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Buon Natale e felice anno 2006
Argomenti di dicembre
Competitività: 2 - Allargamento dei consumi in Italia: la Rinascente; 5 - Pionieri della tecnologia; 12 - Ricerca e sviluppo indistriale nel mondo; Economia: 20 - Cina sesta economia mondiale; 20 - Risparmio e risparmiatori in Italia; Fondamenti: 22 - Di tutti i colori; Gestione esviluppo: 6 - Mercato del lavoro su Internet; 6 - BIWAM; 13 - Voglia di andare in pensione; 19 - Orario di lavoro flessibile; 19 - Economia delle risorse umane; 21 - Credibilità, fiducia, reputazione manageriale; Occupazione: 14 - Crescita economica e occupazione; Politica: 21 - Più diritti e libertà nel mondo; Relazioni industriali: 1 - Migliorare l'auditing sociale; Società: 12 - Barometro mondiale della corruzione; 12 - Misure della reputazione aziendale; 20 - Siamo 6 miliardi e mezzo; Tecnologia: 5 - Europei sempre più su Internet; 5 - Crescita esponenziale delle e-mail.
Di tutti i colori
Il lessico dei colori riflette un fenomeno complesso, dovuto all'intersezione di dati fisici, fisiologici, psicologici e culturali, individuali, legati a una sorgente luminosa, a un oggetto e all'accoppiamento occhio-cervello. Alle denominazioni dirette (blu, giallo, nero , rosa, rosso, verde, ecc.) e derivate (bluastro, gialligno, nerognolo, rosato, rossastro, verdognolo, ecc.) se ne aggiunge una moltitudine di indirette o riferite a vegetali, animali, minerali, fenomeni naturali, prodotti.
I nomi dei colori aiutano spesso a ricostruire la storia della tecnica e dell'arte. Chiariscono il valore sociale, culturale e simbolico delle denominazioni.
Conoscere queste storie e questi valori sviluppa la competenza linguistica, la capacità di usare il linguaggio per esprimersi in modo efficace.
Annie Mollard - Desfour è una lessicografa francese, responsabile di ricerche linguistiche al CNRS. Dal 1998 è impegnata a pubblicare "Le Dictionnaire des mots et expressions de couleur, XX et XXI siècle", un'opera in undici volumi, edita dallo stesso CNRS. Ognuno di essi è dedicato a uno specifico campo di colore.
Sono apparsi finora quattro libri: sul blu, il rosso, il rosa e il nero. Quest'ultimo è appena uscito. Il blu, il primo ha avuto un tale successo da essere riedito, ampliato, nel 2004.
Il piano dell'opera prevede una struttura simile per tutti i volumi: origine del termine, storia, connotazioni, simboli e codici sociali connessi, evoluzione culturale, rapporto fra proprietà fisiche e significati alla base dell'impiego nella tecnica e nella simbologia, valore delle parole derivate.
Il blu, il colore delle grandi istituzioni nazionali e internazionali, come l'ONU e il Consiglio d'Europa, è nato nel dodicesimo secolo, grazie al progresso delle tecniche di tintoria. Derivava dalla pietra azzurrite, un pigmento caro e prezioso, il solo degno della Madonna e dei re.
E' il colore, che simboleggia la distinzione e il merito. Serve a valorizzare le immagini e a provocare consenso.
Il rosso, in particolare la "porpora", era ottenuto da conchiglie marine. Da 10.000 di esse si ricavava un grammo di colorante. Era prezioso come l'oro, perciò era necessario che chi non era di sangue reale o dignitario dello Stato o della Chiesa dovesse avere un'autorizzazione ad usarlo nell'abbigliamento.
E' il più stabile dei colori. Ancora oggi è utilizzato per rendere onore ( nelle decorazioni e nei tappeti), per indicare la forza, l'eccellenza e la qualità nelle espressioni linguistiche e nelle raffigurazioni, per richiamare l'attenzione nella pubblicità e nell'abbigliamento.
Il nero, dice Annie Mollard-Desfour, è il colore dei nostri tempi. Racchiude una vasta gamma di significati, grazie alla moda, che l'ha fatto passare da simbolo dell'austerità, del lutto, della discrezione, del classicismo vestimentario al nero elegante, lussuoso, provocante o legato alla ribellione.
Dal nero "femminile" di Chanel negli anni '20 a quello della black generation, il nero maschile dei rocker, dei punk e degli uomini d'affari, è diventato un colore contraddittorio e paradossale, ombra-luce, tradizione e modernità, classicismo e provocazione, il fondale e il camaleonte più denso di significati per la vita contemporanea.
Ricco di denominazioni dirette e derivate, di variazioni sul tema, di una ricca documentazione iconografica e bibliografica, "Le Dictionnaire des mots et expressions de couleur" è una narrazione avvincente e un prezioso strumento di consultazione, un godimento intellettuale, che rivela ancora la tanta altra luce, proveniente dai colori e da un non colore , come è il nero.
Credibilità, fiducia, reputazione manageriale
Qualche giorno fa abbiamo commentato la pubblicazione negli Stati Uniti della settima edizione della classifica Harris - Reputation Institute relativa alle 60 principali aziende americane, pubblicata da "The Wall Street Journal" (cfr. Misure della reputazione aziendale, iriospark, 12 dicembre).
Servizi come questo sono diffusi in tutta l'America del Nord e in molti paesi a economia sviluppata.
Negli USA al mitico apparato di controllo della Security and Exchange Commission e alle "criminal penalties for corporate management" si aggiungono gli interventi istituzionali di "moral suasion" e i servizi di consulenza per la reputazione manageriale, che riducono gli spazi di alegalità e d'elusione delle regole di convivenza civile. Lo stakeholder management è disciplina d'apprendimento in tutte le business school.
In Italia invece la spregiudicatezza negli affari è un'abilità apprezzata.
L'intreccio fra business e politica è tanto stretto quanto opaco, come provano i risultati del "Barometro mondiale della corruzione 2005" (cfr. Barometro mondiale della corruzione, iriospark, 12 dicembre).
In un rituale ripetuto da un decennio, dinanzi alla scoperta di comportamenti manageriali illegali, a dispetto della normativa vigente (il D.Lgs. 231/2001, per esempio), strutture di governance e management aziendali dichiarano pubblicamente solidarietà e approvazione al perseguito.
Lo accreditano e nello stesso tempo sfiduciano chi, per ruolo, indaga e la pubblica opinione, fissa alle responsabilità di rappresentanza aziendale dell'indagato. Non migliorano la sua credibilità. Anzi.
Il loro è un comportamento di "stewardship", di amorosi sensi nei confronti del leader d'occasione, giustificato emotivamente nel fare gruppo e sostenuto razionalmente, per gli interessi comuni, sulla base di meccanismi di scambio.
Lo spirito di servizio proclamato ha di solito l'effetto di amplificare la comunicazione di massa sull'evento critico e di peggiorare a breve l'immagine dell'azienda.
