Contatore

visitato *loading* volte

30/11/2004

Argomenti di novembre

11 - Bisogno di risorse energetiche; 19 - Cambiamenti della grande distribuzione; 4 - Competitività dell'UE; 17 - Contraffazione; 16 - Contribuzione sociale in Europa; 26- Corruption Perception Index 2004; 25 - Deindustrializzazione e delocalizzazioni; 19 - Fine del posto fisso; 2 - Giornalismo e politica; 8 - G-9 prossimo venturo; 15 - Global information Grid; 23 - Inflazione nell'UE; 18 - Manager o direttori del personale; 10 - Neomanagement; 30 - Neomanagement/2; 8 - Organizzazione del lavoro e gestione RU; 5 - Parole suggestive; Partner, patrocinatori, patroni, sponsor; 2 - Part-timer europei; 23 - Privatizzazione delle carceri; Problem solving; 11 - Produttività del lavoro; 9 - Psycologie dans le boudoir; 15 - Reality shop; Realizzazioni europee dell'e-learning; 29 - Riforme per l'economia dell'UE; 22 - Sfiducia nei leader; 2 - Urbanesimo; 3 - Vita d'ufficio.

Anche questo mese "iriospark" ha registrato quasi 10.000 accessi

Postato da: orsola a 11:55 | link | commenti (1)

Neomanagement/2

Lo spunto di discussione del 10 scorso ha suscitato richieste di approfondimento, confronti tardivi con informazioni ricevute in passato da altre fonti, proteste contro i veteromanager conosciuti.

1. Iriospark aveva pubblicato proprio qualche giorno prima del pezzo sul neomanagemet un estratto della ricerca di Lorenz e Valeyre su "Les formes d'organisation du travail dans les pays de l'Union européenne", realizzata per il Centre d'études de l'emploi, sulle relazioni tra politiche di gestione delle Risorse umane e forme d'organizzazione del lavoro nell'UE dei 15.

Dalla tabella di sintesi fatta per quella occasione risulta che in Italia c'è una sovrapresenza di organizzazione tayloriana e una importante presenza della struttura semplice. Due configurazioni che Lorenz e Valeyre considerano meno bisognose di formazione continua e di efficaci relazioni interne e sindacali .

Non stupisce che il neomanagement sia ignorato o che per esso venga spacciato tutt'altro, mentre in Francia e in Germania è considerato da anni come la filosofia di gestione indispensabile alla learning organisation e alla lean production.

In Francia, poi, ha avuto un'accentuazione verso il management critico, che fa leva sull'incoraggiare l'autonomia di giudizio e la libertà d'espressione delle persone che lavorano in azienda, considerate forze propulsive dell'innovazione.

2. La cultura nazionale ha un impatto significativo sull'efficacia delle pratiche manageriali. Secondo gli studi di Geert Hofstede le teorie e i principi di gestione sviluppati in un paese non hanno una validità universale, come si credeva negli anni '70, quando si puntava su un comportamento e una formazione "da multinazionale".

3. L'impresa rete e le tecnologie dell'informazione e della comunicazione possono sostenere l'autonomia e la responsabilità individuale. Esse vanno gestite con uno sviluppo continuo della competenza.

I limiti dell' "impiegabilità", predisposta per un "modello di consumo"delle Risorse, come lo chiama Dominique Méda, e accoppiata con la "flessibilità" del lavoratore, ricadono socialmente, psicologicamente ed economicamente sull'impresa e sulle persone.

Peter Docherty, Jan Forslin e Abraham.B. Rami Shani hanno sistematizzato metodi di progettazione e governo dell'organizzazione e del lavoro sostenibili per la creazione di un ambiente in cui persone di competenza e cultura diversa interagiscano efficacemente.

Produrre dipendenti in serie sul modello che serve al management per affermare la sua leadership non più sufficiente.

4. Henry Mintzberg si preoccupa a ragione della qualità della management education. Si tratta di evitare il blabla del change management e la "formattazione ideologica" sulla cultura del veteromanagement, come scrivono Eric Abrahamson e Clayton Christensen.

Per vincere la sfida della competitività su più ampia scala non bastano soltanto i team building e l'orientamento al cliente .

Postato da: orsola a 10:24 | link | commenti (2)

29/11/2004

Riforme per l'economia dell'UE

Trascorso quasi metà del tempo, considerato necessario a Lisbona per fare dell'Unione Europea "l'economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo", si moltiplicano i bilanci negativi sull'operato degi Stati membri.

Negli ultimi tre anni il tasso di crescita annuale medio delle performance economiche europee non ha superato l'1,25% contro il 2,7% della seconda metà degli anni '90. La Zona euro nel 2003 ha perduto circa 200 mila impieghi mentre è cresciuto il deficit pubblico. Il PIL per abitante degli USA supera del 28% quello dell'Unione, che rischia d'essere superato anche dal Giappone.

Alle diagnosi sullo stato dell'economia europea non sempre si affiancano coerenti analisi delle cause di crisi della strategia di Lisbona ed efficaci proposte di rilancio, che tengano conto delle dimensioni collettive economiche, sociali e ambientali. Gli interessi dei governi nazionali si contrappongono spesso alla realizzazione delle riforme previste e senza una forte crescita dell'economia le riforme necessarie non si attuano.

A rompere questo circolo vizioso si pone "Building a dynamic Europe: the key policy debates", un libro con più autori, coordinato da Jordi Gual, Cambridge University Press, 2004.

Gual insegna alla IESE Business School di Barcellona e vi dirige il Department of Economics.

Il libro sviluppa una serie di riflessioni e suggerimenti operativi per vincere le resistenze nazionali, che impediscono la costruzione di un'economia europea più integrata e dinamica.

Il tema che dà unità al libro è la necessità di riformare in modo significativo le istituzioni dell'Unione.

Scrive Gual nell'introduzione: "Dinamismo economico e trasformazione politica devono andare di pari passo. Uno sviluppo economico aumenterà le possibilità di trasformare le istituzioni politiche e le farà accettare dalle popolazioni nazionali".

Gerald Roland, professore di Economia a Berkley, in California, nel suo saggio "The new governance of Europe:parliamentary or presidential?", sostiene la necessità di rendere più agile il processo decisionale europeo per superare il deficit democratico attuale. Rinforzare le istituzioni europee richiederà tempo. Negli Stati Uniti ci vollero 50 anni per adottare una Costituzione in cui fu fissato un ruolo rilevante del governo. Ma non c'è altra strada che trasformare la Commissione Europea da organo burocratico a vero e proprio esecutivo dell'Unione e il Parlamento Europeo in colegislatore.

Asar Lindbeck, professore dell'Institute for International Economics Studies di Stoccolma, con "Improving the performance of the European social model", centra la sua analisi sulla riforma del mercato del lavoro europeo e sugli obiettivi di parità del Welfare tra i diversi paesi.

Francesco Giavazzi, Prorettore dell'Istituto Gasparini dell'Università Bocconi, con "Challenges for macroeconomic policy in EMU", propone di contabilizzare separatamente gli investimenti pubblici, avendo come riferimento più anni, come fanno le aziende private, perchè il patto di stabilità e sviluppo di Maastricht non freni la crescita dell'economia.

David M. Newbery, direttore del Dipartimento di Economia applicata dell'Università di Cambridge, avverte sui limiti della liberalizzazione dei mercati del gas e dell'elettricità in "Integrating and liberalizing the market for network services: gas and electricity".

Jordi Gual conclude con "The integration of EU banking markets", considerando i metodi d'integrazione del sistema bancario e sottolineando l'importanza delle istituzioni nel costituire un apparato aziendale di sostegno all'economia del recente allargamento dell'UE.

Un "Rapporto" che fa leva sull'autorevolezza degli autori e sull'agibilità delle loro proposte.

Postato da: orsola a 12:57 | link | commenti

New York Times, 24 novembre 2004



Postato da: orsola a 09:58 | link | commenti

26/11/2004

Corruption Perception Index 2004

L'Università di Passau (Germania) ha elaborato su incarico di Transparency International il CPI - l'indice di percezione della corruzione 2004.

Misura ogni anno quanto è diffusa la percezione dell'esistenza della corruzione nel settore pubblico e nella politica, sulla base di numerose interviste individuali, di gruppo e di panel con esperti ed esponenti del mondo degli affari e delle istituzioni di 146 paesi. Considera le tangenti che i pubblici ufficiali hanno chiesto o accettato dal settore privato.

Il CPI non è costruito per confrontare gli andamenti pluriennali di tale percezione e l'indice del 2004 si basa solo su alcuni fattori simili a quelli precedenti, come i reati indagati e il pregiudizio economico derivato.

