Contatore

visitato *loading* volte

30/06/2005

Argomenti di giugno

Competitività: 28 - Spesa per Ricerca & Sviluppo; Economia: 1 - Fazisti soddisfatti; 7 - Eurofobie; 8 - Aumento del PIL per la liberalizzazione dei mercati; 8 - PIL per abitante nell'UE; 13 - Tirata manageriale; 20 - Capitale sociale e sviluppo economico; Fondamenti: 24 - Cultura e differenziazione sociale; Formazione: 27 - Illusionisti della formazione; Gestione e Sviluppo: 1 - Tempi di lavoro nell'UE; 14 - Regole di condotta del blogger IBM; 28 - Studenti europei; 30 - Incrementi retributivi nell'UE; Occupazione: 9 - Economia sociale di mercato; 21 - Conciliazione lavoro-famiglia; 21 - Occupazione senza sviluppo economico; 29 - 36 milioni di disoccupati nella zona OECD; Società: 7 - Fiducia artificiale; 14 - 1.035 miliardi di dollari in spese militari; 16 - Rischio di reputazione aziendale; 17 - Pubblicità turistica; 17 - Addio Samaritaine; 22 - Rating sociale.

Postato da: orsola a 15:02 | link | commenti

Incrementi retributivi nell'UE
(depurati dall'inflazione)


Paesi
% 2004
% 2003
Paesi
% 2004
% 2003
Ungheria
3,6
 2,6
Slovenia
0,8
1,1
Grecia
2,9
 0,8
Polonia
 0,7
1,0
Finlandia
2,1
 1,7
Italia
 0,4
- 0,3
Lettonia
2,0
 7,4
Lussemburgo
 0,3
1,6
Svezia
2,0
 1,2
Portogallo
 0,3
 0,6
Irlanda
1,7
 1,1
Estonia
 0,2
 8,2
Danimarca
1,5
 1,1
Paesi Bassi
 0,1
 1,2
Regno Unito
1,4
 1,9
Germania
- 0,2
 1,4
Cechia
1,3
 3,1
Spagna
- 0,3
 1,0
Belgio
1,2
 0,4
Malta
- 0,3
 0,6
Slovacchia
1,2
-1,8
Austria
- 0,4
 0,9
Francia
-
1,0
Cipro
- 1,8
- 0,7
 
UE
 1,0
 1,8

                    Fonte: EIRO - Eurostat, 2005.

Postato da: orsola a 12:52 | link | commenti (1)
gestione e sviluppo 260

29/06/2005

36 milioni di disoccupati nella zona OECD

1. OECD Employment Outlook 2005
Il rapporto annuale dell'Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo pubblicato ieri, è dedicato alle politiche dell'impiego a fronte della globalizzazione.

Le valutazioni del rapporto sono che "una parte soltanto delle perdite di occupazione registrate nei paesi dell'OECD è direttamente imputabile alla globalizzazione degli scambi e degli investimenti ... Pretendere che la globalizzazione sia la causa principale dei problemi del mercato del lavoro nei paesi dell'OECD è eccessivo".

"Le perdite di occupazione in certi settori allo stesso modo che le nuove possibilità d'impiego in altri settori accompagnano inevitabilmente il processo di globalizzazione". "La sfida è di fare in modo che il processo di aggiustamento che comporta l'adattamento della manodopera disponibile ai nuovi lavori avvenga senza traumi nella misura del possibile".

L'Organizzazione lancia un appello ai suoi paesi membri perchè avviino delle riforme dei mercati del lavoro sul fronte delle remunerazioni, della conservazione di un reddito adeguato in caso di perdita d'impiego, dell'aiuto per il ritorno al lavoro, dell'individualizzazione dei servizi all'impiego, dell'uso del preavviso di licenziamento per il ricollocamento.

E' necessario risolvere il problema dei 36 milioni di disoccupati (6,4% della popolazione attiva) che nel 2006 ci saranno ancora nella zona OECD, sia pure in lieve diminuzione tendenziale nell'ultimo biennio (6,9% nel 2004, 6,7% nel 2005).

Il Rapporto ha note specifiche per il Canada, la Francia, la Germania, il Giappone, l'Italia, il Messico e gli USA.

2. Situazione italiana
Nel 2004, il tasso di disoccupazione in Italia (8,1%) si situava al di sopra della media dei paesi OECD e la percentuale di disoccupati da più di un anno - il 50% circa - era tra le più alte.

Queste cifre nascondono persistenti disparità in termini di performance del mercato del lavoro tra nord e sud del paese. Mentre le province settentrionali di Bolzano e Trento sono vicine al pieno impiego (con il tasso di disoccupazione a circa 2,6%), in Calabria, la regione più toccata dalla disoccupazione, più di un quarto della forza lavoro è disoccupata.

Le disparità regionali hanno continuato ad aumentare durante l'ultimo decennio. Esse sono principalmente dovute alla diversa capacità dei mercati del lavoro regionali di creare nuovi posti di lavoro, che si spiega in parte con la specializzazione settoriale delle varie regioni.

Ci si potrebbe attendere che tali disparità diano origine a significativi flussi migratori da altre regioni in recessione verso regioni a forte crescita, invece la forza lavoro italiana è tra le meno mobili dei paesi OECD. Forse per il sistema di negoziazione salariale, relativamente centralizzato, in cui le retribuzioni sono influenzate dalle condizioni economiche prevalenti nelle regioni e nei settori in posizione più favorevole.

La persistenza di tassi di disoccupazione elevati in varie parti del paese mette in luce l'importanza di politiche che possano aiutare i disoccupati a ritornare all'autosufficienza economica attraverso la ripresa dell'attività lavorativa. Infatti, nella sua forma attuale, il sistema di assistenza sociale in Italia non è strutturato in modo da prestare sufficiente aiuto a coloro che cercano attivamente lavoro.

"Employment Outlook 2005" sottolinea l'importanza di fornire ai disoccupati servizi di consulenza/aiuto nella ricerca del lavoro e programmi di riorientamento, dopo un periodo di disoccupazione di una certa durata. Tali politiche di "attivazione" hanno avuto successo nel ridurre la disoccupazione, in particolare quella di lunga durata, già in Danimarca, Regno Unito, e (fino a qualche tempo fa) Paesi Bassi. Evitano che i sussidi per i disoccupati di lunga durata diventino insostenibili o eccessivamente costosi nel lungo periodo.

Per l'Italia si confermano inoltre l'alto costo del lavoro, la bassa occupazione femminile, il sommerso.

Il CLUP (costo del lavoro per unità di prodotto) salirà quest'anno al 3,6% (dopo un 3% del 2004) contro l'1,6% dell'area OECD e l'1,8% dell'UE 25. Solo nel 2006 l'incremento italiano "scenderà" all'1,5%. 

L'aumento dei salari medi per lavoratore dipendente mostra un'accelerazione nel 2005 al 3,2%, contro il 3,1% del 2004, e rallenterà al 2,5% nel 2006.

Nel 2004 in Italia era occupato il 45,2% delle donne contro una media OECD del 55%.

Il lavoro sommerso sottrae il 20% del gettito potenziale dai contributi sociali. La tassazione dovrebbe essere rivista perchè crea "un incentivo a pagare in nero i lavoratori", combinando una fiscalità bassa sui profitti con elevati contributi.

Per l'OECD "è più importante che mai sorvegliare le dinamiche del mercato del lavoro e fare in modo che le persone abbiano la possibilità di lavorare e siano incentivate a farlo".

