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Buone vacanze.
Nuovi spunti di discussione saranno pubblicati lunedì 6 settembre.
Continuano i commenti e il confronto d'opinioni.
Iriospark
Gli argomenti di luglio
15 - Alta tecnologia; 26 - Associazioni libere; 5 - Cambi al vertice; 16 - Cinematografia mondiale; 5 - Conti dell'Italia; 23 - Decisioni di Management Development; 20 - Giochi e giocatori; 7 - Leadership diffusa; 22 - Libri per chi?; 9 - Masterizzati in business administration; 1 - Mercato del lavoro in Italia; 14 - Orario di lavoro e competitività; 7 - Per l'azienda europea; 14 - Politica della famiglia; 19 - Prime persone da convincere; 19 - Prospettive dei videogame; 12 - Prospettive del sindacato mondiale; 2 - Stile di comando; 8 - Strategie per l'occupazione; 6 - Valore aggiunto del lavoro; 20 - Videogame e sviluppo della conoscenza.
Associazioni libere
Domenica 25, rituale ultimo salto in ufficio prima delle vacanze.
Lettura delle e-mail e dei giornali online di fine settimana. I soliti auguri di buone ferie dagli amici, il bloggers.it/pedroelrey, la newsletter di Business Week, la promozione di un ciclo di seminari.
Pedroelrey riporta i dati di Eurostat 2004 sulle percentuali degli adulti, tra i 25 e i 64 anni, che nell'UE dei 25 partecipano ad attività di life-long learning. La media europea è l' 8,5%. La Svezia è la prima dei paesi dell'Unione con circa il 35%, seguita dal Regno Unito con il 23%, dalla Danimarca con il 19%, dalla Finlandia con il 18% e dalla Slovenia con il 15%. Con il 4,5% l'Italia è davanti alla Grecia e al Portogallo soltanto.
Ci sarà rapporto tra questa posizione del nostro paese e quella analoga, che ha nella classifica per l'alta tecnologia? (cfr. iriospark "Alta tecnologia", 15 luglio).
Business Week dedica sette articoli all'alta tecnologia, un rapporto speciale con graduatoria annessa ai "Cult brands" (I marchi di culto) più apprezzati dai consumatori e ancora due pezzi alle business school (cfr. iriospark "Masterizzati in business administration", 9 luglio).
Il ciclo di seminari è promozionato da un'Associazione professionale. Ha per obiettivo di "sperimentare nuove modalità di incontro per valutarne l'efficacia e l'apprezzamento" da parte dei destinatari. Ognuno dura un'ora e mezzo, ma i seminari "si svolgeranno direttamente sul Suo computer di casa o del Suo posto di lavoro" (sic!). I temi proposti spiccano per originalità e docenze.
Sarà questo che intendono le ricerche e il docente della SDA-Bocconi, citati dal Sole-24 Ore di ieri, quando rimproverano ai Direttori del personale un eccessivo impegno nelle relazioni sindacali? Stando al giornale, essi impiegherebbero il 15% in questa attività, invece di dedicarsi a quelle ben più strategiche della selezione e dell'outsourcing.
Per fortuna, in ufficio c'è fresco.
Decisioni di Management Development
I corsi e i docenti dell'Università di Charleston (South Carolina, USA) non possono certamente competere con quelli di Berkeley, Harvard o Stanford. Nello Stato c'è inoltre la concorrenza delle università di Columbia, la capitale, con le sue scuole di specializzazione in general management e in retail management, e di Greenville, dove insegna un Nobel per l'economia, c'è la specializzazione in ingegneria delle reti e il più importante centro di ricerche agroalimentari del paese.
L'Università di Charleston sta accumulando deficit da due anni. Ha perciò avviato contatti con le aziende della città per avere sponsorizzazioni o concludere accordi per ricerche e scambi di esperienze.
Jost è un'azienda della grande distribuzione, fondata 50 anni fa, che ha la sede principale a Charleston. Ha 40 supermercati e 8 ipermercati in South Carolina, ricavi per 760 milioni di dollari, impiega 2.400 persone.
Jost è una public company, che ha avuto nuove aperture e acquisizioni negli ultimi cinque anni. L'utile operativo è superiore a quello dei concorrenti, catene di dimensioni federali.
Il suo successo è dovuto al rapporto qualità-prezzo degli articoli, alla efficace concentrazione degli assortimenti, al servizio alla clientela, all'integrazione nelle comunità locali. Compra dai produttori del paese un quarto di quello che vende. Sostiene le amministrazioni del territorio. Ha istituito comitati misti fra rappresentanti dei clienti, dei fornitori e dell'azienda per la qualità del servizio.
Il Top management di Jost è composto da sei dirigenti, in prevalenza originari di Blue Ridge. Molti hanno lavorato quasi esclusivamente nell'azienda, partendo da ruoli operativi. Solo uno di essi ha compiuto studi superiori.
Il CEO, Kean Allistair è stato nominato venti anni fa, dopo essere stato capo contabile prima e direttore finanziario poi per dodici anni. Il direttore generale ha incominciato come responsabile di supermercato. Il direttore delle operazioni è stato assunto inizialmente come caporeparto. Il responsabile comunicazione e immagine è un collaboratore di questi. Proviene da una posizione simile, ricoperta in un'azienda fornitrice. Il coordinatore vendite è l'assistente del CEO. E' stato direttore di ipermercato e area manager di vendita. Il responsabile risorse umane è stato prima segretario del sindacato del commercio. Tutti e sei compongono il comitato strategico di Jost.
In Jost i responsabili dei supermercati e degli ipermercati sono selezionati tra i capi intermedi che hanno avuto le migliori performance e sono assistiti dagli area manager di vendita nel primo anno di assegnazione dell'incarico.
Quattro anni fa è stato inaugurato nella zona collinosa del Piedmont un centro di formazione aziendale per i capi intermedi e gli specialisti di punto vendita.
Il videogame Jost è uno strategico in tempo reale, multiplayer, per computer, sviluppato da Endrix, utile per approfondire il tema del cambiamento dei sistemi di management development in un'azienda con poche esperienze di formazione formale.
Il gioco ha inizio con il resoconto della visita del responsabile delle relazioni pubbliche dell'Univeristà di Charleston, Peter Fuller, al CEO di Jost, Kean Allistair, e la proposta di un accordo per la formazione dei responsabili di punti vendita e degli altri manager dell'azienda.
I giocatori assumono i ruoli e danno l'immagine del proprio volto ai sei componenti del comitato strategico e simulano una riunione, che valuta l'opportunità dell'accordo, guardando al miglioramento della gestione risorse umane, alla valorizzazione del centro di formazione, ai problemi della direzione e dei programmi di questo, al rafforzamento dei rapporti con il territorio, ai costi e ricavi. Sono possibili molte opzioni e risultati diversi, espressi in punteggi.