Sulla base dei dati di quest'anno Transparency International ritiene che le tangenti pagate nel mondo ammontino a 400 miliardi di dollari, cifra ampiamente inferiore alle stime della Banca Mondiale, che ipotizzano invece un valore pari al 5% del reddito mondiale, 1500 miliardi di dollari.

Il CPI è espresso con un voto da 10 (paese altamente integro) a 0 (paese altamente corrotto).Se esso è inferiore a 3 indica una "corruzione generalizzata".

La classifica in base all'integrità vede in testa i paesi seguenti, con il voto segnato affianco.

1 - Finlandia (9,7)
2 - Nuova Zelanda (9,6)
3 - Danimarca (9,5)
4 - Islanda (9,5)

Agli ultimi posti ci sono

146 - Haiti (1,5)
145 - Bangladesh (1,5)
144 - Nigeria (1,6)

L'Italia con un voto di 4,8 è 43sima nella classifica mondiale e 19sima in quella dell'UE a 25. Dietro di essa nell'Unione ci sono la Lituania, 45sima con 4,6, la Grecia 49sima con 4,3, la Cechia 51sima con 4,2, la Lettonia 57sima e la Slovacchia 58sima con 4,0, la Polonia 69sima con 3,5.








Postato da: orsola a 10:09 | link | commenti

25/11/2004

Deindustrializzazione e delocalizzazioni

La riorganizzazione internazionale dell'industria ha diverse cause e forme: mettersi vicino al cliente, ridurre i costi di produzione, specializzare le unità produttive lungo la catena del valore, affidare lavorazioni a terzisti.

Nella ricerca di una maggiore efficienza il processo di internazionalizzazione ha attraversato più fasi.

Le aziende hanno cercato inizialmente di ottenere economie di scala producendo nel loro paese d'origine e commercializzando e distribuendo in tutto il mondo. Poi hanno impiantato fabbriche gestite direttamente vicino ai nuovi mercati, secondo logiche di "market seeking". In una terza fase hanno riorganizzato il complesso delle produzioni con finalità di "efficiency seeking", specializzando le fabbriche e situandole nei paesi a basso costo del lavoro.

Questa evoluzione è stata ora rinforzata esternalizzando le nuove attività e ricorrendo all' "offshore outsourcing" delle lavorazioni, dell'amministrazione e, nell'ultimo stadio, esternalizzando anche la ricerca e sviluppo.

La deindustrializzazione è invece un movimento che ha origine alla fine degli anni '60, come fenomeno interno ai paesi industrializzati, nato dalla combinazione sul mercato della domanda e dell'offerta. La prima deindustrializzazione è cresciuta per effetto della globalizzazione e del rafforzamento dei paesi emergenti. Lo sviluppo degli scambi con questi ha avuto per contropartita una selezione delle aziende e delle unità produttive più efficienti.

"Una selezione che può avere effetti devastanti sull'economia mondiale se manca l'innovazione e se la forza tecnologica delle aziende egemoni non è alimentata dalla ricerca e sviluppo o se non vi sono collegati servizi ad alto valore aggiunto".

La diagnosi di Lionel Fontagné e Jean-Hervé Lorenzi non lascia dubbi. I due economisti, professori, rispettivamente, della Université Paris 1 e di quella Paris-Dauphine, consiglieri tecnici del governo francese ed amministratori di grandi imprese finanziarie e istituzioni economiche, la esprimono nel Rapporto "Désindustrialisation - Délocalisations", scritto per il Conseil d'Analise Economique, un organismo pubblico, e diffuso il 18 novembre scorso.

La loro diagnosi è accompagnata da una rigorosa ricostruzione delle cause e delle conseguenze, a breve e a medio, della deindustrializzazione e delle delocalizzazioni: "una questione di mancata gestione del territorio, politica più che economica, un vero problema economico se si guarda non ai posti di lavoro perduti (essenzialmente per incrementi di produttività, fonte di crescita del livello di vita), ma all'insufficiente occupazione creata, come all'insufficiente reattività e adattività del tessuto economico".

Il cambiamento futuro è in accelerazione. Si sta andando verso "un'economia mondiale in cui grandi paesi, caratterizzati da forte disuguaglianza interna, costo del lavoro più basso rispetto ai paesi industrializzati e con una produttività simile, saranno i nuovi motori del commercio internazionale". Scrivono gli autori.

"L'UE non beneficia nè di atout commerciali (specializzazione su un mercato in sviluppo), come gli USA, nè di atout di settore (specializzazione su prodotti in sviluppo), come il Giappone, e manca tragicamente di capacità di adattamento (per un riorientamento verso mercati o prodotti in sviluppo)".

Che fare?

Fontagné e Lorenzi rispondono:
- approfondire la conoscenza della situazione,
- sviluppare strategie di specializzazione verso attività a forte valore aggiunto,
- fare emergere dei cluster locali per stimolare l'innovazione,
- sviluppare un mercato finanziario europeo e finanziare l'innovazione,
- riabilitare la cultura scientifica e tecnologica nella scuola,
- promuovere l'azienda europea.

Proposte non da poco, stanti la situazione attuale dell'UE e le capacità nazionali di governo.

Per altri "spunti di riflessione" sulle delocalizzazioni, pubblicati negli ultimi due mesi da iriospark, vedi: 7, 24 e 28 settembre, 6 e 10 ottobre.







Postato da: orsola a 10:32 | link | commenti (1)

23/11/2004

Privatizzazione delle carceri

In Germania è stato appena concluso un contratto tra il Land di Hesse e l'azienda inglese Serco. Nel 2006 questo operatore privato gestirà in parte il carcere di Hunfeld. 70 dipendenti dell'azienda affiancheranno i 132 operatori del ministero della Giustizia e si occuperanno completamente della cucina, del laboratorio e dei trasporti.

Saranno risparmiati 3 milioni e 300 mila euro (il 15% dei costi attuali di gestione del carcere) nei prossimi cinque anni.

Anche i Lander del Mecklemburgo - Pomerania occidentale, dello Schleswig - Holstein e della Renania - Palatinato sono già in contatto con Serco e con il gruppo francese Vinci, che ha avuto esperienze simili nel Regno Unito.

In quest'ultimo paese e negli USA alcuni penitenziari hanno già privatizzato anche le attività di sorveglianza.

Ma per ridurre le spese di gestione si sta già progettando d'installare nelle carceri call centre e di obbligare i detenuti a lavorare, come succede in molti paesi europei.

L'opinione pubblica tedesca è in parte favorevole alla privatizzazione sotto l'effetto dei politici ideatori del progetto. Questi ritengono che in tal modo si potrebbero contenere le delocalizzazioni e le terziarizzazioni di attività da parte delle imprese tedesche e contribuire ad aumentare il tasso di occupazione giovanile.

Postato da: orsola a 17:23 | link | commenti

Inflazione nell'UE

Il tasso d'inflazione medio nell'Unione Europea è salito dal 2,1% di settembre al 2,3% di ottobre e, nella Zona euro dal 2,1% al 2,4%. Su di esso hanno pesato gli aumenti in ottobre dei prezzi in Francia (0,4%), Portogallo e Belgio (0,5%), Grecia (0,7%), Spagna (1%).

Nella maggior parte dei paesi nuovi entrati l'inflazione è aumentata ancora di più.

Sulla media dell'Unione hanno particolarmente pesato l'aumento dei combustibili liquidi (35,2% su un anno) e dei carburanti per il trasporto (14,2%).

L'inflazione annuale a ottobre è indicata in % nella tabella seguente

Finlandia
0,6
Malta
2,7
Regno Unito
1,2
Cechia
3,1
Svezia
1,4
Lituania
3,1
Paesi Bassi
1,5
Grecia
3,3
Danimarca
1,6
Slovenia
3,4
Cipro
2,0
Spagna
3,6
Italia
2,1
Estonia
4,0
Germania
2,2
Lussemburgo
4,1
Francia
2,3
Polonia
4,6
Austria
2,3
Slovacchia
6,3
Portogallo
2,4
Ungheria
6,4
Irlanda
2,5
Lettonia
7,2
Belgio
2,7
UE25
2,3

Postato da: orsola a 11:34 | link | commenti

Problem solving

Riproduzioni minuziose e animazioni realistiche di insetti, farfalle, animali diversi e strani, cascate, aliti di vento che fanno muovere le piante, che spargono polline e bolle di sapone, che increspano l'acqua, paesaggi di vegetazione lussureggiante o aspramente rocciosi caratterizzano gli universi paralleli in cui si svolge l'avventura di Myst IV Revelation, videogame per pc.

Siamo nel fantastico mondo del quarto capitolo della serie, realizzato da Cyan Studios. I protagonisti sono sempre Atrus e Catherine, i due figli ribelli e una figlia bambina, Yeesha.

