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Argomenti di gennaio
18 - Amministrazione umana delle risorse; 10 - Ascesa e crisi del manager; 25 - Costo orario del lavoro nell'UE; 26 - Davos e Porto Alegre insieme; 25 - Debuttanti nel lavoro; Disoccupazione 2004-2006; 21 - Emotivi anonimi; 28 - Formazione a l'italiana; 21 - Indice della libertà economica; 26 - Invecchiamento globale; 24 - Lavoro non qualificato; 13 - Linee per la competitività europea; 13 - Mercato dei videogame; 25 - Nuovo direttore generale OMC; 20 - Occupazione del mercato; 11 - Occupazione dei seniores; 17 - Oppressione del lavoro; 12 - Prodotto-concetto di tipo olistico; 20 - Produzione mondiale dell'acciaio; 19 - Prospettive 2005 dell'impresa minore; 18 - Rapporto debito pubblico/PIL; 10 - Rischi di insoluto; 26 - Sindacalizzazione nell'UE; 31 - Sviluppo del sapere professionale; 27 - Tra neve e "Sistema Paese".
Sviluppo del sapere professionale
E' merito dell'Educazione degli adulti l'avere affrontato come legare operativamente teoria e pratica in sede di qualificazione professionale, superando i vincoli dei percorsi formativi formali. Studiosi come Duccio Demetrio, Donata Fabbri, Giovan Francesco Lanzara, Bruno Maggi, Cristina Zucchermaglio, si sono concentrati sull'analisi del funzionamento locale delle organizzazioni aziendali, secondo una prospettiva di indagine sulle attività lavorative, viste come complessi di pratiche sociali, articolate su obiettivi socio-culturali definiti.
Al contrario la maggior parte dei formatori "aziendali" e degli addetti allo "sviluppo" organizzativo ha continuato a mostrarsi interessata alla rilevanza degli aspetti formali, delle microtecniche didattiche, dei fattori psicologici e comportamentali per l'acquisizione di competenze.
Già nel 1992 Saul Meghnagi aveva pubblicato nella collana di scienze dell'educazione, diretta da Maria Corda Costa, edita da Loescher, un pregevole libretto su "Conoscenza e competenza" con l'obiettivo di "capire e chiarire come la conoscenza operi in situazioni concrete - sostenendo percorsi di azione, favorendo processi di decisioni - e assume, a tal fine, il concetto di 'competenza' ".
Lo studio mostrava la fallacia della contrapposizione fra persone e organizzazione implicita nelle concezioni deterministiche dell'agire individuale, che andavano allora per la maggiore, nei modelli "business-competenza" degli interventi di valutazione della consulenza all'americana.
Meghnagi torna ora sul tema con un nuovo libro "Il sapere professionale. Competenze, diritti, democrazia", Feltrinelli, Milano 2005, derivato anch'esso da una ricerca sul campo, svolta per conto dell'EBNA (Ente bilaterale nazionale dell'artigianato).
L'autore è il presidente dell'Istituto superiore per la formazione della CGIL, dopo avere operato per il CEDEFOP dell'UE e per l'Istituto per l'Educazione dell'UNESCO.
Il nuovo libro di Meghnagi sviluppa il concetto di "sapere professionale", "un costrutto che unisce due dimensioni complementari, la dimensione del 'sapere' - nella sua accezione più ampia costituita da elementi di teoria, pratica, capacità, modalità di relazione, modelli etici di riferimento e sistemi di valore - e la dimensione 'professionale' - costituita dalle competenze necessarie all'esercizio di determinate attività in uno o più ambiti - ", una nozione più vasta di quella di competenza.
"Da ciò l'attenzione specifica alla relazione tra formazione iniziale e formazione continua", parte integrante di un processo permanente di acquisizione, eleborazione, trasmissione del sapere, considerato come "un'attività socialmente situata nel quadro di una particolare realtà di lavoro, di residenza, di vita", in cui la persona ricostruisce e ridefinisce il proprio peculiare rapporto con la realtà, " in funzione dei margini di autonomia e innnovazione consentiti, alle forme con cui è possibile eseguire un dato lavoro, ai modelli di autorità e responsabilità attribuita o presupposta".
Il tema del "sapere professionale" valorizza perciò la contrattazione in materia educativa e indica le forme paritetiche per condividere piani formativi, valutazione di progetti, monitoraggio di esperienze e analisi di risultati, ai fini di una "politica della conoscenza".
Un libro tecnicamente ineccepibile, appassionato, legato all'impegno per lo sviluppo della convivenza civile, provocatore di riflessioni sulla formazione aziendale, senz'altro più utile agli esperti di direzione delle persone, della solita, inflazionata "formazione formatori".
Formazione a l'italiana
E' stato diffuso ieri dalla Commissione Europea il secondo rapporto sull'attuazione dei GOPE (Grandi orientamenti di politica economica) 2003-2005. Tra le molte valutazioni negative sul comportamento dell'Italia, in materia fiscale, di riforma del mercato del lavoro, di produttività, di integrazione nel mercato unico, c'è quella che "resta sotto la media comunitaria" nello sviluppo dell'economia della conoscenza. L'innovazione è limitata dai troppo scarsi investimenti in R&S e formazione.
Sembra di sentire ripetere quello che è già stato detto dalla Confindustria qualche mese fa nelle sue manifestazioni di incitamento alla ricerca pubblica e privata e con le dichiarazioni, a partire da quella d'insediamento, del suo presidente.
Il ritardo dell'istruzione, della formazione e dell'educazione, rispetto alle esigenze economiche e sociali del paese è mostrato dalle rilevazioni dell'OECD sull'apprendimento della matematica, dalla collocazione nelle classifiche del Financial Times delle nostre business school, dai tagli alla spesa della scuola pubblica, dall'interazione con le imprese, dall'ineffabile produzione editoriale, inflazionata nel solo 2004 da circa 200 libri in materia di leadership, team building, efficacia personale.
E non a caso la Fondazione di Dublino ha trovato che l'Italia è nell'UE quella che ha ancora più diffusa l'organizzazione tayloriana.
Come competere con la Francia, che sta provando a mettere a punto un modello europeo di business school, alternativo a quello anglo-sassone, acriticamente importato da noi?
Come recuperare il ritardo rispetto alla Tekes (National Technology Agency of Finland), dotata in un paese, che ha poco più di 5 milioni di abitanti, di fondi pubblici per 400 milioni di euro all'anno? e che nella piccola Università di Joensuu ha costruito uno Science Park e un Infotonic Centre per gli studi sulle applicazioni hi-tech nelle aziende?
O che dire dei programmi di trade management, attivati da 16 università tedesche ? E la Germania è il più grande esportatore al mondo.
La mediocrità della formazione, professionale, relazionale, manageriale, italiana può essere icasticamente riassunta nella vicenda delle corporate university, allestite qualche anno fa, o in quella dell'e-learning, diventata soprattutto occasione di business con le università per i centri di produzione delle grandi imprese, o , peggio ancora, con l'alluvione di proposte di vendita sulla cosiddetta nuova formazione, fatta sempre dagli stessi, esperti di docenza, ignari di qualsiasi concreto processo aziendale.
Non c'è bisogno di aggiungere altro per capire perchè gli imprenditori fatichino a trovare sul mercato italiano offerte di formazione e competenze adeguate alle esigenze delle loro aziende.
Tra neve e "Sistema Paese"
Geograficamente, Davos non è lontana:via Chiasso o Chiavenna si raggiunge in poco più tre ore d'auto da Milano, neve permettendo.
