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31/03/2004
Gli argomenti di mar...

Gli argomenti di marzo

19 - Ageism; 24 - Antropologia del ridere; 25 - Conflitto d'interessi; 30 - Contratto fra generazioni; 16 - Cultura informatica; 31 - Formazione nell'UE; 12 - Globalizzazione; 2 - Grasso che cola 2; 8 - Lavoro e famiglia; 5 - Moda; 4 - Naming; 5 - Naming & competitività; 5 - Outsourcing; 1 - Plusvalenza; 19 - Pupazzetti di carta; 23 - Responsabilità ambientale delle imprese; 15 - Ricombinazione creativa; 25 - Riposizionamento; 2 - Salari europei; 15 - Segreti e bugie; 26 - Sempre più ricchi; 29 - Sicurezza sociale; 16 - Spesa pensionistica in Europa; 2 - Stagnazione economica; 12 - Stipendi; 22 - Turnaround; 16 - Vuitton fabbricasoldi.

Questo mese più di 6.000 persone hanno dialogato su "iriospark".

Per approfondimenti e documentazione scrivere a malfieri@irio.191.it.

Postato da: orsola a 11:53 | link | commenti

Formazione nell'UE

Percentuali della popolazione tra i 25 e i 64 anni, che nel 2002 hanno partecipato ad attività formative di qualsiasi tipo nelle quattro settimane prima dell'indagine. La ricerca è stata svolta nel quadrimestre finale dell'anno.

Regno Unito 22,3
Finlandia 18,9
Svezia 18,4
Danimarca 18,4
Paesi Bassi 16,4
Lussemburgo 7,7
Irlanda 7,7
Austria 7,5
Belgio 6,5
Germania 5,8
Spagna 5,0
Italia 4,6
Portogallo 2,9
Francia * 2,7
Grecia 1,2
UE 15 8,5

Fonte: Eurostat

* Il periodo di riferimento è quello contemporaneo allo svolgimento della ricerca.

In tutta l'Unione il tasso di partecipazione alle attività formative diminuisce con l'aumento dell'età: è il 15% tra i 25 e i 34 anni, ma del 3% tra i 55 e i 64 anni.

Pesa anche sull'accesso alla formazione il livello di quella di base, all'inizio dell'attività di lavoro: il 16% delle persone in possesso di un titolo superiore ha ricevuto formazione successiva, contro il 10% di quelli che hanno un diploma di scuola secondaria e il 2% di quelli senza qualificazioni scolastiche.

Postato da: orsola a 09:57 | link | commenti

30/03/2004
Contratto fra gene...

Contratto fra generazioni

Commentando l'uscita dell'ultimo libro del demografo tedesco Frank Schirrmaker "Il complotto di Matusalemme" (cfr. "Ageism", iriospark 19 marzo), abbiamo accennato alle attività del governo Raffarin per la gestione del fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, agli studi interdisciplinari e ai gruppi intercategoriali perciò costituiti.

In questo mese sono stati resi pubblici i risultati di numerose iniziative assunte da Università, istituzioni culturali, associazioni scientifiche e professionali, assicurazioni.

La CNAM - Caisse nationale d'assurance maladie ha affrontato la questione della salute degli anziani e del controllo della spesa per la loro assistenza, oggetto di un convegno a Parigi giovedì e venerdì scorsi. L'UIESP - Union internationale pour l'étude scientifique de la population ha organizzato per maggio un convegno mondiale su longevità e salute, insieme all'Università di Pechino. L'Università di Montpellier I sta diffondendo i risultati delle ricerche sulla speranza di vita, fatte dal suo INSERM - Institut national de la santé et de la recherche médicale.

L'INED - Institut national d'études démographiques ha appena pubblicato il suo Cahier 153: un libro di oltre 300 pagine, a cura di Jacques Véron, Sophie Pennec et Jacques Légaré, "Age, générations et contrat social" (Età, generazioni e contratto sociale), che affronta gli effetti dell'invecchiamento sul contratto sociale (cfr. "Sicurezza sociale", iriospark 29 marzo), che lega persone appartenenti a differenti gruppi d'età e che, per la durata, attraversa generazioni diverse.

Gli autori, guardando allo sviluppo impetuoso del fenomeno anziani, si propongono di rispondere a due domande precise: "Chi si occuperà di chi?" e "Chi pagherà per chi?".

La prima parte del libro è dedicata agli aspetti teorici del dibattito intergenerazionale. Vi sono analizzati il ruolo del Welfare State; è calcolato, lavorando sulle tendenze demografiche, il livello ottimale di redistribuzione delle generazioni attive; sono studiati i modi e le condizioni per riorganizzare il ciclo studio-lavoro-inattività, conciliando aspirazioni individuali e utilità sociale, confrontando offerta e domanda di lavoro.

Nella seconda parte sono affrontati i rapporti familiari e intergenerazionali, ricorrendo a studi di casi e alla relativa legislazione in Canada, Francia e Spagna. E' evidenziato il peso di differenti solidarietà familiari per differenti livelli di invecchiamento.

La terza parte sviluppa il tema della redistribuzione dei compensi pensionistici e dell'equità intergenerazionale. I casi del Regno Unito, della Germania, del Belgio e del Canada mostrano i vantaggi della coresidenza, della vicinanza e dell'assistenza familiare.

L'ultima parte analizza i rapporti fra tempi sociali ed età del pensionamento. Sono descritti i casi degli Stati Uniti e del Canada e indicate alcune ricerche sull'accompagnamento alla fine attività e sui modi di utilizzare il tempo degli anziani per il lavoro remunerato, la famiglia, il benessere psicologico.

Un'opera di respiro internazionale, esemplare per concretezza di dati, informazioni, esperienze e proposte comparative, che dimostra che non è con le trovate e gli show-off che va affrontata una questione, che avrà effetti su tutta la società nei prossimi anni.

Postato da: orsola a 16:42 | link | commenti (1)

29/03/2004
Sicurezza sociale V...

Sicurezza sociale

Venerdì sciopero generale contro la riforma delle pensioni e la politica economica del governo. A Bruxelles il Consiglio europeo discute il Rapporto della Commissione su come accelerare il cambiamento e stimolare più crescita, più occupazione e più coesione. I socialisti francesi fanno il pieno alle elezioni regionali. Conquistano domenica quasi il 50% dei voti complessivi e vanno al governo in 21 regioni su 23 contro la politica sociale, le riforme del welfare, a cominciare da quella delle pensioni, i tagli della spesa pubblica.

Si diffonde in Europa un clima di difesa e di ripresa della declinata sicurezza sociale, che nelle politiche del personale, praticate anche nelle aziende del nostro paese secondo le formule "Young in - Old out" e "Flessibilità dei lavoratori", ha le cause maggiori.

Il tema dell'impoverimento anche delle classi medie si coniuga nei mass media con quello della privatizzazione delle pensioni, della sanità, dell'istruzione.

Dalla Francia arriva l'ultimo libro di Robert Castel, un sociologo che ci ha abituati a suscitare riflessioni sui fondamentali della nostra società. E' intitolato "L'insécurité sociale, qu'est-ce qu'etre protégé?" (L'insicurezza sociale, che cos'è essere protetto?); un libretto di sole 96 pagine dense, pubblicato da Seuil, nella collana "La République des idées". Segue l'altro saggio di otto anni prima "Les métamorphoses de la question sociale. Une Chronique du salariat".

In quello Castel aveva dimostrato come proteggendo il lavoro e costruendo la proprietà sociale si era giunti, alla fine della produzione di massa e della prosperità economica, a vincere l'insicurezza sociale di tutti o quasi i componenti d'una società moderna per farne degli individui a partecipazione piena. Il diritto del lavoro e la protezione sociale avevano dato sicurezza alle persone in quanto appartenenti a delle comunità costruite attraverso le norme e dotati di uno statuto giuridico (comunità di lavoro e sindacali).

Nella sua nuova opera l'autore vuole analizzare un paradosso: più c'è sicurezza, più se ne chiede sul piano civile, dei diritti individuali, mentre sul piano sociale si sbriciolano parti intere di protezione collettiva. Protezione civile e protezione sociale invece dovrebbero andare di pari passo.