La credibilità di un manager infatti è il risultato di almeno alcune, verificate attese di comportamento, suscitate in chi lo riterrà degno di stima e fiducia per quanto egli fa e dice in un contesto sociale.
Sono verifiche che le persone compiono, rifacendosi ai principi generali su che cosa è attendibile e che cosa non lo è, all'esperienza diretta e alla soddisfazione delle aspettative, ai riconoscimenti di terzi considerati autorevoli.
Senza altre prove a beneficio del leader d'occasione, le attestazioni di stima associano nella responsabilità dell' evento critico le strutture di governance e management che le fanno , secondo uno stile di relazioni facciata, che motiva la diffidenza dei destinatari.
Nel migliore dei casi, confermano la teoria della reciprocità leader-gruppo, del leader che esprime e rappresenta le esigenze dei suoi follower.
I reputazionisti alla Fombrun sconsiglierebbero quelle attestazioni. Spiegherebbero che c'è correlazione stretta tra identità manageriale ed effetto della sua reputazione per mezzo della sua presentazione. Piazzerebbero la configurazione di ruolo del leader sulla matrice competenze-contesto-azioni e individuerebbero così le direttrici di un'efficace strategia di comunicazione, che tenesse conto del filtraggio comunicativo dei clienti, dei dipendenti, degli azionisti, degli investitori e della comunità più ampia.
Qui forse scoprirebbero che il modello "scalare" (detto senza ironia) dell'Harris-Fombrun RQs segnala troppa visibilità e consiglierebbero di ridurla a vantaggio della consistenza per ricentrarsi sulla competenza distintiva dell'azienda, prima che il danno d'immagine diventi collasso della reputazione
Più diritti e libertà nel mondo
Il 46% della popolazione mondiale, poco meno di 3 miliardi di persone, vive in paesi in cui libertà civili e diritti politici sono pienamente rispettati, il 18%, 1 miliardo e 160 milioni circa, in paesi parzialmente liberi, carenti per norme, regole morali, parità etnica e religiosa, pluralità di partiti, il 36%, 2 miliardi e 300 milioni, in paesi senza libertà.
Il numero degli Stati "liberi" pienamente e parzialmente nel 2005 è aumentato. Era di 119 nel 2004 è salito a 122.
Sono dati d'insieme ricavati da "Freedom in the world 2006", il rapporto annuale di Freedom House, l'ONG americana per la promozione dei diritti umani.
Le democrazie elettive sono passate da 66 nel 1987 a 117 nel 1996 e a 122 nel 2005, le elezioni democratiche dal 40% dei paesi nel 1987 al 61% nel 1996 al 64% nel 2005.
Democrazie elettive

Elezioni democratiche

Le aree del pianeta più libere sono l'Europa occidentale con il 96% dei paesi a piena democrazia, le Americhe con il 68% e l'Asia Pacifico con il 41%. Il Medio Oriente e il Nord Africa, all'opposto, hanno solo il 6% dei paesi completamente liberi.
Tra i 45 paesi classificati non liberi ci sono la Cina, Cuba, l'Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, l'Iran, la Libia, la Corea del Nord, la Russia.
Il rapporto sottolinea il progresso del Libano, passato dalla categoria "senza libertà" a "parzialmente libero", delle elezioni irachene, del voto alle donne in Kuwait, delle nuove democrazie africane del Burundi, della Liberia e del Centro Africa.
Le Filippine sono state retrocesse da "libero" a "parzialmente libero" per sospetti di frodi elettorali e di forti pressioni sull'opposizione al governo.
Disegno di M.K.Perker,
The New York Times, 18 dicembre 2005.
Risparmio e risparmiatori in Italia
Diminuiscono gli italiani che risparmiano e quelli che riescono a farlo mettono da parte sempre meno. Nel 2005 sono stati il 48,6%, ma erano il 52% nel 2004, il 55% nel 2003, il 62% nel 2002. Lo scrive il 23° Rapporto sul risparmio curato da BNL e Centro Einaudi.
Il 2005 scende sotto il minimo storico del 2001. La quota di reddito accantonato dai risparmiatori rimane mediamente del 10%, ma aumentano quelli che ne mettono da parte solo il 5%.
Secondo il Rapporto, anche chi non ha risparmiato riconosce l'utilità di riservare una quota del proprio reddito al futuro.
Si rinuncia a risparmiare o si riduce l'entità del risparmio per necessità.
I motivi del risparmio sono relativamente concentrati:
- il 42% dei risparmiatori lo fanno per fronteggiare eventi imprevisti;
- il 27% per comprare o ristrutturare la casa;
- il 9% per integrare la pensione;
- il 7% per le spese destinate all'istruzione;
- il 3,5% per l'assistenza medica nella vecchiaia.
La preferenza per investimenti sicuri e la scarsa propensione a correre rischi nel campo finanziario per aumentare il rendimento atteso mostrano che la prudenza ha guidato le decisioni:
- il 25% degli investitori ritiene le obbligazioni molto rischiose;
- il 16% le giudica completamente sicure;
- il 62% preferisce l'investimento in immobili.
Un'attenzione particolare quest'anno è dedicata alle dinamiche generazionali: si è cercato cioè di comprendere come si differenziano i comportamenti dei risparmiatori "vecchi" e dei risparmiatori "giovani".
I giovani tra i 20 ed i 30 anni appaiono assai più fiduciosi degli appartenenti ad altre fasce di età sulle prospettive a medio termine.
Solo il 10% dei ventenni, il 6% dei trentenni, il 5% dei quarantenni danno importanza al risparmio in vista della pensione, mentre il 25% dei cinquantenni, sembra preoccuparsi di essa in ritardo.
Dal rapporto risulta che il 48% degli italiani non dedica nessun tempo all'informazione finanziaria e il 12% non sa dire quanto tempo vi dedica.
Neppure il 30% degli italiani che si informano lo fa approfonditamente: tra di loro il 61% vi dedica meno di un'ora la settimana, il 25% tra 1 e 2 ore, il 10% tra le 2 e le 4 ore, l'1,5% tra le 4 e le 6 ore, e solo il 2% spende più di 6 ore la settimana ad informarsi.
La principale fonte d'informazione resta per il 51% dei riparmiatori, la banca di famiglia.
Lamentato da tutti è il prolungarsi di condizioni generali difficili, con reddito insufficiente per il presente e incertezza per il futuro.
Siamo 6 miliardi e mezzo
Cinquanta anni fa la popolazione mondiale era di 2 miliardi e 700 milioni, ieri, secondo i demografi dell'ONU, abbiamo raggiunto i 6 miliardi e 500 milioni. Una crescita impressionante, che dovrebbe arrivare a 8 - 9 miliardi nel 2050, ma con un rallentamento del ritmo, tenuto negli anni '70 e '80 del secolo scorso.