La grafica è molto curata. Il motore del gioco riesce a gestire contemporaneamente numerose immagini differenti, che visualizzano le alternative di soluzione possibile a problemi di gestione dei punti vendita e di valorizzazione del centro di formazione. Si può zoomare sulle unità fino ai minimi particolari. Gli accorgimenti sonori riproducono realisticamente i rumori dei punti vendita e delle aule. La base musicale è sufficiente.
Libri per chi?
I risultati dell’editoria libraria forniti martedì a Milano dall’Associazione di categoria hanno del miracoloso.
I ricavi 2003 sono stati di 3.621 milioni di euro, con un incremento dell’1,8% sull’anno precedente, i lettori poco meno di 23 milioni, il 41% della popolazione italiana di più di 15 anni, le copie stampate e immesse nei canali di vendita sono state 254 milioni per 53 mila titoli.
L’Associazione italiana editori lamenta che l’Italia sia stata e resti un paese che legge poco. Ha indetto perciò per i prossimi 14 e 15 settembre gli “Stati generali dell’editoria”. Vuole chiamare a raccolta rappresentanti del governo, responsabili di amministrazioni nazionali e locali, politici, economisti, esperti del mondo dei media per capire come incrementare la domanda di lettura, intende presentare proposte e fare richieste. Sembra puntare su un’accelerata emanazione della legge quadro sul libro, in preparazione da tempo.
I resoconti giornalistici della conferenza stampa, in cui il progetto del convegno è stato presentato, sono certamente troppo sintetici. Non si spiega in altro modo l'assenza di ogni riferimento dai componenti la presidenza dell’Associazione, tutti presenti, alle questioni cruciali dell'odierna produzione e distribuzione libraria.
Da “lettori forti” (come ci classificherebbe l’Ufficio studi AIE), frequentatori di librerie situate nelle maggiori città d’Italia e scrutatori di bollettini delle novità librarie, abbiamo l’impressione che gli editori della carta stampata ignorino tuttora le tecniche di marketing e di distribuzione.
A sostegno della prima affermazione può bastare quanto è stato detto durante la conferenza stampa a proposito della mutevolezza e frammentazione della domanda e della diversificazione dei gusti dei lettori, che portano alla vendita di testi di viaggi, fumetti, sullo sport, la spiritualità e la salute o che mirano a segmenti composti da un migliaio di persone (Fiori, Corsera di ieri). Production oriented, gli editori deprecano la diminuzione a 4.500 copie medie delle vendite per titolo pubblicato, anzichè reagire, studiando le nuove opportunità di "customizzazione" o, almeno, chiedendosi per chi e perchè si fanno i libri.
Dopo di ciò chi si azzarderebbe a parlare di "percorsi di realizzazione" del prodotto culturale?
Per quanto riguarda la distribuzione, tralasciamo il problema annoso della formazione dei librai. Qualche mese fa "Prima Comunicazione" raccontava quello che succedeva in una libreria di tradizioni nobili e ben frequentata del centro di Milano.
Constatiamo che
- molte richieste di libri, prodotti da editori "su piazza", anche pubblicizzati o recensiti sui quotidiani e i periodici ancora in edicola, non sono soddisfatte - se lo sono – in meno di tre settimane,
- la presentazione, anche in molti santuari del libro, è fatta in spregio a qualsiasi criterio di efficacia del self service.
Non c’è da stupirsi allora se un amministratore delegato, sempre secondo le cronache giornalistiche, assegna come obiettivo agli Stati generali: “Vogliamo capire cosa sta alle spalle di successi come i 220 mila ingressi al Salone di Torino o i 40 mila paganti al Festival di Mantova” ed è diffuso il timore del “business delle pubblicazioni sul Web”.
Leggi che tutelino meglio il diritto d’autore e che aiutino l’apertura di nuove librerie saranno benvenute. Necessarie ma non sufficienti ad incrementare quei 2 milioni e 800 mila lettori, sempre gli stessi, che costituiscono circa l’80% delle vendite.
Videogame e sviluppo della conoscenza
Nel 1999 Jacqueline Stevens, Assistant Professor di Scienza della politica nella University of California a Berkeley, si imponeva all'attenzione degli studiosi per la novità dei contenuti e l'interdisciplinarietà dell'approccio del suo libro "Reproducing the State", edito dalla Princeton University Press.
Facendo appello all'antropologia, alla storia, alla scienza politica, alla sociologia, agli women's studies e all'etnografia, l'autrice metteva in discussione la visione convenzionale di formazione dello Stato. Mostrava i meccanismi dell'affiliazione nelle società politiche e le determinanti delle regole sociali usate per riprodurre lo Stato e conservare le differenze etniche, razziali e sessuali nei diritti di cittadinanza.
L'esperienza è servita da base per realizzare i suoi interessi di studio e intraprendere la scrittura di "States without Nations", un libro in cui immagina un sistema di governo in un mondo che riconosce la cittadinanza per scelta e non per luogo di nascita, e di "Human Being Project", in cui documenta le origini degli Stati Uniti.
Con questi precedenti non stupisce che il Tate Modern Museum of Art di Londra l'abbia incaricata di attivare un gioco online per dare vita a una comunità virtuale globale, che sviluppi i principi di governo descritti in "States without Nations".
La risposta della Stevens è stata quella di porre le basi per un gioco da costruire insieme a più gruppi, che si costituiscono spontaneamente, con grande libertà espressiva, scambiando idee, in modo che regole, architettura e codice di comportamento siano il risultato da mettere in un videogame per ampliare progressivamente la comunità coinvolta e sviluppare la sua conoscenza.
In coppia con la net-artista americana Natalie Boockin, ha presentato il 15 marzo un ambizioso progetto "AgoraXChange", un multiplayer, che ha l'obiettivo di cambiare la visione sclerotizzata del mondo, che potrebbero avere quelli che decidono di partecipare alla realizzazione e al funzionamento del gioco.
A partire da un quadro iniziale, che pone le basi geopolitiche del videogame, i "giocatori" sono invitati a prendere parte attivamente alla sua elaborazione online, dicendo la loro sul contenuto, le regole, l'architettura, la grafica e lo stesso gioco. Due tutor online coordinano gli scambi informativi.
In un secondo tempo un gruppo di sceneggiatori, disegnatori, esperti della materia, ecc. si ispireranno ai contributi del forum per proporre tre prototipi di videogame. Questi saranno presentati e discussi, sempre online, con i partecipanti alla prima comunità, che decideranno quale gioco deve essere realizzato effettivamente.
Il progetto si ispira al modello open source.
Jacqueline Stevens e Natalie Boockin hanno illustrato gli obiettivi e le fasi del loro progetto in pubblico al Tate Modern. Hanno iniziato il reclutamento con alcune centinaia di persone. Altre sono state e continuano ad essere reclutate online.