Lo Stato moderno si è costituito prima come un formidabile riduttore dei rischi civili, garantendo le libertà fondamentali, la sicurezza delle persone e dei loro beni. In un secondo tempo si è preoccupato di ridurre i rischi sociali, suscettibili di provocare una degradazione dell'integrità fisica e dell'individualità nei rapporti con gli altri (incidenti, malattie, avvenire in generale). "La protezione per l'avvenire assicurata dallo Stato è la maggiore conquista di sicurezza sociale. Ha funzionato finché lo sviluppo della società salariale sembrava inserirsi in una traiettoria ascendente, che massimizzava lo stock di risorse comuni e rinforzava il ruolo dello Stato come regolatore di questa trasformazione".

"Dalla fine degli anni '70 è cominciato un cambiamento profondo nel capitalismo con una generalizzata messa in mobilità delle relazioni di lavoro, delle carriere lavorative e delle protezioni legate alla condizione occupazionale. Una dinamica profonda che è insieme di decollettivizzazione, reindividualizzazione e insicurizzazione".

E' necessario ricongiungere diritti e protezioni per una rinnovata cittadinanza, fondata sull'importanza essenziale del bisogno di sicurezza. Lo Stato deve riprendersi le sue responsabilità di riduttore dei rischi civili e sociali e articolare in modo nuovo le relazioni fra flessibilità del lavoro e flessibilità del mercato. Con una piena realizzazione dei diritti di cittadinanza l'individuo sarà riconosciuto come una persona indipendente premunita contro gli imprevisti della vita.

Lo Stato deve regolamentare un nuovo intreccio tra mercato e lavoro perché ognuno abbia le risorse e i diritti necessari alle "relazioni di interdipendenza" con tutti. Ci vuole un diritto flessibile per adattarsi a questa configurazione.

"Bisogna adattare il nostro sistema di protezione sociale a tutto ciò, non rinunciarvi".

"Il capitalismo stesso potrà non trovare più la sua convenienza nel lavoratore usa e getta e nel lavoro come principale fattore d'aggiustamento economico, perché vivere alla giornata potrà rivelarsi controproducente".

Sono le conclusioni di Castel.

Postato da: orsola a 13:03 | link | commenti (2)

26/03/2004
Sempre più ricchi F...

Sempre più ricchi

Forbes informa che il totale della ricchezza personale posseduta dai primi 587 miliardari del mondo è cresciuta nell'ultimo anno di 500 miliardi di dollari, dai 1.400 miliardi del 2002 ai 1.900 del 2003.

La media pro-capite delle fortune è ora di 3 miliardi e 200 milioni di dollari (2 miliardi e 600 milioni di euro, più di 5 mila miliardi di lire).

Il più ricco è sempre Bill Gates, presidente della Microsoft, con 46 miliardi e 600 milioni di dollari, come il PIL della Romania.

Postato da: orsola a 12:19 | link | commenti

25/03/2004
Riposizionamento Il...

Riposizionamento

Il declino del consumo delle bevande a base di cola sembra inarrestabile nonostante il contributo della nuova Mecca-Cola nei paesi islamici. I due concorrenti storici The Coca-Cola Co. e PepsiCo Inc. da più di un quinquennio puntano a diversificarsi con altri prodotti e in altri settori.

Coca-Cola è il numero uno mondiale delle bevande gassate. Nel 2003 ha fatturato 21.044 miliardi di dollari con un utile netto di 4.347. E' presente in 200 paesi e ha 400 marchi anche nelle acque e nei succhi di frutta.

Pepsi è il quarto gruppo agroalimentare dietro Nestlé, Kraft e Unilever. Ha fatturato 26.971 miliardi di dollari con un utile di 4.781. Opera in 160 paesi anche nei settori degli snacks e dei chips, dei succhi di frutta e delle bevande energetiche.

La diversificazione di Coca-Cola non sembra favorita dalla buona stella.

Il 19 scorso la casa di Atlanta ha dovuto annunciare il ritiro in Inghilterra della sua nuova acqua Dasani. Vi erano state scoperte dalle autorità sanitarie tracce di bromato superiori alla norma. Il bromato è un cancerogeno, risultato della disinfestazione dai batteri e dai virus di quell'acqua, fornita semplicemente dalle condotte pubbliche della Thames Water, mineralizzata e venduta a 1,40 euro per mezzo litro. Operazione commerciale questa che già aveva subito le aspre critiche dei mass media e dell'opinione pubblica inglese.

Negli USA la contabilità Coca-Cola è stata sottoposta a ispezioni del dipartimento della Giustizia e della SEC, la Consob americana, dopo che un ex dirigente ha accusato l'azienda di manipolazione dei risultati.

La Commissione europea indaga dal 1999 sulle pratiche commerciali "discriminatorie" messe in atto dall'azienda nei confronti dei concorrenti e le ha impedito di comprare l'Orangina, sotto le pressioni di Pepsi.

Il gruppo di New York vuole approfittare della debolezza della sua avversaria, visti falliti tutti i tentativi di non rimanere la numero due mondiale delle bevande gassate.

Pepsi, già leader mondiale dei chips, ha accelerato la sua diversificazione, comprando Tropicana e fondendosi poi con Quaker Oats. In ottobre ha stipulato un accordo con Unilever per lo sviluppo del marchio Lipton.

Attualmente solo il 26% del suo fatturato è costituito dalle tradizionali cola e 7Up.

Il coordinamento di marketing sta realizzando un'integrazione strategica dei marchi aziendali, che la qualificano come un gruppo alimentare, che assume la leadership di una serie di mercati di nicchia ad alta redditività.

Pepsi appare come marca solo nei prodotti tradizionali, che non diminuiscono né in volumi, né in fatturato, ma che vengono anzi potenziati, come è il caso di Pepsi X, una bevanda energetica a base di cola. Affronta i diversi mercati con gli altri marchi, che possiede, legati agli altri prodotti "Aquafina", leader delle acque in USA, Spagna ed Europa centrale, "Lay's" nei chip, "Quaker Oats" nei cereali, ecc.

Le percentuali, mediamente il 13%, di incremento del fatturato sembrano darle ragione di questa scelta.

Postato da: orsola a 17:13 | link | commenti (1)

Conflitto d'interess...

Conflitto d'interessi

I giornali inglesi censurano la decisione dell'azienda Duchy Originals, produttrice di alimenti, cosmetici naturali e mobili da giardino, di mettere in vendita dall'altro ieri uno shampoo e un doposhampoo, che si chiamano Houmont (onore), come il motto del principe Carlo.

Le critiche non riguardano la scelta di un nome, che farebbe inorridire qualunque apprendista parrucchiere, ma il fatto che ad appiopparlo ai due prodotti per la cura della testa sia stata un'azienda di cui Carlo è comproprietario assieme al celebre coiffeur londinese Daniel Calvin jr.

Duchy Originals ha avuto nel 2003 vendite per 22 milioni di euro e 343mila euro di utili. E' una impresa con un centinaio di dipendenti, che ha sede nella home farm di Tetbury, confinante con la tenuta di Highgrove (Gloucestershire), residenza dell'erede al trono d'Inghilterra. Vende prodotti costosi di altissima qualità nelle boutique alimentari e nei reparti specializzati della grande distribuzione in tutto il mondo, ma soprattutto nel Regno Unito, nei paesi del Commonwealth e negli USA.

E' integrata nel ducato di Cornovaglia, un "fondo" creato nel 1337 da Edoardo III per garantire a suo figlio, il Principe nero, un reddito indipendente dagli emolumenti della Corona.

I profitti di Duchy Originals sono passati integralmente alla fondazione filantropica presieduta da Carlo e destinati alle attività benefiche di questa.

Un vero e proprio scandalo che un futuro regnante abbia "interessi diretti nel mondo degli affari", che "può dare un'altra scossa alla fiducia dei cittadini", come dicono ad un coro l'autorevole "Times" e il popolare "Mirror".

Postato da: orsola a 12:29 | link | commenti

24/03/2004
Antropologia del rid...

Antropologia del ridere

Appare in edizione italiana da Baldini, Castoldi, Dalai e in quella francese per Robert Laffont lo studio di Robert R. Provine, "Laughter: A scientific investigation" (Riso: un'indagine scientifica).