Postato da: orsola a 12:14 | link | commenti (1)
occupazione 109

28/06/2005

Studenti europei

Trendence - Institut für Personalmarketing di Berlino da tre anni compie un'indagine sulle aspirazioni e le potenzialità dei laureandi in business o in engineering and physics europei. L'ultima è stata realizzata tra dicembre 2004 e aprile 2005 con un  questionario somministrato a 22.669 studenti di 11 paesi (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia, Svizzera), quasi equamente appartenenti ai due percorsi di istruzione superiore.

"The European Student Barometer 2005" ha rilevato le aspirazioni professionali ed economiche, le valutazioni sullo stato dell'economia, gli atteggiamenti nei confronti delle discriminazioni di reddito e di carriera, le opinioni sul sistema educativo dei paesi d'origine, le preferenze per le aziende e i luoghi di lavoro.

Il Barometro 2005 mostra una riduzione delle attese di remunerazione, dai 31.300 euro dell'edizione 2004 ai 31.200 dell'odierna per i laureandi in business e dai 31.500 ai 30.700 per quelli di engineering and physics. Gli studenti tedeschi, con 34.800 euro sono i più ottimisti, quelli spagnoli, con 21.800 euro sono i più pessimisti, seguiti a ruota dagli italiani con 24.400.

I tedeschi e gli spagnoli temono più di tutti gli altri di non riuscire a trovare facilmente un lavoro all'altezza degli studi fatti. I francesi si mostrano invece particolarmente ottimisti a riguardo.

I francesi, i tedeschi e gli italiani sono i più filoeuropei. Credono che l'Europa aumenti le possibilità occupazionali.

I paesi di maggiore attrazione come sede di lavoro sono gli USA (44,8% degli intervistati) e il Regno Unito (39,9%). Meno piacciono l'America del Sud, l'Irlanda e la Germania.

L'esistenza di discriminazioni lavorative contro le donne sono riconosciute un po' da tutti gli intervistati, indipendentemente dal loro sesso. Sono particolarmente convinti dell'ineguaglianza i francesi. Hanno invece un atteggiamento positivo gli inglesi.

Opinioni negative sul sistema scolastico nazionale sono espresse dagli spagnoli, dagli italiani e dai francesi.

Tra le aziende più interessanti ci sono la BMW, per i laureandi in business e in engineering and physics, l'Oreal, Adidas, Coca-Cola, IKEA, per i primi, Siemens, Porsche, EADS, per i secondi.

Nei due elenchi delle 100 aziende più attraenti per i laureandi in business figurano la Ferrero (42ª), la Banca d'Italia (47ª), la Barilla (59ª), la Banca Intesa (76ª), l'Alitalia (80ª), la Pirelli (89ª), la Telecom Italia (100ª). Per quelli in engineering and physics ci sono la FIAT (44ª), la Telecom Italia (59ª), l'ENI (61ª), la Pirelli (63ª), l'Alitalia (74ª).

Prospettive studentesche.

Postato da: orsola a 17:18 | link | commenti
gestione e sviluppo 260

Spesa per Ricerca & Sviluppo

Paesi
Milioni di $
% finanziamento (*)
Paesi
Milioni di $
% finanziamento (*)
aziende
Stato
aziende
Stato
USA
284.584
63,1
31,2
Danimarca
3.977
61,5
28,0
Giappone
106.854
73,9
18,2
Messico
3.585
29,8
59,1
Cina
72.014
57,6
33,4
Turchia
2.993
41,3
50,6
Germania
54.450
65,4
31,9
Norvegia
2.701
51,6
39,8
Francia
37.967
52,1
38,4
Polonia
2.439
31,0
61,1
Regno Unito
31.163
46,7
26,9
Cechia
2.203
51,4
41,8
Corea
24.869
74,0
23,9
Singapore
2.153
49,9
41,8
Canada
18.596
44,3
34,0
Argentina
1.822
26,3
68,9
Russia
16.838
30,8
59,6
Portogallo
1.781
31,5
61,0
Italia
16.367
43,0
50,8
Ungheria
1.403
30,7
58,0
Taiwan
12.194
63,1
35,2
Irlanda
1.304
67,2
25,2
Svezia
10.233
71,9
21,0
Grecia
1.211
33,1
46,6
Spagna
9.421
48,9
39,1
Nuova Zelanda
976
37,1
46,4
Paesi Bassi
8.693
51,8
36,2
Slovenia
587
60,0
35,6
Australia
7.815
46,3
45,7
Romania
542
41,6
48,4
Belgio
6.889
64,3
21,4
Slovacchia
411
45,1
50,8
Israele
6.770
69,6
24,7
Lussemburgo
364
90,7
7,7
Svizzera
5.556
69,1
23,2
Islanda
254
46,2
34,0
Austria
5.225
42,6
35,0
UE 25
201.740
55,5
34,7
Finlandia
4.779
69,5
26,1
OECD
651.209
62,2
30,0

Fonte: OECD, Main Science and Technology Indicators,  2004.

(*) Possono esserci altre attività di R&S e fonti di finanziamento: Università, Fondazioni, enti privati.

Calcolati in equivalenti di tempo pieno, gli USA hanno 1.261.227 ricercatori, la Cina ne ha 810.525, il Giappone 646.547, la Russia 487.477: quasi tre volte il numero di quelli dell'UE 25.

Qui la Germania, con 265.812, la Francia, con 186.420 e il Regno Unito, con 157,662, hanno più della metà di tutti i ricercatori dei 25 paesi dell'Unione.

Postato da: orsola a 11:34 | link | commenti (1)
competitivita 92

27/06/2005

Illusionisti della formazione

Sempre alla ricerca di nuovi metodi che siano graditi ai partecipanti e differenzino l'offerta, dopo la scuola di sopravvivenza, il teatro shakespeariano e il comico milanese, arrivano dalla Francia le tecniche illusionistiche di formazione.

Due giovani formatori, Sebastien Clergue, già laureato in scienze politiche e con un master in relazioni internazionali, e Matthieu Sinclair, già psicologo sociale, hanno successo in aziende del calibro di Procter & Gamble, Bristol - Myers Squibb, Roche: realizzano seminari per migliorare le capacità d'attenzione e di ascolto, facendo leva sulla prestidigitazione.

"L'abilità di un illusionista, dice uno dei due, può illuminare sui problemi della sicurezza e delle pratiche truffaldine".

"L'illusione è uno strumento, aggiunge l'altro. Si scopre che è come risolvere un problema di matematica, si progredisce uscendo da un insuccesso".

I seminari dei due, titolari della société Pandora, servono a favorire l'innovazione, a evitare gli errori di comportamento, a proteggere le informazioni, a prevenire i furti, a esercitare influenza, a negoziare.

Fondamentale nei loro interventi è il cosidetto "percorso del prestigiatore": cogliere i punti deboli dell'interlocutore per sviarne l'attenzione  a vantaggio dell'obiettivo cercato con la relazione.

I formatori della Pandora dimostrano come è facile valutare l'altro attraverso lo sguardo, il tono di voce, il linguaggio, per capire di cosa egli è più di tutto veramente preoccupato durante un colloquio e che cosa trascura, così da diventare estremamente vulnerabile nell'area (e in tutte le altre) in cui chi conduce il gioco può colpire.

Gioiellieri e casinò cominciano a prenotare la formazione di questo tipo. Molti top manager sono stati catturati dai due soci fondatori, che hanno appena aggiunto al loro repertorio un intervento per le relazioni stampa in situazione di crisi.

La FFAP - Fédération française des artistes prestidigitateurs, che conta 1.500 associati, il 10% dei professionisti dell'illusionismo, si è detta molto interessata. Non aveva finora nessun iscritto che, notoriamente, lavorasse per aziende.

Postato da: orsola a 17:30 | link | commenti (2)
formazione 112


"Qualche altra obiezione?"

The New Yorker Cartoon.