Alla committenza del Tate Modern si è poi aggiunto il contributo finanziario della Daniel Langlois Foundation for Art, Scienze and Technology. Ma la realizzazione è affidata principalmente alle partecipazioni volontarie e all'animazione delle due responsabili.
Lo scopo del progetto è di contribuire a ridurre la violenza e l'ineguaglianza degli attuali sistemi politici.
E' un gioco per l'apprendimento e non un esperimento da laboratorio sociale.
I primi incontri del forum stanno già avvenendo. Un controllo dell'avanzamento lavori sarà effettuato in settembre.
La "consegna" dei tre prototipi è programmata per giugno 2005.
Giochi e giocatori
Il dossier del numero di agosto del mensile francese "Sciences Humaines" è dedicato alle funzioni del giocare. La copertina annuncia "A quoi sert le jeu?" (A che serve il gioco?) sulla fotografia di tre anziani in costume da bagno, vicini a una piscina, assorti nel gioco degli scacchi.
"In tutte le società, dalla notte dei tempi, a bambini e adulti è sempre piaciuto giocare. Da dove ha origine questa inclinazione, o meglio, passione per il gioco? Una questione filosofica mai risolta, mentre le scienze umane si occupano delle pratiche ludiche come supporti dell'analisi del sociale: in che cosa il gioco è fattore di apprendimento, di autorealizzazione, di specifiche sociabilità, di nuove forme culturali?". E' scritto nell'introduzione agli articoli di pedagogisti, psicologi, sociologi, antropologi ed economisti, che tentano di rispondere,
- analizzando i rapporti tra giochi ed educazione,
- identificando le costanti del gioco come pratica universale,
- ricostruendo i codici dei giochi online e in rete, che fanno socializzare persone senza passato e - forse - senza futuro di relazioni,
- confrontando sport e gioco attraverso i profondi cambiamenti sociali, che hanno segnato il percorso della modernizzazione negli ultimi due secoli.
Gli articoli più accattivanti sono quelli dello psicologo sociale Robert Ladouceur, professore dell'Université Laval (Canada) e dell'etnografo Thierry Wendling dell'Université di Neuchatel (Svizzera).
Ladouceur affronta il tema dei giocatori presi nelle trappole del rischio e del danaro nell'illusione di un controllo sul gioco d'azzardo. Descrive il processo cognitivo alla base di questa percezione e scotomizzazione del reale e le sue pericolose conseguenze.
Wendling approfondisce il mondo misterioso e felpato degli scacchi. Giocare in queste competizioni, argomenta, non consiste soltanto nel dare prova di maestria, ma anche piegarsi agli usi, ai riti e ai modi di comunicazione della tribù internazionale degli scacchisti.
La sociologa Sandrine Vincent descrive i giocattoli (gli strumenti tecnici) che nascondono bene i giochi dei rapporti familiari, dell'identità sessuale e delle strategie educative a cui si prestano per riprodurre la società, differenziata a seconda degli ambienti di appartenenza.
Una bibliografia ragionata completa il dossier.
Il numero di Sciences Humaines è una rigorosa introduzione ai significati del gioco nella società contemporanea. Dà particolare rilievo ai giochi, alle tecniche e agli strumenti di integrazione o disgregazione organizzativa a cui essi servono.
Prime persone da convincere
"La comunicazione serve a valorizzare l'identità di un'azienda. A far crescere la sua reputazione e, con quella, il valore sul mercato. Comunicare non significa difendere, sempre e comunque, ciò che si fa, anche l'indifendibile, ma costruire un sistema di relazioni positive e ragionevolmente sincere con gli interlocutori - dipendenti, Borsa, sindacati, politica - in cui si chiede ma, anche, qualcosa si dà. Si parla e si ascolta.
Le prime persone che si devono convincere sono i dipendenti ed è per questo che il cosiddetto spin doctor dovrebbe sempre curare anche la comunicazione interna (ma provate a dirlo ai capi del personale ...). I manager migliori, nelle ore supreme, parlano direttamente ai dipendenti".
"I comunicatori più bravi sanno convincere i loro capi che la trasparenza, tutto sommato, è un buon affare; e fanno in modo che la convinzione si traduca in comportamenti adeguati. Sanno affrontare impegnativi faccia a faccia con i boss, persone poco inclini a sentirsi contraddire, ma che, essendo intelligenti, capiscono al volo gli argomenti seri e hanno un talento speciale a intuire la convenienza".
Da Edoardo Segantini, "E' il momento del comunicatore", Corriere della Sera, 19 luglio 2004.
Prospettive dei videogame
E' in vendita The Sims Bustin 'Out, la nuova versione per N-Gage dell'ennesima espansione del videogame che ha avuto più successo commerciale. Creato da Will Wright e prodotto da Maxis/Electronic Arts nel 2000, questo simulatore di relazioni umane ha venduto 8 milioni di copie del gioco di base, che salgono a venti, se si considerano anche le numerose espansioni del sistema ludico, che riproduce tutti gli aspetti della quotidianità.
The Sims ha generato ricavi per 23 milioni di euro, ma Harry Potter lo ha seguito da presso con 22 e il Calcio della FIFA ne ha incassati 19. Tutti giochi che richiedono investimenti tra i 4 e gli 8 milioni di euro e il lavoro di un centinaio di persone.
Electronic Arts è l'azienda leader del settore. Ha dimensioni mondiali. Impiega 4.800 collaboratori, 3.100 dei quali addetti allo sviluppo dei nuovi prodotti: sceneggiatori, ingegneri, programmatori, disegnatori, traduttori, doppiatori. Nell'ultimo esercizio ha fatturato 2 miliardi di euro e ne ha investiti in R&S poco meno di un quarto. Ha fatto utili per 400 milioni di euro.
I generi dei videogame sono in ampliamento. Giochi di ruolo e strategia costituiscono ormai la maggior parte delle vendite insieme con l'aumento dell'età degli utilizzatori. E' anche in crescita il numero delle giocatrici. The Sims ha il 60% di donne che vi si dedicano.
I seguiti dei film e le traduzioni in film sono i giochi che hanno più successo, come mostrano i casi di Harry Potter e di Lara Croft.
Temi di guerra e di business sono in crescita, destinati a un pubblico specialistico, da apprendimento attivo.
I videogiochi infatti si prestano all'uso nelle accademie militari e nelle business school. Hanno caratteristiche di verosimiglianza per fedeltà di riproduzione ambientale e flessibilità di comportamenti, che non hanno niente a che vedere con le modalità proceduralizzate di erogazione e applicazione dell'e-learning.
Nei videogame per l'apprendimento di tecniche manageriali si possono sperimentare ruoli e situazioni individuali e collettive che nessuna altra tecnologia educativa consente. Non a caso la Cornell University e la New York University li utilizzano nei programmi postgraduate di management development.
