 marzo del 2006 sono state quasi 940 mila. Un calo complessivo rispetto al 2004, di circa 27 mila, pari al -2,8%. Si prevede che alla fine di quest'anno ci sarà una flessione del -2,5% .
La riduzione del numero degli infortuni è dovuto esclusivamente al - 4,0% di quelli subiti dagli uomini. Per le donne c'è stato un aumento del +0,5%. Su quattro infortunati uno è donna
L'80% degli infortuni si concentra nelle classi di età tra 18 e 49 anni.
Nel Nord Italia c'è stato oltre il 60% degli infortunati. Le regioni più colpite sono state la Lombardia, con il 16,9% di tutti gli infortuni, l'Emilia Romagna con il 14,4% e il Veneto con il 12,1%. Le tre regioni insieme hanno avuto circa 400 mila casi, il 43,4% di quelli capitati in Italia.
Un terzo del mondo senza libertà di stampa
Il 2005 è stato l'anno peggiore degli ultimi dieci per la libertà di stampa. Secondo il rapporto annuale, pubblicato oggi, in occasione della 16ª giornata internazionale della Libertà di Stampa, da RSF - Reporters sans frontières (www.rfs.org) , 63 giornalisti e 5 collaboratori dei media sono stati uccisi, 807 inquisiti, 1.300 aggrediti o minacciati e 1.006 mezzi d'informazione censurati.
Dall'inizio del 2006, 16 giornalisti e 6 collaboratori dei media sono stati uccisi, 120 giornalisti e 56 cyberdissidenti sono in prigione per avere fatto il loro lavoro.
RSF pubblica anche un album di fotografie del reporter francese Gilles Caron, intitolato "Pour la liberté de presse". Nel commento è scritto che "quasi un terzo della popolazione mondiale vive in paesi in cui non c'è la libertà di stampa".
Secondo il rapporto annuale, in Europa "la situazione della libertà di stampa si è complessivamente aggravata. Cinque giornalisti sono stati uccisi per motivi di lavoro (contro due del 2004) e la deriva autoritaria di certi Stati usciti dall'ex blocco sovietico si è accentuata".
"Le condizioni di lavoro dei giornalisti si sono aggravate particolarmente in Uzbekistan, Bielorussia, Russia e Azerbajan".
Nell'UE, "in Francia, in Italia, in Belgio e in Polonia, il 2005 è stato contrassegnato da un numero elevato di perquisizioni e convocazioni di giornalisti, spinti dalla polizia a rivelare le loro fonti d'informazione".
"L'indipendenza dei media italiani soffre d'una situazione unica al mondo" per il conflitto d'interessi del capo del governo, proprietario del gruppo Mediaset e controllore delle tre catene pubbliche RAI.
In Asia, il Medio Oriente è la zona più pericolosa per la professione dei media. Dall'inizio della guerra in Irak nel 2003 sono stati uccisi 88 giornalisti, 25 solo nel 2005. 7 giornalisti sono stati uccisi l'anno scorso nelle Filippine. Ci sono regimi autoritari che impediscono l'esercizio della libertà di stampa nel Libano, in Corea del Nord, nel Bangladesh, in Birmania, nel Nepal e in Cina.
L'attacco al segreto professionale sulle fonti è avvenuto negli USA e nel Canada, anche se in America la libertà di stampa è rispettata, salvo i casi di Cuba, Colombia e Messico. 7 giornalisti sono stati uccisi in questo continente.
In Africa l'impunità per gli aggressori dei giornalisti è la regola, come dimostrano i casi del Burkina Faso, dello Zambia, della Costa d'Avorio e del Mozambico.
Molti governi reprimono sistematicamente la libertà di stampa. L'Eritrea, lo Zimbabwe, il Sudafrica, il Congo, l'Etiopia, il Ruanda, il Gabon e la Nigeria hanno legislazioni liberticide e la polizia può arrestare i giornalisti su semplice querela di parte.
Orientamenti pensionistici di lavoratori e imprenditori
Il numero degli ultrasessantenni è in continuo aumento. Secondo le previsioni dell'ONU raggiungerà nel 2050 i due miliardi, il 22% della popolazione mondiale. L'incremento della longevità cambia i modi di vita e di lavoro.
Per raccogliere elementi di conoscenza su come agire in materia pensionistica la banca HSBC (www.hsbc.com) e la società di ricerche di mercato Age Wave (www.agewave.com) hanno commissionato all'Oxford Institute of Ageing dell'università omonima (www.ageing.ox.ac.uk) una ricerca sugli orientamenti nei confronti dell'invecchiamento, della longevità e del pensionamento.
L'indagine è stata svolta alla fine del 2005 dalla società di ricerche di mercato Harris Interactive (www.harrisinteractive.com) con interviste individuali rivolte a 21.329 persone e a 6.018 imprenditori di 20 paesi nei cinque continenti (dal Brasile, alla Cina, a Hong Kong, al Giappone, alla Germania, alla Francia, all'Arabia Saudita, agli USA, al Regno Unito, alla Russia, all'India, ecc.).
Il rapporto di ricerca "The Future of retirement. What the world wants" è stato pubblicato mercoledì scorso.
Rivela che
- il 43% delle persone intervistate pensa che il costo della propria pensione possa essere a suo carico, contro il 30%, che lo considera una responsabilità dello Stato;
- il 36% ritiene che il governo dovrebbe imporre il risparmio individuale obbligatorio per avere indipendenza economica durante il pensionamento, ma il 12% non vuole che aumenti l'imposizione fiscale per finanziare le pensioni;
- il 72% è contrario a un'età obbligatoria di pensionamento;
- un uguale 72% vorrebbe potere scegliere di conservare il lavoro almeno a tempo parziale, per ragioni economiche (25%) o per rimanere attivo (21%);
- il 58% ritiene che l'età più opportuna di pensionamento è di 57 anni per le donne e 61 per gli uomini.
Le differenze, naturalmente, fra cittadini dei 20 paesi sono marcate.
Gli Americani sono favorevoli a farsi carico di tutte le responsabilità di costo della pensione e di accantonamento del risparmio, in misura doppia rispetto agli Europei.
Le relazioni sociali e i rapporti con gli altri come ragioni per prolungare l'età lavorativa sono di gran lunga più importanti per gli Asiatici che per gli Europei e gli Americani.
Gli Americani porterebbero l'età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 64 per le donne. In America Latina è accorciata a 61 e 56. I Turchi vorrebbero addirittura che le donne andassero in pensione a 48 anni.
Motivi per restare al lavoro

o Economici; o Stimolo mentale;
o Attività fisica; o Relazioni sociali; o Impiego intelligente del tempo.
Percezione del pensionamento

o Inizio di nuove opportunità di vita; o Continuazione della vita abituale;
o Godere il tempo che rimane; o Inizio della fine.
Gli imprenditori apprezzano i lavoratori anziani:
- il 58% li trova leali;
- il 53% degni di fiducia come quelli più giovani;
- il 49% ugualmente produttivi e
- il 45% motivati allo stesso modo.
Ma poi tardano ad adottare misure per conservarli nei propri organici e oltre il 33% non trova necessario nè urgente di reclutare ultracinquantenni.
Atteggiamenti degli imprenditori
nei confronti dei lavoratori anziani

Effetti del pensionare i lavoratori anziani
secondo gli imprenditori

o Sostituzioni con i più giovani; o Perdita di competenze ed esperienze.