Postato da: orsola a 10:50 | link | commenti

24/06/2005

Cultura e differenziazione sociale

"L' onnivorità culturale non diventerà la quintessenza della distinzione?", se lo chiede Philippe Coulangeon nell'introduzione del suo "Sociologie des pratiques culturelles", appena pubblicato dalle Editions La Découverte, Paris.

Coulangeon è un ricercatore del Centre national de la recherche scientifique, specialista di sociologia della cultura, che studia nelle sue pratiche e nei suoi effetti sulle diseguaglianze sociali, rilevando differenziazione dei gusti, frammentazione delle forme espressive e disegnando mappe degli stili di vita culturali, con un approccio ispirato al metodo di Pierre Bourdieu.

"Sociologie des pratiques culturelles" considera
- la varietà delle situazioni materiali, delle motivazioni e dei gusti che si manifestano e che sono un elemento costitutivo della sua dinamica,
- i meccanismi di formazione dei giudizi e di trasmissione delle abitudini di consumo culturale,
che segnano e sfumano i confini simbolici tra i gruppi sociali, strutturando le identità negli stili di vita, individualizzati e instabili, improntati dal possesso di repertori insieme eclettici e senza accentuazione di preferenze: una cultura di massa.

Ne sono espressioni e cause la massificazione dell'istruzione scolastica, della televisione, della musica, delle pratiche dilettantistiche, dello sport, del gioco e del far niente.

Riflettono la composizione dei loro pubblici, ma non sono diffuse uniformemente nell'insieme dei gruppi sociali.

Fedele alla sua scelta metodologica, Coulangeon sostiene le sue interpretazioni sull'impatto dei nuovi modi di consumo delle immagini per via televisiva , sulla differenziazione dei supporti di lettura, sulla legittimità dei gusti musicali e l'estetizzazione saputa dell'ascolto dei generi popolari o minori, sulla democratizzazione delle arti per "semiloisir" e "autoproduzione" amatoriale, con un ricco apparato di dati statistici sulle costanti e le variazioni delle pratiche culturali nel lungo periodo, sugli accessi inuguali e gli usi differenti che distinguono le giovani generazioni, gli acculturati, le famiglie operaie e dei pensionati. Numerose sono le citazioni di episodi storici e letterari.

La tesi del libro è che si va in direzione di una scomparsa delle gerarchie culturali, in cui tutte le produzioni e le manifestazioni sono legittime, di pari valore e della stessa probabilità di diffusione, in cui anche il "loisir d'eccezione" è solo una manifestazione minoritaria. La distinzione è affidata al modo più o meno consapevole di consumo e al rapporto tra questo e gli altri, che danno identità culturale specifica.

Un'eccellente, mai banale introduzione all'analisi delle dinamiche culturali, un'opera preziosa non solo per chi si occupa di gestione delle risorse umane in azienda.

Postato da: orsola a 11:40 | link | commenti (1)
fondamenti 91

22/06/2005

Rating sociale

L'impresa sostenibile realizza un modello di business che aumenta a lungo il valore per gli azionisti cogliendo le opportunità e gestendo i rischi connessi alle dinamiche economiche, ambientali e sociali. Immette sul mercato prodotti e servizi di successo che riducono ed eliminano i costi e i rischi della sostenibilità.

Questa si manifesta con elevati livelli di competenza manageriale nelle aree della strategia, della finanza, dei clienti e prodotti, della governance, della gestione delle risorse umane.

Nella strategia, l'impresa sostenibile deve mantenere e migliorare la sua competitività e la reputazione della marca, nella finanza, la trasparenza sulle fonti, la redditività e la crescita, nelle relazioni di mercato, l'efficienza di tutte le risorse finanziarie, naturali e sociali attraverso l'innovazione di prodotto, nella governance, il rispetto delle norme e dei codici di comportamento, nella gestione delle risorse umane, la capacità e la soddisfazione delle persone.

L'impresa sostenibile attira gli investimenti di quelli che credono in questo orientamento, catalizzatore di un management illuminato e allineato, fattore cruciale di successo.

La valutazione della sustainability, proprio per quest'ultimo motivo, è fatta da numerose agenzie di rating sociale, nate alla fine dell' '800 negli Stati Uniti per compiere la valutazione delle aziende non solo con criteri strettamente economici, ma in base anche a quelli etici e religiosi.

La potente comunità quacchera americana è stata la prima a compiere tali analisi. Poi le agenzie di rating sociale hanno visto la luce nei paesi del Nord Europa, pionieri nel rispetto ambientale.

Attualmente negli USA e in Canada ci sono una quarantina di agenzie. Una decina di esse hanno aperto filiali  e rappresentanze anche in Europa, dove contribuiscono alle 25, attive, oltrechè nei paesi nordici, prevalentemente in Germania, Austria, Svizzera, Regno Unito e Francia.

Le maggiori pubblicano annualmente un rapporto, che analizza e classifica le aziende, per le cinque aree funzionali indicate, secondo metodologie standard di valutazione.

I dati necessari sono tratti da documenti aziendali e ottenuti tramite minuziosissimi questionari. Sono elaborate valutazioni per le cinque aree secondo criteri differenti, che possono andare, per la salvaguardia ambientale, dalla conservazione dello status quo all'assunzione di iniziative per il miglioramento, per la gestione delle risorse umane, dall'appropriata utilizzazione delle competenze personali alle attività di formazione, sviluppo e qualità della vita di lavoro, per le attività economico - finanziarie, dal rispetto delle norme e regolamenti, alla trasparenza e partecipazione, alla finanza etica.

In base ai dati raccolti sono assegnati punteggi numerici e classificazioni alfabetiche alle singole aree funzionali e all'azienda nel suo complesso, che quasi sempre servono per costruire una graduatoria delle aziende per sustainability.

La graduatoria è pubblicata e molto spesso completa quella economica. La Svizzera SAM - Sustainable asset management costruisce il Dow Jones Sustainability Index, che si rifà fin dal nome al più noto indice di Borsa.

Leader mondiali per settori

Azienda
Settore
Paese
Toyota Motor
Automobile
Giappone
Westpac Banking Corp.
Banche
Australia
Alcan.Inc.
Semilavorati
Canada
DSM NV
Chimico
Paesi Bassi
AMEC pic
Costruzioni
Regno Unito
Koninklijke (Royal) Philips Electronics
Beni strumentali
Paesi Bassi
Statoil
Energia
Norvegia
British Land Plc
Servizi finanziari
Regno Unito
Unilever
Alimentari
UK/NL
Novozymes A/S
Cura
Danimarca
3M Company
Prodotti industriali
USA
Swiss Reinsurance
Assicurazioni
Svizzera
Pearson PLC
Media
Regno Unito
Procter & Gamble Co.
Beni di consumo
USA
Marks & Spencer PLC
Distribuzione
Regno Unito
Intel Corp.
Hi Tech
USA
BT Group Plc
Telecomuinicazioni
Regno Unito
Severn Trent Plc
Utilities
Regno Unito

                       Fonte: DJSI World - 2004.

Molte aziende industriali, del credito, delle assicurazioni e della distribuzione se ne fregiano nelle loro informazioni tradizionali e online.

Per esempio Allianz, il primo gruppo assicurativo europeo, annuncia sul suo sito di avere tre aziende tra le 318 di 24 paesi, classificate nella Dow Jones Sustainability World Index Lists, in base a 50 criteri, che le hanno fatte selezionare dalle 2.500 del Dow Jones Global Index, ma scrive pure di essere inserita nelle classifiche di FTSE4GOOD e di Advanced Sustainable Performance Index, due altre agenzie di rating sociale, complementari alle valutazioni economiche e in altri enti di certificazione.