Ogni giorno ci sono 355 mila nuove nascite: il 56% di esse avvengono in Asia, il 26% in Africa, il 9% in America Latina, il 5% in Europa, il 3% nel Nord America e meno dell'1% in Oceania.
Ogni giorno muoiono 155 mila persone.
La popolazione mondiale aumenta di 200 mila persone al giorno, 75 milioni all'anno.
L'85% degli abitanti della terra vivono in paesi poveri, che nei prossimi decenni dovranno nutrire da 2 a 3 miliardi di persone in più. Sono paesi che hanno difficoltà a superare la differenza di sviluppo con l'altro 15% della popolazione mondiale.
Basti pensare che la metà dell'umanità vive in regioni del pianeta con una natalità media per donna di 2,1 bambini, sufficiente al rimpiazzo generazionale, mentre l'Africa raddoppierà la sua popolazione entro una decina d'anni, l'America Latina e alcune aree dell'Asia l'aumenteranno almeno di un terzo per capire l'urgenza di realizzare politiche di solidarietà economica e di assistenza allo sviluppo nel mondo.
Mappa della fame nel mondo

MDG= Millennium Development Goals (obiettivi ONU del millennio per lo sviluppo)
Fonte: ONU, 2004, tratto da Global Governance Initiative 2005, World Economic Forum.
Cina sesta economia mondiale
Secondo le ultime proiezioni dell'Ufficio nazionale di statistica cinese il PIL del paese a fine 2005 dovrebbe crescere oltre il 9%. L'Ufficio ha anche rivisto i dati del 2004, migliorandoli del 16,8% e portando così il valore reale definitivo del PIL a 1.971 miliardi di dollari.
La correzione è l'effetto del primo censimento economico nazionale fatto in Cina, che ha mostrato una presenza effettiva del 40,2% delle aziende del terziario, contro il 31,9% delle stime precedenti.
La crescita economica del 2004 mette la Cina al sesto posto nella classifica delle economie mondiali, nella posizione prima occupata dall'Italia, ora settima con un PIL di 1.670 miliardi di dollari.
In testa alla graduatoria ci sono gli USA con 11.667 miliardi di dollari, al secondo posto il Giappone con 4.624 miliardi, al terzo la Germania con 2.715 miliardi. Il Regno Unito è quarto con 2.140 miliardi, la Francia, è quinta con 2.000 miliardi di dollari.
Nonostante la correzione, molti analisti ritengono che questa informazione ufficiale sul PIL sia ancora frutto di sottovalutazioni dovute ad una strategia governativa di attrazione degli investimenti diretti esteri.
Evoluzione del PIL cinese 1978-2003
(valori assoluti su base 2004)

Fonte: Centre d'études prospectives et d'informations internationales.
All'inizio del 2006, con la crescita prevista del PIL, la Cina dovrebbe superare ufficialmente le economie francese e inglese e avere il quarto posto nella classifica mondiale.
Economia delle risorse umane
L'uso della microeconomia per risolvere i problemi di gestione delle risorse umane ha assunto autonomia disciplinare dieci anni fa per opera di Edward Paul Lazear, professore di Human resources management and economics nella business school della Stanford University.
Con i suoi libri "Personnel Economics" del 1995 e "Personnel Economics for Managers" del 1998, Lazear ha mostrato come l'analisi economica può essere impiegata per affrontare una serie di problemi operativi di reclutamento, organizzazione e motivazione del personale, tradizionalmente considerati solo dagli psicologi e dai sociologi, e per costruire un sistema di gestione delle risorse umane come struttura integrata e non come dipartimento aziendale separato dagli altri.
L'economia delle risorse umane si va diffondendo in Europa e nel mondo, ma l'analisi tradizionale presenta "un quadro teorico poco adatto a descrivere la maggior parte dei mercati europei, dove rigidità e compressione salariale sono fenomeni diffusi, e dove esistono regimi di protezione dell'impiego estremamente vincolanti". E' la spiegazione che dà del suo libro "Economia delle risorse umane", Il Mulino, Bologna, 2005, Pietro Garibaldi, professore di economia politica nell'Università di Torino.
Il libro, aggiunge, vuole mettere a disposizione degli studenti e del grande pubblico tematiche "a lungo lasciate alle riviste specializzate e alle pubblicazioni accademiche", che riguardano mercati del lavoro strettamente regolamentati. Nasce infatti da esperienze di insegnamento dell'autore nel corso di laurea in economia e management e nel corso post-laurea di organizzazione.
I tredici capitoli devono a questa origine la chiarezza espressiva con cui sono affrontate le questioni complesse
- del mix ottimale di lavoratori eterogenei e del trade - off costi/produttività, lavoratori permanenti/temporanei;
- della retribuzione appropriata, legata alla produttività con vincoli salariali indipendenti dalla produzione ottenuta, alla performance relativa o al concetto standard di salario di efficienza in un contesto statico, in cui l'impegno dei lavoratori non è osservabile e il loro monitoraggio è imperfetto;
- dell'investimento in capitale umano e dell'onere della formazione;
- della distruzione e protezione d'impiego;
- degli incentivi di gruppo e della produzione in squadra.
"Ogni capitolo è scritto con in mente il tema di una potenziale lezione". Introduce il tema, lo definisce, sviluppa le formule delle soluzioni alternative possibili, offre esempi numerici e i più significativi risultati derivati, documenta le situazioni contestuali con un sobrio apparato statistico, è dotato di appendici tecniche aggiuntive e di casi di studio.
Un manuale originale, focalizzato sulla realtà tipica dei mercati del lavoro europei, uno strumento per migliorare la capacità decisionale dei responsabili della gestione risorse umane.
Orario di lavoro flessibile
Crescita economica e occupazione
La globalizzazione stenta a creare nuova occupazione di qualità e a ridurre la povertà. Se in certe zone dell'Asia la crescita economica porta offerta di impieghi stabili, in altre dell'Africa o dell'America Latina ci sono persone che lavorano in condizioni di degrado, in particolare nell'agricoltura. Lo dice la quarta edizione di KILM, Key indicators of labour market, pubblicata dall'International Labour Organization.
1 miliardo e 380 milioni di persone, il 50% di tutta l'occupazione mondiale, lavorano per meno di due dollari al giorno. Una quantità, tuttavia, minore rispetto al 57% del 1994.
Il Rapporto dell'ILO rileva gli aspetti quantitativi (i tassi di attività, l'occupazione, la disoccupazione, la flessibilità d'impiego, i settori di attività, la produttività del lavoro) e qualitativi del mercato del lavoro (gli orari di attività, le retribuzioni, lo statuto nell'impiego, la durata della disoccupazione).
20 nuovi indicatori chiave fanno analizzare in dettaglio come è il lavoro nel mondo.

Fonte: ILO, KILM 4°, 2005.
L'indicatore della flessibilità d'impiego mostra che negli ultimi 4 anni considerati dal Rapporto, per ogni punto percentuale di crescita del PIL, l'occupazione mondiale cresce dello 0,30%, con una riduzione dello 0,08% rispetto al quinquennio precedente 1995 - 1999.
