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30/06/2003

Geezer e Geek

All'oceanica produzione letteraria sulla leadership Warren G. Bennis ha già contribuito con più di venti libri, un paio di centinaia fra articoli e saggi e con l'esempio. E' presidente del Leadership Institute della South California University e ci tiene a far sapere che a 19 anni, durante la seconda guerra mondiale, è stato comandante nella fanteria degli Stati Uniti.

Anche questa volta scrive sul tema, che gli è abituale da quaranta anni. E' in coppia con Robert J. Thomas, direttore del Centro per il cambiamento strategico di Accenture. Il libro si intitola "L'alchimia della leadership", Il Sole-24 Ore, Milano, 2003. Sostiene la tesi che leader si diventa con percorsi diversi a seconda del contesto sociale ed economico in cui ci si trova ad operare, ma possedendo almeno come caratteristiche indispensabili il desiderio di imparare e la capacità di meravigliarsi ogni volta che ci si riesce.

Gli autori confrontano perciò i comportamenti di successo di due distanti generazioni di leader: i "geezer", innovatori bizzarri, istrioni, quelli che oggi hanno 70 - 80 anni, e i "geek", che hanno 30 anni e meno, emuli di Bill Gates, esperti di nuove tecnologie. Intervistando gli uni e gli altri (Bennis nato nel 1925 è tra i primi), emergono esperienze di vita e di lavoro imprenditoriale negli ultimi 50 anni di storia dell'economia occidentale.

Sta qui il merito principale del libro, come ci aveva abituati Bennis fin da "Leaders". Nè meno trascurabile è l'assenza della solita, quanto ingiustificata precettistica alla maniera dei vari Kotter, Tichy e Devanna e simili.

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26/06/2003

La guerra dei talenti 2

Nei call centers delle compagnie di assicurazione lavorano anche laureati di 27-28 anni, per il 47% assunti con contratto a tempo determinato.

"Il turnover è elevato, in quanto trattandosi di personale giovane, la professionalità acquisita può essere facilmente offerta sul mercato del lavoro".

Nel 2002 le 249 imprese italiane hanno realizzato utili per 3.450 milioni di euro su un portafoglio premi di 87.715 milioni e "le strutture di liquidazione si sono ridotte del 13% e del 16% al  Sud".

Per il 2003 è previsto un ulteriore incremento della raccolta premi a 97.467 milioni di euro, l'11% in più sul 2002.

Dalla relazione annuale del presidente dell'ANIA (Associazione nazionale delle imprese assicurative), Roma, 25 giugno 2003.

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Etica certificata

"Coop ha deciso di lanciare il tema della responsabilità sociale delle imprese convinta che le motivazioni sostanziali che l'hanno spinta negli anni ad adottare comportamenti e fare azioni che rispondessero alle aree tematiche individuate come prioritarie in ECR possano e debbano oggi essere condivise dai produttori e dalle industrie nostre fornitrici".

"Fin dal 1998 abbiamo deciso di adottare per primi in Europa lo standard SA8000 che è l'unico standard internazionale valido in tutti i settori, certificabile da un soggetto esterno, che norma un comportamento eticamente corretto delle imprese e della filiera di fornitura verso i lavoratori, instaurando un rapporto proficuo tra l'impresa e la società civile".

Intervista a Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia (Vincenzo Chierchia, Il Sole-24 Ore, 26 giugno 2003).

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24/06/2003

Genialità italiana

"Nel giro di sei mesi la Ducati ha ridicolizzato i giganti delle moticiclette. Ha accrocchiato su una moto e ha vinto, pur senza avere il miglior pilota del mondo, che oggi è Valentino Rossi. Tutto questo, partendo da Bologna e da un impianto che sta a metà strada fra il grande capannone artigianale e una fabbrica vera e propria, dove quasi tutto è fatto ancora a mano (la leggenda dice che non ci sono mai due Ducati uguali proprio perchè sono fatte una per una).

Insomma, la genialità italiana, il gusto del fare, la sapienza artigianale hanno stracciato i colossi mondiali del settore, i giganti industriali d'Oriente, i campioni dell'organizzazione industriale. Via, siamo bravi e in un modo o nell'altro ce la caviamo sempre. Modello Ducati, allora, per l'Italia?

La risposta, ovviamente, è no. Bravissimi gli uomini della Ducati (come del resto quelli della Ferrari), ma non possiamo continuare a puntare sulla genialità del nostro saper fare, sulle acrobazie dei nostri artigiani e dei nostri ingegneri. La Honda e la Yamaha, anche se perdono davanti alla Ducati, sono pur sempre dei colossi industriali, i colossi del loro settore. E la Ferrari è comunque dieci volte più piccola della Porsche. Insomma, il modello Ducati non deve diventare una sorta di consolazione per il paese".

Da Giuseppe Turani, Italia modello Ducati, La Repubblica - Affari & Finanza, 23 giugno 2003.

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Arrangiarsi per vivere

Postal 2, Running with scissors è un videogame che fa interpretare la parte di un programmatore, che vive a Paradise, negli Stati Uniti e lavora alla Running, la stessa software house che ha sviluppato il gioco.

Si parte dal licenziamento in tronco del protagonista. Questi dovrà perciò affannarsi con lavoretti occasionali per guadagnarsi da vivere e non irritare di più la sua fidanzata, che già lo considera un perdente. Nel suo percorso quotidiano incontrerà ostacoli, difficoltà e frustazioni.

Per fare i suoi lavori può scegliere di avere rapporti cortesi o di ricorrere alla violenza nei confronti degli interlocutori.

Postato da: orsola a 11:59 | link | commenti

Da dipendenti a colleghi

Con la caduta del muro di Berlino è cominciata la terza fase del capitalismo. La sua scomparsa come organizzazione sociale ed economica concreta e la sua trasformazione in una civiltà. Il capitalismo è diventato invisibile.

Nella prima fase, che va dal diciottesimo secolo alla seconda guerra mondiale, il fondamento è stata la produzione e il fattore significativo sono stati i beni materiali. Nella seconda fase, dalla fine della seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino, il fondamento è stato il consumo e il fattore chiave l'immagine delle merci trasmessa dalla pubblicità. Nella terza fase, l'attuale, al centro ci sono le idee. Il plusvalore si ottiene con la partecipazione dei lavoratori, che sono passati dall'essere dipendenti alla posizione di colleghi.