Il settore può avere ampie prospettive di sviluppo in un paese come l'Italia, all'avanguardia delle produzioni cinematografiche, televisive e radiofoniche e che si è ormai impadronita delle necessarie tecnologie di base dell'informazione e della comunicazione. Mentre oggi le produzioni di videogame si contano sulle dita di una mano.
Basterà preparare gli esperti, che mancano, e superare pregiudizi culturali e interessi economici delle istituzioni formative. Ci sono tutte le convenienze per farlo.
Cinematografia mondiale
I beni culturali differiscono dagli altri prodotti commerciali, perchè "trasmettono idee, simboli e stili di vita e fanno intrinsecamente parte dell'identità della comunità che li produce".
"Il commercio mondiale dei beni culturali - cinema, fotografia, radio e televisione, stampa, letteratura, musica e arti visive - è quadruplicato, passando dai 95 miliardi di dollari del 1980 a più di 380 miliardi di dollari nel 1998. Più dei quattro quinti di questo giro d'affari proviene da 13 paesi".
"Nell'industria cinematografica le produzioni americane raggiungono l'85% circa delle audience mondiali del cinema. Nel commercio dell'audiovisivo con l'UE, solamente, gli USA hanno avuto nel 2000 un'eccedenza da scambio di 8 miliardi e 100 milioni, ripartita in modo uguale tra film e diritti televisivi.
Soltanto otto paesi dei 98, che hanno scambi commerciali per prodotti audiovisivi con gli Stati Uniti, hanno realizzato negli anni '90 più film di quanti non ne abbiano importati".
"Hollywood con 3.000 film all'anno ha più del 35% dei ricavi dell'industria cinematografica mondiale. In più, tra il 1994 e il 1998, in 66 dei 73 paesi d'interscambio, che avevano dei dati confrontabili, gli USA erano il primo o il secondo paese d'origine dei film importati.
Di contro, l'industria cinematografica europea è in declino da trent'anni. La produzione è diminuita in Italia, che nel 1998 faceva 92 film e in Spagna, che ne faceva 85. Regno Unito e Germania sono rimasti stabili. Ha fatto eccezione la Francia, che, in crescita, ha prodotto 198 film. La proporzione di film americani è aumentata rispetto a quella dei film domestici in gran parte del continente".
Da "Rapporto mondiale sullo sviluppo umano 2004", presentato il 15 luglio, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).
Alta tecnologia
Nella confusione tra orario di lavoro, produzione industriale e produttività del lavoro, che sembra caratterizzare l'informazione economica di questi giorni, soltanto pochi hanno evidenziato l'importanza prioritaria della distintività aziendale, della qualità e innovatività dei prodotti e dei processi produttivi.
Il bollettino Eurostat Scienza e Tecnologia del 5 luglio ha come titolo "L'alta tecnologia e l'intensità cognitiva danno più valore aggiunto e producono un maggior numero di innovazioni e brevetti".
Dalla pubblicazione si può ricavare il numero delle domande di brevetti d'alta tecnologia presentate dagli inventori dei diversi paesi dell'UE all'Ufficio europeo competente. Sono dati illuminanti sulla competitività e sull'impegno in R&S.
Alta tecnologia è una classificazione ufficiale riferita alla tipologia SBS - Structural Business Statistics, che comprende i settori dell'informatica e delle macchine per ufficio, della tecnologia della comunicazione, della costruzione aeronautica e spaziale, dei laser, dei semiconduttori, dei microrganismi e genetica.
Domande di brevetti d'alta tecnologia
|
totale |
% di tutte le domande |
per milione di abitanti | |
| Finlandia |
705 |
40 |
136 |
| Svezia |
896 |
28 |
101 |
| Paesi Bassi |
1.100 |
28 |
69 |
| Germania |
4.017 |
16 |
49 |
| Danimarca |
225 |
20 |
42 |
| Regno Unito |
2.134 |
27 |
36 |
| Irlanda |
117 |
36 |
31 |
| Francia |
1.791 |
21 |
30 |
| Belgio |
240 |
15 |
23 |
| Austria |
152 |
11 |
19 |
| Lussemburgo |
5 |
5 |
11 |
| Slovenia |
17 |
21 |
9 |
| Italia |
374 |
9 |
6 |
| Spagna |
143 |
15 |
4 |
| Ungheria |
43 |
23 |
4 |
| Cipro |
2 |
18 |
3 |
| Grecia |
22 |
27 |
2 |
| Lituania |
3 |
29 |
1 |
| Cechia |
7 |
6 |
1 |
| Portogallo |
7 |
12 |
1 |
| Estonia |
2 |
13 |
1 |
| Slovacchia |
6 |
18 |
1 |
| Lettonia |
1 |
6 |
0 |
| Polonia |
8 |
8 |
0 |
| Malta |
0 |
0 |
0 |
| UE 25 |
12.017 |
20 |
26 |
Fonte: Eurostat, 2004 (Dati definitivi 2001).
Quasi i due terzi delle domande di brevetti d'alta tecnologia presentate all'Unione Europea provenivano dalla Germania, dal Regno Unito e dalla Francia.
Un pò più dei tre quarti dei brevetti riguardavano la tecnologia della comunicazione (radio, televisione, computer, telefono).
Nel rapporto numero di brevetti d'alta tecnologia/milioni di abitanti, la Finlandia figurava al primo posto con una particolare concentrazione nella tecnologia della comunicazione, nell'informatica e nelle macchine per ufficio. Questi brevetti erano il 40% di tutti quelli presentati. La Svezia, i Paesi Bassi e la Lituania erano ai posti immediatamente successivi per la percentuale dei brevetti di alta tecnologia rispetto al totale di tutte le domande di brevetti presentate. Dati inequivocabili per la direzione e la quantità degli investimenti in ricerca di questi paesi.
Sempre per rapporto brevetti d'alta tecnologia/abitanti, la Germania, il Regno Unito e la Francia erano sopra la media europea di 26, inferiore a quella di 57 degli USA e di 45 del Giappone, che avevano una presenza più equilibrata di quella dell'UE per i brevetti anche nei settori dei microrganismi e genetica e dei semiconduttori.
Politica della famiglia
L'indagine della Commissione Europea
La ricerca IPROSEC - Improving policy responses and outcomes to socio-economic challenges: Changing family structures, policy and practice (Migliorare le risposte politiche e i risultati alle sfide socioeconomiche: cambiare le strutture, le linee di condotta e le pratiche familiari) è stata realizzata tra il 2000 e il 2003 in otto paesi dell'Europa dei quindici (Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Regno Unito, Spagna, Svezia) e in tre paesi candidati all'ingresso nell'Unione (Estonia, Polonia e Ungheria).
