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E-learning deludente
Nel 2003 sono stati prodotti in Italia per la formazione aziendale circa 300 programmi di e-learning, utilizzati da 25 mila allievi per un tempo pro capite di 20 ore. Otto su dieci sono realizzati su misura e il fornitore dei contenuti è in varia misura il committente. Altri sono adattamenti di prodotti stranieri. Il costo medio dei primi è intorno ai 15 mila euro. Quello degli adattamenti comporta un risparmio di più di un terzo. Ma questa scelta è dovuta alla traduzione di contenuti che né il committente, né il realizzatore conoscono o ad acquisizioni obbligate da un fornitore di tecnologie o suggerite dalla casa madre nelle aziende multinazionali (Dati e-learning Monitoring).
I punti deboli delle realizzazioni sono tre:
- i contenuti da immettere,
- la loro messa in forma,
- la competenza didattica del produttore.
Ad essi si possono venire ad aggiungere
- l'esperienza specifica del tecnologo e
- l'amministrazione specifica del programma.
Ulteriori componenti di inefficacia sono
- la non corrispondenza della messa in forma e dei contenuti al livello degli allievi e alla materia trattata,
- la mancanza di preparazione e motivazione all'uso.
Sono le variabili più significative intervenute a sgonfiare del 18% nel 2003 il boom del 2002.
Fuori e dentro l'azienda mancano le capacità di content providing, mentre abbondano le fonti d'informazione procedurale.
Le tecniche usate per ricordare le conoscenze tendono a standardizzare i comportamenti espliciti e a ridurre a questi la ricchezza delle interazioni necessarie di lavoro. Non riproducono che parzialmente, per astrazione dalla realtà, la "sapienza del fare". La imbalsamano come se fosse informazione valida in sè, comunque rispondente alle esigenze molteplici di risoluzione dei problemi e perseguimento degli obiettivi aziendali.
La messa in forma non impiega tutte le possibilità espressive verbali, iconiche (immagini fisse e in movimento) e sonore dell'e-learning. E', nella maggioranza delle realizzazioni, scritte con qualche diagramma illustrativo (sul modello dei lucidi da proiezione).
L'amministrazione è tutoring online a schema fisso. La parte in presenza nell'e-learning "blended" è ripasso o controllo dell'appreso con ritorno al programma, poco o molto diramato, che ha le rigidità dell'ipertesto omnicomprensivo e "personalizza" entro una escursione sperimentativa predefinita.
Perfino forum e chat fra i partecipanti sono rarissimi. La concezione è quella del training nell'aula tecnica.
Con simili metodologie si somministrano regole da osservare (sicurezza del lavoro, richiesta materiali, uso e manutenzione delle attrezzature), ma pure argomentazioni (di vendita, principi di knowledge management) e perfino regole di partecipazione (riunioni di team).
C'è da meravigliarsi del rifiuto degli "allievi"? che il più delle volte non sannno che cosa li aspetta o non capiscono perchè fanno? e della insoddisfazione dei committenti?
Euroconsumatore
L'ultimo numero del settimanale francese L'Express dedica il suo articolo principale ai comportamenti d'acquisto dei cittadini di otto paesi europei.
L'Europa del consumo è già una realtà.
Malgrado le disparità culturali, gli europei convergono nei comportamenti e nelle motivazioni d'acquisto.
E' la conclusione dell'osservatorio Cetelem, che ha realizzato un sondaggio sull'opinione e sulle intenzioni d'acquisto di francesi, britannici, tedeschi, belgi, italiani, spagnoli, portoghesi e russi.
Il 48 per cento degli europei teme per il futuro del suo paese. I portoghesi sono al primo posto con il 70 per cento degli intervistati che si dichiarano molto preoccupati, seguiti dagli italiani (59 per cento), quindi dai francesi (56 per cento).
A preoccupare sono soprattutto la disoccupazione, le pensioni e l'esplosione della spesa sanitaria.
L'Europa e il passaggio all'euro non migliorano la situazione. Il 48 per cento degli intervistati dà un giudizio negativo dell'Europa (64 per cento dei britannici, 59 per cento dei tedeschi e 46 per cento dei francesi, che sono fra i più fiduciosi).
La moneta unica è vista con molto favore dai belgi, dai francesi e dagli spagnoli, ma in compenso spinge il 56 per cento degli italiani e il 52 per cento dei tedeschi a ridurre o a rimandare i loro acquisti.
Ma gli europei non pensano che la loro vita sia peggiorata negli ultimi dodici mesi e sono ancora ottimisti per il 2004: il 64 per cento ritiene che la sua situazione finanziaria migliorerà, il 70 per cento è sicuro che il suo grado di benessere aumenterà nel corso dei prossimi mesi.
Secondo il Cetelem, questo avviene perchè i consumatori hanno acquisito l' "arte di vedere e pensare doppio". Stessa constatazione per Robert Rochefort, di Credoc che spiega questa differenza col divario fra coscienza collettiva e coscienza individuale, "dove la seconda è il motore del consumo".
I consumatori europei non sopportano più di essere imbrogliati e smascherano le false innovazioni e le offerte troppo complesse che non portano alcun vantaggio.
Si aspettano la qualità (98 per cento), la ricerca della comodità (80 per cento) e della sicurezza (77 per cento). Sono valori in crescita su cui non sono più disposti a transigere.
Gli europei sono in cerca di un consumo durevole, che gli permetta di costruire se stessi nel lungo periodo.
Middle Manager della media impresa
Nell'ultimo trimestre dell'anno scorso IRIO ha realizzato per conto di un'associazione professionale una survey su un campione di 35 dirigenti e 90 quadri di sette aziende industriali appartenenti ai settori alimentare, carta, farmaceutico, meccanico, siderurgico, tessile e vetrario.
Le aziende hanno la sede principale nelle province di Bologna, Torino, Udine, Verona. Gli addetti sono compresi tra i 420 e i 630. Il fatturato va dai 180 milioni di euro ai 400 ed è realizzato fino al massimo di un terzo fuori d'Italia.
Tutte le aziende sono a proprietà familiare. Due di esse hanno come capo azienda un manager di professione. Tutte sono state interessate nell'ultimo triennio da radicali cambiamenti tecnologici, produttivi, organizzativi, che hanno comportato l'assunzione di dirigenti funzionali e di quadri specialistici.
Strumenti di rilevazione sono state interviste individuali strutturate (CATI).
I risultati dell'indagine hanno valore emblematico di come è utilizzata la professionalità dei lavoratori ad alto profilo di competenze nella media azienda italiana.
Qual è l'informazione sulle condotte aziendali? Dalle risposte di dirigenti e quadri emerge come più diffusa una conoscenza settoriale della realtà, quella degli avvenimenti vicini, a cui si partecipa per ruolo.
Il giudizio sull'operato del capo azienda ne risente e non è positivo. Si ritiene che questi si adatti alle circostanze, tardi a decidere e continui ad accentrare le decisioni.
Il contributo dei dirigenti è più tecnicistico di quello dei quadri. Come confermano i rapporti con il vertice aziendale e gli specialisti e l'aspetto del lavoro considerato più soddisfacente.
Da questo spaccato emergono poche differenze fra esercizio del ruolo di dirigente e di quadro.