Sfogliando il libro dei 2250 partecipanti di 96 Paesi, si contano dieci italiani, a parte la colonia di giornalisti. Quest'anno sono previsti 23 capi di Stato o di governo, 72 ministri, 35 ambasciatori. Tuttavia il nostro problema non è solo politico ma globale, per restare nel linguaggio di questo forum mondiale.
E' deficitaria la presenza dell'impresa pubblica e privata: nove italiane delle mille presenti. Inesistente quella della società civile: una ong, la Comunità di Sant'Egidio, su 300. Tra gli 81 "partner strategici"del forum non ci sono imprese italiane, nè intellettuali tra i 29 "leader culturali".
La scarsa conoscenza dell'inglese non è una scusa, anche se non è bello ricordare una triste tradizione italiana, che discende dal nostro sistema scolastico. Il problema è il famoso "Sistema Paese". Alcuni l'hanno, noi no.
Da U.T., " Davos presenti solo in dieci" Il Sole-24Ore, 24 gennaio 2005.
Invecchiamento globale

Età media dei lavoratori
Pensionati ultrasessantacinquenni ogni 100 lavoratori
Da Peter Engardio and Carol Matlack, Business Week, 31 gennaio 2005.
Sindacalizzazione nell'UE
Paesi | Iscritti ai sindacati | |
in 000 | in % dei lavoratori | |
| Danimarca | 2.100 | 80 |
| Svezia | 2.700 | 78 |
| Finlandia | 2.100 | 75 |
| Cipro | 179 | 70 |
| Malta | 86 | 62 |
| Belgio | 3.000 | 58 |
| Lussemburgo | 150 | 45 |
| Austria | 1.350 | 40 |
| Slovenia | 250 | 40 |
| Irlanda | 544 | 38 |
| Italia | 12.000 | 37 |
| Portogallo | 1.200 | 30 |
| Slovacchia | 560 | 30 |
| Regno Unito | 7.400 | 29 |
| Cechia | 1.100 | 25 |
| Grecia | 650 | 25 |
| Germania | 8.900 | 22 |
| Paesi Bassi | 1.900 | 21 |
| Lettonia | 180 | 20 |
| Ungheria | 600 | 18 |
| Spagna | 2.000 | 15 |
| Polonia | 2.000 | 15 |
| Lituania | 200 | 15 |
| Estonia | 88 | 15 |
| Francia | 1.900 | 8 |
| UE | 53.167 | 32 |
Davos e Porto Alegre insieme
Per la prima volta della loro storia il Forum economico mondiale di Davos, giunto alla trentacinquesima edizione, e il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, alla quinta edizione sembrano condividere la stessa preoccupazione: includere i paesi poveri nello sviluppo economico, per una "globalizzazione responsabile" e per una "leadership basata sui valori".
In un rapporto pubblicato lunedì dal Forum di Davos è scritto "I dirigenti del mondo hanno fatto promesse solenni all'umanità. Ci stanno ripensando". Le promesse sono quelle dei 191 Stati, che in sede ONU s'erano impegnati sui cosiddetti"obiettivi del millenario", cinque anni fa, per ridurre alla metà entro il 2015 l'estrema povertà mondiale in qualunque modo si presenti (fame, educazione, salute, ecc.).
Il Nobel dell'economia Amartya Sen ha ricordato che "sono più di quaranta anni che i paesi ricchi si sono impegnati a contribuire con lo 0,7% dei loro PIL negli aiuti allo sviluppo". Ma solo la Danimarca, il Lussemburgo, la Norvegia, i Paesi Bassi e la Svezia vi hanno tenuto fede completamente e, parzialmente, la Francia con lo 0,43%, gli USA con lo 0,16% e la Germania, che arriverà allo 0,7% nel 2080.
Il rapporto del Forum di Davos ricorda che le promesse non mantenute non esonerano le società. "Anche se è principalmente dei governi nazionali la responsabilità di raggiungere gli obiettivi mondiali (del millenario), non si può fare niente senza la partecipazione del settore privato".
A Porto Alegre si discute della questione dei "diritti" con 120 mila partecipanti e 600 laboratori. Domani sarà lanciata la più grande campagna di iniziative contro la povertà ad opera di una coalizione mondiale di 1.800 fra ONG, reti di volontariato e organizzazioni neoglobal.
Le parole d'ordine sono "2005, niente più scuse!", "Mantenete le promesse!".
La campagna, sostenuta finanziariamente e organizzativamente dall'ONU vuole invertire la tendenza dei trasferimenti di ricchezza dai paesi del Sud del mondo (i poveri) verso quelli del Nord (i ricchi), che nel 2003 hanno superato i 250 miliardi di dollari.
I 2000 "global leader" di Davos dovranno concordare le iniziative da realizzare per la solidarietà mondiale di fronte alle catastrofi e alla povertà sulla base delle proposte di Chirac, per una "tassazione mondiale" in favore dei paesi poveri, e di Blair sulla facilitazione dei debiti internazionali e sull'ipotesi di un piano Marshall per l'Africa di 80 miliardi di dollari.
La concordanza dei temi tra i due Forum e la sinergia, auspicabile, delle azioni con il patrocinio dell'ONU potrebbe rendere il 2005 l'anno di svolta per l'aiuto allo sviluppo dei paesi poveri e l'avvenire della distintività europea.

Prevenzione. Guidare uccide.
Disegno di Nicolas Vial. Le Monde, 26 gennaio 2005.
Nuovo direttore generale OMC
Si tengono domani a Ginevra delle specie di orali per ottenere il lavoro a tempo determinato, quadriennale, del direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio.
Sono in lizza il brasiliano Luiz-Felip de Seixas Correas, il mauriziano Jayen Cattaree, l'uruguaiano Carlos Perez del Castillo e il francese Pascal Lamy, ex commissario europeo al Commercio estero.
I quattro candidati dovranno esporre in 15 minuti agli ambasciatori dei 148 Stati membri dell'OMC la politica che intendono realizzare.
Lamy è sostenuto dall'UE e dagli USA e parte favorito, ma dovrà comunque conquistarsi il consenso durante l'esame.
Da commissario europeo ha saputo superare le critiche iniziali della stampa inglese, "The Economist" in testa, e guadagnarsi il rispetto degli anglo-sassoni. Ha affermato la potenza commerciale dell'UE sulla scena mondiale. Ha saputo opporsi alle pretese eccessive degli americani e dialogare con gli altermondialisti.
E' cattolico praticante e socialista, libero scambista e per una "governance"mondiale, francese ma senza i tic chirachiani.
I leader del Forum sociale mondiale, che si apre domani a Porto Alegre, lo vedono come un falso amico, un cattolico sociale, che è sempre stato dalla parte del "big business", anche se si è consultato con le loro organizzazioni e con le ONG, ma non sono pregiudizialmente contrari alla sua nomina.
Lamy dovrà puntare su una politica per l'OMC, capace di conciliare gli opposti interessi del Nord e del Sud del mondo.
Preoccupazione che figura ben cinque volte anche fra i tredici temi di discussione del Forum di Davos, che si apre anch'esso domani all'insegna del "Taking Responsability for tough choises" (assumersi responsabilità per scelte difficili), con partecipanti che in maggioranza, secondo un sondaggio Gallup apposito, ritengono che la cosa più importante per le sorti del mondo è vincere la povertà e la fame.
Costo orario del lavoro nell'UE
Dati relativi ai valori reali in euro e alla percentuale di crescita media annuale del costo del lavoro per gli occupati a tempo pieno nell'industria e nei servizi in 17 paesi dell'Unione.