Sappiamo che i due figli sono stati mandati in esilio da Atrus e che egli non può controllare come si comportano perchè una tempesta magnetica ha reso inutilizzabili gli strumenti di osservazione. Ne hanno approfittato così i figli per fuggire e organizzare un piano per vendicarsi del padre e impadronirsi del linguaggio magico D'ni.

Il giocatore deve collegare diversi indizi per seguire le loro tracce e scoprire i loro piani. Può sperimentare come hanno attuato la fuga, leggere i loro diari e usare l'amuleto di Yeesha, che ha il potere di estrarre la memoria dagli oggetti e di far conoscere fatti della storia passata.

I rompicapo sono il fulcro di Myst IV. La difficoltà sta nel sapere che cosa fare e a che cosa serve quello che fa il giocatore. Il gioco consiste nel compiere azioni che hanno un qualche riferimento con gli indizi. Bisogna individuarli, collegarli, interpretarli e farli funzionare in un tempo limitato, provando e riprovando, spesso in modo casuale.

La storia può avere più finali a seconda delle scelte fatte nel percorso.

I filmati dei viaggi e dei sogni sono impressionanti. La visione è sferica a 360° e i fondali sono in 2D ad alta risoluzione. I personaggi che si incontrano sono fluidi e naturali, con progressiva sfocatura, lontananza e contemporanea messa a fuoco di dettagli in primo piano.

Ci sono rumori, fruscii, sciamare d'insetti, scalpiccio di passi, rumore di macchinari, sciabordio di acqua, versi di animali.

Le musiche sono di Peter Gabriel.

Nel gioco non manca una miniguida fatta apposta per evitare i tempi morti.

Postato da: orsola a 10:19 | link | commenti

22/11/2004

Sfiducia nei leader

Gallup International ha appena comunicato i risultati di una ricerca sulla fiducia nei leader politici e aziendali realizzata per conto del World Economic Forum tra giugno e agosto di quest'anno, intervistando un campione di 50 mila persone, appartenenti a 60 paesi diversi del mondo, in rappresentanza di più di 1 miliardo e 200 mila cittadini.

Le valutazioni espresse hanno riguardato la sensibilità alla pubblica opinione, la capacità e le competenze possedute, l'ispirazione etica del comportamento, l'uso del potere, l'ampiezza del potere e della responsabilità posseduta, l'onestà personale.

La figura successiva mostra queste valutazioni dei leader aziendali e politici a confronto:

1. Opinioni sui leader



Legenda: Leaders aziendali; Leaders politici; A= Hanno troppa sensibilità per la pubblica opinione; B=Non sono capaci e competenti; C= Non si comportano secondo etica; D=Abusano del potere in risposta alle istanze della gente; E= Hanno troppo potere e responsabilità; F=
Sono disonesti

I leader aziendali vengono fuori meglio di quelli politici dalle opinioni degli intervistati. Le critiche verso di loro sono focalizzate sulla disponibilità e uso del potere. Disaggregando i dati per aree del mondo si rileva una maggiore tolleranza, probabilmente motivata, per i politici dei cittadini dell'Europa del Nord America e del Medio Oriente. I leader politici sono considerati disonesti, infatti, solo dal 46% degli abitanti dell'Europa Occidentale, dal 49% di quelli dell'Europa Centrale e Orientale, dal 50% dei Nordamericani e dal 60% di quelli che vivono nel Medio Oriente.

Le valutazioni dei leader aziendali circa "potere e responsabilità" e "risposta alle istanze" sono indicate per aree geografiche del pianeta nella figura successiva.

2. Punti critici dei leader aziendali

La ricerca ha raccolto inoltre previsioni sulle residue possibilità per le future generazioni di abitare in un mondo sicuro e prospero. Ottenendo

- un maggior numero di risposte appena positive sulla residua sicurezza a breve (45% media mondiale) e negative sulla maggiore sicurezza futura (75% media mondiale), con punte di negatività dell'Europa Occidentale sulle prospettive avvenire (83%) e dell'Europa Centrale e Orientale sulla situazione attuale (73%),
- e risposte certamente negative sulla residua prosperità economica (36% media mondiale di quelli che vi contano) e ancora più pessimistiche sulla possibilità di maggiore prosperità futura (33% media mondiale di quelli che vi sperano).







Postato da: orsola a 15:06 | link | commenti

19/11/2004

"A volte vorrei che tu avessi accettato
quel lavoro a New York".

Vignetta di Cothan, The New Yorker, 9 novembre 2004




Postato da: orsola a 14:24 | link | commenti (1)

Fine del posto fisso

"La Bank of China - che non è la banca centrale, bensì la seconda banca commerciale del paese - ha virtualmente licenziato tutti i suoi 230.000 dipendenti.

E' un passaggio drastico in vista della privatizzazione parziale. La banca ha voluto dare il segnale che il posto fisso non esiste più.

Ogni bancario dovrà ripresentare domanda d'assunzione, non tutti saranno accettati. La politica delle retribuzioni cambia radicalmente, invece dell'anzianità e del grado vengono introdotte misure della produttività.

Il sistema bancario finora era inefficiente e appesantito da debiti irrecuperabili con aziende di Stato decotte.

La riforma delle banche è una tappa indispensabile per arrivare alla convertibilità esterna dello yuan senza crisi finanziarie".

Da Federico Rampini," La fuga della Cina", La Repubblica, 19 novembre 2004.

Postato da: orsola a 12:24 | link | commenti (2)

Cambiamenti della grande distribuzione

Grandissima distribuzione: per reggere ai cambiamenti del mercato non sembra esserci altra strategia che agire con dimensioni sempre maggiori, formati diversi, in più paesi. Una tendenza alla concentrazione attraversa le grandi imprese della distribuzione mondiale, che puntano a raggiungere la dimensione per offrire "ogni giorno il miglior prezzo", come dice lo slogan di Wall-Mart, e ad occupare da oligopoliste il territorio di insediamento.

Ieri la Kmart di Edward S. Lampert ha acquisito per 11 miliardi e mezzo di dollari la mitica Sears Roebuck, che abbiamo conosciuto attraverso il libro di Chandler, prima che da clienti.

Kmart ha venduto nel 2003 per 23 miliardi di dollari. Ha 1500 negozi negli USA, Portorico e Isole Vergini. Impiega 158 mila persone. E' forte nell'abbigliamento e nel tessile casa.

Sears Roebuck nel 2003 ha realizzato 41 miliardi di dollari di ricavi. Ha 2000 negozi negli USA e in Canada. Impiega 201 mila persone. Ha i suoi punti di forza nell'arredamento casa, l'utensileria, il giardinaggio e l'elettronica di consumo.

Nasce un colosso della grande distribuzione non alimentare americana da 55 miliardi di dollari e 3.450 punti vendita, secondo le previsioni aziendali. Il numero 3 degli USA, dietro Home Depot, la prima catena di bricolage al mondo, con i suoi 66 miliardi di dollari di giro d'affari, e la superpotente Wall-Mart, forte di vendite per 250 miliardi di dollari, il quinto al mondo.

E' un'espansione incontenibile quella di Wall-Mart, anch'essa non alimentare. Mentre continuano, alla Borsa di Parigi, le voci di una sua scalata al numero 1 mondiale della grande distribuzione alimentare e numero 2 delle aziende del commercio al dettaglio, Carrefour.

Ma in Europa, dove la concentrazione è già avvenuta nel Regno Unito ad opera delle capifila Asda, Tesco, Morrison e Sainsbury e in Francia con Carrefour, i risultati non sono stati finora quelli sperati. La forte prevalenza del formato ipermercato ha messo in difficoltà la società francese, che sta tentando con acquisizioni e vendite, una diversificazione verso il discount, difficile per chi è l'inventore delle grandes surfaces, del consumo di massa, dell'organizzazione tayloriana del lavoro nel commercio. Le dimensioni e l'immagine mondiale della catena sono insieme il suo punto di forza (fidelizzazione dei clienti) e di debolezza (crisi dei consumi di massa).

L'alleanza a tre nella distribuzione organizzata di Leclerc, Intermarché e Unes non equilibrerà le perdita in Europa di Carrefour, che hanno portato alla cessione della controllata portoghese e al contenzioso con Intermarché nell'acquisto di punti vendita e competenze affiliate a questa rete.

Le concentrazioni inglesi non sono ancora decollate, come era nei programmi.

In Germania le crisi di KarstadtQuelle e di Metro sono causate anch'esse da cambiamenti dei modelli di consumo di massa. Come quelle meno gravi di Ahold in Olanda e in più, in Italia, dalle difficoltà della proprietà e della gestione nella Rinascente, che ha ceduto al suo partner Auchan il settore della distribuzione alimentare e ha messo in vendita il suo nucleo storico, o dalla voglia del proprietario di Esselunga di passare la mano, probabilmente dopo le elezioni del 2006, alla solita Wall-Mart.

