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Job dating
A che cosa non devono sottoporsi le persone in cerca di lavoro e che cosa non devono inventarsi i selezionatori per lavorare.
Se fino a qualche anno fa bastavano test e interviste (soft o taught, che fossero), poi la discesa del tasso di occupazione, la diversificazione dei modelli contrattuali e l'espansione delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno favorito l'emergere di "selezione-spettacolo", fatta prima di tutto come evento qualificativo dell'immagine del reclutatore. E l'evento deve essere tanto più clamoroso quanto più incerte sono le prospettive occupazionali e le tecniche di valutazione delle candidature.
E' stato così per la "guerra dei talenti", esportata dagli USA quando già cominciava da loro il "jobless recovery". Il profilo di selezione dei talentuosi poteva essere dei "manager campioni" sportivi, se a tracciarlo era l'head hunter, o degli "evergreen", quelli che potevano spendere meglio le esperienze e le competenze acquisite, ricoprendo già posizioni di rilievo, se era il risultato di una ricerca ad hoc, o degli "impiegabili" in ruoli e sedi differenti, se era costruito dalla direzione del Personale.
Per identificarli sono stati usati party di selezione, recruiting day, registrazioni TV, data base, assessment center, panel interfunzionali, fisiognomica, online interviewing, intrecciati con interviste e articoli sui due o tre soliti quotidiani, inserzioni, spot e job posting, premi e benchmarking, poi tutti sommersi dalla bassa crescita economica e dall'elevata domanda di flessibilità delle imprese.
L'approvazione un anno fa della legge Biagi e il rituale del passaggio, nelle ipotesi più favorevoli ai lavoratori, dal rapporto d'impiego precario ed esterno a quello dipendente e a tempo indeterminato, sembrava avesse interrotta la creatività dei selezionatori.
E' appena nato, invece, il "job dating", che mette in rapporto persone in cerca di lavoro e reclutatori aziendali. Ne da notizia il sito emailjob.com di una società di selezione francese, che ha già un corrispondente italiano.
Trenta candidati, preselezionati per mezzo di un questionario online, incontrano in una "serata del reclutamento", i rappresentanti della direzione del personale di aziende differenti. In quindici minuti i partecipanti devono convincere delle loro qualità i reclutatori.
All'arrivo le persone in cerca di lavoro possono consultare l'elenco delle aziende presenti. I rappresentanti di queste studiano i profili dei candidati, ne scelgono al massimo sei, indicano su una lavagna i nomi di quelli che vogliono incontrare.
Gli organizzatori programmano la sequenza, le coppie e i tavoli degli incontri. Dopo quindici minuti di colloquio, indicati dal suono di un orologio, ogni rappresentante aziendale cambia tavolo e incontra un altro candidato. Quelli che cercano lavoro fanno altrettanto.
Stampa, radio e televisione partecipano alla serata. Emailjob informa che la loro presenza può essere utile per l'immagine delle aziende.
Dopo i colloqui c'è la cena di reclutatori, candidati e operatori dei mass media.
Per la serata del reclutamento le aziende pagano una quota di 300 euro. La partecipazione dei candidati è invece gratuita.
Il job dating è ispirato allo speed dating, che serve a fare incontrare i single ed è praticato anche in alcuni bar di Milano.
Nuovi sentieri della storia
"Gli uomini della Destra erano aristocratici e grandi proprietari terrieri. Essi facevano politica al solo scopo di servire lo Stato e non per elevarsi socialmente o arricchirsi; inoltre amministravano le finanze statali con la stessa attenzione con cui curavano i propri patrimoni.
Gli uomini della Sinistra, invece, erano professionisti, imprenditori e avvocati disposti a fare carriera in qualunque modo, talvolta sacrificando perfino il bene della nazione ai propri interessi.
La grande differenza tra i governi della Destra e quelli della Sinistra consiste soprattutto nella diversità del loro atteggiamento morale e politico".
Da Federica Bellesini, "I nuovi sentieri della Storia. Il Novecento" (cap. 2, par. 1 "La Sinistra storica al potere"), De Agostini, Novara, 2003.
Discriminazione "socio-economica"
Il termine "discriminazione positiva" rimanda ai programmi di "affirmative action", sperimentati negli USA dalla metà degli anni ' 60 a favore delle donne e delle minoranze etniche, per sostenerne l'accesso all'università e alla pubblica amministrazione. La "reverse discrimination" è stata realizzata, in modi e con risultati ancora discussi oltre Atlantico, in primo luogo assegnando per legge "quote riservate" alle fasce deboli della popolazione, al fine di riequilibrare con "affirmative action" la posizione di quelli che hanno meno opportunità di riuscita degli altri a causa di qualificazione insufficiente, disoccupazione di lunga durata, genere, condizione familiare, ecc.
"La discriminazione positiva non ha altro obiettivo che di ripristinare l'uguaglianza: le deroghe di legge al diritto comune non sono stabilite che per compensare ineguaglianze di partenza, troppo grandi da poter essere colmate con una risposta ugualitaria tradizionale", scrive Eric Keslassy, sociologo, ricercatore dell'IRIS (Université Paris IX - Dauphine), nel suo libro "De la discrimination positive", Editions Bréal, Paris, 2004.
"Una politica di discriminazione positiva che parta da criteri etici o religiosi è un errore. Da essi deriverebbero misure anticostituzionali che, inoltre, potrebbero contribuire a indebolire la 'comunità dei cittadini' ".
Bisogna invece realizzare delle azioni con valore sociale ed economico per "dare di più a quelli che hanno meno".
"Una migliore integrazione dei più svantaggiati suppone che si applichi loro un trattamento preferenziale 'socio-economico' ".
"La protezione sociale è una delle facce della discriminazione positiva 'socio-economica' che, per di più, deve giocare un ruolo essenziale in materia d'educazione e di aiuto al territorio".
In 96 pagine appassionate e piene d'impegno civile Keslassy propone, in piena crisi del Welfare State, di
- selezionare le prestazioni sociali alle famiglie a basso reddito, a seconda della presenza di bambini, per recuperare gli handicap di salute, abitazione, scolarità, che essi subiscono,
- riformare le pensioni, riducendo la durata della contribuzione previdenziale degli operai, che hanno una vita più breve di quella dei dirigenti e
- migliorare l'assistenza sanitaria, dando completamente gratis o facendo pagare del tutto i medicinali, sempre in base ai redditi.
Una provocazione per efficienti interventi di riduzione delle ineguaglianze reali. Una sdegnata accusa all' "incontenibile malafede" di quelli che stimano la "meritocrazia francese" e sostengono che le mentalità "devono evolvere autonomamente".
MBA
| Aree |
Programmi |
Studenti | ||
|
2004 |
1999 |
2004 |
1999 | |
| America del Nord |
750 |
700 |
23.000 |
20.000 |
| Europa |
400 |
220 |
8.000 |
6.000 |
| Asia-Pacifico |
120 |
50 |
7.500 |
4.000 |
Fonte: QS Top MBA, Dati relativi alle business school.
Sono state rilevate
- una diminuzione del numero di studenti non americani nelle più prestigiose scuole USA: - 30% alla Wharton Business School dell'Università di Pennsylvania, - 27% alla Darden dell'Università di Virginia, - 26% alla Haas dell'Università di Berkeley, - 24% a quella dell'Università del Michigan
e, parallelamente,
- una tendenza delle scuole americane ad aprire sedi in Europa, nel Vicino e Medio Oriente e di quelle europee a fare altrettanto nei paesi arabi.
Economia ed evoluzione demografica
Nel 2010 in Finlandia e Svizzera gli ultracinquantenni supereranno il 50% della popolazione. La stessa situazione si verificherà negli USA, in Germania e in Francia nel 2015, in Danimarca, Grecia, Italia, Norvegia, Portogallo e Svezia nel 2020, in Belgio, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda e Regno Unito nel 2040.
Sono i calcoli che hanno fatto tre economisti, ricercatori del Fondo monetario internazionale e che presentano nello studio "Come l'evoluzione demografica colpisce l'economia globale".