Il titolo asciutto non inganni. L'autore è un neurobiologo impegnato da 30 anni nello studio dello sviluppo, dell'evoluzione e dei meccanismi neurali del comportamento con approcci comparativi e interdisciplinari.

In Italia è noto anche presso un pubblico di non specialisti perché in passato ha operato nel laboratorio di Rita Levi Montalcini alla Washington University e qualche articolo divulgativo della sua ampia produzione pubblicistica è apparso in un settimanale di informazione.

Provine insegna Psicologia ed è vicedirettore dei programmi nelle neuroscienze dell'University of Mariland, a Baltimora.

Il suo libro, che arriva adesso in Europa, con qualche aggiornamento, è stato pubblicato negli Stati Uniti quasi quattro anni fa, è un'opera fondamentale sull'antropologia del ridere, investigato come strumento di relazioni sociali. Di esso analizza la storia naturale, il perché e quando si ride, i differenti comportamenti degli uomini e delle donne, gli effetti analgesici ed euforizzanti.

I risultati dello studio di Provine vengono da numerosissime osservazioni dei comportamenti umani nelle situazioni sociali comuni, da confronti con il ridere degli scimpanzé, da analisi di laboratorio sui diversi tipi di riso (normale, intempestivo, contagioso) e sui meccanismi cerebrali attivati.

Le conclusioni più significative sono l'esistenza di un codice comunicativo del ridere, i suoi rapporti con lo sbadiglio, il solletico e l'origine del linguaggio, i motivi che provocano il riso nervoso, come in un incredibile epidemia che colpì la Tanzania nel 1962, il perché le donne ridono più degli uomini e, al contrario di questi, per incominciare ad esprimersi e il perché quelli che parlano sono portati a ridere più di quelli che ascoltano.

L'opinione dell'autore è che ridere è una cosa troppo seria per essere lasciata agli spiritosi. Perciò, alla fine del libro, dedica anche un intero capitolo ai dieci trucchi più efficaci per ridere di più.

Una conclusione che merita d'essere seguita con particolare cura da aspiranti leader, oratori pubblici e ospiti televisivi.

Postato da: orsola a 14:35 | link | commenti

23/03/2004
Responsabilità ambie...

Responsabilità ambientale delle imprese

Tra i paesi europei e al loro interno fra le imprese è già partita la gara a chi mostra maggiore responsabilità sociale. Una direttiva in materia era al primo punto del programma del semestre di presidenza italiana dell'UE, ma non se ne fece niente. Le proposte illustrate in novembre dal ministro del Lavoro e delle Politiche sociali hanno già scatenato il solito effetto bandwagon di cacciatori d'opportunità e talkshowmen sull'impresa "etica".

Richiama alla realtà la presa di posizione dell'UNICE, l'Unione delle confederazioni degli industriali e dei datori di lavoro europei, all'avvicinarsi della scadenza del 31 marzo. In questa data infatti i governi nazionali dovranno inviare alla Commissione europea i loro piani per la riduzione tra il 2008 e il 2012 dell'8% delle emissioni di biossido di carbonio (CO2), che provocano l'effetto serra nell'atmosfera.

E' un adempimento derivante dalla ratifica dell'impegno preso al vertice di Kyoto nel dicembre 1997, fatta dall'UE nel maggio 2002, di riportare queste emissioni al livello del 1990, quando l'inquinamento era già elevato, ma non aveva avuto l'impennata che ha assunto negli ultimi 25 anni.

I limiti per industria e paese avvengono attraverso un complicato gioco di compensazioni. Ma si sa già che 12 mila impianti e sei settori produttivi (quelli dell'energia, della raffinazione del petrolio, della metallurgia, della cementeria, della vetreria, della ceramica e dell'industria cartaria) vedranno aumentare i loro vincoli ecologici e che alcuni dei 25 paesi dell'Europa allargata dovranno cambiare radicalmente le loro abitudini industriali.

121 paesi nel mondo hanno già ratificato il protocollo di Kyoto. La Russia e gli USA no. Putin ha sostenuto la tesi del disimpegno, in appoggio alla posizione assunta dal RSPP (la confindustria locale). Gli Stati Uniti, che rappresentano il maggiore diffusore di CO2 avevano sottoscritto l'accordo per la limitazione delle emissioni di gas ai tempi di Clinton, ma Bush non l'ha ratificato e propone una riduzione volontaria degli inquinamenti. A Russia e USA va aggiunta la Cina, che è il secondo inquinatore del nostro pianeta. Anch'essa fuori accordo.

L'Italia e la Spagna si sono dichiarate favorevoli a una revisione dell'impegno europeo.

Gli industriali dell'UNICE dichiarano di temere una riduzione unilaterale e solitaria. Qualche grande gruppo siderurgico, come ThissenKrupp, minaccia di congelare un importante investimento in Germania. Nello stesso settore qualche altro, come Ancelor, è ricorso alla Corte di giustizia europea. Lottare l'inquinamento ridurrebbe la competitività dell'industria europea. Non sarebbe solo questa la fonte delle emissioni di gas nell'atmosfera.

Il riscaldamento climatico sta provocando, come è noto, la tropicalizzazione dell'Europa e una serie di fenomeni meteorologici estremi, lo scioglimento dei ghiacci (perfino della calotta polare) e la riduzione delle risorse idriche del mondo.

L'accordo di Kyoto aveva ricevuto l'adesione di più di 200 paesi. Può essere rivisto, se ha delle carenze o dei punti deboli, così come l'impegno dell'UE, purché si faccia in fretta a dichiararsi e a negoziare efficacemente.

E' una raccomandazione che riguarda particolarmente le imprese "etiche", certificate EMAS, del nostro paese.

Postato da: orsola a 16:48 | link | commenti

22/03/2004
Turnaround Machinex...

Turnaround

Machinex è un videogame strategico per PC e Xbox, sviluppato da Reade. Ha avuto grande successo nelle business school di USA e Canada e sta per essere distribuito anche in Europa e in versione italiana.

La vicenda è ambientata in una multinazionale americana, che produce beni di consumo durevoli con stabilimenti localizzati nei cinque continenti e fa un terzo delle vendite tra USA e Canada.

Può essere giocato da uno a dodici giocatori, che possono simulare la situazione di un manager o di un comitato che decide e realizza un turnaround.

Il gioco si apre nella stagnazione economica di fine secolo e prende in considerazione i cambiamenti dello scenario politico con il terrorismo e la guerra in Irak, la disoccupazione e il calo dei consumi privati. Tutti avvenimenti che indeboliscono la competitività e l'equilibrio economico dell'azienda.

Il giocatore, o i giocatori, assumono il ruolo della direzione. Si dividono le responsabilità e possono addirittura dare il proprio volto e il proprio nome alle figure che si muovono sullo schermo. Hanno il compito di raddrizzare la situazione aziendale, realizzando una nuova strategia di mercato e migliorando i processi e i prodotti in maniera congruente.

Il feed back delle giocate è dato dal totalizzare un determinato punteggio, costituendo il nuovo top management e competendo con grandi multinazionali nell'attrarre clienti sfiduciati.

Per completare il gioco sono necessarie più di venti ore, che mettono a dura prova la reattività dei protagonisti.

La grafica è fatta di figure e situazioni di un realismo impressionante, con luci e suoni eccellenti. Un videogame al di sopra della media.

Postato da: orsola a 12:31 | link | commenti (3)

19/03/2004
Pupazzetti di carta ...

Pupazzetti di carta

Dover è un editore di New York, che pubblica molti di quei libri, diffusi per necessaria virtù domestica in un paese come gli USA, in cui i servizi su misura e a domicilio sono rari e costosi: il fai-da-te nelle riparazioni idrauliche ed elettriche, la cura del verde, la cucina, ecc.

Tom Tierney è probabilmente un esperto di passatempi economici, che allenano al bricolage e aiutano a produrre risultati esteticamente apprezzati dalle buone famiglie e dalle associazioni patriottiche dell'Idaho e dell'Alabama. Lo immaginiamo, armato di lente d'ingrandimento, intento a riprodurre minuziosamente le fotografie dei suoi vicini e i quadri di musei, che non visiterà mai.