La grandissima distribuzione
(ricavi in dollari)

1 Wall-mart (USA) 258 miliardi
2 Carrefour (Francia) 80 miliardi
3 Home Depot (USA) 65 miliardi
4 Koninklijke (Olanda) 63 miliardi
5 Kmart-Sears (USA) 55 miliardi
6 Tesco (Regno Unito) 51 miliardi
7 Metro (Germania) 48 miliardi
8 Costco (USA) 42 miliardi
9 Safeway (USA) 36 miliardi
10 Alberstoons (Regno Unito) 35 miliardi

La nomina di Lampert, a presidente di Sears Holding (così si chiamerà il nuovo gruppo americano), è un altro segnale del cambiamento.

Il nuovo Warren Buffet, come lo etichetta "Business Week" di questa settimana, è un finanziere 42enne, che governa ESL, un fondo d'investimento da 9 miliardi di dollari. Ha salvato Kmart dal fallimento nel maggio del 2003 e in 18 mesi ne ha moltiplicato per 6 la capitalizzazione di borsa, valorizzando i magazzini, allargando la gamma dei prodotti e sfoltendo la rete di vendita.

Esperienza che potrà essere ripetuta su scala più vasta, usando anche le proprietà immobiliari di Sears Roebuck. Una vicenda forse simile a quelle che hanno caratterizzato in anni passati la "governance" anche delle allora maggiori aziende della grande distribuzione italiana. Ne verrebbe quindi una doppia utilità per l'azionista di riferimento.

Parte ora il confronto tra due modelli di gestione: tra la nuova ondata della finanziarizzazione e il geomarketing dei puristi eccellenti del retail. Una partita da scacchiere mondiale.


Postato da: orsola a 11:20 | link | commenti (7)

18/11/2004

Consigli di Borsa: "Vendete!"

Disegno di Hoebeke, Charlie Hebdo, Speciale "Si mette male!", 16 novembre 2004


Postato da: orsola a 16:33 | link | commenti

Manager o direttori del personale

"Fare il manager nelle imprese statali significava, e significa anche oggi, né più né meno che fare il direttore del personale. Ci si limita a spostare le pedine sul tavolo da gioco come se si trattasse di una partita a dama: sempre nella stessa direzione e muovendole di una casella per volta.

L'unico interesse del manager pubblico è spesso quello di far carriera".

"Vale a dire provare ad arrivare in alto nel minor tempo possibile e fare di tutto per rimanerci il più a lungo possibile".

"Senza preoccuparsi affatto del bene dell'impresa e di chi ci lavora.

Ma una tendenza simile si riscontra anche nelle imprese private che operano in regime di monopolio. In esse, infatti, il valore principale che i manager coltivano è la stabilità. Il bene da tutelare è la normalità".

"La mancanza di avversari con cui confrontarsi determina un appiattimento generale sulle posizioni conseguite.

Ma non esistendo all'esterno, il confronto finisce per mancare anche all'interno. Sparisce qualsiasi tipo di tensione morale a migliorarsi e sperimentare".

"Ma - per fortuna - non sempre la protezione accordata dallo Stato dura in eterno. Appena essa viene meno cominciano a manifestarsi le prime crepe, in chi gestisce l'impresa subentra il panico e la scarsa dimestichezza alla competizione e al confronto si fa sentire. Invece di approfittare degli spazi di libertà che si delineano, nel management prevale la paura del nuovo. Si sceglie allora di tagliare costi e personale. Ma spesso lo si fa senza criterio. E il declino dell'azienda diventa inarrestabile".

Da Carlo De Benedetti, "La concorrenza fa bene al manager", Il Sole-24 Ore, 18 novembre 2004

Postato da: orsola a 11:04 | link | commenti

17/11/2004

Contraffazione

La nostra economia diventa sempre più "atipica" e aumenta il peso del lavoro sommerso e delle attività illegali.

L'ISTAT stima in almeno 3 milioni e mezzo i lavoratori in nero e in 200 miliardi di euro il giro d'affari delle imprese che li impiegano: rispettivamente, il 15% della forza lavorativa italiana e quasi un quinto del PIL.

Il Centro studi anticontraffazione valuta tra i 3 e i 7 miliardi di euro i ricavi dell'industria del falso, con un incremento del 1300% negli ultimi 10 anni. L'Italia non è soltanto il terzo produttore mondiale, dietro Cina e Corea del Sud, è anche insieme alla Francia uno dei maggiori importatori europei della produzione cinese. In compagnia sul mercato mondiale del Brasile, dell'Indonesia, della Russia, della Thailandia, della Turchia e dell'Ucraina, per limitarsi ai principali paesi contraffattori.

La Federazione internazionale dell'industria fonografica valuta in 3 miliardi e mezzo il giro d'affari realizzato l'anno scorso con cassette, CD e DVD falsi, il 50% degli incassi di tutto il settore, i due terzi di tutta la produzione.

Il 10% del commercio mondiale è, secondo l'OECD, il volume raggiunto nel 2004 dalle vendite del falso, con un raddoppio negli ultimi quattro anni. I prodotti contraffatti aumentano. Sono CD e DVD, videocassette, software, carte telefoniche, figurine da collezione, ricambi per auto, medicinali, sigarette, liquori, giocattoli, orologi, pelletterie, abiti, alimenti.

Le regioni italiane più dedite a questa attività sono la Toscana e la Campania, la prima specialista nella riproduzione dei prodotti di moda griffati, la seconda nell'imitazione della marocchineria. Ma non mancano i "veri falsi", realizzati a partire da lavorazioni del terzo passaggio, a basso costo per façonnier, che hanno accordi di fabbricazione con gli stilisti e i produttori di alta moda.

Sono le lavorazioni tipiche dei "bassi" di Napoli e dei "sottoscala" di Prato, remunerate a cottimo, fatte da lavoranti a domicilio, precari, taglieggiati spesso da caporali, in situazioni di rischio della salute e dell'integrità fisica, di evasione dei contributi sociali e delle imposte.

La vendita è fatta attraverso le fasce più marginali del commercio al dettaglio.

Così nell'economia atipica si tengono insieme la vendetta del consumatore, la collusione del lavoratore con l'imprenditore e la carenza di legalità.

Postato da: orsola a 14:47 | link | commenti (1)

16/11/2004

Contribuzione sociale in Europa

In percentuale sul carico fiscale globale del 2002 per i 25 paesi dell'Unione.

Cechia 42,4 Belgio 31,4
Germania 42,3 Portogallo 30,9
Slovacchia 41,0 Lituania 30,2
Polonia 40,9 Italia 29,5
Slovenia 37,9 Svezia 28,9
Francia 37,2 Lussemburgo 27,3
Estonia 35,5 Finlandia 26,5
Spagna 35,2 Cipro 21,5
Paesi Bassi 35,2 Malta 21,4
Ungheria 33,9 Regno Unito 16,9
Austria 33,2 Irlanda 15,5
Grecia 32,5 Danimarca 3,4
Lettonia 32,4 UE 25 32,1

Fonte: Eurostat 2004

Ci sono differenze tra i paesi in funzione delle scelte politiche di equilibrare la ripartizione impositiva tra carichi sociali, imposte dirette e indirette.

La Danimarca, per esempio, finanzia il suo generoso sistema sociale con le imposte, mentre il Regno Unito e l'Irlanda hanno deciso d'alleggerire il peso complessivo dell'imposizione fiscale.

In Cechia, Germania, Slovacchia e Polonia sono principalmente i contributi delle aziende e dei lavoratori a finanziare la maggior parte del Welfare in un contesto di leggere riduzioni delle imposte.

Postato da: orsola a 10:33 | link | commenti

15/11/2004

Realizzazioni europee dell'e-learning

In Francia ci sono attualmente circa 700 mila persone che partecipano a programmi di formazione a distanza, realizzati prevalentemente in e-learning da 144 organismi pubblici o privati. Il celebre CNED - Centre national d'enseignement à distance da solo addestra ogni anno 330 mila giovani in 3.000 corsi, un terzo dei quali sono tenuti online e combinati nei modi "in remoto" e "in presenza".

Nell'UE a 15 solo la Germania con quasi 900 mila persone e il Regno Unito con 750 mila hanno in assoluto un numero maggiore di allievi. L'Italia, con poco più di 200 mila precede Spagna, Portogallo, Grecia e Lussemburgo.

Si tratta di percentuali comunque irrisorie e le ragioni del disinteresse in paesi a più diffusa cultura informatica coincidono con quelle di altre indagini nazionali in realtà meno acculturate alle nuove tecnologie. Sono principalmente di contenuti, modi di rappresentazione, inadeguatezza al lavoro reale, integrazione con la vita organizzativa, costi e risultati di apprendimento.