Paesi | 1996 | 2002 | % crescita media nei 7 anni |
| Lituania | 1,3 | 2,9 | 14,3 |
| Estonia | 1,9 | 3,7 | 11,7 |
| Cechia | 2,8 | 5,4 | 11,6 |
| Regno Unito | 14,2 | 25,2 | 10,0 |
| Polonia | 3,0 | 5,3 | 9,9 |
| Lettonia | - | 2,4 | 8,4 |
| Slovacchia | 2,2 | - | 8,4 |
| Ungheria | 2,9 | - | 7,7 |
| Cipro | 7,2 | 9,9 | 5,5 |
| Slovenia | 7,4 | - | 5,3 |
| Grecia | 9,3 | 12,5 | 5,1 |
| Danimarca | - | 29,1 | 4,5 |
| Portogallo | 7,2 | 9,0 | 3,8 |
| Svezia | 23,1 | 28,7 | 3,7 |
| Lussemburgo | 21,4 | 26,2 | 3,4 |
| Finlandia | 20,2 | 24,2 | 3,1 |
| Francia | 22,5 | - | 2,2 |
| Germania | 24,3 | 26,9 | 1,7 |
| Spagna | 14,4 | 13,6 | -0,9 |
Fonte: Eurostat
I paesi che nel periodo hanno il costo orario del lavoro più elevato sono la Germania, la Svezia, la Francia e il Lussemburgo. Quelli a costo più basso la Lettonia e la Lituania.
La diminuzione del costo in Spagna è dovuto al cambiamento nel 2000-1 del sistema di rilevazione.
Per alcuni paesi, fra cui l'Italia, non è disponibile una serie cronologica significativa.
Debuttanti nel lavoro dell'UE
Percentuale sugli occupati delle persone che hanno incominciato a lavorare nel secondo trimestre 2004.
| Finlandia | 8,6 | Slovacchia | 3,8 |
| Danimarca | 6,9 | Germania | 3,6 |
| Spagna | 6,4 | Italia | 3,6 |
| Francia | 5,8 | Ungheria | 3,5 |
| Estonia | 5,2 | Portogallo | 3,3 |
| Cipro | 4,9 | Malta | 3,3 |
| Lituania | 4,9 | Belgio | 2,9 |
| Svezia | 4,8 | Cechia | 2,9 |
| Regno Unito | 4,6 | Grecia | 2,7 |
| Polonia | 4,5 | Lussemburgo | 2,6 |
| Lettonia | 4,3 | Irlanda | 1,6 |
| Slovenia | 4,1 | Paesi Bassi | 1,1 |
| Austria | 4,0 | UE | 4,3 |
Fonte: Eurostat
La percentuale dei debuttanti del lavoro nell'UE a 25 è leggermente aumentata in questo trimestre passando, rispetto a quello precedente dal 4,1% al 4,3%.
Il miglioramento interessa esclusivamente gli uomini. La loro percentuale d'ingresso nel lavoro è passata dal 3,9% al 4,3%. Quella delle donne è rimasta ferma al 4,3%.
Lavoro non qualificato
La DARES è la Direzione del ministero del lavoro francese, che ha il compito di realizzare ricerche, studi ed elaborazioni statistiche sull'occupazione, le attività lavorative e la coesione sociale. Pubblica periodicamente i risultati delle sue indagini, che possono così essere conosciute non solo dai governanti e dai politici.
"Le travail non qualifié. Permanences et paradoxes", La Découverte, Paris, 2005 è il libro, frutto del programma di ricerche sul lavoro non qualificato, curato da Dominique Méda, responsabile della sezione Ricerche, e da Francis Vennat, vicedirettore per l'Occupazione e il Mercato del lavoro della DARES. Raccoglie i contributi di trenta autori, sociologi, economisti e statistici, che hanno partecipato alle ricerche di cui la voluminosa raccolta dà conto.
I risultati sono stati distribuiti in quattro parti:
- le prospettive storiche, sulle classificazioni e le nomenclature del lavoro e sui criteri di misura della qualificazione,
- le evoluzioni del lavoro non qualificato in rapporto al cambiamento sociale nelle analisi economiche e dell'organizzazione aziendale,
- i paradossi del lavoro non qualificato, sulle considerazioni, le valutazioni, le traiettorie professionali, le carriere, le remunerazioni e la gestione dei lavoratori,
- le politiche dell'occupazione, della formazione e dei costi del lavoro non qualificato rispetto a quello qualificato, sempre più in diminuzione.
Il libro non è soltanto un'esplorazione del mondo del lavoro non qualificato. Offre una serie di rivelazioni sulla realtà attuale del fenomeno, in crescita nelle economie sviluppate, costituito da impiegati, del terziario, in maggioranza donne e giovani con istruzione superiore, occupati a tempo parziale o determinato. Ma è anche un "manuale", esemplificativo di un modo efficace di analizzare la realtà lavorativa per intervenire con vantaggio delle persone e della competitività aziendale.
Le parti meglio costruite del libro sono quelle sui "paradossi" e sulle "politiche" nell'occupazione non qualificata.
Una vera chicca sono i contributi dedicati al lavoro di genere e all'effetto delle politiche pubbliche di costruzione del lavoratore non qualificato.
Indice della libertà economica
L'Heritage Foundation e il Wall Street Journal hanno pubblicato l'undicesima edizione, per il 2005, dell'annuale "Indice della libertà economica".
L'Indice misura le performance di 161 paesi secondo 50 variabili, che esprimono in modo articolato 10 indicatori generali di libertà economica: la politica commerciale, il carico fiscale, l'intervento pubblico, la politica monetaria, i flussi di capitale e gli investimenti esteri, le attività bancarie e finanziarie, le retribuzioni e i prezzi, i diritti di proprietà, la regolamentazione e l'economia sommersa.
I voti, che possono essere assegnati ad ogni paese in base a questi indicatori, vanno da uno a cinque. Più il voto è alto, più limitata è la libertà economica e viceversa e il punteggio ottenuto fa classificare i paesi in quattro categorie: "liberi", "per lo più liberi", "per lo più non liberi", "repressi".
Dalle correlazioni punteggio/PIL pro capite risulta un effetto positivo dei tassi di crescita al migliorare dell'indice di libertà economica.
La performance dell'Italia è deludente. L'indice generale è peggiorato tra il 2000 (2,21) e il 2005 (2,28). L'Italia resta nel gruppo dei paesi "per lo più liberi", al 26° posto della classifica generale.
Davanti all'Italia ci sono Hong Kong e Singapore, Estonia, Irlanda, Regno Unito, Danimarca, Islanda, Cile, Svizzera, Stati Uniti, Svezia, Finlandia, Olanda (liberi); Germania, Austria, Belgio, Cipro, Lituania (per lo più liberi). Vengono dopo il nostro paese: Spagna (31°posto; punteggio 2,34), Portogallo (37°; 2,44), Giappone (39°; 2,46); Francia (44°; 2,63).
Secondo il rapporto la crescita italiana è frenata da una burocrazia eccessiva, dalla spesa pubblica esagerata e in particolare dal costo delle pensioni e dalla rigidità del mercato del lavoro. Negli anni fra il 1999 e il 2001 vi era stato un miglioramento con l'inizio della riforma burocratica, le privatizzazioni e un tentativo di contenere la spesa pubblica e stabilizzare la moneta. "La corruzione della burocrazia - sottolinea il rapporto - rimane un problema. Il livello di corruzione in Italia è il più alto nei paesi del G-7, e il dipartimento di stato americano riferisce che la corruzione è un disincentivo per chi voglia investire o fare affari nel sud o in altre zone meno sviluppate".