Dover e Tierney insieme pubblicano una collana di libri contenenti figure da ritagliare. E fin qui niente di nuovo. La novità è che i pupazzetti di carta hanno raffigurato finora la famiglia reale britannica, Jacqueline Kennedy e Onassis, le star del cinema degli anni '50 e, adesso, il 43° presidente USA, George W. Bush, sua moglie Laura e le due figlie Barbara e Jenna. 8 pupazzetti, dotati di 26 abbigliamenti completi per le inaugurazioni ufficiali, i balli di gala, il lavoro, lo sport e altro.

Come tutta la produzione Dover, anche questa è in vendita su Internet, con sconti per acquisti superiori alle 25 copie ed è accompagnata dai commenti favorevoli di clienti non solo dagli USA (Houston e Indy), ma anche da Singapore e Londra, che suggeriscono nuove utilizzazioni.

Postato da: orsola a 12:08 | link | commenti (1)

Ageism Si va manife...

Ageism

Si va manifestando una nuova forma di razzismo contro gli anziani, un insieme di pregiudizi e tabù interiorizzati anche dai meno giovani, che si esprime in credenze prive di fondamento scientifico, come quella comunissima, del decrescere significativo delle prestazioni intellettuali con l'età.

Il demografo tedesco Frank Schirrmacher chiama questo fenomeno "ageism" nel suo ultimo libro "Il complotto di Matusalemme". Il numero di Der Spiegel di questa settimana ne pubblica un estratto in anteprima.

L'invecchiamento della popolazione in occidente è un fenomeno il cui impatto è gravemente sottovalutato. Anzitutto nelle stime.

Il direttore della sezione Demografia del Max Planck Institut, James Vaupel, ha contestato i dati del governo USA, secondo il quale nel corso dei prossimi settant'anni la durata media della vita, a livello mondiale, arriverà a 83,9 anni. Vaupel sostiene che vivremo fino a 101,5 anni.

E' necessario ripensare in modo radicale e positivo l'invecchiamento, che rischia di assumere la forma di un conflitto di civiltà tra "società di vecchi" e "società di giovani".

Secondo Schirrmacher, il mondo islamico è un mondo di giovani, la cui adesione al fondamentalismo è il frutto di una protesta paragonabile a quella del '68.

Il governo francese dedica molta attenzione al fenomeno dell'invecchiamento. I ministeri della sanità e del lavoro hanno condotto numerosi studi interdisciplinari e costituito gruppi intercategoriali.

Analogamente si sta comportando il governo tedesco, che è partito dall'ipotesi che non basti intervenire sull'allungamento dell'età pensionabile dei lavoratori, ma bisogna cominciare ad intervenire con la formazione permanente e la gestione personalizzata degli orari di lavoro.

Nel programma del nuovo governo spagnolo sono indicate linee guida per l'incremento dell'occupazione dei lavoratori anziani, come definito nell'accordo di Lisbona dei ministri europei del lavoro.

Postato da: orsola a 09:58 | link | commenti (2)

16/03/2004
Vuitton fabbricasold...

Vuitton fabbricasoldi

318 negozi in 51 paesi, fra cui Cina e India, vendite per 3 miliardi e 800 milioni di dollari nel 2003 con un incremento del 16%, un margine operativo del 45%, con questi risultati Louis Vuitton ha festeggiato il suo 150° compleanno.

L'azienda del lusso appartiene dal 1989 al gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy), che vende anche champagne, cognac e profumi. In 15 anni ha quintuplicato le sue vendite e incrementato gli utili sei volte.

Il suo prodotto di punta sono le borsette in tessuto con il monogramma dell'azienda, prodotte e controllate nella qualità della realizzazione, con una cura maniacale, da undici laboratori francesi e due spagnoli. Questa linea ha avuto l'anno scorso l'aggiunta di un nuovo modello multicolore, disegnato dal giapponese Takashi Muracami, che ha venduto per 300 milioni di dollari.

Il 55% del fatturato è realizzato in Giappone e l'8% in Cina, dove è presente dal 1992 e quest'anno aprirà altri quattro negozi.

Nel mercato mondiale è grande il doppio dei diretti concorrenti Prada, Gucci e Hermes, che hanno tassi di crescita e margini di gran lunga inferiori.

Il suo principale punto di forza è la fanatica lealtà dei clienti.

Business Week di questa settimana dedica l'articolo di copertina a "The Vuitton money machine. Inside the worlds biggest, most profitable luxury brand" (la macchina fabbricasoldi Vuitton. Dentro il marchio del lusso più grande e profittevole al mondo), un'inchiesta realizzata tra New York, Chicago, Parigi, Tokio e Bombay.

I motivi dello straordinario successo dei prodotti Vuitton vanno cercati nel loro significato di oggetti di lusso, che rappresentano il valore massimo della moda.

Entrare in un negozio della marca, avere a che fare con il personale di vendita è l'equivalente dell'ingresso in un tempio, dove si compie la liturgia dell'accoglimento o del rinnovamento dell'appartenenza a un'élite. Le borsette hanno nomi antichi e apparentemente impropri: bauletto, sacco, busta, custodia. I modelli si ripetono sostanzialmente uguali, in pelle e tela, da sempre. Sono venduti soltanto nei 318 negozi monomarca.

La leggenda vuole che le loro cuciture, le chiusure a scatto e le cerniere siano inalterabili e sottoposte a migliaia di controlli in fase di fabbricazione. Sono garantite oltre ogni usura possibile.

Il prezzo è elevatissimo ed è una componente fondamentale del marketing di prodotto.

Chi compra le borse Vuitton, può esibire, con il monogramma LV nel tessuto, la sua posizione al vertice del consumo, sancita dalla targhetta di identificazione antimitazione.

La trasformazione da oggetto di consumo in oggetto di culto è quasi automatica.

Postato da: orsola a 17:12 | link | commenti (2)

Cultura informatica ...

Cultura informatica

"Una collega mi raccontava che uno studente, in un biglietto, le aveva scritto 'grazzie' e, alle sue rampogne, aveva risposto che non aveva importanza perché, se l'avesse scritto non a mano ma come di consueto al computer, questo avrebbe provveduto a correggerlo.

L'utilissima possibilità di inviare sms, mi ha detto un altro collega, induce alcuni studenti a chiedere, per tale via istantanea, il giorno prima dell'esame quali libri è opportuno leggere per l'esame stesso, libri il cui elenco è affisso in bacheca".

Da Claudio Magris, "La mia università scomparsa", Corriere della Sera, 16 marzo 2004.

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Spesa pensionistica ...

Spesa pensionistica in Europa

Percentuali sul totale del Welfare nel 2001.

La spesa media nell'UE dei 15 è del 46,1%. In Italia supera il 60% perché la popolazione con più di 60 anni è il 24% di quella totale, contro il 21,5% europeo. In Irlanda succede il contrario. La spesa pensionistica rappresenta meno del 30% perché quasi un terzo degli irlandesi ha meno di 20 anni, contro una media europea del 23,1%, e la popolazione con più di 60 anni non arriva al 15%.

Italia 60,1
Grecia 50,0
Austria 49,2
Regno Unito 48,0
U. E. 46,1
Portogallo 45,9
Spagna 45,8
Belgio 45,7
Francia 45,5
Germania 44,0
Paesi Bassi 42,0
Lussemburgo 40,0
Svezia 39,0
Danimarca 38,0
Finlandia 35,2
Irlanda 30,1

Fonte: Eurostat

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15/03/2004
Ricombinazione creat...

Ricombinazione creativa

Eric Abrahamson è noto anche in Italia per i suoi studi sulle mode manageriali e per l'insegnamento di management alla Columbia Business School.

In più saggi pubblicati tra il 1990 e il 1999 egli ha rilevato il danno che le mode possono arrecare alle performances economiche delle aziende, i motivi della loro diffusione sulla base di considerazioni o interessi diversi da quelli della scelta razionale e dell'efficacia tecnica, la loro funzione di ridefinizione delle credenze collettive, di legittimazione delle aziende da parte dell'ambiente in cui si muovono.