E' il "capitalismo di finzione", come lo definisce Vicente Verdù nel suo libro "El estilo del mundo" ("Lo stile del mondo"), appena giunto in libreria, in cui analizza i cambiamenti, che stiamo vivendo da quindici anni.

La sfida più importante del capitalismo di finzione sta nell'essere diventato un'atmosfera naturale, perchè i processi che si sono sviluppati erano già nell'aria alla fine degli anni ottanta. Il suo centro geografico, gli USA, hanno raggiunto il loro eccezionale ruolo di protagonisti, affermandosi come cultura egemone al mondo con la potenza della loro produzione nel campo dell'intrattenimento e dell'informazione.

Da Vicente Verdù, El estilo del mundo, Anagrama, Madrid, 2003.

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Responsabilità sociale d'impresa 3

"Con più di 130 punti vendita, la catena di supermercati MPreis è molto popolare nel Tirolo austriaco" ... "Ormai da qualche decennio i superstore della famiglia Molk riservano ai clienti un'esperienza insolita per i frequentatori dei 'nonluoghi' della postmodernità. Rinunciando all'abituale strategia dei marchi più diffusi che cercano di consolidare la propria identità in un'architettura uguale dappertutto, gli MPreis hanno infatti intrapreso la strada più difficile della varietà in accordo con le caratteristiche del luogo".

"Le nuove parole d'ordine - visibilità ottimale degli spazi interni, trasparenza verso il territorio per rafforzare l'orientamento, tecniche costruttive avanzate con potenzialità di riorganizzazione degli edifici anche a diversi usi, eccetera - producono strutture da cui nascono nuovi luoghi sociali e spazi di alto livello estetico. A Wattens, ad esempio, una piccola località nota per la produzione di vetri, l'architetto francese Dominique Perrault ha appena finito di costruire un 'cristallo' immerso nel verde cupo dello scenario alpino, includendo nella geometria regolare una energica relazione tra l'universo delle merci e il mondo della natura. Avviata dalla pionieristica esperienza di Wolfang Poschl a St. Johann nel 1993, la politica imprenditoriale dei Molk ha svecchiato i cliché dell'edilizia commerciale e ha contribuito a porre questo periferico e appartato lembo dell'Austria occidentale sulla mappa della nuova architettura europea, guadagnandosi il riconoscimento della regione Tirolo per il contributo alla qualità dell'ambiente".

Da Fulvio Irace, Alpina sì, ma all'avanguardia, Il Sole-24 Ore, 22 giugno 2003.

Vedi gli interventi "Responsabilità sociale d'impresa", 3 giugno, "PMI e non profit", "Banche e ambiente", 5 giugno.

Postato da: orsola a 11:45 | link | commenti (1)

Responsabilità sociale d'impresa 2

"La società di Bill Gates ha annunciato, ma non ha quantificato, un programma di assistenza al Terzo mondo contro l'analfabetismo elettronico. Gli regalerà software e gli manderà istruttori in modo che il computer diventi il normale strumento di lavoro. Il modello è il Sud Africa, dove la Microsoft sta regalando i suoi programmi e preparando i maestri ad usarli in ben 11 mila scuole. Le proteste dei concorrenti sono fondate. Il 90% dei computer in tutto il mondo impiega i programmi windows della Microsoft, che ha perciò una posizione quasi monopolistica. L'iniziativa, che dovrebbe rafforzarla, sarà oggetto di un'indagine dell'antitrast dell'UE".

Da "Geobusiness" di Ennio Caretto, Il Mondo, 27 giugno 2003, 25.

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23/06/2003

Strategie di turnaround

Giorgio Pellicelli dell'Università di Torino ha realizzato per conto di ISVOR FIAT una ricerca sulle strategie di uscita da una crisi aziendale. L'indagine ha esaminato le pubblicazioni sull'argomento, le analisi e le proposte delle società di consulenza e ha rilevato il comportamento di turnaround di 26 aziende dei settori auto, costruzioni meccaniche, telecomunicazioni, media e tecnologia, high tech, trasporto aereo.

Sono state così identificate

- le principali cause delle crisi: recessione, concorrenza, innovazione tecnologica, nuove tendenze settoriali, declino del sistema paese, cambiamenti inattesi e, in primo luogo, l'"ineffective management", secondo l'indicazione di Pricewaterhouse Coopers;

- i sintomi dell'inizio della crisi: caduta dei profitti e delle quote di mercato, "fuga dall'azienda" dei migliori, diminuzione della produttività, della qualità e della redditività dei prodotti, eccesso di scorte sulle vendite, perdita di immagine e cannibalizzazione dei prodotti, sottutilizzazione a meno del 60% della capacità produttiva e

definiti i rimedi, possibili, ma raramente praticati dal management dell'azienda in crisi, riassumibili in

- fare presto a diagnosticare la situazione, valutare le alternative strategiche di lungo periodo, aumentare l'attrattività dell'azienda per potenziali acquirenti o partners, convincere i migliori collaboratori a rimanere, ottenere il sostegno dei creditori e giocare al meglio la liquidità residua.

La ricerca raccomanda particolarmente di

- ridurre i costi di produzione,

- differenziare e migliorare i prodotti,

- avere una nuova leadership, più forte, impegnata nella gestione operativa,

- ottenere il consenso degli azionisti di riferimento e dei manager a tutti i livelli sulle strategie di turnaround,

- mantenere gli investimenti strategici.

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20/06/2003

Occupazione e ripresa

Vengono divulgati in questi giorni quasi contemporaneamente tre studi sul nostro mercato del lavoro, frutto di gruppi di ricercatori di diverso orientamento e i tre sindacati confederali, per la prima volta insieme dopo tredici anni, firmano con Confindustria un'intesa sulle priorità per la ripresa.

I quattro documenti vengono a meno di due settimane dall'approvazione nel Consiglio dei ministri del decreto attuativo della "legge Biagi" e chiudono concettualmente una fase conflittuale, aperta con la minacciata riforma dell'art. 18.

I tre studi sono stati realizzati da Eurispes e Ispesl sulla sicurezza del lavoro flessibile, dall'IRES-CGIL sul lavoro atipico ("terzo rapporto") e dalla Fondazione Debenedetti sulla partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Lavoro flessibile

Secondo l'indagine Eurispes il lavoro flessibile comporta un maggior numero di incidenti e di malattie professionali, benchè la frequenza degli infortuni sia variabile e disomogenea. "I tassi di mortalità e di infortuni dei lavoratori temporanei sono almeno due-tre volte superiori a quelli dei lavoratori stabili e permanenti" perchè "è generalizzata la tendenza ad assegnare a questi ultimi (i lavoratori atipici n.d.r.) i compiti pericolosi, rischiosi o da prestarsi in ambienti insalubri che il personale, regolare dell'impresa, di norma rifiuterebbe".