Il Centre d'information et de documentation jeunesse ha perciò curato la pubblicazione di un repertorio "Panorama sur l'enseignement à distance", che mostra come si può ottenere un diploma, partecipare alla formazione continua, migliorare la propria cultura personale, da casa, quali che siano l'età e il livello scolastico di partenza.

E' una guida ragionata che mette sull'avviso gli allievi potenziali dall'immaginare di potere apprendere senza la collaborazione di altri (allievi e tutor) e senza vincoli, che vuole aiutare a vedere chiaro nell'intrico delle offerte. Classifica perciò gli istituti, i destinatari, i percorsi di formazione, i contratti e i costi, le eventuali possibilità di finanziamento, i risultati ottenibili.

I quattro quinti dei programmi francesi riguardano l'apprendimento di conoscenze tecniche codificate e infatti la stragrande maggioranza degli enti formativi è fatta da centri di addestramento di base al fare o di teleinsegnamento universitario.

Le aziende francesi che si erano buttate sull'e-learning negli anni '90 hanno dovuto ridimensionare le loro attese con progetti più realisti.

Dati questi che coincidono anche con le ultime rilevazioni italiane dell'Unioncamere.

Per quanto riguarda l'addestramento di base il "Panorama" fa sapere che è diffuso il pregiudizio nei confronti di chi ha acquisito competenze tecniche attraverso Internet e che solo un allievo su tre arriva a completare la sua preparazione.

Postato da: orsola a 17:48 | link | commenti

Global Information Grid

Il Pentagono investirà nei prossimi dieci anni più di 200 mila milioni di dollari per costruirsi una sua rete di informazione mondiale, con l'obiettivo di fornire ai comandi militari e alle truppe statunitensi un quadro continuamente aggiornato dei movimenti di tutti i nemici e le minacce di aggressione.

Il sottosegretario all'Aeronautica Peter Teets ha detto al Congresso che il progetto di GIG era già pronto da sei anni ma che le prime connessioni per farlo decollare sono state realizzate solo nel mese scorso. Secondo stime fondate costeranno almeno 24 mila milioni di dollari. Ad essi vanno ad aggiungersi 25 mila milioni di impianti di radiodiffusione e altre decine di migliaia di milioni di sistemi satellitari per spionaggio, vigilanza, riconoscimento e comunicazione.

Ma questa "Internet del cielo" o "rete di guerra", come è soprannominata, permetterà a qualsiasi militare americano con un normale computer portatile di chiedere e ottenere da un satellite spia in pochi secondi tutte le informazioni di cui ha bisogno, anche se si trova in pieno deserto o nel mezzo di una tormenta.

La combinazione di intelligence, armi e soldati attraverso una nuova web globale cambierà il mondo militare come Internet ha trasformato l'economia e la cultura. Aumenterà la rapidità e l'impatto delle forze d'urto americane.

Si temono adesso le richieste di reti simili da parte della Marina e dell'Esercito, abituate per tradizione ad avere dotazioni indipendenti.

E' auspicabile che, come per Arpanet, questo profluvio di quattrini vada infine a beneficio dei migliori usi pacifici della conoscenza.

Postato da: orsola a 15:18 | link | commenti (1)

Reality shop

"Ben pochi sanno, per via della discrezione del personaggio, che Toni Capuozzo si è dimesso dal suo ruolo di responsabile del settimanale Terra. Lo ha fatto in silenzio, amareggiato perchè uno speciale sull'anniversario dei nostri morti a Nassirya non è andato in onda. Lo aveva realizzato mettendoci impegno, emozioni, sentimento, fatica, ricordi personali".

E perchè non è andato in onda? "Non ha trovato spazio tra il Grande Fratello e il film pensato come contro-programma dell'Isola dei Famosi".

Alessandra Arachi intervista Enrico Mentana rimosso dalla direzione del TG5, Corriere delle Sera, 14 novembre 2004.

Postato da: orsola a 11:27 | link | commenti

12/11/2004

Stop

Disegno di Mariusz  Wolanski, Le Monde, 11 novembre 2004



Postato da: orsola a 16:28 | link | commenti

Bisogno di risorse energetiche

La strategia di modernizzazione delle Cina è basata sull'accesso a grandi riserve di energia, indispensabili per sviluppare il settore industriale. Mentre la presenza di una nuova classe media ha provocato un'impennata dei consumi urbani per il riscaldamento e un aumento delle automobili in circolazione.

Secondo le stime, per mantenere l'attuale ritmo di crescita le importazioni di petrolio dovrebbero raddoppiare e quelle di gas naturale triplicare entro il 2020.

Nei prossimi anni il comportamento della Cina influenzerà in modo decisivo il prezzo del petrolio, e le sue scelte avranno effetti anche sull'ambiente e sul clima.

Oggi Pechino consuma il 12,1 per cento delle risorse energetiche mondiali, ma ha riserve petrolifere limitate. La Cina è quindi costretta a fare affidamento sul carbone, che provoca gravi danni ambientali. Per risolvere i problemi, il governo ha delineato una nuova politica energetica per i prossimi decenni: oltre a sviluppare l'energia nucleare e quella idroelettrica, le autorità vogliono assicurarsi maggiori approvvigionamenti di petrolio e gas naturale.

Consumi energetici della Cina

Petrolio

Gas

Carbone

Nucleare

Idroelettricità
23,7
miliardi di
tonnellate
5,23
trilioni di
metricubi
114
miliardi di
tonnellate
9,5
milioni di
metri cubi
6,4
milioni di
metri cubi
2,1%
consumo
mondiale
1%
consumo
mondiale
11,6%
consumo
mondiale
1,6%
consumo
mondiale
10,8%
consumo
mondiale

Nei mesi scorsi l'aggressività cinese ha provocato un duro scontro con il Giappone per il controllo dei giacimenti di gas naturale di Chunxiao, nel Mar cinese orientale.

Da The Great Oil Hunt, Business Week, 15 novembre 2004 (Internazionale, 12, 565).

Reattori nucleari

Nel mondo, in tutto 448




















Postato da: orsola a 10:43 | link | commenti

11/11/2004

Produttività del lavoro

Tasso percentuale di crescita annuale media del PIL per occupato e per ora lavorata nei principali paesi OECD dal 1990 al 2003. (Dati OECD, 2003)

Per occupato
Per ora lavorata
Irlanda
3,24
Regno Unito
3,15
Norvegia
2,24
Norvegia
2,72
Regno Unito
1,97
Germania
2,42
USA
1,73
Spagna
1,95
Germania
1,35
Giappone
1,93
Canada
1,35
Italia
1,86
Giappone
1,26
USA
1,74
Italia
1,15
Francia
1,70
Francia
1,08
Canada
1,27
Paesi Bassi
0,98
Paesi Bassi
0,20
Spagna
0,43
Irlanda
----

Le differenze delle due tabelle si spiegano con orari di lavoro differenti, come mostra la tabella successiva, relativa al 2002, che confronta la produttività degli USA, fatta 100, con quella degli occupati e per ora lavorata degli stessi altri 10 paesi. I dati sono ponderati in dollari 1999.

Per occupato
Per ora lavorata
USA
100
Norvegia
131
Norvegia
97
Paesi Bassi
106
Italia
94
Italia
105
Irlanda
94
Francia
103
Francia
88
Irlanda
103
Canada
82
Germania
101
Germania
80
USA
100
Paesi Bassi
78
Canada
84
Regno Unito
74
Regno Unito
79
Spagna
73
Spagna
74
Giappone
72
Giappone
72

Postato da: orsola a 17:07 | link | commenti

10/11/2004

Neomanagement

Il management all'italiana è appiattito su un immaginario modello americano di gestione delle risorse umane, alimentato dalle multinazionali dell'hi-tech e della consulenza di direzione. Gli assunti sono che tecnologico è meglio e che i lavoratori devono essere motivati ai loro compiti e orgogliosi dell'appartenenza aziendale. Il modello punta su un uso intensivo delle persone per una maggiore quantità di lavoro, soprattutto.

Le possibilità di successo delle imprese sono state molto spesso condizionate dalle contraddittorie tendenze dei manager a realizzare organizzazioni verticistiche e ad esigere reattività degli addetti, a salvaguardare il controllo sull'azienda e a pretendere coinvolgimento e dedizione dagli altri (personale, clienti, fornitori perfino).

Le pratiche per la fidelizzazione e la qualità hanno riempito la comunicazione, la formazione e i riconoscimenti erogati, secondo quadri comportamentali semplicistici di matrice americana, indiscriminatamente usati. Così le campagne di comunicazione per l'apparenza non hanno affrontato i problemi dell'identità e dell'immagine interna ed esterna, le azioni formative non sono bastate alla necessità di organizzazione del lavoro, i sistemi "premianti" non sono serviti a motivare a quell'appartenenza indispensabile per l'impiego a tempo indeterminato, che l'azienda estesa ha poi indifferenziato e i default reso inutile.

