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Vertice FIAT
Nella decisione della famiglia Agnelli di nominare Luca Cordero di Montezemolo presidente e John Philip Elkann vicepresidente della FIAT, Gianluigi Gabetti presidente e John Philip Elkann vicepresidente dell'accomandita Giovanni Agnelli & C ci sono alcuni fatti che colpiscono positivamente.
1° - La rapidità decisionale, la capacità di reagire immediatamente ad una ferita grave - sul piano degli affetti e della gestione aziendale - e improvvisa, come la scomparsa di Umberto Agnelli, impiegando le risorse manageriali disponibili, di fiducia;
2° - la capacità di resistere alla pressione dell'amministratore delegato Morchio, che chiedeva i pieni poteri, contrapponendo la solidità delle alleanze con le banche della famiglia alla rete di relazioni, strumentalmente tessuta da Morchio;
3° - il salto di qualità nella continuità, rappresentata dai nuovi vertici, in particolare la competenza e l'immagine elevatissime di Montezemolo, dopo i successi Ferrari e le dichiarazioni programmatiche di insediamento alla presidenza della Confindustria;
4° - il messaggio chiarissimo, già pronunciato quindici mesi fa, che non ci sono in FIAT uomini per tutte le stagioni, ma ogni contingenza ha bisogno di condotte specifiche, possibili a manager reattivi, che ricevono consenso se sono in sintonia con il gruppo di controllo reale dell'Azienda (famiglia e banche);
5° - la famiglia Agnelli intende restare per il futuro alla guida del gruppo, come dimostrano le investiture di Elkann e di Andrea Agnelli, due giovanissimi, che materializzano le speranze di mantenimento del controllo.
Risolto in modo apprezzabilissimo il problema della governance ci si attende adesso che altrettanto efficacemente si individui il successore di Morchio. La crisi dell'Azienda è appena agli inizi della sua soluzione. Servirà un amministratore delegato, che conosca il business dell'auto, che sappia stimolare innovazione di prodotti e riposizionamento dell'Azienda, l'unica strada efficace oltre il ripianamento dei debiti.
Il gradimento delle banche creditrici, per quello che dimostrano i comportamenti di Profumo, Bazoli e Salza, verrà da queste capacità riconosciute e accreditate del candidato a capo dell'esecutivo.
Investimenti diretti esteri
Dati in miliardi di dollari USA riferiti ai primi paesi al mondo per investimenti ricevuti.
|
2003 * |
2002 |
2001 |
2001-2003 | |
| USA |
86,6 |
30,0 |
144,0 |
86,9 |
| Cina |
57,0 |
52,7 |
46,8 |
52,2 |
| Irlanda |
41,7 |
19,0 |
15,7 |
25,5 |
| Francia |
36,4 |
51,5 |
55,2 |
47,7 |
| Germania |
36,3 |
38,0 |
33,9 |
36,1 |
| Olanda |
30,5 |
29,2 |
51,2 |
37,0 |
| Regno Unito |
23,9 |
24,9 |
62,0 |
36,9 |
| Spagna |
19,2 |
21,2 |
28,0 |
22,8 |
| Italia |
14,4 |
14,5 |
14,9 |
14,6 |
| Altri paesi d'Europa |
315,3 |
371,6 |
362,4 |
349,8 |
| Totale Mondo |
653,1 |
651,2 |
823,8 |
709,4 |
* Stima
Fonte: UNCTAD, aprile 2004.
L'Europa occidentale da sola raccoglie il 52% degli investimenti diretti esteri mondiali. Ma essi nel periodo 2001-2003 sono diminuiti progressivamente dell'8%.
Emotional design
Da qualche anno l'interesse dei ricercatori che studiano i meccanismi neurologici dell'attenzione e della memoria è rivolto alle emozioni suscitate dal bello, alle connessioni fra queste e il modo in cui il cervello entra in uno stato creativo ed esplorativo, elabora informazioni, la persona conosce e comprende.
Donald A. Norman è professore di Computer science, psychology and cognitive science alla Northwestern University, professore emerito della University of California, cofondatore e principal del Nielsen Norman group. Ha avuto esperienze manageriali in Apple, in Hewlett Packard e in UNext, un'azienda della Cardean University per la formazione a distanza. Ha appena pubblicato per Basic Books, New York, 2004, "Emotional design: Why we love (or hate) everyday things" (Design che da emozione: perché amiamo (o odiamo) gli oggetti d'uso quotidiano), in esso individua e descrive i fattori emotivi, dell'estetica dei prodotti, che ne facilitano la conoscenza e l'uso.
Nella prefazione confessa: "Quando ho cominciato a fare l'ingegnere, credevo che la cosa più importante fosse la funzionalità dei prodotti. Come poteva essere importante l'aspetto? Eppure, per qualche strana ragione, continuavo a comprare oggetti piacevoli anche se non funzionavano bene come quelli meno belli. Questa cosa mi disorientava. Negli ultimi due anni ho finalmente capito che dipende dallo stretto legame tra emozione e cognizione. L'emozione riguarda il giudizio sul mondo, la cognizione la sua comprensione. Non possono essere separate".
Forte di questa esperienza personale e dell'ampia attività di ricercatore e pratico, Norman si è messo a dimostrare perché le cose che piacciono funzionano meglio, risalendo al significato profondo degli oggetti e dando indicazioni didascaliche, operative su come costruirne di belli e utili.
L'autore documenta e analizza le ragioni fondamentali d'acquisto, le evocazioni che gli oggetti suscitano per l'immagine di sé e la soddisfazione personale e perciò i fattori tangibili e intangibili del design (come materiali, suoni, colori, rumori), che attraggono maggiormente il potenziale utilizzatore e acquirente di automobili, orologi, computer, utensili da cucina, set da allenamento al calcio e borse, sulla base dei casi Jaguar, Rolex, Apple, Microsoft, Gucci, ecc.
La documentazione scientifica è ineccepibile, l'argomentazione perfino eccessivamente consequenziale.
Un ottimo esempio di divulgazione.
Umberto Agnelli
Muore con Umberto l'ultimo esponente della famiglia Agnelli, in grado di guidare la più grande e complessa organizzazione produttiva italiana, che essa ha fondato e diretto per più di cent'anni.
Egli scompare all'inizio di quel lavoro di risanamento economico e di rilancio competitivo, che si era attribuito l'anno scorso, dopo la morte del fratello maggiore, l' "Avvocato", nella cui ombra era sempre vissuto, rispettando la gerarchia familiare e aziendale tracciata dal nonno Giovanni, il fondatore.
Nell'obbedienza alle regole di questo disegno del capostipite, Umberto Agnelli ha adempiuto al suo ruolo di cadetto, più facile pegno di accordi economici, sindacali e politici e responsabile di obblighi di governance. Vi ha obbedito con intelligenza e tenacia straordinarie.
La sua immagine pubblica ne ha sofferto. In realtà, dietro il protagonista della "continuità", come hanno mostrato anche le cronache recenti della crisi FIAT, c'era un industriale lungimirante, risk bearer, dotato di competenza internazionale, capace di scelte coraggiose ed efficaci in funzione della sopravvivenza aziendale e del mantenimento del controllo familiare. Certamente, un cavallo di razza del capitalismo tradizionale.
Non è forse senza significato che egli scompaia nello stesso giorno in cui al vertice della Confindustria è eletto un manager, suo collaboratore e parente, che indica nel discorso programmatico di insediamento nuovi modi di dialogo impresa-società.
Rimesse degli emigranti
Flussi di danaro dai lavoratori
I primi 10 paesi d'origine
(Dati in miliardi di dollari)
| USA |
28, 4 |
| Arabia Saudita |
15,1 |
| Germania |
8,2 |
| Belgio |
8,1 |
| Svizzera |
8,1 |
| Francia |
3,9 |
| Lussemburgo |
3,1 |
| Israele |
3,0 |
| Italia |
2,6 |
| Giappone |
2,3 |
I primi 10 paesi destinatari
| India |
10,0 |
| Messico |
9,9 |
| Filippine |
6,4 |
| Marocco |
3,3 |
| Egitto |
2,9 |
| Turchia |
2,8 |
| Libano |
2,3 |
| Bangladesh |
2,1 |
| Giordania |
2,0 |
| Santo Domingo |
2,0 |
Fonte: FMI.