Abrahamson ha insegnato a distinguere tra "fad" (voga) e "fashion" (moda). I primi non sono inseriti in una serie storica di cambiamenti, hanno un carattere erratico e parossistico con veloci diffusioni e altrettanto veloci abbandoni, dopo aver raggiunto l'apice. Le mode sono messe in atto da individui o organizzazioni specializzati nella loro formulazione e non sono inventate da chi le formula, come già diceva Jay Galbraith.

Gli individui e le organizzazioni specializzati svolgono un'attività di individuazione, selezione e confezionamento. In questa "pacchettizzazione" spiccano le società di consulenza, con i loro "guru" e la loro letteratura.

L'onda anomala della "gestione del cambiamento" (change management) si inserisce nel quadro dell'organizzazione flessibile, dei modelli di Business process reengineering, sostenuti dall'Information and Communication Technology. Sono modelli che richiedono un grosso impegno individuale in un gioco di squadre interdipendenti, integrate su varietà di obiettivi di processo.

Il change management è una confezione, formulata da una delle maggiori società di consulenza, multinazionale a matrice americana, sulla base di esperienze compiute dall'industria hi-tech e poi diffusa e imitata.

Abrahamson se ne occupa nel suo ultimo libro "Change without pain: how Managers can overcome initiative overload, organizational chaos and employee burnout", Harvard Business School Press, Harvard, 2003.

"Per più di due decenni, egli scrive, la regola del business è stata 'cambiare o perire'. Ma un numero crescente di aziende sta perendo per il cambiamento. Che bisogna fare?".

"Non si deve costruire per il futuro, facendo a meno di tutti i componenti accumulati in passato". Il pericolo di una "distruzione creativa", necessaria a far crescere e prosperare ogni organizzazione è l'avvio di un faticoso ciclo con un sovraccarico di attività, di caos e di cinismo degli operatori. Bisogna invertire questo ciclo.

Sulla base di dieci anni di ricerca e di una dozzina di esperienze, Abrahamson sostiene che "le aziende devono imparare a cambiare il modo di fare cambiamento". Serve perciò una "ricombinazione creativa". Più che dimenticare e ricominciare da capo, si deve cercare una "trasformazione sostenibile e ripetibile, riconfigurando le persone, le strutture, le culture, i processi e i rapporti che l'azienda ha avuto finora", al contrario di quello che i pacchetti del "turnaround" e del "change management" hanno proposto.

Non manca anche qui la cassetta degli attrezzi per un cambiamento organizzativo efficiente e senza danni e la guida per usarli appropriatamente. "Il cambiamento richiede di lavorare veramente per il cambiamento".

Nonostante i limiti didascalici della scrittura, il libro offre spunti di riflessione e apre gli occhi sui pericoli di una adozione indiscriminata di un altro "fad", anche nel nostro paese.

Postato da: orsola a 15:51 | link | commenti

Segreti e bugie Il ...

Segreti e bugie

Il risultato delle elezioni spagnole di ieri, dopo la tragedia degli attentati di giovedì, sorprende chi è abituato ai comportamenti dei nostri politici, alla rissa quotidiana e all'indifferenza del nostro elettorato.

Stupisce ancora, a distanza di oltre quaranta anni dallo scandalo Profumo e dall'affare Watergate, la capacità di indignarsi per le menzogne dei rappresentanti del governo, che i popoli di quello che una volta si chiamava il sistema capitalistico occidentale manifestano, chiedendo di conoscere la verità dei fatti e punendo, come nel caso spagnolo, i mentitori.

Stupisce ancora noi, che siamo troppo impregnati di machiavellismo per non aspettarci il peggio da quelli che si occupano della cosa pubblica. Mentre in un paese normale può accadere che il partito di governo da due legislature, quel Partido Popular pronosticato fino a venerdì vincitore delle elezioni a larghissima maggioranza, sia messo in minoranza.

Eppure il governo Aznar ha migliorato il PIL, con un tasso fra i più elevati dell'UE (2,4%), e il suo rapporto con il debito pubblico (53,8%), ha ridotto il tasso di disoccupazione (11,3%) e aumentato quello di occupazione (58,4%), ha contenuto la pressione fiscale (1,9%) e dotato il paese di moderne infrastrutture (ferrovie, autostrade, aeroporti e altre opere civili).

In politica estera è stato però il più zelante seguace della linea Bush, contendendosi con il governo italiano il primato della fidelizzazione, senza curarsi del dissenso del 90% della popolazione spagnola per l'avventura irachena, giustificata anch'essa, fra i tanti motivi possibili per abbattere la dittattura di Saddam Hussein, con il suo possesso di armi di distruzione di massa, mai trovate.

Una falsificazione che non ha mai legittimato pienamente un intervento che continua a costare troppe vite umane.

La sconfitta di questa scelta di allineamento è probabilmente all'origine della strage terroristica alla stazione di Atocha (una ritorsione criminale?) e del fallimento del tentativo elettoralistico del Partido Popular, che già si sentiva in sella con il delfino di Aznar, di attribuirne la responsabilità all'ETA e agli indipendentisti baschi.

Ma in un paese normale succede che le bugie si scoprano presto, che la gente protesti il suo sdegno per la manipolazione dei fatti, sanzioni i comportamenti autoritari, della "dittatura della maggioranza", interrompa il passaggio ereditario della proprietà del governo ed elegga un primo ministro quarantenne.

Postato da: orsola a 11:43 | link | commenti (5)

12/03/2004
Stipendi Dopo gli U...

Stipendi

Dopo gli USA e il Regno Unito cresce anche in Francia e in Germania l'opinione contraria alle immeritate e alte retribuzioni dei top manager aziendali. Particolarmente prese di mira sono le indennità di fine rapporto, liquidate ai capi azienda allontanati nel mezzo di una crisi, mentre dipendenti, fornitori, clienti, azionisti e banche sono penalizzati.

Il dibattito è arrivato sui mass media francesi da quando Pierre Bilger, ex presidente-direttore generale (PDG) dell'Alstom, ad agosto, ha restituito i 5,2 milioni di euro, ricevuti come liquidazione, dopo la scoperta pubblica delle gravi difficoltà finanziarie dell'azienda, che aveva diretto. Se ne è trattenuti altrettanti invece l'ex esponente di vertice della Pechiney, allontanato nello stesso tempo e per gli stessi motivi, e un po' meno quello della Rhodia, uscito a ottobre.

In Germania è balzato al centro dell'attenzione il presidente di Deutsche Bank, che si è aumentato lo stipendio del 60%, a 11 milioni di euro. La cifra, rivelata dal Financial Times, costituisce un record per un capoazienda. Il compenso arriva in un momento di buoni risultati economici della banca, ma il presidente è coinvolto nell'affare Mannesman, dove è indagato per abuso di fiducia.

Risultati, prestazioni e competenze sembrano non giustificare in nessun modo quelle retribuzioni.

Esemplare è in Italia da questo punto di vista il settore delle assicurazioni private. Qui i top manager operano in un mercato largamente protetto, a tariffe concordate e amministrate, con organizzazioni tradizionali per strutture e prodotti, inflazionate da ruoli a denominazione di vertice, appiattiti su un decisore unico, responsabile di giochi finanziari, che servono spessissimo per fare l'equilibrio di bilancio.

I capi di queste compagnie hanno compensi milionari. Analizzati con la tecnica della job evaluation, risulterebbero ampiamente sopraremunerati rispetto ai detentori degli effettivi ruoli di vertice anche delle grandi banche.

In proposito, la Confindustria svedese ha presentato il 3 marzo una "Carta delle retribuzioni" dei dirigenti, che ne stabilisce montanti e limiti.

La Commissione europea ha avviato il mese scorso una consultazione, base per emanare una direttiva, a proposito delle elevatissime e ingiustificate retribuzioni attuali.

In attesa che siano gli azionisti ad esercitare il loro diritto di controllo, ben venga una norma, che fissi criteri e parametri retributivi ed eviti le iniquità di compensi, aumentati nell'ultimo anno in Europa dieci volte più in fretta di quelli medi degli altri dipendenti aziendali.

Postato da: orsola a 13:05 | link | commenti (4)

Globalizzazione Cre...

Globalizzazione

Crescono le preoccupazioni negli USA per le delocalizzazioni, l'outsourcing di lavorazioni verso i paesi, dell'Asia e dell'Europa orientale principalmente, in cui la manodopera costa meno.