E' stata diretta da Linda Hantrais, professore di sociologia nell'Università di Loughborough (Regno Unito) e Direttore dell'European Research Centre nel Dipartimento di European and International Studies della stessa università. Costituisce la sesta ricerca comparativa, finanziata dalla Commissione Europea per scambiare esperienze e idee sulla teoria, i metodi e le pratiche di indagine transnazionale sul cambiamento sociale ed economico dell'UE.
Ha avuto per obiettivi di
- conoscere i fenomeni dell'invecchiamento demografico, delle trasformazioni della famiglia, dell'evoluzione dei rapporti tra i sessi e le generazioni e
- rilevare l'efficacia delle risposte politiche formulate dai governi nazionali e a livello dell'Unione.
All'indagine hanno partecipato 45 ricercatori degli undici paesi investigati, in sette gruppi di progetto su
- "Concettualizzare e misurare le famiglie e le politiche familiari in Europa" per costruire i concetti chiave da usare nella ricerca e assicurare la comparabilità dei dati raccolti;
- "Dimensioni spazio-temporali del cambiamento socio-economico in Europa" per chiarire le differenze economiche e sociali nelle nazioni e fra le nazioni, formulare e implementare le politiche per affrontare le sfide;
- "Confrontare gli attori delle politiche familiari" per individuare i differenti attori, il loro grado di coinvolgimento nelle politiche familiari, i modi di formulazione e attuazione;
- "Relazioni tra lavoro e vita familiare" per investigare i condizionamenti reciproci dei due fenomeni, i modi di intervento degli enti pubblici e dello Stato, per analizzare come vengono conciliate le responsabilità del lavoro e della famiglia;
- "Cambiamenti della struttura familiare e pratica politica" per mostrare come le diverse forme nuove di famiglia hanno offerto importanti occasioni di intervento alle politiche pubbliche;
- "Casi europei di cambiamento della famiglia e pratica politica" per valutare le risposte degli attori politici in undici casi paese, sulla base di dati statistici, tendenze socio-demografiche, esperienze e percezioni delle famiglie stesse;
- "Confronto tra cambiamento della famiglia e risposte politiche in Europa" per analizzare i rapporti tra cambiamento socio-economico e politica pubblica e trovare potenziali d'apprendimento e trasferimento.
I risultati della ricerca
La gigantesca ricerca mostra che
- l'invecchiamento della popolazione, la trasformazione della struttura familiare, i rapporti lavoro-famiglia sono fenomeni comuni a tutta l'Europa, con andamenti pressoché simili, ma le condizioni di partenza li pongono a un livello d'evoluzione differente negli undici paesi considerati;
- la crescita della popolazione anziana si manifesta spesso, in particolare in Germania, Grecia, Italia e Svezia, con forte dipendenza dalla famiglia dei componenti in età avanzata;
- la costituzione della famiglia, in generale, è differita nel tempo e assume forme deistituzionalizzate di convivenza, ma Irlanda, Italia e Spagna sono le più rispettose delle forme tradizionali, mentre la Polonia combina vecchia e nuova famiglia;
- i rapporti di genere sono in Svezia particolarmente avanzati per pari opportunità ed equilibrio lavoro-famiglia, tutto l'opposto succede in Grecia, Italia e Spagna, ma c'è in generale una tendenza al miglioramento;
- i modi e gli ambiti di intervento governativo nel sostegno alla famiglia sono simili e coerenti con le situazioni ambientali, il clima politico ed economico, la legittimazione e l'accettazione sociale degli interventi.
L'analisi di IPROSEC ha rilevato differenze dell'intervento governativo: più strutturato in Francia e Svezia, meno strutturato, coerente e dotato di risorse nel Sud Europa. Tra questi due estremi si situano Germania, Irlanda e Regno Unito, paesi in cui è molto diffusa una retorica del sostegno alla famiglia, ma gli attori pubblici hanno ancora molta riluttanza a intervenire nel privato.
Il rapporto conclusivo raccomanda che la politica della famiglia
- sia fondata sui principi di pari opportunità, solidarietà sociale e redistribuzione delle risorse;
- sia garantita la sicurezza economica realizzando livelli minimi d'occupazione o di reddito;
- l'intervento pubblico sia chiaro e condiviso per obiettivi e condotte e sia realizzato secondo standard definiti concordemente;
- le politiche non siano intrusive, ma servano ad accompagnare le trasformazioni sociali e a sostenere le responsabilità delle famiglie.
Orario di lavoro e competitività
I Paesi industriali negli ultimi cento anni hanno quasi dimezzato l'orario annuo di lavoro, da 3 mila a 1.600 ore. Ma dal '73, prima crisi petrolifera, il trend storico di riduzione degli orari si è interrotto, e in alcuni Paesi anglosassoni e del Sud-Est asiatico si è addirittura invertito talché oggi gli americani, così come gli inglesi, i coreani e gli irlandesi lavorano più degli europei del Continente.
In parallelo con il nuovo trend si è svolta un'azione di smantellamento dello Stato sociale: oggi gli americani, a parità di festività con gli europei hanno un terzo delle ferie, non godono di maternità pagata, hanno pensioni sociali pari al 30% del salario (75% in Europa) e una Sanità pubblica solo per i poverissimi che lascia 60 milioni di cittadini completamente scoperti, perchè non sufficientemente poveri e non abbastanza ricchi per pagarsi la costosa Sanità privata.
Si dice: "Ma in questi Paesi lavorano tutti", cioè hanno tassi di occupazione superiori al 60%. E' vero, ma, a parte l'Italia che ha il problema del Sud che abbassa il tasso di occupazione nazionale al 56%, anche in Germania e Francia, in Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia, in Olanda, Giappone e Austria, tutti Paesi ad orari annui del 20% più corti di quelli americani, i tassi di occupazione superano il 60%. Cioè l'occupazione è egualmente alta sia in Paesi dove si lavora mediamente 1.600 ore l'anno sia in Paesi come l'America dove se ne lavorano 1.900.
Questo significa che gli orari di lavoro sono ininfluenti sulla produzione? Niente affatto. Questo significa che è la qualità, il livello tecnologico dei prodotti che fa la vera differenza di competitività.
Da Nicola Cacace, "La carta vincente? Puntare sulla qualità", Il Sole-24 Ore, 14 luglio 2004.
Prospettive del sindacato mondiale
La Conferenza annuale dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che si è svolta a Ginevra dal 14 al 16 giugno, e il Forum universale delle Culture del Lavoro, che si è tenuto a Barcellona dal 28 giugno all'1 luglio, sono state le occasioni perchè i gruppi dirigenti della Confederazione internazionale dei sindacati liberi e della Confederazione mondiale del lavoro potessero approfondire il programma d'azione per unirsi in una nuova centrale internazionale.