Dal 2003 ogni anno, nel mondo, più di 100 miliardi di dollari sono inviati dai lavoratori emigrati ai loro paesi d'orgine.
Come facilitare questi trasferimenti per contribuire a ridurre della metà entro il 2005 la povertà di questi paesi è il tema della riunione dei G8, che si terrà dall'8 al 10 giugno a Sea Island in Georgia (USA).
Un recente rapporto della Banca Mondiale indica che il costo dei trasferimenti può arrivare al 20% del loro valore.
Lo stesso rapporto afferma che le rimesse degli emigranti sono, dopo gli investimenti diretti, la seconda fonte di finanziamento esterno per i paesi in via di sviluppo.
Per ridurre il costo dei trasferimenti la Banca Mondiale suggerisce di incoraggiare la concorrenza tra le banche, di eliminare le restrizioni sui cambi e di facilitare l'accesso bancario degli immigrati nei paesi d'accoglimento e quello delle loro famiglie nei paesi di partenza (bancarizzazione).
Gli Stati Uniti sono particolarmente interessati al problema per la forte presenza nel paese di lavoratori immigrati da ogni dove e per il timore che il flusso di danaro, che vi ha origine e vi esce al di fuori dei canali bancari (hawalas), serva a finanziare il terrorismo.
Altri paesi puntano a ridurre o addirittura a eliminare in questo modo i loro contributi finanziari ai paesi poveri, che in tempi di stagnazione economica risultano particolarmente gravosi.
Conflitti sociali e cura dell'immagine
"Il governo di centro-destra ha inaugurato un nuovo stile di gestione dei conflitti sociali, ispirato al 'lasciar fare' ". Così raccoglie due vantaggi. "Il primo è quello tipico di chi non fa nulla: non corre il rischio dell'insuccesso. Il secondo è quello di mostrare alla collettività le 'colpe' dei 'cattivi' sindacati e della sinistra che li appoggia. Così riesce a ritorcere gli scioperi contro i sindacati".
"Questa assenza o questo scarso impegno del governo nella gestione dei conflitti sociali non appesantisce la sua azione, consente al suo presidente di 'volare alto': in termini d'immagine rende più un fugace colloquio con Bush che una faticosa e lunga mediazione sindacale. Essa, però, pone qualche serio problema, oltre che alla collettività costretta a pagare i costi di scioperi e malfunzionamenti dei servizi pubblici, al funzionamento della democrazia".
Da Sabino Cassese, "Lasciar fare/lasciar litigare", Corriere della Sera, 26 maggio 2004.
Globalizzazione dei diritti sindacali
Giovedì il BIT - l'Organizzazione internazionale del lavoro ha reso noto il suo rapporto "Organizzarsi per una maggiore giustizia sociale".
Il rapporto analizza le tendenze in materia di libertà d'associazione e di riconoscimento effettivo del diritto di negoziazione collettiva dei lavoratori. Rileva gli ostacoli che ci sono ancora in molti paesi e le nuove difficoltà indotte dalla globalizzazione.
Dall'indagine emergono ombre e luci in materia di libertà sindacali.
L'innovazione più significativa, secondo i ricercatori, è rappresentata dalla stipulazione di accordi quadro tra multinazionali e Federazione Sindacale Mondiale. Sono accordi volti a garantire il rispetto dei diritti fondamentali di associazione e negoziazione collettiva in tutte le attività delle imprese, dovunque dislocate.
Negli ultimi cinque anni sono stati stipulati più di una ventina di questi accordi, ispirati alla Dichiarazione del BIT per lo sviluppo del dialogo sociale.
Il rapporto evidenzia anche le cattive pratiche dell'Africa, dell'Asia, dell'America Latina e dell'Europa Orientale, con attentati al diritto di sciopero, discriminazioni antisindacali e ingerenze nelle attività associative e di rappresentanza dei lavoratori.
Ma su 273 fondati motivi di ricorso contro tali pratiche, verificati in 72 paesi, sono state avviate 21 procedure anche nell'UE.
Particolarmente discriminati risultano i lavoratori immigrati, quelli dell'economia sommersa e le donne. Il BIT si è posto il compito di aiutarli ad organizzarsi, offrendo assistenza, collaborazione e servizi.
I punti di leva programmatici sono la formazione di ispettori del lavoro, la modernizzazione del diritto del lavoro, il sostegno all'associazionismo, la sensibilizzazione dei consumatori ai modi di produzione, la pressione sui lavoratori perché acquisiscano coscienza dei loro diritti e superino gli ostacoli giuridici e pratici al loro esercizio.
Il BIT si è posto come scopo del prossimo biennio di indicare il modo migliore per far mettere in pratica e difendere in tal modo i diritti fondamentali di associazione e negoziazione dei lavoratori.
Truffe innocenti
John Kenneth Galbraith è uno dei maggiori economisti viventi. Professore nell'Università di Harvard, all'attività di studioso ha affiancato l'impegno politico e civile. E' stato consigliere di due Presidenti degli USA, Ambasciatore in India, protagonista di Americans for Democratic Action, memorialista. Da cinquanta anni i suoi libri "American Capitalism", "The Affluent Society" e "The New Industrial State" sono riferimenti per gli studiosi anche in Italia.
Ha appena pubblicato "The Economics of Innocent Fraud: Truth for our time", Houghton Mifflin, tradotto in italiano con il titolo "L'economia della truffa" presso Rizzoli.
Nel libro analizza le patologie dell'economia americana, le ragioni dei crack finanziari, degli scandali aziendali e del declino della società.
Punta così la sua attenzione sui molti casi di "truffa innocente", come chiama la distanza tra realtà e credenze convenzionali diffuse nell'opinione pubblica. E' questa una frode "fisiologica", ormai penetrata nell'economia legale e accettata da chi la compie e da chi la subisce.
Per Galbraith i mali dell'economia e della società americana e mondiale sono originati dallo strapotere delle grandi corporation e dei top manager, che possono decidere le scelte quotidiane dei cittadini, le grandi opzioni politiche e perfino le guerre.
L'autore ritiene che quelle presentate come leggi dell'economia siano in realtà convenzioni plasmate dagli interessi in gioco.
In sei densi capitoli Galbraith demolisce le "truffe innocenti" più rilevanti: i miti dell'interesse degli azionisti e della sovranità del consumatore, dell'economia di mercato e del rilancio dell'economia con il taglio delle tasse, del sistema della Federal Reserve, dei due settori pubblico e privato, della guerra preventiva.
Una critica appassionata, a tratti divertente, come quando descrive con ironia le ruberie dei manager strapagati e il come e il perché da un certo momento in poi, nei testi economici così come nel linguaggio della politica e dei mass media, il sistema economico occidentale sia stato ribattezzato da "capitalismo" a "economia di mercato".
Manager e leader
Secondo gli esperti di marketing dei servizi, nell'attribuire una denominazione a una qualsiasi attività di supervisione e controllo conviene aggiungere la parola management. Aumenta l'attrattiva, nobilita chi l'esercita e chi ne è oggetto, spiazza le resistenze. Insomma, fa vendere il concept della funzione.
Poco importa che non tutti i nostri concittadini pronuncino correttamente questa parola magica, né che ignorino la sua origine italiana o che alcuni ancora usino direzione e dirigente, mentre abbondano gli usi di "management delle risorse umane", "change management", "value management", "managerialità" e l'orrendo "managerializzazione", da spargere in partibus infidelium (Sanità, Scuola, Giustizia e tutta la macchina dello Stato).
Un titolo di manager non si nega a nessuno. Non costa e suscita l'attesa di un "procuratore di flessibilità", di qualcuno bravo ad ottenere dai suoi collaboratori, possibilmente senza chiedere mai, rimedi alle carenze organizzative aziendali.
Il management à l'italiana prevede consenso e impegno dei lavoratori nei confronti della gerarchia. E' perciò necessario che il manager sia leader.