Nel 2050 la popolazione mondiale crescerà dagli attuali 6 miliardi e 400 milioni ad 8 miliardi e 900 milioni. Nei paesi sviluppati gli ultrasessantenni triplicheranno, da 606 milioni a 1 miliardo e 900 milioni, di essi gli ultraottantenni saranno 377 milioni.
I 49 paesi più poveri del mondo vedranno la loro popolazione passare a 1 miliardo e 700 milioni con un incremento del 228%.
I paesi in via di sviluppo, dicono i tre economisti, beneficeranno di un "dividendo demografico", che potrà nutrire la loro crescita, con l'aumento della popolazione in età lavorativa, mentre aggraverà i conti dell'Europa e del Giappone.
Per affrontare il deficit pubblico i paesi sviluppati non possono che fare leva prioritariamente sull'età pensionabile, sulla riduzione dei disoccupati e sull'immigrazione. Sono tre azioni da praticare con cautela per evitare choc alle persone e provvedimenti irrealistici, come quelli già prefigurati di prolungare di sette anni l'età media del pensionamento (addirittura di dodici in Giappone), aumentare dell'11% il tasso di occupazione (con eliminazione completa del numero dei disoccupati in Europa), incrementare del 30% la presenza degli immigrati (40% in Spagna).
Le azioni dovranno essere svolte, adattandole alle incertezze dell'evoluzione demografica e prima che gli effetti di questa comincino a farsi sentire. L'invecchiamento ulteriore della popolazione le renderà ancora più difficili.
L'Italia, come è noto, ha una delle popolazioni a più lunga vita del mondo e un tasso di occupazione tra i più bassi (15-64 anni: 56,1%; 55-64 anni: 30,0%). Le azioni finora programmate dal governo in carica puntano su un allungamento morbido dell'età pensionabile. Le altre due leve dell'equilibrio fra popolazione attiva ed evoluzione demografica, l'incremento del tasso di occupazione e dell'immigrazione, non sono state ancora considerate, quando non sono diventate oggetto di ostacolo. Basti pensare alle carenze di intervento efficace nei confronti della disoccupazione giovanile (meno di 25 anni: 27,1%) e alle barriere opposte agli immigrati, in contrasto con le richieste degli imprenditori.
Divisione internazionale del lavoro
L'UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, ha presentato ieri il "Rapporto sugli investimenti nel mondo 2004: l'ascesa del settore dei servizi".
Gli investimenti esteri diretti nel 2003 sono diminuiti del 18% rispetto al 2002 per stabilizzarsi a 560 miliardi di dollari, proseguendo una tendenza alla riduzione, iniziata nel 2001 con un -41% sul 2000 e continuata nel 2002 con -17% sul 2001.
La diminuzione ha interessato i paesi sviluppati e l'Europa centrale e orientale, non i paesi in via di sviluppo. In questi gli investimenti sono cresciuti del 9%.
I flussi d'investimento si sono riorientati in modo deciso. I servizi hanno rappresentato il 60% dei settori destinatari.
Nel 2002 il giro d'affari dei soli servizi informatici trasferiti è stato di 1 miliardo e 300 milioni di dollari. Nel 2007 raggiungerà i 24 miliardi.
Per l'UNCTAD il fenomeno segna la nascita di una nuova divisione del lavoro a livello mondiale, "benefica per i paesi d'origine e per quelli di accoglienza". I paesi d'origine possono "migliorare la loro competitività" e "orientarsi verso attività a più forte valore aggiunto".
"Adottare misure volte a preservare a qualsiasi prezzo occupazione nei servizi nei paesi d'origine sarebbe prova di mancanza di chiaroveggenza".
Il rapporto suggerisce di investire piuttosto sulle persone, vittime della delocalizzazione. Queste, secondo una ricerca degli economisti A. Bardhan e C. Kroll della Berkeley's Haas School of Business, potrebbero essere solo negli USA, da qui al 2015, 3 milioni e 400 mila su 14 milioni di americani che saranno toccati dalle trasformazioni.
La maggioranza degli esempi di trasferimenti aziendali dettagliatamente descritti (British Telecom, DHL, Bank of America, ACS) riguarda attività di contabilità, fatturazione, sviluppo di programmi informatici, design industriale, call center, back office bancario avvenuti nei paesi in via di sviluppo dell'Asia e dell'Africa.
Sono tutti lavori che
- non richiedono rapporti faccia a faccia con i clienti,
- contengono prevalentemente informazioni,
- avvengono con processi telecommutabili e possibili via Internet,
- hanno alte differenze salariali con occupazioni simili nel paese di destinazione,
- hanno deboli barriere di avviamento e
- deboli legami sociali.
Ma "la delocalizzazione è essenzialmente un fenomeno Nord-Nord", nel 54% dei casi tra paesi sviluppati. L'Irlanda, il Canada e Israele sono le destinazioni privilegiate. L'India è la sola importante tra i paesi in sviluppo.
La nuova divisione internazionale del lavoro è favorita dal peso che i servizi in generale sono venuti ad assumere nell'economia mondiale e dal fatto che con le nuove tecnologie possono essere prodotti senza vincoli di spazio e di tempo.
Bisogna, in primo luogo "migliorare le competenze delle risorse umane e le infrastrutture materiali, indispensabili specie per le nuove tecnologie" e "regolamentare i mercati perchè funzionino bene".
I primi 12 paesi destinatari degli investimenti diretti stranieri.
|
2003 |
2002 | |
| Cina |
53 |
53 |
| Francia |
46 |
49 |
| Stati Uniti |
29 |
63 |
| Belgio |
29 |
15 |
| Spagna |
25 |
36 |
| Irlanda |
25 |
24 |
| Paesi Bassi |
19 |
26 |
| Italia |
16 |
15 |
| Regno Unito |
14 |
28 |
| Hong Kong |
13 |
10 |
| Germania |
12 |
36 |
| Svizzera |
12 |
6 |
(valori in miliardi di dollari)
Primato senza fondamento
La tartaruga gigante Harriet è nel Guinnes dei primati per due ragioni: come la più longeva creatura vivente a 173 anni e perchè nel 1835, dopo che Charles Darwin la trovò alle Galapagos, la portò in Europa, da dove continuò il suo viaggio fino in Australia, a Beerwah, nel cui zoo vive tuttora.
"Ma la vera storia non è questa", scrive il paleontologo Paul Chambers nell'ultimo numero del settimanale inglese New Scientist.
Sfogliando carteggi e diari di Darwin, Chambers non ha trovato nessun riferimento a Harriet e, spulciando le registrazioni dei vecchi zoo inglesi, ha dedotto che all'epoca nessuna tartaruga gigante sarebbe sopravvissuta per più di due mesi in Gran Bretagna a causa del clima.
Ma l'indizio più importante lo ha recuperato in una tesi di laurea di genetica, che identifica Harriet come "Geochelone nigra porteri", una sottospecie delle isole di Santa Cruz delle Galapagos, dove però Darwin non sbarcò.
Delocalizzazione e internazionalizzazione
L'articolo centrale di Business Week di questa settimana parla del futuro dell'industria hi-tech. Con l'arrivo di un miliardo di nuovi clienti, cinesi, indiani, brasiliani, tailandesi, si potrà avere un profondo cambiamento di questa industria.
Le aziende stanno già individuando nuovi modi di fare i loro prodotti e di sviluppare gli affari.
Devono tenere conto del milione e duecento mila negozietti indiani, che hanno bisogno di avere in un solo apparecchio computer, registratore e sistema di gestione dello stock o dell'energia elettrica spesso carente e poco affidabile, che deve essere sostituita con i pannelli solari per i fotografi ambulanti del Sud Africa e dell'India o dei sistemi di pagamento a tempo dell'uso dei computer in Polonia.
Possono stipulare alleanze con le aziende locali o utilizzare le reti già predisposte.
I paesi in via di sviluppo hanno tassi di crescita del PIL sbalorditivi, tra il 4,5% del Brasile e il 9,5% della Cina. Investono in ricerca più della media della Zona euro. Hanno università che producono buoni ingegneri e che parlano l'inglese, come in India.