Quello che è stato il perno della globalizzazione nell'ultimo decennio viene messo in discussione dinanzi ad una ripresa economica, che fa leva su un dollaro debole e la poca occupazione. Sono stati creati 21 mila nuovi impieghi invece dei 125 mila attesi e c'è soprattutto il pericolo, secondo le previsioni formulate dall'Università della California e dal Forrester Research Center di Boston, che nei prossimi quindici anni da 3 a 3,5 milioni di posti di lavoro, essenzialmente nel settore dell'ICT, possano lasciare gli Stati Uniti per essere delocalizzati.

Per contenere i fenomeni il Congresso sta discutendo un disegno di legge che costringerà gli addetti ai call center a dichiarare, alla risposta, il luogo da cui parlano.

Il Senato ha approvato una legge che vieta le delocalizzazioni, quando l'impresa gode di contributi federali, e sta esaminando una proposta dei Democratici che obbliga le aziende a dare notizia sulla loro decisione di trasferire delle lavorazioni, almeno con 90 giorni di preavviso.

Progetti di legge antidelocalizzazione sono stati presentati in almeno 30 Stati.

La questione divide la business community, in cui all'opposizione di General Electric e Gillette, che si sono rivolte alla Securities and Exchange Commission (SEC), denunciando le conseguenze delle "misure protezionistiche", ha corrisposto la costituzione della Coalizione per lo sviluppo economico e l'occupazione, che riunisce le Camere di commercio, la Business Roundtable (che associa i 150 maggiori gruppi), l'Associazione dei banchieri e quella degli industriali.

E' messo in discussione non il valore della globalizzazione, ma la sua variante più diffusa, quella che punta quasi tutto sulla riduzione del costo del lavoro.

Contro questa globalizzazione selvaggia si schiera anche l'ultimo numero di Harper's Magazine con un articolo di apertura intitolato "The Collapse of Globalism and the Revival of Nationalism". L'autore, John Ralston Saul, scrive che è arrivata la fine della globalizzazione. Per anni è stata "una santa trinità fatta di mercati fiorenti, tecnologia inarrestabile e manager senza frontiere, che ha attecchito in paesi imbevuti di mitologie greche e giudaico-cristiane proprio per la sua bizzarra confusione di salvezza, fatalismo e castigo".

La globalizzazione sta finendo per le sue stesse contraddizioni. Oggi "siamo nel mezzo di una catastrofe politica caratterizzata da livelli impressionanti di violenza nazionalista, l'esatto contrario dell'ideologia di un mondo unificato dai mercati. E come se non bastasse, la globalizzazione non è più globale: l'America Latina, l'Africa e buona parte dell'Asia non ci credono più".

Postato da: orsola a 10:55 | link | commenti (2)

08/03/2004
Lavoro e famiglia 8...

Lavoro e famiglia

8 marzo, solito ritualismo di dati. Nella scuola pubblica le donne superano i tre quarti del personale, nel pubblico impiego sono più della metà. La ministra Prestigiacomo si porta il bambino sul lavoro. Una società di indagini retributive scopre che la media ponderale degli stipendi femminili è inferiore a quella dei compensi maschili dal 5 al 12%.

Game over l'anno prossimo. Ma la ricorrenza è troppo importante per sfuggire all'obbligo di qualche considerazione.

1. Non c'è bisogno di ricerche per sapere che le aziende hanno bisogno di continuità di prestazione, come i lavoratori di continuità di appartenenza.

In tempi di knowledge work, flessibilità e controllo dei costi, qualunque assenza di tecnici e specialisti si ripercuote negativamente sulle prestazioni organizzative, baricentrate sulla riduzione continua del time to market.

2. Nell'Unione Europea il nostro paese ha il primato dei pochi e cattivi servizi alla persona. I servizi alla famiglia non esistono.

Con l'aziendalizzazione della macchina dello Stato, alle annose carenze burocratiche si sono venute a sommare le distorsioni gestionali delle organizzazioni pubbliche per l'assistenza e la solidarietà sociale. L'esempio più clamoroso è dato dagli asili nido, dalle scuole materne e da quelle del primo ciclo educativo, che non corrispondono alle esigenze dei cittadini, neppure con il "favore" della denatalità.

3. Le donne, le loro famiglie e le organizzazioni in cui lavorano fanno perciò da risolutrici di problemi, che la macchina dello Stato si fa pagare con il prelievo fiscale, ma che scarica su di loro e affronta solo nelle dichiarazioni populistiche.

Per tradizione, che si richiama alla cultura di genere, il lavoro delle mogli serve poi a integrare quello dei mariti, il primo su cui la famiglia nucleare investe per ritorno economico e di status fino a quando impegno e attesa hanno senso.

Non è un caso che pochissimi uomini abbiano chiesto alle aziende il congedo per la nascita di un figlio. Mentre ciò è avvenuto più di frequente nelle pubbliche amministrazioni, dove le donne hanno una indubbia, maggiore possibilità di conciliare tempo di lavoro e di cura della famiglia, ricorrendo ad accorgimenti formali ed informali.

4. Il lavoro delle donne è apprezzato e merita investimento familiare se per reddito e soddisfazione lavorativa vale più di quello dell'uomo e la famiglia può procurarsi i servizi privati che le sono necessari. I dati degli istituti di ricerca mostrano chiaramente l'importanza del primato economico e sociale delle carriere lavorative (delle donne e degli uomini) nell'equilibrio dei rapporti di genere in seno alla famiglia.

Ma finché peserà sulle famiglie e sulle aziende tutto il peso dei servizi alla persona, il riequilibrio dei rapporti resta solo un auspicio d'ingegneria sociale. Ogni dichiarazione di voler riconoscere la parità dei diritti, alleggerendo il doppio impegno delle donne, nei fatti è soltanto motivata da deboli sforzi di mascherare tutte le inadempienze in materia di politica di sostegno alla famiglia.

Postato da: orsola a 15:05 | link | commenti (2)

05/03/2004
Moda I sociologi ha...

Moda

I sociologi hanno studiato la moda fino dal primo suo apparire come fenomeno di massa. Simmel, Sombart e Veblen, per risalire ai classici, si sono occupati della diffusione delle mode, nell'abbigliamento, nell'arredamento, nell'architettura, nell'estetica in genere, da espressione peculiare d'élite a comportamento collettivo vincolante sull'individuo.

La diffusione è stata spiegata con l'intenzione degli iniziatori e dei seguaci della moda di riconoscersi come appartenenti agli stessi strati sociali, con la volontà di distinguersi, con la difficoltà di conservare nel tempo la propria identità. Il focus degli studi condotti dall'esterno è stato il comportamento di consumo.

Guillaume Erner lavora da dieci anni nella moda. E' un addetto ai lavori, che ha contribuito al successo di alcune griffe e insegna sociologia della moda a l'Institut d'études politiques de Paris. Il suo ultimo libro è "Victimes de la mode? Comment on la crée, pourquoi on la suit" (Vittime della moda? Come si crea, perché è seguita), La Découverte, Paris, 2004. Analizza dall'interno il processo di identificazione delle tendenze e creazione, divisione del lavoro e architettura della marca, che costituisce il fashion system.

Erner dimostra che le vittime della moda non sono soltanto, come ci si aspetterebbe, gli oltranzisti seguaci delle manipolazioni diaboliche degli stilisti o i sofferenti della sindrome d'acquisto compulsivo. Sono vittime della moda prima di tutti i trend setter, i creativi, i fashion maker e gli strateghi, quelli che decidono le collezioni, continuamente a rischio di flop di mercato se i clienti non comprano.

Il libro di Erner è articolato in tre parti: la nascita della griffe, la fabbrica delle tendenze e l'adesione alla nuova moda. Vi sono analizzati i motivi del successo di Gucci, Benetton, Colette, Lagarsfeld ed è spiegato il valore dell'imitazione e della followership nell'abbigliamento per fingere di cambiare quell'identità che si vuole conservare. Siamo tutti artefici e vittime della moda, secondo l'autore.

Postato da: orsola a 17:40 | link | commenti

Naming & competi...