La prestazione deludente dell'Italia contrasta con un miglioramento generale dell'Europa e in particolare nei paesi dell'est. Anche per i paesi con le performance peggiori occorre notare che mentre l'indice della Spagna e della Germania è migliorato tra il 2000 e il 2005 (da 2,51 a 2,34), quello della Francia è peggiorato (da 2,44 a 2,63). Il peggioramento della Francia è molto marcato e superiore a quello dell'Italia. La Francia ha in assoluto uno dei peggiori punteggi (5,0) per quanto riguarda "intervento del governo in economia", e punteggi scadenti per "carico fiscale" e "regolazione" (4,3 e 3,0 rispettivamente, gli stessi dell'Italia).
L'economia più libera del mondo secondo il rapporto è quella di Hong Kong.
Per la prima volta gli USA non sono classificati tra i primi 10 paesi più liberi del mondo. Nel 2000 occupavano il 6° posto, nel 2005 sono scesi al 12°. Questo peggioramento è dovuto al miglioramento ottenuto da altri paesi. Infatti, il punteggio USA è stato 1,85 nel 2005, ma era 1,88 nel 2000.
Emotivi anonimi
I gruppi dei dodici passi non potevano essere che dodici.
La raccolta su Internet, in rigoroso ordine alfabetico va da "AA - Alcolisti anonimi", il più noto, a "NicA - Nicotina anonimi", passando per "FA - Figli adulti", "OA - Mangiatori compulsivi anonimi" e "GA - Giocatori anonimi". I gruppi dei debitori sono due: ci sono i "DA - Debitori anonimi" e i "BODA - Imprenditori debitori anonimi", che associano in modo differente quelli che indebitano la loro azienda, probabilmente suscitando danni maggiori di quelli che indebitano solo se stessi e che provocano tutt'al più conseguenze negative sulla propria famiglia. Quando si dice l'importanza della socialità.
http://digilander.libero.it/gruppidodicipassi, il sito di Internet, precisa che la "raccolta di links e indirizzi" "non è approvata dai servizi generali nè di AA nè di altre associazioni". Il che lascia presumere da subito che si è in presenza di una filiazione di AA e che il metodo seguito del "self help" basato sull'"outing" della propria dipendenza psichica sia comune a tutti.
Un programma di cura, che usa come strumenti terapeutici le 12 tappe, le 12 tradizioni, i 12 concetti, i 12 "oggi soltanto", i 12 slogan, la preghiera della serenità e le 12 promesse.
Ultimi nati di questo network internazionale, che ha ramificazioni dall'America a mezza Europa, con 60.000 gruppi soltanto per gli AA, sono gli "EA - Emotivi anonimi", appena arrivati in Italia.
Depressi di lunga data, ex tossicomani, giovani in difficoltà, malati di timidezza, tutti quelli che hanno l'impressione di non riuscire a controllarsi, d'essere guidati dalle loro ansie, dalle loro fobie, dalle loro sofferenze, dai loro piaceri, piuttosto che dalla loro volontà, possono seguire un programma simile a quello degli "Alcolisti anonimi".
E' un programma abbastanza aperto perchè ciascuno l'interpreta a modo suo. Nei 12 concetti è detto "spirituale" e "non religioso", fondato sul rinunciare a battersi contro la propria dipendenza per vincerla meglio, sull'aiuto del gruppo degli "emotivi", sull'abbandono a "una Potenza Superiore, Dio come lo concepiamo. Per esempio, può essere l'amore fra le persone, il gruppo, la natura, il Dio tradizionale (la Divinità) o una qualsiasi altra entità scelta dal componente il gruppo".
Nelle 12 tappe si afferma che "abbiamo coraggiosamente fatto un minuzioso inventario morale di noi stessi", "abbiamo ammesso subito i torti commessi e di cui ci siamo accorti" e "avendo conosciuto un risveglio spirituale come risultato delle tappe percorse, proviamo a diffonderne il messaggio e a realizzarne i principi in tutti gli aspetti della nostra vita".
Tra i 12 slogan figurano: "Mollare la presa e rimettersi a Dio", "Vivere e lasciar vivere", "Scopri il lato buono", "Il tempo sistema le cose", "Conosci te stesso onestamente".
La tecnica autocoscienziale può essere razionalizzata e i principi di buon senso memorizzati con l'aiuto di una quarantina di opuscoli, libri e manifesti.
Un programma di attivazione normativa, che mira a far respingere attraverso un codice comportamentale quelle emozioni che bisognerebbe imparare a gestire. I dubbi sulla sua efficacia sono forti come il pericolo per la sofferenza psichica, la cui risoluzione è proprio il motivo del costituirsi dei gruppi degli EA.
Produzione mondiale dell'acciaio
L'International Iron and Steel Institute - IISI ha comunicato ieri che la produzione mondiale dell'acciaio nel 2003 ha raggiunto 1,05 miliardi di tonnellate. Un risultato ottenuto con trent'anni di ritardo. Era questa la previsione dei fabbricanti già nel 1974, quando la prima crisi petrolifera aveva fermato l'ascesa della produzione.
Il primato della produzione nell'anno scorso è della Cina con 272,5 milioni di tonnellate, un +23% rispetto al 2003, che aveva segnato un progresso del +9% sul 2002.
Al secondo posto, distante, c'è il Giappone con 112,7 milioni di tonnellate, +2% sul 2003 e al terzo posto ci sono gli USA con 98,5 milioni e un +5,2%.
Scompare definitivamente così la posizione dominante, durata circa 20 anni del Giappone.
La Russia è quarta nel settore con 64,3 milioni di tonnellate, seguita dalla Corea del Sud con 47,5 milioni e dalla Germania, di gran lunga il primo paese europeo, con 46,4 milioni.
Produttori importanti sono anche l'Ucraina con 38,7 milioni e il Brasile con 32,9.
Il gruppo indiano di Laksami Mittal è il primo gruppo aziendale. Ha realizzato l'unione di Ispat International e di LNM, già possedute, e si prepara ad assorbire l'americana International Steel Group. Dovrebbe produrre nel 2005 62 milioni di tonnellate.
Il gruppo Mittal Steel ha piazzato fabbriche un po' dappertutto, fino nelle repubbliche ex sovietiche, in Algeria e ha comprato una partecipazione del 37,17%, minoritaria, nella Human Valin Steel Tube & Wire, uno dei grandi produttori d'acciao, controllato dallo Stato cinese.
Occupazione del mercato
La criminalità organizzata in Italia fattura ogni anno circa cento miliardi di euro lordi, pari al 9,5% del prodotto interno lordo, ed è la prima "azienda" nel paese.
"La cifra - chiarisce - il procuratore nazionale antimafia Piero Liugi Vigna - considera solo le mafie tradizionali, cioè cosa nostra, camorra, 'ndrangheta e sacra corona e le loro attività storiche come traffico di stupefacenti, prostituzione, armi, estorsioni e appalti".
'"Il prossimo bersaglio della criminalità mafiosa sarà lo stravolgimento delle regole del mercato". Ovverosia occupare le quote di mercato più redditizie in una certa zona con ruoli di monopolio e condizionare sia l'andamento dei prezzi che la crescita delle imprese.
Nel casertano, ad esempio, "il commercio dei polli, latte e pane è in mano alla camorra"'.
Solo la Dda ( Direzione distrettuale antimafia) di Catanzaro ha almeno "una trentina di procedimenti per truffa nei confronti di ditte che hanno avuto accesso a fondi pubblici per avviare imprese o attività commerciali che non sono mai nate".
"In certe zone - aggiunge il procuratore - si vendono solo certi prodotti e certe marche".