Le previsioni degli economisti, a cominciare dall'OECD e dal FMI, ritengono tutte che dal 2015 questi paesi competeranno per la leadership mondiale con gli USA.
Puntare su di essi per delocalizzare lavorazioni e servizi offshore per il basso costo degli addetti è altrettanto miope che immaginare barriere protezionistiche o ritorsioni, come il taglio degli incentivi alle imprese che trasferiscono le loro attività.
Bisogna ricordare che in troppi casi i paesi di destinazione dei trasferimenti sono più favorevoli alle aziende italiane anche per le condizioni ambientali procurate da governi che vogliono aumentarne l'attrazione: dalla bontà dell'istruzione alle facilitazioni burocratiche, dalle riduzioni d'imposta alle infrastrutture e ai servizi di sostegno.
Le decisioni governative devono tenere conto delle differenze fra delocalizzazione e internazionalizzazione.
Per caso, quasi contemporaneamente a Business Week, Financial Times ha pubblicato un articolo intitolato "Budapest la prossima Bangalore? I nuovi membri dell'UE entrano nel gruppo della delocalizzazione".
Vi si dice che Cechia, Ungheria, Polonia e Slovacchia fanno a gara per offrire le migliori condizioni di investimento per le multinazionali. Dopo l'industria, le banche e la distribuzione è il momento dei servizi finanziari.
UNICE, la Confederazione europea degli imprenditori, ha scritto in un rapporto alla Commissione europea che i nuovi entranti nell'UE sono un'area geografica che dà opportunità alla globalizzazione, compresa la ricollocazione di sofisticati business services. "L'allargamento è un'occasione d'oro per stimolare la competitività".
Gli stipendi del personale dell'Europa centrale sono tre volte superiori a quelli di certi paesi asiatici come la Malesia e le Filippine, ma molti parlano anche lingue diverse dall'inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo e perfino il finnico. Ci sono affinità culturali, particolarmente importanti per comunicare con i clienti. I governi favoriscono le privatizzazioni e la costituzione di nuove società, specie se sono fatte con partecipazioni locali e riguardano nuovi settori economici.
Sta emergendo una nuova logica dell'internazionalizzazione, che può portare a un equilibrio maggiore degli insediamenti sul territorio dell'Unione e non solo al contenimento, efficace a breve, del costo del lavoro.
Stato dell'università
Secondo i dati riportati ieri a Roma da Piero Tosi, presidente della CRUI, Conferenza dei rettori delle università italiane, nel corso della sua "Relazione annuale sullo stato delle università",
- le immatricolazioni degli studenti sono aumentate di 33 mila negli ultimi due anni,
- gli abbandoni prima della laurea sono passati dal 24,3% dell'anno accademico 1998-99 al 18,5% del 2001-2002 e sono risaliti al 20% del 2002-2003,
- il numero delle lauree conseguite è cresciuto tra il 1987 e il 2003 da 78 mila a 230 mila, ma la percentuale dei laureati tra i 25 e i 44 anni è solo dell'11%, una tra le più basse d'Europa,
- negli ultimi quindici anni gli studenti sono aumentati del 32,5% e i docenti del 31,8%.
Previsioni economiche 2004
L'OECD ha pubblicato ieri un aggiornamento delle previsioni 2004 per le economie dei G6, migliorando lievemente le stime della crescita complessiva rispetto al 2003 dal 3,4% al 3,6%.
Nel dettaglio, l'andamento del PIL USA è rivisto in peggio, dal 4,7% al 4,3%, ma cresceranno di più quelli del Giappone, dal 3,0% al 4,4%, del Regno Unito, dal 3,1% al 3,4%, della Francia, dal 2,0% al 2,7%, della Germania, dall'1,1% all'1,7% e dell'Italia, dallo 0,9% all'1,3%. La media della Zona euro passa dall'1,6% al 2,0%.
L'inflazione è in aumento negli USA al 2,5%, nella Zona euro all'1,8%. Il Giappone manifesta una tendenza ad uscire dalla deflazione.
La ripresa sarà povera di impieghi un po' dovunque. La svolta del mercato del lavoro comincerà negli USA con una crescita dell'occupazione dell'1,4%. In Giappone non supererà lo 0,2%. Nella Zona euro ci sarà una diminuzione dello 0,2%.
L'incremento delle retribuzioni reali si avrà negli USA con l'1,5%. In Giappone sarà recuperato l'1% sulla perdita del potere d'acquisto di quasi il 2%, verificatasi nel 2003. Nella Zona euro ci sarà una flessione dello 0,2%.
Imposizione fiscale in Europa
Il carico fiscale complessivo (imposte dirette, imposte indirette, oneri sociali) nell'UE a 25 è stato nel 2002 il 40,4% del PIL, in diminuzione rispetto al 41,8% del 1999 e al 40,5% del 1995. La riduzione è dovuta alla riforma dei sistemi impositivi in 16 Stati membri, dove sono state riviste le aliquote sui redditi e sulle società e l'entità degli oneri sociali.
In confronto al 2001 le diminuzioni più significative del carico fiscale si sono avute in Polonia (dal 41,2% al 39,1%), Irlanda (dal 30,5% al 28,6%), in Svezia (dal 52,2% al 50,6%) e nel Regno Unito (dal 37,3% al 35,8%).
L'imposizione è invece aumentata in maniera più consistente in Lussemburgo (dal 40,7% al 41,9%) e in Cechia (dal 34,3% al 35,4%).
In rapporto al PIL la situazione fiscale dei singoli Stati è in percentuale la seguente:
| Svezia |
50,6 |
| Danimarca |
48,9 |
| Belgio |
46,6 |
| Finlandia |
45,9 |
| Austria |
44,4 |
| Francia |
44,2 |
| Lussemburgo |
41,9 |
| Italia |
41,7 |
| Germania |
40,2 |
| Slovenia |
39,8 |
| Paesi Bassi |
39,5 |
| Polonia |
39,1 |
| Ungheria |
38,8 |
| Portogallo |
36,3 |
| Spagna |
36,2 |
| Grecia |
36,2 |
| Regno Unito |
35,8 |
| Cechia |
35,4 |
| Estonia |
35,2 |
| Slovacchia |
33,0 |
| Cipro |
32,5 |
| Lettonia |
31,3 |
| Malta |
31,3 |
| Lituania |
28,8 |
| Irlanda |
28,6 |
| UE 25 |
40,4 |
|
|
Tempo massimo di lavoro
Mercoledì 22 la Commissione europea dovrà emanare una nuova direttiva sul tempo massimo di lavoro settimanale. L'attuale, adottata nel 1993, limita a 48 ore la durata del lavoro ordinario e straordinario insieme, consentito, ma autorizza gli Stati membri dell'UE a superare questo limite se i lavoratori consultati individualmente danno il loro assenso.
La durata media del tempo limite è calcolata su quattro mesi. Dodici, se c'è un accordo collettivo.
L'ultima rilevazione trimestrale di fine luglio dell'Osservatorio europeo sull'occupazione dell'OECD valuta in 4 milioni (sui circa 193 milioni di lavoratori attivi) il numero di quelli che superano ampiamente il limite delle 48 ore, con un incremento del 20% in dieci anni.
La recente tendenza a riallungare gli orari contrattuali di lavoro e una sentenza della Corte europea di giustizia, che ha considerato il tempo di presenza in azienda come prestazione effettiva - in alcuni casi della sanità verificatisi in Francia, Spagna e Germania -, spingono la Commissione europea a prendere in considerazione le circostanze in cui le direzioni chiedono ai lavoratori, uno per uno, di superare il tempo massimo di lavoro settimanale.
L'Osservatorio dell'OECD ha investigato su orari di lavoro e produttività e ha trovato che
- in Cechia, Finlandia, Grecia, Irlanda, Slovacchia e Ungheria la produttività settimanale pro capite è cresciuta dal 1995 più che negli USA e in Giappone, mentre gli orari di lavoro sono cresciuti meno,
- in Europa il record del tempo settimanale di lavoro effettivo è della Lettonia con 43,6 ore pro capite, ma con una produttività sotto la media dell'UE,
- nel Regno Unito si lavora molto meno che negli Stati Uniti a pari produttività.