1. La questione più importante che l'azienda sta affrontando.
|
Dirigenti |
Quadri |
Tutti |
(%) | |
| - Rinnovamento dei prodotti |
34 |
34 |
27,2 | |
| - Concorrenza estera |
9 |
13 |
22 |
17,6 |
| - IC Technology |
18 |
18 |
14,4 | |
| - Rapporti con i fornitori |
4 |
10 |
14 |
11,2 |
| - Terziarizzazione di attività |
13 |
13 |
10,4 | |
| - Rapporti con i clienti |
3 |
6 |
9 |
7,2 |
| - Gestione finanziaria |
5 |
5 |
4,0 | |
| - Non sanno/non rispondono |
1 |
9 |
10 |
8,0 |
2. Come valuta l'operato della direzione aziendale per la questione più importante.
|
Dirigenti |
Quadri |
Tutti |
(%) | |
| - Riflessiva |
11 |
29 |
40 |
32,0 |
| - Flessibile |
15 |
20 |
35 |
28,0 |
| - Coerente |
16 |
16 |
12,9 | |
| - Decisionista |
4 |
11 |
15 |
12,0 |
| - Proattiva |
2 |
8 |
10 |
8,0 |
| - Tempestiva |
6 |
6 |
4,9 |
3. La sostanza del contributo dato per affrontare la questione più importante.
|
Dirigenti |
Quadri |
Tutti |
(%) | |
| - Esecuzione |
15 |
35 |
50 |
40,0 |
| - Facilitazione |
8 |
16 |
24 |
19,2 |
| - Controllo operativo |
6 |
13 |
19 |
15,2 |
| - Programmazione |
4 |
12 |
16 |
12,8 |
| - Progettazione |
8 |
8 |
6,4 | |
| - Diagnosi |
2 |
3 |
5 |
4,0 |
| - Ideazione |
3 |
3 |
2,4 |
4. La persona di maggiore supporto in azienda.
|
Dirigenti |
Quadri |
Tutti |
(%) | |
| - Capo azienda |
12 |
21 |
33 |
26,4 |
| - Capo diretto |
6 |
22 |
28 |
22,4 |
| - Specialista funzionale |
3 |
20 |
23 |
18,4 |
| - Capo del personale |
1 |
18 |
19 |
15,2 |
| - Propri dipendenti |
13 |
3 |
16 |
12,8 |
|
- RSA |
6 |
6 |
4,8 |
5. L'aspetto più soddisfacente del lavoro svolto.
|
Dirigenti |
Quadri |
Tutti |
(%) | |
| - Produzione |
11 |
19 |
30 |
24,0 |
| - Negoziazione |
1 |
21 |
22 |
17,6 |
| - Coordinamento |
12 |
8 |
20 |
16,0 |
| - Comunicazione |
3 |
16 |
19 |
15,2 |
| - Collaborazione |
1 |
18 |
19 |
15,2 |
| - Decisione |
7 |
8 |
15 |
12,0 |
Customer satisfaction
"Dalle parole di Veronica Lario qualche giorno fa era affiorata una punta di disapprovazione sull'operazione: 'Sono scelte sue, che rispetto, non vorrei aggiungere altro. Certamente ha influito l'essere un uomo pubblico'. Ieri invece il presidente del Consiglio ha detto esattamente il contrario, dichiarando di essere stato spinto a 'qualche ritocco estetico' proprio da Veronica: 'Io veramente avrei lasciato stare, ma lei mi ha molto incoraggiato' ".
"Il lifting? Ancora non ne sono fuori, ho fatto solo la prima parte, quella sotto gli occhi, tra un pò toccherà alla zona sopra alle palpebre".
"Non è vero che mi hanno operato sette medici come è stato scritto - ha aggiunto il premier -: ne è bastato uno, ma c'è ancora molto da fare".
"Qui (nello studio a Palazzo Chigi) ricevo gli ospiti internazionali e mettiamo fiori freschi con i colori delle loro bandiere. Offriamo un pranzo tricolore: caprese come antipasto, tagliata con purè per secondo. E un gelato a tre gusti: crema, fragola e pistacchio. Io vorrei cambiare, ma guai, loro si arrabbiano. Bush mi chiede sempre il 'Silvio ice cream' ".
Da Flavia Fiorentino, Il Cavaliere e il lifting, Corriere della Sera, 29 gennaio 2004.
Toyota
Il fordismo è ufficialmente scomparso. Il certificato lo ha scritto Toyota l'altro ieri quando ha annunciato di aver prodotto nel 2003 6 milioni e 820 mila automobili, tra immatricolate e no, circa 100 mila in più della Ford.
E' un risultato che fa scendere quest'ultima al terzo posto nella classifica dei costruttori e fa salire la Toyota al secondo, dove l'azienda americana si trovava dal 1927, quando cessò la produzione del modello T, quello che aveva accompagnato tutta la parabola delle realizzazioni ispirate da F. W. Taylor.
Toyota è la prima casa al mondo per redditività. Ha un risultato operativo di 10 miliardi e 700 milioni di euro, quasi quanto tutta l'industria automobilistica europea, con un margine dell'8,8%. In Giappone ha il 42% del mercato, in USA ha scavalcato Crysler, in Europa, dove ha solo il 4,8% ha aumentato le sue vendite del 7,4%, contro una riduzione generale dell'1,3%.
Al contrario di Ford, che ha progressivamente acquisito altri costruttori, come Jaguar, Mazda, Volvo e Land Rover da ultimo, Toyota ha incrementato del 10% le sue vendite anche nel 2003 con una strategia metodica di crescita interna.
Non è la vittoria del toyotismo kachigumi sul fordismo makegumi. Negli ultimi dieci anni il sistema delle keiretsu, conglomerate costituite da una ventina di imprese, fra grandi, loro affidatarie, una banca centrale e alcune compagnie di assicurazioni, è radicalmente cambiato, dopo avere lasciato sul terreno circa 20.000 aziende fallite nel solo 2002.
Le aziende vincenti hanno in primo luogo una gestione finanziaria sana, valida internazionalmente, dispongono di superiorità tecnologica, di know-how e di posizionamento competitivo dei prodotti, fanno investimenti mirati.
Il settore automobilistico giapponese ha conosciuto negli ultimi dieci anni una serie di aggregazioni nell'indotto, nella componentistica e nelle produzioni terziarizzate, dopo la scomparsa delle aziende che effettuavano le lavorazioni più parcellizzate. I grandi produttori si sono concentrati su attività che traguardano uno specifico settore di mercato, sulla riduzione dei costi e l'ingresso di nuovi partner, come nel caso Nissan-Renault. Queste sono state le condizioni di base del rilancio.
La forza di Toyota inoltre sta nell'adattamento dei prodotti ai mercati locali in cui opera, nella motoristica con i sistemi antinquinamento, nel miglioramento continuo della qualità e dei costi.
La sua quota di mercato mondiale oggi è del 10%. Ma il presidente Fujio Cho ha presentato il nuovo business plan, che ha per obiettivo il 15%.
Cravatte e lifting
Siete convinti che il Forum economico mondiale di Davos discuta di globalizzazione responsabile e di prosperità e sicurezza? Che il "premier" italiano tenti di vendere la sua riforma costituzionale? Che in Banca d'Italia dovevano essere impazziti quando hanno investito 35 milioni di euro in azioni Parmalat?