Il settore più remunerativo resta quello del traffico di droga che da solo fattura entrate per 59.022 miliardi di euro; segue quello degli appalti nei lavori pubblici e nelle imprese (17.520 milardi) e poi estorsioni e usura (13.500), prostituzione (5.104) e traffico di armi (4.474).
Da Claudio Fusani, "Mafia, 100 miliardi di fatturato l'anno", La Repubblica, 20 gennaio 2005.
Prospettive 2005 dell'impresa minore
Il barometro Eurofactor ha affidato all'Institut Harris una ricerca sulle prospettive 2005 delle aziende con meno di 500 dipendenti di Belgio, Francia, Germania, Italia, Portogallo, Regno Unito e Spagna.
L'indagine è stata realizzata alla fine dell'anno scorso, raccogliendo le informazioni con interviste dirette a un campione di 1350 imprenditori dei sette paesi europei.
Prevedono un aumento del giro d'affari delle loro aziende il 68% degli inglesi, il 60% degli italiani, il 56% degli spagnoli, il 54% dei belgi e dei portoghesi, il 50% dei francesi, il 46% dei tedeschi. Ma l'incremento giustifica una crescita dell'occupazione solo per il 33% degli inglesi, il 23% di tedeschi e portoghesi, il 21% dei francesi e tra il 20% e il 18% per gli altri.
Il barometro rivela ancora che c'è poca propensione a investire nell'impresa. Il 28% degli intervistati dichiara che la sua azienda aumenterà gli investimenti con oscillazioni dal 36% degli inglesi al 14% dei portoghesi e al 20% degli italiani.
Il 48% di essi riguarda hardware e software informatico e non l'equipaggiamento produttivo.
Il 33% degli investimenti ha l'obiettivo di aumentare la produttività e la redditività aziendali.
Sono risultati che impressionano, specialmente se li si associa alle 23 mila aziende hi-tech operanti in Cina, anche per conto di 40 paesi, che in un anno hanno incrementato di mezzo miliardo di dollari i loro investimenti.

"Coraggio, Albertson. Chiedi pure a Bobi per l'aumento.Capirà le tue ragioni"
The New Yorker, 24 gennaio 2005.
Amministrazione umana delle risorse
Vincent de Gaulejac è un sociologo clinico, che insegna all'università Paris VII e vi dirige il Laboratorio di cambiamento sociale. Il suo approccio scientifico s'inserisce in un ambito di ricerca che ritiene che i fenomeni sociali possono essere analizzati efficacemente soltanto se si considera anche il modo con cui gli individui se li rappresentano, li fanno propri e contribuiscono a riprodurli.
de Gaulejac è noto agli operatori aziendali italiani per il libro, scritto nel 1991 con Nicole Aubert, "Il costo dell'eccellenza", una risposta al best seller di Peters e Waterman.
Al peggioramento delle condizioni di lavoro, all'aumento della pressione sugli individui, alla crescita dell'esclusione sociale è dedicata la sua ultima opera, appena uscita in libreria, "La société malade de la gestion. Idéologie gestionnaire, pouvoir managerial et harcèlement social", Seuil, Economie humaine, Paris, 2005 (La società ammalata di gestione. Ideologia gestionale, potere manageriale, logoramento sociale).
Vi è argomentata la tesi che la società si lascia contaminare dall'ideologia gestionale, che legittima la guerra economica e l'ossessione del rendimento finanziario. "Oggi tutto si gestisce, le città, la pubblica amministrazione, le istituzioni, ma anche la famiglia, le relazioni amorose, la sessualità fino ai sentimenti e alle emozioni". I "gestionali" hanno stabilito un nuovo potere manageriale, meno autoritario e gerarchico, che incita all'"investimento illimitato di sè nel lavoro per tentare di soddisfare le proprie inclinazioni narcisistiche e i propri bisogni di riconoscimento" perchè "la sola via di realizzazione della propria identità consiste nel buttarsi a corpo morto nella lotta per la scalata sociale e nella corsa alla produttività". "L'identità individuale è diventata un capitale che ciascuno deve fare fruttare".
"Questa cultura delle alte prestazioni e il clima di competizione generalizzata mettono il mondo sotto pressione." secondo una logica che deborda dal settore dell'impresa e colonizza tutta la società.
La soluzione proposta per guarire dalla "malattia della gestione "che produce "banalizzazione della decadenza morale, sfinimento professionale, stress e sofferenza lavorativa" consiste in un'amministrazione più umana delle risorse.
Un gioco di parole che capovolge la nota espressione gestione delle risorse umane e punta a passare da una società mercantile a un'economia solidale a sviluppo sostenibile.
La diagnosi del sociologo clinico non è seguita da una indicazione terapeutica adeguata e non basta l'altro simpatico gioco di parole, "le lien vaut mieux que le bien", (il legame è meglio del bene) a salvarla con l'appello a una maggiore fiducia tra le persone. de Gaulejac cade seguendo le orme di certi psicologi sociali che si credono ingegneri sociali, incitando all'autenticità dei comportamenti organizzativi.
Del libro restano la categorizzazione delle caratteristiche del potere manageriale e la ricostruzione dei fondamenti dell'ideologia gestionale. Per gli esperti di gestione delle "risorse umane" rinforza l'idea di cambiare almeno la denominazione abituale.
Rapporto debito pubblico/PIL
(in % dati definitivi 2003, Fonte: Eurostat gennaio 2005)
| Grecia | 109,9 | Danimarca | 45,9 |
| Italia | 106,2 | Finlandia | 45,6 |
| Belgio | 100,7 | Polonia | 45,4 |
| Malta | 71,1 | Slovacchia | 42,6 |
| Cipro | 70,9 | Regno Unito | 39,8 |
| Austria | 65,1 | Cechia | 37,8 |
| Germania | 64,2 | Irlanda | 32,1 |
| Francia | 63,7 | Slovenia | 29,5 |
| Portogallo | 60,3 | Lituania | 21,6 |
| Ungheria | 59,1 | Lettonia | 14,4 |
| Paesi Bassi | 54,1 | Lussemburgo | 5,4 |
| Svezia | 52,0 | Estonia | 5,3 |
| Spagna | 50,7 | UE 15 | 70,7 |
UE 25 | 63,3 |
Si tiene oggi a Bruxelles la riunione dei ministri dell'economia della zona euro per un'eventuale revisione dell'accordo di Maastricht.
In nove paesi dell'UE il debito pubblico ha superato nel 2003 il 60% del PIL, limite fissato dal patto di stabilità e sviluppo.
Le economie dei paesi europei componenti il G7 presentano i debiti maggiori, con il record negativo dell'Italia e la crescita del deficit annuale della locomotiva tedesca e della Francia.
I paesi dell'Europa orientale mostrano le migliori performance, figlie dell'oculata gestione passata.
Nel mondo, il debito degli USA nel 2003 ha raggiunto il livello "europeo" del 63,1% e continua a crescere, il debito del Giappone è da vertigine, addirittura il 154,7%, ma il governo di questo paese ha adottato rigide misure correttive, che sembrano dare i primi risultati.
Oppressione del lavoro
"La motivazione lavorativa scende velocemente in un numero sempre maggiore di categorie sociali. Mentre il neocapitalismo della conoscenza e dell'hi - tech ha sempre più bisogno di mobilitare le 'risorse umane', succede tutto il contrario: i dipendenti , i quadri, fino ai livelli dirigenziali, sono stanchi, demotivati, critici".