Lo stesso succede in Europa per le aziende di grande distribuzione Carrefour, J.Sainsbury e Mark & Spencer, per Unicredito, ING, ABN - Amro, BBVA e Citygroup, per le italiane MPS, ENEL, Telecom e STMicroelectronics, tutte pluridecorate per socialità.

C'è una sustainability certificata e una effettiva. La prima non può spettare ad altre aziende che le grandi e le quotate. Se c'è, difficilmente, aiuta lo sviluppo del business. Se non c'è può ombrarlo.

Non fare parte del club delle 318 è una pecca. Peggio è essere declassato o eliminato dalla successiva classifica.

I modi di valutazione sono spesso criticati, per le fonti, il sistema di raccolta ed elaborazione dei dati, le difficolta di comparare i risultati di agenzie differenti, i rapporti tra queste e le imprese.

Ma nessuna delle aziende contattate si sottrae al rituale della classificazione. Chi non c'è, non dice certamente il vero, quando sostiene di non avervi voluto partecipare. 

Postato da: orsola a 15:50 | link | commenti (2)
societa 295

21/06/2005

Occupazione senza sviluppo economico

In Italia cresce l'occupazione nonostante la recessione e il costo del lavoro. I dati consuntivi dell'Istat relativi al primo trimestre di quest'anno possono dare a uno sguardo d'insieme l'illusione di un modello originale della nostra economia, opposto a quelli di maggiore successo nel mondo: al "jobless recovery" degli USA, al "modello sociale" di Blair, alla "flexsicurezza" danese, al "miracolo economico asiatico".

La nostra competitività non regge sui mercati. L'industria è ferma per produzione e occupazione. Dal bollettino trimestrale dell'Istat si ricavano immediatamente le ragioni del miracolo dell'occupazione.

La "vivace dinamica delle costruzioni" ha prodotto un +8,9% di occupati, i servizi un +1,3%. Nell'edilizia e nei servizi alla persona c'è la maggior presenza della manodopera immigrata e, con l'apertura delle quote previste dalla Bossi-Fini, a mano a mano regolarizzata. C'è da aggiungere che "il motivo principale del calo della disoccupazione è lo scoraggiamento dal cercare".

Il bollettino trimestrale dell'Eurostat scrive infatti che il 49,6% dei nostri disoccupati è tale da oltre un anno, una percentuale del 5,4% superiore alla media dell'UE.

Il presidente del Consiglio spiega che la nostra economia è fatta per il 40% da sommerso.

Il paese resta  ingessato nel divario tra il Centro Nord e il Sud e nelle attività che contribuiscono alla speculazione e alla rendita immobiliare e finanziaria. I limiti di precarietà occupazionale e di localismo imprenditoriale, dovuti alla forte presenza del settore delle costruzioni sono eclatanti. Sono aggravati dalla pochissima innovazione, che colloca l'Italia agli ultimi posti in Europa per R&D (un decimo della Francia e del Regno Unito) e per attività aziendali innovatrici (36% contro il 61% della Germania, l'8% sotto la media dell'UE).

Il declino non può che continuare con  un governo che sprizza ottimismo irragionevole e non sostiene le attività qualificanti il nostro sistema delle imprese.

L'emersione del lavoro in nero è importante, ma non basta, soprattutto finchè avviene nelle dimensioni registrate dalle statistiche e nella crisi della sicurezza.

Postato da: orsola a 15:25 | link | commenti (2)
occupazione 109

Conciliazione lavoro - famiglia

Tasso di occupazione % nell'UE delle persone che hanno figli minori di 12 anni (dati 2003).

Stati
Donne
Uomini
Stati
Donne
Uomini
Slovenia
85
90
Regno Unito
58
85
Finlandia
80
88
Germania
55
85
Danimarca
79
88
Lussemburgo
50
85
Lituania
78
85
Polonia
45
80
Portogallo
75
90
Slovacchia
44
80
Austria
70
90
Cechia
43
83
Cipro
69
90
Grecia
42
84
Paesi Bassi
69
89
Spagna
42
83
Belgio
68
88
Ungheria
41
78
Francia
67
87
Italia
41
83
Lettonia
65
86
Malta
25
90
Estonia
60
86
UE
53
83

                     Fonte: Eurostat 2005.

Il tasso di occupazione nell'UE delle donne tra i 20 e i 49 anni che hanno figli minori di 12 anni è del 60% contro il 75% di quelle senza figli.

Nell'occupazione a part time le prime sono il 23%, le seconde il 15%.

Il tasso di occupazione degli uomini con figli minori di 12 anni è dell'86% contro il 91% di quelli senza figli. Abbiano o no figli i part timers uomini sono il 3%.

Postato da: orsola a 10:43 | link | commenti (3)
occupazione 109

20/06/2005

Capitale sociale e sviluppo economico

Il capitale sociale, il valore delle relazioni, l'impatto della cooperazione e della fiducia, sui risultati economici e gli altri obiettivi di integrazione collettiva, sta riavendo attenzione ormai da un decennio nelle scienze sociali e nelle istituzioni internazionali e si aggiunge all'elenco dei fattori più importanti dello sviluppo, come il capitale fisico, pubblico, umano e tecnologico.

Finora gli studi effettuati per misurare l'apporto del capitale sociale allo sviluppo economico sono stati pochi e non hanno dato risposte soddisfacenti alle domande fondamentali sul suo impatto diretto e sulla sua possibilità di essere attivato con politiche pubbliche.

"La medicion del capital social: una aproximacion economica" è uno studio congiunto della Fondazione BBVA e dell'IVIE dell'Universidad de Valencia. La pubblicazione è la prima di una collana di ricerche con approccio interdisciplinare, che la Fondazione dedica al capitale sociale.

Il rapporto "La valutazione del capitale sociale" analizza i problemi di misurazione e sviluppa una metodologia di analisi economica per risolverli, ripercorrendo le principali controversie sull'essenza e l'origine del concetto di capitale sociale, da Lyda Hanifan (1916) a Joseph Stiglitz (1999).

Approda alla tesi del "Capitale sociale come attivo che produce utilità", facendo leva sugli studi di Kenneth Coleman (1988) e della University of Michigan (2001). Ne risultano gli elementi chiave per la misurazione.

Secondo il rapporto, il capitale sociale
- si genera attraverso la cooperazione;
- è produttivo e come ogni altro capitale si accumula, si conserva, si deprezza;
- influenza l'ampiezza della rete sociale, il suo grado di connessione e le relazioni di fiducia.

Per la cooperazione sono necessarie relazioni sociali durature, che raggiungono un livello elevato di interazioni ripetute, che hanno valore economico.

La produttività si manifesta con risultati positivi in situazioni di incertezza e interdipendenza strategica. Richiede impegno e investimento. Riduce i costi di coordinamento, transazione e supervisione.

L'ampiezza e la connessione della rete sociale richiedono norme condivise fra gli attori, loro controllo reciproco e sanzione dei comportamenti trasgressivi delle regole.

Il capitale sociale è rilevante nelle relazioni di lavoro, commerciali e finanziarie perchè le possibilità di raggiungere migliori risultati aumentano in presenza di fiducia e cooperazione.

Lo studio BBVA - IVIE identifica le correlazioni tra capitale sociale e progresso economico e gli incentivi e i disincentivi alla fiducia nella partecipazione di tutti i componenti la collettività al sistema economico e alla condivisione dei valori.

Le economie sviluppate, quando promuovono la coesione sociale mediante politiche che favoriscono la partecipazione al perseguimento degli obiettivi di sviluppo economico, rafforzano la propensione a investire in capitale sociale.

Fattori principali del suo incremento sono il miglioramento del benessere per crescita del reddito e riduzione della disuguaglianza, lo sviluppo dell'occupazione, l'aumento del livello d'istruzione il miglioramento della speranza di vita e l'ampiezza dell'accesso al credito.