Rapporto flessibilità d'impiego/crescita del PIL
in alcune economie sviluppate nel periodo 1999-2003

Fonte: ILO, KILM 4°, 2005.
L'occupazione poi in Medio Oriente, Africa del Nord e in Africa subsahariana avviene nell'economia informale e in situazioni di bassa produttività. I lavoratori che vivono con meno di un dollaro al giorno sono aumentati in quest'ultima regione del mondo di 28 milioni tra il 1994 e il 2004.
Nell'America Latina c'è attualmente una diminuzione dei posti di lavoro, dopo la crescita economica del 1999-2003, e il numero di lavoratori poveri, che vivono con meno di 1 dollaro al giorno, è aumentato di 4 milioni e 400 mila.
Lo sviluppo dell'Asia ha generato crescita occupazionale, produttività e riduzione della povertà.
In Europa occidentale e nell'America del Nord per ogni punto percentuale di crescita nel settore dei servizi, in espansione, l'occupazione è aumentata, dello 0,62% nel vecchio continente e dello 0,57% negli USA e in Canada. La crescita dei servizi e dell'occupazione relativa è avvenuta per altro con forti oscillazioni espansive e recessive tra il 1991-2003.
Le disuguaglianze retributive sono aumentate dall'ultimo decennio del secolo scorso a vantaggio del lavoro più qualificato non disponibile in quantità sufficiente per la domanda.
I costi e la produttività del lavoro danno differenti risultati di competitività.
Nell'UE 15 il confronto con gli USA è minacciato dalla minore produttività dell'industria e dall'apprezzamento dell'euro.
Il costo del lavoro per unità di prodotto del Giappone non è competitivo nè con gli USA, nè con l'UE15.
In Europa centrale e dell'Est l'aumento della produttività e la transizione all'economia di mercato hanno provocato una riduzione dei posti di lavoro. Il vantaggio competitivo di quei paesi sta in un costo del lavoro, che circa il 70% di quello degli USA.
Nel mondo la disoccupazione giovanile è mediamente il doppio di quella degli adulti.
Le economie sviluppate e l'Unione Europea hanno di fronte a sè un numero crescente di lavoratori sottoutilizzati per orario o tipo di impiego. Il loro peso fra gli occupati nel 2004 ha raggiunto il 21% in Francia e in Italia, con un aumento negli ultimi 10 anni di 4 punti per la prima e di 9 per la seconda.
Balthus, "La strada" (1933-35),
The Museum of Modern Art, New York.
Voglia di andare in pensione
I lavoratori europei tra i 50 e i 59 anni, ancora in attività, vogliono andare in pensione il più presto possibile.
Lo dice l'inchiesta Share (Survey on health ageing and retirement in Europe), svolta nel 2004 dall'Istituto di ricerche in economia dell'invecchiamento dell'Università di Mannheim, nell'ambito del quinto programma di ricerca - sviluppo della Commissione europea.
L'indagine è stata realizzata in Austria, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera. Sono stati intervistati 23.573 lavoratori, 12.685 donne e 10.888 uomini.
La voglia di smettere di lavorare è maggiore nel Sud che nel Nord Europa. E' espressa dal 67% degli intervistati in Spagna, il massimo, e dal 31% nei Paesi Bassi , il livello minimo.
Va correlata a differenze istituzionali, alla soddisfazione lavorativa e allo stato di salute degli ultra cinquantenni.
Vogliono andare in pensione al più presto
(% nei 10 paesi)
| Spagna |
67
|
| Italia |
60
|
| Francia |
57
|
| Grecia |
57
|
| Austria |
54
|
| Danimarca |
45
|
| Germania |
43
|
| Svezia |
43
|
| Svizzera |
33
|
| Paesi Bassi |
31
|
Effetto % delle situazioni istituzionali dei 10 paesi
sulla possibilità di andare in pensione al più presto
|
Vincoli formali
|
Situazione reale
|
|
| Spagna |
+15
|
+17
|
| Francia |
+8
|
+8,1
|
| Italia |
+8
|
+12
|
| Grecia |
+7,5
|
+8,5
|
| Austria |
+5
|
+6
|
| Danimarca |
-1
|
-2
|
| Germania |
-8
|
-8,5
|
| Svezia |
-9
|
-8
|
| Svizzera |
-9,5
|
-15
|
| Paesi Bassi |
-18
|
-19,5
|
N.B. Il + indica condizione favorevole, il - sfavorevole.
I tre fattori, istituzionali, di soddisfazione lavorativa e stato di salute, sono complessi e interagiscono tra loro.
Comprendono l'età legale del pensionamento, la presenza di incentivi a superarla, l'ampiezza dei prepensionamenti necessari, la soddisfazione lavorativa, l'onerosità del lavoro, l'effetto di questo sulla salute e viceversa.
La preoccupazione per la salute aumenta del 15% la voglia di andare in pensione, la soddisfazione lavorativa la riduce del 14,2%, le scarse prospettive di carriera accrescono la voglia del 9,6%, il riconoscimento del merito la fa diminuire del 6,8%, il lavoro stressante l'incrementa del 4,3% e quello faticoso del 3,8%.
Soddisfazione lavorativa e stato di salute
(media dei 10 paesi in %)
| Tutto sommato mi contento del mio lavoro |
73
|
| II mio lavoro è faticoso |
47
|
| Sono sempre sotto pressione per troppo lavoro |
57
|
| Ho poca autonomia nel mio lavoro |
26
|
| Posso sviluppare nuove competenze |
73
|
| Ricevo assistenza nelle situazioni difficili |
74
|
| Ho i riconoscimenti che merito |
74
|
| Il mio stipendio è rapportato ai miei sforzi |
59
|
| Le mie possibilità di carriera sono scarse |
66
|
| Ho poche possibilità di conservare il mio lavoro |
23
|
| Il mio stato di salute non limita la mia capacità lavorativa prima dell'età pensionabile |
27
|
| La mia salute è buona o molto buona |
18
|
Misure della reputazione aziendale
La figura sul sito dell'Harris Interactive - Reputation measurement and management è di sicuro effetto: un sole, sorgente dalla misurazione delle sei dimensioni della reputazione aziendale, lancia i sei raggi della gestione della reputazione.
Le sei variabili da misurare sono il richiamo emotivo, i prodotti e servizi, la performance finanziaria, la responsabilità sociale, l'ambiente di lavoro, la vision e leadership.
I sei raggi, effetto di una buona reputazione, sono l'incremento delle vendite, la certezza di personale talentoso, la fiducia degli investitori, lo sviluppo del business, la leadership di mercato, la lealtà degli stakeholder.
Harris Interactive è la divisione di Harris - Wirthlin brand and strategy consulting group. Assicura che la "misura - e la più importante - gestione della reputazione" sono "basate su un solo semplice concetto: 'la percezione dei vostri stakeholder è la reputazione della vostra azienda' ".