"Il dibattito sul contenuto del lavoro è aperto in tutti i paesi sviluppati. Il 72% dei lavoratori americani pensano che il loro carico di lavoro è pesante, il 53% si dichiarano 'molto affaticati'. Il costo dei medicinali e dei trattamenti antistress lavorativo raggiungerebbe i 300 miliardi di dollari l'anno (230 miliardi di euro), secondo il New York Times, cioè il 3% del PIL. In Giappone il fenomeno del 'Karoshi' (la morte per surmenage) ha assunto proporzioni allarmanti. In Inghilterra il ministero della salute ha calcolato che lo stress provoca un assenteismo da 13 milioni di giornate ogni anno".
"Richard Sennet, sociologo dell'università di New York, stima che un giovane Americano che entra oggi sul mercato del lavoro cambierà attività undici volte nella sua vita. L'occupazione è frammentata in contratti a tempo determinato e a tempo parziale. Il fondamento della condizione di lavoro dipendente dacchè era la stabilità è diventato l'incertezza, come annota il sociologo Robert Castel ('L'insecurité sociale')".
"Come il capitalismo potrà risolvere la contraddizione tra il bisogno di coinvolgere le persone e la loro demotivazione crescente?
Le aziende se ne infischiano ... rimediano all'assenza di motivazione con una 'normalizzazione' dei compiti e dei risultati sostenuta dal computer".
"Come scrive Robert Castel, credere possibile un ritorno alla stabilità dei modi di lavorare del 'fordismo' sarebbe la peggiore politica. Non rendere lo stato sociale 'flessibile e attivo' significherebbe condannarlo. Bisogna al contrario riconfigurare senza ulteriori ritardi i sistemi sociali perchè ognuno sia individualmente in grado di affrontare il bisogno di mobilità".
Da Eric Le Boucher, Il capitalismo morirà per caduta tendenziale del tasso di motivazione?, Le Monde, 16-17 gennaio 2005.

"Ti farei salire, ma ho la vita in disordine".
The New Yorker Cartoon
Linee per la competitività europea
Anche per il 2005 le previsioni di crescita dell'economia europea non superano l'1,8%, poco più della metà del 3,5% atteso per gli USA e molto meno del 3% della media mondiale.
Tra il 2003 e il 2004 il PIL americano è cresciuto del 3% e del 4,4%. Gli investimenti diretti esteri negli USA sono cresciuti del 300%, passando dai 30 miliardi di dollari a 121, quelli dell'UE si sono ridotti alla metà, precipitando dai 308 ai 165 miliardi e quelli mondiali sono aumentati del 6%, dai 580 ai 612 miliardi.
Stephen Roach, economista capo della banca Morgan Stanley, ha scritto il 20 dicembre in "Global: how to fix the world" che gli USA, con il 30% dell'economia del pianeta, hanno beneficiato tra il 1995 e il 2002 del 98% di tutta la crescita mondiale. A tutti gli altri paesi non è rimasto che il 2%. L'America ha bisogno di ricevere ogni giorno un flusso di capitali asiatici ed europei di 2 miliardi e 600 milioni di dollari per colmare il suo enorme deficit corrente.
Cinque anni dopo l'enunciazione della "strategia di Lisbona", che avrebbe dovuto fare dell'Europa entro il 2010 "l'economia della conoscenza più competitiva del mondo", la Commissione Europea, vuole rilanciarne gli obiettivi, insoddisfatta della formula del "coordinamento aperto", che ha significato operativamente impegno flessibile senza vincoli per gli Stati membri.
L'altro ieri un gruppo di commissari diretto dal vicepresidente della Commissione ha proposto di ricentrare gli sforzi dell'Unione su tre priorità, l'occupazione, l'innovazione e l'attrattività europee e ha indicato in dieci punti le politiche e le azioni necessarie:
1°- aumentare il numero delle persone che lavorano, con programmi rivolti agli immigrati, alle donne e ai giovani;
2°- accrescere l'adattabilità dei lavoratori e modernizzare il welfare;
3°- investire nel capitale umano con l'istruzione e la formazione;
4°- sviluppare la ricerca collegandola con l'industria e raddoppiando le spese comunitarie nel periodo 2007 - 2013;
5°- migliorare l'innovazione con l'impiego dell'ICT;
6°- estendere e migliorare le infrastrutture europee adattandole alle nuove tecnologie;
7°- completare il mercato interno liberalizzando i servizi e promuovendo la libera circolazione dei capitali;
8°- migliorare la normativa europea e nazionale;
9°- armonizzare le regole economiche in Europa e nel mondo, aumentare gli scambi attraverso l'Organizzazione mondiale del Commercio, ridurre il carico fiscale sulle aziende e gli aiuti di Stato;
10°- creare le condizioni per un forte sistema industriale europeo.
Sono linee guida tese a creare nell'UE un ambiente più liberale e più favorevole alle aziende, ma ancora una volta, indipendentemente dai giudizi sulle scelte, le indicazioni non sono vincolanti per gli Stati membri, sono troppo numerose per essere realistiche e necessarie, rimandano ad un "altro contesto" la risoluzione delle questioni sociali e ambientali, non considerano l'evoluzione dei corsi del petrolio e del dollaro.
Mercato dei videogame
Con una quota del 22% Electronic Arts (EA) è la prima azienda del mercato mondiale dei videogame.
Ha realizzato nel 2003 un giro d'affari di 2 miliardi e 500 milioni di dollari, con un incremento del 44% sull'anno precedente.Nel 2004, ha venduto per 3 miliardi con un +20% sul 2003, il risultato operativo è stato di 776 milioni. Le azioni si sono apprezzate del 30%. La capitalizzazione di borsa ha raggiunto i 18 miliardi.
EA è stata fondata nel 1982 da Trip Hawkins, ex responsabile marketing di Apple Computer, con un investimento personale di 200 mila dollari.
Il gruppo iniziale fu costituito in maggioranza da altri ex Apple con lo scopo di "realizzare dei software che giustificano il possesso di un pc".
L'azienda ha la sede centrale a Redwood City in California, possiede dodici laboratori nel mondo e realizza la più diversificata produzione di videogame. 27 dei suoi titoli già nel 2003 avevano venduto più di un milione di copie ciascuno.
Sono di EA i celebri "Sims", "Il Signore degli anelli", "Harry Potter", "FIFA". Domina in alcune nicchie di mercato come i giochi di simulazione sportiva e in dicembre ha fatto un accordo con NFL, la lega professionale del foot-ball americano.
EA vuole conquistare il mercato europeo dei videogame, ispirandosi alla strategia espansiva di Microsoft.
Forte di una liquidità valutata intorno ai 2 miliardi e mezzo di dollari, ha acquisito nell'ultimo biennio due aziende concorrenti, l'inglese Criterion e la svedese Digital Illusions e il 19,9% della francese Ubisoft, produttrice di "Myst", "Rayman", "Splinter Cell", "Prince of Persia", su cui lancerà probabilmente un OPA per il controllo totale.
Secondo gli analisti del settore il mercato mondiale dei videogame crescerà nei prossimi 5 anni ad un ritmo medio del 10% annuale. Si accentuerà la competizione tra i produttori per un aumento dei volumi e una riduzione dei prezzi di vendita.
La strategia delle acquisizioni e dei prodotti destinati a un pubblico sempre più ampio, che fanno leva sui percorsi, i livelli, gli effetti della grafica e del sonoro sempre migliori, best seller, realizzata da EA non è nuova. Ubisoft l'aveva già messa in pratica quando conquistò l'americana Redstorm per mettere le mani sulle licenze e sul know how di Tom Clancy e reclutò dei creativi geniali. Ubisoft ora trova sulla sua strada la minaccia di una conquista da parte di una azienda più potente a cui sarà difficile resistere.
Chi sopravviverà al gioco delle concentrazioni potrà fare vendite da 10 milioni di copie a titolo e grossi utili, in un mercato che si sta avvicinando rapidamente ai 20 miliardi di dollari.