Il rapporto, derivato da un'analisi di indicatori dell'OECD, applica la metodologia di misura elaborata alle economie di 23 paesi associati all'Organizzazione, scelti sulla base delle informazioni disponibili.

Ricostruisce le serie temporali degli oltre trent'anni economici 1970 - 2001 e le correla con il contemporaneo andamento del capitale sociale in quei paesi. Constata che nel periodo indicato è avvenuto un aumento del capitale sociale tra oscillazioni in su e in giù. In molti paesi rileva un affievolimento della fiducia durante gli anni '70 e all'inizio degli '80 e un suo progresso negli ultimi sei anni.

I paesi a maggiore incremento della fiducia negli anni 1995 - 2001 sono la Spagna, con una crescita di oltre sei volte, l'Irlanda, oltre cinque volte e i Paesi Bassi, oltre quattro volte.

In Norvegia e in Giappone l'andamento è negativo.

L'Italia è tra i paesi a minore crescita di fiducia.

                                     Andamenti USA

__ Capitale sociale               __  Affievolimento della fiducia(% popolazione)

Postato da: orsola a 15:27 | link | commenti (1)
economia 138

17/06/2005

Addio Samaritaine

Dopo 100 anni è stato chiuso mercoledì sera Samaritaine, il grande magazzino di Pont-Neuf, nel 1° arrondissement a Parigi, composto da 4 edifici a 9 piani, con 70 mila metri quadri di vendita e 1450 addetti.

Era stato fondato da Ernest Cognacq, imprenditore venuto su dal nulla, che l'aveva gestito con una forte impronta personale e uno stile paternalista, preoccupato di mantenere il controllo del suo personale "dalla culla alla bara".

Aveva ricoperto i suoi dipendenti di provvidenze sociali, dalla maternità alla casa di riposo, all'orfanatrofio, con quello che c'è in mezzo, la casa, la mensa, l'assistenza medica, per fidelizzare le persone e farle crescere professionalmente, e poi il museo e la fondazione filantropica per le famiglie numerose in condizioni di bisogno.

Il primo edificio era stato costruito da un teorico dell'art nouveau, rimaneggiato in art déco e riprofilato nel 1926 con una monumentale facciata modernista a spicchi geometrici, con grandi vetrate ornate di strutture metalliche.

Nel 1930 era stato aggiunto un secondo magazzino affianco e poi altri due in sette anni. Samaritaine negli anni '30 aveva avuto il suo massimo splendore. Era stato il simbolo della moda francese, uno dei maggiori centri europei di diffusione dell'eleganza nell'abbigliamento (fino alle pellicce  e ai gioielli) e nell'arredo casa (fino agli elettrodomestici e al giardinaggio). Nel 1925 già realizzava vendite per oltre 1 miliardo e mezzo di franchi, quasi due miliardi di euro di oggi.

Emile Zola vi si era ispirato per scrivere "Au bonheur des dames".

Con la fine dello stile elegante e il trasferimento delle Halles cominciò il declino. Il grande magazzino non seppe reggere alla nuova concorrenza dei negozi specializzati della zona nella moda disinvolta e alla fine degli anni '70 diventò un'icona della capitale francese. Finì con il cedere i suoi spazi e cambiò composizione azionaria.

Finchè nel 2001 fu acquistato dal polo del lusso LVMH, che ridusse i reparti e lo popolarizzò, con poco aumento della redditività.

Ora Samaritaine è chiuso: ufficialmente, per importanti lavori di messa in sicurezza degli impianti, che dovrebbero durare quattro anni.

Un consiglio d'amministrazione straordinario di LVMH si terrà agli inizi di luglio.

I dipendenti riceveranno l'ultimo stipendio a fine giugno, poi saranno in mobilità.

Gira voce che gli edifici della gloriosa Samaritaine diventeranno un albergo di lusso.

Postato da: orsola a 10:41 | link | commenti (1)
societa 295

Pubblicità turistica

Durante la campagna referendaria francese per la Costituzione europea i sostenitori del no hanno fatto ricorso alla paura del dumping sociale e hanno usato l'esempio dell'idraulico polacco, che avrebbe potuto offrire i suoi interventi a prezzi molto più bassi di quelli degli artigiani francesi.

L'Ufficio del Turismo della Polonia ha fatto affiggere in tutta la Francia questi manifesti, che raffigurano proprio un idraulico. L'head line dice "Rimango in Polonia. Venite numerosi".

Postato da: orsola a 09:59 | link | commenti
societa 295

16/06/2005

Rischio di reputazione aziendale

Le iniziative sociali delle aziende di grande distribuzione e organizzata si moltiplicano da sette-otto anni. Più gli assortimenti e l'esposizione diventano uguali, più la caccia al cliente tenta i percorsi del coinvolgimento nell'umanitarismo da cause related marketing.

Si è partiti dal commercio equo e solidale. Quando questo si è generalizzato a tutte le insegne europee, sono state escogitate nuove differenziazioni. Leclerc, patron della catena omonima, si è messo a teorizzare l' "impresa con l'anima", Carrefour ha realizzato una partnership con la Federazione internazionale per i diritti dell'uomo, Casino un accordo con Amnesty International. Le certificazioni GRI - Global reporting initiative, CSR - Responsabilità sociale d'impresa, ISO26000, AA1000S, SA8000, fino al Global Compact dell'ONU e dell'ILO, sono ormai nelle panoplie di Corte Ingles, Tesco, Ahold, eccetera,

Talchè Frederic Tiberghien, presidente dell'Osservatorio sulla CSR, parla di questa come strumento di gestione del "rischio di reputazione" e "sfida strategica" nei rapporti con i consumatori e i media e Luciano Gallino (cfr. "Governo responsabile dell'impresa", iriospark, 24 maggio scorso) la definisce un' "espressione retorica largamente utilizzata dalle direzioni Comunicazione & Immagine".

L'uso efficace delle espressioni e delle certificazioni esemplificate richiede però perizia comunicativa e la consapevolezza che queste  e altre referenze proclamate al mercato possono essere inutili per il consumatore, se non incidono sulla qualità del rapporto di servizio, e suscitare la diffidenza degli stakeholder, come dicono i risultati di moltissime ricerche.

Le Coop sono un fiorente aggregato, il maggiore, della grande distribuzione italiana, legittimato dall'elevata adesione di soci, che in certe zone dell'Emilia-Romagna e della Toscana sfiora la totalità degli adulti residenti. Hanno anch'esse una buona collezione di diplomi di qualità e sono perseguitate da un'immagine di "rosse", che suscitano attese di solidarietà e socialità.

Non è chiaro che cosa abbia spinto il loro responsabile del marketing a voler convincere l'opinione pubblica che le Coop fossero "environmentally correct", con una campagna pubblicitaria sull'adozione di sacchetti per la spesa di plastica degradabile in tre anni.

Come molte aziende della grande distribuzione, anche le Coop hanno localizzazioni discusse e vendono giornalmente centinaia di migliaia di prodotti in lattine, bottiglie, cartoni e plastiche. In tempi di crisi dei bilanci domestici l'adozione lodevole dei nuovi sacchetti non era certamente la comunicazione di massa più importante in una strategia di mantenimento della reputazione aziendale.

Per di più l'nconsapevole decisore della campagna pubblicitaria, convinto dei suoi argomenti, ha organizzato una conferenza stampa a cui hanno partecipato anche associazioni ambientalistiche.

I giornali raccontano che Greenpeace ha criticato la scelta Coop perchè non è quella del sacchetto biodegradabile in compostaggio, definito dagli standard italiani ed europei, e contiene additivi, che verranno rilasciati nell'ambiente una volta che lo shopper sia smaltito in discarica o bruciato.