I lavoratori flessibili non sono una parte trascurabile della popolazione attiva. Sommando co.co.co, part time, formazione-lavoro, a tempo determinato, lavoro interinale e apprendistato si raggiungono i 6 milioni, il 28% degli occupati. Il che rende ancor più drammatica la condizione evidenziata dall'indagine, non definibile altrimenti che con l'espressione di Luciano Gallino, concezione "usa e getta" della forza lavoro.

Nel suo "Terzo rapporto sul lavoro atipico in Italia" l'IRES-CGIL analizza l'universo dei co.co.co, i due milioni e 400 mila, la categoria contrattuale più rilevante in assoluto, pari all'11% del totale occupati e al 40% di quelli precari, una popolazione che nel periodo 1997-2000 è cresciuta del 91,4%, eludendo, spesso con l'accordo sindacale, l'assunzione a tempo indeterminato come lavoratori subordinati.

I dati dell'osservatorio mettono in evidenza che il rapporto uomini-donne è 53,8% contro 46,2%, superiore per queste di cinque punti rispetto allo stesso rapporto sul totale occupati, che la concentrazione massima per età, il 53,2%, è tra i 30 e i 49 anni, che i lavori svolti richiedono spesso una buona professionalità, ma che la retribuzione è mediamente inferiore di oltre il 30% di quella dei lavoratori stabili a parità di impiego, con prospettive anche pensionistiche nettamente peggiori.

Solo un quinto dei co.co.co può essere oggi ricondotto a un "lavoro a progetto", come prevede il decreto attuativo che abolisce il loro contratto. I datori di lavoro degli altri due milioni circa di co.co.co avranno un anno di tempo "dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento" per decidere se licenziarli o assumerli a tempo indeterminato o trasformare il rapporto in staff leasing, se vi sono le condizioni. Qualcuno teme un aumento del lavoro nero.

Lavoro femminile

La ricerca della Fondazione Debenedetti, che sarà discussa domani in un convegno ad Alghero, è fatta di due studi, preparati da due gruppi di esperti. Il primo considera la partecipazione femminile al mercato del lavoro dal punto di vista macroeconomico, il secondo analizza le scelte di maternità e di partecipazione al mercato del lavoro dal punto di vista microeconomico per cogliere l'impatto di diverse combinazioni di politiche occupazionali e sociali, progettate per conciliare lavoro e cura dei figli.

Nel primo rapporto è esaminata la "capacità dei paesi Europei di offrire lavoro alle donne, confrontandola con la situazione degli Stati Uniti e con il mercato del lavoro maschile, i successi e gli insuccessi raggiunti fino ad oggi e suggerisce politiche economiche che permettano di accrescere il ruolo delle donne nel mercato del lavoro" in modo da raggiungere gli obiettivi della cosiddetta "agenda di Lisbona" e delle decisioni adottate a Stoccolma dall'Unione Europea nel 2000 e 2001. Il rapporto sostiene che "per avvicinarsi all'obiettivo del 60% di occupazione femminile fissato a Lisbona è necessario riformare i mercati del lavoro, creando più opportunità per la nascita di nuove imprese, soprattutto nel settore dei servizi, introducendo maggiore flessibilità nella creazione dei posti di lavoro, anche in forme atipiche, e facilitando le procedure di assunzione e licenziamento dei lavoratori". Oggi solo i paesi Scandinavi e il Regno Unito hanno raggiunto l'obiettivo di Lisbona, mentre nei paesi mediterranei il tasso di occupazione femminile si aggira intorno al 40% e in tutti quelli che entreranno nell'UE nel 2004 si è molto lontani dal livello di occupazione indicato.

"Per raggiungere l'obiettivo di Lisbona conviene eliminare i disincentivi alle imprese che creano forme di lavoro più flessibili. Le politiche del lavoro dovrebbero intervenire anche nel superare gli svantaggi che le donne hanno nella loro professione soprattutto a causa delle interruzioni legate a impegni familiari, cercando di minimizzare la durata di queste interruzioni. Interventi adeguati dovrebbero essere indirizzati anche ai giovani, che saranno chiamati a confrontarsi con un mercato del lavoro più competitivo".

Il secondo rapporto suggerisce che "in paesi con bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, come l'Italia, il raggiungimento degli obiettivi posti a Lisbona, in termini di tassi di occupazione femminile, richiede il perseguimento di politiche sociali mirate al coinvolgimento nel mercato del lavoro di quei soggetti che oggi trovano più 'costoso' entrarvi, come le madri a bassa scolarità e basso reddito. Perciò sono auspicabili politiche sociali che permettano un'articolazione più flessibile degli orari di lavoro e un'espansione dei servizi per l'infanzia, insieme a politiche fiscali atte a ridurre le aliquote marginali per i redditi da lavoro medio-bassi o a introdurre programmi di reddito minimo. Queste politiche, introdotte congiuntamente, potrebbero generare migliori opportunità di impiego per le giovani madri e, allo stesso tempo, un aumento della ricchezza complessiva della famiglia, che consentirebbe ad un maggior numero di madri di sostenere i costi di partecipazione al mercato del lavoro".

Patto per la ripresa

L'accordo "Per lo sviluppo, l'occupazione e la competitività" elenca le "priorità condivise" dalle tre principali Confederazioni sindacali e dalla Confindustria per la ricerca, la formazione, le infrastrutture e il Mezzogiorno.

Le proposte, con l'auspicio che il Governo ne recepisca i contenuti nel prossimo Documento di programmazione economica e finanziaria e nella legge finanziaria del 2004, puntano a una ripresa dell'economia e dell'occupazione attraverso un miglioramento della competitività del nostro paese.

Viene proposto nella ricerca e innovazione la fissazione di obiettivi di spesa pubblica attraverso un graduale innalzamento della percentuale sul PIL della spesa in ricerca (a partire dal 2004 percentuali pari allo 0,75%, 0,85%, 1%), la riattivazione del finanziamento delle leggi in materia e, nell'ambito del semestre di presidenza italiana dell'UE, un'interpretazione del patto di stabilità che consenta di escludere la spesa pubblica per la ricerca nel calcolo dell'indebitamento rilevante, un'agevolazione fiscale per gli utili investiti dalle imprese in ricerca e sviluppo.