Harris Interactive, in associazione con il Reputation Institute, dal 1998 calcola il Corporate reputation quotient, elaborato da Charles J. Fornbrum, professore emerito di management nella Stern School of Business della New York University ed executive director dell'Institute.
Fornbrum è un "reputazionista". Ha scritto nel 1996 "Reputation: Realizing value from the corporate image" e nel 2004, insieme a Cees B.M. Van Riel, professore della Rotterdam School of Management, "Fame & Fortune:How successful companies build winning reputations".
Nel primo libro ha sviluppato il modello originale dei rapporti tra Corporate identity e Corporate reputation. Nel secondo ha indicato la necessità di misurare la reputazione aziendale, ha proposto una griglia per analizzare i rapporti tra vision e azioni comunicative, l'Harris - Fornbrum RQs, e un programma in cinque fasi per gestire la reputazione nei rapporti con gli stakeholder interni ed esterni all'azienda: come avere visibilità, distintività, autenticità, trasparenza e consistenza.
Tutte e cinque le fasi mirano ad altrettanti obiettivi progressivi per la conquista della buona reputazione.
L'Harris Interactive e il Reputation Institute hanno individuato anche quest'anno, dopo accurate misurazioni, le 60 più reputate aziende americane.
Tra giugno e settembre i loro ricercatori hanno fatto circa 7000 interviste, chiedendo d'indicare le due aziende con la migliore reputazione e le due con la peggiore.
Tra agosto e settembre hanno chiesto a circa 20.000 persone di scegliere da un elenco di 20 aggettivi, componenti delle sei variabili rilevanti per misurare la reputazione, i due più appropriati alle due aziende più familiari, presenti in una lista, inviata online.
I risultati sono stati elaborati e classificati in una graduatoria, basata sulla percentuale di risposte positive ricevute.
La graduatoria è stata pubblicata da "The Wall Street Journal", martedì 6.
Per il settimo anno consecutivo è risultata prima Johnson & Johnson con 80,56 punti, seconda Coca-Cola, terza Google, quarta UPS e quinta 3M. Agli ultimi posti sono stati classificati Enron, sessantesima con 30,05, Mc - Worldcom, con 46,80, Adelphia Communications con 49,75, Haliburt con 52,22, United Airlines con 53,09.
Americanate? Forse, ma certamente possibili in un paese, che tiene talmente alla reputazione delle sue aziende da non permettere che resti un giorno di più il CEO colto a danneggiare qualunque di esse.
Ricerca e sviluppo industriale nel mondo
L'edizione 2005 di "EU industrial R&D investment scoreboard", pubblicato venerdì 9 dalla Commissione europea, riporta gli investimenti in ricerca e sviluppo di 1.400 aziende industriali: le prime 700 dell'UE e le prime 700 del mondo fuori di essa.
Nel 2004 il costo complessivo a livello mondiale è stato di 315 miliardi di euro. L'UE vi ha contribuito per 102 miliardi, lo 0,7% in più del 2003. Le 700 aziende non europee hanno aumentato nel 2004 i loro investimenti in ricerca e sviluppo del 6,9% rispetto all'anno precedente, una crescita dovuta principalmente agli USA e di rincalzo al Giappone.
Nonostante ciò la prima azienda per investimenti è l'europea Daimler-Chrysler, tedesca, tra le prime 25 aziende ce ne sono altre 8 dell'UE e 17 fuori dell'Unione: tra esse 8 degli USA, 5 del Giappone e 2 della Svizzera.
Prime 25 aziende per investimenti in R&D
(milioni di euro 2004)

Fonte: Commissione europea 2005.
N.B. Il numero fra parentesi si riferisce alla posizione nella classifica dell'anno precedente.
Anche tra le prime 50 aziende il numero delle europee è superiore alle americane. Ma dalla 50ª alla 100ª queste sono tre volte di più.
"L'UE, dice il rapporto, non riesce a fare crescere altrettanto le aziende di media dimensione per trasformarle in grandi investitrici in ricerca e sviluppo".
Si aggiunga la specializzazione settoriale: l'automobile, il software e la farmaceutica - biotecnologia dell'UE concentrano la metà degli investimenti mondiali dei loro settori.
Principali motivi degli investimenti in R&D
(peso % sulle decisioni)

Fonte: Commissione europea 2005.
Alla specificazione settoriale si aggiunge il forte scarto tra i paesi dell'UE nell'impiego dei ricercatori.
Evoluzione del numero dei ricercatori industriali
(% sul totale delle aziende nei paesi dell'UE)

Fonte: Commissione europea 2005. Legenda: at (Austria); de (Germania); dk (Danimarca); es (Spagna); fi (Finlandia); fr (Francia); uk (Regno Unito).
Il debole aumento del PIL, atteso nell'UE l'anno venturo, non lascia sperare niente di buono per gli investimenti in ricerca e sviluppo, mentre stanno per essere avviati quelli della Cina e dell'India, due paesi che finora non hanno avuto per questo scopo budget sufficiente.
Barometro mondiale della corruzione
Transparency International ha diffuso venerdì 9 il suo terzo rapporto annuale sul "Barometro mondiale della corruzione 2005", un sondaggio sulle percezioni e le esperienze di 55 mila persone di 69 paesi.
Il Barometro è realizzato con interviste individuali, dirette a conoscere le opinioni delle persone sui settori della società più corrotti, gli aspetti della vita quotidiana più toccati e se la corruzione è aumentata o diminuita rispetto al passato e se aumenterà o diminuirà in futuro. Aiuta a individuare l'ambiente delle transazioni disoneste e a concepire le azioni per la lotta alla corruzione.
Misura perciò le risposte degli intervistati - tutta gente comune - sulle differenti istituzioni del nostro pianeta con una scala da 1 (situazione migliore) a 5 (situazione peggiore) .
I risultati ottenuti quest'anno mettono in causa i sistemi politici e sanzionatori del mondo: i partiti politici, i parlamenti, la polizia e il sistema giudiziario, come le istituzioni più corrotte.
In 45 dei 69 paesi sondati e in tutti e 18 quelli a economia avanzata i partiti politici sono stati valutati come le organizzazioni più negative, con un incremento rispetto al Barometro del 2004, quando erano stati indicati al primo posto per corruzione in 36 paesi su 62.
Tra i paesi a economia avanzata in cui oltre il 55% dei rispondenti crede che la vita politica sia molto infettata dalla corruzione ci sono il Canada, la Francia, l'Italia e il Portogallo.
Il settore privato, degli affari è considerato il più corrotto in Europa occidentale.
L'amministrazione fiscale è l'istituzione pubblica più preoccupante in Asia.