Ricredetevi. I dieci maggiori quotidiani negli ultimi giorni hanno dato molto spazio alla decisione della presidenza del Forum di multare quei partecipanti che continuavano ad indossare la cravatta dopo l'invito a un abbigliamento informale, alla blefaroplastica e alla liposuzione del presidente del Consiglio, alle differenze di "stile di vita" tra Fazio e Tremonti.
Sarà uno dei tanti effetti imprevisti dell'inondazione televisiva di fiction e reality show o dell'assistenza di Miti Simonetto, del chirurgo Villa e simili, ma con questo tipo di notizie la produzione giornalistica tende sempre più a informare dei fatti della politica, dell'economia e della finanza con le personalizzazioni e lo stile narrativo dei supplementi speciali "Sirenette e sirenetti" di Novella 2000 e a ridare vita a uno spettacolo di realtà, preso di colpo da sessanta anni fa: quello di certi ambienti vicini all'avanspettacolo.
L'avanspettacolo, per chi non lo sapesse, serviva ad attirare e a intrattenere il pubblico in sala prima del cinema, allora considerato lo spettacolo vero e proprio. Al Puccini di Milano, al Salone Margherita di Roma e di Napoli, al Brancaccio di Palermo per poco più di un'ora, prima che calasse lo schermo per la proiezione, un comico, una cantante, una soubrette e alcune ballerine si esibivano sulla scena. Non eccellevano nella loro professione d'artisti. Ma poiché erano tali, dovevano preoccuparsi di curare il loro aspetto, di presentarsi come vincenti, indipendentemente dall'età e dal reddito.
Nei caffè vicini ai cinema-teatri ricordati, dove questi artisti forniti o privi d'ingaggio si intrattenevano, era tutto uno scambiarsi di consigli e complimenti sull'aspetto, il trucco, le tinture, la "mise", che coinvolgevano gli elettricisti, le maschere, gli orchestrali e gli altri avventori e dilatavano l'importanza del modo di presentarsi dei perenni attor giovani, prigionieri per vendersi del fondotinta e delle brillantine coloranti.
Come comporta la settimanalizzazione e l'iconizzazione dei quotidiani così realizzate. Del presidente iraniano Kathami e del vicepresidente USA Cheney rimangono solo il turbante e la cravatta.
Popolazione dell'UE
Secondo le prime stime di Eurostat, la popolazione dell'Europa dei 15 è aumentata nel 2003 rispetto all'anno precedente di 1.276.000 abitanti (+ 3,4%). La crescita naturale è stata di 294 mila persone (+ 0,8%), inferiore di 15 mila a quella del 2002 sul 2001. L'immigrazione è cresciuta di 983 mila persone (+ 2,6%), inferiore di 277 mila a quella del 2002 sul 2001.
Al 1° gennaio 2004 gli abitanti dell'UE sono 380 milioni e 800 mila.
La popolazione è così distribuita nei 15 paesi.
| - Germania |
82.540.000 |
| - Francia |
59.900.000 |
| - Regno Unito |
59.520.000 |
| - Italia |
57.480.000 |
| - Spagna |
40.980.000 |
| - Paesi Bassi |
16.260.000 |
| - Grecia |
11.050.000 |
| - Portogallo |
10.480.000 |
| - Belgio |
10.400.000 |
| - Svezia |
8.980.000 |
| - Austria |
8.090.000 |
| - Danimarca |
5.400.000 |
| - Finlandia |
5.220.000 |
| - Irlanda |
4.020.000 |
| - Lussemburgo |
450.000 |
Perception Management
PR e politica estera USA
John W. Rendon è un consulente del Pentagono, che ha lavorato in passato anche per la CIA e per l'OSI come esperto di "gestione della percezione", termine con cui gli strateghi militari americani definiscono le "azioni per trasmettere e/o smentire indizi e informazioni selezionate al pubblico straniero, con lo scopo di influenzarne le emozioni, gli stimoli e le motivazioni obiettive ... In diversi modi la gestione della percezione combina proiezione della verità, sicurezza delle operazioni, copertura, inganno e operazioni psicologiche" (Air Force Intelligence and Security Doctrine: Psichologycal Operations (PSYOP), Air Force Instruction, Air Ministry, 1994).
Il valore professionale di Rendon può essere dimostrato dall'assistenza alle campagne elettorali anche di alcuni democratici, come Michael Dukakis e Jimmy Carter e dalla parcella di 397 mila dollari per la gestione per quattro mesi della comunicazione sulla guerra in Afganistan.
Assieme a Jack Leslie, presidente della Weber Shandiwich Worldwide, una delle maggiori agenzie internazionali di pubbliche relazioni, a Charlotte Beers, la "regina di Madison Avenue", già amministratore delegato delle agenzie pubblicitarie J. Walter Thompson e Ogilvy & Mather, e a Eleana Benador, capo di un'agenzia di PR per esperti sul Medio Oriente e il terrorismo, Rendon ha avuto la responsabilità di rendere la "diplomazia pubblica" parte integrante della pianificazione e gestione della politica estera degli Stati Uniti, istituendo "efficienti funzioni di programmazione e distribuzione multimediale, inclusi servizi satellitari, Internet ed altri, in grado di acquisire e produrre trasmissioni audio/video e streaming Internet, destinati all'informazione straniera".
Diplomazia pubblica è un termine in uso negli ambienti dell'amministrazione Bush per aggirare, come è stato fatto con il Freedom Promotion Act del 2002, il divieto contenuto in molti decreti, dal 1913 in poi, di impiegare fondi governativi per la pubblicità e le pubbliche relazioni.
Azioni adeguate alla comunicazione
Il lavoro di Rendon, dei suoi colleghi più noti e di altre 5.000 persone, indicate come specialisti federali di informazione su un numero sette volte superiore di impiegati negli "affari pubblici" è raccontato da Sheldon Rampton e John Stauber in "Weapons of Mass Deception. The Uses of Propaganda in Bush's War on Iraq" (appena pubblicato in italiano con il titolo "Vendere la guerra. La propaganda come arma d'inganno di massa", Nuovi Mondi Media, Ozzano dell'Emilia (Bologna), 2004).
Rampton è il fondatore e il direttore del "Center for Media & Democracy", costituito undici anni fa per monitorare e denunciare le campagne ingannevoli d'informazione di multinazionali e governi. Stauber collabora con il Centro alla pubblicazione di "PR Watch", l'osservatorio USA sull'industria delle pubbliche relazioni.
"Vendere la guerra" descrive il percorso di coltivazione dell'opinione pubblica americana e islamica, dall'ideazione alla realizzazione, per il lancio sul mercato del prodotto guerra all'Iraq e al terrorismo internazionale, che ha elevato al quadrato la strategia militare per gli effetti di quella mediatica, della televisione in particolare, che ha stabilito un rapporto costitutivo fra rappresentazione della guerra e realtà materiale. Ogni reparto militare "sembra che possa contare oramai sul rapporto di una videocamera per ogni quattro armi da fuoco", come scrive Federico Montanari nella postfazione.
Al di là di qualche presa di posizione pregiudiziale, il lavoro di Rampton e Stauber è un esempio di documentazione che può servire come canovaccio di gestione dei processi complessi di comunicazione, come quello di John Rendon e del suo gruppo di lavoro, che ha contato sulla committenza e l'impegno diretto di Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Francis Fukuyania, neo-cons, di Steve Forbes, Jeb Bush, governatore della Florida e fratello del presidente USA, del Comitato per la liberazione dell'Iraq, il Progetto per il nuovo secolo americano, l'American Enterprise Institute, ecc., ecc.