In cinquanta anni i profili e i comportamenti di leadership, che aziende, società di consulenza e scuole di formazione hanno modellizzato e diffuso nel nostro paese, non hanno avuto particolari evoluzioni.
In troppi dei catechismi più seguiti, quasi tutti prodotti altrove, si continua a insistere sulle capacità di ascolto, di attenzione, di accettazione dei collaboratori, sull'autostima e l'abilità relazionale del "capo". E' manager il leader che ha dei follower, nell'opinione corrente.
Non fa eccezione lo human performance management. Per questo ci sono esortazioni decontestualizzate, aspecifiche, su quello che il leader efficace dovrebbe fare, utilizzando il suo carisma:
- "sii proattivo,
- abbi chiaro l'obiettivo,
- identifica la tua missione,
- agisci con una logica vinco/vinci,
- cerca prima di capire e poi di essere capito,
- fa sinergia,
- aguzza le tue capacità fisiche, mentali, sociali, emozionali e spirituali",
dice l'ultimo pacchetto formativo importato dagli USA, che ad esso fa riferimento
Si fa perciò "scuola di leadership" e si reiterano i laboratori di simulazione delle relazioni interpersonali, in cui si moltiplicano le indicazioni motivazionaliste, quando sarebbe necessario migliorare la competenza dei partecipanti nelle tecniche di management e la loro abilità nell'incoraggiare e sostenere la "cooperazione orizzontale", richiesta da produzioni e mercati.
La leadership non sostituisce il management. Lo completa nelle attività che sviluppano le competenze aziendali, sviluppando i sistemi lavorativi organizzati.
Economie dell'UE
Dati % su base annua 2004-2003.
|
PIL |
Produzione industriale |
Inflazione |
Bilancia commerciale |
Debito pubblico/ PIL | |
| Olanda |
0,5 |
1,0 |
1,5 |
2,3 |
54,9 |
| Portogallo |
0,5 |
1,1 |
2,4 |
-0,8 |
59,4 |
| Lussemburgo |
- |
-1,2 |
2,7 |
-0,2 |
4,9 |
| Germania |
0,7 |
-0,3 |
1,7 |
13,6 |
64,2 |
| Austria |
0,8 |
2,8 |
1,5 |
0,1 |
65,0 |
| Francia |
0,8 |
1,6 |
2,4 |
-0,8 |
63,0 |
| Italia |
0,8 |
-0,8 |
2,3 |
-2,3 |
106,2 |
| Danimarca |
1,0 |
0,7 |
0,5 |
0,4 |
46,0 |
| Belgio |
1,9 |
5,4 |
1,7 |
1,7 |
100,5 |
| Svezia |
2,1 |
2,2 |
1,1 |
1,4 |
51,8 |
| Finlandia |
2,5 |
0,4 |
-0,4 |
0,8 |
46,3 |
| Irlanda |
2,7 |
5,9 |
1,7 |
2,5 |
32,0 |
| Spagna |
2,7 |
4,0 |
2,7 |
-3,5 |
50,8 |
| Regno Unito |
3,0 |
-0,8 |
1,1 |
-9,0 |
39,8 |
| Grecia |
5,0 |
3,2 |
3,1 |
-2,5 |
102,4 |
| UE 15 |
1,5 |
0,7 |
1,8 |
-1,8 |
64,0 |
Fonte: Eurostat, maggio 2004.
Scuola di leadership
4.200 capi di aziende americane e canadesi affollano la platea del Radio City Music Hall.
Due giorni a scuola di leadership, spiegata da grandi manager come Jack Welch, l'uomo che ha guidato per vent'anni la General Electric trasformandola nel più grande gruppo industriale del mondo, ma anche da politici come Bill Clinton e l'ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani. E da più celebrati studiosi di management, comportamento dei mercati e strategie competitive come Jeremy Siegel e Michael Porter.
Il professore di Harvard dall'alto dei suoi 16 libri tradotti in 17 lingue schiaffeggia la platea di businessmen in carriera: "Siete diventati i migliori nel vostro settore tagliando i costi e aumentando le vendite? Siete bravi, ma non avete ancora una strategia: avete solo copiato i vostri concorrenti, imparando a fare le stesse cose meglio di loro".
Nei corridoi si discute animatamente della regola aurea di Welch ("ho sempre dedicato metà del mio tempo a scegliere e valutare il personale: quando produci centrali elettriche e programmi televisivi, motori per i jet e frigoriferi, non puoi essere esperto di tutti i business, l'importante è affidarli nelle mani giuste e controllare i risultati").
Da Massimo Gaggi, "Un vero leader? Si vede in finestra", Corriere della Sera, 20 maggio 2004.
Ingaggio
L'assonanza con inganno e ingranaggio può rendere il significato della parola, derivata dal verbo riflessivo ingaggiarsi, ma fuorvia la ricerca etimologica, che risale al francese s'engager. "On s'en engage et puis on voit" (ci s'impegna e poi si vede), il riferimento ardito dei volontari e degli intellettuali militanti, impegnati ideologicamente, politicamente, "engagé".
Engager è fatto da gage (pegno, parola di origine germanica) e da en (in). L'italiano ingaggio in quasi tutti i vocabolari ha come prima definizione quella, attribuita nel reclutamento, di assicurarsi le prestazioni di qualcuno in cambio di un corrispettivo per un lavoro provvisorio. E' il significato di "premio d'ingaggio" trasmigrato dal gergo sportivo a quello aziendale.
Nel linguaggio militare ingaggiare è sinonimo di incominciare, attaccare battaglia e combattimento. Si riferisce alla cosiddetta iniziativa bellica.
Le regole d'ingaggio fanno parte della tattica. Indicano i comportamenti da tenere affrontando il nemico.
Se non c'è il nemico o la situazione di guerra, il diritto internazionale e quello militare riconoscono la legittimità della reazione all'aggressione.
Che la reazione debba essere proporzionata alla gravità dell'offesa è scritto in tutti i codici e nei fondamenti morali dei paesi civili. E' una norma che dovrebbe ispirare sempre i comandanti militari in missione, in particolare nel caso di operazioni interforze e sotto l'egida di organizzazioni internazionali per il ristabilimento o il mantenimento della pace (peacekeeing).
Occupazione in Italia
E' finita l'onda lunga della crescita occupazionale durata dal 1995 al 2003, ma nel 2003 l'occupazione è cresciuta dell'1%. La disoccupazione è scesa all'8,7%.
Sono aumentati, nell'ordine, i part-timer, i lavoratori atipici, gli ultracinquantenni (per l'allungamento dell'età pensionabile), le donne. E' diminuita la popolazione lavorativa tra i 20 e i 50 anni.
Il tasso di occupazione è del 56%, fra i più bassi d'Europa.
L'occupazione femminile è di 9 punti inferiore alla media generale. Tra i 25 e i 45 anni meno della metà delle donne con figli lavora. Il 36% delle madri dice di non riuscire a conciliare impegno lavorativo e cura dei figli per mancanza di strutture e costi.
L'occupazione nella grande impresa è diminuita al 18,7%, quasi la metà della media europea. Quella nella piccola impresa è diventata quasi il doppio: 34,2%.
L'8,6% dei lavoratori dipendenti riceve uno stipendio inferiore ai 1.000 euro al mese.
Le retribuzioni hanno avuto nel periodo 1996-2002 l'incremento più basso dell'UE.
Dal Rapporto ISTAT sulla situazione del paese nel 2003, pubblicato ieri.
Europei 2004
Da molti anni Dominique Reynié, professore all'IEP - Institut d'études politiques di Parigi e direttore dell'Observatoire interregional du politique, ausculta periodicamente gli europei.
Questa volta coordina una quindicina di autori per esplorare le diverse facce della realtà e della soggettività nell'UE a 25 e, con il patrocinio della Fondazione Schumann, pubblica per l'editore Odile Jacob "Les Européens en 2004", un giro d'orizzonte sulle grandi questioni attuali: il ruolo della BCE, i consumi, il sentimento d'insicurezza, la crisi demografica, lo statuto delle coppie omosessuali, l'euroscetticismo, le elezioni e i referendum.