Ennesimi esempi che il lavoro umano è soltanto una delle componenti della produttività e che in questa le tecnologie pesano di più e costano meno, ma che la vitalità della produzione è frutto di ricerca e di innovazione dei processi aziendali integrati.
In attesa della riunione di mercoledì della Commissione europea le dichiarazioni contro o a favore dell'allungamento degli orari contrattuali ed effettivi di lavoro si sono moltiplicate.
Il Commissario agli Affari economici e monetari, Joaquim Almunia, ritiene che in un'economia globalizzata ci sono settori obbligati ad ampliare la settimana lavorativa.
L'UNICE, la Confederazione europea degli imprenditori, propone di allungare a dodici mesi il periodo di riferimento, con la possibilità di aumentarlo per accordo collettivo, e di tenere conto solo del lavoro effettivamente svolto durante il tempo di presenza in azienda.
Le si è accodata la CEEP, il Centro europeo delle aziende a partecipazione pubblica, che però propone di introdurre nel tempo di presenza in azienda la nozione di "inattività", non compresa nel calcolo dell'orario di lavoro.
La CES, Confederazione europea dei sindacati, chiede al contrario che la clausola di rinuncia individuale al limite massimo di 48 ore sia abolita, che il periodo di calcolo sia mantenuto in quattro mesi, allungabili a dodici per accordo collettivo e che il tempo di presenza in azienda sia considerato comunque lavoro a tutti gli effetti.
La Commissione europea sembrerebbe favorevole a che l'assenso individuale sia preceduto da un accordo aziendale. Se l'impresa non ha rappresentanze sindacali, l'assenso potrà essere dato solo fino ad un massimo di 65 ore, in casi eccezionali, rigidamente regolati. Il periodo di calcolo potrebbe essere portato a dodici mesi. Il tempo di presenza anche inattivo servirebbe a stabilire quello di riposo compensativo.
Ciò che è in questione non è soltanto la flessibilità dei lavoratori, come UNICE, CEEP e qualche politico vorrebbero far credere. E' interesse delle aziende preservare il loro "capitale umano" e non usurarlo rapidamente, ma c'è soprattutto un obbligo di civiltà. Le statistiche degli infortuni, non di rado mortali, e delle malattie del corpo e della psiche, provocati spesso dal lavoro eccessivo continuano a rilevare la grande diffusione, specie in paesi come l'Italia, di vergognose situazioni di rischio.
Diversità e coesione sociale in azienda
Finora le grandi imprese dei paesi ad economia avanzata si erano preoccupate di omologare i dipendenti sui valori e i modelli di comportamento delle élite dirigenti. Tutto ciò che era fuori di essi era scarsamente rilevante e serviva tutt'al più per legittimare agli occhi dei clienti e degli stakeholder le espressioni della corporate identity. I ritualismi delle certificazioni e dei bilanci sociali sono la manifestazione più recente.
Il modello organizzativo dell'azienda estesa e la composizione di operatori, dal vertice alla base, di origine, età, cultura e legame diversi non rendono più possibile continuare nella tradizionale logica d'integrazione sociale. Né d'altro canto con l'ingresso in azienda del mercato e del contesto più ampio i ritualismi della socialità sono più sufficienti.
Numerose ricerche di Astra, GPF, ISPO, SWG ed altri hanno rilevato anche in Italia le diffidenze dei consumatori per le certificazioni e i bilanci sociali e le insoddisfazioni dei lavoratori per le negazioni delle loro differenze.
Un'esperienza importante di discriminazione positiva aziendale è quella annunciata giovedì della settimana scorsa dalla direzione di PSA Peugeot Citroen. E' stato firmato un accordo con quattro sindacati (un quinto, la CGT, ha riservato la sua risposta) sulla "diversità e la coesione sociale".
Il testo sottoscritto è frutto di un negoziato durato parecchi mesi. L'accordo prevede misure per favorire "la diversità dei dipendenti (che) rappresenta un'opportunità per l'innovazione, la creatività e l'accompagnamento del cambiamento. Essa permette a un gruppo internazionale di circondarsi delle migliori competenze e di riflettere meglio la società e il suo ambiente, ciò che facilita la comprensione e la soddisfazione delle aspettative dei clienti".
Le principali innovazioni dell'accordo riguardano il reclutamento, la formazione e la creazione di un osservatorio paritario sulla diversità.
Il reclutamento dovrà essere realizzato con almeno il 60% di giovani da combinare con lavoratori esperti e senior per assicurare un equilibrio tra generazioni e arricchire il portafoglio delle competenze aziendali. Ci saranno diversi modi di reclutamento e partnership con i servizi pubblici e i consigli generali e regionali. Saranno privilegiate le persone in difficoltà e senza qualifica nel quadro di contratti di formazione o di alternanza.
La formazione realizzerà il relativo diritto individuale attraverso percorsi professionalizzanti, combinazione di attività d'aula e sul lavoro. Per tutti i capi, i tecnici e i dirigenti sarà fatta formazione sulla gestione delle differenze, la comprensione delle diverse culture, la prevenzione delle discriminazioni, il rispetto delle regole di vita comune. Sarà fatta formazione specifica, a seconda dei casi, sulle usanze religiose ed etniche.
Ciò nonostante "non si dovranno avere rotture nel principio dell'uguaglianza di trattamento, né nella gestione dell'organizzazione del lavoro e della produzione".
L'osservatorio della diversità e dell'uguaglianza avrà due esponenti per ogni sindacato rappresentativo a livello aziendale. Analizzerà annualmente i dati statistici della gestione delle risorse umane, i modi di reclutamento, le indagini sul personale.
E' previsto un ufficio reclami a cui i dipendenti potranno fare appello per "ogni problema di applicazione e interpretazione dell'accordo".
L'accordo PSA è stato considerato dal piano del ministro dell'Occupazione, del Lavoro e della Coesione sociale per il progetto di legge presentato ieri al Consiglio dei ministri, intitolato "mobilitazione per l'occupazione", dotato di 12 miliardi e 800 milioni di euro per i prossimi cinque anni.
L'AFEP, Associazione francese delle aziende private ne ha fatto il documento base per lo sviluppo della politica delle risorse umane delle quaranta aziende socie.
Manovra sugli organici pubblici
Gordon Brown, cancelliere dello Scacchiere del governo Blair ha annunciato "il taglio, sia pur senza licenziamenti, di 105 mila dipendenti della pubblica amministrazione britannica entro il 2008 per reperire risorse da destinare, comunque, al welfare".
"105 mila dipendenti rappresentano l'1,75% dell'organico della pubblica amministrazione britannica che si aggira sui 6 milioni di addetti. Imitare Brown in Italia, dove i dipendenti pubblici, compresi quelli a tempo parziale, sono 3,5 milioni (secondo il conto annuale del Tesoro per il 2002, l'ultimo disponibile), comporterebbe una riduzione totale di 61 mila addetti in 4 anni".
"Il governo Blair dichiara l'obiettivo e su questo si fa misurare; il governo Berlusconi, invece, parla di Finanziaria senza tagli, non si assume pubblicamente alcuna responsabilità. Se il governo italiano in questo facesse tesoro dell'esempio inglese, sarebbe poi più difficile tornare allo status quo ante. Dichiarare l'obiettivo costituirebbe la premessa necessaria, anche se non sufficiente, per riformare i servizi pubblici in modo da assicurarne la qualità con meno addetti, magari utilizzando finalmente in modo mirato, e non a pioggia, le risorse stanziate per premiare la produttività".
"Un taglio dei dipendenti pubblici di misura inglese farebbe risparmiare 2,3 miliardi di euro in quattro anni. Mollare sul contratto del pubblico impiego, per il quale il sindacato chiede un aumento dell'8% contro l'offerta del 3,6% del governo, avrebbe un impatto ulteriore, anch'esso permanente, pari a 5,9 miliardi di euro sui conti pubblici nel giro di due anni".
Da Massimo Mucchetti, "Pubblico impiego e forbici incerte", Corriere della Sera, 17 settembre 2004.