Settori e istituzioni più corrotti
|
Settori e Istituzioni
|
Mondo
|
Italia
|
| Partiti politici |
4,0
|
4,2
|
| Parlamento/potere legislativo |
3,7
|
3,6
|
| Polizia |
3,6
|
2,5
|
| Sistema giuridico/giudiziario |
3,5
|
3,2
|
| Settore privato/degli affari |
3,4
|
3,5
|
| Amministrazione fiscale |
3,4
|
3,5
|
| Dogane |
3,3
|
2,9
|
| Media |
3,2
|
3,3
|
| Salute |
3,2
|
3,5
|
| Servizi di utilità pubblica |
3,0
|
2,6
|
| Sistema educativo |
3,0
|
2,6
|
| Esercito |
2,9
|
2,4
|
| Registrazioni e autorizzazioni |
2,9
|
3,4
|
| ONG |
2,8
|
2,4
|
| Istituzioni religiose |
2,6
|
2,2
|
Sull'andamento della corruzione negli ultimi tre anni e sulle prospettive avvenire le opinioni sono sostanzialmente negative.
Ultimi tre anni e prospettive avvenire della corruzione
|
Andamenti
|
Mondo
|
Italia
|
||
|
Ultimi 3 anni
|
Prospettive |
Ultimi 3 anni
|
Prospettive | |
| Forte aumento |
35%
|
23%
|
28%
|
18%
|
| Lieve aumento |
22%
|
21%
|
22%
|
23%
|
| Stazionario |
27%
|
30%
|
38%
|
38%
|
| Lieve diminuzione |
10%
|
14%
|
9%
|
13%
|
| Forte diminuzione |
2%
|
5%
|
1%
|
1%
|
| Nessuna risposta |
4%
|
7%
|
2%
|
8%
|
Soltanto sei paesi (Colombia, Georgia, Hong Kong, Indonesia, Kenya e Singapore) esprimono opinioni favorevoli sull'evoluzione recente.
Il 57% ritiene che la corruzione è aumentata. La maggioranza in America Latina (13 paesi su 15) e in Africa (6 paesi su 18).
Per l'avvenire si intravedono prospettive meno cupe. Soltanto due paesi (l'Indonesia e il Ghana) sono molto ottimisti e undici (la Colombia, l'Etiopia, il Kenya, il Kosovo, la Macedonia, la Malesia, la Nigeria, il Senegal, la Thailandia, la Turchia e l'Ucraina) lo sono moderatamente.
BIWAM
La sigla del titolo abbrevia le parole Brand Identity Web Analisys Method ( metodi di analisi per l'identità di marca sul web), ma l'espressione non tragga in inganno, non c'è niente di americano, siamo in presenza di un metodo per posizionare la marca sulla Rete mondiale, elaborato da Samuel Barbero e Francesco Sandulli, due spagnoli, esperti di comunicazione aziendale.
Il BIWAM è un sistema di ricerca, che combina la marca con Internet e con l'azienda, capace di dare risposta agli interrogativi della differenziazione competitiva per costruire piani di comunicazione integrata sull'interno e sull'esterno, online e offline. L'integrazione avviene per mezzo di Internet "strumento di comunicazione generatore di affari".
Barbero e Sandulli nel libro "Marcating en la Web: BIWAM indentidad desnuda", CIE Dossat, Madrid, 2005, illustrano il loro "metodo di analisi dell'identità di marca sul Web, un modello valido, affidabile e agibile con il marketing e la comunicazione", validato da 33 portali di case automobilistiche nel 2003 e 2004 come "molto utile per mirare sistematicamente alla creazione del valore di una marca".
Il mercato automobilistico è stato scelto dai due autori proprio per la situazione di crisi tuttora perdurante. La condizione migliore per provare non "un ricettario di magie, ma un percorso da compiere con coerenza, determinazione, spirito autocritico e approfondimento intellettuale, avendo come riferimenti i numerosi esempi" di BIWAM documentati.
"Marcating en la Web" affronta molti temi della reputazione, della comunicazione e delle relazioni con il mercato e i clienti: dalla cultura d'azienda alla responsabilità sociale, dalle relazioni istituzionali al merchandising, dalla pubblicità al rispetto dell'ambiente. E' un manuale introduttivo ben confezionato, utile anche ai responsabili dell'Internal branding, il solo gruppo di destinatari non citati dall'editore in quarta di copertina.
Mercato del lavoro su Internet
Il numero 50 di "Document de travail " CEE è dedicato a "Job board toolkits: Internet matchmaking and the transformation of help wanted ads", un saggio di Emmanuelle Marchal del Centre d'études de l'emploi, di Kevin Mellet dell'Université Paris X - Nanterre e di Géraldine Rieucau dell'Université Paris 8.
I tre ricercatori analizzano le attività svolte dai siti di reclutamento online in Francia, Spagna e Regno Unito e le trasformazioni dell'incontro tra domanda e offerta di lavoro, sulla base di 2400 annunci per la ricerca di personale, presi per metà dalla stampa e per metà da Internet, relativi al quadriennio 2001 - 2004.
Rilevano che, mentre la teoria economica ipotizza che questo incontro avvenga secondo una logica di azione "bilaterale" o "bilanciata", l'indagine sul campo mostra una forte distanza della pratica attuale, più a vantaggio dei reclutatori che delle persone in cerca d'impiego.
E' un'attività che rende il sito di reclutamento un "preselezionatore" invece che un "facilitatore".
Il ruolo effettivo dei nuovi intermediari del mercato del lavoro consiste in un inquadramento della messa in relazione dei due attori del reclutamento, filtrando fortemente l'informazione e valorizzando alcuni formati descrittivi.
I siti non solo riducono i costi di selezione, snelliscono le procedure di reclutamento, fanno accedere facilmente alle offerte, apparentemente, di migliore qualità, ma mettono in evidenza anche la forza dei mezzi dati ai reclutatori online per captare e preselezionare i candidati secondo schemi standardizzati di raccolta informazioni online.
I ricercatori hanno sviluppato il tipico profilo di chi cerca lavoro su Internet, hanno testato la validità degli strumenti e formati di selezione allestiti dai siti e ne hanno confrontato l'efficacia con altri media e metodi usati nei tre paesi considerati. Sono state individuate le maggiori rigidità, gli sviamenti e le esclusioni provocate dal reclutamento online.
La diversa pesatura dei criteri di selezione, anche quelli "oggettivi", come l'età, la scolarità, le esperienze e la conoscenza delle lingue, dà luogo a differenti processi di interazione tra reclutatori e persone alla ricerca d'impiego.
L'organizzazione e il filtro di informazioni rilevanti, ricordano i ricercatori, sono fattori critici per il funzionamento del mercato del lavoro.
A parte qualche schematizzazione di scuola, il saggio di Marchal, Mellet e Rieucau ha il pregio di analizzare dettagliatamente il processo di reclutamento su Internet , i suoi punti di forza e di debolezza e di documentarne gli effetti.
Pionieri della tecnologia 2006
Il World Economic Forum ha annunciato stamattina di avere selezionato 36 aziende da tutto il mondo come Pionieri della tecnologia 2006.