Il libro raccoglie statistiche, ricerche e opinioni per analizzare avvenimenti politici, economici e sociali, esaminare questioni giuridiche e costituzionali, studiare mentalità e stili di vita. Dalla documentazione aggiornatissima e ampia Reynié trae spunto per schizzare una "sociografia" dell'opinione europea.
"Se non si può ricavare una 'lettura nazionalista' dei dati, essa maschera tuttavia i fenomeni propriamente europei", scrive l'autore, commentando il sondaggio che rileva come i cittadini dei diversi paesi membri apprezzano l'utilità, l'immagine e il funzionamento dell'Europa. Sottolinea che la "media europea" è fatta di "molte differenze sociologiche e culturali", che spaziano dagli "Europei fiduciosi" a quelli "scettici", di cui descrive i profili dettagliati alla luce degli spartiacque di Maastricht.
Altri temi di forti differenziazioni risultano dai diversi contributi. Sono le posizioni di fronte alla "globalizzazione" (ricerca di Leendert De Voogd, direttore di Gallup Europa) e al "matrimonio degli omosessuali" (studio di Charlotte Rieuf). La maggioranza degli Europei è per "regolamentare maggiormente" la globalizzazione, così come il 53% è favorevole a che le coppie dello stesso sesso possano sancire istituzionalmente la loro unione.
François-Xavier Priollaud mostra il "volto nascosto della Convenzione europea", analizzando il comportamento manipolatorio di Giscard d'Estaing.
Ci sono numerose tavole comparative e commenti sulle legislazioni e le situazioni politiche dei 25 paesi, sul ruolo e le relazioni con la BCE e la FED.
Una sintesi unica nel suo genere, un'opera di lettura e consultazione indispensabile per capire che cos'è e dove va l'UE.
Evoluzione dei mercati ICT
|
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
2004 | |
| Europa Occidentale |
650 |
660 |
720 |
770 |
880 |
| Nord America |
950 |
970 |
980 |
1000 |
1150 |
| Sud-Est Asiatico |
600 |
630 |
700 |
750 |
800 |
| Resto del mondo |
200 |
240 |
285 |
300 |
330 |
Dati in miliardi di euro.
Fonte: Idate/DigiWorld, 2004
Il settore ICT comprende attrezzature, strumenti e servizi dell'informatica e dei media elettronici.
La crescita media del mercato mondiale nel quadriennio è superiore al 4%.
Per il 2004 si prevede un avvicinamento dei tre mercati principali (Europa Occidentale, Nord America, Sud-Est Asiatico) e una forte crescita dell'Europa Orientale.
Google dalla supremazia alla competizione
La prossima quotazione in giugno di Google, alla Borsa di Wall Street, può apparire come un segnale di ripresa della nuova economia dopo gli anni bui. Si ripresenta sul mercato finanziario un'azienda, che punta a raccogliere dai sottoscrittori delle azioni almeno 2 miliardi e 700 milioni di dollari.
Google è il motore di ricerca più usato. Ogni giorno risponde a più di 200 milioni di richieste grazie alla rete di 15 mila computer presenti nei tre centri americani, in quello svizzero e nell'altro indiano. Trasmette sei miliardi di schermate (immagini, forum di discussione, pagine Web, ecc.).
L'azienda si è imposta grazie alla sua tecnologia in pochi anni.
La storia, tipicamente americana, è questa. A metà degli anni 90 due studenti della Stanford University, Larry Page, ventiquattrenne, poi diplomato in matematica e Sergei Brin, ventitreenne, poi diplomato in scienze dell'informazione, facendo ricerche su Internet inventarono la tecnologia "Page Rank" un algoritmo che permetteva di selezionare i siti più visitati. Rivoluzionarono il modo di ricerca perché fino ad allora i motori classificavano le risposte in funzione delle parole chiave indicate dai proprietari dei siti.
I due giovani tentarono di vendere in giro il proprio sistema senza fortuna. Finché su consiglio di un amico non costituirono una propria struttura e nell'agosto 1998 non ricevettero un finanziamento di 100 mila dollari da Andy Bechtolsheim, fondatore di Sun Microsystems e investitore di moltissime start up tecnologiche.
La prima sede fu un garage a Mountain View (California). Il nome fu un neologismo derivato da googol, che indica il numero 1 seguito da 100 zeri. Il neologismo doveva evocare, secondo i due fondatori, l'immensa quantità di informazioni disponibili sul Web.
Il motore di ricerche incominciò a trattare 10 mila richieste al giorno. Il passaparola fece il resto e nell'estate 1999 venne un investimento di 30 milioni di dollari delle due società californiane, Sequoia Capital e Kleiner, Perkins, Canfield & Buyers.
Di recente Yahoo ha rotto la partnership con Google per creare un proprio motore di ricerca. Microsoft ha tentato invano di comprare l'azienda nel 2003 e oggi punta a renderla inutile, sviluppando una propria tecnologia, da integrare in Windows dal 2006.
La competizione sta diventando feroce. Alcuni cominciano a dubitare della possibilità di Google di sopravvivere a questi attacchi concentrici.
Ma l'azienda è anche un modello di gestione delle risorse umane.
Ha cambiato sede da qualche mese. Nel "Googleplex" tutto è fatto perché i 1.900 dipendenti stiano bene. Distributori gratuiti di bevande e di spuntini, docce, lavanderia, sauna, palestra, campo di hockey, possibilità di visite mediche e di cure dentistiche settimanali sono a disposizione. Le carriere, per merito d'innovazione, sono folgoranti e le paghe sono buone.
Alla vigilia della quotazione borsistica Google si sta impegnando per conservare la sua supremazia di mercato il più a lungo possibile.
Mercato dei videogame
Lo sviluppo di un videogame nel 2000 costava mediamente due milioni e mezzo di euro. Quest'anno tale cifra è aumentata notevolmente e oscilla tra i cinque e gli otto milioni.
Secondo la società di ricerche di mercato NPD più della metà dei venti giochi più venduti in America per le feste di fine d'anno del 2003 erano dei seguiti o delle espansioni di titoli già in commercio. Anche il mercato giapponese ha avuto lo stesso andamento. Il 10% dei titoli più venduti nel 2001 erano creazioni originali. Ma si sono ridotti alla metà nel 2002 e addirittura al 2% nel 2003.
IDATE - Institut de l'audiovisuel et des télécommunications en Europe ritiene che quest'anno il giro d'affari mondiale del settore dovrebbe diminuire: dai 25 miliardi e mezzo di euro del 2003 dovrebbe scendere a 24 miliardi per poi risalire nel 2006 e arrivare a 42 miliardi nel 2008.
Anche se la maggior parte degli incassi (18 miliardi) viene dai videogame, il merito della crescita sarà delle console portatili. Qui si giocherà l'anno venturo la concorrenza fra Nintendo e Sony, mentre è fallito il tentativo di Nokia di un apparecchio ibrido. Nel 2006 ci saranno anche le nuove console domestiche di Sony e Microsoft.
Mentre i prezzi dell'hardware continuano a diminuire, quelli dei videogame restano più o meno stabili.
Le quantità vendute sono da capogiro. Nel 2004 ci saranno 245 milioni di console domestiche e 16 milioni di portatili. Nel 2008 il loro numero salirà rispettivamente a 357 milioni e a 27 milioni.
E3 - Electronic Entertainment Expo, il più grande salone dei videogame del mondo, che si è svolto a Los Angeles da martedì a venerdì della scorsa settimana, ha dovuto constatare il sorpasso del numero delle console sui pc in qualche paese, come la Francia e la concentrazione delle preferenze degli acquirenti su una cinquantina di titoli delle diecimila new entry della produzione di massa.
Harry Potter, per esempio, è un videogame che ha venduto circa 30 milioni di copie nel mondo. I Pokemon e il Signore degli anelli hanno avuto un successo analogo. Nello svago i compratori di videogame superano di gran lunga gli spettatori di programmi TV, i visitatori di siti Internet, gli scaricatori di musica.