Dall'inizio del nuovo millennio i due sindacati hanno costituito un Forum permanente congiunto, per promuovere la cooperazione tra loro. Da luglio i loro comitati centrali hanno dato il via al processo di unificazione, che dovrebbe concludersi alla fine del 2006.
L'obiettivo del processo è di superare le loro strutture attuali e di sviluppare una configurazione organizzativa, in grado di agire più efficacemente in un'economia liberista, globalizzata.
La Confederazione internazionale dei sindacati liberi è più grande della Confederazione mondiale del lavoro. Unita dall'anticomunismo, la prima ha sviluppato successivamente, a mano a mano, relazioni privilegiate con l'Internazionale socialista. La seconda è nata come organizzazione ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa cattolica nel lontano 1920, ma si è poi laicizzata, assumendo il suo nome attuale, nel congresso di Ginevra del 1969.
La Confederazione internazionale dei sindacati liberi farà il suo - si spera - ultimo congresso in Giappone, a dicembre prossimo.
La Confederazione mondiale del lavoro si riunirà a congresso nel 2005.
Alle due organizzazioni aderiscono sindacati e sindacalisti, che hanno strategie politiche, finalità rivendicative, stili negoziali e posizioni ideali differenti, a seconda dei paesi in cui operano.
In Europa hanno preso da tempo la consuetudine di lavorare insieme nella Confederazione europea dei sindacati e i loro dirigenti puntano a costituire un'organizzazione mondiale con questa logica unitaria, ispirata dall'ex segretario generale della Confederazione, l'italiano Emilio Gabaglio.
Alla realizzazione del progetto unitario mondiale aderiranno dapprima, secondo Gabaglio, sindacati del Portogallo, dell'India, dell'Indonesia, che oggi non hanno nessuna affiliazione. Lo farà successivamente anche la Federazione sindacale mondiale, costituita unitariamente nel 1945 nell'euforia della vittoria sul nazifascismo, diventata progressivamente ad ispirazione comunista, dopo l'abbandono nel 1949, della parte che è diventata la Confederazione internazionale dei sindacati liberi.
Ancora oggi però non è stata avviata l'elaborazione di una piattaforma rivendicativa comune, di strutture organizzative e di regole di funzionamento condivise, né sono stati chiariti gli obiettivi e i modi d'azione sindacale per contribuire all'auspicata trasformazione sociale dell'economia mondiale.
Non è un processo facile quello che i due sindacati internazionali hanno davanti. Se ci riusciranno, vicino o lontano che sia il tempo di conclusione del loro progetto, ci potranno essere radicali cambiamenti delle relazioni industriali, in primo luogo a livello nazionale.
Masterizzati in business administration
Henry Mintzberg continua a lanciare sassi nello stagno dei più indiscussi sistemi di sviluppo del business e della gestione aziendale. Ha già scritto 10 libri di general management e di organizzazione, approfondendo la natura del lavoro manageriale, le forme di organizzazione e il processo di formazione della strategia, che lo hanno fatto considerare fra gli autori più irriverenti del mondo accademico.
Titolare della prestigiosa cattedra di Management studies alla McGill University (Montreal, Canada), da dieci anni compie ricerche per un nuovo approccio alla management education, per aiutare i manager ad imparare dalle loro esperienze.
L'Advanced leadership program e l'International masters in health leadership della McGill University sono merito suo.
Il suo ultimo libro è "Managers Not MBAs. A Hard look at the soft practice of managing and management development", Berret-Koehler, San Francisco, 2004 (Manager e non masterizzati in business administration. Uno sguardo duro alla morbida pratica di gestire e sviluppare manager).
La sua tesi è che oggi la business school è di fatto un inganno.
In 464 pagine Mintzberg da sostanza alle impressioni dei bravi formatori sulla "frode innocente" (come la chiamerebbe Galbraith, cfr. iriospark "Truffe innocenti", 25 maggio 2004) delle scuole di formazione manageriale.
I programmi dei master in business administration producono persone arroganti, che si credono élite perchè conoscono un pò di tutto e pensano, per i metodi didattici utilizzati, di saper risolvere problemi, che richiedono particolari abilità ed esperienze, solo per averli maneggiati in aula.
Le economie forti sono basate sul buon management e non sulle buone business school, il cui effetto è di ingessare i comportamenti dei partecipanti con una malaformazione, che va aldilà dell'aula.
Una vera e propria requisitoria appassionata, dal di dentro, in cui non si contano gli esempi di sbagli, dovuti agli MBA, nel reclutamento degli allievi, nella definizione dei percorsi, nella corruzione del processo formativo, della pratica manageriale, dell'organizzazione e delle istituzioni.
Non mancano le proposte. Al livello graduate sarebbero meglio interventi mirati, specialistici, per la formazione dei quadri, come master in finanza, commercio o consulenza. I programmi per executive dovrebbero alternarsi alle normali attività di lavoro e interessare gruppi della stessa azienda.
Le business school devono smetterla di promuovere un'immagine dei top manager come eroi e salvatori, quando in realtà servono manager impegnati e capaci.
Il libro si chiude con le indicazioni per sviluppare delle vere scuole di management, che sostengano l'apprendimento e diffondano l'innovazione, favorendo la concretezza e lo spirito critico dei partecipanti.
Una lettura irrinunciabile per chi si occupa di formazione e sviluppo.
Fedele al suo ruolo, Mintzberg ha già pronto il prossimo libro "Getting past Smith and Marx: toward a balanced society" (Mettere nel passato Smith e Marx: per una società equilibrata).
Strategie per l'occupazione
L'OCSE ha reso nota ieri l'edizione 2004 del suo Rapporto "Prospettive dell'occupazione". Esso prevede una leggera riduzione del tasso di disoccupazione nei prossimi due anni, grazie alla forte crescita dell'economia degli Stati Uniti e alla ripresa della maggior parte dei 30 paesi aderenti all'Organizzazione, più in Giappone e meno nell'UE.
Anche con questa evoluzione oltre 36 milioni di persone in questi paesi, il 7% di tutta la forza lavoro, rimarranno disoccupate. Attualmente una media di circa il 35% della popolazione attiva non lavora, con un'escursione che va dal 30% dell'Australia, dell'America del Nord, della Nuova Zelanda, dei Paesi Bassi, dei paesi nordici (Finlandia esclusa), del Regno Unito e della Svizzera al 40% dell'Europa centrale e orientale, della Grecia, dell'Italia, del Messico e della Turchia.
L'OCSE invita perciò i governi a tenere conto, nel programmare interventi contro la disoccupazione, di altri obiettivi sociali: aumentare la protezione dell'impiego, facilitare le possibilità di assunzione, proteggere le persone, che hanno difficoltà a collocarsi e rischiano la povertà, estendendo loro le prestazioni e assistendole nella ricerca di un posto di lavoro e nel miglioramento della loro impiegabilità.