17 di esse sono americane, 8 inglesi, 3 tedesche e altrettante israeliane, 5 appartengono rispettivamente a Canada, Francia, Islanda, Svezia e Ungheria.
7 aziende selezionate operano nei settori dell'energia, 10 delle biotecnologie e della salute, 19 dell'information technology. Sono impegnate nello sviluppo dell'innovazione tecnologica per il miglioramento della vita, hanno la potenzialità di influenzare a lungo termine il mondo degli affari e la società, dimostrano leadership di visione con posizione preminente di mercato.
Numero di pubblicazioni scientifiche
citate nello SCI, Science Citation Index 2000
in % di tutto il mondo
Fonte: Unesco, Toward Knowledge Societies 2005.
Verso un indice di sviluppo della conoscenza
(Modello di innovazione del Ministero giapponese
dell'Educazione, Cultura, Sport, Scienze e Tecnologia)
|
Categorie
|
Indicatori
|
Giappone
|
USA
|
Germania
|
Francia
|
UK
|
Media
|
|
Input
|
Numero di ricercatori
(ogni 10.000 persone) |
72,8
|
111,4
|
25,5
|
16,0
|
15,9
|
48,3
|
|
Spesa in R&D
(trilioni di yen) |
16,3
|
28,5
|
5,0
|
3,0
|
2,9
|
11,1
|
|
|
Grado di cooperazione tra industria e università
|
Spesa per ricerca universitaria generata dalla industria (%)
|
2,2
|
7,7
|
11,3
|
3,4
|
7,1
|
6,4
|
|
Output
|
Numero di brevetti utilizzati
(su 10.000) |
79,2
|
220,6
|
60,5
|
25,9
|
40,0
|
85,2
|
|
Numero di pubblicazioni scientifiche
|
74.050
|
242.216
|
66.420
|
48.006
|
68.391
|
99.817
|
|
|
Risultati
|
Valore della tecnologia esportata
(per $US 100milioni) |
102,3
|
380,3
|
28,2
|
23,2
|
62,3
|
119,3
|
|
Quote di mercato della esportazione per prodotti finiti
|
13,2
|
25,5
|
10,0
|
7,1
|
8,7
|
12,9
|
Fonte: Unesco, Toward Knowledge Societies 2005.
Crescita esponenziale delle e-mail
Finiremo sommersi dalla posta elettronica? Il pericolo c'è e riguarda più la comunicazione operativa, legittima delle aziende, all'interno tra gli addetti e nei rapporti con i clienti e i fornitori, che il tanto vituperato spamming.
Negli USA si corre già ai ripari e se "filtri", "remove" e "chiudi" non bastano, si mettono in atto o sistemi drastici, di multe ai dipendenti che inviano messaggi elettronici non strettamente necessari, o si fa leva sulla persuasione con codici di condotta anti e-mail improduttive.
La crescita del fenomeno è impressionante. Nel 2002 circolavano su Internet già 30 miliardi di messaggi, ma erano saliti a 700 miliardi nel 2004, che diventeranno 1.200 quest'anno, per raddoppiare l'anno prossimo.
Gli analisti del fenomeno parlano già di pandemia e i cronisti riportano il caso monstre di Bill Gates, a cui sarebbero indirizzati più di 4 milioni di messaggi al giorno.
I rimedi più diffusi sono i filtri personali, sempre più potenti, che scartano automaticamente la posta, che non proviene da un elenco di emittenti autorizzati o che contiene parole chiave, relative a contenuti indesiderati. I filtri possono essere integrati da evidenziatori colorati, che sottolineano in modo differente gli invii per oggetto e/o emittente, classificandoli in più importanti, meno importanti, irrilevanti, ecc.
Alcune direzioni aziendali, anche dei settori hi-tech, hanno indicato ai propri dipendenti i destinatari, i temi e i tempi per usare l'e-mail o il telefono.
Si sono così ottenuti benefici nella gestione del tempo lavorativo e riduzione dei costi.
Filtri e codici di condotta, naturalmente, valgono per gli emittenti interni. Dall'esterno gli spammer si fanno sempre più aggressivi e usano sistemi per la ricerca di account, che rastrellano la rete per scoprire tutto quello che sembra indirizzo personale,blog, sito o pagina molto visitata. Ogni destinatario corre il pericolo d'essere invaso da posta elettronica spazzatura. La quantità di questa è direttamente proporzionale alla visibilità su Internet.
Europei sempre più su Internet
Gli internauti europei trascorrono settimanalmente 10 ore e 15 minuti online. In due anni il tempo dedicato a Internet è aumentato del 56%. Era di poco più di 5 ore nel 2003 e di 8 ore e 45 minuti nel 2004.
La crescita della permanenza online è superiore a quella degli altri mezzi di comunicazione. Rispetto al 2004 l'esposizione alla radio è incrementata del 14%, la lettura dei quotidiani del 13%, la fruizione della televisione del 6%, le riviste hanno registrato una diminuzione del 7% del tempo loro dedicato. Internet ha occupato gli Europei il +17%.
Lo rileva "Mediascope Europe Study", un'indagine dell'EIAA, European interactive advertising association, realizzata tra settembre e ottobre del 2005 su un campione di 7000 persone, intervistate in Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Paesi Nordici, Regno Unito e Spagna.
La ricerca mostra che sta emergendo un nuovo gruppo di super utenti: quasi un quarto degli intervistati (24%) passa più di 16 ore alla settimana su Internet, il 69% è online 5 giorni o più alla settimana .Addirittura un terzo degli intervistati (31%), fra quelli che utilizzano collegamenti a banda larga, trascorre più di 16 ore alla settimana online.
Permanenza su Internet
|
Paese
|
Ore settimanali
|
% Superutenti
|
| Francia |
13
|
32
|
| Regno Unito |
11
|
25
|
| Spagna |
11
|
24
|
| Paesi Nordici |
10
|
23
|
| Benelux |
10
|
21
|
| Germania |
9
|
25
|
| Italia |
8
|
15
|
Per quanto riguarda gli usi maggiori di Internet, il 29% degli intervistati scarica musica almeno una volta al mese, facilitati anche dalla nascita di nuovi punti vendita online; il 13% degli intervistati invia regolarmente commenti ai blog; il 12% scarica podcast almeno una volta al mese; il 10% utilizza il Voice over IP (VoIP) per effettuare telefonate.
Internet è ormai il mezzo di comunicazione preferito in ogni momento della giornata, con l'esclusione della mattina presto (dalle 6 alle 10).
Tra le 10 del mattino e le 17,30, Internet è seconda solo alla radio. Nel corso della prima serata e della notte, dalle 17,30 alle 21,00 e dalle 21,00 alle 6 del mattino, Internet è al secondo posto dopo la televisione.
Allargamento dei consumi in Italia: la Rinascente
"Ancora negli anni Sessanta l'incidenza dei grandi magazzini sul volume globale delle vendite non arrivava in Italia al 2%, contro il 12% della Francia, il 19% della Germania e il 41% dell'Inghilterra".