Naming & competitività

Hidden & Dangerous 2 è il secondo capitolo di un videogame realizzato nel 1999, che aveva innovato il gameplay. E' un gioco strategico sviluppato dai cechi della Illusion Softworks, ambientato durante la seconda guerra mondiale. Chiede di comandare con successo delle piccole unità d'assalto inglesi per liberare territori invasi da truppe nemiche.

Le squadre, composte da 6 ufficiali e 60 fra soldati e sottufficiali, appartengono alla Brigata SAS (Servizio Aereo Speciale), nome scelto a suo tempo per far credere al servizio segreto tedesco che l'ottava Armata disponeva di una brigata aviotrasportata.

Il gioco è diviso in nove campagne, ognuna delle quali ha un numero variabile di missioni, che sono in tutto 23. Può essere giocato in single o in multiplayer, andando dalla Libia alla Norvegia, dalla Birmania all'Austria, alla Francia, alla Cecoslovacchia e operando sempre dietro le linee nemiche.

Ci sono cinque diversi modi di agire.

Prima di iniziare una missione i giocatori vengono informati sugli obiettivi e sulle caratteristiche del posto in cui essa dovrà essere compiuta (territorio, ostilità, favoreggiamenti).

Hanno perciò la scelta dei componenti la loro squadra e dell'equipaggiamento. Una volta in missione non si può tornare indietro. Il comandante ha completa autonomia tattica e di gestione delle risorse.

Il gioco può essere condotto per oltre 40 ore e fa realizzare strategie e risultati diversi a seconda delle scelte e della reattività alle situazioni impreviste.

La grafica è curatissima. Le figure presentano un realismo impressionante. Il sonoro è impeccabile.

Un gioco che si presta a simulare presa di decisione, attuazione della decisione e controllo dei risultati, utilissimo per la formazione manageriale di più livelli gestionali.

Postato da: orsola a 12:37 | link | commenti

Outsourcing L'area ...

Outsourcing

L'area di Bombay in India va sostituendo la Silicon Valley in California come polo mondiale dell'hi-tech. I giovani programmatori statunitensi devono competere con quelli indiani, che guadagnano cinque volte meno. Negli ultimi tre anni oltre 80 mila posti di lavoro ad altissima qualificazione sono stati delocalizzati nei paesi asiatici.

Gli ingegneri indiani e pakistani hanno elevatissime competenze, lavorano molto e si accontentano di retribuzioni scarse.

Quest'anno un posto da esperto ICT su dieci delle aziende statunitensi sarà collocato in Asia o in Europa orientale.

La minaccia dell'outsourcing attira l'attenzione di Business Week di questa settimana, dopo quella di Wired, il mensile dell'innovazione industriale e delle nuove tecnologie, uscito nelle edicole la scorsa settimana.

L'articolo di Business Week "Software: Will outsourcing hurt America's supremacy?" (software: la terziarizzazione danneggerà la supremazia americana?) è un grido d'allarme per uno dei metodi di globalizzazione più usati dalle aziende americane per essere competitive.

Ma gli effetti dell' "azienda estesa" si fanno sentire dovunque nel mondo occidentale. In Italia, per esempio, l'occupazione stabile continua a diminuire da tre anni. Le ultime rilevazioni ISTAT denunciano una perdita di 21 mila posti di lavoro nella grande impresa e una contemporanea diminuzione progressiva di competitività.

Postato da: orsola a 10:00 | link | commenti (1)

04/03/2004
Naming Capita di fa...

Naming

Capita di fare visita alla mamma, che ha appena avuto un figlio e di scoprire che non si trova in clinica al reparto maternità, come aveva detto, ma al "punto nascita" o che l' "OSF", che raccoglie fondi per iniziative di solidarietà sociale, è l'Opera San Francesco per i poveri o che l'acqua di rubinetto, sia pure trattata, proviene dalle condotte pubbliche ed è imbottigliata e venduta dalla Coca Cola come "Dasani" o che "Intesa" indica il maggiore gruppo bancario italiano, che riunisce alcune grandi aziende di credito.

Questi appena citati sono soltanto quattro tra gli innumerevoli esempi possibili di "Naming", la tecnica della denominazione, una delle principali componenti della brand leadership.

Assegnare un nome a un'organizzazione, un'attività, un prodotto serve a renderli riconoscibili, a costruirne l'identità nelle relazioni d'utilità. Contribuisce a caricare di significato e ad aumentare il valore economico e sociale di chi o che cosa viene chiamato in un certo modo.

Per la strategia di marca il naming è una sintesi di coerenze comunicative, che connotano la denominazione che
- corrisponde alle attese dei destinatari e non li spiazza per mancanza di riferimenti alla funzione del "prodotto" nel loro contesto,
- è riconosciuta come facilitatrice, che individua le differenze tra un "prodotto" e gli altri,
- carica emotivamente la rappresentazione verbale del "prodotto" stesso.

Per esempio, il nome Banca Intesa è particolarmente efficace, allude alla sua origine e al rapporto con i clienti. Un'automobile con un nome di fiore si collega ad una motorizzazione a basso inquinamento ambientale, quella con una sigla o un numero fa tecnologia, quella chiamata come un animale feroce ricorda l'aggressività e la potenza.

Non rispettare i principi fondamentali della tecnica della denominazione ostacola la condivisione di significato e diminuisce il valore economico e sociale di chi o che cosa subisce l'assegnazione di un nome inadatto.

Punto nascita riecheggia punto vendita e fa pensare al mercato dei bambini. Non suscita certo la fiducia delle partorienti e rinforza l'immagine più comune della malasanità pubblica. OSF rende ambigua l'identità dell'emittente. Il logo stilizzatissimo che l'accompagna - della mano che dà e di quella che riceve - non migliora la comunicazione. A un'occhiata superficiale la sigla potrebbe apparire quella delle Officine Stampi e Fusioni.

Queste denominazioni inadatte sono distorsioni comunicative, frutto di un occultamento involontario provocato dal cattivo naming. Non hanno niente a che vedere con le manipolazioni intenzionali, che si riconoscono nell'acqua purificata, nella professionalizzazione delle università, nel lavoro dei revisori.

Se Dasani riesce a valorizzare economicamente il suo contenuto, il proliferare di "master" di 1° e 2° livello nelle università rende uguali tutti i corsi di specializzazione, come l'abuso di certificazioni chieste e pagate da quelli che fanno e sono interessati a dimostrare la qualità (dai bilanci ai master), l'igiene degli alimenti, la responsabilità sociale d'impresa, il rispetto ambientale, il coaching, eccetera.

Nelle distorsioni e nelle manipolazioni il nome è credibile, legato alla funzione e al contesto del "prodotto", ma non è legittimato dalla differenziazione, né suscita reazioni favorevoli. Il nome appropriato contribuisce a fare l'identità se la comunicazione è coerente. L'immagine però è sempre creata da chi la riceve. Gli effetti del naming li fa il cliente.




Postato da: orsola a 16:28 | link | commenti (1)

02/03/2004
Stagnazione economic...

Stagnazione economica

L'Europa dei 15 nel 2003 cresce poco, lo 0,7%, l'Italia ancora meno, lo 0,3%, e meno ancora dell'anno precedente.

L'esportazione di beni e servizi diminuisce nell'anno passato del 3,9% e del 7,5% nel biennio 2002-2003. Gli investimenti fissi lordi si riducono del 2,1% e del 4% quelli in macchinari.

C'è una contrazione dei consumi delle famiglie.

La pressione fiscale aumenta dello 0,9%. La spesa pubblica corre e l'avanzo primario scende.

I dati ISTAT pubblicati ieri non lasciano spazio all'ottimismo. Se vi si aggiungono le rilevazioni del REF IRS, dell'ISAE e di Eurostat - Deutsche Bank sulla caduta di fiducia dei cittadini è chiaro il motivo per cui "la grande maggioranza degli uffici studi non crede più alle stime-obiettivo del Governo, che parlano di un +1,9% di crescita nell'anno in corso, e scommette su una crescita del PIL nel migliore dei casi intorno all'1,1%" (R. Bocciarelli, Il Sole-24 Ore di oggi) ed è rimbalzata ieri "la notizia che le due maggiori agenzie di rating, Moody's e Standard & Poor's, fossero in procinto di annunciare un downgrading (declassamento) del debito italiano, preoccupate dai dati, resi noti proprio ieri, sul fabbisogno delle amministrazioni pubbliche nel 2003 e dalle difficoltà che incontra nella stessa maggioranza la riforma pensionistica, una legge che quattro mesi fa il governo aveva venduto agli investitori internazionali come di fatto già approvata" (F. Giavazzi, Corriere della Sera di oggi).