Le ispirazioni alle teorie motivazionaliste e leaderiste di Maslow, McGregor, Likert e dei loro epigoni non tengono più.

Le ricerche di Hofstede sul relativismo culturale, di Mintzberg sulle organizzazioni, il management e la formazione, di Christensen sull'innovazione, di Abrahamson sulla gestione del cambiamento, di Docherty, Forslin e Shani sul lavoro sostenibile contribuiscono a sistematizzare davanti ai casi Enron, Nike, Net-economy, i fenomeni della globalizzazione e dell'outsourcing, in un paese come gli Stati Uniti, che è costretto a perdere posti di lavoro e valore del dollaro per riavviare l'economia.

Nasce così il neomanagement, una filosofia di gestione delle risorse umane nell'azienda estesa, che delocalizza e terziarizza. Questo nuovo modello prende atto dell'esigenza di condividere competenze professionali solide e di personalizzare il rapporto di lavoro, ridottasi la rilevanza delle masse indifferenziate di dipendenti, da omologare e trattare dovunque allo stesso modo.

Il suo sviluppo si basa su

- la produzione e la riproduzione da parte del "sistema azienda" delle risorse utilizzate (competenze, saperi, cooperazione, impiegabilità);
- il miglioramento, insieme, delle condizioni di lavoro e delle prestazioni individuali e collettive;
- la specificità all'interno dell'azienda dei fattori di rinnovamento e apprendimento dell'organizzazione;
- la creazione di lavoro sostenibile, promuovendo la formazione continua, le competenze interpersonali, la motivazione del lavoro.

Il neomanagement agisce per lo sviluppo della qualità del lavoro, dell'organizzazione e della società.

Questa filosofia di gestione ha poco a che fare con i nostrani modelli di "leadership diffusa", che usano il coaching e la PNL per migliorare l'efficacia manageriale a tutti i livelli dell'organizzazione.

Siamo ancora una volta allo scambio delle etichette e alla ricerca dell'apparenza o all'immaginaria "americanizzazione" della vita organizzativa?




Postato da: orsola a 16:22 | link | commenti (7)

09/11/2004

Quella che sembrava la luce di fine tunnel si è rivelato un incendio all'interno.

El Pais, 7 novembre 2004



Postato da: orsola a 15:08 | link | commenti (1)

Psychologie dans le boudoir

"La mia impressione dall'analisi della vita infantile e giovanile di Kerry è quella di un ragazzo non necessariamente a suo agio con se stesso, e questo per via di una madre che veniva sì da una famiglia ricca, ma che non aveva più mezzi finanziari. E di un padre che lasciò l'ebraismo senza dare chiarezza al senso di radici e di identità del figlio. Forse era solo 'meglio' non essere ebrei a Boston.

Soprattutto la madre voleva restare legata a una vita di società che non era necessariamente la sua. Fece di tutto per far entrare il figlio nelle buone scuole e per fargli frequentare 'gente bene'.

Ma questo avveniva da una posizione di inferiorità che può mettere in difficoltà un ragazzino coi suoi pari, soprattutto se la cosa è forzata. Tutto ciò ha lasciato il segno su Kerry."

Nel caso di Bush "c'erano sia un padre che una madre molto forti. Il padre diplomatico, severo, esigente, di vecchia aristocrazia, a sua volta non articolato sul piano dell'oratoria, non apprezzava le debolezze del figlio che fra l'altro era dislessico e che poi ebbe problemi di droga e di alcool. Bush è molto legato alla madre. Una donna molto attaccata ai figli, ma anche molto energica e decisa.

Anche Bush dunque è cresciuto dovendosi confrontare con genitori forti e situazioni in cui poteva non sembrare all'altezza. Ma le ha superate da solo, o meglio con l'aiuto della religione. Gli sono rimasti i tic".

Mario Platero intervista David Shaffer, direttore del Centro di psicologia infantile della Columbia University, il Sole-24 Ore, 9 novembre 2004

Postato da: orsola a 11:35 | link | commenti

08/11/2004

Organizzazione del lavoro e gestione RU

Forme d'organizzazione del lavoro in Europa
(% dei lavoratori dei diversi paesi)

Fonte: European Foundation for the Improvement Living and Working Conditions

C'è una forte specializzazione nazionale delle forme di organizzazione del lavoro:

- i Paesi Bassi , la Danimarca e la Svezia si caratterizzano per un forte predominio della learning organisation,
- il Regno Unito ha una netta prevalenza della lean production,
- l'Irlanda e la Spagna combinano importanti diffusioni della lean production con l'organizzazione tayloriana,
- Grecia, Portogallo e, in misura minore, l'Italia hanno una sovrapresenza di organizzazione tayloriana accompagnata da un'importante presenza della struttura semplice,
- in Francia c'è una maggiore presenza della lean production, e invece in Germania ed Austria si verifica il contrario.

Edward Lorenz e Antoine Valeyre hanno realizzato per il francese Centre d'études de l'emploi uno studio, pubblicato in giugno, sulle forme di organizzazione del lavoro nell'UE dei 15 e loro relazioni con le politiche di gestione delle Risorse umane (retribuzioni, formazione continua e rappresentanza dei lavoratori).

La ricerca intitolata "Les formes d'organisation du travail dans les pays de l'Union européenne" ha rielaborato i dati della "Terza indagine europea sulle condizioni di lavoro", diffusa nel 2001 dalla Fondazione di Dublino.

La ricerca di Lorenz e Valeyre mostra come certe pratiche di gestione delle Risorse umane contribuiscano alle specificità nazionali delle forme di organizzazione del lavoro.

La learning organisation richiede investimenti in formazione continua più elevati delle forme tradizionali di organizzazione del lavoro.

La lean production remunera in modo diverso le prestazioni dei lavoratori, che devono impegnarsi di più nel migliorare i risultati aziendali e riconosce loro una parte del surplus prodotto con il loro sforzo.

Le due forme più nuove di organizzazione del lavoro hanno anche più bisogno di efficaci relazioni sindacali e interne (con i rappresentanti dei lavoratori e la gerarchia a contatto).






Postato da: orsola a 16:49 | link | commenti (2)

G-9 prossimo venturo

La Cina e l'India sono in competizione per la leadership dell'economia asiatica in forte sviluppo e per l'ingresso nel gruppo dei G-7 - G-8.

Il rapporto Bloomberg sulla congiuntura internazionale appena pubblicato ricorda che la Cina è una grande fabbrica, mentre l'India è forte nei servizi. Sono esempi emblematici di questa affermazione che Google ha in India il centro ricerche e Intel ha invece in Cina un grande stabilimento di semiconduttori.

L'India ha nove volte più ingegneri della Cina, leggi codificate e fa un uso larghissimo dell'inglese.

La Cina è diventata nel 2001 il settimo produttore mondiale di pubblicazioni scientifiche, con un aumento dell'84% dal 1996. Settori di ricerca in cui è più presente sono la chimica (8,3% delle pubblicazioni mondiali), le matematiche e la fisica (6,1% ciascuno), le scienze ingegneristiche (4,9%). 

Ha avuto nel 2003 investimenti diretti dall'estero per 54 miliardi di dollari, 10 volte più dell'India, una popolazione di 1 miliardo e 360 milioni di abitanti, il 30% più dell'India, un'economia di 1400 miliardi di dollari, tre volte più dell'india.

Ci sono dubbi che il tasso di sviluppo cinese attuale, vicino al 10% annuo, possa durare. L'economia del paese è surriscaldata. Gode di una compressione del valore di cambio dello yuan, tenuto artificiosamente più basso del 10%, di un costo del lavoro favorevole, di un facile accesso ai brevetti e di una corsa agli investimenti nel paese di Regno Unito, Germania, Francia e degli stessi USA. Manca però di materie prime e di risorse energetiche adeguate alla produzione.

L'India ha avuto un andamento più regolare della crescita economica, oltre il 6% negli ultimi quattro anni. Il governo di Manmoah Sing punta sulla continuazione dello sviluppo per i prossimi cinque anni e sul consenso popolare per un miglioramento del tenore di vita.

L'India, a detta di molti esperti, fra cui Peter Drucker, ha una maggiore vitalità. Se lo sviluppo si incepperà e le Olimpiadi di Pechino richiameranno più investitori occidentali di quanto oggi si pensa l'India potrebbe dover ridimensionare i suoi piani. Più facile sarà per la Cina se rivedrà il rapporto di cambio ufficiale della moneta.

Il prossimo partner dei G-7 - G-8 è, per il momento, ancora incerto.