Le parti sociali, dice il documento, "ritengono prioritario orientare le politiche formative e i relativi finanziamenti verso la domanda del sistema produttivo, per realizzare in Italia un sistema di formazione coerente con lo sviluppo, la competitività delle imprese e la valorizzazione delle competenze dei lavoratori". Chiedono a Conferenza Stato-Regioni, Parlamento e Governo di adottare un documento sull'impegno dell'Italia per il raggiungimento entro il 2010 degli obiettivi fissati dal vertice di Lisbona e si impegnano a verificarne l'attuazione. Nel Dpef andranno indicate le "risorse adeguate al progressivo conseguimento degli obiettivi di miglioramento dei risultati del sistema formativo".

Il patto sollecita un impegno governativo "assolutamente prioritario e definito mediante un calendario preciso di scadenze per le progettazioni, gli affidamenti dei lavori, l'apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere, l'entrata in funzione".

"Il Dpef dovrà indicare stabilmente il percorso di chiusura del divario" Nord-Sud. "Occorrerà individuare interventi mirati alle aree più svantaggiate del Mezzogiorno e il regime fiscale transitorio di vantaggio da proporre alla Commissione UE durante il semestre di presidenza italiana".

Le parti sociali chiedono inoltre al Governo di destinare oltre il 45% della spesa pubblica nel Mezzogiorno investendo nelle infrastrutture materiali e immateriali, ma soprattutto nella ricerca e nella formazione attraverso patti formativi.

Le dichiarazioni di Epifani e Pezzotta, subito dopo la firma dell'accordo, sottolineano l'importanza dell'intesa diretta tra le parti, senza intermediazione governativa, per una strategia di inversione del declino del sistema delle imprese e dell'economia italiana.

Il patto mette bene in chiaro l'urgenza di una stretta integrazione politica del lavoro - sociale - fiscale e la necessità di porre fine alle illusioni delle una tantum e degli interventi ordinamentali.

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17/06/2003

Intelligenza emotiva

"Il concetto dell'intelligenza emotiva corrisponde certamente a tutti i criteri caratteristici d'una moda manageriale".

"Quale che sia l'attrattiva del concetto, l'IE resta una nozione abbastanza mal definita, particolarmente delicata da misurare, i cui legami con la prestazione lavorativa non sono rigorosamente stabiliti e di cui non si conoscono realmente le possibilità di sviluppo nell'individuo ... E' opportuno continuare a fare così tanto sforzo per tentare di validare questo concetto, quando altri campi teorici collegati - come quelli dell'intelligenza e delle emozioni, per esempio - meriterebbero un'attenzione almeno uguale? ... Oggi si può prendere in considerazione l'utilizzo dell'IE come strumento di gestione, tenuto conto delle conoscenze limitate al riguardo?".

"Il cantore principale dell'IE, Daniel Goleman, non è più convincente quando si tratta di portare le prove delle sue audaci affermazioni così è gioco forza constatare che numerosi 'lavori di ricerca' menzionati sul suo sito consacrato all'IE (www.eiconsortium.org) presentano gravi lacune metodologiche e spesso non vanno aldilà del racconto di aneddoti senza verifica, quando non si tratta semplicemente della ripresa di rapporti di consulenza i cui strumenti di misura e le cui conclusioni sono rivisti alla luce del concetto d'IE".

"La ricerca sull'IE ... la vitalità di questo campo di ricerca e la credibilità dei risultati riposeranno in gran parte sulla capacità dei ricercatori di fare riferimento a un quadro teorico comune, anche se aperto a discussioni, critiche ed evoluzioni".

"Allo stato attuale è del tutto prematuro voler fare dell'IE uno strumento a finalità manageriale".

Da Karim Mignonac, Olivier Herrbach et Jean Pascal Gond, L'intelligence émotionnelle en question, LIRHE, CNRS-UMR Université des Sciences Sociales, Toulouse, mai 2003.

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Emozioni

"Le emozioni si manifestano nel teatro del corpo; i sentimenti in quello dello spirito", afferma Antonio Damasio, neurobiologo portoghese, direttore del dipartimento di neurologia della Iowa University. "Sembra sempre più confermato che i sentimenti, come gli appetiti e le emozioni che li causano più spesso, hanno un ruolo decisivo nel comportamento sociale. In numerosi studi pubblicati negli ultimi dieci anni, il nostro gruppo di ricerca e altri hanno mostrato che, quando individui prima normali hanno una lesione delle regioni cerebrali necessarie perchè si manifestino certe classi di emozioni e di sentimenti, la loro attitudine a governare la propria vita di relazioni è fortemente alterata".

Le emozioni sono essenziali nella rappresentazione del passato e dell'avvenire e perciò nella presa di decisioni. "Tutto ciò che viviamo è risentito con piacere o dolore e i sentimenti generati diventano componenti obbligati delle esperienze sociali".

Le emozioni primarie sono la gioia, la tristezza, la paura, la collera, la sorpresa e il disgusto. A queste Damasio aggiunge le emozioni "sociali" come l'imbarazzo, la simpatia, la gelosia, l'ammirazione e l'orgoglio.

Nel suo ultimo libro ("Spinoza avait raison. Joie et tristesse, le cerveau des émotions", Odile Jacob, Paris, 2003) formula l'ipotesi che il comportamento etico, il diritto e i fondamenti della cosa pubblica hanno radici nelle emozioni, la cui funzione principale è d'essere state per l'evoluzione il "letto dell'organizzazione sociale".

Negli ultimi trenta anni le ricerche sulle emozioni sono diventate rilevanti negli studi di psicologia, di neurofisiologia, di logica. Importanti contributi allo studio delle emozioni vengono dalla psicologia cognitiva, dalla psicoanalisi, dalla sociologia delle emozioni e dalla filosofia esistenzialista. Le principali correnti psicologiche attuali sulle emozioni si collegano alle intuizioni di Wiliam James, che le considerava percezioni dei cambiamenti corporei ("Siamo tristi perchè piangiamo"), e di Walter Cannon "manifestazioni di impulsi provenienti dalla parte inferiore e non razionale del cervello". E' stata riconosciuta la rilevanza di queste reazioni affettive, determinate da stimoli ambientali, per gestire i problemi dell'agire nella vita di tutti i giorni, caratterizzato da scopi multipli e conoscenze imperfette.