Tornano in mente i severi giudizi delle istituzioni e della stampa europea sull'inadeguatezza dell'azione di governo del nostro paese. Aderirvi con il senno di poi, come i sondaggi attuali rivelano, non basta a rasserenare l'orizzonte delle nostre aziende, rappresentanti di un paese che punta sull'adesione alla linea Bush e l'isolamento in Europa.

E' necessario invece una maggiore integrazione europea per una politica economica comune, basata sulla differenziazione produttiva rispetto ai grandi accordi internazionali esistenti negli altri continenti.

Serve solo a un precoce mercato elettorale continuare a ricordare le vere o presunte "conseguenze dell'immane montagna di debito pubblico consegnataci dai governi che ci hanno preceduto", come va facendo ancora il ministro dell'Economia, mentre l'indebitamento della Pubblica amministrazione è stato pari, lo scorso anno, a 31,8 miliardi di euro, il 2,4% del PIL, un risultato dovuto a misure temporanee, come il condono e lo scudo fiscale, senza le quali il passivo sarebbe stato di 56,6 miliardi, il 4,3% del PIL, e la voragine del deficit avrebbe raggiunto il 109,5% e non il 106,4%, come oggi risulta.

La ripresa americana a cui il premier vuole agganciarsi è fatta di dollaro debole, disoccupazione elevata e imposizione fiscale discriminante, a vantaggio dei redditi più elevati. Un modello che porterebbe la nostra stagnazione alla recessione, una volta completata la raschiatura del fondo del barile fiscale. Mentre occorre una incisiva politica di equa imposizione, di risanamento dei conti pubblici e di stimolo alla competitività.

Senza un efficace sostegno agli investimenti in innovazione dei processi e dei macchinari e agli scambi di know how per fare sistema Europa, continueremo a palleggiarci promesse e ad innescare conflitti sociali, come oggi.

Postato da: orsola a 16:42 | link | commenti (1)

Grasso che cola 2 R...

Grasso che cola 2

Richard "Dick" Grasso, l'ex presidente del New York Stock Exchange, "non ha nessuna intenzione di restituire qualsiasi parte del suo stipendio" di 140 milioni di dollari l'anno, né dei benefici addizionali di 188 milioni di dollari acquisiti in un biennio. Lo scrive il suo avvocato in una lettera al NYSE pubblicata dal Financial Times.

Grasso, un personaggio scialbo, si era assegnato la sua retribuzione favolosa sfruttando una tendenza USA a dare compensi ai top manager senza nessun riferimento ai risultati economici delle aziende da loro dirette. Il rapporto tra la paga media del livello più basso e quella del più alto è diventato così di uno a quattrocento.

Ma il compenso di Grasso aveva sollevato una tale indignazione che era stato costretto a dimettersi dal suo incarico l'ottobre scorso.

Postato da: orsola a 12:27 | link | commenti

Salari europei Eur...

Salari europei

Eurostat ha calcolato il reddito medio netto per l'anno 2002 delle famiglie europee, con due bambini di cinque e dodici anni, in cui marito e moglie lavorano al primo livello operaio o impiegatizio dell'industria manifatturiera.

Il calcolo è stato fatto deducendo dalle retribuzioni lorde le imposte e gli oneri sociali pagati dai lavoratori e aggiungendovi gli assegni familiari.

Per eliminare l'effetto della differenza dei prezzi tra i diversi paesi sono stati applicati tassi di equiparazione del potere d'acquisto.

Le retribuzioni in moneta nazionale sono state convertite in una moneta comune convenzionale, lo SPA, lo Standard di potere d'acquisto.

1. Lussemburgo 55.935
2. Paesi Bassi 45.243
3. Regno Unito 44.478
4. Germania 41.680
5. Belgio 39.425
6. Austria 38.633
7. Danimarca 38.347
8. Irlanda 37.690
9. Francia 34.805
10. Finlandia 34.408
11. Italia 34.249
12. Spagna 31.500
13. Svezia 31.342
14. Grecia 25.395
15. Portogallo 19.081

Postato da: orsola a 12:16 | link | commenti

01/03/2004
Gli argomenti dell'u...

Gli argomenti dell'ultimo mese

Autoefficacia 13/02; Aziendalizzazione 10/02; Costruzione della realtà 13/02; Dimensioni sociali della globalizzazione 25/02; Equilibrismi della psiche 06/02; Indicatori economici dell'Europa 11/02; Indicatori sociali 03/02; Internazionalizzazione dei rapporti di lavoro 10/02; Lavoro in Europa e USA 17/02; Malessere lavorativo 17/02; Oltraggio e rimedio 20/02; OPA ostile 13/02; Organizzazione al centro 18/02; Plusvalenza 01/03; Plusvalore dallo stile 13/02; Principi di management 27/02; Self employment 02/02; Sotto la soglia di povertà 18/02; Strategie di risorse umane 06/02; Supergigante del commercio 20/02.

5.500 persone hanno interagito con "iriospark" questo mese.

Postato da: orsola a 17:11 | link | commenti

Plusvalenza Nel lin...

Plusvalenza

Nel linguaggio del business i derivati dal latino valere (= essere forte e stare bene) abbondano.

Aumentare il pregio economico dei beni o servizi prodotti rispetto a quello dei componenti impiegati nel processo di trasformazione è detto valorizzazione. Il valore al cliente e il valore di mercato sono, come è noto, i due riconoscimenti, d'uso e di scambio, più importanti per l'economia dell'impresa.

Valutare è una constatazione o un giudizio, a seconda dei criteri usati per stimare, determinare il valore di qualcuno o di qualche cosa. Per le risorse umane la valutazione è un processo complesso e delicato, che fatto in modo appropriato alle situazioni organizzative e relazionali (con il valutato e i suoi partner), comporta dei riconoscimenti, quanto meno un "bravo" o "riprova", come dicono gli e-learning.

La valenza è invece un simulacro del valore. Sta al suo posto nelle formalizzazioni contabili, che rappresentano lo stato di salute aziendale.

Quando le condizioni di mercato si fanno difficili far quadrare il bilancio richiede top manager valenti, che sappiano reggere un'impresa e manutenere la sua immagine giostrandosi con due valutazioni e altrettanti riconoscimenti diversi nel doppio salto mortale del plusvalore e della plusvalenza.

Tanto nel primo è importante che il plus sia realizzato, tanto nella seconda conta che la valenza sia rappresentata.

Il bilancio sembra fatto apposta: lo stato patrimoniale incita le valenze, permette le rivalutazioni e definisce le svalutazioni, il conto economico dimostra il risultato conseguito nell'esercizio, con le vendite in primo luogo.

Nel mercato dello spettacolo, dove la comunicazione è tutto, la plusvalenza è necessaria alla supervalutazione, a dare l'illusione del successo agli spettatori, perché non solo applaudano le esibizioni delle "star", ma si fidelizzino ad esse con la tifoseria e il fanatismo. E qui aiuta il marketing urlato, quello che punta a far sentire escluso chi non acquista un certo bene o servizio che tutti gli altri acquistano.

Il gioco della comunicazione nel marketing urlato dei protagonisti e delle idee ha più leader che cose da proporre. Ti dichiara subito, appena entri in rapporto con quello che offre, che sei in presenza di un leader, che ha uno share ineguagliabile. Se vuoi essere devi avere quello che gli altri - ti dice - già hanno.

I bilanci dopati delle società di calcio non sono semplicemente una truffa grave, sono un atto dovuto a irresistibili, infernali regole di un marketing che fabbrica consumatori e crea target di persone, pronte ad assumere stili di vita funzionali a offerte sinergiche di prodotti, opinioni, credenze e plusvalenze.

Postato da: orsola a 12:54 | link | commenti (2)