Prodotto - concetto di tipo olistico
"Dottor Alessandri, la laurea honoris causa è dello scorso aprile, come avete chiuso il 2004?
Con una crescita del 12% che ha portato il business a 230 milioni di euro."
"Può anticipare qualche risultato di bilancio?
Il margine lordo (Ebit) è stato di 26 milioni. Durante l'esercizio siamo riusciti a realizzare un flusso finanziario di 14 milioni. A fine anno avevamo in cassa 25 milioni."
"Tra i suoi slogan c'è "se funziona è obsoleto". Quali i piani per quest'anno?
Entro aprile presenteremo a San Francisco un nuovo prodotto - concetto di tipo olistico destinato a rivoluzionare le regole del gioco nel fitness.
Avete già un nome per questa nuova famiglia?
Si chiamerà Kinesis. Non mi faccia aggiungere altro. Ho già detto troppo e i concorrenti, anche se americani, hanno antenne ovunque."
Da Franco Vergnano, intervista a Nerio Alessandri, presidente di Technogym, Il Sole - 24Ore, 12 gennaio 2005.
Disoccupazione 2004 - 2006
(% sulla popolazione attiva delle donne e degli uomini fra i 15 e i 64 anni in cerca di lavoro. Fonte OECD).
Come appare dalla tabella successiva la tendenza generale è ad un lieve contenimento del tasso di disoccupazione.
I motivi possono essere diversi, a seconda dei paesi. Possono andare da un aumento effettivo del numero di occupati allo "scoraggiamento" nella ricerca di un lavoro, alla registrazione come "inattive" di persone che lavorano (cfr. iriospark, 21 dicembre 2004).
Il tasso medio di disoccupazione dell'UE è comunque superiore a quello dell'OECD, degli USA e, soprattutto, del Giappone.
Paesi | 2004 | 2005 | 2006 |
| Polonia | 19,0 | 18,4 | 17,6 |
| Slovacchia | 18,1 | 17,5 | 17,0 |
| Spagna | 10,9 | 10,7 | 10,4 |
| Lituania | 10,1 | 10,1 | 10,0 |
| Lettonia | 9,7 | 10,0 | 9,8 |
| Francia | 9,8 | 9,6 | 9,1 |
| Germania | 9,2 | 9,2 | 8,8 |
| Grecia | 9,0 | 8,9 | 8,7 |
| Finlandia | 8,9 | 8,4 | 8,2 |
| Cechia | 8,4 | 8,3 | 8,2 |
| Estonia | 8,5 | 8,0 | 8,0 |
| Italia | 8,0 | 7,4 | 7,4 |
| Belgio | 7,7 | 7,6 | 7,6 |
| Malta | 7,0 | 7,0 | 7,0 |
| Portogallo | 6,5 | 6,4 | 6,3 |
| Ungheria | 5,9 | 5,7 | 5,5 |
| Slovenia | 5,9 | 5,9 | 5,5 |
| Austria | 5,8 | 5,5 | 5,5 |
| Danimarca | 5,7 | 5,3 | 5,0 |
| Svezia | 5,6 | 4,8 | 4,5 |
| Cipro | 5,0 | 5,0 | 4,8 |
| Paesi Bassi | 4,8 | 5,2 | 4,9 |
| Regno Unito | 4,7 | 4,7 | 5,0 |
| Irlanda | 4,4 | 4,7 | 4,0 |
| Lussemburgo | 4,2 | 4,2 | 4,0 |
| UE | 7,9 | 7,8 | 7,7 |
| USA | 5,5 | 5,3 | 5,2 |
| Giappone | 4,7 | 4,5 | 4,1 |
| OECD (30 paesi) | 6,6 | 6,5 | 6,3 |
Occupazione dei seniores
(Uomini e donne 55-64 anni in % sulla popolazione attiva a ottobre 2004, Fonte Eurostat)
| Svezia | 68,6 | Francia | 36,8 |
| Danimarca | 60,2 | Malta | 32,5 |
| Regno Unito | 55,5 | Italia | 30,3 |
| Estonia | 52,3 | Austria | 30,1 |
| Portogallo | 51,6 | Lussemburgo | 30,0 |
| Cipro | 50,2 | Ungheria | 28,9 |
| Finlandia | 49,6 | Belgio | 28,1 |
| Irlanda | 49,0 | Polonia | 26,9 |
| Paesi Bassi | 44,8 | Slovacchia | 24,6 |
| Lituania | 44,7 | Slovenia | 23,5 |
| Lettonia | 44,1 | UE - 15 | 41,7 |
| Cechia | 42,3 | UE - 25 | 40,2 |
| Grecia | 42,1 | Giappone | 63,0 |
| Spagna | 40,8 | USA | 58,0 |
| Germania | 39,5 |
Il tasso di occupazione raggiunto dall'UE è ancora molto lontano dall'obiettivo del 70% fissato dal vertice di Lisbona nel marzo del 2002, tasso ritenuto necessario per migliorare la competitività dell'Unione nei confronti degli USA e del Giappone e ridurre il carico pensionistico.
Svezia e Danimarca sono i soli paesi europei a superare o ad avvicinarsi alle situazioni occupazionali giapponese e americana.
La Francia, l'Italia, l'Austria, il Lussemburgo e il Belgio sono nettamente al di sotto della stessa media europea.
L'Italia, in particolare, ha un tasso di disoccupazione dei minori di venticinque anni (27,1%) fra i più elevati dell'UE e una base occupazionale (uomini e donne 15-64 anni 56,1% della popolazione attiva) fra le più ristrette.
Rischi di insoluto
Coface, leader mondiale dell'assicurazione dei crediti all'esportazione, ha diffuso le sue previsioni annuali sul rischio dei mancati pagamenti a breve per le forniture nelle diverse aree geografiche e per i diversi settori economici.
Le previsioni sono il frutto di un monitoraggio costante su 151 paesi, che considera i fattori politici, la mancanza di valuta pregiata, la capacità dello Stato a fare fronte ai suoi impegni verso l'estero, la probabilità di svalutazione in caso della richieste di ritiro immediato dei capitali, la solidità del sistema bancario, i rischi congiunturali e i comportamenti di pagamento a breve.
La sintesi del monitoraggio con la stima per il 2005 è riportata nella tabella successiva su due scale graduate in progressione di rischiosità

Cofice aveva previsto nel rapporto presentato nel gennaio 2004 una diminuzione mondiale del 17% del rischio paese. Previsione che si è realizzata nonostante un rallentamento pressochè generalizzato dello sviluppo economico nel secondo semestre dell'anno.
Per il 2005 i rischi maggiori di mancato pagamento sono legati ai corsi del petrolio e alla debolezza del dollaro. Uno choc geopolitico potrebbe far risalire di colpo il costo del brent e gli investitori potrebbero perdere fiducia nella divisa americana, obbligando le autorità monetarie a far risalire in modo significativo i tassi d'interesse con effetto sui mercati finanziari e sulla crescita economica.
Ascesa e crisi del manager
Le notizie giornalistiche sulle aziende che hanno rilevanza internazionale in questo inizio d'anno sono
- l'appuntamento (in luogo e data segreti) di Sergio Marchionne, a.d. FIAT, e Richard Wagoner, c.e.o. General Motors, per dirimere da soli, prima del ricorso al tribunale di New York, la vertenza sul put della Casa di Torino,
- la proclamazione da parte di Business Week dei migliori e peggiori top manager dell'anno, di quelli emergenti e di quelli in calo,
- l'indagine del Financial Times sulle manifestazioni premature della leadership negli uomini e nelle donne al comando delle maggiori imprese inglesi.