Nelle vendite sono in testa i giochi di avventura, seguiti da quelli di strategia, poi da quelli di ruolo, dagli shooter e dai MMORPG. Fra i videogame di strategia subito dopo quelli di storia vengono quelli gestionali. La New York University prova ad alternare virtuale e reale nell'uso dei giochi per la formazione, come accade in Canada, in Germania e a Londra.
Electronic Arts, il leader del mercato mondiale dei videogame, sa che dopo questa recessione il mercato si svilupperà.
Una ormai ampia letteratura scientifica ha provato i vantaggi di coinvolgimento e di costo dei giochi di simulazione per l'apprendimento. Perciò industrie e istituzioni educative contano anche su questa opportunità emergente.
10 anni di Sanità
Evoluzione della spesa 1990-2000 in % sul PIL.
| Spesa complessiva |
Diminuzione dal -1,3 al -0,2% |
Stabilità dallo 0 allo 0,1% |
Aumento dallo 0,8 allo 0,9% |
Forte aumento dall'1,1 all'1,3% |
Aumento rilevante dall'1,9 al 2,2% |
| 6 - 7% |
__ |
Lussemburgo Irlanda |
__ |
Regno Unito Spagna |
Giappone Portogallo |
| 7 - 8% |
Finlandia |
Norvegia Italia Paesi Bassi |
Grecia Austria |
__ |
__ |
| 8,5 - 9% |
Danimarca |
Svezia Canada |
Francia |
__ |
Germania Svizzera |
| Più del 12% |
__ |
__ |
__ |
Stati Uniti |
__ |
Fonte: OCSE, 2002
Cina hi-tech
Il mensile francese "Enjeux/Les Echos" ha in copertina il dragone e l'annuncio "Quand la Chine high-tech s'éveille" (quando la Cina hi-tech si sveglia). 22 pagine di un'inchiesta approfondita sulla ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica di questo grande paese, che da "fabbrica del mondo", nota per i suoi manufatti industriali sta diventando il "laboratorio del mondo".
Una smentita clamorosa viene dall'inchiesta a tutti i luoghi comuni, diffusi anche nel nostro paese, su prodotti di bassa qualità, a poca tecnologia, imitazione servile di quelli originati da altri, che sarebbe caratteristico della Cina. Le "contraffazioni" contribuiscono a meno del 10% del PIL.
Con 700 mila ricercatori la Cina ha superato ampiamente il numero degli scienziati delle nazioni, che più investono al mondo in ricerca. I ricercatori sono preparatissimi e poco costosi, ci sono enormi sovvenzioni pubbliche e un immenso mercato interno.
"Il rapido sviluppo tecnologico e l'imponente crescita economica potrebbero presto fare della Cina un serio concorrente dei paesi occidentali anche per le attività a forte valore aggiunto, grazie a un dinamismo che i nostri paesi si sognano", dice il mensile.
Secondo "Enjeux/Les Echos", nel prossimo futuro la Cina avrà un settore tecnologico privato equivalente a quello francese e probabilmente lo supererà nelle bioscienze. Il fenomeno si spiega con la globalizzazione dell'informazione e delle finanze, che "ha permesso a migliaia di cinesi di formarsi nelle migliori università statunitensi e ai capitali di spostarsi rapidamente verso la Cina. Le imprese occidentali investono infatti ogni anno decine di miliardi di dollari nel paese, molti dei quali vengono usati per sviluppare prodotti high-tech".
Coercizione
"Lo scopo di qualsiasi tecnica coercitiva è di indurre una regressione psicologica del soggetto esercitando una forte pressione esterna per eliminare ogni sua intenzione di resistere. La regressione è fondamentalmente una perdita di autonomia, un ritorno al più elementare livello di comportamento.
Quando il soggetto regredisce, i tratti di personalità acquisiti precipitano indietro nel tempo. Egli comincia a perdere la capacità di svolgere attività creative, di avere a che fare con situazioni complesse o di sopportare rapporti interpersonali stressanti e ripetute frustrazioni.
Sono tecniche di coercizione arresto, detenzione, privazione di stimoli sensoriali, minacce e paura, dolore, ipnosi e aumento della suggestionabilità, narcosi".
Anche alcune tecniche non coercitive possono essere usate per indurre regressione, ma hanno un effetto minore di quello delle tecniche coercitive:
- manipolazione continua del tempo,
- rallentamento e accelerazione dell'orologio,
- servire pasti a qualsiasi ora,
- alterare il ritmo del sonno,
- disorientare su giorno e notte,
- imprevedibili sedute di domande,
- interviste insensate,
- ignorare tiepidi tentativi di collaborazione,
- ricompensare la non cooperazione.
"Quando la regressione avviene spontaneamente sotto detenzione o è indotta dall'interrogante non si deve continuare ad insistere per ottenere acquiescenza. Se si utilizzano tecniche dure per assicurare il ritorno completo alla situazione iniziale più tardi, deve essere presente uno psichiatra.
Appena è possibile l'interrogante provvederà a che il soggetto razionalizzi quello che è necessario per far fruttare la collaborazione ottenuta. Per razionalizzare bisogna essere elementari, dando una versione adulta di giustificazioni infantili come
1. 'Fanno lo stesso che fai tu',
2. 'Tutti gli altri ragazzi lo stanno facendo',
3. 'Sei veramente un ragazzo dal buon cuore'."
Da "Human Resource Exploitation Manual - 1983". Testo preparato dalla CIA - Central Intelligence Agency per formare le forze di sicurezza latino-americane all'interrogatorio dei prigionieri.
Il "Manual" è stato aggiornato nel 1991, dopo alcune modifiche del 1985-87.
Il paragrafo riportato è rimasto uguale nell'ultimo aggiornamento.
Il "Manual" è stato "declassificato" nel gennaio 1997 per effetto dell'inchiesta giornalistica e della richiesta di "Freedom of Information Act" avviate nel 1994 dal Baltimore Sun. (Fonte: Tom Blantom, director of George Washington University's National Security Archive).
Premi manageriali
Gabriella Spada, l'unica latitante tra gli indagati del crac Giacomelli, oggi apparentemente in "vacanza forzata" in qualche località esotica non meglio definita, era stata insignita di recente del premio Marisa Bellisario (dall'omonima fondazione di donne manager creata in sua memoria), come migliore manager donna dell'anno, per lo sviluppo del gruppo di cui era amministratore delegato.
Già questa potrebbe essere di per se stessa una notizia (sarebbe interessante sapere sulla base di quali criteri fu premiata, infatti). Ma siccome, ahimè, al peggio non c'è mai un limite, "Il Mondo" di questa settimana riporta che la ex a.d. Spada per far fronte alle difficoltà aziendali consultava anche i medium.
Come sappiamo, normalmente nulla avviene per caso ... Sarà "in vacanza" con l'ex socio (anch'egli fuggitivo) di Vanna Marchi? Se così fosse, almeno, il cerchio si chiuderebbe.
Prospettive dell'economia
"L'economia mondiale è in vigorosa ripresa" dopo il triennio di stagnazione. Lo afferma il rapporto dell'OCSE - Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo sulle "Prospettive dell'economia", presentato ieri a Parigi.
La ripresa sembra solida. La Cina raggiungerà quest'anno uno sviluppo economico dell'8,3%, dopo il 9,1% del 2003. Il Giappone dovrebbe arrivare al 3% nel 2004 e al 2,8% nel 2005. L'economia degli USA è ancora al di sotto del suo potenziale con il 4,7% di quest'anno e il 3,5% dell'anno venturo. L'Inghilterra e i paesi di lingua inglese (Australia, Nuova Zelanda, Canada) e del Nord Europa vanno bene.
Vanno male l'Italia, la Francia, la Germania, il Benelux.
Mentre tutti i paesi dell'OCSE avranno un incremento medio del 3,4% nel 2004 e lievemente inferiore, 3,3% nel 2005, la zona euro crescerà quest'anno dell'1,6% e la disoccupazione resterà elevata, fino all'8,8%, contro una sua diminuzione negli USA, dal 6% attuale al 5,5% il prossimo anno, e nel Giappone, dal 5,3% al 4,6%.