- Una maggiore flessibilità degli orari di lavoro per stimolare l'occupazione,
- delle regolamentazioni e un'amministrazione più efficiente per lottare contro l'economia sommersa e il lavoro nero,
- un sostegno alla formazione permanente per migliorare la qualificazione dei lavoratori
sono i pilastri delle strategie per l'occupazione.
Secondo i dati del Rapporto, la situazione italiana è caratterizzata da
- un tasso di occupazione salito del 4,6%, a un ritmo inferiore solo a quelli di Spagna e Irlanda, che raggiunge il 56% della popolazione fra i 15 e i 64 anni e colloca il nostro paese nella 28ª posizione della graduatoria OCSE,
- un'ampia parte di questa occupazione, costituita da lavori atipici,
- un tasso di disoccupazione, che pur calando all'8,6%, è rimasto sotto la media del 7,1% dei paesi considerati,
- una fortissima presenza dell'economia sommersa, che raggiunge il 16% del PIL.
L'indicatore sulla tutela dei rapporti di lavoro subordinato, vede l'Italia al ventesimo posto, poco al di sopra della media dei paesi OCSE, con un rapporto equilibrato fra protezione contro i licenziamenti individuali e collettivi e le regole del lavoro temporaneo. Elevate appaiono le indennità dovute al lavoratore licenziato senza giusta causa.
Per l'azienda europea
Impresa e competizione mondiale
Da tre anni in occasione del Festival international d'art lirique di Aix - en - Provence un gruppo di melomani, che sono anche dei decisori e dei ricercatori, si ritrovano da tutta Europa per discutere d'economia.
La differenza dei loro punti di vista è talmente grande che sarebbe pressochè impossibile produrre delle proposte comuni. Una convinzione li riunisce: l'importanza di un dibattito aperto con il maggior numero di partecipanti, rispettoso delle posizioni individuali, ma attento ai fatti e al rigore d'analisi.
Organizzatore dei "Rencontres" è il Cercle des économistes, che riunisce trenta protagonisti dell'economia europea, che sono o sono stati tutti professori universitari e decisori nel settore privato o pubblico.
Il tema che sarà discusso quest'anno, dal 9 all'11 prossimi, è "L'impresa europea nella competizione mondiale". Sono sei le questioni a cui daranno le loro risposte i top manager di Deutsche Bank, Total, Lafayette, RCS, JP Morgan, ING, Banque de France, Vivendi, EDF, Euronext, uomini di governo e politici della Commissione Europea, della Francia, dell'Algeria, del Marocco, giornalisti della stampa, della radio e della televisione, professori delle Università di Parigi, Lione, Marsiglia, de la Méditerranée, consulenti aziendali di Rise, PricewaterhouseCoopers:
- il concetto di nazionalità dell'azienda,
- la cultura dell'azienda europea,
- le competenze, il cuore del mestiere delle aziende europee,
- il contesto finanziario europeo,
- il ringiovanimento della vecchia Europa,
- le facilitazioni e le sfide delle infrastrutture europee.
Distintività e vantaggio competitivo
Intervistato oggi da Le Monde, Jean-Hervé Lorenzi, professore all'Université Paris IX-Dauphine, presidente del Cercle des économistes, ricorda che il tessuto industriale europeo è profondamente modificato dal "cambiamento del centro di gravità dell'economia mondiale e dal trasferimento di numerose attività" e che "se si vogliono tenere in Europa le attività ad alto valore aggiunto, di concezione e innovazione, è necessario conservarvi i centri di decisione". Nei settori d'avanguardia ci sono poche aziende europee importanti al confronto delle americane Microsoft, Intel, Wal Mart, General Electric.
Come fare perchè ci siano "aziende dirette con una cultura manageriale europea, che è la migliore protezione contro i tentativi di trasferimento dei centri di decisione"? Lorenzi risponde che bisognerebbe prima di tutto "ammettere l'esistenza di una nazionalità europea per l'impresa" e creare quindi un "vero mercato finanziario europeo, capace di mobilitare il risparmio a lungo termine verso gli investimenti nelle attività d'impresa".
Mario Monti, fra i relatori dei "Rencontres", è citato per le sue posizioni sulla concorrenza, creatrice, in un mercato di 450 milioni cittadini, di spinte ad organizzazioni aziendali più dinamiche.
Michel Péberau, presidente di BNP Paribas evidenzia che un mercato bancario europeo si è già costituito e l'euro è stato un potente fattore di unificazione, ma ci sono attualmente solo cinque o sei gruppi bancari veramente europei. Ostacoli allo sviluppo sono le regolamentazioni nazionali.
Louis Schweitzer, presidente di Renault dichiara: "Non so che cos'è il capitalismo francese. So che cos'è un'azienda francese" e Renault per molti aspetti ne è l'esempio. "Non conosco nessun altro paese al mondo dove Renault avrebbe potuto nascere", ma con Nissan abbiamo fondato "un gruppo binazionale, franco-giapponese, per gestire le differenze senza tentare d'inventare una sorta di magma informe in cui mescolare tutte le culture del mondo".
Ancora una volta i pareri confermano che la costruzione dell'impresa europea è davvero difficile. C'è speranza per i fatti e le analisi dei "Rencontres économiques d'Aix-en-Provence"?
Leadership diffusa
"I capi tiranni dall'esterno sembrano fare un ottimo lavoro, perchè sono spesso degli esperti nel chinare la testa davanti ai loro superiori.
Uno dei motivi per cui i ricercatori di management non sanno quanto possa essere efficace opporsi a un capo spietato è che pochi dipendenti lo fanno.
Gli psicologi che studiano l'obbedienza sostengono che è la stessa posizione di subordinato a fare accondiscendere alle pretese del proprio superiore.
I collaboratori possono ritenere che è compito del capo decidere e ci sono motivi sconosciuti a legittimare il comportamento autoritario.
Per molti, gli scontri con un superiore richiamano alla mente i vecchi conflitti con i genitori, i fratelli o altre figure autoritarie dell'età infantile. Mark Levey, psicoterapeuta di Chicago, spiega che in molti casi i capi, da bambini, quando erano in posizione subordinata, hanno sviluppato abitudini difensive come la 'sottomissione riflessiva' e la 'rabbia esplosiva'. 'Una volta che questi comportamenti difensivi si consolidano, è come se gli individui fossero trasportati in una realtà diversa e non possano più rendersi conto di quello che sta loro accadendo effettivamente. Non riescono più ad adattarvisi'. "
Da Benedict Carey, When the Boss is a bully, Fear Reigns (Quando il capo è un prepotente, domina la paura), New York Times, 3 luglio 2004.