La Coop ha contrattaccato pubblicamente, con pagine intere di quotidiani.

Da trionfalista, la campagna di comunicazione si è degradata in giustificazionista. Ha dovuto fare appello ad altre certificazioni di autorità indipendenti e la contrapposizione tra azienda e ambientalisti è diventata notizia giornalistica, che, come dicono sempre le ricerche, ha maggiori probabilità di qualsiaisi pubblicità d'essere colta e memorizzata, con aumento del rischio di reputazione.

Postato da: orsola a 12:55 | link | commenti (8)
societa 295

14/06/2005

Regole di condotta del blogger IBM

Da Benjamin Pimentel, Writing the codes on blogs Companies figure out what's OK, what's not in online realm, San Francisco Chronicle, 13 giugno 2005

Postato da: orsola a 19:41 | link | commenti (1)
gestione e sviluppo 260

1.035 miliardi di dollari in spese militari

SIPRI- Stockholm international peace research institute ha pubblicato il rapporto 2005 su "Armamenti,disarmo e sicurezza internazionale", un volume di 840 pagine, dedicato al "governo della sicurezza globale in un mondo di cambiamenti e sfide".

Il rapporto è la più completa raccolta di dati e fatti del 2004 su questo tema, aggregati e interpretati in tre settori: sicurezza e conflitti, spese militari e armamenti, non proliferazione, controllo delle armi e disarmo. Ha due allegati: il testo degli accordi sul controllo delle armi e sul disarmo (nucleare, batteriologico, chimico, dei missili balistici e delle armi convenzionali), visti alla luce del diritto internazionale e dei principi di interdizione, la cronologia dei principali avvenimenti politici e militari.

Alle ricostruzioni e alle valutazioni si aggiungono le proposte esplicite, come quella di colmare il deficit di responsabilità dei parlamenti, di governare l'uso della forza sotto il controllo internazionale e di realizzare controlli sui trasferimenti internazionali di armi, o implicite, come il confronto tra finanziamento della sicurezza e spese militari.

Il rapporto informa che nel 2004 la spesa militare del mondo è aumentata dell'8% e ha raggiunto i 1.035 miliardi di dollari, il 2,6% del PIL di tutto il pianeta, 162 dollari pro capite.

L'incremento indicato viene dopo l'11% del 2003.

Nel decennio 1995-2004 l'aumento delle spese militari e armamenti è stato del 2,4% annuo. Dopo la fine della guerra fredda c'è stata una riduzione, culminata nel 1998. Da allora l'ascesa è ricominciata e nel triennio 2002-2004 ha toccato il 6% medio annuo.

Il contributo maggiore alla spesa militare globale è rappresentato dal 47%, 487 miliardi di dollari, degli USA principalmente per le guerre in Afghanistan e Irak.

La somma stanziata dagli americani per il triennio 2003-2005 supera quella di Africa, America Latina, Asia (escluso il Giappone, ma inclusa la Cina) insieme.

La vendita di armi delle prime 100 aziende produttrici al mondo è cresciuta nel 2003 del 25%, in dollari correnti, rispetto all'anno precedente ed è stata uguale al PIL dei 61 paesi più poveri del mondo. Tra le prime 15, dieci sono americane, due inglesi, una francese, una franco-tedesca e una italiana.

Il volume dei trasferimenti internazionali delle armi convenzionali nel periodo 2000-2004 è stato di 84 miliardi e mezzo di dollari, a prezzi costanti 1990. I primi cinque acquirenti sono stati la Cina, quasi completamente dalla Russia, l'India, anch'essa maggior cliente della Russia, la Grecia, il Regno Unito e la Turchia. L'Italia è al 16° posto della classifica. E' salita dal 20° posto della classifica 1999-2003, per l'aumento della partecipazione di Finmeccanica nell'Agusta Westland, avvenuta nel 2004.

Postato da: orsola a 15:12 | link | commenti (1)
societa 295

13/06/2005

Tirata manageriale

La pubblicistica sugli effetti della globalizzazione nei paesi a economia sviluppata solitamente rileva le conseguenze sui consumi e sul mercato del lavoro, sulla competitività e sull'occupazione. Clyde Prestowitz in "Three billion new capitalists: the great shift of wealth and power to the East", Basic Books, New York, 2005, della globalizzazione considera invece il rapido spostamento di ricchezza e di potere verso l'Asia, la fine del predominio occidentale e l'ascesa della parità d'influenza nel mondo.

Prestowitz è il fondatore e il presidente dell'Economic Strategy Institute di Washington, un think-tank specializzato nella gestione dei cambiamenti del commercio mondiale e nell'analisi della globalizzazione. E' stato consigliere del ministro del Commercio durante l'Amministrazione Reagan, incaricato d'affari in Giappone, Cina, America Latina ed Europa, top manager di grandi corporation. E' un esperto di politica economica internazionale.

Nel suo libro, il sesto dedicato al "miracolo asiatico" e ai "powereconomics", spiega perchè la globalizzazione ha portato gli Stati Uniti al declino economico. A suo parere, le cause principali sono state tre: la costituzione di enormi riserve di dollari in Giappone e Cina, l'ingresso di miliardi di indiani e cinesi nella forza lavoro mondiale, la delocalizzazione di nuove tecnologie dall'America all'Oriente. Si sono combinate nell'esternalizzazione, una strategia avviata nel 1990 da Clinton convinto che il benessere avrebbe fatto crescere la democrazia dei paesi sottosviluppati.

Inoltre "negli ultimi due decenni ... Cina, India e l'ex Unione Sovietica hanno deciso di smantellare i loro rispettivi paradisi socialisti dei lavoratori e hanno indirizzato 3 miliardi di cittadini lungo le vie già disprezzate del capitalismo".

Nella globalizzazione le aziende e i lavoratori americani non sono in grado di competere. Sono svantaggiati rispetto a quelli dell'Asia per costo del lavoro, potenziale di sviluppo economico, disponibilità ad accettare le innovazioni tecnologiche. I  medici e gli ingegneri di quei paesi sono professionalizzati, strumentati, costano meno e sono più di quelli degli Stati Uniti e del Canada.

Per fortuna la tecnologia americana prodotta dalle università resta sempre la migliore, gli studenti delle high school sono sempre i primi e gli USA hanno cultura imprenditoriale radicata in tre secoli di leadership economica.

Se il governo attuale saprà realizzare al più presto un'efficace politica industriale puntando sui giacimenti di conoscenza disponibili e rimettendo il dollaro al centro del sistema monetario mondiale, l'America potrà tornare ad essere il n°1.

321 pagine (e 27 dollari) di tirata, imprevedibile per un tale personaggio. Da rassicurare ogni organization man di cortile.

Postato da: orsola a 13:22 | link | commenti
economia 138

09/06/2005


"Vincere è cruciale per il mio piano pensione"

By Al Ross, New Yorker Cartoon.


Postato da: orsola a 12:31 | link | commenti (1)

Economia sociale di mercato

Il tasso di occupazione nell'UE è stato nel 2003, secondo gli ultimi dati disponibili di Eurostat, del 62,9%. Solo Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia hanno raggiunto - e superato - l'obiettivo del Consiglio europeo di Lisbona, che fissava un 70% per il 2010.

L'occupazione dei 55-64enni è stata appena del 40,4%, quella dei 15-24enni del 40,2%.

Pochi paesi hanno in atto misure integrate di aumento dell'impiegabilità, di attivazione per la ricerca di un impiego, di garanzia di un reddito minimo nei periodi di disoccupazione, di assistenza sanitaria: quelli della Danimarca, della Svezia, della Finlandia, dell'Irlanda e dei Paesi Bassi.

Gli altri, la maggioranza, puntano tutt'al più a facilitare l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.