Postato da: orsola a 11:29 | link | commenti

05/11/2004

Partner, patrocinatori, patroni, sponsor

La solita parata di "tollini" da bottigliette di bevande compare oggi ai piedi di un'inserzione da un terzo di pagina sul "Corriere della Sera". E' il lancio di "Mosifola" (ora fischia?), che, disinvoltura del naming, invita ad una conferenza su "Rotte virtuali, approdi reali: formazione, istruzione, lavoro".

Mosifola vuole rimediare al fatto che "il confronto tra mondo dell'Istruzione, della Formazione e del Lavoro manca oggi di un linguaggio comune" e perciò vuole sviluppare "un modello sperimentale di integrazione attraverso la creazione di un network strutturato" e si accredita con il solito "dì che ti mando io" di ben 4 istituzioni pubbliche e di 3 organizzazioni private.

7 è la media dei partner, dei patrocinatori, dei patroni o degli sponsor di ogni manifestazione pubblica di un organizzatore debole, che avverta il bisogno di farsi accompagnare "in partibus infidelium" per prevenire il pericolo del vuoto in sala.

E' un numero magico. La legge della visibilità ammonisce: "Se dubiti del tuo meeting appeal, condividi gli spettatori".

Più il flop è temibile, più il ruolo del portapubblico aumenta d'importanza fino alla necessità.

Il "partner" partecipa all'organizzazione, alla realizzazione e al successo (o all'insuccesso) dell'evento. Ha un ruolo vincolante e impegnativo in tutte le sue fasi.

Il "patrocinatore" sostiene e promuove la manifestazione se la sua notorietà è indiscussa e appropriata. Il "patrocinato" può fare conto soltanto sulla reputazione che questi ha. Il gr.uff.avv., presidente della ONLUS, proprietaria della splendida sala in cui si svolge il convegno sull'outplacement, non è detto che sia un efficace portapubblico.

Il "patrono" è un protettore. Gli spetta l'egida dell'evento e obbliga simmetricamente a sottostarvi l'organizzatore che vi ricorre. Il patronato va perciò chiesto a istituzioni e a personaggi autorevoli, dal Presidente della Repubblica, al Rettore Magnifico, in giù.

Lo "sponsor" è chi contribuisce, per lo più, ai costi di una manifestazione, perchè ha interesse ad essere anche lui presente fra il pubblico che vi sarà raccolto.

Queste appena ricordate forme di accompagnamento sono inflazionate e terminologicamente confuse negli incontri pubblici organizzati dalle diverse associazioni, scuole e fiere aziendali.

Una ricognizione dei 6 principali quotidiani italiani dal 18 al 24 ottobre su 43 inserzioni di questo tipo ha fatto contare circa 300 "accompagnatori" delle manifestazioni: da un massimo di 18 a un minimo di 3, quasi sempre gli stessi.

Il record è di un organismo che ha contribuito con il suo nome a 28 riunioni per la promozione di libri, la vendita di software, di formazione, di spazi espositivi, di applicazioni normative e di servizi amministrativi, la comunicazione d'impresa, il lavoro interinale, il catering, l'architettura degli uffici.

Ma, probabilmente, il massimo della redditività l'ha conquistata un'associazione che, chissà come, ha avuto 18 sponsor, un patrocinatore e 3 patroni pubblici per un convegno.

Da fare morire d'invidia qualunque venditore di successo, per le dimensioni della bufala.

Postato da: orsola a 15:12 | link | commenti (2)

Nuove generazioni

Disegno di Mariusz Wolanski

Le Monde, 5 novembre 2004

Postato da: orsola a 12:04 | link | commenti

Parole suggestive

Habseligkeiten (gli averi e l'ideale di una persona) è la parola più bella, che esprime meglio il genio linguistico tedesco, secondo il Goethe Institut.

L'Istituto aveva lanciato un concorso e una giuria di letterati, linguisti, semiologi, filofosi del linguaggio e giornalisti ha stilato una classifica tra i concorrenti, che hanno proposto parole come "Libelle" (libellula) perchè sventola e svolazza, "augenblick" (l'istante e lo sguardo fulmineo), in base ai voti ricevuti dai lettori del settimanale "Der Spiegel".

Il numero in edicola dell'ebdomadario ne dà informazione.

Al primo posto della classifica è risultata Habseligkeiten. Chi l'ha proposta ha spiegato che è una parola fatta di opposti, come il possesso e la felicità, che possono dare solo le cose vicine e familiari come una seconda pelle.

Al secondo posto è stato classificato "Geborgenheit" (la condizione di chi è al sicuro nel proprio guscio), un concetto congeniale alla psicologia dei tedeschi.

In testa alla classifica c'è anche "Lieben" (amare) perchè solo una vocale la separa da "Leben" (vita).

Il gioco educativo del Goethe Institut è talmente efficace da far perdonare l'orgoglio nazionalistico di fondo e da fare auspicare un'imitazione italiana del concorso, nella speranza che possa contribuire alla conoscenza della nostra lingua nel nostro paese.

Postato da: orsola a 10:04 | link | commenti

04/11/2004

Competitività dell'UE

"Occupazione, occupazione, occupazione: creare maggiore occupazione in Europa" è il titolo incitante del "Rapporto Kok", che sarà presentato al Consiglio dei capi di Stato e di governo, riuniti il 4 e 5 novembre a Bruxelles: una diagnosi della situazione e alcune proposte concrete elaborate da una commissione, presieduta dall'ex primo ministro olandese Wim Kok, composta da esponenti dell'imprenditoria, del sindacato e da professori universitari.

Il Rapporto valuta i risultati raggiunti e la strada ancora da percorrere per realizzare la "Strategia di Lisbona", decisa dai 15 nel marzo 2000 con lo scopo di "fare dell'UE uno spazio economico d'importanza mondiale, più dinamico e più competitivo, fondato sull'innovazione e le conoscenze utili per aumentare il livello della crescita economica con occupazioni più numerose e migliori e una più elevata coesione sociale".

Il tasso di occupazione avrebbe dovuto passare dal 61% al 70% entro il 2010 e il tasso di disoccupazione ridursi al 4%.

I quattro pilastri della "Strategia di Lisbona" erano: raccogliere la sfida della società della conoscenza e dell'informazione, attuare le riforme economiche necessarie alla competitività e all'innovazione, creare un mercato europeo dei capitali di rischio, incoraggiando le piccole e medie imprese, soprattutto quelle che impiegano le tecnologie del futuro, assicurare la coesione sociale e lottare contro l'esclusione, realizzare, infine, una politica macroeconomica al servizio dello sviluppo e dell'occupazione.

A Nizza nel giugno 2000 fu adottata una tabella di marcia, l' "Agenda sociale europea", che precisava le azioni da compiere fino al 2005.

Il "Rapporto Kok" traccia un bilancio negativo. "Molto resta da fare per evitare che Lisbona diventi sinonimo d'obiettivi illusori e di promesse non realizzate", scrivono gli autori. "E' chiaro che l'Unione non arriverà a realizzare gli obiettivi di occupazione se gli Stati membri non intensificheranno gli sforzi per rafforzare la capacità di adattamento, l'offerta della manodopera e l'investimento in risorse umane".

La Danimarca, la Finlandia e la Svezia, continua il Rapporto, superano gli USA in materia di innovazione e di occupazione. L'Irlanda ha una buona produttività. "Sono i soli a mantenere l'impegno di investire il 3% del loro PIL nelle attività di ricerca e sviluppo".

Il Regno Unito e la Danimarca stanno raggiungendo il tasso di occupazione stabilito del 70%. I livelli di produttività oraria dei Paesi Bassi, dell'Irlanda e della Francia sono superiori a quelli USA. Ma la disoccupazione aumenta in Belgio, Francia e Germania.

La formazione nel settore della tecnologia è insufficiente.

L'Italia è l'ultima per crescita e innovazione.

Il deficit di crescita è aumentato da -1,5% nel 2003 a -2,5% nel 2004. L'ostacolo maggiore alla realizzazione della "Strategia di Lisbona" è "la mancanza d'impegno e di determinazione politica" dei governi nazionali nel riformare i sistemi di protezione sociale, di trattamento pensionistico, di mercato del lavoro.

Andamenti UE/USA
produttività oraria manodopera (media annuale in %)

Tra le azioni da compiere con urgenza entro il 2005, il Rapporto indica
- attirare in Europa i ricercatori di fama mondiale,
- sbloccare gli interminabili negoziati sul brevetto europeo,
- facilitare la creazione d'imprese,
- realizzare la formazione continua,
- dotare la Commissione Europea del potere di formulare una classifica degli Stati membri, in funzione degli sforzi compiuti per raggiungere gli obiettivi comuni, "elogiando e biasimando" a seconda dei successi e degli insuccessi.

La montagna ha partorito il topolino.

La parte migliore del "Rapporto" è quella diagnostica: un pò poco per così autorevoli componenti, così autorevolmente delegati.