All'indomani della grande guerra, quando "Senatore Borletti scommise sulla formula dei grandi magazzini, considerando uguale a 1 il reddito pro capite italiano, quello francese corrispondeva a 1,7, quello inglese a 1,9 e quello americano a 3,6".
"Tutti gli indicatori socio-economici relativi al lungo arco di tempo che va dagli ultimi decenni dell'Ottocento alla fine degli anni Cinquanta del Novecento parlano di una società agricola, caratterizzata da un basso reddito pro capite, da una distribuzione dei consumi incentrata sulla sussistenza, dall'assenza di città paragonabili a Londra, Parigi o New York".
Lo ricorda Elena Papadia, professore di storia contemporanea nell'Università di Perugia, in "La Rinascente", Il Mulino, Bologna, 2005, la storia di un'azienda italiana, nata nel 1865 .
Papadia ricostruisce le tappe fondamentali di questa innovazione imprenditoriale, le ispirazioni francesi e americane da cui i fratelli Bocconi prima e i Borletti poi trassero il modello originale del "grande magazzino" e di quello "popolare", la UPIM, come luoghi di accessibilità ai consumi e di produzione culturale.
"L'analisi del rapporto stretto della Rinascente lungo tutto il corso della sua storia con pubblicitari e vetrinisti, architetti e designer sembra davvero rivelare un massimo grado di consapevolezza riguardo all'elemento spettacolare connesso all'esposizione e alla vendita delle merci".
Un'azienda tramite delle nuove tendenze culturali internazionali, che vendeva "oggetti che non si trovavano neanche nei negozi specializzati" e lasciava ai suoi collaboratori "libertà, disponibilità, capacità di capire che bisognava lavorare tutti assieme, uomini d'esperienza e settori diversi", come testimonia Serge Libiszewski, uno dei tanti creativi che hanno svolto la loro attività in Rinascente.
Nelle pagine di Papadia si ritrovano le innovazioni organizzative, architettoniche, della grafica, della localizzazione, dei layout e dei prodotti del gruppo La Rinascente - UPIM.
Sono ricordati i pregi e i difetti di un management che, tra i primi in Italia, a metà degli anni Cinquanta, istituiva la formazione per tutti, dava vita a un strumentatissimo laboratorio di psicologia per la selezione, decentrava la gestione del personale e contemporaneamente manovrava sul turnover negativo, nel passaggio da apprendista a commessa, per contenere il costo del lavoro.
Una spinta propulsiva terminata alla fine degli anni Sessanta con l'ingresso di IFI e Mediobanca nel gruppo di maggioranza, mentre in Italia incominciava l'ascesa della grande distribuzione alimentare.
Con il ricambio del sindacato di controllo cominciò la normalizzazione della Rinascente. Una normalizzazione, che portò l'azienda a cambiare maggioranza azionaria e governance due, tre volte, fino alla vendita avvenuta l'anno scorso, per ripianare i debiti con le banche dell'IFI - IFIL, l'ultimo proprietario per oltre venti anni, .
Migliorare l' auditing sociale
I codici di responsabilità sociale dell'azienda (CSR) si moltiplicano da dieci anni e costituiscono ormai, con tutto il loro apparato di certificazione, auditing e classificazioni, un nuovo settore di business per aziende di servizi, come Veritas, Ernst & Young, Dow Jones Sustainable Index, di fund raising per alcune organizzazioni non governative, di iniziative per istituzioni, come l'International Labour Organisation.
C'è un'inflazione di strumenti e pratiche di "soft law", in competizione accesa per criteri di riferimento, procedure di attribuzione ed effetti di visibilità.
Per misurare il grado di CSR secondo gli standard di prestazione o per elaborare le graduatorie di socialità si realizzano degli "audit sociali". Servono a individuare i principi ispiratori della condotta aziendale e a valutare se l'impresa sta usando i suoi asset sociali in modo responsabile.
Gli audit sociali sono promossi dalle aziende produttrici (meno) e da quelle compratrici (più).
In tutto il mondo però il management di troppe aziende approvate dall'auditing sociale si è reso responsabile di comportamenti illegali e di danni gravi ai lavoratori, ai clienti, ai fornitori, agli azionisti e agli altri stakeholder.
Per migliorare le condizioni di lavoro nell'industria dell'abbigliamento ed evitare che agli audit sociali possano sfuggire violazioni dei diritti dei lavoratori, la Clean Clothes Communities (CCC) ha realizzato una campagna di comunicazione e ha svolto un'indagine su come sono fatti i controlli nelle aziende: "Looking for a quick fix. How weak social auditing in keeping workers in sweatshops".
CCC è una rete fra aziende, ONG e sindacati, nata nel dicembre 2000 ad Amsterdam, che riunisce organizzazioni belghe, francesi, inglesi, olandesi, spagnole e svedesi.
La ricerca, diffusa a fine novembre, rileva che i metodi di audit sociale spesso si basano su un modello d'analisi carente e largamente screditato presso gli stessi operatori dell'industria. L'impatto sui lavoratori è tuttalpiù superficiale. Mostra una tendenza ad evidenziare le necessità minime di miglioramento per "potere più facilmente comunicare ai consumatori che gli standard sono stati rispettati".
"L'audit sociale sulle fabbriche non è trasparente, nè responsabile, per il modo con cui gli imprenditori si preparano ad affrontarlo, per la percezione che ne hanno i lavoratori e per l'effetto sentito sulle condizioni di lavoro".
Il rapporto di ricerca della CCC analizza il business mondiale della CSR, fa un bilancio dei risultati e dei fallimenti dell'ultimo decennio, rileva le scarse interazioni con gli ispettori del lavoro e la partecipazione marginale dei lavoratori e dei loro rappresentanti al processo di auditing.
I ricercatori suggeriscono di
- far beneficiare effettivamente delle rilevazioni i lavoratori, attraverso la conoscenza dei loro diritti e l'uso dei canali di comunicazione aziendale per presentare le loro istanze;
- migliorare gli strumenti di auditing e integrarli con altri di rilevazione, trasparenza e correzione delle pratiche, motivo di dissenso e conflitto;
- assumere un approccio settoriale globale, partecipando ad attivare un processo di conoscenza dei sistemi di controllo e dei livelli di qualità della vita di lavoro nelle aziende del settore abbigliamento.
In seguito alla discussione a Bruxelles del rapporto di ricerca, i sindacati europei hanno proposto la negoziazione di un accordo quadro mondiale per definire, con i sindacati dei paesi in cui le produzioni avvengono, gli obiettivi sociali e la realizzazione degli audit nelle aziende.
La multinazionale francese della grande distribuzione, Carrefour, si è pronunciata a favore di un'autorità indipendente allargata, che garantisca l'applicazione, sotto la responsabilità delle società transnazionali, delle norme ONU in materia di diritti umani.