Gli studi di Damasio e di sua moglie Hanna con il gruppo della Iowa University si iscrivono nella tendenza contemporanea dei "meccanici dello spirito" di decifrare il "cervello delle emozioni", derivata da James e Darwin, rilevando le risposte somatiche e riconoscendone le basi neurali.

Postato da: orsola a 12:27 | link | commenti (2)

21/05 Coaching; 22/05 La guerra dei talenti; 27/05 Creatori e distruttori di ricchezza; Intelligenza creativa; 28/05 People strategy; 03/06 Responsabilità sociale d'impresa; Pensiero laterale; PMI e non profit; 05/06 Banche e ambiente; Co.co.co; 06/06 Lobi sempre attivi; 09/06 Autoimprenditorialità; 10/06 Raduni; 12/06 Conoscenza dell'attualità; 13/06 Competitività.

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13/06/2003

Competitività

"Il tasso di crescita del prodotto interno lordo è passato dal 3,1% nell'anno 2000 all'1,8% nel 2001 e allo 0,4% nel 2002. Il rallentamento ha interessato tutte le componenti macroeconomiche; in particolare ha inciso sugli investimenti e sulle esportazioni".

"Due terzi delle esportazioni italiane si concentra su un insieme di settori industriali che contribuiscono alla formazione di meno di un quinto del valore aggiunto complessivo dell'economia italiana... La quota delle esportazioni italiane ha rappresentato, nel 2001, l'11,8% delle esportazioni europee e il 4,6% delle esportazioni mondiali. La meccanica, il tessile e abbigliamento, il mobilio, i minerali non metalliferi, l'industria conciaria, l'alimentare, la chimica, la metallurgia, i mezzi di trasporto e la carta sono gli aggregati merceologicamente omogenei che raggruppano i settori produttivi su cui si regge il modello italiano di sviluppo trainato dalle esportazioni. In tutti questi settori, l'offerta interna sa confrontarsi in mercati internazionali aperti e competitivi".

"Un grado relativamente basso di penetrazione nei mercati internazionali, accompagnato, in grande prevalenza, da disavanzi strutturali dell'interscambio commerciale, connota il resto del sistema produttivo italiano, che copre più dell'80% del valore aggiunto dell'intera economia. Vi fanno parte, da un lato, tutti i servizi destinati prevalentemente al consumo finale, che contribuiscono da soli a ben il 50% del valore aggiunto. A questi si aggiunge un gruppo di settori - nei quali si forma poco più del 30% del valore aggiunto - i cui beni e servizi prodotti sono prevalentemente destinati a essere utilizzati come input intermedi nei processi produttivi di tutti gli altri settori dell'economia. Quest'ultimo aggregato include, per circa un quarto, l'agricoltura, l'industria estrattiva e quella dei prodotti energetici; per i rimanenti tre quarti, settori che offrono servizi: segnatamente, i trasporti, le comunicazioni, i servizi finanziari e assicurativi, i servizi professionali".

Dalla relazione annuale del Presidente dell'Autorità garante del mercato e della concorrenza, Roma, 11 giugno 2003.

"L'Italia ha perso quote di mercato, passando dal 5,0% del 1990 al 4,7% del 1996 e al 3,6% del 2002".

"Nel 2003 l'avanzo primario dei conti pubblici è il 3,2% contro il 5,5% del 1998".

Dalla relazione annuale del Governatore della Banca d'Italia, Roma, 31 maggio 2003.

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12/06/2003

Conoscenza dell'attualità

L'interesse a conoscere quello che avviene nella società esterna all'azienda diminuisce fra i manager italiani delle grandi imprese a mano a mano che si scende dalle posizioni alte della gerarchia.

I più attenti alle informazioni di attualità sui fenomeni economici, politici e sociali sono i responsabili della direzione commerciale e della direzione comunicazione.

I più preoccupati del loro costante aggiornamento tecnico-professionale sono i responsabili della direzione finanziaria e della direzione marketing.

I meno sensibili ad avere notizie generali sono i dirigenti di produzione. Quelli più legati a imparare dall'esperienza diretta sono i dirigenti delle relazioni sindacali.

Questi risultati sono ricavati dalla ricerca IRIO condotta nel marzo-aprile di quest'anno su un campione casuale di 236 persone, appartenenti ai tre primi livelli organizzativi di 71 aziende italiane con più di 1.000 addetti.

Il 64,84% legge abitualmente almeno un quotidiano. I preferiti sono, nell'ordine, per 43 Corriere della Sera, 39 La Repubblica, 20 Il Sole-24 Ore, 18 giornali regionali, 16 Il Giornale, 9 La Stampa, 8 giornali locali.

Fra i lettori abituali ci sono l'87,71% di quelli che esercitano il ruolo di presidente, vicepresidente, amministratore delegato, direttore generale, vicedirettore generale, l'80,24% dei responsabili di business unit o di struttura funzionale (direzione) e il 74,48% dei capi di servizio di supporto o di unità di linea.

Degli 81 dirigenti di secondo livello organizzativo interpellati, tutti i 23 responsabili commerciali, del marketing, della comunicazione e delle 4 business unit leggono giornalmente un quotidiano, così come 14 su 15 direttori finanziari e controller e 7 su 9 responsabili della progettazione e della logistica. I responsabili del marketing e della finanza e controllo sono anche quelli che hanno partecipato nell'ultimo anno al maggior numero di occasioni di aggiornamento.

Fra i 98 dirigenti di servizi di supporto o di unità di linea sono lettori abituali di almeno un quotidiano tutti e 8 i responsabili della formazione e 3 su 4 quelli dello sviluppo organizzativo.

Dichiarano esplicitamente che preferiscono informarsi in modi diversi dalla stampa quotidiana e periodica 5 su 9 dirigenti di produzione e di non avere tempo che per guardare velocemente la rassegna stampa 5 su 6 responsabili delle relazioni sindacali.

Da "Percorsi di informazione e conoscenza nelle grandi aziende", ricerca multicliente IRIO, realizzata con metodo CATI.

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10/06/2003

Raduni

Convegno, congresso o festival che sia, le associazioni professionali, delle categorie funzionali aziendali, fanno i loro raduni annuali a Roma o al mare prima dell'estate, a Milano o in collina a ottobre.

I periodi scelti tengono conto in primo luogo della voglia di evasione, da giustificare, dei soci, quando la tentazione dello stacco dall'occupazione è difficile da trattenere.