Riforma del mercato tedesco del lavoro
Peter Hartz è il direttore Risorse umane della Volkswagen, componente del comitato esecutivo aziendale. E' noto per gli accordi innovativi stipulati con il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi, IGMetal, in materia di orari, formazione, remunerazioni e assunzioni, nel solco della politica del lavoro del governo socialdemocratico Schroder.
Per incarico del governo federale ha presieduto la commissione per la riforma del mercato del lavoro, che da lui ha preso nome. Essa ha elaborato come conclusione un rapporto, base delle quattro "leggi Hartz" e parte della riforma complessiva del welfare, denominata "Agenda 2010" dalla data fissata a Lisbona nel 2000 dai ministri del lavoro dell'UE per raggiungere un tasso medio di occupazione del 70% in Europa.
Nel rapporto presentato nell'agosto 2002 la "commissione Hartz" ha proposto una serie di interventi per ridurre la disoccupazione, riorganizzare il Servizio federale per l'impiego, riformare il mercato del lavoro.
Le "leggi Hartz" prodotte dal parlamento tedesco sono il frutto di una stretta collaborazione fra operatori aziendali di direzione del personale e politici.
La Hartz I ha per obiettivi di individuare nuove opportunità d'impiego e di creare nuovi posti di lavoro. Le "Agenzie di Servizio Personale" sono la struttura che ha per compito di trovare lavori temporanei ai disoccupati e di fare da tramite con il mercato del lavoro per un'occupazione stabile. Liberalizza il collocamento del lavoro e garantisce un equo compenso. Cura in modo particolare la rapidità e la qualità del collocamento, la prospezione del mercato, il reclutamento.
La Hartz II riguarda il pagamento delle assicurazioni sociali e dell'imposizione fiscale nei "Mini-jobs", il supporto finanziario per sviluppare i "Me plc", forme di autoimpiego, e i modi d'assistenza delle strutture dedicate, i "Centri per il lavoro".
La Hartz III disegna la cornice per la modernizzazione del Servizio federale per l'impiego, riorganizzato in "Agenzie federali", semplifica il pagamento dell'indennità di disoccupazione e si preoccupa di trovare lavoro ai disoccupati.
La Hartz IV mira a incentivare i disoccupati a ritornare al lavoro. Aiuta chi si da da fare per trovare un impiego, integrando le "Agenzie federali" e i "Centri per il lavoro". Fissa la durata e l'importo dell'indennità di disoccupazione, proporzionata per i primi 12 mesi all'ultima retribuzione, erogata per altri 12 mesi in misura predeterminata e uguale per tutti, come un vero e proprio modesto sussidio.
Le leggi Hartz non servono soltanto a incitare i disoccupati a ricollocarsi, riducono il costo del welfare e invertono la tendenza ai tradizionali, generosi compensi, frutto dell'intreccio remunerazioni private - assistenza pubblica.
Nuovi organici per PSA e Renault
L'industria automobilistica francese, privata e di Stato, va bene. Ha saputo combinare globalizzazione e specializzazione produttive, innovazione dei modelli e della rete di vendita, sviluppo manageriale e flessibilità del lavoro, stabilità azionaria e investimenti a lungo termine.
La Régie Renault ha compiuto addirittura il miracolo di rilanciare la giapponese Nissan. La PSA Peugeot Citroen è riuscita con la tecnologia ad ottenere elevatissimi livelli di qualità e soddisfazione dei clienti dei due marchi integrati.
Gli annunci di assunzioni massicce dati in questi giorni dalle due case automobilistiche si spiegano con la realizzazione di strategie di espansione.
PSA sta già assumendo 7 mila persone in Francia, dove l'azienda ha concezione, ricerca e design dei prodotti. Nei prossimi cinque anni saranno inseriti nell'azienda 74 mila e 600 nuovi dipendenti, in tutte le figure professionali, di qualsiasi livello e di ogni parte del mondo.
Per accordo aziendale saranno privilegiati i giovani senza qualificazione e quelli in possesso di diplomi con scarse prospettive occupazionali. Essi sostituiranno più di 60 mila ultracinquantenni, che andranno in pensione anticipata secondo l'accordo in vigore nella metallurgia fino a tutto il 2006. I nuovi posti di lavoro in più saranno perciò 10.790.
Renault vuole reclutare 14 mila persone. Le assunzioni riguarderanno operatori, tecnologi, team leader, capi intermedi di stabilimento, personale di concessionaria e venditori. Saranno fatte per metà in Francia e per metà nel resto del mondo.
Saranno assunzioni dirette, a tempo indeterminato, rivolte per il 75% a giovani con meno di tre anni di esperienza.
Il direttore Risorse umane della Renault, Michel de Virville, ha dichiarato che negli ultimi cinque anni l'azienda ha già sostituito 40 mila persone e che in sei anni rinnoverà un quarto degli organici.
Le due case automobilistiche ricostituiscono gli organici, che erano leggermente diminuiti negli ultimi tre anni, per fare fronte ai nuovi programmi, lasciando pensionare quella parte delle popolazioni aziendali adibite ai lavori usuranti e contribuendo ad affrontare il grave problema della disoccupazione e formazione giovanile, mediante un'accorta politica di ricerca del consenso dentro e fuori le aziende.
Disoccupazione in Europa
Secondo le stime di Eurostat, alla fine di luglio, nell'UE a 25 c'erano 19 milioni e 300 mila disoccupati, il 9,0% della popolazione attiva, con una flessione di quasi lo 0,1% sull'andamento dell'ultimo anno. La disoccupazione femminile è il 10,0%, quella maschile l' 8,3%.
I tassi più elevati di disoccupazione sono stati registrati in Polonia (18,8%), Slovacchia (15,9%), Lituania (11,3%) e Spagna (11,0%).
I più bassi sono dell'Austria (4,2%), del Lussemburgo (4,3%), dell'Irlanda e di Cipro (4,5%).
La disoccupazione è cresciuta nell'ultimo anno nei Paesi Bassi ( + 1,0%), in Cechia ( + 0,9%), Svezia ( + 0,8%), Lussemburgo ( + 0,5%), in Belgio, Lettonia, Malta, Danimarca, Germania, Portogallo e Ungheria (tra + 0,4% e + 0,2%). E' diminuita in Estonia ( - 1,5%), Lituania ( - 1,3%), Slovacchia ( - 1,1%), in Slovenia, Polonia, Spagna, Regno Unito, Irlanda e Cipro (tra - 0,4% e - 0,1%). E' rimasta stabile negli altri paesi fra cui l'Italia (8,5%).
La disoccupazione dei 15-24enni è diminuita al 18,0% ( - 0,5%). I tassi più elevati sono stati registrati in Polonia (39,1%), Grecia e Italia (27,1%), Slovacchia (25,9%); quelli minori in Austria (6,9%), Irlanda (8,1%), Paesi Bassi (8,8%).
I disoccupati di lunga durata (da più di un anno) sono il 44,9% del totale. In Grecia, Italia, Polonia e Slovacchia superano il 55%.
Occupazione in Europa
I risultati dell'indagine annuale sulle forze di lavoro, diffusi venerdì da Eurostat, sono la media delle quattro rilevazioni trimestrali del 2003. I dati presentati sono perciò più precisi di quelli degli anni passati, quando veniva compiuta una sola rilevazione trimestrale in primavera.
Nell'UE a 25 gli occupati tra i 15 e i 64 anni sono stati 192 milioni e 800 mila, il 63,0% della popolazione in questa fascia d'età. Il tasso d'impiego maschile è stato del 70,9%, quello femminile del 55,1%.
Hanno avuto un lavoro a tempo parziale il 10,3%: il 16,5% delle donne, il 4,2% degli uomini.
Gli occupati a tempo determinato sono stati il 12,9%: il 13,7% donne, il 12,2% uomini.
Il tasso d'impiego delle persone tra i 55 e i 64 anni è stato del 40,2%, il 22,8% meno di quello totale.
Lavoro a tempo parziale e a tempo determinato indicano la flessibilità del mercato del lavoro e vanno correlati al tasso di occupazione totale di un paese e al sesso dei lavoratori. Attestano la possibilità di conciliare tempo di lavoro e della persona o la disponibilità dell'offerta.