Sciopero dei servizi pubblici
I dispositivi di legge per assicurare un servizio minimo variano da un paese all'altro. Una rassegna è stata fatta ieri da Le Monde in una pagina sul tema, pubblicata contemporaneamente anche da El Pais. Ecco la situazione in otto stati europei.
- Francia
Non c'è nessuna disposizione di legge. E' una questione dibattuta ogni volta che conflitti di lavoro interessano i lavoratori della metropolitana di Parigi o dell'azienda ferroviaria nazionale.
Per rispettare una promessa fatta dal presidente della Repubblica Chirac in campagna elettorale, il governo di centro-destra di Raffarin ha riproposto delle riflessioni sul "servizio garantito nei trasporti pubblici". Il progetto vede l'opposizione dei sindacati.
- Germania
Non c'è nessuna legge che preveda un servizio minimo. In teoria, i servizi pubblici e i trasporti possono essere completamente paralizzati, ma gli scioperi sono rari e limitati. I 250 mila dipendenti dell'azienda ferroviaria, controllata al 100% dallo Stato hanno due statuti differenti: circa il 30% sono funzionari senza diritto di sciopero, gli altri dipendenti hanno questo diritto.
- Grecia
La legge prevede la possibilità di mobilitare in caso di sciopero un "personale di sicurezza" per un minimo di servizio. In pratica, è generalmente assicurato un servizio minimo solo per gli scioperi dei controllori aerei e per gli ospedali.
- Italia
C'è un servizio minimo garantito in una quindicina di settori pubblici (acqua, gas, telefoni, pronto soccorso medico, raccolta rifiuti, radio televisione, trasporti, scuola, ecc.). Non possono scioperare nelle ore di punta i lavoratori dei trasporti urbani, delle ferrovie, della navigazione marittima, del trasporto aereo.
A Natale, Pasqua, Ferragosto e in periodo elettorale sono protetti i viaggiatori e ogni mobilitazione è illegale.
- Polonia
La legge limita il diritto di sciopero nella sanità e nei servizi di pubblica sicurezza, come la polizia. Non c'è un servizio minimo nei trasporti.
- Regno Unito
Non c'è servizio minimo. Gli scioperi sono rari.
- Spagna
La Costituzione stabilisce il principio del servizio minimo. Il governo può prendere misure "per assicurare il mantenimento dei servizi essenziali della comunità".
- Svezia
Esclusi alcuni organismi con finalità "strategica", come la polizia e il pronto soccorso, non c'è neppure la nozione di servizio minimo. Manca la possibilità di precettare gli scioperanti del settore pubblico o privato.
Sviamento dei fini
Coopcostruttori nel 2001 aveva quasi tremila addetti e un fatturato di 680 milioni di euro. Aveva realizzato utili di bilancio e la bozza del 2002 registrava un patrimonio netto positivo.
La cooperativa era il primo gruppo di Legacoop e il quarto italiano del settore edile. Il presidente era noto per avere una paga da operaio (1.500 euro al mese) ed essere, di fatto, con l'acquiescenza del vertice aziendale, del consiglio d'amministrazione e delle assemblee dei soci, il decisore di tutto quello che faceva la cooperativa fino agli inizi del 2003, quando la situazione è precipitata.
La sua direzione ha provocato una voragine economica e sociale non ancora del tutto accertata. 1.750 dipendenti sono in cassa integrazione, 3.000 soci prestatori hanno visto congelati i loro libretti di risparmio, i debiti della cooperativa sfiorerebbero il miliardo di euro contro un attivo di 570 milioni.
Si sono presentati al tribunale 10.700 creditori, tra banche, finanziarie, artigiani, fornitori, soci-dipendenti e soci-sovventori.
E' un dramma che si ripete, con effetti devastanti sul sistema delle relazioni con i diretti interessati e il territorio. Le cause possono essere ricondotte al fenomeno già analizzato da Michels nei primi del Novecento, quello della trasformazione dei meccanismi di rappresentanza, formalmente elettivi, in oligarchia autoriproducentesi - la nomenklatura, come sarà denominata successivamente -, che può far leva sull'alterazione dei processi di comunicazione tra centro e periferia.
La legittimazione dell'autorità e il consenso si ottengono combinando colpi di mano e colpi di teatro. Il decisore è tollerato anche in una cooperativa di lavoro perché si autosantifica, mostrando i miracoli che compie e che vanno a beneficio di miracolati, che, come ha dichiarato al Corriere della Sera di oggi un pensionato, che aveva investito i suoi risparmi in quote della Coopcostruttori, a casa loro possedevano "I libretti del prestito sociale - che - garantivano un interesse annuo superiore a quello bancario ... una sorta di conto corrente, con in più la certezza di contribuire alla comunità". "A bruciare non è solo la perdita patrimoniale, anche la delusione per il fallimento di un modello sociale", riferimento ideale, assieme al danneggiato, per il padre, la madre e la sorella.
Il dramma si ripete perché la storia dei probi pionieri di queste imprese sociali, nelle costruzioni, come nella grande distribuzione e nelle finanziarie è fatta di manager spregiudicati, che sono ascesi al vertice con l'astuzia, partendo da una formazione di base approssimativa e da esperienze di lavoro fatte esclusivamente nell'azienda di cui dispongono e che con l'astuzia comandano.
Tra i meccanismi di conservazione di tale disponibilità non ci sono soltanto i compensi economici diretti (retribuzioni e premi) e i benefici addizionali (privilegi economicamente rilevanti per la carica, emolumenti per consigli d'amministrazione di altre aziende partecipate, prestigio e riconoscimento sociale). C'è un'arroganza del potere, che non ha colore politico.
La delusione del pensionato citato sarebbe ben più cocente se egli sapesse che gli eroi del suo modello sociale sono alleati di finanzieri disinvolti, autori di insider trading, scalatori di banche con il danaro delle loro aziende. Aggiungerebbe al suo danno le beffe.
Michels li avrebbe citati come esempi accertati di sviamento dei fini. Ma sono gli stessi "pensionati" a fare i creduloni e a mollare il controllo sui padroni cooperativi per convenienza, finché tutto va bene.
Umane risorse
"Questo borgo è la mia vita, queste case le ho ristrutturate una per una, con quaranta muratori e carpentieri che via via ho assunto nella mia azienda. I fine settimana sono tutti per Solomeo. Io non ho né barche né case in montagna o al mare. I miei operai sanno che siamo tutti uguali e lavoriamo per uno scopo comune: il bene dell'azienda e di Solomeo. Qui nessuno timbra il cartellino al mattino, non esiste il capo del personale, ma solo persone che di nome fanno Mario, Giovanni o Tommaso. E' la motivazione che li fa lavorare come mi aspetto da loro. Da noi non esistono le risorse umane. Che brutta parola! Io preferisco umane risorse.
Tutti gli utili li reinvesto in questo borgo di cui mi sento solo il custode. Tutto nella vita finisce. Finirà pure la mia azienda. E quel giorno Solomeo tornerà a essere solo un paese".