Avrà probabilmente influito negativamente la divisione tra gli esperti incaricati. Adesso la parola passa al Consiglio, una sede difficile per un efficace negoziato, in un momento di crisi istituzionale e di proroga della Commissione uscente.







Postato da: orsola a 09:31 | link | commenti (1)

03/11/2004

Vita d'ufficio

Monster ha pubblicato la settimana scorsa i risultati di un'indagine europea, realizzata presso 14.571 utenti, sulle principali cause di disagio del lavoro d'ufficio.

Solo il 14% degli intervistati afferma di non avere motivi di disturbo personale e di ostacolo alla produttività.

Il 27% soffre per le procedure da rispettare e per le regole burocratiche aziendali.

Il 23% ha cattivi rapporti con colleghi e capi e malsopporta l'abitudine delle prolungate permanenze d'orario sul luogo di lavoro.

Il 13% ha motivi di disagio per l'ambiente fisico e le condizioni materiali in cui deve svolgere il suo lavoro.

Postato da: orsola a 09:37 | link | commenti (2)

02/11/2004

"E' un continuo 'Seduto', 'Fermo', 'Obbedisci'.
Mai 'Pensa', 'Crea', 'Sii te stesso' ".

New Yorker, 29 ottobre 2004.


Postato da: orsola a 11:08 | link | commenti (1)

Part-timer europei

Eurostat ha pubblicato i dati definitivi dei lavoratori part-time nell'UE a 25.

Il tasso medio nel 2003 di questo tipo di impiego è stato del 10,3% sul totale degli occupati: 16,5% per le donne, 4,2% per gli uomini.

In 21 paesi il numero delle part-timer è nettamente superiore a quello maschile. In Lettonia, Lituania, Polonia e Slovenia le donne distano dagli uomini solo qualche punto o frazione di punto.

I Paesi Bassi con il 32,6%, 48,7% di donne, 17,3% di uomini, è lo Stato dell'Unione in cui il part-time è più diffuso. La Slovacchia con l'1,3%, 0,7% degli uomini e 1,9% delle donne, è quello in cui è meno diffuso.

Sono sopra la media europea il Regno Unito con il 17,4%, la Svezia con il 16%, la Danimarca con il 15,5% e poi la Germania, l'Austria, il Belgio, la Francia e l'Irlanda.

Sotto la media sono dopo la Slovacchia, nell'ordine, la Slovenia, la Polonia, la Spagna con il 4,7%, l'Italia e la Lituania con il 6,5%.

Fra i motivi principali della scarsa diffusione ci sono la resistenza delle aziende e dei lavoratori per il costo del lavoro e la bassa remunerazione, per problemi di gestione e modelli sociali, per difficoltà d'integrazione e carriera.

Postato da: orsola a 10:40 | link | commenti

Urbanesimo

Il primo numero della Urban Public Economics Review, rivista europea con articoli in inglese e spagnolo, è dedicato al vertiginoso urbanesimo dell'ultimo mezzo secolo.

Nel 1950 solo il 30% della popolazione mondiale viveva nelle città. Nel 2000 questa percentuale era già aumentata al 47%. I demografi prevedono che nel 2010 gli abitanti delle città saranno 3 miliardi e 900 milioni, il 60% della popolazione terrestre.

La politica e le istituzioni di tutto il mondo non hanno tenuto conto a sufficienza di questa trasformazione.

In Europa le zone rurali sono impoverite e invecchiate. L'UE spende il 45% dei suoi fondi in sovvenzioni all'agricoltura e difende con barriere doganali il commercio dei suoi prodotti della terra.

La crescita degli abitanti delle città ha scatenato problemi politici, di rappresentanza degli immigrati, sociali, di abitazioni, istruzione, sanità, trasporti, acqua, elettricità e occupazione, economici, di indebitamento delle risorse finanziarie pubbliche spese per fornire i servizi essenziali.

Gli enti locali hanno finito con il soffrire di "fiscal stress" e il vecchio comune, con i suoi limiti territoriali, non è più riuscito ad amministrare la cittadinanza mobile e ha aggravato l'agglomerazione urbana.

Postato da: orsola a 10:28 | link | commenti (1)

Giornalismo e politica

L' "obiettivo principale (di questo libro) è capire se sia possibile individuare correlazioni stabili fra sistemi politici e sistemi di comunicazione e quindi delineare differenti modelli di giornalismo che diano conto di queste stabili correlazioni".

"Il nostro intento con questo volume è sviluppare un quadro di riferimento per la comparazione dei sistemi d'informazione giornalistica in particolare e di quelli mediali più in generale e quindi proporre una serie di ipotesi su come questi sistemi siano legati strutturalmente e storicamente allo sviluppo del sistema politico".

Sono le prime battute di Daniel C. Hallin e Paolo Mancini in "Modelli di giornalismo. Mass media e politica nelle democrazie occidentali", Laterza, Roma-Bari, 2004. Hallin insegna al Department of Communication della University of California, San Diego. Mancini insegna Sociologia della comunicazione nell'Università di Perugia.

Il libro, che appare in traduzione italiana, è stato pubblicato quest'anno, in versione ampliata, da Cambridge University Press, con il titolo "Comparing Media Systems: three models of media and politics", molto più preciso di quello italiano. Attraverso l'analisi comparativa propone infatti uno schema interpretativo delle interrelazioni tra sistemi politici e sistemi di comunicazione e delle loro conseguenze per la vita democratica basato su tre modelli: quello mediterraneo o pluralista-polarizzato, quello dell'Europa centro-settentrionale o democratico-corporativo, quello nord-atlantico o liberale.

I modelli sono costruiti per trovare "regole sociologiche".

I principali criteri di confronto del sistema dei media sono:
- lo sviluppo dei mercati della comunicazione in base alla maggiore o minore circolazione di massa (la struttura della stampa);
- il modo e il livello in cui il sistema di comunicazione riflette le principali divisioni politiche della società (il parallelismo politico);
- lo sviluppo della professionalità giornalistica (la professionalizzazione);
- il grado e la natura dell'intervento statale nel sistema di comunicazione (il ruolo dello Stato).

I principali criteri di confronto del sistema politico sono:
- la storia politica (il livello di conflitto e consenso del paese);
- il sistema di governo (la democrazia consensuale o maggioritaria);
- il pluralismo (la molteplicità o l'istituzionalizzazione degli interessi: partiti, corporativismo, rappresentanze individualizzate);
- il ruolo dello Stato nella società (la regolazione dell'economia e il welfare);
- la burocrazia pubblica (l'autonomia o il clientelismo dell'apparato amministrativo).

I criteri indicati e i modelli individuati sono il frutto dell'indagine comparativa sui 18 paesi, collocati graficamente nel triangolo della figura successiva, e di un'ampia ricognizione bibliografica.

Il modello pluralista-polarizzato è caratterizzato dall'alto grado di ideologizzazione e di conflitto, che chiama in causa il ritardato sviluppo delle istituzioni liberali. Ha una stampa d'élite con una diffusione abbastanza limitata e una corrispondente centralità dei media elettronici. Le connessioni tra i giornalisti e gli attori politici sono strette.

Il modello democratico-corporativo ha consolidate tradizioni di alto consumo d'informazione e di partigianeria che vede i media come veicoli per l'espressione dei gruppi sociali e delle diverse ideologie. C'è però contemporaneamente un forte impegno verso il bene comune e verso norme e regole accettate al di là delle divisioni sociali. Rilevante è l'autonomia dell'informazione ma è accettato l'intervento dello Stato nei media.

Il modello liberale vede un alto sviluppo della comunicazione di massa, un'alta professionalizzazione dei giornalisti, un forte individualismo ed elementi culturali antipolitici, un limitato intervento dello Stato.

Nel giornalismo di tutti i 18 paesi si vanno manifestando tendenze all'omogeneizzazione verso il modello liberale.

"La forza più potente è la commercializzazione ... che ha trasformato sia la stampa sia i media elettronici in Europa". "Ha senza dubbio svolto una funzione significativa nella secolarizzazione della società europea".

"E' molto ragionevole presupporre che questa tendenza continuerà in futuro, fino a quando, per esempio, giornalisti più giovani, socializzati alle diverse concezioni del ruolo dei media, non rimpiazzeranno le generazioni precedenti e fino a quando le conseguenze della commercializzazione televisiva, ancora piuttosto recente in molti paesi europei continueranno a farsi sentire".

La commercializzazione riduce spesso l'autonomia dei giornalisti e cancella il confine tra le notizie e l'intrattenimento. "Il professionismo neutrale non scompare, ma è declassato a un genere tra i molti". Concludono gli autori.

Il libro si raccomanda per questa pregevole chiarezza e come esempio di ricerca rigorosa sulla teoria e la pratica del lavoro giornalistico.










Postato da: orsola a 10:07 | link | commenti (2)