La pubblicistica parla da qualche tempo di "erosione del modello sociale europeo", rifacendosi a uno degli elementi chiave del dibattito in fase di stesura della  Costituzione.

Sorprende martedì 7 il primo ministro britannico Tony Blair. A tre settimane dalla presidenza semestrale dell'UE, rilascia un'intervista al "Financial Times" e dichiara che "l'Europa non deve rinunciare al suo modello sociale, anche se deve adattarlo al mondo attuale".

Di che modello si tratti non è chiaro, giacchè i redattori della Costituzione europea avevano affermato che le politiche sociali dovevano essere di competenza sostanzialmente dei singoli Stati e in Europa ci sono sei - sette esperienze rilevanti, differenti, che si tenta di distinguere in due tipi: il renano e l'anglosassone.

Questo mira principalmente a un aumento dell'occupazione, mentre l'altro fa leva su un welfare generoso, che non abbandona mai i lavoratori soli.

Al modello anglosassone, derivato dalla "terza via" in politica e in economia teorizzata da Anthony Giddens, sembra richiamarsi, naturalmente, Blair.

Si tratterebbe di un' "economia sociale di mercato", attenta alla competitività delle aziende e alla protezione dei lavoratori.

Per esemplificare, in concreto, Blair contesta l'abolizione della clausola "opt out" approvata dal Parlamento europeo, che consente le 48 ore settimanali di lavoro effettivo, è contrario alla diffusione dei contratti a tempo determinato, ampiamente utilizzati dalla Spagna  e dalla Francia e non sembra puntare sulla flexsecurità, praticata in Danimarca. Apprezza la riqualificazione e il ritorno al lavoro delle persone, nella prosecuzione della politica che ha ridotto quest'anno il tasso di disoccupazione del suo paese al 4,7%.

Il metodo dell' "economia sociale di mercato" alla Blair fa leva sui servizi all'impiego ed è sorretto dalla formazione e dalla manutenzione del capitale umano, da un lato, e dalla facilitazione della competitività per il sistema britannico delle imprese, dall'altro.

La convinzione del premier inglese è che riportando la gente al lavoro si ha crescita economica e si produce ricchezza da redistribuire e che aumentando il tasso di occupazione si possa rimediare all'insicurezza economica e sociale, percepita dai cittadini del Regno Unito come conseguenza dell'europeizzazione spinta e della globalizzazione selvaggia.

Formazione nell'UE 15
(Percentuale dei 25-64enni "formati"nel 2001)

Regno Unito
22
Spagna
5
Finlandia
19
Irlanda
5
Danimarca
18
Italia
5
Svezia
17
Lussemburgo
5
Paesi Bassi
16
Francia
3
Austria
8
Portogallo
3
Belgio
7
Grecia
1
Germania
5
UE 15
8
                         Fonte: Eurostat 2004

Postato da: orsola a 10:45 | link | commenti (2)
occupazione 109

08/06/2005

PIL per abitante nell'UE

(Dati 2004 in standard di potere d'acquisto; OECD=100)

Lussemburgo
223
Grecia
82
Irlanda
139
Cipro
82
Danimarca
122
Slovenia
78
Austria
122
Portogallo
73
Paesi Bassi
120
Malta
72
Regno Unito
119
Cechia
72
Belgio
119
Ungheria
61
Svezia
116
Slovacchia
52
Finlandia
115
Estonia
50
Francia
111
Lituania
48
Germania
109
Polonia
47
Italia
105
Lettonia
43
Spagna
98
UE
100

                  Fonte: Eurostat 2005

Fuori dall'Unione la Norvegia con un PIL per abitante in SPA equiparato di 153 e la Svizzera con uno di 130 sono ai primi posti, la Turchia all'ultimo con soli 29.

Postato da: orsola a 12:06 | link | commenti
economia 138

Aumento del PIL per liberalizzazione dei mercati

L'OECD ha diffuso ieri i risultati dello studio "The Benefits of liberalising product markets and reducing barriers to international trade and investment", che ha calcolato gli aumenti del PIL nell'UE e negli USA, raggiungibili attraverso la riduzione delle barriere alla concorrenza, agli investimenti diretti esteri e agli scambi.

Un incremento intorno al 25% delle esportazioni dei paesi OECD potrebbe aumentare il loro PIL pro capite dall'1,25% al 3%. E' un incremento duraturo, che può essere ottenuto in uno - due anni, lasciando crescere il potenziale di sviluppo di quei paesi. Una semplice riduzione delle barriere al commercio con l'UE e gli USA dei popoli fuori dall'Unione e dagli Stati Uniti può produrre un incremento tra 0,5% e 1%.

Nell'UE l'aumento del PIL potrebbe raggiungere il 2 - 3,5%.

Negli USA la crescita potrebbe oscillare tra l'1 e il 3%.

Tenuto conto degli effetti cumulati sui redditi da lavoro, il beneficio per gli abitanti dei paesi OECD equivarrebbe a un anno di paga in più su 40 di vita attiva.

I risultati possono essere ottenuti a condizione di allentare alcuni vincoli tariffari alla circolazione dei prodotti e normativi agli investimenti, che proseguano le liberalizzazioni avviate dagli USA e da alcuni Stati membri dell'UE nel periodo 1998-2003. E' necessario rivedere i provvedimenti anticoncorrenza e protezionistici nel settore del trasporto aereo, ferroviario e su strada, dell'elettricità e del gas, delle telecomunicazioni, dei prodotti agricoli, nel mercato del lavoro e in quello finanziario rispettando gli obiettivi sociali, gli standard di sicurezza e ambientali.

Lo studio ha valutato la regolamentazione del mercato dei prodotti, l'orientamento interno delle politiche, il controllo statale e le barriere all'imprenditorialità nei paesi dell'Organizzazione.

Ne sono derivate classifiche indicative delle situazioni in cui è più o meno urgente attenuare le barriere.

Nella regolamentazione dei mercati interni dei prodotti gli Stati più aperti sono l'Australia, il Regno Unito, l'Islanda, gli USA e l'Irlanda. I  meno aperti sono la Polonia, la Turchia, il Messico, l'Ungheria e l'Italia, in cui i vincoli pesano mediamente circa quattro volte che negli Stati più aperti.

Le politiche di scambio sono poco orientate all'interno in Australia, USA, Canada, Regno Unito e Nuova Zelanda. Sono molto restrittive in Polonia, Turchia, Ungheria, Italia e Cechia, con protezioni quasi cinque volte maggiori di quelle degli Stati meno restrittivi.

Il controllo statale sulle imprese è molto debole in Austrialia, Islanda, Danimarca, Slovacchia e Nuova Zelanda, molto forte in Polonia, Ungheria, Italia, Turchia e Grecia, con una presenza media in questi paesi sei volte superiore a quella dei paesi a minore controllo.

Hanno poche barrierre all'attività imprenditoriale il Regno Unito, il Canada, l'Irlanda, la Norvegia e la Svezia. Molte barriere hanno invece la Turchia, la Polonia, il Messico, la Cechia e la Svizzera. L'Italia ha barriere nella media dell'UE, ma sotto quella dell'OECD.

Postato da: orsola a 11:42 | link | commenti (1)
economia 138

07/06/2005

Eurofobie

C'è chi propone il referendum per tornare alla doppia circolazione lira-euro con aggancio della vecchia moneta al dollaro e chi difende l'italianità delle banche, chi è convinto della superiorità del tessile made in Italy e punta su delocalizzazioni e contingentamento delle importazioni e chi ambisce a un managerialismo delle rendite, delle tariffe e delle clientele esclusive.

Non siamo in presenza dei soliti qualunquisti da bar, ma di nuovi centri di decisione politica ed economica, bene accetti a una parte non secondaria dei poteri istituzionali del paese.