Bruno Cucinelli intervistato da M. Mau, Il Sole-24 Ore, 24 gennaio 2004
Coinvolgimento di massa
Chi lavora in azienda da dieci anni ricorderà le "informazioni di coinvolgimento". Furono una trovata delle direzioni del personale. Ebbero la massima espressione negli eventi interni e nell'house organ: due strumenti di relazioni manageriali che si alimentavano a vicenda.
Gli eventi si ispiravano alla vecchia tecnica delle comunicazioni di massa degli anni Cinquanta, quella del newsmanagement. Mettevano in scena rappresentazioni, assemblee di lavoratori, nelle quali si annunciavano le novità aziendali, si celebravano ricorrenze, si festeggiava la messa in vendita di un nuovo prodotto, un accordo importante, la nomina del presidente a cavaliere del lavoro.
L'evento durava qualche ora e poi il lavoro quotidiano riprendeva la sua routine. Subentrava allora l'house organ, il giornale aziendale, soprannominato quasi dovunque "il bugiardino". Veniva distribuito dopo qualche mese dal fatto e, contando sulla memoria corta dei presenti, lo rinfocolava con dettagli sfuggiti ai più, che diventavano il centro di una storia arricchita da fotografie e carta patinate.
Con l'occupazione del mercato televisivo italiano (le sei reti Mediaset e RAI + Ferrara sulla 7) da parte governativa il fenomeno si ripete.
Le televisioni in particolare giocano sulla suggestione delle immagini e del sonoro per colpirci nell' "azienda Italia" con informazioni mutilate o drogate, di coinvolgimento.
Che altro dire dello "scontro" Bonolis-Ricci, con il contorno di altri figuranti della comparsata? Che cosa pensare di un presidente del Senato che depone i fiori su una tomba, in cui è sepolto un protagonista di partito e di governo, per celebrarlo come eroe della sinistra? E gli spot sulle riforme? E l'importanza, eccezionale, dell'occupazione a Rete 4 contro quella, irrilevante, dell'Alitalia? O il mito del buon selvaggio, Fini, Pezzotta o Rutelli, che sia?
Niente altro che newsmanagement aziendalistico, di coinvolgimento delle "risorse umane".
Straordinario
"Ilaria Mantovani, moglie di Gianfranco Bocchi, l'impiegato arrestato per aver falsificato la contabilità dell'azienda, si è invece trovata un lavoro, come cassiera in un negozio.
'Prima stavo a casa con i miei figli. Ma noi non siamo ricchi. Vivevamo con lo stipendio di mio marito, che era buono grazie alle moltissime ore di straordinario' ".
Da J. M., La signora Bocchi fa la commessa, la Repubblica, 20 gennaio 2004.
Ricercatori
L'Italia è uno degli ultimi paesi dell'UE per investimenti in ricerca. Spende meno della metà di quelli che sono ai primi posti della graduatoria europea.
Di recente il Presidente Ciampi ha lanciato un appello al governo e alle aziende perché favoriscano il rientro dei ricercatori emigrati e sviluppino attività di ricerca.
Ma i comportamenti dell'uno e delle altre sono poco incoraggianti. Il MIUR (Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca) non sembra intenzionato a favorire l'aumento delle attività di ricerca di base, come dimostrano gli interventi sul CNR, sulle dotazioni alle università, sugli stipendi, le condizioni di lavoro e l'assunzione dei ricercatori necessari. Le aziende italiane ricorrono largamente ai brevetti e alle applicazioni industriali provenienti dagli altri paesi nei settori di punta dell'hi-tech, della farmaceutica e della telefonia, ma anche in quelli della chimica e dell'alimentare.
Il settimanale americano Time dedica la copertina dell'ultimo numero a "How Europe lost its science stars" (come l'Europa perde le stelle della scienza), l'articolo di Jeff Chu sulla fuga di cervelli europei in USA.
L'autore ricostruisce la prima emigrazione degli scienziati nel secolo scorso per sfuggire alla guerra e quella ben più consistente degli anni cinquanta e sessanta per portare avanti i propri studi. La Royal Society britannica coniò allora il termine onomatopeico "brain drain" (fuga di cervello).
Nel laboratorio della facoltà di medicina della New York University, Chu incontra il direttore, l'italiano Michele Pagano. A lui e ad altri chiede quali siano le esigenze per poter lavorare nei rispettivi paesi. I ricercatori chiedono più finanziamenti, maggiore meritocrazia, opposta alla gerontocrazia dominante, legami più stretti tra i ricercatori dei paesi da cui provengono e con quelli degli altri paesi.
Richieste più che ragionevoli se i paesi sapranno come utilizzare le loro ricerche e la loro presenza.
Solidarietà commerciale
Il commercio equo e solidale è prima di tutto un commercio, una vendita di prodotti con una finalità aggiuntiva: dare i ricavi a produttori, che altrimenti non vedrebbero mai arrivare i loro prodotti sui mercati, internazionali, addirittura. Sono produttori asiatici, africani, sudamericani, quelli del sud del mondo, che continua a conoscere la rapina delle multinazionali americane, ma anche la furberia di altri "fabbricanti" di altri paesi, europei, italiani ai primi posti. Basta guardare le etichette delle confezioni tessili o le scritte del packaging in un qualunque punto di vendita della grande distribuzione o nei flaghship store delle "marche" per rendersene conto.
Fra l'altro ciò che si vede non è che la classica punta dell'iceberg, che comprende le delocalizzazioni produttive della globalizzazione à l'italiana.
Meritoriamente sono nate anche nell'Unione Europea da una decina di anni iniziative di valorizzazione del potenziale produttivo dei paesi, che certamente non apparterranno neppure a medio termine al club dei G7 - G8. Hanno dato consulenza per aumentare e migliorare la produzione e soprattutto per favorire la distribuzione dei prodotti, punto critico della catena dello sfruttamento.
Di queste azioni meritorie hanno approfittato i soliti. Ci sono stati quelli che hanno fatto leva sulle biocaratteristiche dei prodotti per richiami civetta sulle altre merci messe in vendita e quelli che ne hanno fatto motivo di apparente diversità nel trattamento dei consumatori. Molti di questi ultimi sono arrivati a fare della vendita dei prodotti del commercio equo e solidale, profittevoli, motivo di purezza ideale della loro esistenza, nucleo della loro identità.
Poiché ci sono ormai certificatori di tutto, questi sono riusciti a trovare chi da patenti di responsabilità sociale alle imprese, che aderiscono a un protocollo di rispetto di alcuni elementari diritti, non sempre convenienti per l'economia di sopravvivenza dei paesi poveri, in cui spesso i primi problemi sono la fame e la sete.
Ma si sa che la visibilità mediatica ha i suoi obblighi.
Un nuovo intervento, non richiesto, si profila all'orizzonte.
Si ventila la necessità di una certificazione ulteriore, quella che accerti inequivocabilmente che il prodotto commercializzato provenga da uno dei paesi del circuito degli slam e delle favelas. Ci sarebbero prodotti d'origine falsificata, frode in commercio secondo la legge italiana.
Così un altro passaggio proficuo d'intermediazione si verrà ad aggiungere al commercio, sempre più solidale fra certi distributori, purtroppo già numerosi. Il quotidiano francese Libération ha riferito che il fatturato generato dai prodotti del commercio equo e solidale nell'Europa dei 15 nel 2002 è stato di circa 130 milioni di euro.