La "flash flood" convegnistica non lascia scampo. Dal 12 al 27 giugno nello spazio di due settimane le tre associazioni dei logisti, dei p. r. e dei direttori del personale hanno chiamato a raccolta i loro iscritti. Le adunanze sono rivolte "urbi et orbi". Gli organizzatori italiani fanno le cose in grande e collaborano con inconsistenti federazioni europee o mondiali addirittura per ampliare il bacino di reclutamento dei partecipanti, aumentare le fonti di finanziamento e apparire globalizzati.

I numeri dei convocabili sono impressionanti.

AILOG, l'Associazione italiana di logistica e di supply chain management, ha organizzato "Eurolog 2003" insieme ad ELA, la federazione europea, forte di trentacinque associazioni nazionali e di oltre centomila soci. "Un convegno per evidenziare i recenti successi della logistica in chiave di costi, tempi e servizio flessibile, ma anche per mettere in discussione non poche delle attuali certezze". Sedici sponsor, un Premio Nobel per l'economia, i maggiori esperti del settore, provenienti dalle aziende, dai governi, dalle pubbliche amministrazioni, dalle università di tutta l'Europa sono impegnati a contribuire allo sviluppo delle discussioni per "fornire chiarimenti e strumenti operativi in relazione a nuovi scenari competitivi e individuare percorsi per una logistica sostenibile dal punto di vista dell'utilizzo delle infrastrutture e della qualità della vita".

La FERPI, la CERP, la Confederazione europea delle relazioni pubbliche, e la Global Alliance for Public Relations and Communication Management riuniscono in tutto il mondo 150 mila professionisti e 70 associazioni nazionali che operano nel comparto. Il loro "Festival delle relazioni pubbliche" è costato 150 mila euro, sostenuti da diciassette sponsor. Due i principali temi in discussione: l'etica professionale e le migliori pratiche. Verranno dibattuti in particolare uno studio che censisce le ultime regolamentazioni dei comportamenti professionali in materia di comunicazione politica, lobby, finanza, salute, consumi, da parte di parlamenti e authority e quindici casi di p. r. eccellenti praticati in altrettanti paesi. Introdurranno le discussioni i maggiori studiosi e professionisti al mondo del settore.

AIDP, l'Associazione italiana per la direzione del personale ha 2.800 soci. Organizza in Italia il ventunesimo congresso dell'EAPM, la federazione europea. Il tema centrale è "Sviluppare le persone nell'era delle tecnologie e della rete". Il congresso vede la presenza come relatori di studiosi e top managers. Affronta questioni che vanno dalla "people strategy" al rapporto con gli "stakeholder". L'incontro è aperto dal Presidente della Commissione europea e si conclude con un'udienza dal Papa. Ai lavori è presente anche il vescovo Renato Raffaele Martino.

Già queste sintetiche note bastano ad evidenziare che il valore reale di un raduno associativo è dato dalla maggiore o minore possibilità di scambio, dall'utilità dei temi affrontati per la professione dei suoi soci, dal livello dei relatori chiamati in causa e dalla loro rappresentatività rispetto alla "mission" associativa dichiarata, dal numero e tipi di sponsor, dal rapporto associati-professionisti che esercitano quel ruolo funzionale..

Nonostante i numeri elevati degli associati, bisogna ricordare che si tratta di una percentuale che sfiora mediamente il 10% degli specialisti del settore. Alle attività associative poi partecipa soltanto un 15% dei soci.

Ma oltretutto a chi e per che cosa servono questi maxincontri?

Si possono riconoscere obiettivi latenti e obiettivi patenti. Battere un colpo, testimoniando di essere presenti, o percorrere il lungo cammino, che porta a costruire una corporazione, così come favorire la socializzazione dei partecipanti o alimentare nomenclature extraziendali, sono esempi dei due differenti obiettivi a cui i tre casi accennati si prestano.

I raduni servono soprattutto a rivedersi e a ricontarsi - sempre gli stessi - a far rassicurare gli aderenti, a trasformare l'individualità professionale in gerarchia di massa. Per molti partecipanti basta esserci. Di questo approfittano gli organizzatori.

Il "thema loquendum" pesa così meno della presenza sul palcoscenico dei relatori, che sono ritenuti autorevoli, dell'apprezzamento implicito per la categoria, che mostrano partecipando alla manifestazione, e della conseguente autocollocazione, che ciascuno dei soci può darsi in buona posizione e in compagnia di colleghi nella platea.

Postato da: orsola a 17:54 | link | commenti (2)

09/06/2003

Autoimprenditorialità

Nel Mezzogiorno i lavoratori coordinati e continuativi mostrano di avere attitudini e risorse molto positive, con un'elevatissima considerazione delle proprie capacità professionali. Si sentono portati verso l'autoimprenditorialità e verso la formazione, anche finanziata di tasca propria. Si dichiarano disponibili a trasferimenti anche fuori dai confini nazionali e vantano una forte propensione all'autonomia, anche in tema di gestione dei tempi di vita.

E' quanto emerge da una ricerca del Censis, presentata a Bari nell'ambito dell'iniziativa Acli "Il Welfare visto dal Sud. Stato Sociale e riforme: come conciliare equità e sussidiarietà".

Dalla ricerca emerge che mentre il 64,4% dei co.co.co è piuttosto soddisfatto dalla tipologia di lavoro svolto, il 45,3% lo è molto meno per il tipo di contratto e il 45,9% per la remunerazione. Le preferenze per il posto fisso si limitano al 41,6%.

Da un box in Il Sole-24 Ore, 8 giugno 2003

Postato da: orsola a 14:22 | link | commenti

06/06/2003

Lobi sempre attivi

"Alcuni neuroscienziati hanno cominciato a studiare il cervello dei buddisti. Richard Davidson, del laboratorio per la neuroscienza affettiva dell'università del Wisconsin, a Madison, ha scoperto che i lobi prefrontali sinistri di "buddisti esperti" si attivano in modo costante, e non solo durante la meditazione.

E' un dato significativo, perchè un'attività persistente nei lobi prefrontali sinistri indica emozioni positive e buon umore, mentre un'attività persistente nei lobi prefrontali destri è segno di emozioni negative.

Possiamo ipotizzare con una certa sicurezza che quelle anime buddiste apparentemente felici e quiete che si incontrano a Dharamsala, in India, dove vive il Dalai Lama, sono davvero felici. Dietro quella quieta apparenza si nascondono lobi prefrontali sinistri sempre attivi".

Articolo del naturalista filosofico inglese Owen Flanagan "La mente dei buddisti" in New Scientist, maggio 2003 (tr. it. Internazionale, X, 491).