La quantità dei lavoratori anziani indica l'ampiezza, la qualità e la solidità della domanda. Attesta la possibilità di scelta tra impegno e ritiro dal lavoro.
L'escursione del tasso d'impiego totale va dal 51,2% della Polonia al 75,1% della Danimarca.
Tra i tassi più bassi ci sono stati il 54,2% di Malta e il 56,1% dell'Italia. Tra i più elevati il 73,5% dei Paesi Bassi, il 72,9% della Svezia, il 71,8% del Regno Unito.
I maggiori tassi d'impiego a tempo parziale sono stati il 32,8% dei Paesi Bassi, il 17,4% del Regno Unito e il 16,0% della Svezia. Slovacchia, Ungheria, Grecia e Cechia hanno avuto tassi inferiori al 3%. Nei Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Germania, Austria, Svezia e Regno Unito il tasso d'impiego femminile a tempo parziale è stato tra il 20% e il 30%.
I tassi d'impiego a tempo determinato più elevati sono stati il 30,6% della Spagna, il 20,6% del Portogallo, il 19,4% della Polonia, il 16,3% della Finlandia, il 15,1% della Svezia. Estonia, Lussemburgo, Malta e Slovacchia hanno avuto tassi deboli, tra il 2,5% e il 4,9%.
Nel 2003 l'Italia ha avuto poco più di 22 milioni di occupati con una crescita dello 0,6% rispetto al 2002: il 69,6% di uomini e il 42,7% di donne. L'occupazione maschile è cresciuta dello 0,5%, quella femminile dello 0,7%.
I lavoratori a tempo parziale sono stati il 4,7% con una diminuzione dell'1,2% sull'anno precedente. Le donne sono state il 7,4%, gli uomini il 2,1%.
Gli occupati a tempo determinato sono stati il 9,9% con un aumento dell'1,5%.
Il tasso d'impiego delle persone tra i 55 e i 64 anni è stato del 30,3%.
Innovazione scardinante
Gli esperti di organizzazione aziendale continuano a raccomandare la flessibilità dei sistemi d'impresa come condizione indispensabile per la competitività e la crescita dei business. I manager continuano a tirarsi fuori da questa necessità e a puntare sulla riduzione del costo del lavoro e sull'acquisizione di capacità produttive temporanee per rispondere alle impellenze del mercato.
I risultati dell'outsourcing sono la crescita senza prospettive dell'economia e la perdita di posti di lavoro con riduzione dei consumi privati o l'indebitamento pericoloso dei consumatori sfrenati.
L'ultimo numero di "Time" informa che nonostante il buono stato dell'economia americana, nell'ultimo quadriennio si sono contati 913 mila lavoratori in meno sui libri paga delle aziende private. L'indebitamento delle famiglie per acquisti è aumentato fino ad assorbire quasi l'80% del reddito disponibile e il 70% del PIL. E' grave il rischio di collasso del paese senza una metamorfosi delle imprese.
Si giustifica così l' "imperativo della crescita" delle aziende, come lo chiamano Clayton M. Christensen e Michael E. Raynor nel libro "The Innovator's Solution. Creating and Sustaining Successfull Growth", pubblicato lo scorso settembre da Harvard Business School Press Book, che appare in traduzione italiana presso Etas con il titolo "Il dilemma dell'innovatore: la soluzione" e il sottotitolo "Creare e mantenere nel tempo business innovativi e di successo" a sottolinearne la valenza operativa.
Christensen, professore di business administration nell'Harvard Business School, ha già scritto il bestseller "The Innovator's Dilemma" in cui aveva spiegato che i manager aziendali non colgono le opportunità d'innovazione, per eccessiva focalizzazione sui clienti e i business più profittevoli, mentre è necessario capire i bisogni dei consumatori e realizzare soluzioni corrispondenti, infrangendo le consolidate regole organizzative di approccio ai clienti e ai mercati. La proposta allora presentata era quella dell' "innovazione scardinante": l'attuazione di un modello di innovazione per generare la crescita aziendale costante.
Il libro scritto in coppia con Raynor, Direttore di Deloitte Research e docente di strategia della Richard Ivey School, è una sorta di seconda puntata. Suggerisce come battere i concorrenti più forti per mezzo dell' "innovazione scardinante", facendo leva sulle numerose esperienze delle aziende della siderurgia, dell'hi-tech, del banking online, dei transistor, della chirurgia, dell'energia alternativa, della distribuzione.
Le indicazioni spaziano dal miglioramento del rapporto fra clienti e prodotti all'integrazione dell'architettura di prodotto con la strategia e il business, dalla gestione del processo di sviluppo delle capacità e della strategia di prodotti e servizi alla valorizzazione delle marche e alla configurazione organizzativa di queste interazioni.
Al centro del modello di innovazione scardinante ci sono sempre i manager, innovatori, dotati di intuizione e decisionalità, fermi nella vision, capaci di combinare efficacemente risorse, processi e valori per un nuovo business delle aziende a crescita costante.
Imprenditori-salvatori per i quali è certamente superflua la lettura del libro di Christensen e Raynor, più adatto ai follower, le "truppe", come dicono gli autori, da "addestrare all'identificazione delle idee potenzialmente scardinanti" per "incapsularle" in un "motore della crescita".
Delocalizzazioni dall'Europa
L'European monitoring centre on change, organismo dell'UE, ha comunicato i risultati di un'indagine sulla perdita di posti di lavoro nel biennio 2002-2003 per effetto delle delocalizzazioni realizzate dalle imprese dei 15 Stati membri, della Polonia, della Cechia e della Slovacchia.
L'indagine ha rilevato la situazione in 1.460 aziende, che avevano fatto a meno di 777 mila lavoratori e ha individuato 104 casi di delocalizzazione.
L'EMCC è giunto alla conclusione che solo il 4,8% delle riduzioni d'organico è stato causato da delocalizzazione. I tre quarti sono avvenuti per ristrutturazioni e il 15% per chiusura. Le aziende che hanno delocalizzato sono anche quelle più toccate dalla ristrutturazione.
Il maggior numero di delocalizzazioni ha interessato il Regno Unito (12 aziende per 13.290 posti di lavoro), la Francia (18 aziende per 3.718 posti), la Germania (3 aziende per 3.500 posti), l'Italia (7 aziende per 2.227 posti), la Finlandia (9 aziende per 1.924 posti), la Svezia (9 aziende per 1.810 posti), il Portogallo (7 aziende per 1.600 posti).
Il 21% delle delocalizzazioni è stato realizzato nella metallurgia, il 20% nei servizi finanziari, il 15% nelle poste e telecomunicazioni, il 12% nell'industria tessile, il 6% nell'industria automobilistica.
Destinazioni preferite sono state l'Asia (32%) e l'Europa orientale (30%).
Ogni paese ha delocalizzato secondo le specifiche convenienze economiche e le competenze trovate nei differenti destinatari e mediante diverse organizzazioni societarie.
Il Regno Unito ha puntato su aziende nuove per i suoi servizi informatizzati, amministrativi e di assistenza ai clienti. La Francia e la Finlandia hanno trasferito le lavorazioni per le telecomunicazioni e la metallurgia. Perfino nella Slovacchia, dopo l'ingresso nell'UE, l'Imperial Tobacco ha chiuso per motivi di costo la sua fabbrica di sigarette (300 dipendenti) e ha distribuito questa attività negli altri suoi stabilimenti della rete mondiale.
Bilancio per l'UE a 25
Il commissario europeo alle finanze, Michaele Schreyer, ha presentato l'altro ieri a Bruxelles il bilancio economico dell'Unione in vista della riunione dei ministri nazionali di sabato prossimo.
Con 90 miliardi di euro, il valore complessivo del bilancio corrisponde allo 0,96% del PIL dell'UE, al di sotto del limite dell'1% che Austria, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Svezia hanno già indicato per l'Europa allargata nel periodo 2007-2013.
Metà bilancio è rappresentato da aiuti all'agricoltura, il 37,5% è stato speso per il sostegno ad azioni strutturali e regionali, il 7,3% è servito per costi esterni.