Politico
E' un aggettivo squalificativo, usato a complemento di un'azione per suscitare una riprovazione e interdire il ripetersi in futuro di fatti analoghi. La svalutazione tocca le grandi e piccole manifestazioni che contrastano con gli interessi di chi la pronuncia con tono sprezzante, che spesso non è un campione del politically correct.
Ci sono l' "uso politico del ruolo istituzionale", lo "sciopero politico", la "sentenza politica", il "comportamento e l'atteggiamento politico", nella più favorevole delle considerazioni, il "pregiudizio politico".
Eppure la politicità è in molti casi più che legittima, il motivo stesso dell'esistenza dell'organismo, del ruolo, del comportamento e chi la condanna lo sa bene, ma quello che teme è la risonanza politica, avversa, dell'evento e lo squalificante di turno oltre tutto fa politica.
A politico è contrapposto bene di tutti, efficienza, spirito imprenditoriale, una coincidenza della propria visione del mondo con l'opinione di una presunta massa di persone prive della possibilità di accesso ai media, che ha chi lancia l'interdizione.
L'ambiente favorevole per questo è in certe sottoculture aziendali, dove c'è un uso corrispondente di politico, sostantivo da maldicenza, che apostrofa i furbi e i concorrenti più abili nel salire al vertice, i sindacati, per l' "ingiustificato" controllo sulla gestione delle risorse, e tutti quelli che per mestiere emettono provvedimenti e fanno rispettare le leggi sull'impresa.
Sono tutte espressioni di una rete di protezione di una imprenditorialità immaginaria, propensa a non rispettare la divisione di poteri necessaria alla convivenza civile, non solo degli esponenti del business scellerato.
Ma anche gli usi passepartout della parola lasciano perplessi. Dal "personale è il politico" del femminismo storico al "politico del mio privato" degli showmen, alla "finalità personale del politico".
Nell'azienda istituzione ci sono le politiche, al femminile: quella finanziaria, di cui tanto si parla in questi giorni per il crack Parmalat, che implica rapporti discutibili con il mondo politico esterno, quella del personale, che qualcuno vorrebbe chiamare "people strategy", come si fa ad Honolulu, quella commerciale, che va dal posizionamento della marca alla soddisfazione del cliente, alla competizione sul mercato. Quest'ultima davvero motore e centro della strategia di sviluppo, espressione qualificante di politica e politico.
Imprenditore da bene
"Insomma, lei vuole fare una Telebontà. Ma il bene non fa notizia: l'aveva già detto, con rammarico, Aldo Moro ... ". Calisto si strinse nelle spalle: "Io vorrei provarci. Sono cattolico. E spero, ardentemente, di essere un cattolico vero. A me interessa il bene".
"Solo il bene? E il profitto, allora? Non sempre vanno d'accordo, caro Tanzi". Calisto giunse ancora le mani, meditando, poi mormorò: "Certo, quando uno fa l'imprenditore, il profitto va conseguito. Ma non a danno dei valori che contano. E aggiungo che una vera industria, teoricamente, dovrebbe essere di tutti".
Da Giampaolo Pansa, Quando Tanzi predicava bontà, la Repubblica, 15 gennaio 2004.
Andamento dell'economia
A - Variazioni in % del PIL (2003/2002)
B - Rapporto debito pubblico/PIL (in %)
C - Prezzi al consumo (incremento in % 2003/2002)
|
A |
B |
C |
||
| Italia |
0,5 |
106,7 |
2,8 |
|
| Belgio |
0,7 |
105,8 |
1,8 |
|
| Francia |
- 0,2 |
59,0 |
2,5 |
|
| Germania |
- 0,2 |
60,8 |
1,3 |
|
| Paesi Bassi |
- 1,1 |
52,4 |
2,0 |
|
| Regno Unito |
2,0 |
38,5 |
1,3 |
|
| Spagna |
2,4 |
53,8 |
2,9 |
|
| U. E. 15 |
0,6 |
62,3 |
2,0 |
|
Fonte: Eurostat - 2004
Lavoro in Europa e USA
A - Tasso di occupazione (in %, da 15 a 64 anni)
B - Orario settimanale di lavoro a tempo pieno (in ore)
C - Incremento del costo del lavoro (in % rispetto al primo trimestre del 2003)
D - Tasso di disoccupazione (in %)
|
A |
B |
C |
D | |
| Italia |
55,4 |
38,5 |
1,0 |
8,5 |
| Belgio |
59,7 |
39,3 |
2,0 |
8,1 |
| Francia |
62,9 |
37,7 |
3,5 |
9,6 |
| Germania |
65,4 |
39,9 |
2,6 |
9,3 |
| Paesi Bassi |
74,5 |
38,9 |
3,7 |
4,0 |
| Regno Unito |
71,5 |
43,3 |
3,2 |
4,9 |
| Spagna |
58,4 |
40,4 |
3,6 |
11,2 |
| U. E. 15 |
64,2 |
40,0 |
2,7 |
8,0 |
| USA |
74,0 |
n. d. |
3,8 |
6,0 |
Fonte: Eurostat - 2004
Ludologia
Matteo Bittanti è uno studioso di videogiochi, cinema, pop culture e new media, Mary Flanagan s'interessa di arte, tecnologia e studi di "genere". Insieme hanno scritto un'analisi critica su The Sims, un simulatore di relazioni umane, creato da Will Wright, uno dei più geniali game designer. Il libro "The Sims: Similitudini, simboli & simulacri" è edito da Unicopli nella collana Ludologica, Videogames d'Autore, diretta dallo stesso Bittanti e Gianni Canova.
The Sims è un software toy, aperto, modulare, adattabile, un ibrido che possiede i caratteri del gioco, del giocattolo e dalla simulazione. L'utilizzatore stabilisce le caratteristiche di un nucleo familiare virtuale. Può fare interagire i componenti fra loro e con altri personaggi presenti in un quartiere suburbano degli Stati Uniti. Può sviluppare amicizie, impegnarsi per far carriera, tentare di rendere felice la sua famiglia.
Il sistema ludico di The Sims è composto di tre componenti fondamentali "moduli teorici interrelati che danno luogo ad una architettura dinamica di effetti": la dimensione formale ("game"), quella esperenziale o performativa ("play") e quella culturale ("culture").
La complessità del software toy di Wright è analizzata alla luce delle tattiche di senso, dei simboli e dei simulacri culturali possibili, utilizzando le categorie interpretative di massmediologi, semiologi, filosofi del linguaggio, sociologi e di una filmologia corrispondente. Il gioco, che ha venduto in poco più di tre anni oltre 7 milioni di copie, che salgono a 20 con le espansioni, viene smontato fino a rivelare i più reconditi significati sottostanti delle ideologie del consumo e della femminilizzazione dello spazio domestico.
Intelligenza e rapidità di comando
"Chi vorremmo come capo o come nostro collaboratore? Qualcuno onesto, pieno di entusiasmo, che trasmette energia, coraggio, simpatia e sa agire con intelligenza e rapidità. Noi tutti abbiamo, potenzialmente, queste capacità.
Ma dobbiamo risvegliarle, stimolarle. Spesso ci lasciamo trascinare dal pessimismo, dalla diffidenza, dal sospetto, e restiamo immobili anziché andare alla ricerca di alleati con cui avanzare e vincere.