Postato da: orsola a 16:58 | link | commenti

05/06/2003

Co.co.co

Nella ricerca realizzata dal CENSIS in collaborazione con l'IREF e voluta dalle ACLI, che l'hanno presentata a Roma il 29 scorso, in occasione dell'incontro "Welfare: una porta aperta sul futuro", sono stati individuati quattro tipi di collaboratori coordinati e continuativi: "i surfisti (29,9%), coloro che sono riusciti a trovare una rotta sicura nel mare della flessibilità, hanno 35-39 anni, vivono al Nord e hanno una famiglia propria; i sospesi (27,6%), navigano a vista prendendo quel che viene, hanno tra i 25 e i 29 anni, vivono in famiglia e risiedono per lo più al Sud; i novizi (20,3%), giovanissimi (20-24 anni) che si tuffano ad occhi chiusi nel lavoro flessibile, vivono per lo più al Nord ed hanno fiducia assoluta nelle proprie capacità di adattamento ai cambiamenti del mercato; i naufraghi (22,2%), i più penalizzati, anche questi, giovanissimi ma del Sud; vivono tra inattività lavorativa e impieghi saltuari, scarsamente gratificanti".

Da "Co.co.co, istruiti e soddisfatti ma sognano sempre il posto fisso" (Maria Stella Conte, La Repubblica, 30 maggio 2003).

Postato da: orsola a 12:32 | link | commenti (1)

Banche e ambiente

Citigroup, Royal Bank of Scotland, West Lb., ABN Amro, Credit Lyonnais, Barclays, Credit Suisse, HVB Group, Radobank, Westpac hanno deciso una politica dei prestiti responsabili per la costruzione di dighe, oleodotti, centrali elettriche e per gli interventi nelle miniere e sulle foreste, reagendo alla pressione degli ambientalisti e dei cittadini sensibili ai temi sociali.

Le linee guida del codice di comportamento comune sono quelle dell'International Finance Corporation della Banca mondiale. Si basa su una valutazione dei progetti secondo parametri, che vanno dalla protezione della salute e dell'occupazione all'impatto sulla società e l'economia dei paesi coinvolti.

L'anno scorso le dieci grandi banche hanno concesso finanziamenti a progetti per la realizzazione di grandi infrastrutture per quattordici miliardi e mezzo di dollari (30% di tutti i prestiti dati per questo scopo).

Postato da: orsola a 11:36 | link | commenti

PMI e non profit

Proliferano gli studi sui ritorni dell'investimento nel sociale.

Alla Bocconi nel corso del convegno "Trasparenza e creazione di valore tra profit e non profit", organizzato da Umana Mente e dal Cergas, vengono presentati i risultati di un sondaggio Demoskopea. Secondo questo, il 58% delle piccole e medie imprese italiane investe nel sociale e ha finanziato negli ultimi due anni, l'attività di organizzazioni non profit, il 55% delle aziende che sostiene il non profit esige che l'investimento avvenga nel proprio territorio, il 33% di chi non ha ancora iniziato a sostenere tali progetti, si dichiara disposto a farlo non appena si dovesse presentare l'occasione, il 32% sostiene che sarebbe disposto a farlo, purchè il mondo del non profit fosse più trasparente.

Da "Volare alto con il bilancio sociale" (Stefano Salis e R. Mi., Il Sole-24 Ore, 5 giugno 2003).

Postato da: orsola a 11:18 | link | commenti

03/06/2003

Responsabilità sociale d'impresa

In Italia in 4.000 punti vendita della grande distribuzione e organizzata si possono trovare i prodotti del commercio equo e solidale. Hanno successo come quelli biologici, incrementano il fatturato ad un ritmo che supera il 20% annuo, interessano tutti i reparti di tutte le catene, che ne fanno motivo per trascinare le vendite anche degli altri prodotti e qualificare l'immagine aziendale.

Sono le operazioni più facili di responsabilità sociale - o di socialità, come le chiamano le Coop - nell'attuale, periodico ciclo di attenzione dell'imprenditoria alla società.

L'interesse è naturalmente strumentale. Si presenta in formati diversi, con espansioni e contrazioni di quello che viene scambiato all'interno e/o all'esterno dell'azienda; ha precedenti vicini, ultraventennali, e storici, di mantenimento della forza lavoro nelle città-fabbrica costruite dal 1700 ai primi del 1900.

Il bilancio sociale dell'impresa, che ricapitola "i principali dati in cifre che consentono di valutare la situazione dell'impresa in campo sociale, di prendere atto delle realizzazioni effettuate e di misurare i mutamenti intervenuti nel corso dell'anno di riferimento e nei due anni precedenti" è stato l'oggetto di una legge emanata in Francia nel 1977, che lo ha reso obbligatorio per le imprese con più di 750 addetti. Richiede "informazioni sull'occupazione, le retribuzioni e i benefici accessori, le condizioni di igiene e sicurezza, le altre condizioni di lavoro, la formazione, le relazioni industriali, così come le condizioni di vita dei dipendenti e della loro famiglia, nella misura in cui dipendono dall'impresa". Le aziende con più di 2.000 dipendenti sono obbligate per legge a redigere un modello di bilancio sociale, che ha indicatori standard riguardanti gli aspetti sociali interni già detti.

Sempre sul finire degli anni '70, in Gran Bretagna e in Germania le imprese si sono impegnate con codici di comportamento e modelli di contabilità sociale nei confronti di interlocutori interni ed esterni (dipendenti, consumatori, ambiente, comunità locale e società, azionisti e fornitori) sulla distribuzione del valore aggiunto, gli investimenti, le misure antinquinamento, il contributo allo sviluppo regionale, la parità di trattamento, la formazione.

L'Istituto Battelle di Ginevra si spinse a formulare il più completo schema di bilancio sociale allora esistente e intervenne anche in Italia a sostegno di alcune grandi aziende, che lo realizzarono nei primi anni '80.

Nell'ottava legislatura, tra il 1981 e il 1982, furono depositati in Senato il disegno di legge "Norme sulla rendicontazione sociale delle imprese e sulla istituzione dei Consigli di vigilanza" e in Parlamento la proposta di legge "Norme sulla democrazia industriale". Le due iniziative parlamentari non ebbero nessun seguito.

Le aziende, che si erano impegnate a realizzare un bilancio sociale, finirono con abbandonare questa pratica, snobbata dalle rappresentanze sindacali e incomprensa - anche perchè poco comunicata - dalla maggior parte del personale.