Il rapporto dell'OCSE attribuisce queste differenze a "fattori domestici". Il principale è la spesa pubblica incontenibile, che ha portato a una progressione del carico fiscale, diventato insopportabile e ha aggravato i deficit strutturali. L'imposizione riduce le possibilità di consumi e risparmio dei cittadini. Indebolisce la loro fiducia nei governi e nelle istituzioni.
Al contrario del Regno Unito, dell'Australia e del Canada, i grandi paesi della zona euro non hanno saputo sostenere la domanda in tempi di vacche grasse.
L'OCSE avverte che la crescita dell'economia italiana sarà inferiore all'1% nel 2004 e raggiungerà al massimo l'1,9% nel 2005. Il rapporto deficit pubblico/PIL contemporaneamente sarà prima del 3,1% e poi del 3,9%, superiore ai parametri di Maastricht. La disoccupazione e il costo lavoro diminuiranno leggermente.
Il governo italiano ha annunciato un taglio delle tasse per un progetto di rilancio dell'economia e una correzione del deficit pubblico sotto il 3% per rispettare le regole del "Patto europeo di stabilità e di sviluppo". Resta da vedere se, dove e quanto i tagli colpiranno. Il 5 luglio, data a cui è slittato l' "early warwing" dell'UE sui conti pubblici italiani è a soli 50 giorni.
Costo del lavoro nell'UE 25
Incrementi percentuali 2003/2002.
| Lituania |
9,8 |
| Estonia |
9,3 |
| Ungheria |
7,6 |
| Irlanda |
7,4 |
| Cechia |
5,9 |
| Svezia |
4,5 |
| Lussemburgo |
3,9 |
| Finlandia |
3,9 |
| Danimarca |
3,6 |
| Spagna |
3,6 |
| Regno Unito |
3,6 |
| Lettonia |
3,5 |
| Paesi Bassi |
2,8 |
| Francia |
2,7 |
| Italia |
2,5 |
| Portogallo |
2,5 |
| Germania |
2,3 |
| Belgio |
2,0 |
Fonte: Eurostat, 2004
Nel 2003 la crescita media del costo del lavoro nell'Europa dei 15 è stata del 3,0%. I paesi nuovi entranti, di cui si conoscono i dati, hanno avuto tutti un incremento del costo del lavoro superiore: dal 3,5% della Lettonia al 9,8 della Lituania e dell'Estonia.
I motivi di questo aumento sono dovuti a fenomeni di parificazione economica e sociale con i paesi dell'interscambio commerciale.
Nel caso dell'Irlanda e della Scandinavia c'è correlazione con lo sviluppo economico, dimostrato dalla crescita del PIL di quei paesi.
Tendenze del mercato mondiale del lavoro
|
Indicatori |
Totale |
Donne |
Uomini | |||
|
1993 |
2003 |
1993 |
2003 |
1993 |
2003 | |
| Forza lavoro (000) |
2.513 |
2.978 |
1.006 |
1.208 |
1.507 |
1.769 |
| Occupati (000) |
2.373 |
2.792 |
948 |
1.130 |
1.425 |
1.661 |
| Disoccupati (000) |
140 |
186 |
58 |
78 |
82 |
108 |
| Tasso di occupazione (%) |
67,0 |
66,6 |
53,5 |
53,9 |
80,5 |
79,4 |
| Tasso di occupazione sulla popolazione attiva (%) |
63,3 |
62,5 |
50,4 |
50,5 |
76,1 |
74,5 |
| Tasso di disoccupazione (%) |
5,6 |
6,2 |
5,8 |
6,4 |
5,5 |
6,1 |
Fonte: ILO, Global Employment Trends, 2004
Azionariato e partecipazione agli utili
dei dipendenti
Percentuale delle aziende con più di 200 addetti, che hanno avuto un regime di partecipazione economica.
|
Partecipazione agli utili |
Azionariato dei dipendenti | |
| Francia |
88 |
40 |
| Germania |
70 |
20 |
| Austria |
65 |
10 |
| Paesi Bassi |
60 |
43 |
| Regno Unito |
38 |
45 |
| Finlandia |
35 |
36 |
| Irlanda |
30 |
34 |
| Svezia |
22 |
22 |
| Spagna |
21 |
19 |
| Portogallo |
21 |
5 |
| Belgio |
20 |
31 |
| Grecia |
18 |
20 |
| Danimarca |
16 |
19 |
| Italia |
10 |
10 |
Fonte: Fondation européenne pour l'amélioration des conditions de vie et de travail, 2001
La Commissione Europea nell'ottobre 2002 ha incaricato un gruppo di esperti di svolgere un'indagine e redigere un rapporto su "Gli ostacoli transnazionali alla partecipazione economica dei dipendenti delle aziende transnazionali".
Il rapporto sarà presentato il prossimo giugno.
Nel corso di un convegno tenutosi a Parigi il 28 e 29 aprile scorsi per iniziativa dell'associazione Europa e Società è stata sottolineata la mancanza di dati fidabili sulla situazione europea. Gli unici certi sono relativi al 2001 e sono stati rilevati dalla Fondation européenne pour l'amélioration des conditions de vie et de travail.
La Commissione Europea sta studiando la possibilità di emanare una direttiva in materia, come ultimo atto del suo mandato.
La direttiva mirerebbe a superare lo scarso entusiasmo delle direzioni aziendali e dei dipendenti perché potrebbe essere un'opportunità per risolvere i problemi finanziari dei fondi pensione e assicurazione malattia e aumentare la trasparenza sulla conduzione d'impresa.
Di fatto, si oppongono gravi ostacoli di trattamento fiscale, riserve sindacali e concezioni gestionali degli imprenditori a livello dei singoli paesi. Ad essi si aggiungerebbero i problemi dell'armonizzazione dell'Europa dei 25.
Fine del Cervello madre
Samus Aran è una terrestre scampata all'eccidio della sua famiglia, fatto dai pirati spaziali.
E' stata salvata dai Chozo, una razza ormai estinta di esseri saggi, tecnologicamente evoluti e pacifisti, che attendevano una liberatrice e avevano creduto di trovarla nella protagonista.
Samus è cresciuta, è diventata cacciatrice di taglie intergalattica. Si reca sul pianeta Zebes, dove ha vissuto da bambina, per eliminare i Metroid, alieni capaci di assorbire tutte le energie di qualunque essere vivente. Alle loro spalle ci sono in realtà i pirati spaziali, che avevano sterminato la sua famiglia. Il capo è un organismo biomeccanico, il "Cervello madre".
Samus dovrà vedersela con tutti questi nemici e nei suoi panni il giocatore di Metroid zero mission, videogame Nintendo di azione, si muoverà all'interno di un unico e gigantesco livello, composto da più aree di gioco inizialmente inaccessibili. A mano a mano che l'azione si svolge, si acquisiscono abilità per andare avanti, usando strumenti quali la Morphosfera per passare nei buchi più stretti, il raggio gelo per congelare i nemici ed utilizzarli come piattaforma, il super salto per raggiungere altezze prima irraggiungibili, le nuove armature più resistenti, che fanno attraversare indenni laghi di lava.
I nemici non sono la preoccupazione maggiore. Ci sono dei piccoli puzzle da affrontare per arrivare a completare il gioco. In essi si tratta di individuare il modo per raggiungere il piano adiacente a quello in cui il giocatore si trova, sfruttando le abilità acquisite fino a quel momento. In molti altri casi bisogna scoprire strade nascoste con pochi indizi utili sulla direzione in cui cercare.
Metroid zero mission sfoggia una grafica di tutto rispetto. C'è una Samus ben disegnata, tutti gli esseri che infestano i livelli sono ben dettagliati e animati con cura, gli elementi di background non si impastano mai con quelli in primo piano. Fra cunicoli e basi spaziali bisogna saltare, sparare, correre, schivare. Cinque ore e più di azione in uno stile grafico da fumetto americano.
Qualche scena di intermezzo avrebbe giovato molto alla sceneggiatura, che rimane piuttosto abbozzata, ma fortunatamente non intacca il divertimento e il confronto durissimo con i personaggi e le situazioni ostili.