E' incredibile quante cose possa fare un gruppo compatto, creativo, cementato dalla fiducia reciproca e dal convincimento che qualsiasi problema si può risolvere, qualsiasi difficoltà superare."
Da Francesco Alberoni, Un capo che dà sicurezza non è mai pessimista, Corriere della Sera, 12 gennaio 2004.
Stati di necessità
Può sembrare incredibile, ma la vicenda Parmalat non è certamente causata da mancanza d'informazioni su come stavano i fatti.
La fiducia delle banche e l'ossequio dei dirigenti all'imprenditore sono stati originati dal "carisma" che Tanzi possedeva e dalla supercompetenza del suo "geniale" direttore finanziario. Entrambi godevano di un eccesso di popolarità, che li metteva al di sopra di ogni riserva di consenso.
Il vertice aziendale era composto da ragionieri, che avevano fatto tutta la gavetta e la carriera ingrandendo Parmalat e aprendo le sue dépendances - più di un centinaio - in giro per l'Europa, in tutte le Americhe, dal Venezuela al Delaware, nei Caraibi. Persone tutte casa e chiesa, che sapevano di conti e dialogavano con i loro omologhi, contabili delle banche e delle società di certificazione dei bilanci, altre persone concrete, che non guardano in faccia a nessuno, che, per mestiere, usano compiere ispezioni approfondite per verificare entrate e uscite, stato patrimoniale e conto economico delle aziende prima di pronunciarsi.
I dirigenti hanno dichiarato che non potevano rifiutarsi agli ordini del padrone o che non avevano poteri decisionali, i contabili revisori che avevano minacciato di rivelare o di denunciare, i bancari che erano rimasti colpiti dalla concorrenza delle aziende di credito straniere e dalle valutazioni delle agenzie di rating.
E' stato il ritornello continuo, la giustificazione ritenuta troppo palesemente infondata da chi ignora le ragioni delle scoperte di certi talenti e lo stress da pronto adeguamento alla voce del padrone che queste scelte comportano per i talentuosi, la diffusione di certe sottoculture della "militanza aziendale" (v. lo spunto di discussione del 10 novembre scorso), che le alimentano.
L'affiliazione dei dipendenti di Tanzi costa loro meno di quello che comporta per i revisori e i bancari, costretti ad aggiungere altre illiceità o immoralità ai reati commessi in associazione con il padrone della Parmalat.
Basta solo pensare alle conseguenze negative per i lavoratori, i risparmiatori e l'economia del paese per capire perché negli Stati Uniti, dopo il crac Enron sia stata emanata la legge Sarbanes-Oxley, che ha stabilito un minimo di dodici anni di carcere per il falso in bilancio, la SEC disponga di poteri ispettivi pressochè illimitati e, alla scoperta della frode la società di revisione, i dirigenti dell'autorità di vigilanza, i banchieri e gli analisti coinvolti siano scomparsi per radiazione dal ruolo, licenziamento, dimissioni, perfino rifiuto di continuare a collaborare dei dipendenti più capaci.
Quali ammaestramenti si possono trarre?
1° Ci sono troppi ragionieri che non contano,
2° il tesoro dell'imprenditore, al contrario degli abiti dell'imperatore, c'è ma non si deve vedere,
3° il talento di un manager può essere interpretato e apprezzato in modi differenti dalla valutazione del suo padrone,
4° il gioco tra ragionieri che non contano, manager di fiducia, imprenditore-prenditore finisce con lo stato di estrema necessità dell'azienda e l'inizio di un altro gioco.
Cacciata dalla festa
Nel mercato informatico Apple è l'azienda che lancia i prodotti più innovativi e apre i nuovi settori, da cui viene regolarmente emarginata perché non riesce a sfruttarli al meglio.
L'interpretazione di Fast Company di questo mese, nell'articolo intitolato "If He's So Smart ... Steve Jobs, Apple and the Limits of Innovation" (Se fosse più furbo ... Steve Jobs, Apple e i limiti dell'innovazione), è che gli imprenditori e cofondatori dell'azienda siano preda di una creatività distruttiva, che li porta a fare le mosse sbagliate nella fase di commercializzazione.
E' una storia cominciata negli anni '70 con la decisione di non concedere in licenza il proprio sistema operativo. Se quella è acqua passata, la Apple non sembra avere imparato la lezione. Lo dimostra la gestione del nuovo obiettivo dell'azienda, la musica digitale.
Il lancio dell'iPod è stato l'evento del 2003. Ma anche in questo caso, dai successi ottenuti dalle aziende concorrenti, sembra che la Apple abbia organizzato una festa da cui è destinata ad essere buttata fuori. Così come è capitato a Steve Jobs, allontanato in malomodo da quella organizzata dalla sua società per celebrare i vent'anni della Apple in Europa, svolta lo scorso 16 settembre al Musée d'Orsay a Parigi.
Jobs si era presentato non rasato, vestito in jeans lisi, maglietta nera e scarpe da ginnastica. Un episodio emblematico.
Avventura d'impresa
Final Fantasy Tactics Advance è un videogame multiplayer sviluppato da Square-Enix per la Nintendo e presentato come il seguito di uno strategico a turni realizzato anni fa per la Playstation. Ma è in realtà un nuovo episodio a sé stante.
Tre ragazzini, Marsh, Mewth e Ritz, scoprono un libro magico e lo usano, provocando degli effetti insospettati. La loro città, Ivalice, cambia in un immenso mondo fantastico dal quale dovranno fare ritorno con un percorso pieno di missioni e di nemici. Per riuscirci devono costituire un clan, reclutando i componenti fra le varie etnie presenti a Ivalice, ciascuna dotata di peculiari abilità: gli umani, a cui essi appartengono, i Viera, che hanno particolari capacità di orientamento, i Nu Mou, efficaci assistenti e i Bangaa, adatti agli scontri fisici.
Per progredire nel percorso i giocatori possono equipaggiare i componenti del clan con strumenti comprati nei negozi in cambio dei "guil", ottenuti in battaglia. C'è la possibilità di giocare 300 missioni, gestendo nel modo migliore gli elementi del clan.
Nel mondo di Ivalice ci sono leggi diverse da rispettare. In alcuni posti non si può usare la magia, in altri sono vietate le aggressioni fisiche. Ci sono dei giudici che controllano che le leggi siano rispettate. In caso contrario, il trasgressore è ammonito con un cartellino rosso e, per le inadempienze più gravi, con un cartellino giallo e va in prigione. A mano a mano che vengono compiute nuove missioni si aggiungono nuove leggi, da rispettare oltre quelle già in vigore. A complicare ulteriolmente le cose, il giocatore può usare delle "legalcarte", che hanno il potere di annullare gli effetti di certe magie.
A metà strada fra un gioco di strategia e uno di ruolo, Final Fantasy Tactics Advance è un bel videogame dall'impatto grafico notevole. Le ambientazioni sono molto diversificate tra loro e la realizzazione contribuisce a una facile comprensione delle possibilità d'intrapresa. Il tutto è organizzato in comodi menù.
E' una simulazione di che cosa potrebbe accadere nella nostra realtà se ci fossero regole e controlli sull'imprendere.