Sono tutti e tre esempi significativi e ricorrenti delle doti, del potere e del peso economico e sociale delle alte gerarchie manageriali, suscitatrici di una mitologia, che va influenzando sempre più perfino le burocrazie statali e i comportamenti politici, anche da noi. Basti pensare alle formule " Ciò che è bene per l'Azienda è bene anche per il paese", "Preside, sindaco, medico o magistrato manager", "Aziendalizzazione della macchina dello Stato", eccetera.
Da tempo la mano visibile del management è nella vulgata formativa forza strutturante di un mercato connotato da efficienza e sviluppo della società.
L'orientamento oggi prevalente, largamente favorevole alla managerialità, è stato guardato con sospetto pressochè generale in Italia per più di quaranta anni dalla nascita della grande industria. La prima traduzione italiana del libro di James Burnham, docente alla New York University, "La rivoluzione manageriale", in cui si faceva un bilancio della comparsa di una nuova classe, fu intitolata "La rivoluzione dei tecnici".
Lo ricorda il sociologo Alessandro Casiccia, docente presso l'Università di Torino, autore de "Il trionfo dell'élite manageriale. Oligarchia e democrazia nelle imprese", Bollati Boringhieri, Torino, 2004, apparso in libreria a fine dicembre.
A proposito della titolazione di circostanza del libro di Burnham, Casiccia ipotizza: "Ciò potrebbe spiegarsi considerando non solo l'ancor scarsa diffusione del concetto di management negli anni quaranta in Italia, ma anche il ruolo preminente che, nel più lento sviluppo del fordismo, la produzione conservò rispetto alla parte finanziaria e commerciale. Il vero manager, a parte l'amministratore delegato, era il direttore dello stabilimento (per lo più un ingegnere)".
"Il trionfo dell'élite manageriale"
- ripercorre l'intreccio di concezioni e organizzazioni che hanno legittimato la funzione del dirigente,
- individua le cause e gli effetti della "sempre più evidente inadeguatezza" a svolgere il suo ruolo di governo dei processi.
Sono così storicizzate le ambivalenze del taylorismo e le illusioni di sinistra di un suo potenziale emancipatorio dai rapporti di produzione dominanti, i conflitti fra media e alta dirigenza, gli immeritati compensi dei top manager a fronte dei risultati gestionali, l'evoluzione degli attori e dei processi delle relazioni industriali.
"Nella fase iniziata con la svolta neoliberista nelle società industriali", negli anni ottanta del Novecento, una "nuova élite tecno - manageriale" è subentrata all'imprenditore capitalista vero e proprio nella direzione aziendale. "Il nuovo manager ha evitato abilmente di pagare il duro prezzo che l'inflessibile e spietata giustizia del mercato imporrebbe, teoricamente, ai perdenti". Il potere economico "è stato lentamente ma tenacemente scalato da una nuova classe, fatta per lo più di volti anonimi, che si è autopromossa a 'nuova aristocrazia'". E' il giudizio di Marco Vitale, che Casiccia riporta.
Al "managerialismo" fa riscontro la speculare decostruzione delle forme associative e di rappresentanza dei lavoratori, in primo luogo dei sindacati, sfidati nella stessa centralità del loro agire sul terreno che ne avevano legittimato peso sociale e responsabilità politica.
La diagnosi è impietosa e il linguaggio usato per l'analisi, la riflessione e le proposte può risultare provocatorio per il lettore poco avezzo alle esplorazioni fuori dai confini del managerialismo, ma l'"abbozzo di bilancio teorico", come l'autore chiama le sue conclusioni, è preciso e congruente con le variazioni delle dimensioni dell'impresa, la perdita dei suoi confini, il mutare della sua architettura giuridica, la domanda di un controllo della gestione da parte dei lavoratori e di altri soggetti direttamente interessati.
L'uscita possibile dalla crisi dell'élite dirigente è la ricerca condivisa di un modello dell'azione sociale adeguata a " un sistema della forza - lavoro che ... non trova più il proprio principio di aggregazione nella forma del processo di lavoro e nella struttura dell'impresa".
Una conclusione da approfondire ridiscutendo la storia delle idee e delle pratiche manageriali, tecnocratiche, corporative, cogestionarie ricostruite dal libro.

La Repubblica, 8 gennaio 2005.
Argomenti di dicembre
9 - Apprendimento della matematica; 15 - Benessere in Europa; 10 - Caffè equo e solidale; 17 - Comprare a buon prezzo; 2 - Comunità economica dell'Est Asia; 1 - Conti dell'Italia; 9 - Contro la fame nel mondo; 13 - Crescita dell'economia mondiale; 20 - Doppio deficit USA; 9 - Fine dell'obbedienza cieca pronta e assoluta; 21 - Epocale; 13 - Globalizzazione sindacale; 13 - Grande distribuzione/2; 10 - Infanzia in pericolo; Innovazione in Europa; 14 - Ore lavorate in Europa; 21 - Più persone "inattive" meno disoccupati; 20 - R & D nella grande industria; 1 - Recupero credito; Ripresa economica rinviata al 2005; Ritardo dei pagamenti; 3 - USA paese - mondo.
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Immane
L'aggettivo più abusato dai nostri catafratti giornalisti in questo scorcio di 2004 e inizio 2005 è stato, purtroppo, "immane". E' servito ad accompagnare il sostantivo "tragedia", che ha sostituito quasi sempre il termine tecnico "tsunami", impiegato invece dei meno frequenti "maremoto" e "cataclisma" per indicare le distruzioni di persone, animali e ambiente in tutta l'area meridionale dell'Asia e dell'Africa per lo sconvolgimento geologico del 26 dicembre.
La parola tragedia, come è noto, esprime pathos, sofferenza "epica". E non a caso, l' "immane tragedia" è stata spesso ulteriormente qualificata dai cronisti come "biblica", un inserimento in certi terribili avvenimenti narrati dal "libro dei libri", "parola di Dio" e dei suoi imperscrutabili disegni.
Immane ha il preciso significato etimologico di "smisurato da incutere paura", ma viene impiegato per di più come senza rimedio, imparabile, eccezionalmente grave.
L'espressione giornalistica "immane tragedia biblica" non trascura soltanto i perchè e i come, rassicura i superstiti della devastazione sismica e gli altri abitanti del pianeta sulla pari dignità delle vittime, legittima le operazioni immagine dei governi occidentali, spinge alla solidarietà. Le "ondate" di questa, per restare nel lessico usato dai mass media, impegnano 26 paesi e organizzazioni internazionali, sotto la guida dell'ONU, per contribuire con quasi 4 miliardi di dollari al dopo maremoto.
Colin Powell, il Segretario di Stato americano uscente, ha dichiarato ieri al vertice umanitario di Giakarta: "Quel che stiamo facendo qui dà al mondo musulmano e a tutto il resto del mondo un'opportunità di vedere la generosità americana, i valori americani all'opera".
Agli aiuti economici, che vedono in testa ai maggiori donatori la Germania con 790 miliardi di dollari (140 di essi offerti dai privati), seguita dall' UE con 585 e poi dagli USA con 550 (230 dei privati), si aggiungono i soccorsi prestati dai militari: 13.800 indiani, 13.000 americani, 1.000 francesi, 800 giapponesi, 400 inglesi e altri di otto paesi ancora.
Un intervento senza precedenti, "globale", quasi a compensare la furia della natura e ad esorcizzare ogni possibile ripetizione futura di quest' "ultimo diluvio", come con letteraria precisione l' ha definito il filosofo francese Jean Daniel.
(Fuorisacco del 7 gennaio 2005)