Il DPR 175/88, più noto come "direttiva Seveso", che recepì quella CEE 501/82 sulla prevenzione e gestione dei rischi industriali, previde l'obbligo di informare il pubblico con una varietà di attori e di interventi, fra cui quelli dell'imprenditore.

In conseguenza di questo obbligo e poi per migliorare le relazioni interno/esterno e l'immagine dell'industria chimica la Federchimica ha avviato poco più di dieci anni fa il progetto "responsible care". Esso si è imperniato su un codice di comportamento e su alcune azioni comunicative, di cui la più significativa è stata "fabbriche aperte", che ha avuto lo scopo di fare evolvere i rapporti con le popolazioni abitanti sul territorio a rischio tecnologico, da una passiva necessità di conoscere (need-to-know) le caratteristiche pericolose delle lavorazioni, i servizi e i piani di emergenza predisposti per far fronte agli incidenti e minimizzarne i rischi, ad un attivo trasferimento di informazioni (right-to-know).

Alcune fra le maggiori aziende associate per parte loro ampliarono il progetto e si dotarono di una griglia di riferimento per l'azione, articolata su affidabilità degli impianti e delle procedure operative, condizioni estetico-architettoniche, bilancio economico-sociale, comunicazione interna-esterna, formazione.

"Responsible care" ha seguito così una logica di pedagogia di massa interattiva, fondata su un ampio processo di coinvolgimento e partecipazione interno e sulla dimostrazione concreta di comportamenti consapevoli dell'impresa e dei suoi uomini.

Diretto alla qualità del servizio è stato il quasi contemporaneo "Bilancio di responsabilità sociale" di una cooperativa di consumatori emiliani. Un bilancio preventivo, "impostato su quelli che vengono considerati interlocutori rilevanti dell'azienda": soci (insieme, proprietari e consumatori privilegiati), lavoratori, consumatori e società civile (i cittadini di un certo territorio, le loro associazioni rappresentative di particolari interessi, le istituzioni locali). Il "Bilancio di responsabilità sociale" era direttamente collegato al piano strategico aziendale e dettagliava politiche, obiettivi e responsabilità settoriali attraverso un processo a vai e vieni dal consiglio di amministrazione alle strutture funzionali aziendali e a quelle di rappresentanza dei soci, che vedeva anche la concertazione degli obiettivi con interlocutori interni ed esterni (relazioni sindacali).

Più recente è stata l'introduzione del codice etico, un documento di autoregolamentazione dei rapporti con i dipendenti e i fornitori, i clienti, le istituzioni, le organizzazioni politiche e sindacali, la stampa, emanato dai top managers spontaneamente per tutelare l'immagine aziendale e talvolta, si sospetta, per costruirsi un alibi davanti all'opinione pubblica e all'autorità giudiziaria.

La responsabilità sociale d'impresa o, se si preferisce, la CSR, la corporate social responsability, è tornata d'attualità per la recente iniziativa del ministro del lavoro e del welfare di organizzare un incontro a Milano con gli imprenditori per concordare un progetto italiano in materia ed evitare di "incassare quello ideato da altri paesi". Il tema è una delle cinque priorità inserite dal governo nel programma per il semestre di presidenza del consiglio europeo.

Eccezion fatta per le esperienze più remote, oggi nella gran parte delle aziende italiane "orientate al sociale" si è in presenza di comportamenti alibistici o di marketing communication. Le iniziative assunte vanno dalla sollecitazione dei consumatori a raccogliere buoni punto per iniziative sociali (supermercati Coop) alla diffusione di comportamenti ispirati allo sviluppo sostenibile (industriali di Roma con Anima). Eppure un decennio di ricerche sociali empiriche mette in evidenza che l'impresa ha responsabilità verso la società, che non possono essere soddisfatte soltanto con l'ascolto attivo dei clienti, lo studio dei competitor, il lobbying, le sponsorizzazioni e le relazioni sindacali.

La socialità di una azienda incomincia dal contributo che dà allo sviluppo economico collettivo, da come impiega, valorizza e ricompensa le risorse del territorio in cui opera: le persone, l'ambiente naturale, il patrimonio culturale e materiale.

Buste paga + consumi + filantropia non fanno sociale l'impresa, neppure se è equilibrata la combinazione dei tre fattori. Tantomeno è sufficiente un azionariato diffuso, che sia quello delle "public company" o del modello "una testa, un voto", e neppure un attestato di "social accountability", rilasciato da una concessionaria di certificazioni etiche.

La responsabilità sociale d'impresa è dimostrata da

- l'affidabilità dei prodotti e dei processi produttivi,

- la qualità dei rapporti con i clienti e i fornitori,

- l'equo trattamento, il benessere e la formazione continua di tutti i dipendenti,

- la remunerazione degli investitori,

- la trasparenza e l'interazione con le comunità e le istituzioni locali,

- il rispetto del territorio,

- il contributo al miglioramento del "sistema paese" (economia, know-how, convivenza),

- la solidarietà alle fasce deboli della popolazione e

- l'intervento per eliminare le cause economiche e tecniche all'origine dei problemi di interesse collettivo.

Non sono operazioni facciata, da pubbliche relazioni occasionali. Sono attività funzionali all'efficacia della strategia d'affari e alla continuità nel tempo dell'azienda. Rivelano la competenza distintiva del management. Vanno perseguite con coerenza e dimostrate con il comportamento costante.

Postato da: orsola a 11:34 | link | commenti

Pensiero laterale

"Facciamo attenzione, quando insegno alla gente a usare il pensiero laterale negli affari mi è difficile affermare che è tutto merito mio perchè anche loro pensano. Nel 1970, per esempio, quando ho lavorato con la Shell, ho suggerito di trivellare solo fino a un certo livello e poi andare avanti orizzontalmente. Oggi come oggi quasi tutti i pozzi di petrolio vengono trivellati secondo questo procedimento perchè la resa è dalle tre alle sei volte superiore rispetto a quella di un pozzo tradizionale. Ma con questa storia non posso di certo dimostrare che quando alla fine, molti anni dopo, hanno deciso di realizzarlo ciò sia accaduto grazie a me, anche se indubbiamente ho proposto l'idea nel 1970".

Intervista a Edward De Bono, teorico del pensiero laterale (Giancarlo Bosetti, La Repubblica, 2 giugno 2003).

Postato da: orsola a 09:43 | link | commenti