Tribù urbane
Il marketing ci sta abituando a chiamare tribù quelle che non molti anni fa tutti chiamavano compagnie o comitive, i gruppi di persone che trovano motivi per frequentarsi: la passione per la motocicletta, il bar all'angolo, l'abbigliamento, qualche prolungamento dell'infanzia.
Tribù è parola d'origine antropologica, giustificata negli USA, che le ha conosciute nella nazione indiana. Si è diffusa attraverso i mass media, come capita a molte parole del gergo specialistico. "Tribù urbane" nobilita qualsiasi considerazione sulle dinamiche di consumo e si moltiplicano i libri e gli articoli che l'adottano.
Mondadori nella collana "Strade blu" ha appena tradotto un libro di Ethan Watters, collaboratore di "Glamour" e "New York Times Magazine" per argomenti di costume. Il libro è "Urban Tribes: La generazione che sta ripensando amicizia, famiglia e matrimonio", già apparso lo scorso anno in America.
L'autore ha osservato a New York il "comportamento sociale" di gruppi di "yet to be married" tra i 25 e i 39 anni, ha frugato negli schedari dell'American Association of Single People, è andato al Burning Man festival di quest'associazione nel deserto di Black Rock e alla convention dell'American Psychological Association.
Tutta questa fatica per raccontarci che quelli che non si sono ancora sposati tendono a inserirsi in vere e proprie "tribù urbane", gruppi di amici che in tutto e per tutto funzionano come fossero delle famiglie: offrono appoggio materiale e morale e formano delle vere e proprie reti in cui convivono amicizia e lavoro.
Queste tribù recupererebbero quello spirito comunitario che, secondo i sociologi, negli ultimi decenni si stava perdendo.
Watters descrive quanto vi accade: quali rapporti si instaurano nel gruppo, le "storie" tra i vari componenti, le gelosie incrociate, le piccole e grandi rivalità e, non ultimo, come viene vissuta la scelta del matrimonio dal nubendo e dagli altri componenti della tribù.
La tesi del libro è che rinviare la costruzione di una vera famiglia in queste condizioni renderebbe più forti e consapevoli le unioni che si formeranno.
Speriamo.
Mammismo d'abord
Il numero di Time in edicola annuncia in copertina "The Case for Staying Home" (il motivo per stare a casa). E' un'inchiesta della caporedattrice Claudia Wallis sulle sempre più numerose giovani mamme nei paesi industrializzati che tra l'impegno del lavoro e la richiesta di fare la mamma hanno scelto di stare con i figli.
I casi che illustrano le difficoltà di conciliare l'attività lavorativa con la vita familiare sono numerosi. "Esemplare" quello di un'avvocato londinese, che dopo essere rimasta incinta ha deciso di lasciare la sua professione e uno stipendio da 76 mila dollari l'anno per occuparsi solo del mestiere di mamma e ora gestisce un asilo e una libreria per ragazzi.
Per sovrappiù è intervistata Susan Douglas della Michigan University, che ha appena pubblicato con Meredith Michaels il libro "The Mommy Myth", in cui traccia una storia della maternità, come è stata rappresentata dai media negli ultimi trent'anni. Sono state descritte mamme di successo, capaci di accudire figli mentre occupavano la giornata scoprendo le meraviglie della vita, leggendo, divertendosi e ridendo.
In realtà è difficile essere mamma e lavoratrice. Ma, afferma la Douglas, "Oggi si è tornati alla convinzione che per essere buoni genitori bisogna curarsi dei propri figli 24 ore su 24".
Un impegno che per alcune ha il sapore del privilegio. Negli Stati Uniti il 72% delle mamme con bambini lavora e difficilmente potrebbe permettersi di non farlo.
"La rivoluzione del mammismo", conclude Time, "è per ora riservata alle classi benestanti".
Origini del Welfare State
Il Welfare State non è né uno Stato onnipotente né uno Stato ficcanaso. E' uno Stato che si assegna la missione, oltre le funzioni regali, di garantire ai cittadini una protezione sociale minima - salute, pensione, servizi alla famiglia, lotta alla disoccupazione - per correggere le disuguaglianze e favorire le pari opportunità.
Il precursore del Welfare State non era né socialista, né democratico. E' stato il cancelliere del Reich Bismarck, che tra il 1883 e il 1889, all'alba dell'Impero germanico, ha instaurato uno "Stato sociale" con le assicurazioni malattia, infortuni e vecchiaia.
Bismarck vi vedeva un mezzo per ostacolare la penetrazione delle idee socialiste, fino al punto di scrivere nelle sue Memorie "I signori democratici suoneranno davvero il flauto quando il popolo si accorgerà che i principi si preoccupano del suo benessere".
Prima della guerra 1915-18 la Gran Bretagna si ispirava al modello prussiano.
Negli Stati Uniti Franklin Roosevelt per lottare contro la Grande Depressione fece adottare nel 1935 il Social Security Act. Questo accenno di sicurezza sociale è un abbozzo di Welfare State.
Ma il vero fondatore del Welfare State è Lord Beveridge, che su richiesta di Winston Churchill, primo ministro conservatore, ne ha costruito la dottrina nel 1942.
Essa si basa su tre principi.
Universalità: tutti i cittadini beneficiano d'una totale protezione contro i rischi sociali.
Unicità: un unico servizio pubblico gestisce fondi e aiuti.
Uniformità: ognuno riceve le prestazioni necessarie secondo i suoi bisogni, indipendentemente dal reddito.
Questi principi ispirarono Pierre Laroque, che su richiesta del generale De Gaulle scrisse il rapporto al Conseil National de la Résistance, che porterà alla creazione il 4 ottobre 1945 della Sécurité sociale.
Progressivamente, a partire dai paesi scandinavi (ma la Svezia aveva incominciato nel 1932) e dall'Europa del Nord, tutta l'Europa adotterà il Welfare State e ogni paese l'adatterà alla sua cultura e alle sue tradizioni.
Soltanto il principio dell'unicità - come il servizio nazionale inglese - è stato poco seguito.
Da Michel Noblecourt, M. Raffarin et "L'impasse de l'Etat - providence", Le Monde, 5 maggio 2004.
Direttori del personale/2
Lo spunto del 13 aprile ha avviato un confronto ampio sui comportamenti, gli orientamenti e il ruolo dei responsabili della funzione Personale, sulla funzione stessa e sulle rappresentanze associative.
I commenti in pubblico hanno debordato fino alla recensione del libro di Thomas W. Malone ("Visioni del lavoro tecnologizzato" del 23) e al commento di Luciano Gallino sui provvedimenti disciplinari alla FIAT di Melfi ("Risorse umane" del 27). Molte e-mail si sono aggiunte.
1. Comportamenti dei direttori del personale
I limiti dell'allineamento alle mosse tattiche dei capi azienda sono indicati da molti con precisione e sono giustificati con l'insufficiente competenza manageriale di quelli che stanno al vertice e di quelli che li seguono.
I rimedi sono individuati in un'ampia gamma di necessità aziendali, che va dalla riduzione crescente del costo del lavoro, alla fornitura di servizi per aumentare la competenza distintiva, alla gestione delle interazioni impresa-società.
A questo gruppo di "operatori razionali" si contrappone quello dei "giustificazionisti", preoccupati di soddisfare il loro committente principale, distinguere i diversi clienti interni, fare ordine.
2. Orientamenti dei direttori del personale
I modi di porsi nei confronti della gestione delle persone vengono fatti risalire dalla maggioranza alle carenze formative dei responsabili, alla loro cooptazione, alla collocazione di confine del ruolo e addirittura alle origini della funzione Personale. Si possono così distinguere i "situazionisti", i primi, e i "continuisti", i secondi.
3. Ruolo dei direttori del personale
Quasi tutti propendono per un ruolo universale, collocato in un meccanismo a cascata dall'alto, strategia-attività di gestione, supportato tutt'al più da autonomia strumentale. Si citano perciò la contrattazione sindacale, l'azienda estesa, la balanced scorecard, il people relations management. Sono questi i"tecnici".
Pochi fanno coincidere ruolo, comportamento e competenza e li correlano alle dinamiche organizzative aziendali: i "manager".