I principali beneficiari dei contributi europei sono stati la Spagna (15 miliardi e 800 milioni di euro per gli aiuti regionali), la Francia (13 miliardi e 100 milioni per la politica agricola comune), l'Italia (10 miliardi e 500 milioni per le azioni regionali di sviluppo del Mezzogiorno), la Germania (10 miliardi e 400 milioni per le azioni di sviluppo dell'ex Germania orientale e la politica agricola comune), il Regno Unito (6 miliardi per la politica agricola comune e lo sviluppo regionale), il Portogallo (4 miliardi e 700 milioni per sconti sulle quote pagate, in ristorno di crediti per azioni degli anni precedenti).
Il bilancio dell'UE è stato alimentato per il 23% dalla Germania, il 19% dalla Francia, il 15% dall'Italia e l'11% dal Regno Unito.
Nello scambio versamenti-incassi la Spagna ha raggiunto un saldo creditore di 8 miliardi e 700 milioni di euro, il Portogallo di 3 miliardi e mezzo, la Grecia di 3 miliardi e 400 milioni, l'Irlanda di 1 miliardo e 600 milioni.
Hanno invece un saldo debitore la Germania per 7 miliardi e 700 milioni, il Regno Unito per 2 miliardi e 800 milioni, i Paesi Bassi per 2 miliardi, la Francia per 1 miliardo e 900 milioni.
La riunione di sabato dei ministri finanziari dovrà fissare il limite percentuale sul PIL dei versamenti dovuti dai 25 paesi della nuova UE. Nei confronti di quattro dei nuovi entranti è già scattata la procedura di avvertimento perchè riportino il loro deficit pubblico entro i parametri di Maastricht. Sei Stati membri, come detto, hanno già preso posizione sui limiti delle quote nazionali. Mentre altri paesi, fra cui l'Italia, si battono per un allentamento o almeno un'interpretazione più elastica dei parametri di Maastricht.
I 10 nuovi Stati dell'Unione avranno bisogno di tutto il sostegno dei 15 membri anziani alle loro economie, perché possa avvenire l'auspicato allargamento dei mercati.
Spetterà ai ministri finanziari dei paesi che da più tempo costituiscono l'Unione dare prova di lungimiranza perché il disegno di un sistema Europa competitivo possa realizzarsi.
Utilità aziendali / 2
"La crisi Alitalia? Dare la colpa solo ai sindacati è un errore grave".
"Amo i sindacati, soprattutto quelli delle altre aerolinee. Ma scherzi a parte mi sembra che su Alitalia si esageri a dar loro addosso. La causa della crisi sono le scelte manageriali sbagliate".
"Non c'è chiarezza sugli hub, la flotta è vecchia e con cinque modelli diversi è costosissima da gestire. Noi ne abbiamo solo uno. Ci sono troppi dirigenti, che per di più non hanno capito che i viaggiatori chiedono prezzi sempre più bassi".
Se fossi l'amministratore delegato di Alitalia "mi dimetterei. Oppure copierei Ryanair. Chiuderei i contratti con le agenzie di viaggio, punterei sulle vendite via internet dove noi piazziamo il 97% dei biglietti. E poi, come ovvio, affronterei il problema del costo del lavoro.
Certo qualche nodo c'è: noi trasportiamo ogni anno 28 milioni di passeggeri con 2.500 dipendenti mentre Alitalia ne fa viaggiare 20 milioni con 20 mila impiegati. Il problema è che per anni Alitalia ha vissuto in monopolio scaricando le inefficienze sui consumatori. Oggi non è più possibile. Lo dice persino la UE".
Michael O'Leary, presidente e amministratore delegato della Ryanair, intervistato da Ettore Livini, in La Repubblica, 9 settembre 2004.
Utilità aziendali
E' una notizia incredibile in tempi di crisi finanziaria della grande impresa, ma le 374 aziende valutate dall'indice Standard & Poor's dispongono di un eccesso di liquidità, che ammonta a 555 miliardi di dollari.
Business Week di questa settimana calcola che le riserve finanziarie aziendali 2004 sono già cresciute dell'11% dalla fine del 2003 e si sono raddoppiate negli ultimi cinque anni.
Le aziende che hanno mezzi superiori ai bisogni appartengono a tutti i paesi, tant'è che il loro tasso medio di autofinanziamento raggiunge livelli del 130% in Giappone, del 115% negli USA, del 110% in Germania, scende all'80% in Francia e al di sotto del 60% in Italia e Spagna.
I settori più redditizi rappresentati nell'indice Standard & Poor's, specie nell'Europa continentale, sono i quasi monopoli privati, come le telecomunicazioni, e le aziende operanti nel business della tecnologia del software o nei mercati protetti, come le assicurazioni.
Microsoft è il campione mondiale del ROE. Ha accumulato 60 miliardi di dollari di riserve e le aumenta ogni mese di un miliardo.
"Le Monde" di domenica in un articolo intitolato "Le multinazionali sul mucchio d'oro" cita il capo economista di CDC Ixis, che parla di un "capitalismo senza progetto", interessato esclusivamente a distribuire utili agli azionisti e ad effettuare investimenti a redditività garantita.
L'autore dell'articolo commenta che se la cosiddetta buona gestione si basa sull'attesa di un ROE del 12-15% si scava un fossato tra grande impresa e gente, tra business globale e ambiente locale.
Nel recente bestseller "Licenziare i padroni?" Massimo Mucchetti ha ricordato i ben precisi progetti personali realizzati dagli imprenditori italiani nell'usare i profitti generati da aziende, dotate di risorse umane e tecnologiche, anziché investire nella loro crescita.
I tracolli d'imprese e la scomparsa di interi settori produttivi ne sono stati gli effetti, purtroppo ancora davanti agli occhi di tutti.
Classifica mondiale delle università
Per il secondo anno consecutivo l'università di Sciangai Jiao Tong pubblica la classifica delle 500 migliori università del mondo.
Essa è basata sui cinque indicatori seguenti, a ciascuno dei quali è stato attribuito uguale peso, con un valore massimo possibile di 100.
Gli indicatori sono:
- il numero di premi Nobel del suo corpo docente,
- il numero degli autori delle pubblicazioni più citate in ventuno discipline scientifiche, nel periodo 1981-2000,
- il numero degli articoli pubblicati nelle riviste di scienze naturali e fisiche negli ultimi tre anni,
- il numero di citazioni delle pubblicazioni nello Science Citation Index e nel Social Science Citation Index,
- la somma dei quattro indicatori precedenti diviso il numero dei ricercatori a tempo pieno nella facoltà.
I numerosi limiti di tale classificazione sono del tutto evidenti e gli stessi autori ammettono nell'introduzione che "nonostante gli sforzi compiuti non sono riusciti a trovare criteri specifici e dati comparabili a livello internazionale per le scienze sociali e umane". Ma si sa che qualsiasi classificazione esprime innanzitutto la visione del valutatore e la Cina va cambiando secondo il modello del capitalismo anglosassone.
Non stupisce perciò che fra le prime 100 università gli USA ne piazzino 51, l'Europa 37, il Giappone 6, il Canada 4...
Le università americane di Harvard, Stanford, California Institute of Technology, Berkeley sono ai primi quattro posti. Al quinto, al nono e al ventesimo ci sono, nell'ordine, le università inglesi di Cambridge, Oxford e l'Imperial College. Al diciannovesimo la Tokyo University.
Le migliori posizioni europee dopo quelle del Regno Unito sono occupate dallo svizzero Federal Institut Technik di Zurigo, venticinquesimo, dallo svedese Karolinska Institut di Stoccolma, trentanovesimo, dall'olandese università di Utrecht, quarantesima, dalla francese università di Paris-IX (Orsay), quarantottesima.
L'Italia mantiene il settantesimo posto, riconosciutole nella classifica dell'anno scorso, con l'università di Roma-La Sapienza.