Il blocco d'interessi ha una composizione variegata, ma si presenta animato dalla volontà di liberare i mercati di riferimento dalle regole di funzionamento o di svuotarli della loro essenza per marketing elettorale, per eliminazione dei concorrenti, per profitto personale. Diventa antieuropeo perchè i parametri di Maastricht e i Commissari europei, la libera circolazione delle persone, dei capitali, delle conoscenze e delle merci sono "altri", contro i quali è facile lanciare l'accusa di comportamento burocratico e intromissione per farne oggetto di contropatti, in vista dei quali tutto è lecito.

Tutti possono diventare il capro espiatorio di questo sviamento dei fini, che mira a nascondere l'incapacità di gestire e competere rispettando le basi della convivenza.

Il ritorno all'antico e la rottura delle regole non fanno risanare il deficit pubblico, nè danno prospettive di sviluppo internazionale alle banche scalate e neppure migliorano la competitività o l'immagine dei nostri tycoon dalle recenti fortune.

Qui il nostro paese deve purtroppo aspettare che Tremonti aiuti Berlusconi a non cedere a Bossi, la Consob e le Procure salvaguardino gli interessi degli azionisti, dei clienti e dei lavoratori, i sindacati intervengano sulle Opa all'italiana.

Ci salveranno i Commissari europei e le agenzie di rating internazionali?

Postato da: orsola a 12:47 | link | commenti (2)
economia 138

Fiducia artificiale

"Nature" di questa settimana annuncia la notizia con un titolo che non lascia dubbi: "Oxytocin increases trusts in humans".

L'oxitocina, un neuropeptide conosciuto per i suoi effetti sulla lattazione e sul parto, influenza la fiducia nelle relazioni con gli altri.

Lo sostiene uno studio svolto presso l'Università di Zurigo da un gruppo composto da tre economisti, uno psicologo clinico svizzero e da un neuropsicologo americano della Claremont Graduate University.

Lo studio è stato realizzato mediante un "gioco di fiducia" a cui hanno partecipato 58 studenti, che in coppie, fatte da 29 "investitori" e altrettanti "mandatari", sono stati dotati di dodici monete a testa. A 13 investitori è stato fatto sniffare l'oxitocina, a 16 un placebo.

Ogni investitore è stato lasciato libero di consegnare tutta, parte o niente della propria dote al suo mandatario. Questi poteva rendere all'investitore la quantità di monete che voleva. Agli investimenti e ai rendimenti presenziava un ricercatore che poteva triplicare il loro valore.

I 13 investitori, esposti all'oxitocina, hanno dato subito le dodici monete possedute ai propri mandatari. I 16 del gruppo placebo hanno investito alla prima giocata solo la metà della dote.

Il gruppo di ricercatori ha validato due ipotesi:
- l'oxitocina inibisce il comportamento difensivo,
- rende la persona più ottimista negli scambi,
e ha cercato inutilmente di individuare le eventuali motivazioni opportunistiche degli studenti esposti.

La conclusione degli esperimenti è stata che "l'oxitocina aiuta a superare la diffidenza nelle relazioni interpersonali".

Naturalmente gli esperimenti zurighesi sono stati molto criticati.

I neurobiologi perchè nei casi di fiducia patologica, come  accade agli affetti dalla sindrome di Williams, non si è mai trovata sovradotazione di oxitocina nel cervello. I moralisti che hanno gridato al pericolo di manipolazione del consenso. I responsabili di alcune funzioni aziendali che si sono preoccupati per la sopravvivenza delle loro attività di relazioni con i dipendenti o con i clienti e il mercato.

Stando all'articolo scritto dai ricercatori per "Nature", gli esperimenti di Zurigo  non sembrano aver avuto altro effetto che quello mediatico.

Le ragioni scientifiche di interesse per la cura dei disturbi mentali, segnati da gravi deficit d'interazione sociale, che essi hanno dichiarate, sono ancora tutte da dimostrare.

Postato da: orsola a 10:06 | link | commenti (2)
societa 295

01/06/2005

Adattamento
Disegno di Mariusz Wolanski, Le Monde, 1 giugno 2005.


Postato da: orsola a 15:32 | link | commenti

Tempi di lavoro nell'UE

L'Osservatorio delle relazioni industriali della Fondazione di Dublino ha pubblicato uno studio comparativo sui tempi di lavoro, contrattuale ed effettivo per l'occupazione piena nel 2004, nei 25 paesi dell'UE.

Le ore normali di lavoro sono mediamente 38,6, settimanali, e 1.740, annuali. L'escursione ebdomadaria va da 37,9, nei 15 paesi più vecchi, a 39,5 nei 10 di nuovo ingresso. La durata annuale oscilla tra meno di 1.700 ore nei 15 e più di 1.800 presso i 10.

Dovunque i tempi effettivi di lavoro sono più lunghi, mediamente di 40,3 ore settimanali nell'UE 25: 40,2, tra i 15, 41,5 tra i 10.

Paesi
Orario settimanale
Paesi
Orario settimanale
effettivo
legale
effettivo
legale
Lettonia 43,3 40,0 Lussemburgo 40,1 39,5
Regno Unito 43,1 37,2 Portogallo 40,1 39,5
Austria 42,3 38,0 Svezia 39,9 38,8
Polonia 41,5 40,0 Germania 39,8 37,6
Slovenia 41,5 40,0 Lituania 39,4 40,0
Estonia 41,0 40,0 Finlandia 39,3 38,8
Grecia 40,9 38,0 Belgio 39,2 38,0
Ungheria 40,8 40,0 Italia 39,2 38,0
Slovacchia 40,6 38,7 Irlanda 39,2 38,8
Malta 40,4 39,5 Danimarca 39,0 37,0
Cipro 40,4 38,5 Francia 38,9 35,0
Spagna 40,3 38,5 Paesi Bassi 38,8 37,0
Cechia 40,3 38,0      

                  Fonte: Fondazione Dublino/Eurostat 2005.

Postato da: orsola a 13:11 | link | commenti
gestione e sviluppo 260

Fazisti soddisfatti

"Ci sono (quasi) tutti i protagonisti delle Opa bancarie di questi giorni... Il più atteso e fotografato è naturalmente Stefano Ricucci... l'anno scorso al massimo qualcuno gli chiedeva della Lazio, ora i giornalisti vogliono sapere tutto su Rcs, Bnl e Antonveneta, e ovviamente un commento sulla relazione di Fazio ("Ottima" risponde lui laconico).

Controccorrente Salvatore Ligresti che interrogato sulla star del mattone dice chiaramente "Non lo conosco".

A completare lo schieramento degli immobiliaristi difensori dell'italianità in Bnl c'è anche Francesco Gaetano Caltagirone, anche lui soddisfatto delle conclusioni del Governatore.

Non riesce a nascondere la propria soddisfazione un sorridente Giovanni Consorte: si presenta annunciando di avere già il 9,7% di Bnl, e al tempo stesso incassa il passaggio di relazione in cui Fazio auspica una maggiore presenza delle assicurazioni nel capitale delle banche.

Decisamente di buon umore anche Giampiero Fiorani ed Emilio Gnutti che arrivano nella stessa auto con Ricucci e si muovono a loro agio nelle stanze romane.

Per Fiorani, come per Consorte, c'è la soddisfazione di avere in tasca la notizia della conclusione del consorzio di garanzia da 4,9 miliardi che gli permetterà di lanciare l'Opa su Antonveneta".

Da l.i., "In prima fila a Palazzo Koch Ricucci e i 'Fazio boys' ", La Repubblica, 1 giugno 2005.

Postato da: orsola a 10:10 | link | commenti (2)
economia 138