4. Funzione del Personale
Per la grandissima maggioranza nell'azienda rete servono "integrazione attiva delle iniziative periferiche e poliarchia". I nuovi modelli di organizzazione e le nuove tecnologie rendono sempre più inutile l'armamentario del vecchio "ciclo delle risorse umane".
La via di risalita sta nelle politiche del personale, queste sì flessibili, e nelle nuove tecniche di valorizzazione delle persone.
Per alcuni è urgente lasciar perdere le bufale degli strumenti americani e attuare un management delle risorse umane, facendo leva su divisione del lavoro, riconoscimenti, formazione e sviluppo della conoscenza continui.
5. Associazionismo del Personale
Moltissime e acute le insoddisfazioni.
Bisogna smettere di discutere per modelli e astrazioni quando ci sono problemi concreti della categoria professionale da affrontare. Le associazioni devono contribuire al dibattito sui temi di politica del lavoro del paese e all'utilità della funzione e della professione.
Naturalmente il dibattito su "iriospark" ha soltanto un valore sintomatico. 41 partecipanti non sono un campione statisticamente rappresentativo.
Protezione sociale nell'UE
Spesa 2001 per abitante espressa in SPA-Standard di potere d'acquisto (moneta virtuale, che integra le differenze dei prezzi nazionali).
| Lussemburgo |
165 |
| Danimarca |
122 |
| Austria |
117 |
| Paesi Bassi |
115 |
| Germania |
114 |
| Francia |
113 |
| Svezia |
110 |
| Belgio |
108 |
| Regno Unito |
97 |
| Italia |
97 |
| Finlandia |
88 |
| Grecia |
62 |
| Spagna |
60 |
| Irlanda |
60 |
| Portogallo |
57 |
| UE 15 |
99 |
Fonte: Eurostat 2004
Le spese di protezione sociale hanno rappresentato il 27,5% del PIL dell'UE dei 15.
La spesa maggiore è stata sopportata da Svezia (31,3%), Francia (30%), Germania (29,8%) e Danimarca (29,5%). La minore da Irlanda (14,6%) e Spagna (20,1%).
Le differenze riflettono i livelli di vita, i sistemi di protezione sociale e le strutture demografiche, economiche, sociali e istituzionali di ogni paese.
La spesa per protezione sociale è aumentata in termini reali nell'UE con un ritmo dell'1,9% annuo nel periodo 1999-2001.
Livelli della contrattazione collettiva
In Europa predominano i contratti di lavoro che riguardano le categorie e a livello aziendale sono affrontati aspetti specifici delle retribuzioni e delle prestazioni degli occupati.
Fra i paesi nuovi entrati nell'UE prevalgono gli accordi aziendali con rimandi categoriali. In Belgio, Finlandia, Irlanda e Slovenia fa da riferimento più frequente il livello intercategoriale, con qualche correttivo categoriale e aziendale.
La copertura contrattuale media dei lavoratori è del 72% fra i vecchi soci e del 37% fra i nuovi soci dell'Unione.
| Contrattazione |
Livello intercategoriale |
|
aziendale |
Copertura |
| Austria |
*** |
* |
78% | |
| Belgio |
*** |
* |
* |
90%+ |
| Cechia |
* |
*** |
25-30% | |
| Cipro |
*** |
* |
65-70% | |
| Danimarca |
** |
** |
* |
83% |
| Estonia |
* |
*** |
28% | |
| Finlandia |
*** |
* |
* |
90% |
| Francia |
** |
** |
90-95% | |
| Germania |
*** |
* |
67% | |
| Grecia |
* |
*** |
* |
42% |
| Irlanda |
*** |
* |
* |
66% |
| Italia |
*** |
* |
90% | |
| Lettonia |
* |
* |
*** |
20% |
| Lituania |
* |
*** |
10-15% | |
| Lussemburgo |
** |
** |
80% | |
| Malta |
*** |
40% | ||
| Olanda |
* |
*** |
* |
88% |
| Polonia |
* |
*** |
40% | |
| Portogallo |
*** |
* |
87% | |
| Regno Unito |
* |
*** |
36% | |
| Slovacchia |
*** |
* |
48% | |
| Slovenia |
*** |
** |
* |
40% |
| Spagna |
* |
*** |
* |
68% |
| Svezia |
*** |
* |
90% | |
| Ungheria |
*** |
* |
31% | |
| UE 25 |
67% |
Legenda *** predominante ** importante * esistente
Fonti: EIRO e Unedic 2004 e dati definitivi 2002
Forme di lotta sindacale
Fino dalle prime manifestazioni di Lione e di Leicester nel XVIII secolo il successo di uno sciopero è stato misurato dal numero degli astenuti dal lavoro e dal blocco della produzione. L'obiettivo dei lavoratori è, ovviamente, quello di investire il loro lucro cessante con il maggiore danno emergente del datore di lavoro per spingerlo a concedere i vantaggi richiesti.
Per converso gli imprenditori si sono costantemente preoccupati di fiaccare la resistenza degli scioperanti continuando a produrre.
La scelta di scioperare è legata alle spinte concorrenti dei bisogni di espressione di tutti i lavoratori dell'azienda, della categoria e oltre, alla capacità di rappresentanza ed alla cultura negoziale del sindacato. L'intreccio di queste tre spinte - e la loro lettura - cambia dinamicamente con l'evoluzione della complessità ambientale, con l'equilibrio di volta in volta raggiunto dal gioco degli attori sulla scena del confronto di interessi.
Le forme di lotta tanto più sono riconosciute e diffuse ("istituzionalizzate") quanto più uno dei due diretti portatori d'interesse ritiene mature le condizioni per riformare il gioco, mentre l'altro vuole continuare a giocare alla vecchia maniera, ma è disposto ad ascoltare le richieste del primo.
Le due parti si fronteggiano allora, tentando di configurare il terreno di gioco nel modo più favorevole alla prosecuzione o al cambiamento della tattica e della strategia, considerate più idonee a "migliorare" l'equilibrio dei rapporti, in un'alternanza di richiami alla legalità formale e all'imposizione sostanziale.
La direzione aziendale vuole approfittare di tutte le sue prerogative d'impiego della forza lavoro, economicamente legittimate. La dirigenza sindacale si fa forte della sua capacità di mediazione sociale e di rappresentanza indotta dalla base.
I casi FIAT e Alitalia di questi giorni esemplificano in modo lampante l'ipotesi tracciata.
Sono due aziende costrette a sostituire un top management, responsabile di flop di mercato e deficit di bilancio gravissimi, nonostante le facilitazioni governative e gli sconti sindacali, che continuano ad insistere nell'aumento della produttività e nel taglio dei costi del lavoro, quando avrebbero necessità prima di tutto di affrontare la crisi dei settori in cui operano con prodotti-servizi più attraenti.
Stanno tentando entrambe di sopravvivere e di risollevarsi continuando nei modelli di organizzazione produttiva e di assetto dei ruoli all'origine dei default. Per rimediare alla fragilità strutturale hanno puntato su un peggioramento delle condizioni di lavoro.
Basti pensare ai 3.000 provvedimenti disciplinari erogati dalla FIAT a Melfi nell'ultimo anno e ai 1.100 esuberi, che l'Alitalia intende dare in outsourcing in aggiunta ai 700 licenziamenti.
In queste circostanze si sono verificati gli scioperi spontanei e selvaggi con spaccatura tra sindacati collaborazionisti e incanalatori della protesta, blocco delle portinerie e delle merci in un caso e danni ai passeggeri nell'altro, emergere di cobas e autonomi, interventi del ministero del Welfare contro l' "antagonismo" a favore del "cooperativismo" dell'azione sindacale.
Una situazione maledettamente ingarbugliata che non può essere risolta che negoziando con i rappresentanti effettivi e legittimi della maggioranza dei lavoratori.
E' in questo ambito contrattuale soltanto che può avvenire concretamente una regolazione delle forme di lotta. Come raccontano le cronache delle due vertenze citate, le precettazioni e gli accordi separati servono a poco, tantomeno a rilegittimare le prerogative della governance.
Un "patto fra produttori" potrebbe essere l'inizio.