Allungamento della vita
Evoluzione 1990-2002 nei paesi dell'UE.
|
Paesi |
% di ultrasessantacinquenni sul totale della popolazione |
Speranza di vita alla nascita (anni) | ||||
|
1990 |
2002 |
1990 |
2002 | |||
|
Donne |
Uomini |
Donne |
Uomini | |||
| Austria |
14,9 |
15,5 |
78,8 |
72,2 |
81,7 |
75,8 |
| Belgio |
14,9 |
17 |
79,4 |
72,7 |
81,1 |
75,1 |
| Cechia |
12,5 |
13,9 |
75,4 |
67,6 |
78,7 |
72,1 |
| Danimarca |
15,6 |
14,8 |
77,7 |
72 |
79,5 |
74,8 |
| Finlandia |
13,4 |
15,2 |
78,9 |
70,9 |
81,5 |
74,9 |
| Francia |
14 |
16,3 |
80,9 |
72,8 |
82,9 |
75,6 |
| Germania |
18,7 |
17,3 |
78,4 |
72 |
- |
- |
| Grecia |
13,8 |
18,1 |
79,5 |
74,6 |
80,7 |
75,4 |
| Irlanda |
11,4 |
11,1 |
77,6 |
72,1 |
80,3 |
75,2 |
| Islanda |
10,6 |
11,8 |
80,5 |
75,4 |
82,3 |
78,5 |
| Italia |
14,9 |
18,6 |
80,1 |
73,6 |
82,9 |
76,8 |
| Lussemburgo |
13,4 |
13,9 |
78,5 |
72,3 |
81,5 |
74,9 |
| Norvegia |
16,3 |
14,9 |
79,8 |
73,4 |
81,5 |
76,4 |
| Paesi Bassi |
12,8 |
13,7 |
80,9 |
73,8 |
80,7 |
76 |
| Polonia |
10,1 |
12,6 |
76,3 |
66,7 |
78,7 |
70,4 |
| Portogallo |
13,4 |
16,6 |
77,4 |
70,4 |
80,5 |
73,8 |
| Regno Unito |
15,7 |
15,9 |
78,5 |
72,9 |
- |
- |
| Slovacchia |
10,3 |
11,5 |
75,4 |
66,6 |
77,8 |
69,9 |
| Spagna |
13,6 |
16,9 |
80,3 |
73,3 |
83,1 |
75,7 |
| Svezia |
17,8 |
17,2 |
80,4 |
74,8 |
82,1 |
77,7 |
| Ungheria |
13,4 |
15,3 |
73,7 |
65,1 |
76,7 |
68,4 |
Fonte: OCDE, 2004.
Rispetto e riconoscimento
"La sociologia dispone di parecchi sinonimi per indicare differenti aspetti di 'rispetto', come 'status', 'prestigio', 'riconoscimento', 'onore' e 'dignità' ". In "status" e "prestigio" manca quel "trattare con rispetto il bisogno percepito in altri quando si agisce insieme", che invece c'è nel termine "riconoscimento", inteso così ampiamente da comprendervi i codici di comportamento sociale.
"La società ha tre modi per modellare un carattere portando l'individuo a meritare rispetto o a non ispirarne affatto. Il primo modo avviene attraverso la crescita personale, in particolare sviluppando abilità e competenze ... Il secondo modo consiste nella cura di sé", che può anche voler dire non diventare un onere per gli altri. "Il terzo modo di meritare rispetto è di dare agli altri ... Lo scambio è il principio sociale che anima il carattere di chi contribuisce alla comunità".
Sono queste le argomentazioni iniziali dell'ultimo libro di Richard Sennett "Respect in a World of Inequality", pubblicato alla fine dell'anno scorso a New York, da Norton, che appare ora in traduzione italiana per il Mulino, con il titolo "Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali".
Sennett insegna sociologia alla London School of Economics. E' noto in Italia soprattutto per "L'uomo flessibile", edito da Feltrinelli, dedicato alle conseguenze della flessibilità per le vite individuali e per la formazione dell'identità.
In "Rispetto" ricostruisce come quotidianamente si produce il rispetto, quali sono i percorsi individuali e collettivi attraverso i quali si stabiliscono rapporti di riconoscimento reciproco. L'idea di Sennett è che il rispetto è una performance situata nella relazione con l'altro. Non può essere appreso o insegnato solo a livello cognitivo o morale.
Oscillando fra autobiografia e sociologia, fra esperienze vissute e teoria sociale, l'autore analizza i rituali della vita quotidiana e le continue negoziazioni che avvengono tra individui e strutture sociali.
In questo quadro s'inserisce la sua considerazione del Welfare e del rapporto tra politiche assistenziali, rispetto e diseguaglianza.
Nasce così la sua proposta di una nuova politica del rispetto, che sviluppi l'autonomia individuale, partecipando più attivamente a porre le condizioni della propria protezione personale.
Il contrario di quello che succede oggi nelle società con "rispetto a somma zero", in cui ognuno acquista stima di sé solo attraverso la negazione e il disconoscimento dell'altro.
"Rispetto" è ricchissimo di esempi e richiami psicologici, sociologici, storici, economici, letterari, filosofici. Scritto in forma narrativa e coinvolgente, spinge a riflettere sui modi di rispetto del talento, la vergogna della dipendenza, l'uso dell'assistenza pubblica e del rispetto burocratico, la necessità di liberare il Welfare per superare le frontiere della diseguaglianza.
Rientro
Gianfranco Polillo, direttore del dipartimento economico della presidenza del Consiglio annuncia che, secondo l'ISAE, l'Istituto di analisi economiche controllato dal ministero del Tesoro, la devolution aumenterà di un ulteriore 40% i costi della Pubblica Amministrazione, già cresciuti negli ultimi sette anni di 61 miliardi di euro per effetto delle realizzazioni federaliste.
Dal 1996 al 2003 la spesa pubblica corrente, al netto degli interessi, è salita dal 37,6% al 39,4% del PIL ed è sempre stata superiore all'aumento di questo.
Per portare il rapporto deficit-PIL al programmato 2,7% nel 2005 occorrono 24 miliardi di euro. 17 verranno da interventi strutturali, 7 da una tantum. La prossima Finanziaria, dice il presidente del Consiglio, "Sarà di sviluppo senza tagli né tasse. Ma è previsto un contenimento attorno al 2%. Un tasso per tutto, oltre il quale non si potrà spendere". No agli sgravi delle accise sulla benzina. Stretta sull'evasione fiscale. Ci saranno tre scaglioni d'imposte e verranno riformati gli incentivi alle imprese.
Nel 2005 saranno dimezzati gli attuali aiuti a fondo perduto alle aziende. Essi passeranno poi gradualmente a prestiti, corrisposti per una metà in forma di credito agevolato e per l'altra metà attraverso il credito ordinario.
Luigi Mazzella, ministro della Funzione pubblica, ipotizza un piano di mobilità per gli statali a favore degli enti locali.
Il numero dei lavoratori atipici sfiora ormai i 3 milioni. Un decreto legislativo del Consiglio dei ministri corregge e integra la riforma Biagi, regolarizza 16 mila vecchi contratti di formazione lavoro e fissa un limite di 24 mesi alla proroga dei cococo.
L'ultimo bollettino ISTAT rileva la perdita di 16 mila posti di lavoro nella grande impresa: 23 mila in meno nell'industria e 7 mila in più nei servizi.
Uno studio Capitalia prevede che dureranno fino al 2005 gli effetti dell'aumento del prezzo del petrolio sulla crescita economica mondiale.
Gli imprenditori incontrano i politici in un forum sul lago di Como. A Parma ci sarà un contro-meeting della società civile.
Secondo Finanza & Mercati dell'altro ieri, Wal Mart ha concluso l'accordo preliminare per l'acquisto di Esselunga (4 miliardi di euro di vendite e 120 fra supermercati e megastore).
Le Coop puntano sulla vendita dei carburanti e dei medicinali OTC.
Finmatica non ce l'ha fatta. La chiusura dell'Alitalia è sempre più incombente.
FIAT Auto ha un nuovo organigramma e una nuova squadra.
Bondi, commissario straordinario Parmalat, sta tentando di recuperare da revisori e banche una trentina di miliardi.
Manca la fiducia ma la speranza abbonda, come dimostrano i tanti nuovi piani industriali.