Valore aggiunto del lavoro
1. Il modello di innovazione tecnologica dell'industria manifatturiera italiana è per molti aspetti diverso da quello dei principali Paesi industrializzati, meno basato su un'endogena attività, formalizzata e strumentata, di R&S e meno dipendente dai risultati della ricerca pubblica;
2. rilevanti ai fini della competitività tecnologica delle piccole imprese risultano la generazione di innovazioni attraverso processi non strutturati e quindi non adeguatamente contabilizzati nelle statistiche, nonché l'utilizzo di avanzati sistemi di produzione, le cui tecnologie sono prodotte in gran parte in Italia, e l'acquisizione di tecnologie dall'estero, come dimostrato dalla negatività della bilancia tecnologica italiana;
3. il buon livello del valore aggiunto dell'output manifatturiero per ora di lavoro indica che o si tratta di prodotti complessi e a forte contenuto di conoscenze o comunque di innovazione, anche di tipo estetico-funzionale, o di prodotti "semplici" per i quali si utilizzano processi di produzione altamente efficienti.
Potrà questo modello di competitività sopravvivere in una situazione in cui le innovazioni tecnologiche derivano da una sempre più ampia base di conoscenze scientifiche prodotte dalla ricerca e si caratterizzano per il ruolo critico di alcune famiglie di tecnologie emergenti di tipo trasversale, sostanzialmente estranee al core tradizionale di molti settori manifatturieri?
Da Claudio Roveda, "Le vie obbligate dell'innovazione", Il Sole-24 Ore, 6 luglio 2004.
Cambi al vertice
Nel 2003 soltanto il 9,5% delle 2.500 maggiori imprese del mondo, quotate in Borsa, hanno cambiato presidente o amministratore delegato, una percentuale inferiore alla media del 10%, registrata dal 1998 per le stesse figure nelle aziende di analoghe dimensioni.
L'anno scorso 237 presidenti esecutivi o amministratori delegati hanno lasciato le loro grandi aziende. Nel 2002 erano stati 267 e nel 2000, anno record per le sostituzioni, addirittura 322.
E' quanto rileva la terza indagine annuale di Booz Allen Hamilton internazionale sul "CEO Turnover". Il rapporto di ricerca confronta i cambi al vertice delle aziende nel 2003 con quelli del 1995, 1998, 2000, 2001, 2002 e spiega le uscite come
- "Merger-driven", quando il CEO ha perso il posto in azienda perchè un'altra l'ha incorporata o acquisita,
- "Performance related", che comprende i licenziamenti per scarso rendimento e gli scioglimenti anticipati del rapporto per iniziativa del board,
- "Regular transition", avvenuta per fine programmata o prevedibile dell'incarico.
Correla perciò gli avvicendamenti dei top manager con le performance aziendali.
Le "regular transition" rappresentano la maggioranza, le "merger-driven" la minoranza dei motivi di ricambio, come mostra la tabella:
|
Regular |
Performance |
Merger |
Total amount | |
| 1995 |
7,1% |
1,1% |
0,8% |
9,0% |
| 1998 |
4,5% |
2,0% |
1,9% |
8,4% |
| 2000 |
6,4% |
3,3% |
3,2% |
12,9% |
| 2001 |
6,2% |
2,3% |
2,5% |
11,0% |
| 2002 |
5,1% |
4,2% |
1,4% |
10,7% |
| 2003 |
5,2% |
3,0% |
1,3% |
9,5% |
La frequenza del turnover negli anni si è più che triplicata in Europa, è leggermente diminuita nel Nord America e in Giappone, è appena aumentata nel resto dell'Asia/Pacifico.
In Europa le due grandi economie della Germania e del Regno Unito hanno avuto notevoli sconvolgimenti e si sono dovunque modificate le condizioni di governance delle imprese, con una più netta separazione dei poteri tra board, chairman e managing director.
Gli autori della survey l'hanno sottotitolata in un articolo sul loro rapporto "I rischi della 'buona' governance". Confrontando però i risultati dello studio con le statistiche ufficiali sulla riduzione progressiva dell'occupazione nelle grandi imprese di quelle, che una volta erano le economie forti d'Europa, non paiono certamente i CEO le persone in aziende che corrono i pericoli maggiori.
Conti dell'Italia
Indicatori economici in percentuale.
| Inflazione (ultimo anno) |
+ 2,3 |
| PIL - (ultimo anno) - (ultimo mese) |
+ 0,8 + 0,4 |
| Investimenti (ultimo trimestre) |
- 1,2 |
| Bilancia commerciale (ultimo anno) |
+ 0,8 |
| Produzione industriale (ultimo anno) |
+ 0,2 |
| Prezzi industriali (ultimo anno) |
+ 2,9 |
| Deficit pubblico/PIL |
- 2,4 |
| Debito pubblico/PIL |
106,2 |
| Indice di fiducia |
52,1 |
Fonte: Eurostat
Rispetto all'UE dei 15 l'Italia ha il più alto debito pubblico, un'inflazione superiore alla media, investimenti, bilancia commerciale, indice di fiducia (verso le imprese) sotto la media.
Stile di comando
"Intelligente, dotato per la politica, ambizioso, intenso, competitivo, con grande esperienza di comando".
Il generale David Petraeus è l'uomo incaricato di ricostruire le forze di sicurezza irachene.
Preferisce "supportare, assistere e favorire la formazione di buoni comandanti iracheni e promuovere programmi di addestramento per futuri ufficiali e uomini di comando".
Incarna "un nuovo stile di ufficiale per un nuovo stile di guerra, dove le battaglie si vincono grazie a tecnologia e potenza di fuoco superiori, ma le vere vittorie si ottengono attraverso il peacemaking e un buon uso della politica".
Da Time, 5 luglio 2004.
Mercato del lavoro in Italia
Dal 28 settembre cambia il sistema ISTAT di rilevazione continua delle forze di lavoro.
La nuova indagine risponde ai requisiti UE:
- è distribuita su tutte le settimane dell'anno,
- ha dati raccolti con nuove tecniche di rilevazione diretta.
Cambia la definizione di occupato, basata ora su un criterio oggettivo (aver lavorato almeno un'ora nella settimana).
Sono inserite le collaborazioni coordinate e continuative e le prestazioni occasionali. Il part time sarà oggetto di ulteriori approfondimenti. Questi tipi di lavoro saranno tenuti distinti dal lavoro dipendente continuativo e da quello autonomo.
Il bollettino diffuso ieri è una stima transitoria prima del passaggio al nuovo sistema di rilevazione. Fornisce dati più precisi delle indagini precedenti.
Il tasso di disoccupazione in Italia ad aprile è stato dell'8,8%: il 4,6% al Nord, il 7% nel Centro, il 16,4% al Sud; il 6,5% per gli uomini e il 12,1% per le donne.
Il tasso di attività (occupati più disoccupati sulla popolazione totale) dei 16-64enni è stato del 61,7%.
Il tasso di occupazione è stato del 56,3%.