Big bond bang
1. Interrogatorio di Fausto Tonna, ex direttore finanziario della Parmalat
"Devo premettere che la Grant Thornton revisiona i bilanci della Parmalat sin dal 1985/1986. Sta di fatto che ebbe l'incarico di revisione successivamente alla quotazione in borsa della Spa Parmalat Finanziaria. Dunque la Grant Thornton conosceva bene la realtà del gruppo avendola seguita direi sin dalle origini. In particolare il rapporto è stato intrattenuto con Lorenzo Penca e Maurizio Bianchi.
Posso tranquillamente affermare che i revisori sapevano tutto o parecchio. Infatti, quando nel 1998 dovemmo affidare l'incarico di revisione a un'altra società per la normale rotazione, ebbi diverse riunioni con entrambi i revisori perché soprattutto occorreva risolvere il problema della società delle Antille Curcastle e Zilpa che sino ad allora avevano svolto un ruolo analogo a quello che avrebbe ricoperto la Bonlat e che cioè erano state utilizzate per scaricare le perdite e altro del gruppo.
Su mia richiesta si impegnarono anche a costituire questa nuova società che per l'appunto è la Bonlat. Ritengo che la Grant Thornton, nello studiare e suggerire la soluzione, abbia soprattutto cercato di cautelarsi per la copertura che aveva fornito negli anni precedenti al nostro illecito comportamento".
Da Mara Monti, Grant Thornton sapeva tutto, Il Sole-24 Ore, 31 dicembre 2003.
2. Interrogatorio di Lorenzo Penca, Presidente dimissionario di Grant Thornton
"Non riesco a spiegare le accuse che sono state lanciate contro di me dai vertici di Parmalat se non come una ritorsione per la decisione della mia società di denunciare alla Procura della Repubblica quello che avevamo scoperto.
Tutto quello che sapevamo noi di Grant Thornton lo sapeva anche Deloitte, se noi siamo stati truffati è stata truffata anche Deloitte".
Da Luca Fazzo, E tra i revisori volano le coltellate, la Repubblica, 3 gennaio 2004.
3. Intervista a Lawrence West, Ispettore della Securities and Exchange Commission (SEC), l'autorità di Borsa americana
"Sul fronte civile abbiamo appena depositato gli atti che probabilmente andremo a modificare alla luce delle informazioni acquisite, una procedura prevista dal codice americano, una sola volta dall'avvio della 'civil action'... Vogliamo che gli investitori americani siano trattati seguendo criteri di equità nelle diverse categorie di creditori, dagli azionisti, agli obbligazionisti, creditori bancari, fornitori etc".
"Grazie al varo della legge Sarbanes-Oxley, che ha instaurato la responsabilità penale nella certificazione dei bilanci per l'ad e il direttore finanziario, il ruolo della Sec si è rafforzato non solo sul versante amministrativo ma anche penale. Ora c'è l'incoraggiamento alla denuncia penale - con il rischio di un massimo di 20 anni di carcere - degli executive corrotti. Lo si è visto per Worldcom e per Enron. Il caso della Parmalat è il primo che applica la legge americana ad aziende straniere".
Da Mara Monti, Investitori Usa, la Sec in Italia vuole equità, Il Sole-24 Ore, 3 gennaio 2004.
4. Revisore di fiducia
"Penca si era conquistato sul campo il ruolo di revisore di fiducia nell'impero targato Tanzi. Nel 1990 la Parmalat finanziaria sbarca in Borsa. E il cavalier Calisto a chi affida la certificazione dei bilanci? Alla Hodgson Landau Brands (Hlb) guidata da Penca. Si trattava solo di una conferma, perché anche negli anni precedenti, quando l'azienda di Collecchio ancora non era quotata sul mercato azionario, la stessa Hlb si era occupata di verificare la correttezza dei conti di Parmalat. Anche il Parma Calcio dal 1993, come molte altre squadre, decise di farsi certificare i bilanci. Manco a dirlo è la Hlb ad aggiudicarsi il mandato. Nel 1995 Penca e compagni cambiano divisa. Lasciano la rete Hodgson Landau e si affiliano al network internazionale di Grant Thornton... Dopo il trasloco, Penca non perde i vecchi clienti".
Da Vittorio Malagutti, Sui conti sempre gli stessi revisori. Cambiava solo la targa sulla porta, Corriere della Sera, 6 gennaio 2004.
5. e banche fiduciose
"Due giorni di interrogatorio non sono bastati a Fausto Tonna per esaurire la galleria degli orrori della Parmalat. Sono stati sufficienti però agli inquirenti per far entrare nel vivo l'ormai famosa 'fase due' dell'inchiesta, quella che riguarda gli istituti di credito, i loro silenzi, le loro complicità, i loro errori.
E' dunque arrivato il momento dei fatti e dei nomi. I fatti sono molti: emissioni di bond sospette, acquisizioni di asset sovrapprezzo, movimenti infragruppo, accordi sottobanco. I nomi fatti da Tonna, praticamente, tutti: Intesa, Capitalia, Unicredit, Mps, SanPaolo, Santander, Jp Morgan, Citigroup, Bank of America e altre, Bnl, Bipielle e AbnAmro".
Da Marco Mensurati, Tonna inguaia i banchieri presto sarà sentito Geronzi, la Repubblica, 7 gennaio 2004.
Revisori
Nel linguaggio aziendale la visione è, più spesso, la prospettiva strategica: la "vision", come una minoranza, convinta delle magnifiche sorti e progressive del change management, si ostina a chiamarla. La visione fa coppia con la missione, la ragion d'essere, lo scopo fondamentale, anch'essa detta "mission" dai sostenitori del value management: il valore per gli azionisti, i clienti, i dipendenti ("people") e gli stakeholder.
La visione non è la previsione. E' di più. E' il modello di business "a tendere", fatto di competitività e di eccellenza sui mercati, per gradimento dei prodotti, fedeltà dei clienti, redditività dei processi.
L'abuso di parole astratte dà il senso che la visione è una speranza che può anche fare a meno della previsione. E infatti nell'ultimo decennio si è assistito all'abbandono progressivo delle tecniche previsionali e degli studi previsivi, che avevano prima alimentato le direzioni strategia, indispensabili per giustificare le intuizioni dei capi azienda, quelli dello sviluppo, con il prodotto nella pancia. Oggi al massimo si fa analisi tendenziale sullo scacchiere dei competitori, imprenditori e top manager vi cercano l'assicurazione contro i rischi della produzione distintiva negli anfratti della speculazione, un terreno di coltura della finanziarizzazione delle imprese italiane, dell'indebitamento con le banche, della bassa capitalizzazione di borsa.
La visione è costretta a fare appello alla revisione continua delle mosse strategiche, tentate con poca previsione. Bisogna andare al cuore dei problemi da risolvere con molteplici aggiustamenti, cambiando, a seconda delle dimensioni delle crisi, i prodotti, i processi produttivi, i rapporti interaziendali, la governance, aumentando il valore, a seconda delle situazioni, con le manovre di ripiegamento, focalizzate sui costi o di svolta radicale nell'azione sui mercati e verso i clienti.
La revisione strategica richiede idee, energie, coraggio. Spezza la continuità. Non può essere dissimulata senza il contributo dei revisori, quelli delle società di revisione contabile, che certificano i bilanci. I certificatori operano anche essi in un mercato competitivo e sono pagati dal certificando.
C'è altro da aggiungere per capire perché è sempre più facile essere preda delle visioni?